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Ambarabacicicocò… quattro gatti sul comò

In amore, Donne on 29 ottobre 2014 at 19:56

quattro_gatti

Viene buio presto alla sera.
La strada è fredda e i passi risuonano strani sul selciato.
Passi stanchi… i suoi.
Devo passare a prendere qualcosa da mangiare.
Ma non sta pensando a lei.
Fa freddo e tira vento da nord.
Notte da lupi, notte da streghe.
Da quando lui se n’è andato, i suoi passi sono diventati più stanchi.
Inutile dire che si invecchia, inutile dire che una volta tornava a casa con più allegria.
Adesso pensa alla voglia di caldarroste. Almeno allora quando passava di lì, ne sentiva l’odore, e il sapore sulla lingua. Pareva ancora di scottarsi.
Un cartoccio prego…
Ora i cartocci sono proibiti dalle norme d’igiene. Tutto deve stare dentro ad igienici sacchetti di plastica.
Plastica inodore. Cibo insapore.
Allora si andava al cinema. Adesso anche quelli sono chiusi.
Anche i film sono chiusi in sacchetti di plastica.
Inodori ed insapori.
Fa freddo ed io torno a casa.
La casa vuota.
Il rumore della chiavi sulla toppa.
Il cigolio pietoso sui cardini.
Vago odore di ammoniaca.
Devo cambiare la lettiera. Puzza.
La caldaia che sbuffa in cucina.
La luce che illumina senza pietà la stanza.
Che orride queste luci al rispamio.
Vuoto intorno.
Le ciabatte per favore.
Ha voglia di mettersi sotto la coperta sul divano.
Ma manca qualcosa…
Ma dove sono?
Entra nella stanza da letto a piedi scalzi.
Aspetta ad accendere la luce, li vuole sorprendere.
Sente ovattato un tonfo e uno scricchiolio.
Amba rabà cici cocò quattro gatti sul comò…
Due sull’attenti, uno steso a pigrire, il quarto sospeso in uno sbadiglio.
Pure loro stanchi di aspettare.

Nessuno può sapere

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 23 ottobre 2014 at 19:50

pupee

Era bella. Non che fosse certo che lo sarebbe rimasta, però fin da piccola aveva quel certo non so che, difficile da spiegare, insomma non era una bambina comune. Un’aria che colpiva e che stimolava curiosità, qualche volta anche forte antipatia. Nei suoi occhi non c’era mai remissione, non c’era serenità solo e sempre mare in burrasca.  Erano occhi che ti graffiavano dentro, forse per il colore, forse per quel non so che, ma non facevano sentire a proprio agio nessuno.

Lei benché piccola non sapeva perdonare e non veniva mai perdonata. Eppure aveva i riccioli vaporosi, gli occhi scuri dal taglio orientale e la pelle diafana, un nasetto impertinente che sosteneva una mascherina di lentiggini minutissime, due fossette ed un sorriso luminoso che non usava mai. Non parlava molto ed era per quello che nessuno riusciva a capire cosa le passasse per la testa.

A volte mentre seguiva le lezioni a scuola riusciva ad innervosire l’insegnante, che spesso la mandava fuori della classe, senza che lei avesse detto neanche una parola. Nessuno poteva capire perché quella sua aria da saputella indispettisse così tanto. Veniva davvero voglia di far abbassare le ali a quella ragazzina impertinente, non doveva continuare a guardare con quell’aria critica, quegli occhi da furbetta, che un po’ ti deridono e un po’ ti cazziano.

Nessuno poteva capire, nessuno poteva sapere, che lei stava lì ad ascoltare e che cercava di capire come mai il mondo non era quello che si mostrava, che la gente diceva una cosa e ne pensava un’altra, che tutti sembravano buoni e accoglienti, ma erano quasi sempre ipocriti ed egoisti, che erano bugiardi… bugiardi e traditori.

Non voleva imparare ad essere come gli altri, ma non voleva sentirsi diversa, superiore. Voleva solo potersi affidare e fidare del mondo, ma avrebbe imparato molto presto ad essere diversa e ad andarne fiera e poi soprattutto a stare da sola.

La poesia dell’amore che fa rima con dolore

In amore, La leggerezza della gioventù, personale, poesia on 15 marzo 2014 at 19:01

poesia
Il punto era che lui non scriveva più poesie.
Era chiaro che non era più lo stesso ragazzo di allora, ma non era colpa dell’età.
Una cosa era certa, che la questione delle sue poesie, era sempre stata la cartina di tornasole del loro rapporto. Tanto più lui scriveva, tanto più loro si allontanavano anche se non era quella la causa o l’effetto, o viceversa.
Certamente all’inizio lui scriveva poesie, le scriveva su ogni cosa, ma non erano poesie normali, bisognava affrontarle con il vocabolario e l’enciclopedia, insomma era passione, ma soprattutto un esercizio della mente. Di quelle poesie lei era gelosa, anche se evidentemente non parlavano di lei, anche se a rigor di logica non parlavano di nessuna altra donna reale.
Lei sognava, comunque, di avere una poesia che parlasse del loro amore. Ma era un sogno che non avrebbe confessato mai. Almeno non quella volta.
Allora, lui scriveva fiumi di parole e loro avevano tutta la vita davanti. Una vita che prometteva parole e amore in misura complementare.
Che il loro fosse amore però non si sapeva ancora e non lo avrebbero mai capito. Troppo giovani tutti e due, troppo sognatori, troppo pronti a credere alle promesse della vita. Poi la vita promette, ma mica sempre ti dà e l’amore diventa una cosa complicata, qualche volta bisogna spezzarlo come una catena, per non farsi fermare. Qualche volta bisogna passare ad altro, lo esige la giovinezza e la stupidità.
E così era finita, tra libri letti e poesie interrotte, con la vita che prosegue la sua corsa e solo qualche rimpianto subito deriso, con qualche ridicolo vago senso di colpa di una presunzione mai del tutto concessa.
Una storia interrotta che non aveva permesso a nessuno dei due di sapere se il fiume di parole fluisse ancora nella vita dell’altro. Non solo, avevano perduto anche quel sottile filo che li univa, una telefonata, un incontro casuale, la voglia di sapere se la vita era vita.
Se lui allora era stato il suo di poeta, poi se continuava ad esserlo lo sarebbe stato solo per un’altra donna.
Il rimpianto era che a lei, e al loro amore non avesse dedicato mai una sola parola. Un bruciore che le era rimasto in gola. Che serve essere poeti se mai una volta parli d’amore? Sciocca domanda se poi, proprio lei, a quell’amore non aveva mai dato credito.
Il desiderio era stato così forte allora che non aveva potuto dimenticare. Che sebbene fosse stata una sua responsabilità quella frattura era costata tanto dolore, uno strappo profondo e senza cura, proprio perchè era troppo giovane ed era troppo sognatrice, proprio perchè era arrivato tutto troppo presto, prima ancora di aver assaggiato il vino della vita.
Ora sapeva che l’ebbrezza è effimera, che la poesia è la più alta espressione del dolore, e proprio per questo lei era diventata poeta senza scrivere, che l’amore era parte del gioco, ma che quel gioco lei non lo aveva mai saputo giocare.
Lui era sparito dalla sua vita e non le aveva lasciato che quell’ultimo desiderio inespresso: una unica poesia per loro due, un semplice gioco di parole dedicato per sempre.
Ma le cose non erano andate così, lui era partito e lei si era stancata di aspettare.
E così venne la vita e il caso e le coincidenze. Da qui in poi la poesia non era più importante, valevano i fatti, le parole dette adesso e subito, le conseguenze, il desiderio di essere felice, l’incapacità di esserlo fino in fondo.
E anni e anni ad accumulare la polvere sui ricordi. A lenire le curiosità. A insegnare che alcune cose non sono più un diritto, soprattutto quando si è stanchi e si invecchia da soli.
Poi all’improvviso era capitato: un incontro casuale ed inusuale, tanto che non si erano nemmeno riconosciuti e forse anche non erano proprio vogliosi di riconoscersi, troppe implicazioni e troppo poca preparazione. Si erano guardati e dietro alle rughe, all’eccesso di magrezza o di peso, dietro al trucco e ai capelli bianchi, avevano rintracciato quel luccichio che era la loro giovinezza. Pochi convenevoli per sapere delle proprie vite passate, qualche accenno alle ferite che ormai non sanguinavano più. Il sorriso di fronte alle idee che si erano fatti l’uno dell’altra: bizzarre e ridicole. Il tempo li aveva segnati. Ma c’era anche la voglia di superare quel lieve imbarazzo, di darsi un abbraccio per cancellare quel velo di soggezione e di paura che ti dà il ritorno di un sentimento lontanissimo e mai del tutto dimenticato.
Ed era quell’amore ad essere poesia, una poesia lunga quasi 50 anni, mai scritta, mai veramente vissuta, sofferta, rimpianta, rincorsa negli altri, trasformata in dolore continuo senza una vera memoria.
Lei gli chiese un poco intimidita: “Scrivi ancora poesie?” lui l’aveva guardata stupido che lei ricordasse: “No, non più… è passato troppo tempo… da quando te ne sei andata via, non c’era più nessuno a cui dedicarle, nessuno che le leggesse, non ne valeva la pena“.
Ecco cosa succede alla fine di un amore, avanza il dolore e muore la poesia. Ma lei ora che aveva ritrovato il poeta le rivoleva tutte quelle parole mai scritte, le aspettavano di diritto e le chiese senza troppo pudore. Lui, con un sorriso scovato chissà dove, aveva piegato la testa e aveva detto di sì.

C’era un tempo di mezzo

In amore, Donne, personale, uomini on 6 febbraio 2014 at 7:22

Klimt-le-tre-eta-della-donna
Era sera. Una sera che degradava dal fulvo dorato all’inchiostro stemperato con i riflessi rosa dell’ultima luce del sole.
Era bello stare lì, un bello che riempiva l’anima.
Improvvisamente come un brivido che corre sulla schiena e risale fino a un punto preciso del cervello, aveva ripensato che la sua vita aveva un prima, un dopo e che aveva avuto anche un lungo tempo di mezzo, a cui lei non pensava quasi mai.
Era certo frutto di un riflesso condizionato dalla paura di sapere, di ritornare a quel momento sospeso che era stata la sua vita di mezzo.
Non che fosse stato un periodo totalmente oscuro, anzi a dire il vero era stato per buona parte un periodo pieno di stimoli e di sicurezze che venivano raccolte qua e là nel percorso. Proprio lei che di sicurezze non ne aveva mai avute e non gliene erano mai state regalate.
Sapeva già da allora che avrebbe dovuto far da sola se voleva assicurarsi una vita senza condizionamenti e ostacoli, ma sapeva anche che si era scelta la strada dei condizionamenti più feroci. Era l’amore che la fregava e pure allora lo vedeva con chiarezza.
Ecco perché tornava raramente a quel tempo, provava sensazioni contrastanti, un dolore diffuso e una rabbia stemperata ormai dalla conoscenza ma ora era tutto dietro le spalle.
Ma quanti anni erano stati? Lei aveva diciannove anni quando tutto era incominciato. Quel nuovo posto di lavoro, sottopagato, ma a lei era sembrato che malgrado le apparenze, poteva diventare davvero la sua sicurezza e il suo futuro. Allora aveva quel ragazzo che se mai avesse potuto l’avrebbe messa sotto una campana di vetro, non solo per poterla guardare lui, ma per farla ammirare anche agli altri. Ammirare, ma non toccare. Aveva perduto quasi tutti gli amici e forse forse non era stata tutta colpa sua, anzi ne era certa. Fosse stato per lei avrebbe avuto un mondo pieno di amici e di occasioni. Ma lui era talmente insicuro che la voleva tutta per sè e ci voleva mettere in aggiunta pure le catene di un rapporto definitivo, cosa che a lei era sembrata davvero una forzatura. Non era pronta nemmeno a un rapporto di convivenza figurarsi a quello di un matrimonio. E questo l’aveva spinta a tirarsene fuori, respirando finalmente aria pura e soprattutto libera.
Quel nuovo lavoro l’aveva catapultata in mezzo ad un mondo quasi totalmente maschile. Ma lei male non si trovava, gli uomini erano meno competitivi tra di loro e non lo erano affatto con le donne. Questo atteggiamento non veniva per apertura mentale, questo lei lo sapeva bene, ma solo perché una donna non avrebbe mai messo in pericolo la loro professionalità e a dirla tutta nella sostanza si sbagliavano di grosso, ma a quel tempo la donna ne aveva di strada da fare.
Si trovò a sorridere. Erano altri tempi e tutto sommato andava bene così, bastava solo mantenere il profilo basso, e tutto filava liscio senza scontri superflui.
Insomma era allora che era iniziata la sua vita di mezzo, quel periodo che l’aveva vista studiare per prendersi un diploma, e poi iscriversi all’Università, ma che in particolar modo l’aveva vista fare i bagagli e uscire dalla casa che l’aveva imprigionata fino alla sua maggiore età e che ora non la poteva più tener legata.
Che belle quelle notti passate a passeggiare da sola per strada, era la dimostrazione del riscatto e della libertà.
Ma nel frattempo era entrato nella sua testa quell’uomo abbastanza grande ed egoista da saperla manovrare senza che lei fosse capace di comprendere, almeno non allora, almeno non subito. Troppo diverso da lei perché potesse riconoscerne prontamente i difetti e per prenderne le distanze in tempo, prima che fosse troppo tardi.
L’aveva amato e l’aveva profondamente odiato, troppe delusioni e troppi sogni disarticolati. Ma sempre e comunque lui riprendeva il potere. Non era amore, era piuttosto una malattia incurabile, una malattia così lunga e così tossica da durare… quanto?… ben 27 anni. Ecco era tutto lì il suo tempo di mezzo. 27 anni di fatica e di cos’altro? Sofferenza? Ma anche amore unilaterale… eh capirai a cosa serve.
Lei non sapeva come riassumere: certo un figlio amatissimo, un matrimonio piuttosto inusuale e una vita insieme che veniva soffocata dalla ripetizione. Ripetizione di cattive abitudini o semplicemente di abitudini e basta.
Lei era stanca, ma non avrebbe mai ceduto. Era una combattente nata, né mai troppo doma, né mai sleale. Ed era finita, così con uno strappo senza risposte. Come un amore non dovrebbe finire mai.
Come c’era stato un prima, poi c’era stato un dopo: terribile nei primi tempi e poi sempre più rasserenante, quando si era accorta che la vita vince sulla morte e che lei era sopravvissuta a quest’ultima.
Ora che aveva reiterato la convinzione che da solo si può, stava trovando dentro di sè una serenità ed una sicurezza che per troppo tempo aveva perduto. Non si diceva più che era stata colpa degli altri, chi vuole il suo male, o lo sa gestire o lo subisce. E lei aveva provato prima a subirlo e poi a gestirlo, ma tutto era finito in una bolla di sapone, troppo fragile per esistere, troppo bella per non invidiarla.
Era stato quello il tempo di mezzo, trent’anni di limaccioso pantano, con tanti sogni traditi, e solo uno pienamente realizzato.
Pensava a quel sogno che si era trasformato in un ragazzo che a guardarlo le si riempivano gli occhi, quei capelli scompigliati e quegli occhi verdi che scaldavano il cuore. Strano miscuglio tra il miracolo e il talismano, non sapeva davvero come c’era riuscita però sapeva che era stato il suo portafortuna.
Quello era un amore che non tradiva, che valeva per sempre e neanche era necessario che fosse contraccambiato. Era amore e basta.
Nel tempo di mezzo lei aveva conosciuto l’amore, quello che lei avrebbe voluto per sè stessa ma che invece era felice di dare, resistuito forse da quello sguardo divertito e dolce, che la ripagava di ogni lacrima e di ogni piccola o grande apprensione.
C’era stato un prima, poi la terra di mezzo, ed ora il poi che le consentiva di godere di un tramonto sfolgorante, senza avere rimpianti. Era accaduto tutto lì nel suo centro, in un tempo che non era giovinezza, ma una cosa che non sapeva spiegare, dove lei era donna in modo diverso da tutto l’altro tempo. Finalmente era donna in modo quieto ed inestimabile. Nessuno a pretendere da lei se non quello che gli aspettava, immenso amore e cura, un gesto naturale e senza platealità. Lei allora sì che si era sentita una regina.

Londra per dimenticare

In Amici, amore, La leggerezza della gioventù, musica, personale on 3 giugno 2012 at 0:27

Avevamo deciso di partire per dimenticare. Le nostre ragioni erano diverse, ma tutto sommato anche piuttosto simili: eccesso di amore.
Vincenzo si era lasciato con Angela, Sandro aveva dovuto lasciar partire la sua piccola per un paese lontano e io…. beh io volevo lasciare un uomo troppo… troppo e basta. Quindi Londra con quel suo bagaglio di musica e moda che ormai non ha più. Glocester Road, ricordo pure il numero… una vecchia pensione con poche stanze e giovani di tutte le nazionalità, noi in più avevamo la chitarra… quella che non avevamo permesso che fosse imbarcata con i bagagli. Sandro si era opposto sgranando i suoi occhioni più fascinosi e quel sorriso disarmante: “No, non posso farne senza…” e l’hostess capitolò. Lui sapeva come fare a convincere, per lui non era mai stato un problema. Soldi pochi… anche meno, ricordi tanti, sempre più faticosi.
Vincenzo parlava di Angela, era finita da troppo poco, non riusciva ancora a non parlarne… e ci raccontava cosa avevano fatto e cosa avevano detto e come le cose erano cambiate… io e Sandro già più sfiancati stavamo zitti… Londra per dimenticare e quindi facciamolo.
La stanza era per tre, come stare separati? Un letto doppio e uno singolo da giocarsi con una conta e alla fine democraticamente suddiviso in parti uguali sia il doppio che il singolo, tre notti con Vincenzo, tre notti con Sandro e tre notti da sola, ci era sembrata la soluzione migliore e forse lo era. Un sandwich a mezzogiorno e una scappata al ristorantino greco alla sera, economico, ma la migliore tarama che avrei mai mangiato nel mio futuro. Nel tempo libero a suonare la chitarra per le scale della pensione, tutti i ragazzi seduti sui gradini, nessuna necessità di parlare una lingua comune, bastava la musica.
Ed era la sua voce a dominare tutto, le sue canzoni, quell’inglese di assoluta invenzione, si andava ad orecchio, si bluffava in buona fede, nessuno aveva da ridire, era bello così, era assolutamente perfetto.
Già lo sapevamo che nessuno ci avrebbe allontanato, lo facevamo anche a casa, seduti sui gradini di un ponte a suonare lungo tutta la notte, nemmeno chi doveva dormire si lagnava e poi il padrone della pizzeria che cucinava tutto le palle della pasta di pizza avanzate e ce le offriva assieme ad una birra fresca. Poi a chiaccherare fino alle prime luci dell’alba: “ti accompagno” e adesso “ti accompagno io” avanti e indietro come ubriachi che non vogliono rincasare. A quel tempo ce la facevo, tornavo per farmi una doccia e per cambiarmi e poi andavo a lavorare, come se niente fosse… quando si è giovani anche dormire è una perdita di tempo.
E Londra ci sembrava un buon posto per dimenticare, con i suoi pubs e tutti quei giovani alla ricerca di sé stessi e di un luogo dove appoggiarsi e parlare. La voce di Rod Stewart su tutto, e quella di Sandro, l’ultimo colpo basso anche al suo funerale. Troppo… troppo da sopportare.
Probabilmente neanche allora eravamo facili a dimenticare, come non lo siamo nemmeno oggi. Ricordo come avevi ringraziato l’hostess che ti aveva versato addosso il caffè bollente, forse era più carina delle altre o forse era solo che ti veniva meglio fare il flemmatico uomo inglese. Ma quel viaggio erano stato un viaggio strano pieno di fughe improvvise e di passeggiate solitarie nei parchi cittadini, dovevamo fare i conti con le nostre storie, mentre in un freddo ferragosto cercavamo di ricomporre le nostre vite.
“Sandro… dormi?” “Sì” rispondevi e io mi giravo dall’altra parte. Vincenzo dal suo letto rispondeva: “Non credergli, racconta balle…” ed eravamo certi… sicuri di non essere soli al mondo nel buoio della notte londinese. La mattina Sandro mi diceva che io di notte piangevo come un gattino abbandonato, ma io non gli ho mai creduto e se era vero io non lo saprò mai. Vincenzo invece ronfava un po’, ma delicatamente, lui sì sembrava un gatto in procinto di fare le fusa. Osservazioni delicate e tenere per gente in convalescenza.
No non abbiamo dimenticato nulla, nemmeno i nostri problemi, nemmeno la musica o le parole, o i giardini stranamente coronati di fiori e le vecchie signore a passeggio e le ragazzine con le minigonne, i nomi dei pubs e delle strade e il termosifone acceso e tutti i vestiti a cipolla per ripararci dal clima inclemente e Baker Street e Rigent’s Park e il Pink Pork… e il Silver Jubilee e le foto della regina su tutte le tazze e sui biscottini… inutile, malgrado tutti gli sforzi che avevamo fatto, la prima volta a Londra non si poteva e non si può dimenticare.
Me l’hai ripetuto pure qualche anno fa cosa aveva significato per te quel viaggio, ma io non ti credevo allora e non ti ho creduto nemmeno ora, tanto tra amici si può fare ed è più semplice così, solo in questo modo si può sopportare la distanza e l’abbandono ed io intanto ho imparato a piangere come un gattino, ma in silenzio.

L’amore al tempo di Facebook

In Amici, amore, Anomalie, Ironia on 21 novembre 2011 at 18:11

Vi siete accorti che la nostra vita, almeno per buona parte di noi, non la parte migliore perchè questo non è detto, ma una grossa parte, è scandita dai contatti Facebook?
Se devo essere sincera alcuni amici, molto cari, li ho conosciuti pure io in rete, attraverso un altro social net, ma erano altri tempi, tempi preistorici, e poi quello era un luogo dove ci si “sortiva” per il contenuto di quello che si postava, a volte anche lunghe dissertazioni su una breve frase, su temi importanti e decisivi, mai sui piccoli accadimenti e pensierini quotidiani, che tutto sommato di importanza ne hanno molto poca.
Per carità io non ho nulla contro FB, se non altro perchè, proprio qui ho ritrovato il mio fidanzatino della gioventù che è diventato, a tutto titolo, il mio compagno della vecchiaia. Certo sarebbe stato difficile ricontattarci in un altro modo, perchè stavamo in due città diverse, ma sai com’è, il destino scrive storie che non si immaginerebbero mai.
Ma non è della mia storia che voglio parlare, anche perchè è già di per sè così strana, che non può essere usata come denominatore comune per le altre. Voglio invece parlare di tutte le storie che si intrecciano in questo luogo di “perdizione” e di tutti gli amori che nascono e che muoiono, delle amicizie che fioriscono e che vengono recise rapidamente e della vita che si dipana tra uno scritto ed un altro.
Parliamo degli annunci del mattino: “Sto a letto oppure mi alzo mi faccio il caffè e poi torno a letto?” “Affanc… chi ha inventato il lavoro, se lo becco….” oppure la cattiveria dell’ora di pranzo: “Oggi fagioli, salsicce e polenza e pure un’aggiunta di funghi che male non fa…” e io lì a cogitare e soffrire sulla minestrina dietetica.
Alla sera un bel “buona notte e sogni d’oro“, oppure “‘notte me ne vado a cuccare“, “ciao a tutti ci si vede domani” e mille altri modi per lasciare la scena.
E tutto questo non è poi così innocuo, come sembra. Lo spunto me l’ha dato una cara amica che oggi sempre su FB, visto che abitiamo a una trentina di km. di distanza, mi raccontava di essere stata mollata (sempre nello stesso luogo) in diretta dal moroso incontrato sempre lì che l’ha cambiata con un’altra frequentatrice assidua del suo profilo.
Cosa tragica se non fosse che, uno così, per l’alto valore che ha, si dovrebbe poter cambiare subito con un altro profilo qualsiasi di FB, senza piangerci sopra nemmeno una lacrima.
E’ probabile che la prossima volta, la mia amica, si fiderà molto meno di una conoscenza fatta, maturata e disillusa proprio su questo grande libro faccia, che ha dei pregi sicuramente, come per esempio aiutare chi è solo, a sentirsi parte di un grande mondo attivo e bisbigliante, ma a pensarci bene però, è comunque un mondo illusorio, un grande specchio dove ci si riflette e dove le nostre paure lasciano il passo ad un po’ di tracotanza.
Un amico poi l’ha fatta ancora più grossa. Bazzicava su FB parlando di politica, ed era bello sentirlo parlare, sia per le idee che per la sua cultura. Io sono sua amica, mica virtualmente, lui lo conosco davvero e pure tutta la sua bella famiglia.
Poi da un giorno all’altro ha preso a parlare in poesia, di amore di quello vero con la A maiuscola.
La cosa mi era parsa strana e a dir la verità mi aveva pure preoccupato, non perchè lui parlasse d’amore, ma perchè non sproloquiava più sul nostro ex primo ministro. Un giorno gli ho chiesto se aveva problemi col lavoro, anche se in genere questo tipo di problemi non ti fa vaneggiare in versi, tutt’al più sacramentare in volgare ed in effetti i problemi non stavano lì. Si era innamorato e aveva lasciato la famiglia per una nuova lei conosciuta in rete ma di un’altra regione molto più a sud.
Non voglio giudicare i sentimenti umani nemmeno le situazioni che si formano e che si disfano sotto l’effetto delle illusioni, magari a volte si azzecca meglio così, che dopo un fidanzamento così lungo da chiamarsi ormai d’argento come ci raccontava Faber nel suo Matrimoni per amore.
Insomma sul libro delle facce le situazioni sentimentali si alternano: impegnata/o con…., sposata/o con…., single, situazione difficile-tumultuosa-terremotata-decostruttiva e così via, tanto che a volte una si accorge di essere mollata proprio lì dove c’era il suo nome e poi non c’è più.
La cosa che mi sembra ancora più strana e che non ci si trova più nel posto di lavoro, all’università, oppure sul tram, oggi il modo più usato per incontrarsi è nascondersi dietro quella “fotina” dell’attrice tutta curve oppure dietro il carapace del tronista di turno. Che poi alla fine è una bella fatica mettere assieme la realtà con l’immaginazione, possibile che tutti i fighi e le bellocce viaggino via internet? E possibile che poi se appena appena riesci a rimediare un incontro ti venga poi, ad affrontare la realtà, il latte alle ginocchia? Mai nessuno che risponda alla domanda: “Come sei? Perchè dalla foto non è che ti si veda benissimo…” risposta “Eh no caro mio, levati tutte le illusioni, io so’ tutta n’antra cosa!” Facendo sì che invece di pensare che si ha a che fare con uno sgorbio di natura, si pensi inevitabilmente che l’angelo che pensi di avere di fronte, qualche volta nelle foto non esce proprio un gran che bene.
Ma questo è il tempo dell’amore su Facebook e dopo aver digitato l’account troverete scritto in caratteri cubitali: “lasciate ogni speranza o voi che entrate” si sa come si entra, ma di certo non si sa come si esce :-).

Dio esiste? Non lo so! Spero di sì, ma credo di no.

In uomini on 8 dicembre 2010 at 2:06

L’albero dei pensieri

Una volta, ormai molto tempo fa, prima che mi venisse la strana idea di avere un blog, anzi due, frequentavo assiduamente il socialnet OkNotizie. Niente di speciale. Un’occhiata e pescavo le notizie che mi interessavano o per argomento, o per come venivano presentate. Molto spesso sceglievo quelle dei blogger che mi piacevano di più. In quel luogo virtuale, ho fatto amicizia con molte delle persone più amabili che annovero oggi tra i miei amici assidui. Con alcuni ci telefoniamo spesso o ci si incontra su Facebook per uno scambio veloce di notizie. Una volta all’anno ci si incontra in un grande meeting, due o tre giorni da qualche parte, molto spesso a casa mia.
Questo per dire che invece con Alberto non ho mai potuto fare la sua conoscenza diretta. La cosa non era strana per me, visto che il sospetto che avevo si era fatto certezza. Lui ai raduni non ci poteva venire perché era un prete. Sinceramente credo che ci abbia invidiato terribilmente perché le sue serate dovevano essere vuote se perdeva le sue ore di sonno a scambiare con noi le sue opinioni attorno allo scibile umano e non. Una grande mente e una straordinaria cultura, che si era agganciata al nostro gruppo di ragazze irriverenti e agnostiche. Attorno a questa proposta di discussione ci passammo settimane a provocarci e a scherzare, a scambiare umori e considerazioni. Infiniti commenti sulle scritture e sui pensatori di ogni tempo, ma anche solo su emozioni e fatti del giorno.
Col tempo ho abbandonato questo socialnet che stava diventando ricettacolo di trolls. Così ho perduto Alberto e le nostre “insensate” chiacchierate notturne. Poi seppi del suo blog e del suo ritiro in spazi più contenuti. Forse anche lui era arrivato al capolinea. Ma ora, malgrado i tempi bui e le istituzioni ecclesiastiche così poco invitanti, ogni discussione sull’argomento langue. Forse sento la sua mancanza perché non ho più nessuno da provocare e forse ho anche nostalgia del suo poetare così immediato e popolare. Qualche volta penso che sarebbe stato uno di noi : intelligente e piacevole, non importa se affascinante o meno. Molto spesso la Chiesa ruba delle risorse e delle buone menti al genere umano. 😉

Il sabato pomeriggio

In amore, Donne on 14 ottobre 2010 at 15:59

Un sabato pomeriggio dopo L’Addio.
Fine settimana. Finalmente niente impegni di lavoro, solo qualche faccenda in casa. Solita solfa. Da quando sono sola non esco nemmeno per andare al mercato. Che ci vado a fare? Tanto per metter su qualcosa per la cena, basta una corsa al supermercato, quattro cose in croce. A mangiar da sola ci perdo pure la voglia. E pensare che sono sempre stata di appetito. Tutti mi guardavano con gli occhi fuori dalla testa. “Ma quanto mangi?” e io ci pensavo e mi rendevo conto che ero un pozzo senza fine, ma mi pareva normale. A casa mia tutti mangiavano così e nessuno ingrassava. Un metabolismo veloce. Invece mio marito mi diceva… beh, mio marito… a dir la verità non lo è più, quindi dovrei dire il mio ex marito, pertanto le cose dette da un ex marito non fanno testo.
Però è dura il sabato. La domenica magari no. Esco e vado in chiesa dove trovo quelli che conosco, si fa un po’ di chiacchiere, tanto per far suonare mezzogiorno e poi torno a casa che tra lo stiro, la TV e la visita a mia madre, mi passa veloce. Ma il sabato… se poi pensi che hai davanti la domenica, tutto fa ansia.
Magari stasera chiama Martina. Lei e la sua mania del risparmio… e io intanto aspetto attaccata al pc, che poi aspettare è la cosa che mi viene meglio. Almeno il sabato. A volte penso che potrei chiamare Carlo, ma non saprei che dirgli. Una scusa qualsiasi. Dargli le foto. Me le aveva chieste. Magari gli fa piacere. Ma poi perché dovrei dargli le cose mie, in fin dei conti lui non ha più nessun diritto. L’ho eliminato dalla mia vita. Se ne è andato… beh! insomma sono stata io che… non ne potevo più, ma era per colpa sua. Come si fa a vivere con un uomo che pretende la tua attenzione, come quando si era ragazzi. Le cose cambiano. Io avevo i miei impegni. E poi è finita che non si è più fatto vivo. E io che gli ho regalato la mia gioventù. Io che ho fatto crescere Martina. Io che ho pensato a prendere questa casa. A fare risparmi. Lui senza il minimo amor proprio. Sempre lì a guardarci come se fossimo bestie rare e a ruminare i suoi pensieri.
Mi domando come ha fatto a sopravvivere senza di noi? Non ci avrei investito un soldo bucato. Mi sarei aspettata che tornasse a pregarmi in ginocchio. Eppure da quando è uscito dalla porta non si è più fatto vedere. Bell’amore che millantava per noi. Lontano dagli occhi… lontano dal cuore. Certo qualche volta lo vedo. Mi saluta in quel suo modo falsamente gentile. Ha sempre finto di essere gentile, da dare la nausea. Ma non si ferma mai a parlare con me. Che avrà da fare in giro. Quando stava qui, non si muoveva mai. Sembra che si sia scordato di noi.
Beh! Martina ormai vive fuori. A me sicuramente non pensa più. Mi sembra di essere diventata trasparente. Martina mi ha detto che si vede con un’altra. All’inizio non ci potevo credere. Non era cosa da lui. Troppo abitudinario, troppo scontento, troppo esigente con la sua famiglia. Perché qualsiasi cosa faccia siamo noi la sua famiglia. Lo siamo sempre stata. Insomma alla famiglia non si rinuncia mai, guarda cosa faccio io per la mia. Giusto amore filiale e fraterno.
Comunque un giorno l’ho pure vista, che a guardarla mica ho capito cosa ci trovasse in lei. Camminavano mano nella mano per la strada, neanche fossero due ragazzini. Noi non lo facevamo mai, ci sembrava di essere ridicoli. e avevamo anche un’altra età. Ridevano. Di cosa poi? Cosa c’è da ridere a sessant’anni? Lavoro, stanchezza, tristezza e vecchiaia. Ecco cosa c’è. Ho visto pure che lui era ingrassato. Ma era vestito in un modo che con me non si sarebbe mai permesso. Sotto sotto mi sono sembrati più che ridicoli. Lei non è per niente bella, anzi, è dozzinale, chissà che ci trova in quella donna. Solita superficialità maschile, lui è il classico tipo che aveva giurato di amarmi, al di là del tempo e delle traversie e io ci avevo pure creduto. Io avevo creduto che la mia famiglia sarebbe stata per sempre, anche se fossimo stati separati. Comunque. Di questo ero certa, ma è bastato poco…
Gli uomini non sanno sacrificarsi mai. Hanno uno strano concetto di famiglia. Pensano solo a loro stessi. Me l’ha detto pure mia sorella: “Ma che te ne fai tu di un uomo simile”. Lui mi diceva che un uomo ha le sue esigenze, e che avrei dovuto averle pure io. Ma ormai è passato il tempo delle esigenze. perché non starcene tranquilli in famiglia? Tanto, se era per lui, avremmo dovuto chiuderci in camera e fare all’amore anche quando Martina dormiva nell’altra stanza. Vero che da Martina non ci siamo mai separati, ma quando era una bambina, se ci avesse sentiti come avremmo potuto spiegarle? E poi da grande avrebbe anche peggio. Ma adesso che non c’è…. A lui queste cose sembravano sciocchezze. Ah! gli uomini… D’altra parte non mi interessava più passare il tempo con lui. Mi chiedeva troppo impegno, troppa attenzione. In fin dei conti una donna ha ben altro da fare: il lavoro, i figli, i genitori anziani e i parenti e poi la casa… Che poi oggi è anche troppo grande. Martina che vive lontano e lui che vive con un’altra. Chissà come ha fatto a incontrarla. La mia vicina mi ha detto che li hanno visti pure a teatro e che ha saputo che viaggiano molto all’estero. Ma quando mai?
Noi siamo stati solo a Parigi per il viaggio di nozze. A lui viaggiare non piace e poi con la bambina piccola mica si può viaggiare. E poi c’era la scuola e dopo ancora ci sono gli impegni famigliari. Fosse venuto mai con me, alla domenica, quando andavo a curare mia madre. D’accordo a lui non era simpatica, tanto meno era simpatico lui a lei, ma almeno per accompagnarmi. Così passavo tutte le domeniche da sola. Tanto che lei, mia madre, si è abituata a non vederlo e non mi ha più chiesto dov’era finito e io non gli ho mai detto che ci siamo divorziati. Sì, perché questo l’ha voluto lui.
Chissà che se ne fa del divorzio, non vorrà mica sposare quella? Che poi non mi sembra il suo tipo. Quella c’ha una faccia che il lavoro non sa nemmeno cos’è. Ma non sarà che lo fa per interesse? Per rubargli i soldi? Beh! questo non è possibile, con lo stipendio da miseria che ha lui. Ovvio per un uomo senza ambizioni. Anche su questo ho fatto le mie belle lotte. Ma lui è refrattario agli impegni, si perderebbe tra libri e musica , ad oziare… con tutto quello che c’era da fare. Se non avesse avuto me a guidarlo. Mai che abbia pensato di ridipingere la casa o a fare quello che fa in casa generalmente un uomo. Avrebbe vissuto d’arte e d’amore, se non fosse che io c’ho la testa sulle spalle. E alla fine era tutta una battaglia. Non c’era più niente dal salvare. Possibile che non sapesse adattarsi al fatto che era invecchiato e che io non avessi più la pazienza di stare a ragionarci…?
Quant’è lungo il sabato pomeriggio. Potrei uscire e sedermi al bar per prendere un caffè e chiacchierare un po’ con le cameriere e se poi lui passa e mi vede da sola? Non mi va di dargli questa soddisfazione. Magari pensa che non posso vivere senza di lui quando invece è il contrario. Se l’ho mandato fuori di casa una ragione c’era, anche se adesso non la ricordo bene, ma ha a che vedere con il fatto che lui non si è mai adeguato E’ lui che deve tornare con la coda tra le gambe, e mi deve dire che avevo ragione. Sarà orgoglio il mio, ma… è stato lui che non si è adattato. Non si può vivere lontano dalla famiglia, perché la famiglia è tutto. Ci si potrà pure adattare e sacrificare per questa benedetta famiglia. Altrimenti che razza di famiglia è… ma che razza di famiglia è, dico io?
Ed è sabato pomeriggio di un giorno di sole.

L’addio

In Amici, amore on 13 ottobre 2010 at 8:30

Allora… non lo sapevo che avevo un appuntamento. Un appuntamento con il destino. Con la mia favola. Ci eravamo lasciati troppo tempo fa. E troppo di fretta. Per lettera. Senza il tempo di una parola in più. L’addio di due ragazzi che cercano la loro strada. Poi un’intera vita era passata. Tanto tempo non era bastato a cancellare nulla. Tutto era rimasto dolorosamente (o meno) nitido.
Cartone telato con dipinto un castello sullo sfondo e faccie urlanti in primo piano.
Quando sono uscito da quella porta avrei voluto chiedere il perché. Una ragione. Magari una fantasiosa giustificazione. Pura curiosità. Ma sapevo che lei aveva mille risposte e nessuna. In fondo era finita da fin troppo tempo. Fossi uscito per mia decisione avrei avuto il 99% delle ragioni, mi sono detto. Ne sono ancora convinto. Invece è stata lei ad invitarmi ad andare. A mostrarmi la porta. E non era lì a salutarmi, le sarebbe stato troppo doloroso e difficile. Mi aveva solo chiamato al telefono. Si era preoccupata per me. Come stessi partendo per una vacanza. Una vacanza senza di lei.
Le ragioni? Forse ce n’erano fin troppe. Non una sola. Cioè forse ne avrei avute fin troppe. Non ho pudore a dirlo. Ciò che mi dà pudore è quando parlo di intimità che riguardano altri. Come in questo caso la mia compagna. La verità è che non ci ho capito molto. Anzi quasi nulla. Credo che lei ci abbia capito meno. E’ stata, la fine, come fosse un colpo di testa. Un capriccio. Come se volesse dirmi: Beh! stasera mi va di uscire da sola. Non aveva mai avuto bisogno del mio permesso. Non sono mai stato io a concedere la sua libertà. Né a limitarla. Lei era completamente padrona di sé. Lo era sempre stata. Che poi io penso in più che la libertà non si chiede né si mendica. Se è limitata allora… la si conquista. Non è certo questo il punto.
Ma perché ne parlo? La storia è finita. Definitivamente finita. Non ho ferite ne nessun rimpianto. Passata quella porta, come detto, mi son sentito libero. Finalmente insolitamente liberato. Non l’avevo chiesto ma mi son sentito libero. Ho ingoiato un respiro profondo. E l’aria mi sembrava leggera e riempiva i miei polmoni come non aveva mai fatto. Mi potevo rimproverare qualcosa? Sicuramente. Mi sembrava e mi sembra solo piccole cose. Solo una importante: che non avevo potuto ammettere che era finita da quindici anni. Ero rimasto per nostra figlia. Per stupidità. Per affetto. Per le sue preghiere. Forse anche per un po’ di vigliaccheria. Non avevo visto perché non avevo voluto vedere. Non c’era un altro uomo. Non so se c’è mai stato. Non c’era un’altra donna. Questo lo so per certo. Non c’era mai stata. Non ne sono capace. Non ho mai tradito. Non mi affascina quel tipo di avventura. Per un’altra donna. Non ho mai amato una donna impegnata. Non ne vado fiero. Non mi sento stupido. Semplicemente sono così.
Avrei preferito farlo in una giornata di pioggia. Non ho potuto scegliere nemmeno l’ora. Ma come si dice: sono uscito in modo civile. Voglio dire… Ci siamo comportati entrambi in modo civile. Erano da tempo finiti i tempi delle urla, delle grandi litigate, dei conflitti e dei rimproveri. C’era solo il niente. La figlia ormai grande. Interessi comuni ne abbiamo sempre avuti pochi. Certo quello che lasciavo era più di quello che chiedevo di portare con me. Semplicemente mi sentivo sconfitto. Sconfitto perché ci avevo investito tutto. Sconfitto perché ci avevo immaginati già vecchi. Vecchi e solidali. Chetati. Sconfitto perché ci avevo provato fino a sfiorare la pazzia. Avevo cercato di riaccendere quel fuoco. Avevo cercato di salvare almeno quel niente. Pensavo, allora, che l’amore si conquista ogni giorno, e ogni giorno si costruisce. Che un rapporto è fatto di pazienza e fatica. Che stare assieme nasce dalla volontà di stare assieme. Ma ormai uscivo da un lungo viaggio attraverso la notte. Cosa potevo portare con me se non i ricordi dei giorni belli e di quando eravamo giovani e convinti che assieme saremmo sempre stati felici?
La guardo esterrefatto. “Possiamo restare amici. Vederci ogni sabato e la domenica a pranzo. Magari”… Allora è vero che sto sognando. Che è una scampagnata. Una burla. Strano. Io non né ho di problemi. Indietro non torno ma su me può ancora contare. Sa che non ha nemmeno bisogno di farmelo dire. Più di trent’anni sono un sacco di tempo. Mi sembrano tutta una vita. Allora perché al telefono è così scortese. Perché mi fa storie anche per darmi lo spazzolino. Il mio rasoio. Che se ne fa se non ha mai avuto la barba? I conti non tornano. Ma non sono tipo da voler capire sempre. Né tutto. Certo devo lasciare una casa ancora mia.
Devo adattarmi; io. Un micromini in affitto. Una sistemazione provvisoria. In attesa di non so cosa. E di sistemarmi meglio. In fondo mi ha dato tutto. Tutto quello che poteva darmi. I suoi anni più belli. Un sacco di bei ricordi. Restano questi la mia compagnia. E non sento di aver abbastanza da rimproverarle. Avrei bisogno di un bicchiere di vino per un po’ di colore, per fingere la mia consueta allegria.
In bagno non c’è lo scopino. Cerco di sistemare un paio di porte dell’armadio che stanno su per abitudine. Senza nessuna fretta che avanzi la notte. Poi prendo l’elenco telefonico per leggere qualcosa. La televisione non mi va e nella neve si vedono appena figure indistinte. La notte è un ammasso di neri con una luna assassina. Il silenzio sembra fatto di pietra e uova marce. Si rompe il cellulare. Tagliato completamente fuori imparo cosa vuole dire essere veramente solo. Solo con il sospetto che non basti l’amore. Che non basti l’amore nemmeno per salvare l’amore; una coppia. Non c’è nulla da ricominciare. Come se fossimo semplicemente vittime di niente.

La sconfitta

In amore, Donne, uomini on 23 luglio 2010 at 14:22

Mentre le cose succedevano non si era accorto di invecchiare. Capita sempre così: la battaglia ti rende vivo, ti fa pensare che hai molto tempo davanti per risolvere quel problema. Ogni giorno hai qualcosa per cui vivere. Ed era stato così per tantissimi anni. Quanti? Più di trenta. Ma era sbagliato vederla da quel punto di vista, se non proprio sbagliato almeno non era corretto. C’era stati anni in cui tutto era stato bello e se non proprio bello, almeno piacevole. Quanti anni? Almeno una quindicina. Che strano modo di pensare al passato, si sentiva come il contabile della sua vita. Era certo, comunque, che la colpa maggiore fosse sua. Del suo pessimo carattere. Sì, certo, aveva cercato da sempre di essere un uomo migliore. Aveva fatto della coerenza e della responsabilità il suo credo. Aveva anche provato ad assecondare le necessità degli altri, ma alla fine che cosa era rimasto? Un bel niente. Non era valso nemmeno a potersi scambiare un semplice grazie e arrivederci.
Sì d’accordo il matrimonio è una cosa seria. Dovrebbe durare per sempre se le persone fossero disposte a collaborare. Ci si dovrebbe voler bene, magari anche solo come fratello e sorella, ci si potrebbe adattare. Ma allora perché non era stato possibile? Perché malgrado i suoi tentativi, malgrado sapesse quali fossero i possibili errori, era finito in quelle discussioni senza fine?
Lo dicono in tv che le separazioni si moltiplicano più il tempo passa, non è difficile capire che alla fine non ci si sopporta più. Eppure si era attrezzato per avere una pazienza infinita, si ero proposto di non farsi provocare e di accettare, se possibile, tutte le condizioni che lei avesse posto. Ed invece no, non ce l’aveva fatta. Aveva sbottato, forse anche aveva trasceso, questo non se lo ricordava bene, e lei aveva detto “Basta!” Ecco, un semplice basta e si era trovato fuori. Lei non aveva avuto neanche la pazienza di fargli trovare una sistemazione dignitosa. Fuori voleva dire fuori subito e a lui non era restato che accettare.
Aveva trovato quell’afoso appartamentino sgangherato. Niente che appartenesse alla loro vecchia vita: mobili tristi, utensili sbeccati, un caldo atroce. Sapeva di doversi accontentare, anzi doveva dire grazie all’amico che glielo aveva fatto affittare in un tempo così minimo. Ma la cosa più dura e difficile da affrontare era quella vita passata piena zeppa di ricordi e quella vuota vita nuova, senza prospettive, senza il più piccolo sogno a fare compagnia.
Era entrato quella mattina con due valigie piene dei suoi vecchi abiti. Per fortuna non doveva andare a lavorare ancora per qualche giorno e avrebbe avuto il tempo di sistemarsi alla meno peggio. Nell’appartamento il frigorifero ronzava in modo assurdo e il rumore del traffico faceva da sfondo. Nella piccola cucina c’era odore di chiuso e di vecchio, ma non aveva voglia di aprire la finestra. Voleva solo sdraiarsi a letto per mettere ordine nei pensieri, ma il caldo era atroce, levava il fiato. Appoggiò le valigie a terra vicino alla porta, e si stese sul vecchio copriletto scolorito messo sopra quel letto sconosciuto.
Una mosca stanca girava pigramente attorno a quello stupido orrido lampadario. Questa sarebbe stata la sua nuova vita e attorno a quel pensiero si era posizionato il vuoto. Ma perché era andata a finire così? Perché non aveva voluto accettare le condizioni che lei aveva proposto? In fin dei conti bastava fregarsene. Bastava mantenere in piedi quel tran tran famigliare, senza pretese, senza slanci. Lei avrebbe avuto il suo lavoro e i suoi impegni, lui avrebbe avuto la tv, le partite di calcio, gli impegni del suo lavoro. Bastava fingere che niente era cambiato. Cosa gli sarebbe costato fingere? Niente. Si trattava solo di rinunciare agli entusiasmi che ormai erano un ricordo lontano, alla passione che, se c’era stata, ora aveva lasciato solo una cenere sottile, quasi impalpabile. Bastava adeguarsi alla monotonia di tutti i giorni. Ed invece no! Ogni giorno uno scontro, una battaglia, senza la consolazione di una resa ristoratrice. Le parole dure e senza appello che si erano scagliati, ogni giorno della loro vita, ogni momento in cui si dovevano incontrare, per forza.
Eppure lei era una brava donna, una che faceva il suo lavoro con dedizione e cuore, una che si occupava degli altri con abnegazione, sempre, anche troppo. Perché non aveva avuto desiderio di occuparsi di lui? Lui aveva provato tutto. Le aveva preso i fiori anche se non era il suo compleanno. Aveva tentato di sussurrarle nel buio le parole della loro passione, ma quasi sempre lei era già addormentata o fingeva di non sentire. In fin dei conti io sono un uomo, si diceva. Ma niente era servito. Lei viveva un’altra vita e ora lei era nella loro casa, tra le loro cose, forse stava stesa su quel divano che ora godeva tutto per sè. Forse aveva acceso il condizionatore e si godeva il fresco in quel pomeriggio infuocato. Forse aveva scelto quella donna perché era così concreta, forse proprio perché con lei si sentiva a casa. Ed ora era tutto perduto. Quella donna e pure la sua casa, forse più la sua casa che la sua donna. Ma che modo idiota di pensare, non era mai stato uomo attaccato alla proprietà, a lui sarebbe bastato poco, il resto lo tenesse pure lei, tutto sommato se lo meritava. Pensandoci bene non provava odio, nemmeno rabbia. Non è che considerasse quello che era successo con fatalismo, ma probabilmente era naturale che i rapporti si trasformassero e che chi non si adattava si trovasse “fuori”.
Pensò per un momento alla pagina bianca che era il suo futuro. Ma quale futuro? Era ormai troppo vecchio per avere un futuro. E non sarebbe stato meglio un sano futuro conosciuto e telecomandato? Ma che andava a pensare? Se negli ultimi quindici anni non si era adattato, l’avrebbe mai potuto fare? Certo che avere niente in cambio di tutto era davvero una bella conquista.
Si era levato i vestiti perché il calore glieli aveva fatti appiccicare al corpo ed erano tutti sgualciti. Chissà poi se c’era un ferro da stiro in quell’orribile appartamento? Si guardò il corpo nudo steso sul letto. Dio, come era smagrito! Si vedeva il bacino scheletrico, il pube svuotato e in fondo i piedi che sembravano enormi e poi quel pallore ammalato… era come un morto in prestito alla vita. Ma quale vita?
Un poco alla volta un incomprensibile gelo gli si annidò nelle viscere. Faceva un caldo africano eppure tremava come una foglia. Non era uomo che aveva dato spazio alla paura, se era per quello non sapeva neppure che odore avesse, ma la vista di quel corpo e il suo odore acido e sconfitto gliel’aveva fatta venire alla mente: ecco cos’è la paura, ecco, si disse, ora lo so com’è.
Chiuse con forza gli occhi, cercando di scacciare quei pensieri che si avvitavano in una spirale senza fine. Era spaventato come non mai e il vuoto che gli stava intorno lo teneva sospeso sopra un baratro di nulla, proprio per quello cercò con caparbietà nella sua mente, gli bastava trovare un piccolo, dolce, ricordo, un niente rassicurante che lo potesse tenere in vita. E, stranamente ed inaspettatamente, lo trovò.

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