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Bombe, fiori e parco giochi

In amore, Guerra, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 13 gennaio 2014 at 23:29

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Non siamo turisti per caso, andiamo davvero dove dobbiamo e vogliamo andare, e questo villaggio sta nei nostri cuori da molto: Bil’in. Chissà, forse perché è stato il primo villaggio della Cisgiordania che ha organizzato un comitato di resistenza non violenta e anche con discreti risultati. Quali? Beh, non un gran che, ma come si fa a non accontentarsi? Tra la cancellazione di parte del tuo villaggio o un muro spostato qualche metro più in là, e decisamente meglio la seconda opzione.
Il pullman ci fa scendere all’ingresso del paese, dopo che Luisa e il coordinatore del Comitato Abdallah Abu Rahmah, si sono smazzati, a spostare dei macigni che ostruivano la strada. Lì, proprio alla fine di quella strada c’è il “mausoleo” di Bassem, il gigante buono, ucciso da un candelotto lacrimogeno sparatogli direttamente addosso. E quelle bombe sonore e quei candelotti nascono come fiori nella terra di Palestina, come vere escrescenze di gomma e metallo, e allora perchè non trasformarle in contenitori per i fiori? Ci ha pensato la mamma di Bassem che ha creato un giardino di bossoli, un fiorellino per ogni bocca, un tentativo di rendere umano quello che umano non è. Ma il giardino ora è tutto distrutto, non sempre è colpa dell’occupazione, a volte anche la natura non ha pietà e sconvolge tutto con una tempesta di neve da ricordare a lungo.
Bil’in, nessuna indicazione sulla strada, ma una chiara indicazione nella nostra mente. Un muro invasore che distrugge ogni possibilità di sopportazione e di conciliazione. Anni di lotte e di manifestazioni, tanti feriti e qualche morto che non si possono dimenticare per una grande piccola vittoria legale che nasconde il muro dentro un avvallamento del terreno e che consente alla vista di spaziare ancora sulla propria terra rubata.
Scolliniamo ancora un poco e costeggiamo un parco giochi dei bambini, ordinato e vuoto delle voci dei piccoli, più che un luogo di divertimento uno sputo in faccia ai soldati che poco più lontano ci aspettano facendo capolino dal camminamento sul muro.
Quella terra riconquistata alla dignità dei palestinesi di Bil’in è una dimostrazione di orgoglio e volontà dei suoi abitanti. Non più una proprietà di terra ritornata al proprietario, bensì un bene utile alla comunità da proteggere e conservare proprio perchè appartiene a tutti.
Si prosegue lo scollinamento e il muro ci corre incontro, con un grigio ombroso e senza speranze che si ingoierà tra poco la luce pallida di questo sole invernale.
E i soldati ci guardano senza simpatia, comunicatore all’orecchio per avere consigli su come comportarsi. In fin dei conti si vede che siamo internazionali e siamo pure tanti, forse siamo pericolosi, ma non ora, non qui, parleremo a casa quando saremo tornati, e tutto sommato possono farci veramente poco, a parte cercare di spaventare i nostri giovani all’aereoporto prima che si imbarchino per tornare in Italia.
Costeggiamo il muro, tra fili spinati e bossoli sparati, fino ad un terrapieno oltre al quale si scopre che dal fondo del cratere di innalza una colonia di cemento e cemento, una dimostrazione di potenza e ovvietà, di cattivo gusto e di non amore per questa terra.
Guardo e mi rattristo, dove sono le colline di ulivi, i boschi di pini, le pecore al pascolo, le mucche e i cammelli? Sono le illusioni del mio immaginario oppure quelle foto le ho guardate davvero?
Il sole declina sempre più pallidamente e tristemente dietro al muro. Abbiamo solo il tempo di un’ultima foto e poi la luce si affievolisce veloce, con un ultimo riflesso sul macigno dove spicca il nome del villaggio scritto in rosso col colore del sangue dei suoi martiri. Bassem il gigante figlio buono di questa terra. Si parte scambiandoci gli ultimi saluti. Un po’ più distante in una casa palestinese hanno installato una mostra che ho chiamato con un nome triste, ma alquanto azzeccato: L’arte della guerra. L’artista ha raccolto tutti i “fiori metallici” del terreno del villaggio e li ha posati con geniale poesia nei suoi quadri. Inventiva e denuncia, ma la fantasia qui non ha potere, muore dietro ai muri e ai reticolati di un’occupazione violenta e disumana. Penso con un sorriso a Vittorio, lui sì che avrebbe trovato le parole giuste, lui sì che mi avrebbe fatto credere che restare umani è possibile sempre.
Mi manchi un sacco Vik e soprattutto qui in Palestina, mi manchi perchè non ho la tua stessa forza di essere coerente, ma imparerò….

Il senso delle donne per un bikini

In Mala tempora currunt on 5 luglio 2011 at 16:31

“Oggi mi sono comperata un bikini!” Al giorno d’oggi si possono prendere spendendo anche moderatamente. Ma con qualsiasi fisico, e a quasiasi prezzo, sempre bikini è. Comunque per molte donne il bikini è il modo migliore per essere ed esternare se stesse.
Ho amiche molto diverse tra loro. Certamente lo sono fisicamente, ma soprattutto è il carattere che incide di più sul loro aspetto ed è proprio dentro a un bikini che le modalità divergono.
Maria si è presa un bikini nero. La ragione è che non vuole troppo apparire. Certo che il suo pallore per contrasto, risalta molto di più. Era una vita che non ne prendeva uno. L’ultima volta era una ragazza e invece oggi è una donna, non più sposata, ma con due figli non più bambini. Mica che questo l’abbia cambiata molto fisicamente, solo che, il pallido sole del nord, non valeva minimamente la spesa di un costume da bagno. Adesso era tornata a casa. Adesso che si era rimpossessata della sua libertà, assieme al timore del suo significato, si doveva anche riprendere la sua femminilità e la voglia di progettare il suo futuro, che ad ogni buon conto non le sembrava così luminoso come avrebbe potuto essere. Quindi costume nero, niente di appariscente, ma molta voglia di sole. Comunque non voleva essere osservata, e non sapeva nemmeno se avrebbe avuto il coraggio di metterlo, quel costume, sulla sua candida pelle ormai troppo negata al sole del suo paese. Però, varrà niente un bikini, ma è bellissima la rivincita della sua pelle esposta al sole e delle aspettative dei benefici, se mai ce ne fossero stati, per il suo aspetto fisico e per il suo morale. In fin dei conti non l’aveva neppure pagato molto, anzi costava lo stesso prezzo di quello di sua figlia e pure la misura non era poi così diversa. Solo che lei si sentiva comunque vecchia, malgrado che il suo fisico fosse rimasto apparentemente quello di un tempo. Lei non avrebbe resistito… insomma non voleva leggere la stessa sentenza negli occhi degli uomini che l’avrebbero guardata. Quel bikini le pesava nella borsa neanche fosse stata un’incudine di ferro.
Lucilla si era comprato un bikini di un bel rosso corallo. Lei ne comperava uno tutti gli anni. Ci spendeva un piccolo capitale, ma lei per i bikini ci andava matta e se era per quello non badava a spese. D’altra parte il bikini è un’arma di grande seduzione, almeno di questo ne andava quasi sicura. Se una donna vuole piacere deve saper provocare con il suo modo di vestire, ma soprattutto con quello di spogliarsi. Beh anche il cervello aveva il suo bel fascino… però agli uomini…
Quel bikini era un sogno e le stava a pennello. Sì, gli uomini non capivano niente se di fronte al suo bel personale e a quel colore non davano di matto. Ma gli uomini sono stupidi, quasi sempre… Preferiscono le veline, le ochette senza cervello che poi in spiaggia si potrebbero chiamare le “paperelle” vista la presenza dell’acqua. Lei era certa che stavolta bucava la scena. D’altra parte lei era anche single e disponibile, che cosa stavano aspettando? S’era pure fatta fare quelle foto un po’ osé, maliziosette, aggiungici poi che a lei la testa non mancava, chi sarebbe stato capace di resisterle? Il bikini è il migliore amico delle donne, questo diceva sempre sua madre e lei ci credeva fermamente.
Mara si era presa un bikini colore del mare, ma da furbetta, aveva mirato al colore dei suoi occhi. Era di dimensioni ridotte, ma lei aveva ben poca ciccia da nascondere. Era rimasta quella di una volta, malgrado gli anni e i figli. Era bello pensare di essere ammirata ancora come lo era stata quando era una ragazza. Certo adesso il tempo e le gravidanze pesavano, ma per lei non erano un deterrente. Per piacere, piaceva di questo era certa. Che poi un bikini cosa vuoi che sia, grande o piccolo, colorato o tranquillo, l’importante era quello che sottintendeva. Si ricordava con languore le occhiate, in piscina, scambiate con quello sconosciuto: era stato un amplesso a distanza. Lei queste cose le sapeva solleticare senza che poi suo marito se ne accorgesse. Aveva provato un forte desiderio e un pizzicore che non provava da tempo. Era stato un attimo e già lei si era tolta il reggiseno lanciando uno sguardo malizioso verso l’oggetto della sua seduzione. Le era sembrato oppure l’aveva visto deglutire a vuoto? Beh più tardi si sarebbe alzata per andare al bar così almeno avrebbe verificato anche l’effetto del suo tanga. Essere ammirata era quasi più piacevole che essere toccata. E il bikini era una metafora del suo modo di vedere la vita. Ogni donna avrebbe dovuto provare quel brivido, ma solo lei lo sapeva assaporare con tanto gusto.
Dodi non trovava quasi mai un bikini che la contenesse tutta. Che poi chiamarlo bikini le pareva davvero ridicolo: sarebbe stato meglio chiamarlo tenda da campeggio. Aveva trovato al mercato uno che si faceva bello di una fantasia a fiori che si giocava la scena con chi voleva indossarlo. Maledetto bikini che figurava altrettanto male che un costume a pezzo intero. Tutto le stava piccolo, anche la pazienza e pure il coraggio di mostrarsi. Tanto sarebbe valso andare nuda, ci avrebbe fatto la stessa figura schifa. Quando si ha un fisico così si dovrebbe essere abbastanza ricche da permettersi una spiaggia privata, senza occhi indiscreti per vedere la balena spiaggiata. Forse forse avrebbe prevalso l’idea di prendere una bella forbice per tagliarlo a striscioline floreali, sicuramente si sarebbe divertita di più e ci avrebbe fatto miglior figura. “Odio i bikini e chi li ha inventati!” e con questo aveva detto tutto.

Io sono un albero, tu sei un albero, noi siamo alberi

In personale on 3 aprile 2011 at 12:50

E’ primavera,  finalmente! Ne avevo bisogno. L’inverno è stato lungo, freddo e piovoso. Soprattutto piovoso. E proprio l’anno che il condominio ha deciso di rifare il tetto. Praticamente ho dovuto convivere con pentole e catini distribuiti nelle posizioni strategiche. Sì, come avrete capito abito all’ultimo piano, sotto il tetto, che per buona parte del tempo era rimasto scoperto e senza possibilità di essere ulteriormente lavorato.
Eh sì, oggi sento la primavera nelle ossa. Gran bella sensazione. Mi direte, ma non vedi il sole fuori dalle finestre? No, non lo vedo perchè l’impalcatura me lo impedisce, vivo in casa con le luci accese. Ma dentro alle ossa ho un pizzicorino e i polmoni mi dicono: “Dai esci che c’è un’arietta nuova e profumata. Dai che il sole ti asciugherà tutte le intemperie che hai subito nella tua vita!…” Insomma mi sento un albero, pronto a fiorire. Per la verità ci ho pensato la settimana scorsa nella mia isoletta: mi sono accorta, con gioia, che ho alcuni alberi fioriti, Prugni selvatici vestiti di bianco, peschi di un rosa imperdibile e albicocchi pieni di bocci di un rosa intenso. Meli di colori vari che vanno dal rosso ad un bianco striato di rosa. Persino il ciliegio voleva essere della festa, anche se, per lui, pare, sia ancora troppo presto. Con preoccupazione guardavo il fico (che è un albero, mica quello che pensate 🙂 ) e il gelso, che è un disgraziato perchè fa foglie e succose more, proprio quando io non ci sono. Sembra farlo apposta e, anche, che sia geloso delle sue cose. Loro due se ne stavano ancora assonnati senza dare segni di vita. Ed io ero preoccupata che non avessero superato la cattiva stagione e che non avrei goduto, dal fico, di quei frutti deliziosi che mi fanno ingrassare, tutti gli anni di un chilo al giorno con zuccheri deliziosi.
Così ho pensato che oggi io mi sento un albero a primavera. Infiltrazioni dal tetto o no, tendo i miei rami al sole. Cosa c’è di meglio di quella sensazione che si prova coi primi raggi di sole che ti accarezzano il viso? Stai lì, col viso teso verso la luce, gli occhi chiusi ed un sorriso ebete sulle labbra. Sì, certo, mi nobilitano le ideuzze romantiche che girano per la testa, ma sempre sorriso ebete è.
Sì oggi sono un albicocco in fiore e scusate per il sorriso, non rende giustizia a quel po’ di intelligenza che credo di avere, ma, purtroppo oggi è così, non posso farne a meno :-).

Il nido delle aquile

In amore, La leggerezza della gioventù, personale on 29 marzo 2011 at 13:24

Non esiste un’età specifica per cui non si può più realizzare un vecchio sogno oppure non sarebbe più il caso di godersi un sogno che si è realizzato, in tempi meno avversi, con sudore e fatica.
Questo, ovviamente, lo dico per consolarmi. Ho realizzato un sogno, da lungo tempo inseguito quando ormai ero al limite delle mie forze, o almeno a quello che dovrebbe essere il confine tra l’entusiasmo e la forza giovanile e il bisogno di mollare della mezza età.
Insomma, ho realizzato il mio nido delle aquile. Ho creato il “mio” luogo dei pensieri e della rigenerazione e per far questo ho superato difficoltà e organizzato il caos più assoluto, andando contromano, mentre i parenti e gli amici mi consigliavano di dedicarmi ad altro meno impegnativo hobby.
Ma quell’isola, che avevo conosciuto nei miei vent’anni, era quanto di più scomodo, arduo, abbandonato e splendido che io avessi mai conosciuto. Ogni anno quando il sole cominciava a far sentire la sua forza, una sola immagine mi si parava davanti: l’azzurro profondo di quando riaprivo sott’acqua gli occhi dopo il tuffo in quel mare. E’ strano come alcuni piaceri si trasformino in allucinazioni che non ti abbandonano neppure quando tenti di disintossicarti.
Il mio posto era lì, in quell’isola. Solo lì io sapevo ripredere contatto con me stessa. Solo immersa in quella luce e in quel mare io comprendevo le vere dimensioni dei miei sogni. Ma se è facile sognare, molto spesso è impossibile realizzare anche uno solo di quei sogni. La vita era sempre stata una fatica dedicata a realizzare qualcosa per gli altri. Strano modo di vivere. Ma spesso è l’unico modo che ti è dato di vivere. Tutte le mie fatiche per avere un luogo dove stare con mio figlio, per dargli sicurezze, per farlo vivere senza l’ansia che io invece avevo sempre dovuto controllare. E questo avevo ottenuto. Un lavoro complicato e la possibilità di realizzare per contrasto una parte della nostra tranquillità. Eppure avevo l’isola nel cuore. Ogni tanto chiedevo: “C’è qualche buchetto in vendita per me?” Mi bastava una grottina piccola piccola con la vista su quel mare, niente di più. Ma la vista sul mare costa e io lo sapevo, e sapevo anche che costava più di quanto io avrei mai potuto permettermi. Così sognavo e guardandomi in giro restauravo ogni grotta ed ogni anfratto che incontravo e che mi suggeriva la possibilità di diventare quel “luogo”. Poi la cosa fu più strana ed imprevista di quello che si possa mai immaginare. Mi ero inerpicata sopra una montagna con un amico isolano che mi aveva condotto ad un rudere ingoiato da insuperabili intrecci di rovi. Avevo guardato una vecchia casa diroccata adagiata sopra grotte buie e inospitali. L’abbandono più totale. La dimenticanza più assoluta. Chi ne era padrone non voleva venderla, ma nemmeno si preoccupava di mantenerla in uno stato decente. Avere troppe proprietà e soldi crea a volte un’insensatezza che non comprendevo. Ma così era.
Mi innamorai subitaneamente e senza speranza, Mai avrei pensato, che dopo qualche anno, in un giorno di esasperazione lavorativa e solo a causa di una fuga onirica in un sito web, così tanto per riempirmi l’anima, l’ho incontrata negli annunci di un’agenzia immobiliare. Non è passato che un attimo, avevo visto la foto e l’avevo riconosciuta subito. Mi chiamava e mi diceva: “Eccomi, sono io! Mi hai trovata e non è un caso. Ora tocca a te.” Telefonai, contrattai, l’acquistai senza neanche vederla una seconda volta. Quelli dell’agenzia non capivano tutta la mia fretta, ma come avrei potuto spiegare che era il sogno della mia vita e che lo stavo realizzando?
Ecco, come incominciò l’avventura e come incominciarono i miei ulteriori guai. Sapevo quanto sarebbe stato tutto difficile, ma me l’aspettavo e giorno dopo giorno trovavo soluzione all’irrisolvibile.
Ora il mio nido delle aquile, è la casa più alta e irraggiungibile dell’isola, con una vista da illuminare gli occhi e i tramonti più belli di quella parte di mar Tirreno. Mi siedo lì, quando è tempo di vacanza. Riempio la mia piscina idromassaggio sulla terrazza più alta e mi immergo guardando verso l’orizzonte e verso l’isola gemella, quella che è il territorio di capre e palme nane. Penso che non c’è niente di meglio che stare lì abbracciata al mio compagno senza parlare di niente ad osservare con quanta grazia il sole tramonta sul mare. E’ davvero un sogno anche oggi che so di averlo saputo realizzare. Qualcuno mi dice che sono stata coraggiosa e capace, ma io so che tutto è nato da una necessità interiore, che assomiglia più che all’abilità, alla tossicità e all’assuefazione di una droga potente. Ora io mi rifugio lì, quando posso, nella mia “Isola che non c’è”,  questo è il  nome di quel nido, e come avrete capito: luogo dedito ai sogni e qualche volta alla loro realizzazione.

Vivere le favole

In La leggerezza della gioventù on 16 novembre 2010 at 5:00

Non ci si pensa mai quanta importanza possono avere le favole nella vita dei bambini. Non pensandoci, poi, si rischia di usare questi raccontini fantastici per giocare con loro. Per farci belli delle loro paure e dei loro stupori. Io ci sono stata sempre molto attenta. Sarà che da bambina ero molto ricettiva. Sarà che da grande mi venivano in mente i timori che la magia delle favole mi trasmetteva.
Così evitai di raccontare a mio figlio alcune favole ansiogene e anche di fargli vedere dei cartoni animati struggenti. Poi in verità se le sceglieva lui e me le faceva ripetere fino allo sfinimento. Tutto sommato, le sue scelte, erano affascinanti. Come se avesse un radar incorporato si dirigeva sempre su racconti, favole e cartoni animati che vedessero elevare la condizione miserevole ad una condizione migliore. Amava la favola “I musicanti di Brema”. Certamente partecipava alla sorte di quei poveri animali stremati che “uniti nella lotta” per la sopravvivenza riuscivano a sconfiggere i briganti odiosi. Per televisione faceva scorrere sempre il film animato “Robin Hood” di cui conosceva tutte le battute dall’inizio alla fine e, in età adolescente, con il suo primo gruppo musicale, aveva trasferito, in una cover, la canzone “Robin Hood e Little John van nella foresta…” a ritmo ska.
Ma la sua favola preferita era la storia di un personaggio mitologico che risponde al nome di Ulisse. Conoscendo a priori l’esito del suo viaggio (in quel momento mi sono guardata bene dal citare l’Inferno dantesco), che a parer suo era felice e non lasciava dubbi, poteva abbandonarsi con curiosità alle avventure, sapendo che nulla avrebbe potuto sconfiggerlo.
Mi guardai bene dal fargli vedere la tristissima storia di Bambi, la fantastica storia di Alice nel Paese delle Meraviglie (che mi ha sempre spaventata), e l’ho sempre tenuto distante dalle zuccherose favole che contemplavano la presenza di un Principe Azzurro rincoglionito.
Io non avevo nella mia infanzia narratori di favole. E forse era anche un bene, perché io le favole le vivevo sulla mia pelle. Avevo solo un fratello maggiore che tentava sempre di spaventarmi con racconti estremi. Ci trovava gusto a farmi piangere, proprio perché non ci riusciva quasi mai. Piangevo lacrime disperate solo di fronte alla morte, concetto difficile da accettare per un bambino. Piangevo la perdita di madri di carta e animaletti di parole. Odiavo la cattiveria sia che fosse umana che fantastica, tipo streghe o maghi indiavolati. Non sopportavo chi ingrassava i bambini per poi mangiarseli o chi abbandonava i figli nel bosco, nella speranza che fossero divorati o persi. Non credevo nei cacciatori che recuperavano dalla pancia dei lupi nonne e nipotine. Ero schifata dalle principesse senza personalità che avevano bisogno di baci o nozze con principi stucchevoli per redimersi l’esistenza. Insomma come credulona non ero un gran che e poi non reggevo nemmeno lo stress di certi racconti. Ancora oggi davanti ad un film di grande suspence, mi devo alzare per cercare qualcosa nel frigo, che non è detto si faccia trovare.
Uno dei racconti che mi facevano singhiozzare di più nella mia infanzia era la lettura del ritorno di Peter Pan alla casa dei genitori. La finestra chiusa che non permette al piccolo Peter di tornare tra le braccia della mamma, ormai già occupate dal nuovo fratellino. Ma che crudeltà! Non vi sembra una spietata vendetta per il peccato minimo di un ragazzino scapestrato? Non ci stavo allora, come non ci sto neppure ora. Le ingiustizie non le ho mai digerite.
Così per i miei piccoli ascoltatori, figlio e nipotine varie, ero una narratrice innovativa, evitavo tutto quello che mi aveva offeso nell’infanzia e inventavo storie di folletti irlandesi un poco matti, beoni e simpatici e di fantasmini irriverenti e ribelli che finivano sempre per spaventare i “cattivi” e pronti a fare comunella con i bambini. Ridere era l’imperativo. La fantasia scabinata e l’immaginazione al potere. Sovvertire il sistema delle favole che “dominano” i bambini con una nuova democrazia dei sogni. Insomma, per dirla in breve, non avrei mai letto, a nessuno, niente del Maghetto Harry e dei suoi amici. Mica è simpatico. Lo trovo triste e gotico come un castello sperduto nelle nebbie della brughiera inglese. Insomma accendiamo il sole nelle notti dei nostri figli. Sai quante meno volte ti capitano a letto con le scuse più strampalate. Se sai vivere le favole perché non scegliere le più belle ed edificanti. Ci sarà la realtà ad angosciarti abbastanza. La fantasia è il rifugio per disintossicarsi da una vita insidiosa. Ricordo una cosa strana, da piccolo sentivo spesso mio figlio borbottare e sghignazzare, qualche volta addirittura ridere di cuore perduto nei suoi sogni. Questo suono mi rendeva serena, ma forse non c’era nessuna correlazione con le mie favole e le sue risate, o forse sì. Un giorno glielo chiederò. 😉

62) Come il sole all’improvviso

In Una canzone al giorno on 9 agosto 2010 at 12:00

Nel mondo
io camminerò
tanto che poi i piedi mi faranno male
io camminerò
un’altra volta
e a tutti
io domanderò
finché risposte non ce ne saranno più
io domanderò
un’altra volta
Amerò in modo che il mio cuore
mi farà tanto male che
male che come il sole all’improvviso
scoppierà scoppierà.
Nel mondo
io lavorerò
tanto che poi le mani mi faranno male

Io lavorerò
un’altra volta.

Amerò in modo che il mio cuore
mi farà tanto male che
tanto che come il sole all’improvviso
scoppierà, scoppierà

Nel mondo
tutti io guarderò
tanto che poi gli occhi mi faranno male
ancora guarderò
un’altra volta.

Amerò in modo che il mio cuore
mi farà tanto male che
tanto che come il sole all’improvviso
scoppierà, scoppierà

Nel mondo
tutti io guarderò
tanto che poi gli occhi mi faranno male
ancora guarderò
un’altra volta.

Amerò in modo che il mio cuore
mi farà tanto male che
male che come il sole all’improvviso
scoppierà, scoppierà.

Nel mondo
io non amerò
tanto che poi il cuore non mi farà male.

soluzione
Titolo: COME IL SOLE ALL’IMPROVVISO
Autore: ZUCCHERO FORNACIARI


53) Comunisti al sole

In Una canzone al giorno on 31 luglio 2010 at 12:00

La Volvo è ancora là
è pronta per partire
idea di libertà
di una giornata al mare
chissà se partirà
se non si fermerà
Ci vuole volontà
E determinazione
E combattività
Per arrivare al mare
Chi ti fermerà
Verso la libertà
E nel tuo sogno cammini
Su una spiaggia privata
E non lo sai
Chissà se te ne accorgerai ..ai ai ai
Resta sempre uguale a come sei
Un comunista al sole
(Un comunista al sole…)
Non cambiare tanto resterai
Per sempre un sognatore
Per sempre un sognatore
Ma che golisità questa giornata al mare
Sublime voltuttà
Sentirsi un po’ Briatore
Chi ti fermerà verso l’ingenuità
E nel tuo sogno cammini
Su una spiaggia minata e non lo sai
Che forse te ne pentirai …ai ai ai …
Resta sempre uguale a come sei
Un comunista al sole
Non cambiare tanto resterai
per sempre un sognatore
Chi ti fermerà
Verso l’ingenuità
Amico mio che mi cerchi
Sotto l’ombrellone
Nel tuo sogno ritroverai la mia generazione

Un comunista al sole
Un comunista al sole
Non cambierai tanto resterai per sempre un sognatore
Per sempre un sognatore

Soluzione
Titolo: COMUNISTI AL SOLE
Cantautore: ANTONELLO VENDITTI

41) Con le mie lacrime

In Una canzone al giorno on 19 luglio 2010 at 12:00

Il sole sta per tramontar
Dei bimbi corrono a giocar
Visi che sorridono
Ed io son qui
Con le mie lacrime cosi

Con la ricchezza io potrei
Comprare quello che vorrei
Ma la gioia semplice
Percio’ son qui
Con le mie lacrime cosi

Il sole sta per tramontar
Un’altro giorno se ne va
Tutti si divertono
Ed io son qui
Con le mie lacrime cosi

soluzione:
Titolo: CON LE MIE LACRIME
Gruppo: ROLLING STONES (Jagger/Richards/Danpa)

Particolarità: unica canzone in italiano cantata dia Rolling Stones

30) Signor Giudice

In Una canzone al giorno on 7 luglio 2010 at 14:32

Signor giudice
Le stelle sono chiare
Per chi le può vedere
Magari stando al mare
Signor giudice
Chissà chissà che sole
Si copra per favore
Che le può fare male
Immaginiamo che avrà
Cose più grandi di noi
Forse una moglie
Troppo giovane
E ci scusiamo con lei
D’importunarla così
Ma ci capisca
In fondo siamo uomini così così
Abbiamo donne abbiamo amici così così
Leggiamo poco leggiamo libri così così
E nelle foto veniamo sempre così così
Signor giudice
Lei venga quando vuole
Più ci farà aspettare
Più sarà bello uscire
Signor giudice
Si compri il costumino si mangi l’arancino
coi suo pomodorino
Noi siamo tanti siam qua, già la chiamiamo papà
Di quei papà
Che non si conoscono
Quel giorno quando verrà giudichi senza pietà
Ci vergogniamo tanto d’essere uomini
così così
Sogniamo poco sogniamo sogni così così
Abbiamo nonne abbiamo mamme così così
E quasi sempre sposiamo mogli così così
Se ci riusciamo facciamo figli così così
Abbiamo tutti le stesse facce così così
Viaggiamo poco, vediamo posti così così
Ed ogni sera ci ritroviamo così così
Signor giudice noi siamo quel che siamo
Ma l’ala di un gabbiano può far volar lontano
Signor giudice qui il tempo scorre piano
Ma noi che l’adoriamo coi tempo ci giochiamo
L’ombra sul muro non è una regola
Però ci fai l’amore per abitudine
Lei certamente farà quello che è giusto
Per noi che ci fidiamo e continuiamo
A vivere così così così
Sappiamo poco sappiamo cose così così
Ci accontentiamo perché noi siamo così così
A casa nostra ci sono quadri così così
E se c’è sole è sempre sole così così
Sogniamo poco sogniamo sogni così così
E nelle foto veniamo sempre così così
Ed ogni sera ci ritroviamo così così

Soluzione

Titolo: SIGNOR GIUDICE

Cantautore: ROBERTO VECCHIONI

15) Averti addosso

In Una canzone al giorno on 22 giugno 2010 at 12:15

Se non so dire quel che sento dentro
come un cieco come un sordo,
se non so fare quel che si deve fare
come una scimmia come un gatto,
se non so amare come si deve amare
come un bambino come un cretino,
se non so dare come una tasca vuota
come un problema ormai risolto.
Averti addosso
si, come una camicia come un cappotto
come una tasca piena come un bottone
come una foglia morta come un rimpianto.
Averti addosso
come le mie mani, come un colore,
come la mia voce, la mia stanchezza
come una gioia nuova, come un regalo.
E se il mio cuore vuole cadere da bocca
che ti cerca e che ti inghiotte
così mi porta dentro la tua vita
questa canzone dell’unità.
Averti addosso
come le mie mani, come un colore,
come la mia voce, la mia stanchezza
come una gioia nuova, come un regalo.
Averti addosso
come la mia estate di S. Martino
come una ruga nuova come un sorriso
come un indizio falso come una colpa.
Averti addosso
come un giorno di sole a metà di maggio
che scalda la tua pelle e scioglie il cuore
e che ti da la forza di ricominciare.
Averti addosso
averti insieme
restare insieme, volerti bene.
Averti addosso
averti insieme
restare insieme, volerti bene

Titolo: AVERTI ADDOSSO

Cantautore : GINO PAOLI

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