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C’era un tempo di mezzo

In amore, Donne, personale, uomini on 6 febbraio 2014 at 7:22

Klimt-le-tre-eta-della-donna
Era sera. Una sera che degradava dal fulvo dorato all’inchiostro stemperato con i riflessi rosa dell’ultima luce del sole.
Era bello stare lì, un bello che riempiva l’anima.
Improvvisamente come un brivido che corre sulla schiena e risale fino a un punto preciso del cervello, aveva ripensato che la sua vita aveva un prima, un dopo e che aveva avuto anche un lungo tempo di mezzo, a cui lei non pensava quasi mai.
Era certo frutto di un riflesso condizionato dalla paura di sapere, di ritornare a quel momento sospeso che era stata la sua vita di mezzo.
Non che fosse stato un periodo totalmente oscuro, anzi a dire il vero era stato per buona parte un periodo pieno di stimoli e di sicurezze che venivano raccolte qua e là nel percorso. Proprio lei che di sicurezze non ne aveva mai avute e non gliene erano mai state regalate.
Sapeva già da allora che avrebbe dovuto far da sola se voleva assicurarsi una vita senza condizionamenti e ostacoli, ma sapeva anche che si era scelta la strada dei condizionamenti più feroci. Era l’amore che la fregava e pure allora lo vedeva con chiarezza.
Ecco perché tornava raramente a quel tempo, provava sensazioni contrastanti, un dolore diffuso e una rabbia stemperata ormai dalla conoscenza ma ora era tutto dietro le spalle.
Ma quanti anni erano stati? Lei aveva diciannove anni quando tutto era incominciato. Quel nuovo posto di lavoro, sottopagato, ma a lei era sembrato che malgrado le apparenze, poteva diventare davvero la sua sicurezza e il suo futuro. Allora aveva quel ragazzo che se mai avesse potuto l’avrebbe messa sotto una campana di vetro, non solo per poterla guardare lui, ma per farla ammirare anche agli altri. Ammirare, ma non toccare. Aveva perduto quasi tutti gli amici e forse forse non era stata tutta colpa sua, anzi ne era certa. Fosse stato per lei avrebbe avuto un mondo pieno di amici e di occasioni. Ma lui era talmente insicuro che la voleva tutta per sè e ci voleva mettere in aggiunta pure le catene di un rapporto definitivo, cosa che a lei era sembrata davvero una forzatura. Non era pronta nemmeno a un rapporto di convivenza figurarsi a quello di un matrimonio. E questo l’aveva spinta a tirarsene fuori, respirando finalmente aria pura e soprattutto libera.
Quel nuovo lavoro l’aveva catapultata in mezzo ad un mondo quasi totalmente maschile. Ma lei male non si trovava, gli uomini erano meno competitivi tra di loro e non lo erano affatto con le donne. Questo atteggiamento non veniva per apertura mentale, questo lei lo sapeva bene, ma solo perché una donna non avrebbe mai messo in pericolo la loro professionalità e a dirla tutta nella sostanza si sbagliavano di grosso, ma a quel tempo la donna ne aveva di strada da fare.
Si trovò a sorridere. Erano altri tempi e tutto sommato andava bene così, bastava solo mantenere il profilo basso, e tutto filava liscio senza scontri superflui.
Insomma era allora che era iniziata la sua vita di mezzo, quel periodo che l’aveva vista studiare per prendersi un diploma, e poi iscriversi all’Università, ma che in particolar modo l’aveva vista fare i bagagli e uscire dalla casa che l’aveva imprigionata fino alla sua maggiore età e che ora non la poteva più tener legata.
Che belle quelle notti passate a passeggiare da sola per strada, era la dimostrazione del riscatto e della libertà.
Ma nel frattempo era entrato nella sua testa quell’uomo abbastanza grande ed egoista da saperla manovrare senza che lei fosse capace di comprendere, almeno non allora, almeno non subito. Troppo diverso da lei perché potesse riconoscerne prontamente i difetti e per prenderne le distanze in tempo, prima che fosse troppo tardi.
L’aveva amato e l’aveva profondamente odiato, troppe delusioni e troppi sogni disarticolati. Ma sempre e comunque lui riprendeva il potere. Non era amore, era piuttosto una malattia incurabile, una malattia così lunga e così tossica da durare… quanto?… ben 27 anni. Ecco era tutto lì il suo tempo di mezzo. 27 anni di fatica e di cos’altro? Sofferenza? Ma anche amore unilaterale… eh capirai a cosa serve.
Lei non sapeva come riassumere: certo un figlio amatissimo, un matrimonio piuttosto inusuale e una vita insieme che veniva soffocata dalla ripetizione. Ripetizione di cattive abitudini o semplicemente di abitudini e basta.
Lei era stanca, ma non avrebbe mai ceduto. Era una combattente nata, né mai troppo doma, né mai sleale. Ed era finita, così con uno strappo senza risposte. Come un amore non dovrebbe finire mai.
Come c’era stato un prima, poi c’era stato un dopo: terribile nei primi tempi e poi sempre più rasserenante, quando si era accorta che la vita vince sulla morte e che lei era sopravvissuta a quest’ultima.
Ora che aveva reiterato la convinzione che da solo si può, stava trovando dentro di sè una serenità ed una sicurezza che per troppo tempo aveva perduto. Non si diceva più che era stata colpa degli altri, chi vuole il suo male, o lo sa gestire o lo subisce. E lei aveva provato prima a subirlo e poi a gestirlo, ma tutto era finito in una bolla di sapone, troppo fragile per esistere, troppo bella per non invidiarla.
Era stato quello il tempo di mezzo, trent’anni di limaccioso pantano, con tanti sogni traditi, e solo uno pienamente realizzato.
Pensava a quel sogno che si era trasformato in un ragazzo che a guardarlo le si riempivano gli occhi, quei capelli scompigliati e quegli occhi verdi che scaldavano il cuore. Strano miscuglio tra il miracolo e il talismano, non sapeva davvero come c’era riuscita però sapeva che era stato il suo portafortuna.
Quello era un amore che non tradiva, che valeva per sempre e neanche era necessario che fosse contraccambiato. Era amore e basta.
Nel tempo di mezzo lei aveva conosciuto l’amore, quello che lei avrebbe voluto per sè stessa ma che invece era felice di dare, resistuito forse da quello sguardo divertito e dolce, che la ripagava di ogni lacrima e di ogni piccola o grande apprensione.
C’era stato un prima, poi la terra di mezzo, ed ora il poi che le consentiva di godere di un tramonto sfolgorante, senza avere rimpianti. Era accaduto tutto lì nel suo centro, in un tempo che non era giovinezza, ma una cosa che non sapeva spiegare, dove lei era donna in modo diverso da tutto l’altro tempo. Finalmente era donna in modo quieto ed inestimabile. Nessuno a pretendere da lei se non quello che gli aspettava, immenso amore e cura, un gesto naturale e senza platealità. Lei allora sì che si era sentita una regina.

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Ah l’invidia… questo strano sentimento che…

In Anomalie, personale on 7 dicembre 2012 at 16:41

Bronzino_invidia

L’invidia è un sentimento latente che agisce di solito in maniera silenziosa e indiretta. Ciò non toglie che esso raggiunga livelli di intensità molto elevati, inducendo l’invidioso a soffrire profondamente. Essendo un sentimento non manifesto, non dichiarato, non definito e chiaro come possono esserlo la gioia o l’affetto, esso viene a volte confuso con altre emozioni. L’invidioso, dunque, non sempre è consapevole di esserlo. Va anche aggiunto che l’invidia può essere rivolta verso una persona, o un gruppo di persone in particolare, oppure essere generalizzata. Un’invidia generalizzata è devastante in quanto rende la persona perennemente insoddisfatta e sofferente, e continuamente alla ricerca di un che di indefinito che nella sua personale visione delle cose dovrebbe colmare il senso di bisogno che prova. L’invidia diviene manifesta quando il suo livello di intensità giunge a picchi talmente elevati da spingere la persona ad agire contro gli altri. L’invidioso più accanito, infatti, non si accontenta di ottenere ciò che appartiene ad altri, ma desidera al tempo stesso che le persone da esso invidiate perdano ciò che possiedono. A questo punto il termine “invidia” dovrebbe forse essere sostituito con un altro più appropriato, come ad esempio “malignità” o “perfidia”.  Tuttavia l’invidia, prima di colpire persone esterne, agisce sull’invidioso stesso generandogli grande tormento. Vivere in un costante bisogno di avere ciò che non si possiede fa soffrire intensamente. http://www.nienteansia.it/test/test-invidia.html

Cercando i sinonimi di invidia trovo anche: gelosia, livore, malevolenza, rivalità.

“Non invidio la persona che diventa a sua insaputa oggetto di invidia, come non invidio chi prova questo sentimento così potentemente usurante.”
Usare comunemente questo termine “non invidio” vuol dire che il suo contrario, ossia “invidio” è un sentimento molto più comune di quello che si pensa. Personalmente non ho mai pensato di conoscere persone invidiose, forse è proprio perchè, mi è difficile accettare che ci siano persone che si rovinino la vita per questa malattia senza cura, e poi perché, che senso ha?
Un giorno, però, ho dovuto ricredermi, per quanto mi sembrasse strano e senza senso il livore che quella persona ha manifestato per me, tutto quello che ha fatto e come lo ha fatto mi ha messo nelle condizioni di analizzare questo sentimento in tutte le sue sfumature peggiori.
L’invidia non consente requie, il tempo non serve a dimenticare, anzi l’odio e la repulsione, col passare del tempo, diventano sempre più forti ed esasperati anche se immotivatamente.
Difficilissimo è porre rimedio o fine a questo sentimento. Un tentativo può essere quello di cadere dalla considerazione del mondo intero ed essere cancellato anche dalla memoria di ogni essere umano, solo che l’invidioso avrà sempre la percezione della tua esistenza, anche se passata, e seppur godendo delle tue disgrazie, resterà insoddisfatto perchè in un qualsiasi momento della sua vita, qualcuno potrebbe mettere in pericolo, ancora una volta, la sua posizione. Tu rimani il simbolo delle sue ansie e cercherà sempre di screditarti e di farti il vuoto intorno, anche con sistemi poco ortodossi, come la calunnia e l’infamia.
Imparare a convivere con gli invidiosi è impossibile. Non verrà mai il giorno in cui l’invidioso si accorgerà di aver provato un sentimento inutile e deleterio, per la sua stessa vita, non ammetterà mai che aver odiato così tanto una persona qualsiasi, e solo per questo suo sentimento, l’ha resa più grande e più importante di quello che era. Non saprà accorgersi mai di aver perduto inutilmente tempo ed energie, di aver bruciato nel suo fuoco dell’odio con ogni probabilità anche la sua credibilità. Ma che ci possiamo fare??? Mica siamo invidiosi noi. Mica siamo nati per distruggere il mondo. Non abbiamo nè memoria così lunga nè così tanta malignità da tenere vivo simile ardore. Saremo persone piccole senza dignità, ma se la grandezza la devo misurare attraverso la perfidia che genera, che ne so… preferisco vivere 🙂

Ricetta per uccidere un amore

In amore, auguri, Blog, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù, uomini on 30 gennaio 2012 at 0:00

Vi è mai capitato nella tempesta di un sentimento, nella tristezza di un amore che latita e nella certezza che nulla può più essere salvato, che vi venga la folle idea di trovare la ricetta per uccidere quell’amore? Chiaro non ucciderlo fisicamente, sebbene in alcuni casi magari un po’ ci pensi, ma annientare la forza delle sensazioni negative, del dolore e della delusione, insomma uccidere un amore è uccidere un amore. Basta, via, niente, pussa via, sparisci…

Insomma girando per la rete ho trovato questo post in questo blog molto carino che riporto pari pari qui sulle mie pagine:

Ho messo via un bel pò di cose, ma…

Ci ho provato a metterti da parte insieme al mio amore per te.
Lo giuro.
Ci ho provato per amor proprio,  per istinto di sopravvivenza, per realismo…ma niente. Non riesco a lasciarti andare.

Da settimane ho tolto dal mio raggio d’azione tutto quello che poteva ricordarmi di te. E’ tutto chiuso in una busta, confinata nel buio di un armadio. Nel farlo non ho avuto nemmeno il coraggio di guardare una sola delle nostre fotografie. Quelle stesse che avevo fatto stampare tra le tante fatte, piccoli passi orientati alla composizione di un album che contenesse le più belle, per raccontare i nostri anni di vita insieme… magari per poterle riguardare insieme un giorno, in futuro, per ricordare l’evolversi del nostro amore.

Come si uccide l’amore? C’è un modo, una formula segreta, una cura, una pillola? Anche qualcosa in sperimentazione mi va bene, mi candido come cavia umana!

Ci ho provato, ci sto ancora provando. Ma non riesco.
Puntualmente perdo le forze e finisco col fare capolino nella tua esistenza, sperando che tu mi stupisca, ma per la prima volta (da un pò di tempo a questa parte) sei fin troppo coerente con te stesso e con le tue scelte.

Non sò come tu ci riesca, vorrei un pizzico della tua forza… o forse della tua indifferenza, chi lo sà…. questo, lo sai solo tu.

V.

Chissà com’è che a leggere tutto questo mi sono commossa. Che ne dite cuore fragile o cuore di mamma?

Di quella rabbia, resta ancora la traccia

In Amici, amore, Donne on 12 novembre 2011 at 19:04

Forse è perché non era più giovane che il suo pensiero tornava spesso ai ricordi. Che poi per lei, quei ricordi, non erano solo immagini un po’ sbiadite dal tempo, ma vere e proprie emozioni ritrovate. Cercava di spiegarselo, ma era difficile farlo quando nemmeno lei capiva completamente.
Aveva una buona memoria, tutti glielo dicevano, anche se in realtà era una memoria selettiva e molto particolare. Ritrovando un ricordo, ritrovava anche l’odore e l’umore di quel momento. Ogni ricordo era un segno dentro che le aveva lasciato una traccia indelebile. Almeno così era per lei.
Spesso chi la conosceva si stupiva che lei, a sentir nell’aria un profumo appena percepibile, riuscisse velocemente  a ricollegare la sua memoria ad altri momenti, legati a quell’odore o a quella canzone o ancora di più a quelle emozioni.
Per esempio quella canzone, che seppur piuttosto nuova, per le sue parole e nella sua ripetitività musicale le faceva venire in mente la rabbia della sua gioventù. Quella rabbia non era più sua, ma se la ricordava fin troppo bene. Oggi si era trasformata in qualche cosa di più maneggevole e più pratico. Prima riusciva ad odiare oggi invece accettava anche se rimaneva ancora incapace di perdonare completamente, però non odiava più.
Quello della rabbia era il tempo dell’anarchia e della voglia di andare via da ogni posto che non fosse straordinario. Era la voglia di non mettere radici da nessuna parte e di vedere tutto il mondo e viverci dentro senza lasciarsi cambiare dagli altri. Grande illusione quella, ma era proprio questo quello che voleva. E quel sentimento era una traccia bruciante e dolorosa, che non aveva superato facilmente. Impossibile farlo quando si è inermi. No, un’arma lei l’aveva ed erano i suoi sogni. Sognava un mondo migliore, più sincero e senza conformismi, più serio ed impegnato e contemporaneamente più leggero, amichevole e puro.
Chissà perché non aveva mai giocato a mamma-casetta. Non aveva mai avuto bambole e non aveva mai sognato il suo abito da sposa, o forse sì, una sola volta, ma era troppo giovane e troppo ridicola e poi era solo un sogno che l’aveva fatta sentire stupida.
Ma il livello di rabbia era elevatissimo. Avrebbe voluto spaccare tutto, anzi polverizzare tutto per poi poter nuovamente costruire e farlo meglio.
La sua generazione era quella che apriva il mondo alla fantasia, all’anarchia, ma anche all’impegno, alla puntualizzazione, alla cultura libera e autonoma, alla libertà, agli sconfinamenti e alle contaminazioni, al coraggio e alla disperazione, non si accontentava di quello che le veniva dato, voleva molto, ma molto di più.
Le amiche di quei tempi continuavano a dirle ancora. “Tu hai fatto un’altra vita, perché tu eri diversa, non ti accontentavi e volevi di più…” cosa fosse quel di più non se lo spiegava ancora. Aveva fatto tante vite in una e continuava ancora a viverne altre e quelle vite non le bastavano  mai e le si offrivano sempre, si moltiplicavano e si perpetuavano e la ragione non la sapeva, nemmeno ora riusciva a capire quel miracolo.
Aveva amato, tante volte e molto spesso per sempre, aveva ricordato e dimenticato. Aveva conservato le cose importanti e lasciato andare quelle di nessun valore. Aveva tenuto vicino gli amici e i ricordi e li teneva vivi con attenzioni e facendo rivivere le emozioni che li avevano legati. Oggi sapeva dire ti voglio bene ad un’amica a cui, per pudore, non l’aveva mai detto e sapeva che pure a lei faceva piacere. Riparlava ad un vecchio amico come facevamo da ragazzi e non se ne vergognavano e non avevano più nessun orgoglio da soffrire.
Non aveva avuto una vita comune e in fin dei conti non aveva neanche mai invidiato chi invece ce l’aveva avuta. Le andava bene così, perché ai margini di una gabbia, che era certa l’avrebbe soffocata, aveva potuto dare il meglio di sé. Aveva annusato e ascoltato la vita. Aveva vissuto profondamente e sofferto perché si era lasciata segnare dalle cose, dai pensieri e dagli sguardi altrui. Era stata indifesa ed irraggiungibile. A portata di mano e sfuggente. Nessuno aveva la chiave giusta e sebbene fosse triste per quello, non aveva mai voluto aprire la sua porta. Questa era la sua rabbia, questa era l’incapacità che aveva di conformarsi, di adattarsi, di entrare nel gioco. Certo si era data, ma nessuno l’aveva mai avuta completamente e questo era stata la sua gioia e la sua malattia. Era una donna ed era una donna complicata, esigente e difficile.
Poi un giorno decise di avere un figlio e quello l’aveva addomesticata. Questo era quello che aveva voluto ed è era stata una scelta consapevole, perché era quello che voleva per lui. Era una donna che diventava madre. Ed era il suo primo atto di appartenenza e le piaceva. L’unico amore che percepisse senza catene. Strano no? E’ quello l’amore vero e per sempre. Era un amore libero perché naturale e definitivo. Certo, la rabbia viene ammansita dall’amore, era evidente. Quello lo capì allora e lo visse con uno stupore infantile e pieno di calore. Aveva finalmente la sua àncora, il suo porto, il posto dove stare, il suo impegno quotidiano e bellissimo, il suo progetto per quel futuro che aveva sempre evitato di fare.
La rabbia non tornò più. Era suo figlio che l’aveva disinnescata, con i suoi occhi splendenti e la voce con quella erre che appena appena faticava, con il sorriso spettinato e la sua intelligenza veloce e rasserenante. Non avevo più bisogno di distruggere avevo solo voglia di fermarsi, di dargli una casa, delle sicurezze…
Ne parlava qualche giorno prima con il suo compagno, che non era il padre di suo figlio, e parlando non se ne rendeva conto di quanto significasse per lei, come donna, la nascita di un figlio. Era certa che le donne quando diventano madri cambiano e cambiano molto
Insomma aveva dovuto trovare l’amore per disinnescare la rabbia, anche se quella rabbia le aveva raschiato l’anima per tanto, troppo tempo. Proprio l’amore di e per suo figlio, le aveva aperto la porta anche ad altre forme di amore, aveva capito che ne dovevano esistere anche altre forme, anche se allora non le aveva desiderate e forse nemmeno incontrate. E così la rabbia si era trasformata in curiosità, in calore e partecipazione, forse anche un po’ in trepidazione, ma anche in certezza, sicurezza ed in mille altre sfumature di luce.
Oggi poteva dire di essere una donna arrivata e di questo non aveva alcuna paura. Anzi si sentiva migliore proprio perché aveva saputo fermarsi e accogliere il brutto e il bello che la circondava. Aveva trovato un altro amore che le riempiva la vita oltre a quello di suo figlio. Aveva tante persone che la circondavano e che la facevano sentire viva e partecipe. Della sua rabbia restava solo una traccia lontana anche se indelebile. Le faceva ripetere sottovoce: “Mai e poi mai mi lascerò ingoiare da una vita che non voglio e che non vorrò mai.” Ma almeno ora poteva invecchiare serenamente.

Una vita senza rimpianti

In amore, Donne, Libri, personale on 16 settembre 2011 at 0:15

Esiste una vita senza rimpianti? Me lo chiedo così, senza metterci troppo pathos, perchè la risposta la so. Le domande a cui sai già come rispondere non ti sconvolgono mai, almeno a me succede così. Non è solo perchè sto leggendo questo libro nel quale la protagonista femminile, Orah, durante la sua fuga dalla realtà, in un lungo viaggio a piedi per la Galilea, legge le pagine del suo quaderno che sono state riempite dei rimpianti di altri.
Se avessi anch’io un quaderno blu, cosa ci troverei scritto dei rimpianti degli altri? e quali sarebbero i miei? Forse sono troppo testarda per ammettere che qualche rimpianto ce l’ho e che qualcosa cambierei nella mia vita, se questo mi fosse possibile.
Probabilmente tornerei alla mia infanzia e cercherei di vincere la freddezza di mio padre, anche se so di averlo già tentato e di non esserci riuscita nemmeno allora.
Forse non mi lascerei mettere in un angolo, ancora prima di tentare di fare quello che ho sempre sognato di fare. Probabilmente rimpiango la mia giovinezza, che non fu facile, ma che è stata l’unica giovinezza che ho avuto e che forse ho un po’ sprecato. Forse avrei amato senza nascondermi e senza quello stupido orgoglio che mi ha, comunque, tenuto in vita. Forse, avrei avuto quattro figli, uno diverso dall’altro, ma tutti stupendi (che poi si sa: ogni scarrafone è bello a mamma sua…) avrei studiato per poter fare la reporter nelle zone di guerra e avrei sofferto di quello che vedevo, ma vissuto come sognavo di fare. E più guardo dentro la mia vita è più vedo occasioni perse e rimpianti in agguato. Vedo sogni irrealizzati e tristezze impalpabili. E poi i grandi rimpianti sono solo piccole cose, la vita comunque è una grande avventura, e io di vite ne ho vissute molte, una sull’altra, spesso cambiando direzione o per amore o per forza.
Di questa vita mi sono rimaste poche, ma dolcissime cose. Almeno di questo non ho rimpianti. Se ho sbagliato ho pure pagato fino in fondo, eppure ho conservato tesori dentro di me che non sono stata capace di dimenticare mai. Cose che mi sono tornate indietro assieme alla possibilità di ricomporre i sogni. Non esiste una vita senza rimpianti, sarebbe insulsa e priva di mordente, sarebbe di una noia mortale e fredda come l’Alaska.
E io sono piena di passioni anche se mi sono nascosta bene per il timore di farmi saccheggiare troppo in fondo. Se poi ho un rimpianto grosso è quello di aver sofferto in silenzio, senza che nessuno capisse e se ne curasse. Ecco, ho il rimpianto di non aver tenuto vicino chi si sarebbe potuto prendere cura di me, perché se aspettavo la mia volontà di volermi bene, beh… allora sarei ancora qui ad aspettare.

Anche questo è amore?

In amore, Anomalie, La leggerezza della gioventù on 3 novembre 2010 at 7:00

Volto di una bambola triste che piange lacrime di sangueLa storia che vi voglio raccontare è una storia diversa. Insolita? Forse no. E’ la storia di Annabruna. Naturalmente il nome è fittizio, per la privacy; è un nome da blog. Lei e lui facevano di tutto per rendersi complicata la vita, ma questo non c’entra nulla con quanto voglio raccontare. Annabruna era una donna piccolina, con una voce stridente, con degli occhi enormi e un seno altrettanto interessante. Credo che il suo corpo anelasse un piacere così intenso che la sua morale non permetteva. Ma di questo non ho certezze. Né ho solo qualche sospetto. Come quando la invitai a salire e lei aspettò fuori perché non c’era mia moglie. Le due donne erano molto amiche. Eppure era capace di arrossire con facilità. Ma veniamo alla storia.
Credo di essere ben disposto all’empatia per le persone che avvicino. Così anche lo sono sempre state le mie compagne. E’ perciò che spesso abbiamo ricevuto confidenze anche che ci creavano imbarazzo. Annabruna non sapeva decidersi tra due amori. In realtà credo che il suo cuore avesse le idee molto chiare, ma lui era paziente. E l’altro era il suo capo ufficio. Inoltre, fatto non di poco conto, l’altro una famiglia ce l’aveva già. Così sposò quello paziente, dopo un lungo fidanzamento. Lo sposò in pompa magna. Con un matrimonio che nel paesino si dovrebbe ancora ricordare. Noi non sapevamo ancora niente. Un giorno lui ci confidò che con lei era difficile fare l’amore sapendo che c’era l’altro. Lei ci confidò che con lui era difficile fare l’amore.
Lei non era più così giovane. Ne tanto meno una giovane d’oggi. Non so come né perché lei restò incinta. Onestamente non ebbi il coraggio di chiederlo. Aspettava un figlio ma era figlio dell’altro. Lui l’accompagnò in Jugoslavia per aiutarla ad interrompere quella gravidanza. Lui cercava di convincerci quanto era bella. Era molto carina e bastavano gli occhi per vederlo. Insistette per mostrarcela al mare, tette al vento. Lei cercò di opporsi. Si nascose nell’imbarazzo di un colore carminio. Provai anch’io imbarazzo, per lei. Son fatto così. E non sono indifferente alle nudità. Nemmeno a tante altre cose. Ma non bastano per confondermi abbastanza. Né me la sono mai sognata. Era un’amica. E un’amica della mia compagna. Non ho mai imparato a tradire. E forse non era nemmeno quella l’occasione. Non ho altro ruolo in questa breve storia già finita che quello del narratore.
Per quanto ne so, ma non voglio sapere di più, Lei e lui vivono felicemente assieme. Quel felicemente ha un suono strano. Ora hanno una figlia. Ormai una ragazza. Lui continua ad essere paziente. Continua ad occuparsi della figlia, e della casa. Vivono ancora in quel paesino che lei non riusciva ad accettare. Vicino alla famiglia di lui che lei cordialmente odiava. In modo nemmeno velato. Ha sempre quegli occhi sgranati che paiono sognanti. E’ nata con quell’espressione. Solo ha qualche ruga in più. Forse non è solo segno dell’età ma anche quella conta. Forse oggi lei salirebbe da me, chissà. Dovrebbe aver imparato che non uso nessuna esca. Che non so amare che una donna alla volta. E che ho sempre avuto quella condanna: credo nell’amore. E’ solo che oggi non può più farlo. Non sto più con quella sua amica. E non frequento più quel mondo. Lì l’apparire è più importante dell’essere. E’ in ogni posto così.
Ne avrei ancora di storie da raccontare. Sappiamo tutti che non si finirebbe mai. Chi non ha le sue? O meglio quelle degli altri. Che poi ci si organizza. Se serve un compagno per le solitudini delle domeniche. E delle feste. Sono terribili le solitudini, più ancora quelle festive. E io onestamente non riesco proprio ad essere moralista. Ho simpatia per entrambi. Certo che i giudizi di Annabruna sulle situazioni come la sua sono taglienti, e crudeli, anche volgari. Così diversi da quanto parla di sé. Cosa dire di lui? Lui ha sempre molto tartagliato. Un giorno gli chiesi se i suoi problemi con il sesso derivassero dal fatto che per lui aveva diciassette esse. Non avevo ancora idea che ci mettesse così tanto a dirlo e così poco a farlo. E ho la lingua troppo veloce. Messo a conoscenza me ne sono sempre pentito. Spero sia guarito, ma si può guarire?

Sofferenze solitarie

In amore, Pietas on 2 giugno 2010 at 20:30

Mi organizzavo di andare a trovare mia suocera almeno tre volte alla settimana. Era stata ricoverata in quel reparto di lungodegenza perché, dopo gli ictus che aveva avuto in rapida successione, viveva alla stregua di un vegetale. Ci andavo con pena, ma ci andavo. Mi sentivo responsabile anche per i figli che non si occupavano di lei e soprattutto non riuscivo a credere che fosse tagliata fuori dal mondo in modo così definitivo. Mi pareva di vedere, a volte, nei suoi occhi un barlume di coscienza e quella luce mi dava gioia, perché ero lì a raccoglierla.
Già è durissimo vedere, nello sguardo delle persone care che giungono alla fine della loro strada, lo smarrimento di non sapersi orientare, di non trovarsi in un luogo amico tra gli affetti delle persone care. Ma quello che vissi in quella stanza di ospedale andava al di là della mia comprensione.
Nel letto vicino a quello di Clara c’era una donna, ormai avanti con gli anni, però non ancora vecchia, ma ancora di una bellezza austera che sembrava scolpita in una pietra bianca purissima. Portava i capelli raccolti in una crocchia ordinata ed erano di un nero corvino che contrastava col colore etereo del viso. Aveva un fisico longilineo e per quanto potevo vedere, visto che era quasi sempre semidistesa a letto, sembrava appartenere ad una persona che era stata forte e decisa.
Le prime volte che entrai nella stanza la salutai con cortesia, ma lei non mi guardava mai e nemmeno mi rispondeva. Che strana cosa. Lei sembrava fuori luogo in quel posto e per me era incomprensibile la sua presenza.
Una sera sostituii l’infermiera che alimentava Clara, perché era impossibilitata ad andare. Trovai la bella signora in compagnia di quello che, ero certa, fosse il marito. Un bell’uomo, elegante, persona che a vederlo così ti viene in mente la parola “un signore”. Anche lui intento ad aiutare la moglie a nutrirsi. Mi aveva salutato con gentilezza e con un sorriso che gli aveva illuminato il viso e l’aveva reso ancora più bello, se possibile. Dovevano essere una bellissima coppia assieme, anche lui alto e dal portamento fiero.
Lui stava tentando di imboccarla con estrema cura, richiamando la sua attenzione con dei nomignoli che mi facevano sentire piccola piccola in quella stanza d’ospedale. Ero imbarazzata. Non avevo mai sentito un uomo essere così dolce con la sua donna. “Angelo mio!” ripeteva “Tesoro adorato!” “Guardami, amore, mangia almeno un pochino. E’ la minestra che ti piace. Stella, te l’ho portata da casa, l’ho fatta io con tutto il mio cuore.”
Lei non lo guardava, anzi girava dalla mia parte lo sguardo senza mostrare di vedermi. “Amore, non fare così, devi mangiare qualche cosa. Ti farà bene. Tu lo sai che devi guarire, tornare a casa, io non so stare senza di te…”
Poi improvvisamente si animò: “Vuoi star zitto testa di cazzo!” Quella frase mi si piantò nella testa, come una martellata. Ma cosa stava succedendo? Come poteva essere che una donna così riuscisse a parlare in modo così orribile e volgare. Ma non avevo ancora sentito tutto. “Lasciami in pace pezzo di merda… non mi toccare con quelle tue mani sozze, porco!”
L’uomo che era vistosamente arrossito mi guardò sgomento poi si scusò per lei. “La scusi… Sa” mi disse “qualche volta non ci sta con la testa, ma poi le passa…” Io ero esterrefatta, ma non volevo metterlo in imbarazzo e così cercai di far finta di non vedere e di non sentire parlando a Clara con dolcezza, se mai mi avesse sentita e se mai avesse bisogno di sentire una parola buona.
L’uomo tentò di alzare, con molta fatica, dal letto la moglie. Lei si dibatteva e allontanava con decisione le sue mani, gridandogli le parole più brutte che abbia sentito mai da bocca umana. Avrei voluto avere un pulsante che spegnesse l’audio, era troppo anche per me.
Con pazienza l’uomo le infilò la vestaglia e cercò di metterla a sedere su una sedia a rotelle, contemporaneamente le sussurrava le più dolci parole che mai uomo possa aver sussurrato ad una donna. Nella lotta la crocchia di lei si era sciolta e i capelli le ricadevano sul viso come serpenti scuri.
Era una scena che non riuscivo a non guardare. Lui che la reggeva e lei che lo picchiava, come un’ossessa e senza pietà, con i pugni. Improvvisamente lei si fermò come se avesse esaurito la carica, diventò bambola di pezza nelle sue mani. Il suo viso tornò assente e i suoi occhi neri persero tutta la vita che avevano poco prima. La bocca era spalancata come se stesse gridando, ma nessuno la potesse sentire. Lui l’adagiò con tenerezza sulla sedia e dopo aver preso la spazzola cominciò a ricomporre i suoi lunghi capelli neri. Mi voltava le spalle ed io lo vedevo curvo con la testa affondata nei suoi capelli. Sentivo che piangeva, ma con dignità e senza abbandono.
Aspettai un po’ e gli chiesi, timidamente, se potevo fare qualcosa per lui.
Mi rispose: “No, grazie, lei è molto gentile. Sa, noi non abbiamo figli, siamo soli… lei non era così, prima. Qualche anno fa ha avuto i primi sintomi. Non ricordava le cose. Sembrava un problema da nulla. Un semplice esaurimento, ma poi le cose peggiorarono e… i medici mi dissero che si trattava di demenza precoce. Non potevo crederci. Lei non voleva crederci. Ma il peggioramento fu veloce. Era una donna straordinaria e io… io l’amo molto. Ma non è più la stessa… ormai benedico anche quei momenti che mi offende e grida, perché è viva, almeno quello… Ci scusi sa per quello che ha sentito, lei non vuole davvero dire quello che dice… lo fa perché… lo fa perché è stanca… perché non è più lei e questo le fa tanto male.”
Gli misi una mano sulla spalla. “Lasci stare, non ha bisogno di giustificare niente. Mi creda, sono dispiaciuta. Non riesco ad accettare nemmeno io un simile insulto, una malattia così terribile. Mi deve scusare lei perché non so davvero cosa fare per voi.”
Non mi guardò in viso, credo che non volesse che lo vedessi con gli occhi arrossati dal pianto e mi rispose in un sussurro: “La ringrazio davvero tanto, lei è una persona di cuore…”
Io intanto pensavo mentre guardavo Clara perduta nel suo mondo senza memoria che io in quella stanza il cuore lo avevo frantumato, magari non sembrava, ma ne avevo strappato un pezzo e consegnato nelle mani di quel “signore”, lui avrebbe saputo custodirlo assieme all’amore per quella donna.

Grazie Alda

In poesia on 3 novembre 2009 at 14:31

alda

(Sono una piccola ape furibonda.)
Mi piace cambiare di colore.
Mi piace cambiare di misura
.

Ai giovani

Bella ridente e giovane
con il tuo ventre scoperto,
e una medaglia d’oro
sull’ombelico,
mi dici che fai l’amore ogni giorno
e sei felice e io penso che il tuo ventre
è vergine mentre il mio
è un groviglio di vipere
che voi chiamate poesia
ed è soltanto tutto l’amore
che non ho avuto
vedendoti io ho maledetto
la sorte di essere un poeta.

I FUNERALI MERCOLEDI’AL DUOMO DI MILANO ALLE 14,00
Per la poetessa Alda Merini saranno fatti funerali di Stato. Le esequie si svolgeranno in Duomo a Milano, mercoledi’ alle 14. La camera ardente per la Merini verra’ allestita nella sala Alessi a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano.

http://www.aldamerini.com/

Sono nata il 21 a primavera…

In musica, poesia on 2 novembre 2009 at 14:07

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta…

Cara Alda saluto il tuo passo lieve che ha incrociato la mia strada con la dolce canzone che ti fu dedicata da Roberto Vecchioni. “Canzone per Alda Merini” . 

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