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E ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra

In Amici, amore, Giovani, Guerra, musica, personale, poesia, politica on 20 luglio 2013 at 10:28

Vorrei capire come si fa ad andare ad un concerto e finire a piangere come una scema per metà esibizione.
Vorrei capire cosa c’era in quelle parole che mi hanno colpito al cuore e affondato l’anima.
Vorrei sapere se quando non ci saremo più, noi di quella generazione, ci sarà ancora qualcuno che comprenderà la nostra poesia.
Vorrei comprendere se tutto è stato inutile oppure quella lotta un senso ce l’ha avuto.
Vorrei sapere se ci saranno ancora giovani felici, ubricarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Vorrei sapere se vedremo ancora, in una grande piazza, giovani corrersi dietro, fare l’amore e rotolarsi per terra.
E’ vero che siamo solo noi, gli ultimi giovani zingari, che non vogliono pagare la colpa di non avere colpe.
E che preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia di fronte al potere.
E’ vero che abbiamo fatto della politica il nostro personale e del personale la nostra politica confondendo i due fattori come fossero la stessa cosa.
E’ vero che siamo stati i soli, a cercare l’amore, nelle braccia sbagliate e non abbiamo mai avuto la possibilità di salvarci.
E’ vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, che non sapevamo come fare e che non ne abbiamo mai avuto il coraggio.
E’ vero che i poeti ci fanno paura perché i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l’odore delle armi e odiano la fine della giornata.
E noi siamo nati poeti, ma abbiamo gridato troppo forte per essere ascoltati.
Perché i poeti aprono sempre la loro finestra anche se tutti dicono che è una finestra sbagliata.
E’ vero che noi non ci capiamo, che preferiamo stare da soli che parlare in due la stessa lingua.
E abbiamo paura del buio e anche della luce, spaventati guerrieri di una sogno senza pace.
E che abbiamo tanto, troppo da fare e che il tempo non ci basta e non facciamo mai niente.
E’ vero che la nostra aria diventa sempre più sbarazzina e ridicola e ci fa correre dietro, lungo le strade senza uscita.
Eppure io ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Eppure io ho visto anche giovani felici, in una piazza grande, a rincorrersi, fare l’amore e a rotolarsi per terra.

(Mi scuso con Claudio Lolli per aver saccheggiato, mutilato, cambiato il suo meraviglioso testo e per aver provato tanta emozione dalle sue parole.
Mi scuso, ma so che un poeta viene sempre saccheggiato, derubato e invaso. So che noi abbiamo paura dei poeti perchè ci fanno capire le cose da dentro all’anima e nel cuore e non solo nella testa.
Perchè i poeti sanno sempre dire tutto quello che noi non sapremmo dire mai).

Riflessioni su cieli troppo pieni

In Gaza, Guerra, Informazione, Malattie mentali, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 26 marzo 2012 at 21:22

Non ci avevo pensato, eppure quei disegni li ho guardati un sacco di volte. Non solo guardati per il gusto di guardare, in fin dei conti sono disegni di bambini e i bambini, pensavo, disegnano sempre allo stesso modo… invece no, non tutti i bambini disegnano allo stesso modo. Certo, la mano è sempre timida, il colore incerto, le immagini approssimative, ma cos’è che differenzia questi disegni dagli altri?
Andiamo per ordine.
I disegni che da mesi sto studiando solo con lo sguardo di una “curatrice” di Mostre, sto catalogando, stampando, incollando sui cartoncini colorati e dopo sui pannelli più consistenti, sono disegni di bambini sofferenti e il loro disagio non viene solo dalla povertà e dall’ambiente difficile, viene soprattutto dalla paura e dai traumi continui di un conflitto che li priva di futuro e di serenità.
Come disegnano i bambini traumatizzati? Disegnano cose che gli altri non disegnano mai. Disegnano scene che non potresti credere, I soli, le nuvole e le case piangono, le persone sono spaventate, disperate. I bambini guardano gli aerei e gli elicotteri riempire il cielo, le scuole distrutte, gli alberi di ulivo divelti, i carroarmati e i buldozer dominano la scena e i loro compagni di giochi giacciono nel loro sangue, a terra, ammazzati. I soldati sono orribili e assomigliano a burattini crudeli.
Questi disegni non rappresentano un viedeogame, non sono il risultato di un film violento visto alla televisione, questi sono la rappresentazione di una realtà cruda e terribile che non lascia scampo.
Questi sono i disegni dei bambini di Gaza.
Così alla presentazione di una delle tante Mostre che stiamo organizzando, Maria Antonietta, la nostra psicoterapeuta, ha preparato la lettura scientifica di questi disegni. La sua dissertazione sull’analisi psicologica dei segni dominanti in queste rappresentazioni, mi ha lasciata basita. Certo molte cose le avevo già viste, e alcune le avevo capite da sola. Mi ero già resa conto che gli alberi abbattuti e sradicati significavano la vita strappata e negata. Le figure stese a terra scompostamente e cancellate dai segni di una matita che non perdona erano solo (solo?) morti negate anche alla mente stessa del bambino. Il corso d’acqua recintato da filo spinato, non era solo (solo?) l’acqua preclusa ai palestinesi, ma anche la possibilità ad un futuro. I bambini difficilmente raccontano bugie e non lo fanno mai attraverso i loro disegni.
Ecco, Maria Antonietta ci faceva notare come i cieli di questi disegni fossero pieni e popolati di “cose” che in un cielo non si dovrebbero mai vedere. Sono cieli affollati e opprimenti, cieli di paura, cieli che non consentono respiro e ottimismo. Sono gli unici cieli che parlano di Gaza.
Questi disegni sono molto più significativi di ogni parola, racconto e fotografia che ci parli di Palestina. Questi sono disegni preziosi che restano nella mente più di una ferita aperta. E noi siamo spettatori silenti, noi guardiamo con un voyerismo assurdo, crescere dei bambini feriti e traumatizzati che resi folli da questa immane tragedia, diventeranno un domani, se domani ci sarà, uomini disperati e pronti a tutto, malati di quella paranoia prodotta dalla sofferenza, incapaci di costruirsi un futuro, perchè il futuro gli è stato negato quando ne avevano bisogno, quando avrebbero dovuto crescere sani e felici, giocando a calcio nei cortili, cercando le carezze e i sorrisi di mamme e padri amorevoli, all’interno di una comunità solidale e non spaventata e disorientata.
I disegni di cui parlo sono una terribile denuncia, nessuno può restare indifferente a questo scempio, nessuno può dire che questo è quello che meritano, perchè i bambini meritano la vita e non la morte per mano di altri uomini. I bambini meritano di confondersi con altri bambini e che non gli venga insegnato ad odiare e a tremare di fronte a nessuno. Ai bambini va garantito il diritto di giocare, di andare a scuola e di far volare in cielo gli aquiloni e mai e poi mai doverli confondere con un aereo militare dotato di razzi e bombe che dilaniano, smembrano e dipingono di nero i loro sogni.

Abnegazione

In Parola di donne on 2 giugno 2011 at 16:37

Eccoci ancora ad una parola osservata dal nostro punto di vista. Nella foto volevo metterci una Geisha, ma non mi dava davvero l’idea dell’Abnegazione con la A maiuscola, piuttosto quella della Sottomissione con la S maiuscola.

Chissà cosa viene alla mente di noi donne di fronte a queste parole  che fanno sempre da corollario alla nostra vita?
Un uomo molto amato?
Una ideologia politica o religiosa che ci prende l’anima?
Un figlio/a o un’idea di dedizione assoluta che richiede moltissimo, ma non ci consente di mollare?
E ad un uomo cosa viene in mente?
Le attenzioni e i sacrifici della mamma?
Una donna vagheggiata e mai incontrata che è disposta a tutto?
Il desiderio di dominare e radere al suolo il proprio capufficio?

Tante possibilità, tante interpretazioni. A voi l’ultima parola.

Le parole delle donne

In Parola di donne on 31 maggio 2011 at 10:49

Sto leggendo un libro di Ritanna Armeni dal titolo “Parola di donna“. Cento grandi nomi della cultura, della politica e dello spettacolo italiano per un “dizionario al femminile”, che fa il punto sul nostro passato e sul nostro presente, per capire dove stiamo andando e per ricordare da dove siamo partite e quanta strada abbiamo percorso. In queste pagine troverete cento voci del privato e del politico, le parole della quotidianità e quelle della filosofia, da abito a zitella, passando per diritti, lavoro, pari opportunità, ma anche desiderio, mamma, sirena, verginità… Cento voci che hanno segnato profondamente la storia del nostro Paese, che sono cambiate negli anni, ma che sono attuali più che mai. Un libro corale, cui hanno partecipato, sotto l’abile regia di Ritanna Armeni, donne diverse per orientamento politico, professione, stato sociale, tutte accomunate dall’entusiasmo di esserci, dal desiderio di raccontare, di raccontarsi, di capire. E la voce delle donne, spesso percepita solo come un mormorio indistinto o come un canto fatato e affascinante, in questo libro unico e originale diventa parola chiara e distinta, che interpreta il mondo con coraggio e determinazione.

L’idea è buona. Esistono parole sulle  donne che nel tempo, nel sociale, ma anche soggettivamente cambiano significato o hanno radici profonde e non ancora del tutto spiegate. Pensate per esempio ad Abito, Abnegazione, Aborto, Ambiente, Amore, Autocoscienza, Autodeterminazione, Autorità, Autostima. Pensate a quanto si potrebbe scrivere su queste semplici e “banali” parole. Quante storie intorno. E siamo solo alla lettera “A“. Solo su questi termini, presi uno ad uno, si potrebbero scrivere libri. La Armeni ne ha raccolto un sunto intelligente e colto, a me piacerebbe raccogliere le riflessioni in Rete di amici, conoscenti e blogger viaggianti. Il fascino della Rete è proprio questo: libertà di espressione e di azione, almeno fino a dove questa libertà non lede quella degli altri. E allora perchè non aprire una rubrica settimanale su ciascuna parola raccogliendo le nostre riflessioni? E non è necessario che queste riflessioni siano sempre e comunque al femminile. Sopra di noi c’è il cielo ed è composto da due metà, una di queste è la donna ed oggi è di lei che vorremmo parlare. E chi se non l’altra parete del cielo donna che è l’uomo può intervenire in modo autorevole? 😉

Allora nella mia nuova rubrica PAROLA DI DONNE  lancio il tema di oggi: ABITO e vediamo cosa succede… per il momento lascio questa poesia per farvi un po di compagnia

Le parole delle donne
sono scritte sulle foglie
che abbiamo raccolto
con mani screpolate dal gelo
per riscaldare d’inverno
il focolare
sono incise sulle pietre dei fiumi
su cui abbiamo lavato
con mani rosse per i geloni
i panni dei nostri uomini
sono scolpite sulle madie e sui tegami
dove abbiamo impastato
e cucinato
con mani ruvide per il lavoro
i cibi per la famiglia
Le parole delle donne
sono diventate gocce di sudore
sui campi che abbiamo arato
con mani incallite come legno.
Le parole delle donne
sono diventate
canti di gioia e d’amore
canti di odio e di rabbia
grida di lotta e di morte.
Sono sfuggite dalle nostre labbra
quando ci hanno insultate picchiate
violentate uccise
sono stati silenzi di desideri
mai espressi
di ore di amore perdute
di sottomissione e obbedienza
sono state le grida sulle tavole
dove abbiamo ucciso la nostra giovinezza.
Le parole delle donne
sono il sangue che abbiamo versato con le mani
contratte
nel partorire i nostri figli
nell’abortire i nostri figli.
Le parole delle donne
sono quelle
che nessuno ha mai letto

ascoltato.
Come le radici dell’albero…” di Gabriella Gianfelici

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