Mario

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Senza parole

In amore, Anomalie, personale on 8 settembre 2016 at 11:23

“Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti in una ormai celebre frase di un suo altrettanto celebre film. E le parole sono importanti, eccome se lo sono. Specialmente quelle non dette. Quelle taciute. Quelle tradotte malamente con surrogati che mai potrebbero nemmeno lontanamente raccontare l’ombra delle parole che si vorrebbe nascondere, tacere, negare. Perché l’atto stesso di pronunciare implica il conferire realtà a quel che si pronuncia. Le parole che tacciamo, le parole che non osiamo esclamare ad alta voce, le parole che mascheriamo di sinonimi immeritevoli, quelle stesse parole saranno i macigni che tortureranno la nostra coscienza il giorno in cui non avremo più la possibilità di esprimerle nel luogo, nel tempo e con le persone a cui appartenevano di diritto. Le parole non dette sono aborti che lasciano vuoti amari nelle vite di chi le aspettava e in quelle di chi avrebbe dovuto avere più coraggio per pronunciarle.”

L’ho lette oggi sul profilo di un’amica e mi hanno colpito così tanto che non me le levo dalla testa. A volte non ci si pensa ma si trascina la propria vita con questi macigni sul cuore. Parole non detto, parole non sentite, parole per sempre, se mai esistono parole che durano per sempre. Persone che si sarebbe voluto raggiungere con parole usate come un ponte, parole che curano le ferite, parole che feriscono e uccidono, parole di rabbia e di saggezza. Parole assolute, importanti, indimenticabili.

Eppure sono solo queste le parole che contano, quelle che cambiano e che ti cambiano, quello che valgono la pena di pronunciarle o di ascoltarle, tutto il resto è fuffa, oblio, rumore, ciarpame. Le parole inutili, nebbiose, noiose e deleterie che riempiono l’aria e la soffocano, quelle parole sono senza senso, sono un’offesa all’intelligenza, sono la vacuità rumorosa del nostro tempo.

Io ho passato una vita senza la capacità di dire quelle parole, quelle che restano, quelle che fanno la differenza, quelle che se ci penso posso solo dire che in realtà non le conosco, non so cosa dire e come dirlo. Ho perduto una persona molto vicina e in tanti anni di vita insieme, solo una volta gli ho detto parole che erano graffi, lui non rispose, non aveva parole capaci di farlo, era rimasto senza parole. Come non capirlo? Se pure io non ero attrezzata per quelle parole? Successivamente le parole non dette mi pesavano così tanto sul cuore che si trasformarono in sensi di colpa, ma colpa di cosa se a cercare quelle parole non ne trovavo nessuna che potesse essere adeguata, significativa  o ancora definitiva?

Probabilmente io sono una persona che è nata e vissuta senza parole, quelle vere, quelle che sono un motivo valido per vivere. Vorrei poter dire che nella mia vita ho parlato sottintendendo che nella stessa misura ho vissuto, ma non è così, non ci sono parole per descrivere la solitudine ed il silenzio troppo rumoroso che ci accompagna. La vita si può anche descrivere, ma lo spirito e i sentimenti sono senza parole e si conservano gelosamente dentro di noi, senza poterli condividere con gli altri.

 

Se perdo te

In amore, musica, personale on 16 aprile 2016 at 18:41

Una piccola vecchia canzone, il gusto dolce amaro di quegli anni, era l’inizio del 1968, ma noi non lo sapevamo, nessuno sapeva che, in quell’anno, la mia generazione avrebbe avuto un appuntamento con la Storia e noi non sapevamo certamente quanto saremmo cambiati poi.

Io allora sapevo solo che tu dovevi partire. Nessuna certezza, nessuna sicurezza solo i tuoi occhi verdi che avrei perduto.

Strano che allora una canzone significasse tanto, strano poi che quella canzone, per me, non fosse mai diventata vecchia e nemmeno ridicola, come succede a tante cose perdute nel tempo.

Una canzone che tornava ogni volta a rimestare negli angoli bui dell’anima. Un dolore sordo che non si era mai sedato, la cui origine non avevo mai volutamente veramente sondare.

E allora io ti avevo perso al suono di quella canzone e oggi so che il mio cuore non lo aveva mai dimenticato.

Erano passati solo due mesi dal quel combattuto e litigato primo bacio, che tu non volevi e al quale io ti avevo costretto, ed erano passati solo cinque mesi da quando ci eravamo conosciuti. Colpa sempre di quell’amico, che aveva una cotta per me, e che io vedevo solo con amicizia. Poi non so che cosa avesse pensato, credo che, nella sua testa, solo tu mi potevi fermare ed infatti solo tu mi hai fermato. Non a lungo e non per sempre, ma ci fermammo e ci guardammo negli occhi.

Non è facile aver sedici anni, imparare a vivere, ed essere sicuri di se stessi. Non è facile desiderare la libertà e non poterla avere, doversela guadagnare pagando un prezzo troppo alto per ogni conquista.

Ma questo spiega solo di me. Non tiene conto che pure i tuoi vent’anni non andavano tanto meglio e pure tu hai pagato i tuoi conti con la vita.

Ma quella canzone era la nostra e lo è sempre stata, sebbene che per ragioni evidenti, io non volevo sapere a chi fosse legata e perché.

La ballammo quella sera, a casa di qualcuno di cui non ricordiamo il nome, ballammo nel buio stretti e disperati, come solo dei ragazzi giovani, di fronte al baratro, riescono a fare.

La data la ricordo era l’11 febbraio 1968, il giorno dopo hai preso il treno e sei uscito dalla mia vita.

Roma non è molto lontana e non lo è nemmeno Civitavecchia, ma allora per me era l’altro capo del mondo dove catapultavo le mie lettere quotidiane e qualche breve e complicata telefonata.

Non sapevamo che se per caso non fosse stato amore, sicuramente era la più bella espressione di amicizia di cui saremmo mai stati capaci. Qualcosa che a pensarci bene era quasi amore, ma senza quella voglia di autodistruzione o di rivalsa che molto spesso quel sentimento porta con sé.

A te sarebbe andato, per tutta la mia vita successiva, un pensiero fugace, quando avrei avuto voglia di avere un amico vicino, o di fare una telefonata oppure solo di restare ad ascoltare una voce, ma non una qualsiasi, la tua voce profonda e calorosa.

Ma tutto andò storto o meglio andò come il destino aveva previsto che andasse. Tu non tornavi per impegno e per orgoglio, io non aspettai, se non fino alla fine di quell’anno assurdo che poi avremmo dovuto per forza ricordare.

Allora non ammettemmo quanto ci siamo mancati ed io non lo feci nemmeno dopo. Io diventavo donna senza di te, avrei avuto un compleanno che perfino mia madre si era dimenticata. Avevo i nostri amici che mi riempivano la vita, almeno quel poco di vita di cui allora potevo godere.

Ma tu non tornavi e io pensavo davvero che non ti interessasse tornare… per me.

Pensavo che tu fossi destinato ad altro, che il tuo futuro non avrebbe avuto il mio nome. E contemporaneamente comprendevo che tu non avresti potuto essere il mio destino, e che dovevo aprirmi la strada senza di te.

E così rimase quella canzone che parlava di noi, e di cose taciute, sconosciute oppure non dette, che mi strizzava il cuore senza motivo anche a distanza di anni e pure tanti.

La vita ci aveva separati: una piccola storia che tu, solo dopo, avresti chiamata “breve, ma non piccola”, un amore che era più amicizia, ma che solo dopo io avrei capito che non faceva differenza. Una breve storia d’amore che ci cambiò.

Una separazione lunghissima, intrecciata a vite separate e complicate, come devono essere le vite, per poi riportarci a quel punto di partenza che era la nostra nuova storia da vecchi.

Il caso ci ha rimesso assieme strizzando l’occhiolino. Un caso burlone che tanto ci aveva tolto e tanto oggi ci tornava, con gli interessi.

Ma questa è un’altra storia anche se la colonna sonora è sempre la stessa o almeno quella che ora noi sappiamo che era solo la nostra canzone e di nessun altro.

 

Una storia sbagliata

In amore, Donne, uomini on 20 marzo 2014 at 17:09

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Per certe cose non esisteva un deterrente. Certo l’amore per il marito e ovviamente ancor di più quello dei figli, ma che deterrente era se a tutto era sopravvenuta la maledetta abitudine? quella che rende ogni gesto dovuto, ogni fatica non considerata, e quella che fa del proprio corpo uno svago senza entusiasmo.
Lei queste cose non le aveva mai considerate, andava avanti così per dovere: il suo lavoro, i pranzi e le cene pronte, la casa in ordine, lavare, stirare, i figli accuditi anche se a distanza. Ormai le restava solo diventare nonna e mettersi in pensione. In pensione anche dai sensi ovviamente e da se stessa.
Lui, il marito, un buon uomo sì, ma puntiglioso e brontolone, le contava ogni etto che ormai tendeva a lardellare i suoi fianchi e non la guardava più negli occhi, mostrando quella emozione che l’aveva sempre conquistata. Allora sì che i sensi dilagavano. Ricordava le loro pazzie come far l’amore di sera in spiaggia e fare il bagno nudi, con i corpi che ad ogni onda e carezza sussultavano… che bei tempi quelli. Ora non più. Ora solo quel loro letto senza fantasia, senza passato e senza futuro.
Insomma non voleva giustificarsi, ma non se la sentiva ancora di raggiungere la pace dei sensi. Troppo presto e poi perché?
Certo che qualche ragione c’era, ma niente che potesse giustificare quelle telefonate, quella storia iniziata senza che lei volesse e senza che ci fosse un vero senso. Innanzi tutto lei non aveva fatto niente perché tutto questo accadesse; e poi tutto questo cosa? L’aveva visto solo una volta, in una riunione di lavoro, lui giovane, rampante, pronto nella parola, sicuro di sé. Un bel vedere davvero, ma niente di più. Anzi a dire il vero era da molto che in queste situazione lei teneva un profilo basso, ormai neppure il lavoro poteva darle grossi stimoli. E lui era stato gentile, rispettoso, quasi galante. Niente di speciale se si pensa che, avendo davanti una carriera da fare, anche l’appoggio di un’anziana collega poteva andare bene.
In ogni caso, la questione sarebbe finita lì, lui in una sede all’estero e lei la solita routine. Se non fosse che lui aveva preso a chiamarla, un insieme di lavoro e voglia di cazzeggiare, una forma simpatica di galanteria indiretta che l’aveva fatta sorridere.
Chi ci pensava che le parole avrebbero preso una nuova direzione, fossero diventate famigliari, affettuose, quasi intime e che alle risatine di lei lui avrebbe risposto in modo così… così come? Serio? Puntuale? Incredibile?
Va da sé che lui poteva avere quante donne voleva, se non altro aveva una moglie giovane e dei figli: uno o due non lo ricordava. Ma se voleva una storia la poteva cercare in un più comodo territorio di caccia, non a migliaia di chilometri di distanza. Che senso aveva? Anche se, proprio per la distanza, mai nessuno avrebbe saputo o sospettato. Ma sospettato cosa?
Il loro gioco stava solo nelle parole, nei toni di voce, nei significati nascosti. Qualche lunga telefonata che non era giustificata da lavoro o da un profondo rapporto di amicizia, solo da uno strano bisogno di dire, sentirsi dire cose strane senza senso o solo di ascoltare quella voce.
Se lo era detto un sacco di volte: “Non è cosa per te. E’ una storia sbagliata. Forse addirittura mal interpretata. Svegliati. Non farti coinvolgere. L’unica che ne ha da perdere sei tu”.
Ma lui, con quella voce così suadente, quasi di un bambino che implora, le andava ripetendo che era lei che voleva. Era preso dal suo sorriso, dai suoi occhi, dalla sua bocca, dal suo corpo, neanche avesse una foto sottomano. Altro che etti in eccesso, tutto era perfetto per lui. Non c’era verso di farlo desistere, né i dati di fatto incontrovertibile, né il buttarla sul ridere facendogli presente che ormai nell’azienda, visto che stava sulla soglia della pensione, non valeva che come il due di picche quando il gioco che vale è spade.
Non c’era stato verso, né mariti, mogli, figli e responsabilità erano stati sufficienti a sottrarre terreno alle sue avance.
Ma come erano passati dal parlare di vendite, design e nuovi materiali a raccontarsi i sogni più segreti, inconfessabili e irrealizzabili? Perché era chiaro che non si sarebbero realizzati, loro non si sarebbero più rivisti e lei non avrebbe desiderato incontrarlo mai più (a meno che non impazzisse del tutto che già era sulla buona strada). Non avrebbe saputo che fare. Si sarebbe vergognata di quelle parole dette all’ombra di un cellulare. Non avrebbe resistito senza sentirsi morire, se lui le avesse chiesto coerenza.
Glielo aveva domandato un sacco di volte: “Ma perché? Che cerchi da me? Sono molto più grande di te. Non sono particolarmente avvenente. Non ho una posizione importante. Ho marito e figli. Potrei essere tua madre.” E ad ogni punto lui ribatteva che…. oh lasciamo stare era inammissibile.
Ma lei aspettava con ansia le sue telefonate, se non c’erano le mancavano. Una mancanza fisica che nessuno poteva capire, né i colleghi né le sue amiche, che erano o accompagnate da uomini senza sostanza, oppure alla ricerca di un uomo fino allo sfinimento.
Aveva persino pensato di dirlo a suo marito, che chissà che si fosse risvegliato dal letargo degli orsi in cui si trovava. Magari ne avrebbero ricavato una nuova sferzata di giovinezza e anche lui si sarebbe accorto delle doti che lei che, comunque andasse, non credeva di avere.
Strana cosa la vita: ti regala, a volte, delle cose che tu non le hai nemmeno chiesto.
Ma adesso si domandava cosa avrebbe fatto se lui le si fosse presentato alla porta dell’ufficio: avrebbe finto di conoscerlo appena? L’avrebbe trattato con amichevole distanza? L’avrebbe allontanato come la peste? E che ne sarebbe stato di tutte le parole dette con dolcezza e passione, oppure di tutte quelle taciute?
Cercava dentro di sé un normale senso di colpa. Ma la colpa di cosa? Lei non aveva colpe, non aveva fatto del male a nessuno. Lei ci sarebbe stata sempre per la sua famiglia, suo marito sarebbe stato quello di sempre, i suoi figli sicuri del suo affetto e lei sarebbe diventata nonna molto presto, avrebbe scordato tutti quei grilli per la testa, tutti quei pruriti che non sarebbero mai stati grattati. Lei ormai era sorpassata. Era come la bella addormentata nel bosco, da troppo tempo, tutti se n’erano dimenticati e il principe non sarebbe più andato a risvegliarla.
E di una storia sbagliata sarebbe rimasto solo un soffio caldo sul collo. una palpitazione più forte nel cuore, un sogno ad occhi aperti… niente di più. Però doveva fare qualcosa perché lui si dimenticasse del suo numero di telefono, e poi lei avrebbe fatto la sua parte. Perché non era come con la droga, lei avrebbe potuto disintossicarsi benissimo, in ogni momento, perché qualche parola di troppo non dà assuefazione… oppure sì?
Bastava solo che lui non tornasse, bastava non vederlo sulla porta del suo ufficio, che poi si sarebbe anche accorto di aver sbagliato persona, insomma che non era quella che lui credeva, che si ricordava male. Bastava farla finita subito, se solo ci fosse riuscita.
E intanto stava ad occhi fissi, ad aspettare una telefonata che prima o dopo, a rigor di logica, non sarebbe più dovuta arrivare, ma sperava che fosse dopo… molto dopo…

I ricordi perduti

In amore, Anomalie, personale on 24 novembre 2013 at 8:23

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La vita è un affare complesso. Se poi è davvero un affare questo non lo so, ma a me piace e questo basta. Non mi pongo il problema se ho avuto una vita bella oppure un po’ sfigata, mi pongo solo la domanda di quanto l’apprezzi io oggi e di quanto pesante sia il mio sacco dei ricordi.
La mia memoria è abbastanza buona, forse un po’ selettiva, ma oltre a immagini di cose, persone e fatti, mantiene anche in vita le emozioni ed i sentimenti. Una memoria che dovrebbe aver mantenuto impressa, come una tavola di cera, quella storia che è stata la mia vita, con alti e bassi senza continuità, che comunque l’hanno resa unica, mai scontata e irripetibile.
Amo la vita, questo è il primo punto. L’amo in tutte le sue sfaccettature. dai luoghi che mi hanno accolto, ai sentimenti che mi hanno squassato l’anima. Non è stata una vita serena, è stata piuttosto una tempesta cavalcata, forse in modo irresponsabile, ma tenuta saldamente per le redini. Certo ho avuto un’accentuata mania di controllo, ma chi è perfetto? Ho preferito, anche a costo di rinunciare alla centralità, di mantenermi ai margini delle emozioni. Non era solo per paura, era soprattutto per sopravvivenza. Nascere “fotosensibili” alle emozioni è un affare complesso, che ti conduce alla distruzione, a volte… anche se non sempre.
Non è legato a un luogo comune o per il fatto che io sono nata donna, ma i rapporti con gli uomini, con i famigliari, con gli amici hanno avuto sempre un costo altissimo, ma anche un ritorno impensabile. Certo che causa il mio genere e il momento in cui sono nata, la mia voglia di libertà e di autodeterminazione, il mio modo informale e alternativo di vedere la vita, mi hanno portato a sostenere pesi e situazioni che avrebbero potuto cambiarmi profondamente. Ma cambiata non sono. Ho navigato attraverso le tempeste mantenendo una rotta precisa con l’unico scopo di perdere solo i ricordi difficili e portarmi appresso quelli inestimabili che mi hanno resa differente.
Il mio compagno me lo dice spesso, dopo anni di vita assieme: “Non posso chiedere a te come pensa una donna, tu non lo sei, non sei prevedibile e omologabile.” Non so se sia un complimento nel suo modo di vedere, ma per il mio è davvero il miglior modo di descrivermi.
Se la vita è un mare in tempesta, è possibile solo navigare a vista, tenendo ben saldo il timone. Non ci sono ruoli maschili e femminili che aiutino a vivere, ma istinti e forte determinazione. Per molte persone, che mi volevano sottomessa, sono stata scomoda e quasi offensiva, per altre persone che avevano bisogno di un porto sicuro, dove riprendere fiato e ripararsi dai venti della vita, ero quanto di meglio di potesse trovare.
Però per creare quel porto che trasforma il vento in bonaccia, si devono creare territori esposti a tutti i venti, rocciosi o impenetrabili perfino a noi stessi, figurarsi agli altri.
Comunque la vita è qui e oggi. Quella passata, così piena di ricordi e di avvenimenti è stata passata al setaccio del cuore che ha fatto stranamente un lavoro inverso: le cose volatili, pulite e luminose sono rimaste in superficie, le parti dure, acuminate e inutili sono finite sul fondo.
“Alla fine si ricordano solo i momenti più belli” tutti lo dicono, e forse è vero. Alla fine si perdono i ricordi che ci hanno ferito di più, quei momenti della vita che si possono pure dimenticare, ma con essi a volte si scordano i sogni più vivi che non sei riuscito a realizzare e che il non farlo era ed è, comunque, una grande perdita.
In ogni modo, se cerchi in fondo al setaccio e con le dita raccogli le grane dure, i piccoli e grandi sassi appuntiti che si sono posati nel fondo, i ricordi tornano vivi e con loro quelle emozioni che un segno hanno comunque lasciato, graffi nell’anima e striature ormai scurite dal tempo. E’ proprio per questo che quella grana grossa del fondo la sento solo con le mani e non la riporto alla luce, sarebbe inutile e le ferite ancora aperte seppur dimenticate.
Io sono quella che sono e non ho bisogno di ricordare quello che mi ha fatto male. Sono fatta anche di quel male e di quei momenti che mi hanno traghettato all’inferno, ma rimango ugualmente una persona concreta, empatica che capisce il dolore degli altri e che dimentica il suo, che si sporca le mani di palta perché non ha paura di farlo, ma non si infastidisce di avere le mani sporche. Insomma non esiste una ricetta per vivere, nemmeno un solo modo di sentire o di essere. Esiste solo il proprio modo di esserci e di tentare di fare la differenza, poi se si riesca davvero a farla, questo non è dato a sapere,e  per qualcuno sei un ricordo da dimenticare per altri sei un ricordo bello da tenere nel cuore, come quei ricordi che riesci a conservare tu.
Una partita di giro che ti viene data e che restituisci in quel gioco umano che è la nostra vita.

Ho 12 anni e sono nessuno

In amore, Giovani, personale on 26 marzo 2013 at 9:35

pensieri

A 12 anni si pensa che il mondo ti gira intorno. Qualche sospetto ce l’hai che qualcosa non quadra. Troppo spreco per tutte quelle comparse che girano nella tua vita; chi potrebbe pagarle poi? E ancora che spessore ha la realtà? E’ come uno sfondo di Cinecittà, oppure va un poco più in là, almeno quel tanto che basta a non farti finire dietro le quinte e scoprire l’imbroglio?
Ma che cavolo andavo pensando. Nessuno si sarebbe sprecato a fare per me la benchè minima recita, neanche a farsi passare per babbo natale che tanto a 12 anni nessuno più crede a babbo natale.
Se era per quello non si crede nemmeno più che i bambini nascono sotto i cavoli oppure che li porta la cicogna. Basta poco per capire: mamma con la pancia, nasce un bambino, mamma senza pancia e che ci vuole? Non serve tanta fantasia… ma come entrava nella pancia? E come faceva ad uscire? Beh, quello era un altro problema, potevo affrontare solo un problema alla volta.
E poi l’amore… quale amore? Quello che provo per la mia mamma o quello per i miei fratellini più piccoli? Che poi a pensarci bene è quasi la stessa cosa. Mai che mi venga in mente, quando parlo d’amore, mio padre oppure mio fratello maggiore, nell’amore non c’entrano affatto.
Penso che l’amore salverà il mondo, che è da lì che partono tutti i pensieri più belli, le cose migliori. D’altra parte l’amore contempla anche i sacrifici , si può ben fare quasiasi cosa perchè il mondo sia in armonia. L’amore fermerà la guerra e le discordie, darà la felicità ad ogni essere umano, farà nascere i bambini accolti con tenerezza, farà muovere assieme gli essere umani. Tutti o quasi, centamente mio fratello grande non ispira grande amore, e poi nemmeno io me la sento di sacrificarmi per lui, lui non lo meritava: è bugiardo, codardo e approfittatore.
Qualche volta penso di essere gelosa oppure di essere colpevole d’invidia, non è che non mi accorgo che c’è chi è più fortunato di me, ovvio, solo che vorrei essere io fortunata quanto loro, ma non trasformarmi in loro, non so se mi spiego.
Ma l’amore, sono certa avrebbe vinto il buio della notte.
A 12 anni il buio fa ancora tanta paura. Non sai mai quello che contiene, non ne conosci lo spessore, non sai mai con certezza se tornerà la luce. Se io fossi nata cieca? Vivrei nel buio, ma non saprei cos’è la luce. E se fossi diventata cieca poi? Sarebbe forse peggio? Io, visto che preferisco sempre conoscere anche le cose spiacevoli, preferisco sapere cos’è la luce anche se poi la perdo. Almeno potrei passare il tempo a ricordare quant’era bella.
E’ come con l’amore è lo stesso, è meglio sapere cos’è pur rischiando di doverne far senza, piuttosto di rinunciare ad amare e basta.
E’ come con l’infanzia, che so che ormai è passata, ma non c’è proprio niente che me la faccia rimpiangere. Il motivo che credo di a ver capito è che non si può fermare il tempo; quando ero piccola mi trattavano da piccola e non lo sopportavo, adesso che sono grande mi trattano come una cosa fastidiosa e inutile, ma almeno io so quello che sono o almeno credo di saperlo. Sono una valigia di domande senza risposta. Una raccolta di cartoline senza indirizzo e senza firma, un senso tutto questo lo avrà pure?
Un’altra questione complicata è il mio corpo. Sono lunga: lunghe le braccia, le gambe, il busto e il collo. Non so mai come mettermi, dove mettermi, sorridere o stare seria. Ho la testa arrampicata sul corpo e il naso grosso, la pelle diafana…e non sono sicura di essere destinata all’amore, ma non è solo una questione di forme, almeno così spero.
Vorrei essere bella, ricca, fortunata e amata da tutti … bella fatica e chi non lo vorrebbe. Vorrei avere tutto quello che non ho e sarei felice. Felice? Ecco alla felicità ci devo ancora pensare, non ne ho un’idea troppo chiara e forse forse è un sentimento destinato solo ai grandi.
Poi tutto sommato mi basterebbe andare meglio a scuola e forse sarei felice pure io. D’altra parte basta poco per una che ha solo 12 anni.

Lunga vita agli smemorati

In Anomalie, Ironia on 24 settembre 2012 at 14:48


Non so per quale ragione, ma io ho una buona memoria. Più passano gli anni e più mi stupisco di essere riuscita ad “archiviare” così tanti dati, che poi non è stato un lavoro organizzato bene, sarebbe troppo bello, ma ho trattenuto dati alla rinfusa, senza una vera logica e senza la volontà di farlo.
In questo modo il mio archivio mnemonico e vario e multiforme, ma probabilmente tralascia dati importantissimi, e visto che li ho dimenticati, e solo per questo, li sottovaluto e non me ne preoccupo.
Ho avuto a che fare molto spesso con persone che non hanno memoria e, quella che hanno, appare molto selettiva. Si lagnano sempre di questo problema, ma tutto sommato non so se si tratti proprio di una cosa negativa. Il mio cervello è iperattivo e valuta, seleziona, incasella e archivia oppure si mette in funzione ricerca, seleziona, valuta e propone… insomma un lavoraccio della madonna.
Chi ha poca memoria non sa che stress sia averne molta, non sa per esempio quanti collegamenti, intrecci di dati e riferimenti si debbano avere per ricordare bene. A me basta un semplice odore, una tonalità di luce, il sapore di un cibo per mettermi a disposizione un numero esagerato di emozioni, ricordi e riferimenti precisi. Dopo ci si chiede come mai, una come me, dorme pochissimo e quando si sveglia anche nel pieno della notta è totalmente presente a sè. Il mio cervello non chiude mai e persino i sogni vengono analizzati e schedati come ogni altro tipo di dato.
Ho un’amica che purtroppo per cause legate ad una grave malattia, ha perduto totalmente la memoria. E’ terribile a pensarci, lei non ha alcun riferimento di sorta, se non da breve tempo. Ha scordato tutto quello che sapeva, che aveva studiato prima, ha dimenticato i volti dei suoi famigliari e così pure i sentimenti che la collegavano a loro, si è dimenticata il suo nome e la sua storia… una cosa terribile, ma comunque, alla fine è tornata bambina piccola, ha imparato a parlare, scrivere e leggere, a ricominciato a voler bene e a conoscere chi le stava attorno. Insomma ha ricominciato a vivere. A parte il fatto che la cosa sembra inconcepibile a quelli come me, a guardarla, comunque mi stimola tenerezza e pure il suo corpo è tornato bambino, la sua pelle è levigata da rughe di espressione e da tensioni che prima vi leggevo. Parla come una bambina e prova le cose che provano i bambini, emozioni ed entusiasmi compresi… questa cosa è proprio così terribile?
Ho visto smemorati cancellare la loro vita precedente, senza rammentarsi nè il bene nè il male passato. Li ho visti buttarsi il mondo dietro alle spalle e riprendere a vivere senza pregiudizi e amarezze. Non so dire se è una reazione naturale di alcuni cervelli o di alcune coscienze volubili. Dimenticare aiuta a combattere i sensi di colpa e le responsabilità, l’unica cosa che non è certa è se si tratti di una reazione indotta oppure una funziona naturale della propria psiche.
Se penso alle mosse di qualcuno che conosco, mi par di capire che il genio sta nella smemoratezza e non nella sregolatezza. Come ho letto in una statistica presentata non so più da chi è l’egoista che vince in longevità e suppongo che la smemoratezza, se non è un fatto patologico, vinca sicuramente il primo premio in fatto di distrazione ed egoismo. Pertanto lunga vita agli smemorati, sebbene che un mondo fatto solo di loro, a me pare davvero un incubo terribile.

Il canone inverso

In Amici, amore, musica on 14 maggio 2012 at 0:32

Qualche volta succede che quello che fai e quello che dici, venga stravolto e travisato. Non succede spesso, ma quando succede è un brutto colpo, perché, comunque, ti accorgi che non te l’aspettavi e in più, ti chiedi come sia possibile che una cosa che per te ha un senso preciso e chiaro, per altri ha il senso inverso.
Se poi questo travisamento viene da persone che tu conosci bene e in cui tu credi e hai fiducia, alla fine non sai più se è semplicemente il dolore di un sentimento  mancato o se bruci di più la ferita del tradimento umano.
Di mio c’è che sono sempre molto sincera e diretta, ma questo ha un limite, non ferisco mai volutamente la persona a cui mi rivolgo. Ci metto quasi sempre una buona dose di diplomazia e di buon senso. A meno che non ci sia malafede, non mi scaglio quasi mai in un inconsulto attacco frontale e preferisco la discussione infinita ai colpi bassi.
E come reagisco di fronte a chi non bada a spese e da un’amicizia appassionata passa ad una critica acerrima?
Io questo lo vivo come una profonda delusione affettiva, che è la ferita più grave che quella persona mi fa. Resto basita perché non capisco quali siano i meccanismi che portino una persona, che lavora al mio finaco o condivide con me pensieri e progetti, a considerarmi improvvisamente un ostacolo o una essere umano che le suggerisce sospetto.
Perché in realtà a me personalmente non succede mai. Perché se mi fido di una persona difficilmente cambio la mia opinione. Perchè non sono diffidente. Perché credo nelle persone e nell’onestà delle loro azioni e delle loro idee. Perchè io sono così. La mia sinfonia, se posso usare una metafora, va solo in un senso e non si arrotola su se stessa e non torna indietro.
Credo nelle buone intenzioni degli esseri umani, anche se feriscono e mordono senza davvero nessuna ragione e soprattutto per motivi che travalicano i fatti contingenti.
Se io credo profondamente nelle persone, allo stesso tempo, di fronte a certe reazioni di critica e scontro rabbioso, mi trovo a prendere per un momento le distanze dalla situazione, e a guardare con un minimo di razionalità quelle che potrebbero essere le ragioni più profonde di tanto accanimento e nuovo risentimento. A volte leggo dietro ad azioni e parole, quello che non vorrei leggere mai. Anime ferite e profonde insoddisfazioni, di cui non si è mai noi la causa diretta. Una situazione triste che dovrebbe metterti in allerta e far sì che queste cose non abbiano da ferirti mai.
Nel canone inverso la musica si svolge e si riavvolge senza cambiare la sostanza della melodia, ma nei sentimenti non è mai così, il riavvolgimento di un sentimento d’amore può diventare odio o qualche volta rabbia o indifferenza e lascia dietro sé le scorie di emozioni e sentimenti che non potranno più ritornare gli stessi. E fa male, e quanto fa male 😦

Amori giovanili

In amore, Giovani, personale on 11 febbraio 2012 at 19:05


In contrasto con una cara amica, che da un quasi amore è giunta ad un rifiuto profondo, ma essenzialmente per un suo percorso di vita non del tutto fortunato, il mio amore per l’Irlanda è l’effetto del mio carattere in equilibrio tra esternazioni umane e passionali estreme e un’introspezione e un pudore sentimentale molto interiore.
A volte mi sono chiesta se il mio colore dei capelli, un rosso tiziano pittosto luminoso e la pelle bianca del viso spruzzata di lentiggini non abbia contribuito in modo determinante al mio modo di pormi con l'”esterno”, ossia di rapportarmi con gli altri.
Sul fatto che io fossi timida e riservata nessuno ci crede, solo perchè a tutti gli effetti per salvarmi da un fratello maggiore manesco e geloso e da una famiglia certamente non incoraggiante, mi fossi fatta violenza per tenere un comportamento incazzoso e indipendente. Ma non fu solo quello a determinare il mio modo di espormi, c’era anche una profonda necessità di giustizia e verità. Mai mi sono adattata a tacere di fronte ad un sopruso o ad una situazione non chiara, ipocrita o disonesta. Su questa mia correttezza morale si sono formate le mie prime amicizie e inimicizie e anche i miei amori giovanili. Amori che comprendevano anche il rapporto simbiotico con luoghi geografici, esseri umani e ideologie ben precisi.
Perchè i capelli rossi creano una diversità? Io lo so perchè ci sono vissuta con i capelli rossi. Ho sempre dovuto tener conto che gli altri mi vedevano diversa, che apparivo anche senza volerlo, venivo ingiustamente accusata senza essere colpevole e che i preconcetti e i luoghi attorno al mio colore di capelli non mi lasciavano spazio e non mi consentivano di vivere tranquilla nel mio mondo. Io dovevo essere ribelle, passionale, emotiva, vivace e sfrenata, perchè questa era l’idea che si aveva di una bambina rossa. Quando sono diventata donna invece fui colpita da altri pregiudizi, altrettanto fastidiosi, ma crescendo avevo già prodotto gli anticorpi necessari e mi fece meno male.
Perchè parlo di amore per l’Irlanda e tiro fuori la questione dei capelli rossi? Beh le affinità sono evidenti 🙂 e non solo perchè in quel paese il rosso di capelli predomina, ma anche perchè viene attribuito a quella popolazione gli stessi difetti, o pregi, che hanno attribuito a me da sempre.
Ad onor del vero se dovessi sentire le ragioni di quella mia amica, si potrebbe rivedere le caratteristiche irlandesi al ribasso. Altro che passionali, sono tutti dei “merluzzi surgelati”, ma la loro storia e la lotta per la loro indipendenza, credo, abbia comunque dimostrato amore per la loro terra e per la loro dignità umana che con la surgelazione ha ben poco a che vedere.
Amare l’Irlanda è amare un territorio difficile ed estremo, una natura aspra e inospitale, gente di carattere e calorosa(?): Martina non la penserebbe così, lo so.
Vento burrascoso e mare agitato, scogliere inacessibili, nuvole che rotolano nei cieli azzurrri ed improbabili di quel paese. Ho sempre sognato di passare gli ultimi giorni della mia vita in un cottage sul mare a bere caffè sulla porta di casa… caffè non tè, e pensieri tranquilli che non si intralciano gli uni con gli altri.
The Cliff of Moher, senza turisti, al tumultuoso tramonto del sole ecco la mia idea di bellezza assoluta. Forse una bellezza molto simile all’immagine che io ho di me stessa, forse vicina anche alla selvatichezza e solitudine di quella me stessa, successivamente violentata, della mia prima infanzia.
Essere liberi ha un costo, a volte si lavora anche contro il proprio carattere, ma la libertà vale ben qualche modifica, può davvero costare qualche piccola contraddizione interna se è l’unico modo per un bene più grande. E’ la libertà è davvero il bene più grande, non lo pensate pure voi?

Ricetta per uccidere un amore

In amore, auguri, Blog, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù, uomini on 30 gennaio 2012 at 0:00

Vi è mai capitato nella tempesta di un sentimento, nella tristezza di un amore che latita e nella certezza che nulla può più essere salvato, che vi venga la folle idea di trovare la ricetta per uccidere quell’amore? Chiaro non ucciderlo fisicamente, sebbene in alcuni casi magari un po’ ci pensi, ma annientare la forza delle sensazioni negative, del dolore e della delusione, insomma uccidere un amore è uccidere un amore. Basta, via, niente, pussa via, sparisci…

Insomma girando per la rete ho trovato questo post in questo blog molto carino che riporto pari pari qui sulle mie pagine:

Ho messo via un bel pò di cose, ma…

Ci ho provato a metterti da parte insieme al mio amore per te.
Lo giuro.
Ci ho provato per amor proprio,  per istinto di sopravvivenza, per realismo…ma niente. Non riesco a lasciarti andare.

Da settimane ho tolto dal mio raggio d’azione tutto quello che poteva ricordarmi di te. E’ tutto chiuso in una busta, confinata nel buio di un armadio. Nel farlo non ho avuto nemmeno il coraggio di guardare una sola delle nostre fotografie. Quelle stesse che avevo fatto stampare tra le tante fatte, piccoli passi orientati alla composizione di un album che contenesse le più belle, per raccontare i nostri anni di vita insieme… magari per poterle riguardare insieme un giorno, in futuro, per ricordare l’evolversi del nostro amore.

Come si uccide l’amore? C’è un modo, una formula segreta, una cura, una pillola? Anche qualcosa in sperimentazione mi va bene, mi candido come cavia umana!

Ci ho provato, ci sto ancora provando. Ma non riesco.
Puntualmente perdo le forze e finisco col fare capolino nella tua esistenza, sperando che tu mi stupisca, ma per la prima volta (da un pò di tempo a questa parte) sei fin troppo coerente con te stesso e con le tue scelte.

Non sò come tu ci riesca, vorrei un pizzico della tua forza… o forse della tua indifferenza, chi lo sà…. questo, lo sai solo tu.

V.

Chissà com’è che a leggere tutto questo mi sono commossa. Che ne dite cuore fragile o cuore di mamma?

La questione è: RESTARE UMANI

In amore, Anomalie, Gaza, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 29 gennaio 2012 at 13:19

Quando c’erano i sentimenti

articolo di AMIRA HASS – Giornalista israeliana, vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha’aretz è ha una rubrica su Internazionale

Nell’oceano di cattive notizie in cui annego ogni giorno, ho ricevuto un’email sorprendente: “Per favore, ci aiuti a trovare un palestinese che vive a Rafah. Lavorava nell’azienda agricola di mio suocero, nel sud di Israele. Era considerato uno della famiglia, ma da quando, circa dieci anni fa, agli abitanti di Gaza è stato vietato di entrare in Israele, ha smesso di venire da noi e abbiamo perso i contatti. Vogliamo fare una sorpresa a mio suocero, ma non siamo sicuri che contattare il nostro amico sia permesso dall’esercito”.

Ho risposto che non esiste alcun divieto di mantenere i contatti con gli amici (almeno per ora) e ho promesso che avrei cercato di aiutarli. E poi mi sono commossa. Nel disprezzo generalizzato per i palestinesi, ci sono ancora israeliani con sentimenti diversi. Ma c’era qualcos’altro, in quella lettera, che mi commuoveva profondamente. Forse era la nostalgia di com’era l’occupazione prima della separazione forzata tra i due popoli, quando tutto sembrava temporaneo, reversibile, e i protagonisti dei due schieramenti conservavano un lato umano. Di recente un amico di Nablus mi ha raccontato di quei tempi: “Da bambini giocavamo a calcio con i soldati, gli stessi a cui tiravamo pietre e che ci davano la caccia”.

Forse rimpiango i tempi in cui i sentimenti umani riuscivano ancora a emergere, anche in una relazione classista come quella di un’azienda agricola, e potevamo ancora illuderci che sarebbero arrivati tempi migliori.

Traduzione di Andrea Sparacino.

Internazionale, numero 933, 27 gennaio 2012

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