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La Palestina a casa mia – Noi chiacchieroni delle opportunità perdute

In La Palestina a casa mia on 28 settembre 2015 at 12:10

vittorio

Io sono del segno del Toro.
Buono a sapersi direte: ma che c’entra? E invece c’entra anche se me ne accorgo solo ora, che sto a spiegare come mai io sia approdata alla Palestina.
Chiaramente non “approdata” in senso stretto, perché alla Palestina, tra tante cose è stato rubato pure il mare, e se un mare c’è, è totalmente vietato sia all’approdo che alle partenze.
Comunque la questione del segno zodiacale, credetemi è determinante.
Per prima cosa i nati sotto questo segno hanno il senso della giustizia molto spiccato, quindi con la questione palestinese ci vanno a “nozze”, mai visto un luogo dove l’ingiustizia è così palese e che arrivi a vette così alte. Ma ancora prima c’è che come Toro io ho assolutamente bisogno di una casa.
La casa per me è il centro di tutto: affetti, attenzioni, incontri, condivisioni, insomma per me è una patria, un porto sicuro, aperto a tutto e tutti.
Aggiungo che sono una giovane che nel ‘68 avevo cominciato ad assaggiare la puzza dei lacrimogeni e il gusto delle barricate, amavo la ribellione e l’impegno, parlare di politica e di giustizia sociale e ovviamente ammiravo i fedayin e le loro kefije, la resistenza come diritto dei popoli oppressi, ma col tempo e alcune estreme posizioni della resistenza violenta, mi avevano via via allontana dalla Palestina.
Però non mi ero assentata dalla scena dei diritti civili: integrazione razziale in America, e in Sudafrica. Non mi ero assentata nemmeno dalle manifestazioni pacifiste per la guerra del Vietnam e per quelle successive, e a pensarci bene di guerre da allora ce ne sono state e ce ne sono troppe.
Comunque io una casa non ce l’avevo, ossia l’avevo, ma non era come intendevo io. La prima fu quella di famiglia, piccola e sovraffollata: un tripudio di bambini e di adulti che si contendevano gli spazi vitali. La seconda una casa condivisa con altri e pertanto a libertà limitata, dove la mia stanza era diventato tutto il mio mondo. Poi ebbi una casetta in cui diedi l’avvio al primo luogo di ritrovo, ma era microscopica e durò pochissimo, da questa migrai con il pancione della mia prima e unica gravidanza ad un appartamentino che condivisi presto con il padre di mio figlio. Inutile dire non ero mai riuscita a fare della mia casa quel luogo tanto agognato e che faceva parte dei mie sogni. E poi avevo un bambino che richiedeva tutta la mia attenzione e quel po’ di tempo libero che il lavoro mi lasciava.
Inutile dire che un sogno notturno ricorrente era quello che trovavo una casa grande e luminosissima e che diventava mia, non per la gioia della proprietà, ma per il sano desiderio di abitarla come pensavo io.
Nei sogni le case oniriche ritornavano a trovarmi, dandomi la strana sensazione di essere una possidente che si dimenticava di avere delle proprietà.
Comunque allora trovai una casa bellissima, su più piani, faticosa ma sempre e comunque un bel sogno.
Fu il tempo in cui i miei orizzonti avevano avuto una piccola contrazione, colpa dei problemi che incontra una donna quando ha un figlio e un compagno da accudire. Un misto tra il tentativo di diventare una chioccia o l’estensione di una caverna per proteggere gli affetti.
Allora, oltre ad avere un lavoro e una famiglia, comunque esigente, m’innamorai della causa irlandese, amore che trasmisi assieme al gusto di leggere e di ascoltar musica a mio figlio. L’Irlanda era vicina allora e la Palestina lontana, più lontana ancora di quello che realmente era fisicamente. Il Mediterraneo ci divideva invece che unirci come fa ora.
E la causa irlandese mi prendeva il cuore, come i suoi eroi romantici e l’amore che avevano per la loro terra. Ascoltavo la loro musica, sognavo di viaggiare e di vivere in un cottage a strapiombo sul mare, con la vista più bella del mondo.
Iniziava così una casa grande con delle stanze grandi e delle belle finestre che si affacciavano su di un giardino. Insomma, alla casa per sempre, però ancora una volta in condivisione. Non che il padre di mio figlio non amasse ospitare ed avere la casa piena di gente, ma erano i suoi amici, le sue modalità, non le mie.
Già ero riuscita a far trasformare una grande camera da letto al piano superiore, in una grande cucina, con grandi litigi con il mio compagno, dove io lavoravo volentieri sempre con la possibilità di parlare con gli ospiti e di far annusare il profumo dei cibi, e condividere così anche quel tempo che mi avrebbe tenuto lontano dagli altri. A lui non entrava che si potesse ricevere in cucina, mi faceva fare su è giù per le scale coi piatti che finivano col diventare freddi e per fortuna poi gli amici, dopo essere saliti in cucina si sistemavano lì e non li schiodavi più. Quindi la cucina diventò il centro della casa, a tutti gli effetti, ma quel mondo che ci girava intorno era un piccolo mondo di amicizie e convenzioni che mi annoiavano un po’. Ma questa era la vita che avevo scelto e mi ci adattavo anche se non completamente.
Nella soffitta poi avevo creato un appartamentino per gli ospiti che successivamente divenne dopo la morte di suo padre il regno di mio figlio e che poi, quando mio figlio cominciò a vivere la sua vita in altre città, divenne parte del mio regno.
Era passato così tanto tempo e così tanta acqua sotto i ponti che avrei dovuto dimenticarmi di quel luogo dell’anima che io chiamavo volgarmente casa, ma il destino tramava ancora. Ovviamente io sono del sogno del Toro: caparbia e testarda che nemmeno il tempo, che può tutto, era riuscito a piegare. Avevo ri-iniziato da zero tante vite, e per questo avrei dovuto immaginare che alla vigilia dei mie 60 anni, avrei rimesso in gioco me stessa in un nuovo amore e in una nuova passione.
Per quanto riguarda il nuovo amore si tratta solo di un eufemismo, in effetti l’amore era vecchio in tutti i sensi, sia per età e sia perché quella persona era il mio fidanzatino del ’68.
Una storia platonica (a quei tempi si usava) ma mai completamente dimenticata. La casualità ci aveva fatto ritrovare e ci aveva rimesso insieme con le stesse modalità di quando eravamo giovanissimi. Sempre pronti alle avventure, sempre curiosi, sempre generosi, totalmente incapaci di essere due persone che invecchiano insieme tra le loro piccolo cose nel loro piccolo mondo, i vecchietti più litigiosi e con le stesse idee che avessi mai potuto vedere.
Non sono mai stata una persona scontata, a quasi 60 anni scrivevo e gestivo due blog, usavo internet, facevo amicizie e mi si confondeva, nell’anonimato della rete, con chi era più giovane e ne capiva molto di più di me.
Così, in rete, “conobbi” Vittorio e diventai una sua “amica” di blog. Mi affascinava la sua serietà nei confronti dell’attivismo e della partecipazione alle lotte per i diritti umani.
Fu il primo a ripropormi la questione palestinese in termini non più scontornati, ma puntuali e precisi. Mi riavvicinavo a piccoli passi a quella che sarebbe diventata poi la mia principale occupazione e passione se così vogliamo dire.
Quando ritrovai il mio nuovo compagno, la miccia era già accesa. Con lui si litigava, come facevamo quando eravamo ragazzi, e io parlavo di Palestina e tuonavo contro Berlusconi e le due cose avevano molto in comune, e lui non voleva sentire. Per lui erano tutti e due “dei problemi” marginali e non era corretto che io mi fissassi solo su questi due problemi.
Ma questa volta non mi sono lasciata mettere agli angoli, ero diventata troppo vecchia per aspettare ancora il mio momento, non c’era davvero più spazio per attendere che ci fosse una capitolazione, quindi insistevo e insistevo con la solita caparbietà.
Poi arrivò la tragedia: Vittorio era stato ucciso e noi “chiacchieroni delle opportunità perdute” nel frattempo che lui era lì, lo avevamo lasciato solo.
Così col mio senso di colpa in cuore costrinsi il mio compagno a leggere: Restiamo Umani Gaza, il libro di Vittorio scritto sotto le bombe di Piombo fuso e Mario capitolò totalmente.
La Palestina non era “un problema”, come diceva lui all’inizio, ma era “il problema” come sostenevo io da sempre. E dalla sua capitolazione si aprì la nostra casa alla Palestina.

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Innamorarsi della Palestina (di Andrea)

In Amici, amore, Giovani, Viaggi on 12 gennaio 2015 at 14:11

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“Cari tutti,

c’è chi è in Italia, chi è fuori nelle varie lotte, nelle varie vite, nelle varie sopravvivenze. Ho voglia di raccontarmi (roba rara) e quindi giro a voi questo scritto, per chi ne ha voglia.

Ogni volta aspetto il giorno del mio ritorno nelle colline a …………..  come aspetto il giorno in cui rivedo una ragazza che non vedo da molto. C’è sempre quel misto di attesa emozionata e di disperazione reale, come a dire, ho finito di viverti nei miei sogni, adesso ridiventi realtà. Nei sogni la parte più profonda di me una ragazza me la modella come vuole lei; e allora gli occhi azzurri diventano quasi trasparenti, come l’acqua della Sardegna, e grandi, grandi. Anche tutto il resto, chiamiamolo così, diventa nei sogni tanta roba e sempre molto molto grande.

Poi scendo dal treno e lei è lì che mi aspetta. E a parte il fatto che per quanto uno si prepari, alla fine non è mai abbastanza, perché ogni volta ho davanti una persona diversa rispetto a quello che mi aspettavo. E non è che è meglio o peggio, è semplicemente diverso. E allora pensi, “eh porca eva e a chi cavolo ho voluto bene fino ad adesso?”. E hai quei tre quattro minuti decisivi in cui devi scegliere se prendere il treno per tornartene a casa o se restare lì e innamorarti di quella realtà di nuovo.

Lo stesso mi succede per le colline ogni volta. Solo che i tre quattro minuti non durano così, ma dalle due settimane al mese. Ogni volta uno si aspetta una roba e ne trova un’altra. E quando ho deciso di restare qui e innamorarmi ancora di questa gente, ho capito che la parte più profonda di me non basta. Quella parte è quella cosa che mi fa rimanere fedele a tutto questo quando non sono qui. Ma quando scendo dal treno, quella parte non mi basta più. E ho bisogno di scoprire ancora una volta queste persone, così uguali e così diverse da come le avevo lasciate; e scopro Y, che non ho mai cagato, che mi dice “che razza di vita è questa che se costruisco una casa è vietato, se porto a pascolare le pecore è vietato, se i bambini vanno a scuola è vietato, se pianto un albero è vietato. La questione non è se mi piace o non mi piace avere a che fare con i soldati, la questione è se ho paura o non ho paura. Perché con i soldati ci devo avere a che fare.” Ed M che ride dell’ultima demolizione: “Hai visto? Carlos della DCO si è portato un convoglio di 8-9 macchine per una tendina! Sono pazzi!!! 8 macchine per una tenda…se sapesse quante cose gli stiamo costruendo sotto il naso e lui non se n’è accorto!!! gliel’ho detto sai? Puoi anche distruggerla…non so se domani o dopodomani o tra dieci anni, ma noi la ricostruiamo, cosa credi?”. O F che mentre rivede i video di tre anni fa si fa una risata assurda quando rivede un colono che gli tira un pugno e mi chiede “tu c’eri?” e io gli rispondo “no, non ero ancora qui…” e lui mi dice “ peccato, ti saresti divertito…”.

E quindi niente, eccomi qua di nuovo, ancora, con questa gente, sempre così uguale e sempre così diversa. Però c’è poco da fare, ogni volta che sto con loro, la parte più profonda di me mi esplode in mano e sono di nuovo me stesso. E innamorato pazzo. ”

Era la musica, la musica ribelle…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale on 24 aprile 2014 at 16:57

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Inutile dire che sulla musica lui mi è sempre stato superiore e ne ha sempre parlato con competenza, come qui http://emmedigi.wordpress.com/2013/06/29/note-sulla-strada/, io amavo la musica ma ero impegnata in altre cose a volte più e a volte meno importanti: a studiare per esempio. Ad ognuno la qualità che gli spetta e il difetto che lo rimette subito in equilibrio.
Ma la musica era sempre stata la nostra compagna di viaggio, sia quando stavamo assieme, sia quando ci eravamo persi di vista. Quella colonna sonora che faceva parte della nostra vita. Quel viaggio intrapreso che ci avrebbe portato distanti e poi sempre più vicini, visto che non c’erano solo gli stessi libri nelle nostre diverse librerie, ma anche in parte  LP o qualche CD di cui solo noi ricordavamo il senso.
Ed io partii molte volte, per quella Londra tanto vagheggiata, cercando ancora le gonne Mary Quant e gli stivali courreges, nei negozietti di Carnaby street, sogni fatti in precedenza, mai potuti realizzare, ma i viaggi sì, quelli non me li sarei persa mai.
E la musica mi accompagnava come sempre mentre andavo a mangiare il quel ristorantino greco in Baker Street

e cercavo la casa dove era vissuto l’indimenticabile Sherlock Holmes.
Perché allora Londra era l’origine di tutti: della moda, della musica e della bella gioventù, quella che avrebbe dovuto passare alla storia per aver cambiato il mondo.Non fu così.
I viaggi furono tanti: Londra, Parigi, New York, l’Irlanda, la Scozia, tutto sul filo della musica, segni sempre più forti e sempre più vivi. E innamorarsi di uomini, di donne e di musica, ubriacandosi di sogni e di birra scura. Ma anche da questo punto di vista io non andavo forte, niente alcool smodato, poco sesso e niente droghe. Io passavo nella vita curiosa ed attiva, senza mai la voglio di lasciarmi andare, forse con la paura di non saper più tornare indietro.
E in un vecchio pub di Doolin in Irlanda, ascoltai una canzone che mi rubò il cuore e che solo lui riusci a ridarmela talmente tanti anni dopo che avrebbero, minimo, dovuto farmela dimenticare.
Così ritrovai

Una storia che non si può raccontare… proviamo con la musica, ma chi non l’ha vissuto quel tempo, non capisce, non sente, non ricorda quel movimento strano dentro allo stomaco, quel frullio nel cuore che aumenta i battiti e il respiro.
Certe notti che non ho condiviso con nessuno, perché già un passo più in la, avevamo perduto i compagni di viaggio. Qualcuno si era perso, qualcuno era corso avanti ed era sparito nella propria vita. Solo la musica a macinare chilometri, a macinarti il cuore e i pensieri.
Nessuno per condividere quel malessere, quel bisogno, quella necessità. Ma chi può capire? Chi può ricordare? Solo la musica ci stuzzicava, ci provocava, ci fa risentire ancora il profumo di quelle notti.
Vero, per noi il viaggio era senza ritorno, era uno stato, un modo di vivere e un po’ di quella libertà me la sono tenuta dentro… anche se arriva il giorno che il viaggio è fatto solo per poi tornare, e c’è un nucleo dal quale non puoi più allontanarti, una casa, un figlio, la tua vita di tutti i giorni. Ma quel viaggio è una droga che ti ha messo l’adrenalina nel sangue, che sotto sotto lavora ancora e ti fibrilla il cuore.
Chi non l’ha vissuto strabuzza gli occhi e chiede: di che si sono fatti questi? E cosa posso rispondere io, che non ho mai nemmeno fumato uno spinello e non mi sono mai ubriacata, nemmeno sono stata brilla? Certo non perché volevo essere diversa e superiore, solo perché non volevo perdere il controllo e volevo vivere lucida quella pazzia fino in fondo.
Se ne riparla spesso, e anche ieri sera ascoltando un concerto dei Who ci siamo resi conto di quante cose abbiamo perduto e di quante altre abbiamo vissuto.

Però questa era la mia/nostra generazione e nessuno, se non quelli come noi ne capiscono il vero significato, però non proprio tutti, almeno quelli che tengono certi LP sullo scaffale della libreria a prendere polvere e che a sfogliarli si fanno prendere da un magone terribile.
Comunque io e lui per quanto ci siamo fatti irretire dalla vita, malgrado il riflusso di ieri e di oggi, non siamo mai entrata a lavorare in banca… sarà un caso? 🙂

Fumose conversazioni di viandanti senza confini

In Amici, amore, Giovani, Viaggi on 15 febbraio 2014 at 11:57

ulivoGià al primo incontro prometteva bene…. molte facce giovani e sorridenti. Non che la gioventù sia sempre un valore aggiunto, ma in questo caso ci piaceva pensare che avrebbe fatto la differenza.
Noi di età più che matura guardiamo sempre ai giovani con affetto e curiosità, così fin da subito adottiamo Stef, una bambola di porcellana dai riccioloni neri e la bocca a forma di cuore. Affinità elettive si dice. Ma la cosa non finisce qui, man mano che il gruppo si compatta adottiamo due ragazzini molto simpatici e vivaci, un gruppo di sardi dalla parlata irresistibile, un ragazzo piombato come ufo in mezzo a noi e un gruppetto di ragazze, che a parte la bellezza e la giovane età, hanno sorrisi irresistibili e una gran voglia di vivere, e due coppie che figuravano bene nelle foto di famiglia come l’esempio di come si dovrebbe essere da giovani e da un po’ meno giovani.
Sia chiaro che un viaggio è il luogo dove andrai e le motivazioni per cui ci vai, questa è cosa che scegli prima, ma in gran parte dei casi è importante, anzi determinante, con chi ci vai e chiaramente questo non lo puoi scegliere a priori. Stavolta però il caso ha ordito delle sorprese che nessuno si era aspettato, delle condivisioni che travalicavano i confini dell’età e della provenienza, il viaggio era la metafora del nostro desiderio di sapere, informarsi, conoscere. Stavamo tutti alla linea di partenza con il nostro bagaglio di esperienze e di sapere, e con la mente aperta agli stimoli e alle potenzialità degli agenti stimolanti. Fossero come in questo caso le persone.
Ovviamente alcuni partecipanti erano un po’ sulle loro, normale processo prima di affidarsi completamente ad un gruppo. Forse sarebbe durato poco o forse avrebbe percorso tutto il tratto assieme, ma già verso gli ultimi posti del pullman si era formato lo zoccolo duro del gruppo: i giovani, i ragazzini, i sardi e altra varia umanità.
Lo stare alla fine significava avere più libertà di movimento e di chiacchera, trovato il posto, sarebbe stato difficile farci scalzare via.
Ma a prescindere dal valore delle cose viste insieme e dalla qualità del rapporto che si stava instaurando, quello che  non possiamo dimenticare è quello scambio di idee e di emozioni che facevamo a sera tardi, nell’angolo ristretto dedicato al fumo. Un dopocena che era diventato un momento topico senza il quale non si poteva andare a letto.
Ogni notte sempre più tardi, tra una chiacchera e una scappata alla “Tenda” per un hashisha in compagnia. Per me personalmente una sofferenza, perchè sia nell’angolo del fumo, sia al bar, il fumo mi faceva tossire e lacrimare gli occhi, ma sembrava a nessuno importare più di tanto e per questo nemmeno a me.
Vero era che i nostri percorsi mentali, lì, trovavano il momento di quagliare. Confidenze della propria vita, dei progetti per il futuro, dei sogni nel cassetto e delle emozioni della giornata, erano lì che venivano condivisi e in qualche modo elaborati. Ore a parlare, in barba alla stanchezza e al bisogno di stendersi a letto dopo le intense giornate che Luisa ci proponeva quotidianamente.
Luisa ci lasciava dopo le sue sigarette serali, forse con un po’ di invidia perchè noi resistevamo ancora e a volte più di un po’. A lei mancava la possibilità di stare in fondo al pullman con noi e di vivere il cuore caldo di quel viaggio. Che poi magari non era nemmeno il solo cuore caldo. Ma per me era il “mio cuore caldo” e niente e nessuno mi avrebbe fatto rinunciare a vederlo pulsare.
Luisa me l’aveva detto con un po’ di rammarico: “A volte dei viaggi non riesco a godere delle alchimie che si formano tra viaggiatori. Sono troppo presa nell’intrecciare gli eventi della giornata, di mettere insieme le tessere del puzzle. Vi invidio per questo.”
Ero davvero dispiaciuta di non poterla sollevare di qualche problema, di darle una mano seriamente, però conosco il modo di muoversi di alcune persone, abituate a lavorare da sole, ogni aiuto può diventare un intralcio, sia a causa delle velocità di movimento, sempre e comunque diverse, sia per le eventuali difficoltà di comunicazione tra menti organizzatrici. Mi dispiaceva che perdesse quello splendido momento della giornata e ora vorrei poterglielo riconsegnare, ripulito dalla stanchezza e dalla tensione di quei giorni.
Non sempre nel fumoso angolo delle idee bastavano i posti. Molto spesso si aggiungevano sedie qua e là e si intrecciavano voci, si rideva per il pagliaccio di turno, che dall’inizio si era dato il compito di rendere più leggero un percorso che leggero non sarebbe stato. Il lessico stava diventando famigliare, le battute si ripetevano e ormai erano diventate gergo.
Ero curiosa di sapere di quei ragazzi giovani quale fosse stata la spinta per partire e quali erano le loro direzioni, le emozioni, le riflessioni d’oggi. Ciascuno con il bagaglio che gli era stato dato o che aveva raccolto, procedeva a tentoni all’interno di una realtà difficile e piena di trabocchetti.
Perchè viaggiare dentro la Palestina è un percorso di trappole, te ne accorgi giorno dopo giorno, un viaggio per innamorati e per sognatori e anche per razionalizzatori e miscredenti. Difficile applicare le esperienze di prima, perché un prima c’è, quello che non sai è il poi.
E’ un viaggio che cambia, ma nessuno capisce come e quanto e in questo dubbio un po’ ci si perde, un po’ ci si innamora di tutto e di tutti, inutili quasi gli avvisi di Luisa: “I palestinesi si dividono in buoni e cattivi , come in qualsiasi altro posto…” sembra volerci mettere in allerta sulla possibilità di vedere solo il fascino delle vittima, mai quello dei carnefici, anche se vederli come persone mosse da cattive intenzioni, ci sembra davvero difficile: troppo gentili sono i loro gesti, troppo ospitali le loro case e troppo conquistatori i loro sorrisi e i loro grazie.
Comunque innamorati o no, ci siamo presi le nottate per raccontarci, chi più e chi meno, delle nostre vite e dei nostri sogni.
Fumose conversazioni certo, ma che tengo nel cuore.
Certamente viandanti senza confini perchè i nostri pensieri vagavano e valicavano i muri di questo paese senza pace e senza nome.
Abbiamo vissuto un’esperienza comune che ci ha avvicinato più che per una contingenza famigliare. Abbiamo scambiato idee e sorrisi… come potremo mai dimenticare?
Il viaggio è anche questo, amare e crescere insieme, va molto al di là del tempo che dura, va molto più in fondo, si radica in te come una pianta di ulivo, che resiste, fiorisce e dà frutti per anni e anni, contorce il suo fusto per esporre meglio i rami alla luce del sole e resiste, Resiste, malgrado le tempeste e le mani nemiche che la vogliono strappare. Questo è il senso di tutto: un viaggio e delle persone che fanno parte di te, che ti rendono più forte e più certa che la strada è giusta, che non sei sola a percorrerla, che da qualche parte conduce ed altri sono con te.
Sì sono innamorata della Palestina e come un grande poeta scrisse, non riesco più a farne a meno.
Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolci del miele
scriverò “”sei palestinese e lo rimarrai”
Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma
le tue parole e la tua voce.
Palestinese vivi, palestinese morirai.”
(M. Darwish)

Datemi un sogno da sognare insieme

In amore, Anomalie, Donne, Economia, Giovani, politica, Religione on 6 luglio 2013 at 9:05

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Sarà che il mondo è diventato piccolo, sarà che ci sentiamo cittadini del mondo e che pensiamo di assomigliarci tutti, soprattutto se apparteniamo allo stesso genere, sarà per quello e altro, che non ci rendiamo conto della diversità, delle differenze che ci contraddistinguono e soprattutto ci è difficile pensare a quanto possano essere differenti le istanze del genere femminile a seconda del paese di cui parliamo. Le donne e gli uomini sono sempre figli della società in cui vivono.
Ieri sera ero ad un incontro che coinvolgeva giovani donne italiane e giovani donne tunisine. Il tema era l’informazione e le associazioni di donne in aiuto alle donne nella Tunisia di oggi. Qualche giorno prima ero presente ad un incontro con una donna che era stata esponente politica palestinese e una donna italiana che lo era stata anche lei a suo tempo, ma in Italia però. Che cosa hanno queste donne in comune? Quali i sogni da fare insieme? Esiste ancora una lotta che le renda sorelle e che permetta loro si sostenersi a vicenda? Analizzando con un occhio un po’ critico direi proprio di no.
I racconti delle ragazze tunisine non stupivano le giovani italiane, però stupivano me. Qual era la donna che usciva dalla rivolta dei gelsomini? Una donna migliore, più libera, con maggiori possibilità per la propria vita? Direi di no. C’è stata una “rivoluzione” in Tunisia che avrebbe dovuto cambiare il volto a quel paese, come avrebbero dovuto cambiarlo in tutti i paesi affacciati sul mediterraneo, ma per la donna non è cambiato niente, punto. Sempre la solita storia: esistono varie Tunisie, come esistono vari Egitti e logicamente di seguito esistono varie Palestine.
E’ evidente che la Tunisia delle “spiagge” non è la Tunisia “interna”. La differenza sta proprio nella capacità della donna a muoversi nella realtà del suo paese con maggior autonomia. Intervistate le donne delle “spiagge”, ossia del nord del paese, mostrano subito di essere diverse: non portano il velo, hanno i capelli tinti, sono truccate e non hanno peli sulla lingua. Chiedono a gran voce libertà, lavoro e parità di diritti. Al sud, profondo, invece lavorano in modo duro, nell’agricoltura, sono le uniche occupate nel settore perchè sono pagate di meno, circa un dollaro al giorno e senza nessun contratto che le tuteli e nessuna norma di sicurezza. E soprattutto a causa dei pesticidi che vengono maneggiati e sparsi senza nessun accorgimento particolare, si ammalano facilmente di tumore ed è così che muoiono senza aver modo di andare da un medico o in un ospedale, perchè quel guadagno è l’unica risorsa di famiglie numerose, e questo decreta il destino delle femmine di casa.
Le due ragazze, con il loro hijab, ci parlavano di aver studiato all’università e di aver preso strade diverse. Una dopo aver cercato lavoro al nord è tornata al suo villaggio e si occupa di associazioni di donne che aiutano le donne, l’altra è uscita dal suo paese e lavorava nell’ambito di attività turistiche, cosa assolutamente vietata dalle tradizioni del suo popolo e in una radio “La voce di Eva”. Sia la prima che la seconda non hanno visto la rivoluzione dei gelsomini come un’opportunità per affrancarsi dai pregiudizi e dai condizionamenti della mentalità della vecchia Tunisia. Tutte e due ci tengono a dire che a loro non interessa la politica e che cercano di fare il meglio per loro stesse, con una minima coscienza di fare il bene comune, quindi non un passo verso un vero cambiamento di mentalità, una richiesta di riconoscimento delle loro capacità e del loro valore a prescindere dal genere di appartenenza.
Dall’altra parte ragazze italiane che ascoltano e che dimostrano di non conoscere l’ABC che ha mosso la generazione mia per la liberazione della donna. Forse perchè si considerano giovani e libere, in un paese democratico (?) dove non c’è bisogno di lotta per mantenere i propri diritti e non c’è richiesta di maggior spazio e di un sognare comune? Io, invece, che conosco il prezzo che quei diritti ci sono costati, non considero scontato il fatto di mantenerli, anzi sento il continuo sgretolarsi delle fondamenta della costruzione che pensavamo solida: quella della libertà della donna.
Si sono accorte le italiane, per esempio, dell’attacco alla legge 194 e hanno mai provato a cercare un consultorio famigliare? Hanno già provato a mettersi in concorrenza con un coetaneo, maschio, per un posto di lavoro qualsiasi? Sanno cosa deve rinunciare una donna per avere una famiglia e dei figli e contemporaneamente mantenere un posto di lavoro, se non tentare di fare carriera? Inutile chiederlo visto che lavoro non ce n’è per nessuno. Visto che i generi di prima necessita li provvedono i genitori stressati o i nonni, con i loro risparmi di una vita, e visto che di famiglia, a queste condizioni, non è il caso di parlarne, figuriamoci di figli.
Ben diverso era stato l’incontro con le due donne “politiche” che appartenevano sicuramente alla mia generazione e che avevano fatto della lotta per la libertà e i diritti di genere, ma non solo, il loro credo. Le loro storie di lotta ed emancipazione mi erano note, perchè c’era un sogno comune da sognare, c’era una comunità di intenti e una voglia di emancipazione che aveva fatto prendere la via della resistenza armata e poi quella della politica istituzionale alla palestinese e quella del sindacato e della politica attiva all’italiana. Strade difficili per un uomo, figurarsi per una donna.
Per me loro sono un esempio di volontà e di forza. La loro presenza nel mondo ha fatto storia. Sono figure di riferimento, che seppur volessimo mettere in discussione per la loro appartenenza attuale alle istituzioni, certamente non si possono mettere in discussione sulla capacità di affrancare la donna dai condizionamente del mondo da cui provengono.
E allora, alla mia domanda alle ragazze tunisine: “Ma vuoi avete dei sogni? Ma cosa volete dalla vita: sposarvi ed avere figli oppure affermarvi in un lavoro e trovare il vostro posto nel mondo?” (notare la tipica scissione pregiudiziale, quasi sempre presente tra quelle della mia generazione: l’impossibilità di riuscire ad avere tutte e due le cose). La risposta è stata: “Certamente noi sogniamo e vogliamo sposarci ed avere figli.” Ma perchè mi sentivo così delusa? Solo perchè in un momento di grande mutamento di un paese le donne non si rendono conto dell’importanza di cambiare anche il loro ruolo e i loro sogni? Oppure perchè mi pesava nel cuore le più di cento donne violentate nei tumulti di piazza Tahrir in Egitto? L’incapacità della donna di trovare uno spazio nuovo nel mondo e una possibile coesione di intenti e di sogni?
Mi sono trovata orfana di un sogno. Per favore, datemi un sogno da sognare insieme per unire ogni donna nell’emancipazione e nel cambiamento. Demolite tutte le religioni e le società maschiliste che rendono le donne succubi nei bisogni e nelle idee. Donne, liberate la fantasia e chiedete. Abbiate coraggio di buttare i vostri condizionamenti e le vostre priorità precostituite. Siamo tutti uguali sotto questo cielo e nemmeno il genere dovrebbe fare differenza.
Ecco che esce il mio femminismo da sessantottina, ma davvero sono datata e fuori tempo? A me pare di no. Io un sogno ce l’avevo e volevo sognarlo assieme agli altri. Ma è un sogno che vale la pena di sognare ancora?

I tempi stanno cambiando??? Tu lo sai che io so che non è vero.

In Giovani, La leggerezza della gioventù, musica, personale, poesia, politica on 31 marzo 2013 at 14:06

notwar

The Times They Are A Changin’ (1964) – Bob Dylan

Venite intorno gente
Dovunque voi vagate
Ed ammettete che le acque
Attorno a voi stanno crescendo
Ed accettate che presto
Sarete inzuppati fino all’osso.
E se il tempo per voi
Rappresenta qualcosa
Fareste meglio ad incominciare a nuotare
O affonderete come pietre
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite scrittori e critici
Che profetizzate con le vostre penne
E tenete gli occhi ben aperti
L’occasione non tornerà
E non parlate troppo presto
Perché la ruota sta ancora girando
E non c’è nessuno che può dire
Chi sarà scelto.
Perché il perdente adesso
Sarà il vincente di domani
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite senatori, membri del congresso
Per favore date importanza alla chiamata
E non rimanete sulla porta
Non bloccate l’atrio
Perché quello che si ferirà
Sarà colui che ha cercato di impedire l’entrata
C’è una battaglia fuori
E sta infuriando.
Presto scuoterà le vostre finestre
E farà tremare i vostri muri
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite madri e padri
Da ogni parte del Paese
E non criticate
Quello che non potete capire
I vostri figli e le vostre figlie
Sono al dì la dei vostri comandi
La vostra vecchia strada
Sta rapidamente invecchiando.
Per favore andate via dalla nuova
Se non potete dare una mano
Perché i tempi stanno cambiando.

La linea è tracciata
La maledizione è lanciata
Il più lento adesso
Sarà il più veloce poi
Ed il presente adesso
Sarà il passato poi
L’ordine sta rapidamente
Scomparendo.
Ed il primo ora
Sarà l’ultimo poi
Perché i tempi stanno cambiando.

Una donna geneticamente modificata

In amore, Anomalie, Donne on 9 marzo 2013 at 12:29

calva

Sono nata all’inizio degli anni ’50, quindi molte generazioni fa. Questo lo dico solo per collocare nel tempo il mio essere donna, perchè oggi voglio parlare delle donne, quelle geneticamente modificate.
Logicamente nascere subito dopo la guerra dava delle prerogative difficili da spiegare: in pratica siamo nate portandoci dietro profonde paure, ma con una gran voglia di uscire dal baratro. Insomma donne con impronte indelebili nel loro DNA.
Certo non tutte eravamo e siamo uguali, ci sono donne che hanno combattuto per la resistenza e donne che si sono lasciate sopraffare dalla guerra, e noi, loro eredi, abbiamo avuto la stessa possibilità o accettare il mondo imposto oppure cambiarlo.
Non è che il dopoguerra fosse roseo, ma almeno davanti a noi si aprivano spazi che prima non esistevano. Certo dipendeva in che famiglia vivevi, certo la lotta dipendeva da quanto accettavi l’educazione imposta, certo era durissimo uscirne e raggiungere quella maggiore età che era 21 anni, senza danneggiarsi irreversibilmente.
Ma ecco che da quella generazione, finalmente, i semi della ribellione avevano dato i loro frutti, ecco le donne nuove, quelle geneticamente modificate dalle due guerre mondiali, uscire dal bozzolo e fare capolino nella scena.
Quelle donne incerte sulle gambe, portando addosso il peso di tutte le paure delle altre generazioni, apparivano in una società fortemente tradizionale e chiusa e portavano quella nuova ventata di ottimismo e di desiderio di cambiamento.
Raccontare per sommi capi è facile, perchè allevia pesi e responsabilità, ma io mi trovai a doverci far conto giorno per giorno e minuto per minuto.
La mia famiglia dipendeva dal lavoro di mio padre: un artigiano, vivevamo in città, ma la mentalità era ancora quella della campagna venetà: la famiglia come focolare, il padre padrone, la donna serva. Non c’erano soldi, ma non ricordo di aver mai patito la fame, credo che mia madre facesse miracoli, oppure ero inappetente di mio. Comunque andai a scuola dalle suore, perchè in ogni famiglia che si rispetti ci vuole l’istruzione religiosa e questo per me fu un bene perchè divenni atea da subito. Mio padre non lasciava spazio alla personalità dei figli e nemmeno alla loro capacità di discernere, c’erano solo ordini e proibizioni, più che amore paterno, sembrava di essere sotto l’esercito. Mia madre non aveva nemmeno il coraggio di alzare gli occhi dal piatto. Avrei dovuto diventare come lei e non potevo, avrei dovuto accettare le regole, ma non era possibile, avevo qualcosa dentro di me, che assomigliava a rabbia, che mi ha fatto piombare alla fine degli anni 60 con una carica da bomba ad orologeria.
Non c’erano molte donne come me, almeno non ne conoscevo molte. Le mie amiche e conoscenti vagolavano tra il conformista e la ribellione parziale e silenziosa. Pure loro mi guardavano strano, ma non certo come mio padre e come gli uomini che conobbi poi.
Su questo tema tendo a generalizzare perchè scendendo nei particolari, mi perderei. Ma incontrai uomini che erano attratti da me per il motivo sbagliato e poi alla fine in qualche modo tendevano a mettermi le briglie e il morso come fossi un cavallo di razza. Il senso era chiaro: facevo gola, ma ero ribelle, quindi l’unico sistema era quello di tentare di addomesticarmi e tenermi nello stabbio. Qualcuno di loro amava anche esibirmi, ogni tanto potevo frequentare gente, di cui non me ne fregava niente, non i miei amici, non con i miei tempi. Tutti momenti che mi creavano successivamente i rimproveri di volermi far notare e il tentativo di chiudermi in casa proprio per non permettere che mi notassero.
Non erano tutti così s’intende, raramente c’era chi non fosse geloso e chi gioiva più della mia compagnia che della considerazione indotta dalla mia presenza (che cavolo significa la presenza di una ragazza carina?) Uomini così rari che mi parevano finti, non era facile credere che da qualche parte mi aspettasse la libertà. Nemmeno io ero gelosa e non ero affatto possessiva, avevo un’idea tutta mia dell’amore. Un’idea che non era affatto condivisa.
Era l’autonomia e l’indipendenza che volevo, ma che non riuscivo mai ad ottenere, nè il lavoro, nè la famiglia come neppure i rapporti con l’altro sesso mi aiutavano a crescere, così non cresceva nemmeno l’autostima e la considerazione che mal raccimolavo nel mondo che mi circondava. Questo non poteva andare, non potevo accontentarmi delle briciole della vita, volevo tutto e subito.
E la lotta fu dura e inevitabile, non sapevo adattarmi perchè ero una donna con dentro il germe della libertà. Da piccola volevo fare il prete e poi vista l’impossibilità sono diventata atea. Volevo fare la Cosmonauta (russa), ma non avrei fatto mai l’Astronauta (americana), sottigliezze che non venivano mai capite. Volevo andare al cinema non farmici portare. Volevo uscire la notte per farmi un giro e pensare ai cavoli miei nel buio delle strade, senza che nessuno mi fermasse alla porta di casa e nessuno che lo facesse in strada. Volevo scegliere e non essere scelta. Volevo amare ancora di più che essere amata.
Ero una donna diversa e senza appello e per gli altri ero una donna complicata, un po’ meno donna e un po’ troppo aggressiva. Facevo paura e faccio ancora paura anche se le mie armi sono solo le idee e la parola, con una buona partecipazione di razionalità.
I mei uomini passati mi hanno voluto per le ragioni più disparate, ma mai per quello che avrei voluto io. Non mi sono fatta addomesticare e non ho neanche tentato di addomesticare, in fin dei conti la libertà è una questione di principio.
Il mio uomo presente che è tornato dal mio passato lontano mi ha conquistato ancora una volta per la stessa identica ragione: non l’ho mai spaventato e ha sempre apprezzato come vedevo il mondo. Forse all’età che abbiamo il nostro rapporto è un po’ troppo pieno di significati e di attività. Sembra che per noi sia arrivato, ora, il tempo per esserci davvero (pure gli uomini, o certi uomini, a volte vengono tenuti in panchina).
Questo è il motivo per cui mi sento, e a ragion veduta, una donna geneticamente modificata. Una cyborg che ha vissuto a cavallo tra l’ultimo e il nuovo secolo, figlia di umani, ma disposta a vivere in un altro modo e in un altro mondo, che poi così non è stato: non ho avuto nessun appuntamento con la storia e il cambiamento non è avvenuto e a mio giudizio si sta allontanando sempre di più. La crisi economica e sociale ci riporta indietro, ci fa cadere nel baratro e le donne  sono le prima a pagarne il prezzo.
Oggi ancor più di ieri si sopravvive solo se non si hanno più sogni e ideali da realizzare, ma io i sogni e gli ideali ce li ho ancora e continuo a credere, che anche se sono ormai matura e con poco futuro, ho il diritto ancora di poterli realizzare, se non per me, per tutte le donne nuove che portano dentro a sè quel germe immarcescente che si chiama Libertà.

Anima Libera

In Anima libera on 2 dicembre 2012 at 13:57

Storia di un’anima libera in un corpo ribelle. Libro a quattro mani e molti ricordi. Una bambina, baciata dalla conoscenza e illuminata dalla percezione, che, crescendo, perde le sue migliori qualità e diventa normale o quasi… è in quel “o quasi” c’è tutto.

animalibera
1 – 18 Maggio 19……
2 – Nessuno mette una bambina in un angolo
3 – Baia del Re
4 – Dalla prateria all’oppio dei popoli
5 – Sentimentale (sacro e profano)
6 – Tra anime sporche, carte geografiche e formicai
7 – Nuovi contenitori per nuovi contenuti
8 – Riflessioni sull’amore e sull’ideologia
9 – Bombe atomiche e viaggi interplanetari
10 – Fanculo
11 – Il nuovo incombe
12 – Proletari in mutande unitevi…
13 – La bambina dimenticata tra i fratelli
14 – Passare al nemico
15 – Le balle dell’informazione
16 – Per esempio
17 – Il ragazzo col ciuffo
18 – Guerra nucleare ed altre amenità
19 – La signorina Bombarda
20 – Ancora su mia madre
21 – Non hai fatto che il tuo dovere
22 – Zorro batte dio tre a zero
23 – Musica ed altri disastri
24 – L’onda che tutto travolge
25 – Cultura e Urania
26 – E venne chiamato Ultimo
27 – Il primo lavoro e il primo bacio si scodano quasi subito
28 – L’amore come le ciliegie
29 – Un passo avanti e scoppia il mondo beat
30 – Com’era bello il “Che”

Il muretto

In Amici, amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale, poesia, Venezia on 8 novembre 2012 at 17:15

Se lo ricordava bene, ma per tanto tempo aveva fatto finta di non vederlo.
Era li sotto ai suoi occhi ogni volta che usciva dal lavoro, non era proprio facile far finta di non vederlo, ma solo raramente, quando era molto stanca e faticava a tornarsene a casa, lo sfiorava con lo sguardo e sentiva un vago calore dentro allo stomaco. Che poi non era lo stomaco a scaldarsi, ma un altro organo del corpo, che si trovava in quella zona lì, ma al quale lei non dava da tanto tempo più valore.
Difficile credere che un muretto avesse questo potere, però quell’angolo della sua città aveva per lei un senso speciale. Era solo un muretto basso di mattoni con il suo solito sovrapiano in pietra d’Istria che finiva perpendicolare ad un grande portale della stessa pietra, chiuso, e ricoperto come da un tettuccio creato da una grande pianta di vite americana. Era un angolo poco illuminato, costeggiato da un canale secondario, silenzioso e poco frequentato. Lì sotto la vite seduti sul muretto avevano passato tutto il loro tempo, quello che si erano riservati per stare da soli. Poco a dir la verità, ma diciamo intenso per parole e anche silenzi.
Ma era roba passata, talmente passata che lei, a volte, dubitava e pensava di essersela solo immaginata. Una piccola storia, fatta di parole e di silenzi, tutto platonico s’intende. ma d’altra parte…
Poi era ridicolo tornare sui propri passi, pensando a uno dei suoi amori, così indietro nel tempo e propabilmente troppo idealizzato. Lei era cambiata e tanto, chi avrebbe mai detto che una volta era quella ragazzina lì e, poi suo padre non c’era più, non aveva più nessuno che la controllava, ormai aveva una età che le consentiva qualsiasi cosa… e poi chissà… lui, quel ragazzino, che faceva? dov’era finito?
Il muretto era il posto dove si fermavano a parlare e a baciarsi, pensava che ci avevano provato lo stesso gusto, erano primariamente grandi amici e poi uscivano insieme, e la cosa non guastava. Avevano scelto quel posto perchè suo padre non avrebbe mai potuto vederla e forse nemmeno i vicini di casa, e non c’era il rischio che glielo racontassero. Quella era una stradina davvero buia e quasi nessuno passava di lì. Il bello era che al suono di Carosello lei poteva correre e in due minuti suonare il campanello di casa. Carosello era il suo limite invalicabile. D’altra parte aveva solo 16 anni e i suoi non la lasciavano libera mai. Suo padre l’avrebbe menata se l’avesse vista a manina o a baciarsi con un ragazzo e poi… quel ragazzo lì. Insomma niente di tragico, ma aveva i capelli lunghi e vestiva strano, una mezza via tra un figlio dei fiori e uno studente squattrinato. Sapeva come la vedeva suo padre e quanti pregiudizi avesse.
Lui era… non proprio bello, ma aveva un sorriso scanzonato e a lei piacevano i suoi occhi verdi… aveva i capelli lunghi con un ciuffo che ravviava spesso. Probabile che a lei piacessero gli occhi verdi, anche suo figlio aveva gli occhi verdi e pure il padre di suo figlio, ma questo non c’entrava niente col suo sogno, anche questo era cosa passato. Troppe cose erano passate per lei, ed era proprio assurdo incantarsi davanti a quel muretto e poi non capiva la ragione che la spingeva, qualche volta, a passare di li. Ma lo sapeva che indietro non si torna?
Forse rimpiangeva i sogni di quando era giovane, forse era perchè s’illudeva che non tutto fosse così… effimero, ecco la parola giusta: effimero. Anche se molte cose di quel tempo era stata lei a volerle buttare, come se ne avesse troppe o non fossero importanti.
Erano così imbranati, così carini, così stupidi… e lui si atteggiava a uomo vissuto, con l’eterna sigaretta in bocca, ma aveva solo 19 anni, che ridicolaggine, un uomo vissuto di 19 anni… Si sedeva sul muretto con il libro in mano, quanti libri si erano passati, e quante storie le aveva raccontato, lui scriveva storie e poesie bellissime che non parlavano mai d’amore, e lei continuava a leggerle cercando un accenno, una sola parola che fosse dedicata a lei. Sciocca davvero, l’arte non segue le rime delle poesie d’amore; è davvero un’altra cosa.
Qualche volta era lei a trovarsi al posto del libro e allora era bello perchè potevano baciarsi. Era l’unica volta che si era sentita fantastica e che era certa di saper baciare benissimo… con gli altri, successivamente si era sempre sentita inadeguata e poi non ci provava lo stesso gusto… o almeno così le pareva.
Era passato tanto tempo dall’ultima volta che aveva dato un bacio, di quelli che si ricordano e che mettono le farfalle allo stomaco.
Ma che andava a pensare? Erano passati talmente tanti anni che lui, il ragazzino del muretto, poteva essere diventato una persona qualsiasi, uno che non scriveva più poesie e che non ricordava più i tempi passati, uno in poltrona con le pantofole, magari era diventato nonno, nel frattempo. Però chissà perchè quel ricordo la scaldava dentro.
Adesso, però quel posto era solo un muretto e non c’erano più due ragazzi a fermarsi a parlare e a raccontarsi storie, avevano pure messo una luce forte che si accendeva quando ci si avvicinava… chissà a chi davano fastidio i baci sotto quel tetto di vite americana, certamente gente che non aveva cuore.
Se pensava a lui, ne aveva di ricordi eppure l’ultimo, il più nitido, si fermava lì, a quella volta che si erano incontrati per la strada e che lui le aveva detto che lei gli sembrava davvero invecchiata e stanca, in effetti erano passati parecchi anni e molta acqua sotto i ponti, ma no.. non era stato proprio un complimento… no davvero. Lui le aveva raccontato, con allegria, che aveva conosciuto una brava ragazza e che si era sposato, che avevano una figlia fantastica, che era la cosa più bella che avesse avuto dalla vita. Lei invece era sola, no, anzi aveva il suo bel bambino e ormai in mezzo c’era stato più di un uragano e l’amore non era amore o almeno così le sembrava, ma tanto che contava quella storia adesso non c’era più. Le dispiaceva di essere invecchiata e anche di non essere più la ragazza di un tempo, ma d’altra parte non poteva farci niente, le cose erano andate come dovevano andare ed era giusto che fosse lei quella a cui erano rimaste meno cose se non altro per la carognata che gli aveva fatto.
Fece un sospiro e riprese la sua strada, doveva tornare a casa anche se non c’era nessuno ad aspettarla. Chissà lui cosa stava facendo in quel momento? Ma lei aveva diritto poi di chiederselo? Era come fare la guardona nella vita di un altro. Era come invadere l’intimità di una coppia o…. insomma che ci pensava a fare? Chissà se le sue poesie adesso contenevano l’immagine della moglie o della sua bambina? Sarebbe stato giusto no? Magari non sarebbe state poesie famose, ma almeno sarebbero state poesie d’amore.
Ma non era che stava diventando gelosa di un ricordo? Aveva rabbrividito a quel pensiero, come, proprio lei che non era stata gelosa mai. Allora si era trovata a sorridere di se stessa, mentre fantasticava di un uomo immaginario, che nel ricordo era fin troppo giovane, con un ciuffo anacronistico sulla fronte. Già i capelli così non si usano più e nemmeno le camicie a fiori… e poi non c’è niente che possa far sorridere ancora in quel modo. Nel suo sogno ad occhi aperti c’era pure un bambino piccolo, biondo, con gli occhi verdi, che teneva quel ragazzo per mano, e lo guardava con tanta ammirazione e che con una vocetta tutta allegra lo pregava: “Dai… dai nonno raccontamene un’altra, raccontami un’altra storia…”

Se non posso ballare non è la mia rivoluzione

In Donne, Giovani, Nuove e vecchie Resistenze, Parola di donne on 5 novembre 2012 at 1:11

L’hanno chiamata la rivolta dei gelsomini. Bel nome vero? Fa pensare al profumo dei fiori e a giovani donne sorridenti che vogliono cambiare il mondo. Ma non è così. La rivoluzione non è cosa da donne, non qui, non nella mia terra.
Perchè ribellarsi se poi non cambia niente? Io sono donna in un paese che vuole rinascere, ma un paese per soli uomini, per me non c’è cambiamento. Non c’è modo di cambiare la mia realtà.
A casa mia siamo due sorelle. Mia sorella ha 25 anni, due figli un altro in arrivo. Non lavora se non in casa. E’ cambiata, non è più lei. Non ha più tempo per le nostre chiacchere, per i sogni. Mia madre è un’ombra sul muro di casa.
Io ho studiato, faccio l’avvocato e lavoro in uno studio del centro. Il mio ragazzo fa la guida turistica e a febbraio ci sposeremo. Ma io ho paura. Lui mi dice che a febbraio io smetterò di lavorare, ci penserà lui a me. Mi dice che allora metterò il velo perchè diventerò una donna come sua madre: dignitosa. Ma io non posso pensarci. A che serve ribellarsi e andare in piazza, rischiare la vita e respirare i lacrimogeni se poi io non posso nemmeno andare a ballare. Sarà stupido, ma io voglio poter andare a ballare, voglio solo avere la libertà di andare a ballare senza nascondermi dietro ad un velo. Se non ho nemmeno questa libertà allora… avrà anche il profumo dei gelsomi, ma questa rivolta non è mia e mai lo sarà. Se per noi donne non cambia nulla, nessun cambiamento ci sarà nella società, non cambieranno i nostri mariti e i nostri figli rimarranno sempre uguali ai loro padri e ai loro nonni. Non fate la rivoluzione, non fatela in nostro nome, perchè niente cambierà, soprattutto il nostro destino.

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