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Palestine on the road… storie di amicizia e di coincidenze

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 4 marzo 2014 at 18:24

zia 1 MuradDi questo viaggio non scriverò le mie impressioni sull’inferno di Hebron, o meglio Al Khalil, perché ci sono viaggiatori che ne hanno scritto emozionandomi tanto, trasmettendomi sensazioni che sono difficili da trasformare in parola.
Andare per la Palestina non ti consegna mai un vuoto ed un abbandono così agghiacciante come in Shuhada street, quella strada di Hebron, nella zona destinata ad essere una città fantasma all’interno di una vera città palestinese, incupita e straziata dall’apartheid dell’occupante.
Andare per le strade in Palestina, vuol dire correre per strade palestinesi che diventano di esclusivo uso israeliano. Basta guardarsi in giro, ogni villaggio subisce atti di vero ostruzionismo e apartheid da parte di Israele. Strade chiuse da gate, da cubi di cemento, da montagne di detriti e sassi. La Palestina non esiste e pertanto non ha strade, non ha abitanti, non ha vita né sogni, non ha cultura, non ha nome. E’ invisibile a tutti, o almeno quasi tutti, non per la politica di Israele, non per l’esercito di occupazione; lì le regole sono fisse: levare ai palestinesi l’identità e farli sloggiare, sparire.
E’ l’ultimo giorno di Palestina. Si dovrebbe andare tutti nella Valle del Giordano a capir meglio cos’è lo sfruttamento delle risorse e il furto dell’acqua in Palestina. Altra triste pagina sui diritti negati ai palestinesi e sul loro destino.
Noi e Luisa però abbiamo un’altra visita da fare, anzi non una bensì due. Stavolta si parte da Betlemme, quindi il tassista rimane lo stesso, possiamo partire e tornare con lui ed è già una buona cosa.
Un’altra difficoltà sarà come trovare i luoghi senza indicazioni stradali, per esempio provate ad andare a Kufr Qaddom, un villaggio a ovest di Nablus, a cui ci si arriva solo per una strada “alternativa” che alternativa è a dir poco.
A parte che nessun villaggio Palestinese ha più l’onore di avere un nome e un’indicazione stradale, a Kufr Qaddom hanno anche portato via la strada per arrivarci. La scusa è che lì intorno ci sono quattro insediamenti di coloni che, oltre ad impossessarsi di molti dunum di terreno agricolo del villaggio, si sono pure portati via la strada di accesso al villaggio.
Noi a Kufr Qaddom ci andiamo per trovare Murad, coordinatore del comitato popolare per la resistenza non violenta e Sameer, il sindaco palestinese più simpatico che c’è. Amici conosciuti quando sono stati ospiti in Italia. Murad è uscito da poco dal carcere, è stato arrestato di notte, tirato giù dal letto nella sua casa, davanti ai suoi quattro bambini, l’ultima appena nata.
Andarli a trovare è un’impresa, nessun navigatore che ci dia una dritta, nessuna segnaletica, ma ci arriviamo ovviamente per la strada sbagliata, la principale, in due minuti saremmo arrivati al villaggio, guardando in lontananza si vedono le prime case, ma niente, ci troviamo di fronte ad un gate giallo sbarrato con una garritta deserta. Sulla destra spuntano le prime case di Qadumim, pure il nome si sono fregati questi ladri di identità e di terra.
Impossibile passare. bisogna tornare indietro e noi vogliamo arrivare sia per vedere i nostri amici sia per capire cosa vuol dire essere palestinese da queste parti.
Ed è difficile, difficile, chiediamo indicazioni, nessuno sa dirci con certezza qual è la strada, superiamo villaggi, centri abitati, campi, ulivi, tanti ulivi, sassi ed ulivi. Ma la strada dov’è?
Finalmente troviamo una nuova ferita tra gli ulivi, è una nuova strada che passa tra i terreni coltivati e arriviamo a Kufr Qaddom. Il villaggio è antico, lo si capisce dalle vecchie case in rovina: archi a volta in pietra, angoli di distruzione.
Mi annoto che devo chiedere se sono solo antiche case abbandonate oppure distrutte dall’esercito. Qui e là sorgono nuove costruzioni, quelle sono un po’ pretenziose, mi fanno venire alla mente quelle di alcune nostre periferie della provincia italiana. Insomma quelle che sono la miglior espressione dei geometri dei nostri paesi agricoli. Perchè Palestina è anche voglia di normalità e desiderio di partire, di respirare aria libera, per poi magari poter tornare.
Kufr Qaddom, un villaggio diverso dagli altri, meno palestinese in qualche modo suo, che non riesco a capire. Però non fatevi ingannare… una strada chiusa e una economia messa in ginocchio, ha unito davvero più che un proclama.
Ed ogni venerdì escono i giovani e i meno giovani del villaggio fasciati nelle kefije o nei passamontagna, assieme agli internazionali armati di macchine fotografiche e cineprese, e marciano verso gli sbarramenti. E lì l’esercito li aspetta e spara di tutto: candelotti lacrimogeni, proiettili è acqua chimica puzzolente. La marcia è un trasporto di sassi che a volte si posano e altre si lanciano, e il bulldozer li sposta e le Jeep sparano e i soldati rincorrono con i fucili spianati e con i cani allevati per aggredire. Un gioco delle parti che lascia a terra feriti e contusi. Ogni settimana un bollettino di guerra, senza contare gli arresti durante la giornata di protesta, e uno o due giorni prima, senza contare i posti di blocco improvvisati, giovani fermati senza ragione, ma non serve un vero motivo a questo parallelo.
Arriviamo alla casa di Murad che si trova dietro alla curva sulla strada della vergogna. Ci aspettano in tanti: Murad sorridente, Sameer che ci abbraccia caloroso, altri che non riusciamo nemmeno a capire chi sono. Siamo confusi e frastornati, è bello ritrovare gli amici. Improvvisamente si materializza sulla strada una donnina minuta, vestita come le vecchie contadine palestinesi, o almeno come io ho sempre pensato fossero vestite: abito chiaro e lungo e velo bianco… Ho pensato in quel momento, rimanendo folgorata, che se questa donna ha un nome, dovrebbe essere Palestina.
E’ la zia di Murad, una coincidenza della vita che fa sorridere e scalda il cuore. Nella mia casa a Venezia abbiamo una bellissima foto di un fotografo palestinese, che avevamo preso in una manifestazione a Brescia: “Con la Palestina nel cuore”, quella foto la tengo in una stanza dove casualmente sono entrati sia Sameer che Murad per farsi consegnare una maglietta “Stay Human” in regalo. Murad stranito guarda la foto e dice: “Ma questa è mia zia!” ed eccola lì ad attenderci, come fossimo ospiti d’onore, nella strada rubata di Kufr Qaddom.
Una bella sorpresa davvero, tutto avrei pensato tranne conoscere la famosa zia: due grandi occhi luminosi e una dolcezza senza limiti, assieme a caparbietà e orgoglio. Si lascia fotografare come una regina anche se è l’ultima della terra. Sorride e alza il pollice ad ogni foto.
Dio che tenerezza la zietta. Potrebbe essere una nonnina, ma forse a guardarla bene non è così vecchia, potrebbe avere la mia stessa età, o al massimo quella di Luisa, ma diciano che gli anni lei li porta in modo diversamente anziano. Sulle rughe del viso si legge una volontà di ferro dietro ad occhi spauriti, che poi tanta paura non ce l’avrà se sfida l’esercito con i pugni o solo una ciabatta in mano.
Annoto che devo chiedere a Murad quanti anni ha la zia.
Salendo la lunga scala che porta alla casa di Murad guardo il portico con le piastrelle annerite dai candelotti lacrimogeni sparati la notte del suo arresto.
In alto ci attende una grande sala luminosa. Una veranda trasformata nel salotto buono di casa, pieno di divani comodi e poltrone per le riunioni famigliari o per quelle del Comitato. Penso ai soldati che sono entrati nell’intimità di quella casa e che si sono portati via il nostro amico tra le lacrime e lo spavento dei suoi bambini.
Ricordo con smarrimento quando Murad parlava dall’Italia con il figlio e con che dolcezza lo tranquillizzava e gli spiegava che era distante, ma non era stato preso dall’esercito, che era lontano per altre ragioni e che non doveva preoccuparsi perchè stava bene e che sarebbe tornato presto.
In Palestina s’impara presto ad andare a patti con la paura.
Arrivano i suoi bambini due maschi e una femmina. Il più grande è uguale al padre, stessi occhi e stesso sorriso. Il padre dice che è il primo della classe, non stento a crederlo, ha gli occhi di un bambino molto intelligente. Il più piccolo dopo poco scappa via, mentre la bambina mi osserva incuriosita, ma quando la guardo distoglie subito gli occhi. Timidezza? Guarda me come se vedesse un oggetto non di questo mondo. Mi sento davvero strana e mi chiedo se la colpisce più il fatto che ho i capelli rossi oppure perchè all’età della sua nonna porto i capelli senza coprirli con un velo. Potessi chiederglielo lo farei. Potessi capire cosa diconono i suoi occhi lo farei subito. Vorrei capire perchè siamo così simili eppure così diverse.
E’ strano il forte desiderio che ho di capire le donne palestinesi, e non è la stessa curiosità che mi spinge a conoscere le storie di qualsiasi altra donna, di qualsiasi altra parte del mondo. E’ qualcosa di diverso, qualcosa di più sottile e complicato. Di fronte a loro ho come la sensazione di aver perduto qualche passaggio.
Il mio femminismo è guardingo con le palestinesi. Sono donne straordinarie, a volte anche molto belle, ma piene di passione e forza. Istinti che forse noi abbiamo perduto lungo la nostra storia. Mi sento stranamente anacronistica con le mie povere certezze di donna che ha fortemente lottato per la sua indipendenza ed emancipazione.
Intanto la bambina mi guarda di sottecchi ed io penso alla sorellina appena nata e alla sua mamma sicuramente giovane e bella. Penso che la loro vita è doppiamente complicata, certo a causa dell’occupazione che condiziona tutte le loro giornate e forse anche per quella situazione femminile, pure qui, non del tutto chiarita. Difatti la moglie di Murad non la vedremo, anche se questo può non voler dire nulla. Dopo aver bevuto il succo di frutta e il buon te dolce con i biscotti, salutiamo i nostri amici con un caldo abbraccio e partiamo per Nablus. Dobbiamo andare a teatro e ci stanno aspettanto, il tempo qui a volte si dilata all’infinito e a volte passa troppo in fretta. Inutile dire che lasciamo il nostro cuore sulla porta di casa di Murad e Sameer. Un abbraccio per tutti e un bacio sulla fronte a quel bambino dagli occhi vispi e dai capelli dal vago profumo della menta dei campi.
Arrivederci a presto amici. Ciao bambini e tu ragazzina ricorda, c’è un altro mondo fuori, puoi vederlo anche tu, e dopo puoi tornare, perchè ogni partenza è l’inizio di un nuovo ritorno, ed è bello poter tornare a casa.

ziakufrqaddum

Storie di ordinaria follia

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 27 gennaio 2013 at 12:47

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Ancora Hebron e i racconti di Issa e di Badia, l’assurdità della follia di Israele, questo è quello che ci viene consegnato dai ragazzi del Centro dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements) assieme ad un buon piatto di riso e pollo. Certo non è facile far da mangiare in una cucinetta piccolissima per più di 50 persone, ma soprattutto non è facile colpire più con le parole che con un buon piatto di cibo.
Issa racconta una sua giornata tipo, come quella della mattina del giorno della nostra visita. Uscito per fare gli ultimi acquisti per prepararci il pasto, sulla strada viene fermato da una pattuglia che lo accusa di aver fatto un’infrazione alle delibere militari. Issa chiede perchè e gli viene spiegato che stava camminando dalla parte sbagliata della strada. Issa risponde che non era così, lui poteva camminare su quella strada. che nessuna regola glielo vietava. Il soldato insiste e lo ferma, dicendo che il giorno prima era stato deciso così, lo ammanetta con i lacci di plastica e lo benda e lo tiene così, in strada, per due ore ai lazzi dei coloni. Issa è preoccupato perchè noi dobbiamo arrivare e lui deve rientrare per organizzare il pranzo. Il soldato chiama il superiore che conosce bene Issa e che gli chiede direttamente: “Issa, ma cosa hai combinato questa volta?” Ovviamente: “Nulla!” risponde e spiega di essere stato fermato sul lato di quella strada e che non esisteva nessuna regola o legge che gli impedisse di camminare lì. Le regole e le leggi sono il forte di Issa, anche perchè ogni giorno deve farne uso per uscire dai guai. Il superiore chiede al soldato cosa fosse successo e questo gli spiega che Issa camminava su quella strada e che non poteva, ma alla richiesta di farsi spiegare chi gli avesse detto che quella strada e quel lato fosse vietato, il soldato risponde che era stato chiamato da un colono e che glielo aveva detto lui. Andiamo bene… un esercito in mano a coloni esaltati, e che coloni.
L’alto in grado fa liberare Issa che ha passato 2 ore per la strada sotto gli occhi di tutti a prendersi le male parole dei coloni e i maltrattamenti dei soldati. Issa vuole fare un esposto, lo sa che non ne uscirà nulla, ma lo fa lo stesso perchè sostiene che la legge deve andare rispettata anche se è ingiusta, così almeno si possono usare le stesse armi anche con il nemico.
Ed è propio con questa filosofia che loro, i giovani del Centro sono riusciti a riconquistarsi quella casupola sopra la collina, quella con il soldatino infreddolito a guardia del giardino vicino.
Quella casa era una casa palestinese requisita dall’esercito e successivamente occupata dai coloni, ma l’atto di proprietà rimaneva ovviamente in tasca ai palestinesi che su consiglio di un avvocato avevano  affittato la proprietà e il terreno al Gruppo dei giovani contro gli insediamenti i quali si erano rivolti al Tribunale che alla fine aveva dato loro il diritto di entrare nella casa e sloggiare i coloni. Non era stata una cosa facile, per due anni interi il gruppo aveva fatto lezioni ed incontri sotto i maestosi alberi di ulivo della casa in faccia agli occupanti sbalorditi e con gli avvocati andavano periodicamente a chiedere che lasciassero la casa ormai destinata ai palestinesi. Per i coloni l’intimazione del Tribunale non valeva nulla, come qualsisi carta scritta, nulla aveva più senso dell’autorizzazione del loro dio, ma dagli e dagli i coloni se ne erano dovuti andare non prima di aver distrutto tutto quello che poteva avere un valore e un senso nella casetta.
Finalmente i ragazzi, che erano entrati in possesso della casa, avevano un tetto sulla testa e avevano incominciato a risistemare l’immobile e ad arredarlo per le loro attività: corsi di cucina, di inglese, di creazione di video e di diritti umani, insomma qualsiasi cosa per portare i giovani fuori dalla disperazione. Ma i coloni di notte erano entrati nella casa solo per dare fuoco a tutto e per distruggere di nuovo il loro lavoro e ancora i giovani  si ritrovarono pazientemente a ricostruire tutto e passarono mesi a darsi il cambio a vivere nel Centro giorno e notte. Chiaramente il soldatino nel giardino, come i nanetti di biancaneve in alcuni giardini italiani, non serviva per far rispettare la legge ai coloni, ma per farla rispettare ai palestinesi, faceva la funzione dello spaventapasseri, incongrua figura in un mondo di coraggio e di speranza, com’è quello dei ragazzi della casa in cima alla collina.
Ora la loro lotta è sotto gli occhi di tutti, i loro video e le loro parole girano il mondo, le loro storie travalicano i confini del bellissimo uliveto che circonda il Centro. Anche Israele deve stare attenta all’opinione pubblica, può indicare come target una persona (come Vittorio, ad esempio) e consegnarla in mano agli esaltati, ma è sempre più a rischio di essere messa al ludibrio del mondo. Soprattutto oggi che il loro primo ministro è stato eletto con una maggioranza risicata formata anche dai coloni più estremisti e meno ragionevoli, quelli che potrebbero dipingere Israele come la peggior “democrazia” dell’ultimo secolo.
I ragazzi sono simpatici e ridono delle loro storie di ordinaria follia, scherzano su quanto hanno passato e pensano al loro futuro con ottimismo. Non so come fanno, ma ci riescono bene, anzi benissimo. Questa è la cosa che mi ha colpito di più della Palestina: il coraggio e la capacità di resistere e lottare fino all’ultimo respiro.
Oggi che mi sento pure io palestinese devo fare un passo avanti in più, scordare il mio razionalismo pessimista e imboccare la strada della resistenza pacifica, scordandomi l’intifada come unica soluzione dei problemi. Incurante della follia bisogna tenere la testa a posto e credere, credere e credere. Bab Al Shams e Bab al Karima saranno la risposta alla colonizzazione sfrenata e Netanyahu si gioca la credibilità con il mondo e si gioca pure l’amicizia con l’America, dopo aver scelto la parte sbagliata. Certo il potere del denaro è forte, irresistibile, ma anche in Sudafrica non avremmo pensato mai di uscire dal guado e la Palestina non dovrà essere differente. Lavoreranno con noi gli anticorpi di quello stato canaglia, si muoverà una società civile che permetterà ad una nazione di entrare nella storia non guardando il passato, ma pensando al futuro. Un futuro di amore per la terra che li ha accolti e non un orribile futuro di pallottole e cemento armato.
Questa è la Palestina che sogno e questo è l’Israele che può avere un futuro.
E intanto fuori ancora piove e forse ci sarà un po’ di tregua nella Valle del Giordano.

“Un popolo senza terra per una terra senza popolo” ovvero come occupare una terra che non ti appartiene con il benestare di Dio.

In Anomalie, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 27 giugno 2012 at 22:43

Per molto tempo ho sostenuto inutili discussioni con persone che partivano dal presupposto che, tutto quello che non confermava le loro poco provate teorie, era assolutamente falso. Pertanto essendo il loro pregiudizio assoluto, nessuna prova concreta o ragionamento teorico o pratico poteva far di loro delle persone atte, almeno in parte, al dubbio.
Si possono consumare molte parole, portare prove, parlare anche con la voce di intellettuali di comprovate qualità, ma niente smuove la loro certezza: la loro è una fede, è pertanto è la verità.
Nulla possono i saggi di Shlomo Sand, docente di Storia contemporanea all’università di Tel Aviv che dalla sua posizione di persona probabilmente laica crede fermamente che sia un”Invenzione la razza ebraica”. Troppe sono le prove storiche e le interpretazioni personali delle scritture atte a comprovare il diritto delle popolazioni ebraiche al territorio palestinese, tanto da chiedersi se la diaspora sia quella che porta alcuni ebrei in Israele, piuttosto di quella che ha fatto vivere tante persone, di religione ebraica, in territori che a tutti gli effetti erano la loro patria.
Ma tutto questo a quale scopo? Forse quello di dare uno Stato ad una popolazione non autoctona rubando la terra ad una popolazione che invece ne era proprietaria a tutti gli effetti? Beh sinceramente: sì!
Alla fine mi viene da pensare che a volte, un Dio immobiliarista, fa veramente molto comodo e risolve ogni problema etico e morale che ci potrebbe venire di fronte ad un’occupazione, questa sì, senza nessun motivo accettabile eticamente e moralmente.

Post Traumatic Stress Disorder: I bambini disegnano il conflitto

In Gaza, Guerra, Informazione on 15 novembre 2011 at 9:28

Post Traumatic Stress Disorder - I bambini disegnano il conflittoCon la mostra di Venezia patrocinata dalla Delegazione Diplomatica Palestinese di Roma, che si inaugurerà il prossimo 2 dicembre 2011, è nostra intenzione riflettere assieme sulla situazione e sulle conseguenze dei conflitti sui civili e soprattutto sui bambini. Per questo abbiamo scelto Gaza come “ambiente” emblematico e simbolico cioè come conflitto dei conflitti. Quando si pensa alla parola guerra, oggi tornata prepotentemente di moda ancor più che nel recente passato, si è portati a raffigurarla nei profili delle persone combattenti, pensiamo ai soldati, ai mezzi armati. Le vere vittime di tutte le guerre sono invece tristemente le popolazioni, le donne, i vecchi e i bambini. Vivere il conflitto, ovvero subire il conflitto, comporta soprattutto nei bambini il vivere in una situazione che non può che produrre gravi sofferenze psicologiche. Noi non vogliamo fare politica, soprattutto di parte: i soggetti che mostrano i segni di PTSD nell’area sono per 80% palestinesi e per il restante 20% israeliani. Né crediamo di avere risposte o rimedi e non è nostra intenzione fermarci ad un approccio puramente scientifico, di cui vi è una ricca documentazione anche nella rete anche se in inglese. Vorremmo cercare di riflettere da persone comuni sulle conseguenze della guerra e sulle possibilità di alleviare le pene ai bambini e dare il nostro piccolo contributo a politiche di pace. I fondi che verranno eventualmente da noi raccolti attraverso questa mostra e altre iniziative che intendiamo mettere in atto saranno perciò devoluti all’Ospedale Pediatrico Nasser di Khan Younis a Gaza. Ne parleranno con noi:
Prof. GIOVANNI ANDREA MARTINI Delegato alle Biblioteche della Municipalità.
Dott. JOUSEF SALMAN – Pediatra – Delegato Nazionale della Mezzaluna Rossa Palestinese (Red Crescent).
Dott. FABRIZIO RAMACCIOTTI – Neuropsichiatra – Direttore del Dipartimento di Salute Mentale Usl 12 Venezia.
Prof. PATRIZIA CECCONI – Presidente degli Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese.
MIRYAM MARINO – scrittrice – esponente della Rete ECO (Ebrei Contro l’Occupazione).
BETTA TUSSET – della campagna “Ponti e non muri” per Pax Christi Italia.

Vi salutiamo dandoci appuntamento alla mostra il giorno 2 dicembre 2011 alle 17.30 a Venezia presso la Scoletta dei CalegheriCampo San Tomà ringraziandovi dell’attenzione e regalandovi, come nostra consuetudine, una poesia:

I MURI, Constantinos Kavafis

Senza riguardo senza pietà senza pudore
mi drizzarono contro grossi muri.

Adesso sono qua che mi dispero.
Non penso a altro: una sorte tormentosa;

con tante cose da sbrigare fuori!
Mi alzavano muri e non vi feci caso.

Mai un rumore una voce, però, di muratori.
Murato fuori del mondo e non vi feci caso.

Stop the war on children – Basta la guerra sui bambini

In Gaza, Guerra, Informazione on 9 novembre 2011 at 13:54

Bozza Manifesto Mostrada Mirnaloi Sammour
COMUNICATO

Bambini in guerra – La guerra dei bambini..
Un viaggio tra disegni, parole e musica per raccontare come i bambini vivono, sentono e attraversano la guerra e come immaginano il loro futuro

Roma – Venezia Dal 2 al 9 dicembre 2011

Mohammed (*) , sette anni, di Gaza, orfano, disegna solo carri armati, usa solo il nero e il rosso e e con le sue matite graffia il foglio.
Nour (*) , 12 anni , disegna ad occhi chiusi perché li aveva chiusi e dormiva quando i soldati sono entrati nella sua casa e gli hanno portato via la famiglia, lasciandola da sola per cinque giorni e cinque notti .

Poi c’è Mansour, 9 anni, che così si immagina il suo futuro da adulto:
Quando sarò presidente, sarò il presidente della Spagna perché amo molto la Spagna.
Io vivrò a Barcellona e la prima cosa che farò è che raccoglierò il mio esercito per andare a salvare la Palestina

*****
Da Gaza a … VeneziaRoma si inaugura una mostra di disegni e poesie dei bambini che vivono in zone di guerra, organizzata da Hope NGO (associazione umanitaria internazionale).
Senza connotazioni politiche, la mostra vuole indagare su come i bambini stanno vivendo la guerra, cosa ha tolto loro e come la violenza sia ormai una presenza quotidiana nelle loro vite, tanto da compromettere spesso anche il loro futuro. Molti di loro mostrano i segni della PTSD (Sindrome post trauma). Per tutti i bambini l’adulto ha perso ormai il ruolo di punto di riferimento e di protezione che invece nella vita “normale “ ha.
Lo scenario cambia quando si guarda ai disegni dei bambini del Sudafrica: giallo, arancio, verde e azzurro riempiono i fogli di una speranza che laggiù comincia a farsi più concreta.
Accanto ai disegni, si trovano i quadri di alcuni pittori mediorientali tra cui il siriano Ismail Shammoud e la palestinese Shahd Sallumane e le musiche sono state offerte dal compositore ebreo Rick Siegel.

Il problema è che le stesse organizzazioni umanitarie non possono spesso garantire assistenza a lungo termine perché operano con tempi stretti e condizioni nelle zone colpite dai conflitti.

La mostra è un’occasione per aprire una finestra, gettare un occhio là dove normalmente non arrivano le telecamere e in città blindate come Gaza e per osservare la guerra con gli occhi dei bambini

(*) I nomi sono di fantasia per ragioni di sicurezza

Per ulteriori informazioni: hope2011_2011@libero.it

Mirna Loi Sammour
HOPE Organization For Palestine Emergencies

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