rossaurashani

Posts Tagged ‘silenzio’

Il silenzio non paga

In Ironia, Mala tempora currunt, personale on 27 luglio 2012 at 14:59

Siamo cambiati! E’ vero! me ne sono accorta quando di fronte ad alcuni eventi spiacevoli della vita, ho avuto reazioni che risultavano agli altri fuori dal mondo. Non è che il mio modo di essere sia stato mai troppo omologato, e questo è un fatto, ma quello che non mi sarei aspettata e che la società si assestasse su livelli via via sdoganati da cattive abitudini e cattivi maestri, e che oggi diventino il codice comune di buon comportamento.
Facciamo un esempio banale? Di fronte ad un vecchio marpione che si sollazza con le ragazzine giovani, io provo un senso di ribrezzo, com’è che invece una buona parte delle persone lo guardano ammirati e lo votano? Sì, lo so, parlo ancora di lui, e dovrei invece averlo scaricato dai miei pensieri, ma che ci posso fare se si sta riproponendo e forse tornerà agli allori politici, visto lo sdoganamento di cui sopra?
Ma arriviamo al succo dei miei fastidiosi pensieri di oggi: secondo voi, di fronte ad un aspro attacco e a delle accuse ingiustificate, una persone che si chiude in un dignitoso silenzio che figura fa? Di essere in colpa e di meritarsi tanti improperi oppure di non voler scendere in basso facendosi coinvolgere da una rissa che non avrà fine? Temo di ricevere le vostre risposte. Credo che in una società dove quel che conta è l’apparire quel che non conta è la sostanza. Un fesso che tace, sempre più fesso è. Un fesso che grida se non ha proprio ragione subito, prima o poi se la farà. E pensare che io vivo ancora nel mondo dei buoni sentimenti e dei gesti di lealtà e di correttezza, nell’orgoglio di essere come sono e di non chiedere l’approvazione degli altri, bastandomi l’approvazione di me stessa.
Che fessa direte voi. Che fessa dico io e pure presuntuosa: mai pesare gli altri con la tua bilancia e mai pensare di essere in buona compagnia. Certo qualcuno di simile a te c’è, ma la maggioranza sarebbe capace di rivotare quel vecchio marpione, dal che si deduce che il peggio lo dovremo ancora vedere e che in certi casi il silenzio è provocato da un fatto semplice, ossia: “non trovo più parole da dire…” Ma che tristezza… 😦

Vittorio, un anno dopo

In Amici, amore, Blog, Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 9 aprile 2012 at 12:34

E’ trascorso un anno o quasi: Vittorio non c’è più. Eppure non c’è mai stato così tanto, e non gli siamo mai stati così vicino. Effetto del sentimento di rimorso per non averlo supportato come meritava? Può essere, anzi è sicuro. Quando è stato ucciso, per giorni, non sono riuscita a organizzare le idee e i sentimenti contrastanti. In qualche modo sapevo dentro di me, che era in profondo pericolo, sapevo che poteva accadere e mi ribellavo alla cosa, sapevo che era nella “lista nera” e che stava nel mirino di quelli, ed erano in molti, che lo vedevano come un nemico da eliminare. Eppure che cosa ho fatto? Parlo di me, personalmente. Se sapevo, perchè non ho fatto qualche cosa? Perchè non ho insistito, con lui e con gli amici, per cercare di dargli maggior copertura? E’ triste, ma mi sento responsabile, anzi sono responsabile e questa sensazione non me la leverò più.

Parlare di lui, non dovrebbe essere un mio diritto, me ne vergogno un po’. Mi sento un’intrusa, o mi par di essere come quei molti che di Vittorio, prima,  non sapevano nulla e poi erano diventati i suoi amici più cari: quelli che sapevano tutto su come la pensava e come avrebbe agito in qualsiasi situazione. E’ triste, ma è lo scotto che si paga a diventare famosi mediaticamente, soprattutto quando non si può più gestire la propria immagine e quando hai a che fare con un  mondo che vede solo chi appare e non chi è davvero.

Ma non sto a bacchettare nessuno. Certo, l’importante è divulgare il messaggio di Vittorio, che non è un eroe romantico che ha perduto la vita per idealismo, ma è un bel ragazzo, intelligente e fin troppo coerente che è stato ucciso per quello che era: una persona scomoda e senza mezzi termini, che non si faceva condizionare dagli incastri di una vita normale (attrazioni, comodità, convenienza) per una scelta scomoda e rischiosa, ma doverosa. Ecco perchè Vittorio non è né mio nè di altri, giusto è delle persone care che gli sono state vicine e che ne hanno diritto e titolo. Per noi è solo un amico da non dimenticare e del quale divulgare il più possibile la denuncia e la sua lotta per far rispettare i diritti umani.

A Vittorio ho destinato molti dei miei grazie. Forse un po’ poco per chi lo ama, ma per me sono dei ringraziamenti fondamentali. Di Palestina me ne occupavo solo per luce riflessa, ritenevo doveroso appoggiare la lotta per i propri diritti dei palestinesi, ma avevo anche paura di toccare il tabu’ che dava diritto agli “ebrei” ad una terra per loro. Un tabu’ complicato e pieno di ricatti. La domanda è lecita: Perchè proprio la Palestina e di quanta terra hanno ancora bisogno, gli israeliani, per fondare quel grande stato “ebraico” che in molti sognano? Ovviamente il sogno non finisce lì ed altrettanto ovviamente non prevede il rispetto per chi era proprietario o viveva lì prima della fondazione dello stato di Israele. Colonizzare un territorio già abitato e di proprietà di altri non è un diritto, è un’azione di guerra e anche delle più terribili, soprattutto se poi, per queste ragioni, vengono perpetrati ingiustizie, massacri e negazione di tutti i diritti umani. Questa è una guerra vergognosa ed è inaccettabile che passi, sotto gli occhi di tutti, come un diritto, che sta tra un’autorizzazione divina e un placet politico, solo per una mera questione di alta finanza, e passi attraverso la cattiva coscienza dell’Europa: grande assertrice dei diritti uguali per tutti, ma col peso nel cuore di aver permesso e voluto l’olocausto degli ebrei. E come si ripaga questa ingiustizia? Semplicemente chiudendo gli occhi sull’olocausto palestinese. Ecco in poche parole cosa contiene quel tabù e perchè persone preparate, attente e dentro ai meccanismi dell’informazione, diventano improvvisamente malati di cecità e di incapacità di analisi.

La mia speranza è che questo sia provocato solo da incapacità psicologica più che da cattiva coscienza, e da paura di essere esclusi, di diventare il soggetto di campagne propagandistiche atte ad isolare e diffamare chi prende coscienza e si ribella. Personalmente ho molti amici ebrei che non si sentono cittadini d’Israele, ma cittadini del paese in cui abitano, anzi che di Israele se ne vergognano, ho molti amici israeliani che se ne sono usciti da Israele con le gambe proprie o con la “scomunica” di quel paese. Perchè rifiutare la politica di quello stato, non essere d’accordo con l’occupazione, denunciare lo stato delle cose, crea molti più problemi di quello che si pensi. Vittorio lo ha saputo anche se non era ebreo. Ma molti altri ebrei italiani lo hanno sperimentato sulla loro pelle. Chiedeteglielo. Vi diranno cosa vuol dire essere ebreo contro l’occupazione. Capirete allora che ci sono mille forme di coraggio e di coerenza.

Ma non è di questo che volevo parlare. A Vittorio debbo un grazie enorme per avermi consentito di aprire gli occhi su questa parte di mondo. Lo so, il costo che abbiamo pagato è stato troppo alto, ma è andata così. Oggi non temo più quel tabù, ho deciso di impegnarmi a suo nome con le poche armi che possiedo e che non sono assolutamente armi che uccidono, per fortuna. Ho incontrato in questa strada persone straordinarie che mi hanno supportato e che si impegnano con la stessa decisione e lo stezzo zelo che ci metto io. Vedo ragazzi giovani prendere in mano la loro vita e non perdersi in facili estremismi o in quiescenze televisive come molti altri. Ho conosciuto persone sincere e disponibili che aprono la loro casa e il loro cuore per una causa giusta. Ho incontrato persone da tutte le parti pronte a collaborare per giungere ad una pace, difficile, ma non impossibile. E anche a loro che si sono riunite sotto il nome di Vittorio dico: grazie!

Ringrazio il mio compagno Mario, Giuseppina, Luca, Sara, Valeria, le due Francesche, le due Anne, Le due Roberte, Giovanna, Lorella, Shaden e Amnerita, Antonia, Patrizia, Yousef, Giovanni Andrea, Daniela e Loris, i due Franceschi, Valentina, Miryam, Maria Antonietta, Marco, le due Alessandre, Marele, Awni, Nandino, Laura, Betta, Emma, Giulia, Enrica, Naser e un’infinità di altre persone che in questo momento dimentico, ma che non sono da dimenticare e che stanno nel mio cuore, per il grande aiuto che mi danno e che ci diamo. Tutto questo lo dobbiamo a Vittorio e da lui abbiamo imparato a Restare Umani, malgrado tutto e contro tutte le ingiustizie del mondo.

Sì, è passato solo un anno e sembra una vita, ma per me è stato l’anno più intenso che abbia mai vissuto nella mia, credo, stupida esistenza. Impegnarsi è un dovere necessario e l’averlo fatto ha dato vero significato alla  mia vita.

Grazie Vik, resterai sempre nei nostri cuori.

Una vita senza rimpianti

In amore, Donne, Libri, personale on 16 settembre 2011 at 0:15

Esiste una vita senza rimpianti? Me lo chiedo così, senza metterci troppo pathos, perchè la risposta la so. Le domande a cui sai già come rispondere non ti sconvolgono mai, almeno a me succede così. Non è solo perchè sto leggendo questo libro nel quale la protagonista femminile, Orah, durante la sua fuga dalla realtà, in un lungo viaggio a piedi per la Galilea, legge le pagine del suo quaderno che sono state riempite dei rimpianti di altri.
Se avessi anch’io un quaderno blu, cosa ci troverei scritto dei rimpianti degli altri? e quali sarebbero i miei? Forse sono troppo testarda per ammettere che qualche rimpianto ce l’ho e che qualcosa cambierei nella mia vita, se questo mi fosse possibile.
Probabilmente tornerei alla mia infanzia e cercherei di vincere la freddezza di mio padre, anche se so di averlo già tentato e di non esserci riuscita nemmeno allora.
Forse non mi lascerei mettere in un angolo, ancora prima di tentare di fare quello che ho sempre sognato di fare. Probabilmente rimpiango la mia giovinezza, che non fu facile, ma che è stata l’unica giovinezza che ho avuto e che forse ho un po’ sprecato. Forse avrei amato senza nascondermi e senza quello stupido orgoglio che mi ha, comunque, tenuto in vita. Forse, avrei avuto quattro figli, uno diverso dall’altro, ma tutti stupendi (che poi si sa: ogni scarrafone è bello a mamma sua…) avrei studiato per poter fare la reporter nelle zone di guerra e avrei sofferto di quello che vedevo, ma vissuto come sognavo di fare. E più guardo dentro la mia vita è più vedo occasioni perse e rimpianti in agguato. Vedo sogni irrealizzati e tristezze impalpabili. E poi i grandi rimpianti sono solo piccole cose, la vita comunque è una grande avventura, e io di vite ne ho vissute molte, una sull’altra, spesso cambiando direzione o per amore o per forza.
Di questa vita mi sono rimaste poche, ma dolcissime cose. Almeno di questo non ho rimpianti. Se ho sbagliato ho pure pagato fino in fondo, eppure ho conservato tesori dentro di me che non sono stata capace di dimenticare mai. Cose che mi sono tornate indietro assieme alla possibilità di ricomporre i sogni. Non esiste una vita senza rimpianti, sarebbe insulsa e priva di mordente, sarebbe di una noia mortale e fredda come l’Alaska.
E io sono piena di passioni anche se mi sono nascosta bene per il timore di farmi saccheggiare troppo in fondo. Se poi ho un rimpianto grosso è quello di aver sofferto in silenzio, senza che nessuno capisse e se ne curasse. Ecco, ho il rimpianto di non aver tenuto vicino chi si sarebbe potuto prendere cura di me, perché se aspettavo la mia volontà di volermi bene, beh… allora sarei ancora qui ad aspettare.

La bella Olga

In amore, Donne on 8 aprile 2011 at 21:55

Non è colpa mia se sono poco fisionomista. In genere non osservo mai con attenzione le persone. Un po’ perché cerco di non essere invadente e un po’ perché per davvero mi interessa poco il lato esteriore di chi mi viene presentato. Olga è bella e algida. Bionda fino allo sfinimento. Con due occhi chiari ed enormi truccati alla perfezione. Mentre la guardi di profilo ti ricorda le statue del realismo russo, perchè il suo non è profilo, è solo uno spigolo che dalla fronte scende al mento in una linea precisa. Eppure è bellissima. Ricordavo di averla già vista e pensavo di averla vista assieme a lui, un giovane imprenditore con il quale ho rapporti di lavoro. Ricco quanto basta e separato. E finchè l’ho pensato la mia attenzione nei suoi confronti è stata vaga e si è limitata a chiederle se era stanca del viaggio. Certo doveva esserlo visto che si era raggomitolata sul divano con quell’aria annoiata e assente, come se niente la toccasse oppure se volesse chiudere la mente ai pensieri degli altri.
Non riuscivo a ricordare perchè quella donna, nella mia mente, facesse parte di quella casa. Ero certa che se l’avevo conosciuta con lui, non era certo in quella casa. Eppure era proprio lì che aveva il suo posto ed era proprio lì che c’era la sua immagine impressa.
Ma è stato solo quando siamo usciti da quella casa e l’ho salutata che la sua espressione si è rasserenata e cosa strana per la sua riservatezza mi ha dato un bacio sulla guancia. Avevo come l’impresione che mi fosse grata. Ma grata di che? E ho capito. Quella ragazza l’ho incontrata alcuni mesi fa assieme ad un altro uomo, un giovane imprenditore con cui ho avuto contatti per lavoro. Un uomo simpatico, ricco e colto che stava per ritornare nel suo paese: la Russia, ma che sono certa non avesse niente a che fare con quello con cui si trovava lei oggi. Anche in quel caso erano ospiti nella stessa, identica casa dove l’avevo ritrovata e la cosa mi ha dato un certo turbamento.
La cosa strana è che mentre le passavo vicino, e il suo attuale accompagnatore stava parlando con altri. l’ho sentita telefonare in una lingua che solo ora so essere stata russa, con un tono di voce concitato, ma nello stesso tempo cercando di non farsi sentire.
Quante domande mi sono venute alla mente. Quante supposizioni. Chi è davvero Olga? Che ci faceva assieme a quegli uomini? Chi erano per lei? E quanto l’aveva scombussolata il trovarsi di nuovo nella stesa casa? E quanto l’aveva sconvolta ritrovarsi faccia a faccia con la sola persona che l’aveva già conosciuta in un’altra occasione simile?
Devo aver fatto un figurone. Forse ha pensato che avevo glissato con classe sul nostro primo incontro, certo non lo ricordavo, ma anche se lo avessi fatto sarei comunque rimasta sulle generali. Ma le domande  mi perseguitano.
E ora riesco solo ad inventare una sacco di storie su di lei.

L’addio

In Amici, amore on 13 ottobre 2010 at 8:30

Allora… non lo sapevo che avevo un appuntamento. Un appuntamento con il destino. Con la mia favola. Ci eravamo lasciati troppo tempo fa. E troppo di fretta. Per lettera. Senza il tempo di una parola in più. L’addio di due ragazzi che cercano la loro strada. Poi un’intera vita era passata. Tanto tempo non era bastato a cancellare nulla. Tutto era rimasto dolorosamente (o meno) nitido.
Cartone telato con dipinto un castello sullo sfondo e faccie urlanti in primo piano.
Quando sono uscito da quella porta avrei voluto chiedere il perché. Una ragione. Magari una fantasiosa giustificazione. Pura curiosità. Ma sapevo che lei aveva mille risposte e nessuna. In fondo era finita da fin troppo tempo. Fossi uscito per mia decisione avrei avuto il 99% delle ragioni, mi sono detto. Ne sono ancora convinto. Invece è stata lei ad invitarmi ad andare. A mostrarmi la porta. E non era lì a salutarmi, le sarebbe stato troppo doloroso e difficile. Mi aveva solo chiamato al telefono. Si era preoccupata per me. Come stessi partendo per una vacanza. Una vacanza senza di lei.
Le ragioni? Forse ce n’erano fin troppe. Non una sola. Cioè forse ne avrei avute fin troppe. Non ho pudore a dirlo. Ciò che mi dà pudore è quando parlo di intimità che riguardano altri. Come in questo caso la mia compagna. La verità è che non ci ho capito molto. Anzi quasi nulla. Credo che lei ci abbia capito meno. E’ stata, la fine, come fosse un colpo di testa. Un capriccio. Come se volesse dirmi: Beh! stasera mi va di uscire da sola. Non aveva mai avuto bisogno del mio permesso. Non sono mai stato io a concedere la sua libertà. Né a limitarla. Lei era completamente padrona di sé. Lo era sempre stata. Che poi io penso in più che la libertà non si chiede né si mendica. Se è limitata allora… la si conquista. Non è certo questo il punto.
Ma perché ne parlo? La storia è finita. Definitivamente finita. Non ho ferite ne nessun rimpianto. Passata quella porta, come detto, mi son sentito libero. Finalmente insolitamente liberato. Non l’avevo chiesto ma mi son sentito libero. Ho ingoiato un respiro profondo. E l’aria mi sembrava leggera e riempiva i miei polmoni come non aveva mai fatto. Mi potevo rimproverare qualcosa? Sicuramente. Mi sembrava e mi sembra solo piccole cose. Solo una importante: che non avevo potuto ammettere che era finita da quindici anni. Ero rimasto per nostra figlia. Per stupidità. Per affetto. Per le sue preghiere. Forse anche per un po’ di vigliaccheria. Non avevo visto perché non avevo voluto vedere. Non c’era un altro uomo. Non so se c’è mai stato. Non c’era un’altra donna. Questo lo so per certo. Non c’era mai stata. Non ne sono capace. Non ho mai tradito. Non mi affascina quel tipo di avventura. Per un’altra donna. Non ho mai amato una donna impegnata. Non ne vado fiero. Non mi sento stupido. Semplicemente sono così.
Avrei preferito farlo in una giornata di pioggia. Non ho potuto scegliere nemmeno l’ora. Ma come si dice: sono uscito in modo civile. Voglio dire… Ci siamo comportati entrambi in modo civile. Erano da tempo finiti i tempi delle urla, delle grandi litigate, dei conflitti e dei rimproveri. C’era solo il niente. La figlia ormai grande. Interessi comuni ne abbiamo sempre avuti pochi. Certo quello che lasciavo era più di quello che chiedevo di portare con me. Semplicemente mi sentivo sconfitto. Sconfitto perché ci avevo investito tutto. Sconfitto perché ci avevo immaginati già vecchi. Vecchi e solidali. Chetati. Sconfitto perché ci avevo provato fino a sfiorare la pazzia. Avevo cercato di riaccendere quel fuoco. Avevo cercato di salvare almeno quel niente. Pensavo, allora, che l’amore si conquista ogni giorno, e ogni giorno si costruisce. Che un rapporto è fatto di pazienza e fatica. Che stare assieme nasce dalla volontà di stare assieme. Ma ormai uscivo da un lungo viaggio attraverso la notte. Cosa potevo portare con me se non i ricordi dei giorni belli e di quando eravamo giovani e convinti che assieme saremmo sempre stati felici?
La guardo esterrefatto. “Possiamo restare amici. Vederci ogni sabato e la domenica a pranzo. Magari”… Allora è vero che sto sognando. Che è una scampagnata. Una burla. Strano. Io non né ho di problemi. Indietro non torno ma su me può ancora contare. Sa che non ha nemmeno bisogno di farmelo dire. Più di trent’anni sono un sacco di tempo. Mi sembrano tutta una vita. Allora perché al telefono è così scortese. Perché mi fa storie anche per darmi lo spazzolino. Il mio rasoio. Che se ne fa se non ha mai avuto la barba? I conti non tornano. Ma non sono tipo da voler capire sempre. Né tutto. Certo devo lasciare una casa ancora mia.
Devo adattarmi; io. Un micromini in affitto. Una sistemazione provvisoria. In attesa di non so cosa. E di sistemarmi meglio. In fondo mi ha dato tutto. Tutto quello che poteva darmi. I suoi anni più belli. Un sacco di bei ricordi. Restano questi la mia compagnia. E non sento di aver abbastanza da rimproverarle. Avrei bisogno di un bicchiere di vino per un po’ di colore, per fingere la mia consueta allegria.
In bagno non c’è lo scopino. Cerco di sistemare un paio di porte dell’armadio che stanno su per abitudine. Senza nessuna fretta che avanzi la notte. Poi prendo l’elenco telefonico per leggere qualcosa. La televisione non mi va e nella neve si vedono appena figure indistinte. La notte è un ammasso di neri con una luna assassina. Il silenzio sembra fatto di pietra e uova marce. Si rompe il cellulare. Tagliato completamente fuori imparo cosa vuole dire essere veramente solo. Solo con il sospetto che non basti l’amore. Che non basti l’amore nemmeno per salvare l’amore; una coppia. Non c’è nulla da ricominciare. Come se fossimo semplicemente vittime di niente.

Vola, farfalla, vola….

In Amici, musica, personale on 1 ottobre 2010 at 21:02

In silenzio, come hai vissuto, ti sei staccata dalla terra in un volo di farfalla.
Ti porto nel cuore, dolce Chizuko…

37) La città morta

In Una canzone al giorno on 15 luglio 2010 at 12:13

Salendo le scale
ci ha spaventato il silenzio
e qualcosa che pareva un’attesa
Abbiamo consacrato a nostri idoli le montagne intorno
confidando nella loro protezione
La pioggia ci aveva perseguitati per tutto il viaggio
Corridoi male illuminati
I cartelli parlano di gite al mare
Foto di discoteche
e di comitive che brindano, a testimoniare
l’ottimo servizio
Tavolini che sembrano aspettare altra gente
in un altro momento
Ordinare le stesse cose che mangiamo da una settimana
Perchè siamo stanchi di novità
Oggi siamo partiti
Nessuno ci ha chiesto dove saremmo andati
Perchè quaggiù
quaggiù nessuno immagina chi siamo

Soluzione
Canzone : LA CITTA’ MORTA
gruppo: MASSIMO VOLUME

Silenzio blog

In Mala tempora currunt on 14 luglio 2010 at 8:06

Accompagno il silenzio del mio blog nel giorno dell’ assenza blogger contro il decreto bavaglio che come dice giustamente Galatea si trasformerà presto in cappio, con questa splendida musica dei Madredeus.

Per l’ansia che divora gli anni.

In Gruppo di scrittura, musica, personale on 20 luglio 2009 at 16:46

Ed era un giorno come tutti gli altri. Anzi forse era uno dei giorni dell’anno che, a guardarlo bene, aveva quell’aria di rammarico e malinconia che ogni anno a quella data involontariamente provava. Un anniversario che ricordava con dolore, senza neanche volerlo. Che senso aveva ripercorrere le ore più brutte della propria vita? Lei non lo sapeva. Non si dava più risposte. Non avevano senso. Usava lasciarsi vivere, per non doverne pagare il pegno ogni volta, ad ogni pensiero e ad ogni ricordo.

Faceva ogni volta il solito bilancio. “Una vita spesa a dare, dare, dare, ma con che risultato non saprei…” chiosava una vecchia canzone. Lei non ci credeva, le sembrava sempre di aver dato poco e male, ma mai e poi mai metteva in bilancio quello che aveva ricevuto.
Pensava spesso che era stata una bambina attenta ed indifesa, ma senza volerlo, la vita,  l’aveva resa caparbia e riottosa. No, nessuno lo capiva, nessuno se ne accorgeva, lei apriva le braccia a tutti. Lei si donava, senza domandarsi perchè, ma c’era un luogo nella sua anima dove il gelo aveva devastato tutto e non capiva se era successo prima o dopo, difficile era ricordare, impossibile ricomporre un percorso. Ma prima o dopo di che? Spesso guardava alla sua vita come al riassunto di un romanzo troppo lungo da rileggere. Sapeva che le prime pagine erano il preludio del seguito. Percepiva che lontano nel tempo c’era stato un peccato originale, da cui tutto aveva avuto origine. Ecco, se voleva precisare il prima o il dopo di qualche cosa, era certa che era il prima e il dopo di allora.
Ma perchè cercare indietro negli anni? Un senso di angoscia oggi divora gli anni, uno per uno, anche quelli più belli, che ad onor del vero, avrebbero potuto chiamarsi soltanto meno brutti. Non che la vita non le avesse concesso molte cose. Aveva amato, viaggiato, sognato e imparato a restare sola. Il segreto era tutto lì: aver vissuto e accettato anche la solitudine.  Ma perchè quell’ansia?
Rossana ricordava il titolo di quella poesia “Per l’ansia che percorre i minuti”. Da dove usciva quella frase? Ricordava vagamente. Michele scriveva poesie. Non poesie d’amore. Ci teneva a precisarlo. Lei ne sognava una per sè. Non l’aveva avuta. Ma va bene così. Non aveva senso che lui cambiasse per lei. Insomma una poesia non l’aveva mai avuta. Però quella l’avevano letta insieme, ne avevano parlato. Ma non ricordava più cosa contenesse. Perchè ricordava Michele? Proprio oggi che era un giorno che non apparteneva a quelli di lei e lui insieme? Quell’ansia divorava gli anni. Michele se ne era andato portando con sè una lettera. Quella lettera che apparteneva al loro amore. Lei era partita con molto meno nelle tasche e non aveva niente per cui tornare. Chissà dov’era il suo ragazzo dagli occhi verdi? Chissà quanti amori nei suoi porti. Chissà quanti porti nel suo cuore.
Già, l’ansia divora gli anni. Oggi si celebrano le cose perdute, gli amori e gli affetti che non ci sono più. Ecco perchè ricompare il sorriso perduto di Michele e la luce improvvisa del suo sguardo color di foglia. Oggi si celebrano le perdite e le ansie e la certezza che gli anni sono passati e che nulla tonerà. Nulla sarà mai come prima. Non più la gioia, non più l’ardore. Tutto ciò che è andato è perduto; persino i sogni.
Apre la finestra sulla strada. La luce della sera ubriaca di inchiostro il cielo. Una figura incerta si ferma guardandosi intorno. Occhi perduti lontano. Corpo smarrito. Un sacco sulla spalla per i viaggi senza meta. Un libro su una mano. Un viandante? Un pellegrino smagrito dal lungo andare che sembra uscito dall’aldilà? Si appoggia sul pozzo e depone con cautela il libro sulla vera, prende con pigrizia, come di uomo che non ha più nulla da aspettare, il pacchetto di sigarette. Accende adagio la sigaretta. La tiene tra le dita in modo strano, esagerato, molto familiare. Esala il fumo con un sospiro profondo ed esausto. Cerca qualcosa a cui non crede più. Rossana capisce. Sa che è tornato. Proprio lui, stasera. Adesso, senza darle il tempo di ripassarsi la vita. Tornato, ricordo dal ricordo. Non ci sono più domande e non ci sono risposte. E’ tornato e basta. Rossana sente nell’aria il profumo di aranciata e di menta come allora, al tempo che non era nè prima nè dopo. Il tempo del peccato originale. Il tempo che era il loro tempo. Rossana scende dalle scale senza esitazioni e si avvicina. Come allora quello sguardo si perde in un luogo lontano. Lei vorrebbe carpirne ancora il segreto. Ma il suo sguardo si posa sul libro e sorride. Pennac. Ancora un libro in comune. Lo osserva. Ora si accorge che il tempo ha velato il suo corpo di colori di brina. I segni sono profondi, scavati nella roccia. Lui la vede e sembra comprendere.  Un accenno di sorriso. Parole strane rubate al tempo.“E’ tanto che aspetti”? Non era molto che aspettava: non più di quarantadue anni; in fondo un attimo.  Parole senza senso ancora. Poi Michele coglie dai ricordi: “Cazzo vogliono questi fasci? Venezia non li vuole. E «Sulla strada» era una gran pizza”. Una risata ed erano ancora insieme. Era come allora, senza più pudori nè colpe a dividerli. “Mi sembrava ma non ne ero sicura. Scusami se t’ho fatto aspettare”.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: