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Chi non si accontenta… gode

In Amici, amore, Anomalie, personale on 17 Mag 2014 at 17:47

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“Tu sei sempre stata diversa da noi. Tu non ti sei mai accontentata… hai sempre voluto di più.”

Sembrava una sentenza di morte. Non era un complimento, pareva più un’accusa di tradimento, e al tradimento si risponde sempre con un misto di invidia e rifiuto che lei aveva colto dalla voce dell’amica.
Erano amiche da sempre lei, Diana e Marinella. Magari non si vedevano per lunghissimi anni, ma poi si ritrovavano ed era sempre la stessa cosa, la stessa voglia di raccontarsi, la stessa capacità di ascoltare.
Che lei fosse stata diversa, non le pareva proprio tanto. Aveva fatto solo delle scelte diverse e non era certa che fosse state le migliori. Come si fa a dirlo? A priori? A posteriori? Certamente, dopo tutti gli anni passati, si poteva dire che, a ben guardare, lei aveva avuto una vita particolarmente intensa… ma migliore, forse no.
Diana, era una che pensava che quello che aveva fatto e deciso nella sua vita poteva andare bene per tutti, salvo poi capire che forse in qualche cosa aveva fallito.
Marinella invece pensava che quello che aveva fatto, forse forse avrebbe potuto essere diverso se il destino l’avesse aiutata un po’. Però insomma quello che aveva scelto, sarà stato anche condizionato, ma era il meno peggio.
E lei che pensava? A pensare le cose diventavano complicate. Non si era fatta condizionare nè dalla sua famiglia, nè dall’ambiente che la circondava, o almeno non significativamente. Si era un po’ adattata, ma non troppo. Era uscita da una famiglia asfissiante, aveva avuto amori e tanti, tendenti a imprigionarla, non si era fermata al primo amore il più incredibile e il più improbabile, salvo poi averlo ritrovato (ma questo non c’entrava affatto) insomma non era scesa alla prima fermata dell’autobus. Era una colpa? Era stata la sua fortuna?
Certo non avrebbe cambiato la vita con quella di nessun’altra. Troppa adrenalina, troppi colpi di coda del destino, troppi sentimenti e passioni per dire: “Avrei voluto una vita tranquilla! Avrei voluto una vita come le altre.”
Lei non si era mai annoiata, non aveva avuto tempo per fare le cose di tutti i giorni, aveva lavorato, aveva rischiato e rischiato molto, era stata disponibile a pagare tutti i prezzi dei suoi errori e anche, a volte, quelli degli altri se era necessario. Avera ricominciato un sacco di volte, aveva sofferto, pianto e sorriso, senza chiedersi se ne valesse la pena.
Ora era diventata di scorza dura, ma stranamente era permeabile alle cose, tutte l’attraversavano lasciandogli dentro qualche cosa, facendola sentire viva e umana, malgrado tutto.
Tutto sommato, pensava, non valesse la pena di fare un bilancio, quella era stata la sua vita, e non era ancora finita. C’erano molte cose ancora da fare e tutte che esulavano dall’accudire i nipotini oppure un marito un po’ troppo intransigente, anzi a pensarci bene si chiedeva che gusto c’era scandire la propria giornata sui bisogni degli altri, sulle abitudini e sugli egoismi della vecchiaia.
Le veniva da dire che vecchi si nasce e non si diventa, però sapeva che non era così, era comunque sicura che ogni epoca ha un suo preciso modo di essere giovani, ma anche di contrappunto uno per essere vecchi. E guardando bene lei non era stata giovane nel modo che lo erano i giovani del suo tempo, ma non era vecchia allo stesso modo delle sue amiche.
Incapace di adattarsi alle regole del gioco? Veramente a lei sembrava di aver dettato, nel limite del possibile, le regole della propria vita senza pretendere che fossero le regole di tutti. Aveva cercato di cambiare la propria vita senza aspettare che fosse la vita a cambiare lei. Era questo il non accontentarsi mai di quello che si ha? Forse…Certo che si stupiva ancora del tono di rimprovero e vagamente invidioso di chi le faceva questo appunto, non credeva di meritare nè una cosa nè l’altra, ma poi soprattutto era lei a guardare la vita delle sue amiche e finire con il pensare che avrebbero sicuramente meritato di più: un uomo diverso, un destino più promettente, un carattere più coraggioso, degli stimoli maggiori… beh ecco sì, su questo lei aveva cercato di non adattarsi e di guardare oltre. Aveva fatto danni attorno a sé, sicuramente, ne aveva ricevuti molti, aveva subìto dolori e abbandoni, ma era stata oggetto di tanto interesse e qualche volta tanto amore e anche rifiuto perchè no, non si passa indenni attraverso la vita, se si vive davvero.
Nel contempo a guardar bene chi di loro oggi era più felice? Domanda retorica perchè se è vero che chi si accontenta gode, è anche vero che se lei si fosse accontentata e adattata, sarebbe stata una persona estremamente infelice, forse senza accorgersene, questo è vero, ma se se ne fossi accorta? se in un momento di lucidità avesse compreso di aver gettato via i suoi anni senza sogni e senza piccoli traguardi, senza cambiamenti importanti senza ancora la voglia di investire? Beh, no, non poteva accettarlo, si serebbe sentita fallita, non sarebbe stata come era, sia nel bene che nel male. E allora, era il caso di dirlo: chi non si accontenta… gode! e i “cocci” sono suoi (perché i “cocci” ci sono sempre quando si rischia la vita e bisogna raccoglierseli sempre con un sorriso sulle labbra).

Un amore difficile: una corazza impenetrabile

In amore, Anomalie, Donne, uomini on 14 settembre 2012 at 16:49

L’aveva detto sempre che essere belle era una disgrazia, ma le amiche la guardavano incredule e gli amici maschi, per questo suo modo di pensare, un po’ la prendevano in giro. Per fortuna, per lei era un discorso generico, perchè bella non si credeva, ma sapeva di piacere, lo riscontrava tutti i giorni, purtroppo anche troppo e la cosa non andava bene.
Proprio per quello le amiche le dicevano che vaneggiava: essere belle non dà fastidio a nessuno, è l’anticamera per essere di successo, in tutti i campi, pure in quelli del lavoro e della vita affettiva.
Lei non la pensava così, ma era proprio difficile spiegare perchè. In effetti, piacere agli uomini, le creava sempre grossi problemi. Lei era fatta per amarne uno solo, alla volta e anche a lungo e non sopportava tutto quell’assedio, quegli stimoli e quei trabocchetti. Tra l’altro non aveva trovato nessun uomo che non fosse geloso e possessivo di lei, fino alla sfinimento. Si sentiva controllata in qualsiasi espressione corporea e mentale e pure  si sentiva analizzata anche oltre le parole. Quindi aveva imparato a tacere e a nascondere i suoi pensieri, anche se non c’era niente di malizioso in quello che faceva e pensava, provava sempre ansia quando parlava delle cose e delle persone che la circondavano, era sempre fraintesa e poi messa sotto torchio. “Ma chi è quello?” “Cosa vuole da te?” “Fai di tutto per piacergli eh?” “Sei sempre la solita… con quel falso sorriso da brava ragazza!” e lei non ne poteva più, la tiravano pazza tutti questi assurdi discorsi sulla malizia e il desiderio di piacere, se fosse stato per lei si sarebbe cambiata con quella sua amica più bruttina che poteva stare in mezzo ai ragazzi, confondendosi con loro, senza essere criticata o ripresa e soprattutto senza quei continui litigi e quelle parole che la ferivano profondamente.
Che a dirla tutta essere messa sotto pressione non era proprio il termine giusto per spiegare… meglio sarebbe dire che si innescavano delle vere e proprie indagini a tappeto e dei processi sommari. Se lei piaceva agli uomini era perchè era troppo amiccante e disponibile, era colpa sua insomma e non c’era difesa che contasse. Essere colpevole di piacere era una scoperta che non le faceva per niente piacere, le costava fatica sostenere gli interrogatori e trovava impossibile giustificarsi per quello che non aveva fatto volutamente. Vallo a dire poi alle amiche che non avevano lo stesso problema che era veramente scoraggiante vivere in quel modo. Sfuriate senza senso, improvvise ed imprevedibili solo per un’occhiata di cui non si era nemmeno accorta.
Il suo era un amore difficile, vivere con un uomo geloso fino allo spasmo, che era pronto a qualsiasi sospetto di tradimento o di tentativo di tradimento, ma anche di semplice superficialità, la metteva in difficoltà, sia nel lavoro che nei rapporti con gli amici. Non poteva fermarsi a fare lo straordinario o a parlare con un collega che subito veniva aggredita e nessun amico reggeva al controllo di quel pazzo furioso.
Lei non pensava che la gelosia fosse una dimostrazione d’amore, ma pensava piuttosto che fosse una malattia dell’anima che rovinava i rapporti tra le persone e quell’uomo ne era ammalato di una strana forma che coninvolgeva solamente lei, mentre lui ne era totalmente sprovvisto. Lui le amiche le aveva con cui ridere e scherzare e fare pure il galletto, per fortuna che a lei non dava più di tanto fastidio, lei non era gelosa, non era malata e forse proprio per questo non capiva.
E fu così che lei cambiò, un po’ per tristezza e un po’ per solitudine. Aveva capito che se voleva vivere in pace, avrebbe dovuto cambiare oppure mentire, che poi, forse a conti fatti, era la stessa cosa. Ma c’era anche un’altra possibilità che forse l’avrebbe liberata dalla sua prigione.
Il cambiamento di carattere era un processo talmente lungo e invasivo che non l’aveva nemmeno preso in considerazione, ma c’era un cambiamento che poteva salvarla ed era quello fisico. Cambiare fisicamente voleva dire assicurarsi una perfetta mimetizzazione con la maggioranza delle persone e se qualcuno avesse visto in lei una bella persona, oltre la sua fisicità poco attrente, sarebbe stato il massimo, solo rapporti sinceri e motivati e quel suo uomo malato, non sarebbe più stato geloso. o almeno così sperava.
Così cambiò aspetto. Giorno dopo giorno indossò una corazza impenetrabile di grasso e menefreghismo. La sua pelle diventava sempre più opaca e triste e i suoi occhi si infossavano in un aspetto scialbo e infelice. La sua corazza le pesava addosso oltre misura, ma lei continuava a farsi del male, d’altra parte almeno lui sarebbe stato più sereno e meno preoccupato.
Ma si sbagliava, in realtà lui aveva preso a criticarla per il suo aspetto poco curato e meno piacevole. La tormentava in continuazione con le sue parole antipatiche e piene di derisione, ma la gelosia, quella no, non passava. In effetti lei non aveva più gli stessi tormenti di prima dagli uomini, ma come per una strana magia si portava appresso, assieme alla sua corazza, un alcunchè che la rendeva piacevole agli altri e che, malgrado il suo aspetto, la rendevano ancora corteggiata e ricercata. Ironia della sorte, lei ora piaceva agli uomini più maturi, quelli che dalla vita avevano avuto più successo e che avevano capito, maturando che l’aspetto valeva ben poco, in confronto ad altre doti.
Questo nuovo stato mandava in bestia lui che la incolpava ancora di più di questo cambio di regime. Se prima lui doveva vedersela con i suoi coetanei, giovani e poco concorrenziali, adesso doveva vedersela con persone ben più attrezzate e di altro spessore e questo lo tirava pazzo.
La storia si interrompe qui perchè tutto quello che succede dopo lo potete anche immaginare. Ci sono due o tre soluzioni possibili, i finali possono essere diversi, ma nessuna di queste è una vera soluzione, nessun finale può cambiare i danni che sono stati fatti da questo amore malato.
In alcuni casi le corazze sono davvero inutili e pure dannose, di fronte ad una malattia come la gelosia non hanno effetto, non sono nè una medicina, nè un placebo.
Le persone che ne sono ammalate rendono la vita impossibile a se stessi e agli altri e non c’è cura per loro e con questo non voglio trovare parole per giustificarle, perchè giustificazione non c’è e non è perdonabile il male che fanno.
Forse un giorno lui non sarebbe più rientrato a casa, forse se la sarebbe svignata con una ragazzina molto più giovane e di bella presenza, e forse avrebbe trasferito su di un’altra storia la sua malattia. Lei magari si è trovata un uomo normale, che le vuole bene per quello che è e che la spinge a percorrere la sua strada, magari insieme a lui. Magari lei ha trovato la felicità o se non altro la serenità e non si massacra più per una brutta copia dell’amore. Tutto questo per dire che non si può cambiare, si è quel che si è ed è difficile trovare un giusto equilibrio sulle cose, ma i rapporti umani dovrebbero essere più belli, liberi e rilassati forse il mondo girerebbe meglio e l’amore sarebbe più facile e privo di brutti imprevisti.
Chissà che fine ha fatto lei?.. e chissà quale lui? anche se di quest’ultimo ho davvero poca curiosità. Ma preferisco non indagare, non approfondire… se una cosa nasce storta difficilmente diventa dritta e “vittime e carnefici” si confondo in un balletto assurdo in una danza in cui, io, personalmente, non voglio partecipare.

#save194

In Blog, Donne, Informazione on 11 giugno 2012 at 17:08

da Femminismo a Sud http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/06/11/save194/

La legge 194/78 non si tocca. Il diritto alla salute delle donne non si tocca. Siamo a un passo dal seguire le orme della resistenza cilena, che organizza campagne per aborti illegali sicuri come “Dona por una aborto ilegal“.

Quello che segue è un post che compare su diversi blog a partire da Lipperatura.

Sembra, ogni volta, di dover ricominciare da capo. Facciamolo, allora, e partiamo da una domanda. Questa: “tutte le donne italiane possono liberamente decidere di diventare madri?”. La risposta è no. Non possono farlo, non liberamente, e non nelle condizioni ottimali, le donne che ricorrono alla fecondazione artificiale, drammaticamente limitata dalla legge 40.

Non possono farlo le donne che scelgono, o si trovano costrette a scegliere, di non essere madri: nonostante questo diritto venga loro garantito da una legge dello Stato, la 194.

Quella legge è, con crescente protervia, posta sotto accusa dai movimenti pro life, che hanno più volte preannunciato (anche durante l’ultima marcia per la vita), di volerla sottoporre (di nuovo) a referendum. L’articolo 4 di quella legge sarà all’esame della Corte Costituzionale – il prossimo 20 giugno – che dovrà esaminarne la legittimità, in quanto violerebbe ” gli articoli 2, (diritti inviolabili dell’uomo), 32 I Comma (tutela della salute) e rappresenta una possibile lesione del diritto alla vita dell’embrione, in quanto uomo in fieri”.

Inoltre,  quella legge è svuotata dal suo interno da anni. Secondo il Ministero della Salute sono obiettori sette medici su dieci (per inciso, i cattolici praticanti in Italia, secondo i dati Eurispes 2006, sono il 36,8%): in pratica, si è passati dal 58,7 per cento del 2005 al 70,7 per cento del 2009 per quanto riguarda i ginecologi, per gli anestesisti dal 45,7 per cento al 51,7 per cento e per il personale non medico dal 38,6 per cento al 44,4 per cento. Secondo la Laiga, l’associazione che riunisce i ginecologi a difesa della 194, i “no” dei medici arriverebbero quasi al 90% del totale, specie se ci si riferisce agli aborti dopo la dodicesima settimana. Nei sette ospedali romani che eseguono aborti terapeutici, i medici disponibili sono due; tre (su 60) al Secondo Policlinico di Napoli. Al Sud ci sono ospedali totalmente “obiettanti”. In altre zone la percentuale di chi rifiuta di interrompere la gravidanza sfiora l’80 per cento, come in Molise, Campania, Sicilia, Bolzano. Siamo sopra l’85% in Basilicata. Da un’inchiesta dell’Espresso di fine 2011, risulta che i 1.655, non obiettori hanno effettuato nel solo 2009, con le loro scarse forze, 118.579 interruzioni di gravidanza, con il risultato che più del 40% delle donne aspetta dalle due settimane a un mese per accedere all’intervento, e non è raro che si torni all’estero, alla clinica privata (o, per le immigrate soprattutto, alle mammane). Oppure, al mercato nero delle pillole abortive.

Dunque, è importante agire. Vediamo come.

Intanto, queste sono alcune delle iniziative che sono state prese:

1) Lo scorso 8 giugno, Aied e Associazione Luca Coscioni hanno inviato a tutti i Presidenti e assessori alla sanità delle Regioni un documento sulle soluzioni da adottare per garantire la piena efficienza del servizio pubblico di IVG come previsto dalla legge. “Siamo altresì pronti a monitorare con attenzione l’applicazione corretta della legge e, se necessario, a denunciare per interruzione di pubblico servizio chi non ottempera a quanto prevede la legge”, hanno detto.

Le proposte sono:

Creazione di un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza; Elaborazione di una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza; Concorsi pubblici riservati a medici non obiettori per la gestione dei servizi di IVG; Utilizzo dei medici “gettonati” per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori; Deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di IVG sono scoperti.

2) La scorsa settimana ha preso il via la campagna contro l’obiezione della Consulta di Bioetica Onlus: qui trovate le informazioni e qui il video.

Diffondere queste informazioni è un primo passo. Ce ne possono essere altri. Fra quelli a cui, discutendo insieme, abbiamo pensato, ci sono:

1) Raccogliere testimonianze. Regione per regione, città per città, ospedale per ospedale, segnalateci gli ostacoli nell’accesso all’IVG e alla contraccezione d’emergenza. Potete farlo anche in forma anonima, nei commenti al blog. Ma è importante: perché solo creando una mappa dello svuotamento della legge è possibile informare su quanto sta avvenendo ed eventualmente pensare ad azioni anche legali.

2) Tenere alta l’attenzione in prossimità del 20 giugno. Lanciate su Twitter l’hashtag #save194, fin da ora. L’intenzione di questo post è quella di informare. Non è che il primo passo: perché la libertà di scelta continui a essere tale, per tutte le donne.

41) Il barone rampante

In Un libro al giorno on 19 luglio 2010 at 8:00

Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi. Ricordo come fosse oggi. Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d’Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell’ora. Tirava vento dal mare, ricordo, e si muovevano le foglie. Cosimo disse: –Ho detto che non voglio e non voglio! – e respinse il piatto di lumache. Mai s’era vista disubbidienza più grave.

Soluzione
Titolo : IL BARONE RAMPANTE
Autore : ITALO CALVINO

tema: Una sera del 1950, all’ osteria Fratelli Menghi, in via Flaminia, Salvatore Scarpitta racconta a Italo Calvino la sua avventura di dodicenne sull’ albero di pepe. Sette anni dopo, esce Il barone rampante.[1] Il romanzo è ambientato in un paese immaginario della riviera ligure, Ombrosa. Ecco i personaggi principali: il barone Cosimo Piovasco di Rondò, che vive sugli alberi; suo fratello Biagio (voce narrante della storia); la sorella Battista e il suo fidanzato, il conte d’Estomac; la Generalessa e il barone Arminio Piovasco di Rondò, genitori di Cosimo; Sofonisba Viola Violante d’Ondariva detta la Sinforosa, bella nobile smorfiosa che s’impossessa del suo cuore fin dalla più tenera età, e i suoi due spasimanti, valorosi guerrieri ma ridicoli pretendenti, il cane Ottimo Massimo e il brigante Gian dei Brughi; l’abate Fauchelafleur; il cavalier avvocato Enea Silvio Carrega; Napoleone e lo Zar di Russia.
Il fatto principale è rappresentato da un futile litigio avvenuto il 15 giugno 1767 nella tenuta di Ombrosa, per via di un piatto di lumache non accettate da Cosimo che per protesta sale sugli alberi del giardino di casa e non scenderà mai più. Nonostante la collera e le minacce del padre, la vita del protagonista si svolge sempre sugli alberi, prima nel giardino di famiglia, poi nei boschi di Ombrosa, inframezzata da viaggi in terre lontane raggiunte saltando di ramo in ramo. La vita di Cosimo è piena di eventi, dalle scorribande con i ladruncoli di frutta alle battute di caccia, dalle giornate dedicate alla lettura alle relazioni amorose : a Olivabassa Cosimo fa la conoscenza di alcuni esiliati spagnoli e si innamora di Ursula che però, terminato l’esilio, ritorna in Spagna mettendo fine alla loro relazione .
Nel frattempo, la fama del barone rampante si diffonde con grande rapidità, e se inizialmente Cosimo era ragione d’imbarazzo per la famiglia, in seguito arriva a intrattenere rapporti con personaggi del calibro di Denis Diderot, Jean-Jacques Rousseau, Napoleone Bonaparte e lo Zar di Russia.
L’amore fra Viola e Cosimo è forte, ma la relazione si conclude per una serie di equivoci dopo numerosi litigi e altrettante riconciliazioni.
Quando Cosimo si ammala viene assistito dall’intera comunità di Ombrosa; lo invitano a scendere ma lui si rifiuta in maniera categorica. Un giorno sorprende tutti: si arrampica sulla cima di un albero, si aggrappa a una mongolfiera di passaggio e scompare nel cielo, senza tradire il suo intento di non rimettere più piede sulla terra.

La vita è un battito di ciglia

In Donne, La leggerezza della gioventù on 10 marzo 2010 at 1:24

A dirla così sembra che si è nati e poi ci si accorge in un attimo che siamo alla resa dei conti e che tutto sta per finire. Ma no, dai, non è proprio così. Io per esempio ho vissuto in una vita tante di quelle altre vite che a pensarci mi si confondono le idee. Questo da sempre, non solo da quando ho, come si suol dire, l’uso della ragione. Il mio compagno mi dice ridendo: “Eri bella, peccato che non avevi testa.” Queste cose lui le sa perché quando ero giovane ne pagò il prezzo. Da parte mia la mia vita è andata in molte direzioni e tutte molto diverse fra loro. Ho vissuto tutte le gamme di un’epoca che era la mia, da ragazza con l’eskimo a ragazza con la pelliccia, poi sono tornata all’eskimo senza che sia più una moda e la pelliccia l’ho messa in soffitta a far da nutrimento alle tarme. Non che l’abito faccia il monaco comunque, ma qualcosa vuol pur dire. Insomma confesso che ho vissuto certo, ma saltando un po’ di palo in frasca. Ho vissuto cercando una connotazione politica che fosse vicina al mio modo di pensare, ma a quel tempo era facile, perché erano gli anni della contestazione e divennero gli anni della formazione politica. Allora lavoravo in una fabbrica e portavo l’eskimo. Allora ero giovane e mi si perdonava tutto. Mi mescolavo agli operai assieme agli studenti. Facevo un po’ da lasciapassare, servivo da ponte tra gli uni e gli altri. Ma poi avevo preso un abbaglio. Non si trattava di sbagliare bandiera, ma si trattava di fare copia fissa con uno studente che teorizzava bene, ma professava male. Certamente lui era impegnato nella rivoluzione, ma io, che ero donna, dovevo fare la calza. Non è che a quel tempo la mia vita fosse proprio mia, dovevo fare i conti con gli adulti e con le idee dei miei coetanei. Dovevo sapermi equilibrare tra generi e ruoli. Non ero davvero brava ad adattarmi. Non la pensavo né come le altre ragazze, né come i ragazzi della mia generazione. Ero in continua trasformazione e a disagio con le mie idee. Oggi il mio compagno afferma: “Da te mi sarei aspettato delle reazioni diverse. Una vita diversa.” Ma cosa potevo fare con la testa che mi ritrovavo! Così superai lo scoglio dello studente che mi voleva moglie e madre dei suoi figli. Inutile dire che a camminar da sole a volte è meglio. Ma per star da sola non avevo la stoffa, anche se avevo deciso di diventare più colta ed indipendente. Mi iscrissi ad una scuola serale e andai ad abitare con un’amica. La difficoltà stava nel mantenermi con i proventi del mio lavoro. Da quel momento iniziarono i miei lavori alternativi che furono tre o quattro e di diversa natura. Al mattino impiegata in un ufficio, al pomeriggio battevo a macchina tesi di laurea e articoli, facevo da segretaria ad un comitato di economisti e qualche volta facevo la babysitter. Nel contempo studiavo. Una certa dose di libertà costa cara. Io quel prezzo intendevo pagarlo. Ma sul più bello della corsa all’indipendenza conobbi quello che dopo innumerevoli anni divenne il padre di mio figlio. Da qui iniziò un’altra storia. Perché mi trasformai dalla ragazza con eskimo, per vari stadi intermedi alla donna sofferta ma con la pelliccia. Non che il mio incontro con quell’uomo mi portò ad essere ricca, ma certamente mi fece sviluppare il senso per gli affari e il mio coraggio per gli azzardi. Così comperai casa e misi in cantiere un figlio. Il mio compagno ripete: “Hai avuto più culo che testa.” Perché lui della mia testa diffida e a ragione. Così arrivai a crescere un figlio e ad avere una pelliccia. Sulla storia di quella pelliccia poi c’entra solo il caso. Un senso di colpa dei miei genitori che ne avevano regalata una a mia sorella e così, a pensarci bene, si sentivano meno a disagio di regalarne una anche a me. Non che la cosa mi sembrasse necessaria, ma a loro sembrava che non avrei potuto farne a meno. Li accontentai in questo e anche per il battesimo del mio piccolino. Me la sentivo che dovevo lasciare a lui la scelta. Se era per me me lo sarei risparmiata, ma questo forse è frutto di aver frequentato la materna e le elementari dalle suore. Si sa che dopo certe esperienze si esce atei. Così dopo qualche anno arrivai a più miti rapporti con il matrimonio. Tentai la sorte che avevo 41 anni e mio figlio ne aveva 7. Ovviamente l’uomo era sempre lo stesso, col tempo avevo imparato ad essere più tranquilla e a reggere con più maestria il mio ruolo di donna. Sì, dai che lo sapete, non fate finta di non capire, donna non è mai o ancora uguale all’uomo. Donna ha molti valori. Donna è lavoro, maternità, matrimonio, fedeltà, appoggio, gentilezza, comprensione… insomma è tante cose ma mai proprio libertà. La mia vita ancora cambiò. Questa volta non fu colpa mia, lo fece il destino. Non un destino favorevole, ma ci si aspetta anche questo dalla vita. Rimanemmo soli, io e il mio bambino. Le esigenze erano aumentate, mio figlio doveva studiare ed io non volevo che dovesse fare i conti fin da subito con le difficoltà. Allora mi inventai un nuovo lavoro che non era il mio. E divenni una donna manager, o almeno qualcosa che le assomigliava. Dividevo il mio tempo difficile con un lavoro estenuante e l’interesse per mio figlio. Faticammo tantissimo perché anche lui doveva accettare la nostra nuova dimensione. Il mio compagno dice che: “Le tue storie sono incredibili. Tanto per non cambiare; non ti sei fatta mancare nulla.” Forse ha ragione. Mi sarei risparmiata tutta questa fatica, se allora fossimo rimasti insieme. Passò altro tempo. Io pensavo che mi aspettasse solo lavoro e responsabilità. Poi incontrai il mio marito giovane. Una storia di uomo mai cresciuto e di donna materna e crocerossina. A far da infermiere ci si guadagna molto poco. Appena appena il malato si riprende, dopo cure serrate e notti insonni a tenere la mano, arriva il giorno che esce dall’ospedale bene o male convinto di essere guarito e si cerca una donna diversa che abbia mansioni diverse. E così dopo tanta vita passata a dare, dare e dare, ma con che risultato non saprei, mi ero ritirata a vita privata. Il lavoro e i miei libri, un figlio adulto che vive la sua vita. Quando lo dico al mio compagno che io a stare sola non ci stavo male lui mi guarda e ripete: “Ma scusa, non è meglio stare in due?” Su questo ha ragione. A star sola ci avevo l’abitudine, ma adesso ho ritrovato lui. Cosa dire? So bene che ho vissuto un mucchio di vite. So anche bene che sono stata diversa da quello che avrei potuto essere. La vita cambia. La vita insegna. Ci modella a suo piacimento. Poi succede che ritrovi il tuo ragazzo del 1968 e ti accorgi di aver pensato spesso a lui. Ti trovi anche ad aver parlato di lui con gli amici. Ti senti un po’ stronza, ma anche emozionata. Forse un pizzico gelosa perché credi che la sua vita sia stata unica e molto molto migliore della tua. Credi che sia diventato l’uomo che avrebbe voluto diventare, non come te che hai sempre arrancato in salita. Pensi che un giorno o l’altro troverai un suo libro di poesie in libreria. Sai che le riconosceresti anche se non portassero il suo nome. Tu sai che con lui la vita sarebbe stata diversa. Che tu donna saresti stata diversa. Ma è solo un ragazzo perduto nel tempo. E’ un uomo che oggi ti avrà certamente dimenticato. Non ti chiedi più chi eravate insieme, ti dici solo che il tempo ormai ha fatto la sua corsa. Ora sei serena perché non ti aspetti più nulla dalla vita. E invece no. La vita ti aspetta all’angolo. Non bastano 42 anni a fare la differenza. Non bastano tutte le storie e i percorsi a cambiare gli attori di questa vita. Ora ho ritrovato la storia della mia vita. Ora siamo in due a raccontarla. Certo il mio compagno mi sfotte per tutti i giri che ho fatto per poi finire di nuovo tra le sue braccia. Certo che anche lui si è plasmato una vita che non era quella che voleva. Il destino ci aveva dato delle opportunità, ma noi eravamo troppo sciocchi per saperle cogliere. Ma di tutto questo ora sappiamo solo sorridere, anche se gli faccio sempre una linguaccia quando sostiene che “Eri bella, ma non avevi proprio cervello!”

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