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Posts Tagged ‘Salute’

Dicono che….

In Anomalie, Ironia on 27 maggio 2011 at 9:25

Dicono che tutti i giorni dobbiamo mangiare una mela per il ferro e una banana per il potassio.
Anche un’arancia per la vitamina C e una tazza di the verde senza zucchero per prevenire il diabete.
Tutti i giorni dobbiamo bere due litri d’acqua (sì, e poi espellerli, il che richiede il doppio del tempo che hai impiegato per berli).
Tutti i giorni bisogna bere un Actimel o mangiare uno yogurt per avere gli ‘L. Casei Defensis’, che nessuno sa bene che cosa cavolo sono però sembra che se non ti ingoi per lo meno un milione e mezzo di questi bacilli (?) tutti i giorni inizi a vedere sfocato.
Ogni giorno un’aspirina, per prevenire l’infarto, e un bicchiere di vino rosso, sempre contro l’infarto ed un altro di bianco, per il sistema nervoso, ed uno di birra, che già non mi ricordo per che cosa serve.
Se li bevi tutti insieme, ti può dare un’emorragia cerebrale, però non ti preoccupare, perché non te ne renderesti neanche conto.
Tutti i giorni bisogna mangiare fibra, molta, moltissima fibra, finché riesci a cagare un maglione. Si devono fare tra i 4 e 6 pasti quotidiani, leggeri, senza dimenticare di masticare 100 volte ogni boccone.
Facendo i calcoli, solo per mangiare se ne vanno 5 ore.
Ah, e dopo ogni pasto bisogna lavarsi i denti, ossia dopo l’Actimel e la fibra lavati i denti, dopo la mela i denti, dopo la banana i denti… e così via finché ti rimangono 3 denti in bocca, senza dimenticarti di usare il filo interdentale, massaggiare le gengive, il risciacquo con Listerine…
Bisogna dormire 8 ore e lavorare altre 8, più le 5 necessarie per mangiare, 21. Te ne rimangono 3, sempre che non ci sia traffico.
Secondo le statistiche, vediamo la tele per tre ore al giorno.
Già, non si può, perché tutti i giorni bisogna camminare almeno mezz’ora (attenzione: dopo 15 minuti torna indietro, se no la mezz’ora diventa 1 ora).
Bisogna mantenere le amicizie perché sono come le piante, bisogna annaffiarle tutti i giorni. Inoltre, bisogna tenersi informati, e leggere per lo meno due giornali e un paio di articoli di rivista, per una lettura critica.
Ah!, si deve fare l’amore tutti i giorni, però senza cadere nella routine: bisogna essere innovatori, creativi, e rinnovare la seduzione.
Bisogna anche avere il tempo di spazzare per terra, lavare i piatti, i panni, e non parliamo se hai un cane o … dei FIGLI???
Insomma, per farla breve, i conti danno 29 ore al giorno.
L’unica possibilità che mi viene in mente è fare varie cose contemporaneamente: per esempio: ti fai la doccia con acqua fredda e con la bocca aperta così ti bevi i due litri d’acqua. Mentre esci dal bagno con lo spazzolino in bocca fai l’amore (tantrico) col compagno/a che nel frattempo guarda la tele e ti racconta, mentre tu lavi per terra.
Ti è rimasta una mano libera?? Chiama i tuoi amici! E i tuoi genitori. Bevi il vino (dopo aver chiamato i tuoi ne avrai bisogno). Il BioPuritas con la mela te lo può dare il tuo compagno/a, mentre si mangia la banana con l’Actimel, e domani fate cambio.
Però se ti rimangono due minuti liberi, invia questo messaggio ai tuoi Amici (che bisogna annaffiare come una pianta).
Adesso ti lascio, perché tra lo yogurt, la mela, la birra, il primo litro d’acqua e il terzo pasto con fibra della giornata, già non so più cosa sto facendo… però devo andare urgentemente al bagno.E ne approfitto per lavarmi i denti…
SE TI HO GIÁ MANDATO QUESTO MESSAGGIO, PERDONAMI PERÓ É L’ALZHEIMER, CHE NONOSTANTE TUTTE LE CURE NON SONO RIUSCITA A COMBATTERE.

Dalla posta quotidiana… 😉

Quando il sesso fa bene alla salute

In Donne, Ironia, uomini on 12 aprile 2011 at 12:10

Prendiamo così un argomento a caso. Prendiamo quello che non si tratta mai nei nostri post. Parliamo di sesso e se possibile parliamone, ma non di quello tiepido, ma di un buon sesso sfrenato.
Io sono una convinta assertrice che il sesso fa bene alla salute. Tra parentesi prima lo asserivo per sentito dire, poi ho scoperto l’arcano: per fare un buon sesso bisogna fidarsi del partner e lasciarsi andare. Mica tutti ci riescono. Anzi lo so io e in prima persona. Tra l’altro c’è davvero chi fa del buon sesso sempre e comunque. Magari c’è pure chi lo farebbe sempre e comunque, ma non ha la materia prima. Poi ci sono anche i tiepidi e sono molti. In genere sono gli accoppiati che un po’ per noia e un po’ per altri motivi, farlo o non farlo è la stessa identica cosa. Magari farlo è meglio perché aiuta ad avere un sonno più tranquillo.
In tutto questo marasma nessuno si accorge a come il sesso domini la nostra vita. Sia che lo desideriamo oppure lo guardiamo da spettatori è sempre una procedura prioritaria. Se non fosse così certi personaggi non perderebbero la faccia e anche i denari per fare sesso anche contro le norme di legge vigenti. Salvo che non abbiano il potere di cambiare le leggi in corsa. Oppure mettersi a fare come Pietro il gallo, personaggio di nota barzelletta, che mette tutte le gallinelle in fila e se le fa una dopo l’altra sbagliando anche il tiro e sottoponendo alla cura pure Giorgio il galletto giovane.
Seguendo comunque simile ricetta ci si mantiene giovani. Lo si vede bene che c’è chi sopravvive alle maledizioni di mezzo paese, con pacemaker, aprostatato e dotato di pompetta e tra i più grandi fruitori di Viagra o succedanei. Uno normale e dal sesso tiepido non durerebbe, ci lascerebbe la ghirba e a sopravvivenza si guarderebbe molto bene dal continuare.
Poi abbiamo le donne. Fortunatamente loro potrebbero far sesso fino ai cento anni. Ma chi glielo fa fare? Nel senso, chi vuoi che le voglia oltre una certa soglia? Gli ingrifati ultrasettantenni preferiscono le minorenni si sa. Vai a cercare chi, puranco pagandolo, riesce a trastullare una settantenne. Neanche col lanternino. Ecco perché da un certo punto in poi la salute delle donne diventa più cagionevole. A meno che non si tratti di una mummia imbalsamata all’età di vent’anni e piena di soldi, allora sì che riesce ad ottenere una proroga.
Questa è la ragione per cui molte care amiche decidono di diventare vegetariane nonché di dedicarsi alla meditazione trascendentale. Che si può fare se, poi, alla salute ci dobbiamo pensare noi? Almeno gli uomini, quelli che non possono altrimenti, possono trovare i loro surrogati. Certo il rischio è di subire il danno di una certa cecità, ma tutto sommato mi sa che ne vale comunque la pena.

Fanculo!

In Anima libera on 14 gennaio 2011 at 14:24

Premessa alla parte decima.
Sembrerebbe impossibile anche a me che una bambina così… così piccola possa portare dei ricordi. Invece ho già dei ricordi. Anche più grandi di me. In cui nascondermi. Da cui fuggire. E a volte i ricordi fanno male. Soprattutto quando stai per fare cinque anni, come allora. Perché non ne ho parlato? Proprio per quel male. O per rispetto di Maria. E di ogni Maria e di ogni sofferenza. E poi non lo so. Forse perché non amo perdere. E il dolore è sempre una sconfitta. E non mi è mai piaciuto arrendermi. Questo lo so e lo sapete. Sono una testarda ficcanaso della vita. E alla fine la amo troppo, la vita. E non so accettare. Ora sono passati un paio d’anni ma ancora mi riesce difficile raccontare. Perché non c’è una logica, né una ragione. Perché l’unica certezza è la conferma che non esiste nessun dio. E’ stato allora che ho capito che da certe storie si può anche non uscire più.

Piangersi addosso è una missione che non mi riesce proprio. Mai stata brava a lagnarmi. Non che abbia una salute proprio di ferro. Ma basta non abbattersi. Non prendersi troppo sul serio. Cosa sarà mai un po’ di tosse, due linee di febbre. Qualche giorno d’asilo che manca dal calendario. Nessuno ci farà caso, né sentirà la mia mancanza. Invece arriva il medico. Il vecchio medico di famiglia che girava per le case come un padre e sembrava solo un buon padre di famiglia perché sapeva di tutto un po’ e nulla di tutto. Più che altro si limitava a dare buoni consigli. Così mi guarda e mi ausculta. Cosa ausculta non lo so. So solo che il fonendo e freddo ghiacciato. E che mi manda dalla specialista; in ospedale.
Il solo nome di specialista incute un po’ di apprensione, sembra intendere gravità. E poi c’è in sovrappiù, l’ospedale. Con quell’androne enorme e cavo. Come una stazione senza treni. Uno spazio vuoto in cui non ci si può che perdere. Prendo la mano di mamma e la lascio solo per farmi visitare. Una visita che a me sembra fin troppo scrupolosa. “E’ molto che manifesta questi sintomi?” dice il camice bianco. A dire il vero di “manifestare” ci avevo pensato, ma non avevo ancora avuto l’occasione. Manifesterei volentieri contro il secondo fonendo freddo, ma sono solo freddi questi aggeggi? e la sua aria che sembra parlare di una bici con le ruote sgonfie o della soffitta della casa di campagna. Mi fa stare ritta dietro un enorme marchingegno e mi dice di trattenere il respiro. Una specie di grossa finestra cieca mi ispeziona. Mi fotografa le ossa. Bofonchia. Rimugina. Brontola. Si gratta la testa. Per farla breve non è un male di stagione. Non è la solita otite. Non è una semplice bronchite. Me ne sento quasi in colpa.
Lastra in mano, una foto nera di cui nemmeno fossi un lazzaro resterebbero speranze, si fa ancora più burbero anche il medico della mutua. Devo averla proprio combinata grossa, stavolta. Uno consiglia, l’altro prescrive, o viceversa. E’ così che si impara a odiare prima il profilo e poi la persona. Mette tutto nero su bianco, una ricetta lunga come il ponte dei Sospiri. Piena di segni strani che potrei scrivermela da me. Nemmeno la mamma che dovrebbe saper leggere riesce a leggerla. Forse è scritta in una lingua solo sua, ma tanto basta per riempirmi di buchi il culo e per farmi ingoiare eserciti di pillole. Mi riempiono di penicillina. Non mangio che pastiglie e bevo solo acqua per mandarle giù. Bastava che aspettassero quel poco e non avrei avuto bisogno nemmeno delle lastre. Mi riduco pelle e ossa. E le ossa mi si vedono e mi si possono contare. Gli occhi affondano e si fanno di giorno in giorno più rossi. Ormai sono tutta occhi. Comincio a sospettare che potrei non sopravvivere alle loro cure.
Io sto sempre peggio. Mamma decide di cambiare pediatra. Posso ritenermi fortunata. Sono anni in cui non si conoscono le vie di mezzo. Uno sta bene o sta male. E i bambini, almeno della mia età, non devono aver voce. Si alza le spalle. Tutto è destino. Se deve essere è. Sì! toccando forse ho culo perché andiamo e lui è burbero ma è uno che sa il fatto suo. E’ padre di due vispi maschietti. Si vede fin da subito che anche quei ragazzini faranno parlare di sé; uno ha già fin da piccolo l’aria del filososo. Guarda le lastre contro luce. Guarda mia madre. “Signora, mi ha portato le sue”. “Guardi che sono quelle della bambina”. Vorrei dire “non chiamarmi bambina, usami la cortesia di chiamarmi per nome.” ma non ne ho ormai più la forza. “Mi scusi, signora, ma è un po’ piccola per avere la sua età, e lei è un po’ giovane per una bambina di venticinque anni”. Mi stavano curando per un altro.
A farla breve mi rifà le lastre. Lui ha nel suo ambulatorio quella grande belva con gli occhi che ti guardano dentro. Mi appoggia quella specie di finestra sul petto e mi sbircia sotto le vesti e le carni. Certo che, checché se ne dica, belli dentro non lo siamo proprio. Prima che scoppi mi dice che posso respirare. Lo ringrazierei anche per la clemenza ma non ho più fiato. Sto ancora agonizzando e cercando di riprendermi, fiaccata di mio e da tutte le loro cure, che mi ritrovo ricoverata. L’ospedale fa spavento a entrarci, figuriamoci quando sai che ci devi restare. Quando ti infilano in un letto. Anche lo stanzone del reparto poi è enorme e altissimo. Tanti letti e la maggior parte vuoti. Tutto ha un che di abbandono. La voce rimbalza dappertutto e tutto è in bianco e nero. I muri, i letti, le lenzuola, gli stipi, le infermiere e tutto è di un bianco quasi accecante. Tutto anche le suore, che sono bianche come fantasmi e con visi arcigni e scuri come corvi o appunto come le parole di un libro che non hai voglia di leggere. E tutte, suore ed infermiere, vanno di fretta. Hanno troppo da fare. Non hanno tempo. Quello che non scordano mai di fare è avvertire che è finita l’ora per le visite.
Mia madre cerca di stare più che può per farmi compagnia. Mi sembra preoccupata. Alza le spalle. Dice che mio padre si arrangerà. Sembra di stare in carcere a Santa Maria Maggior. Per quante ne escogiti mia madre più di tanto non riesce a sottrarsi al controllo di quelle guardiane. Deve andarsene, anche se mal volentieri. Non che la solitudine mi spaventi. Anzi mi aiuta a pensare. Sono solo angosciata dal pianto continuo della bambina che dorme due letti più in là. Poi senza nessun preavviso mi spostano in una stanzetta più piccola. Mi sembra di essere tornata a casa, in quella in Baia del Re. Dalle finestre vedo la laguna e le sue isole. Vedo Murano e non solo. Un gabbiano stupido ci sbatte addosso a quel vetro. Fa venire i brividi il verso stridente di quell’uccello. Vicino al mio letto c’è Maria. Lei viene da lontano, da un paesino vicino a Rovigo. Non so quale. Non saprei nemmeno quanto è lontano se non me ne parlasse mamma. Deve essere per quello che i suoi non si vedono mai. Lei è molto sola e anche lei piange molto. Mi fa pena. Mamma cerca di raccontarle qualche storia. Ha la voce dolce, quando vuole. Per alcuni attimi riesce a calmarla. E Maria è affascinata da un piccolo bicchiere che ho sul comodino. Avessi avuto più tempo saremmo certamente diventate amiche, nonostante il posto. Le lascio prendere il bicchiere.
In mezzo a tanto dolore c’è una suora che per calmare chi piange ha la bella pensata di farci prendere paura. Appare all’improvviso col volto coperto da una calza nera. Credevo che certe cose succedessero solo nei film. Forse si crede simpatica. Forse… vuole mantenere l’anonimato. Dovrebbero lasciare i figli in mano a chi sa cosa vuol dire farseli. E poi tirarli su. E’ stato allora che ho imparato che le parole possono essere pietre e soprattutto quella parola che usavo come una sasso: “Fanculo!” Non è nemmeno un vocabolo facile. Mi arrampicavo ancora a fatica e con imperizia fra quelle sillabe. Ma il suono era tagliente abbastanza e mi sgorgava proprio dal cuore. Me ne sentivo subito liberata. Si può essere più idiota di un idiota adulto? E allora “fanculo!” a lei e a tutto quel mondo senza colore.
Stavo già programmando la mia evasione quando ho vissuto quel martedì. Mamma era al fianco del mio letto. Le aveva appena girato le spalle, solo un attimo. Maria girava in mano quel bicchierino che l’aveva sempre affascinata tanto quando sentii il rumore del vetro che si infrangeva sul pavimento. Stavo per tirare il decimo dei miei fanculo, o forse era l’undicesimo, stavolta rivolto alla mia vicina e compagna di pene, quando mamma si è girata e ha fatto per chinarsi ed aiutarla. Maria sembrava essersi rimessa a dormire fregandosene della sua sbadataggine. Invece non era stata per nulla sbadata. Non ho capito subito, mica succede ogni momento. Ho visto solo la mamma farsi bianca come uno straccio. E’ corsa fuori invocando aiuto, ma Maria non si svegliava. Maria non si è più svegliata. E fuori la laguna era malinconica come solo a Venezia può esserlo.
Stavo meglio. Ho detto a mia madre “portami a casa”. Quello che avevo visto non era giusto. Ero troppo giovane. E un po’ mi ero messa in testa che sarebbe successo anche a me. Ma per il piano B avevo già la corda di lenzuola sotto il cuscino. Il letto di Maria era vuoto con una larga macchia gialla nel mezzo. L’unico colore in quel mondo e non era un colore allegro. E tutto sapeva di acido e di medicine. “Andiamo, a costo di farla tutta a piedi. Ho buone gambe, io; robuste”. Non ne ero sicura, perché avevo una spossatezza addosso, da non crederci. Mi sentivo come ubriaca. Non ero certa di riuscire a stare in piedi. Per una volta mia madre non ha avuto nulla da dire, ha tirato su col naso, mi ha stretto forte e poi ha preso a vestirmi. Credo che non l’avrebbe fermata nemmeno un treno. Mi sentivo già libera ma non avevo proprio voglia di ridere. Nella mia fantasia ancora immatura mi aspettavo di vedere sangue e sentire grida e adulti piangere e bestemmiare. Invece si può uscire da quell’altra porta così,  non visti e completamente in silenzio.

Le difficoltà delle donne

In amore, Donne on 22 aprile 2010 at 11:09

Mi racconta Maria che c’erano stati momenti nella sua vita che aveva dovuto affrontare tutte le difficoltà delle donne in una volta sola. Certamente erano tempi difficili e su questo non c’era niente da dire, ma per quanto riguarda l’uguaglianza dei diritti e l’assistenza medica, forse oggi, almeno a mio parere, le cose erano cambiate. Maria è una donna troppo diretta per non far capire quello che pensa e mi guarda un po’ come si guarda un’illusa.
Sì, certo a quei tempi gli uomini pensavano che essere uomo era una storia diversa che essere donna. Ci avevano pensato bene le loro mamme a fargli vedere il mondo a senso unico. Poi ci mettevano del loro, ovviamente, e mai e poi mai si occupavano delle “cose da donne”. Così, visto che le femministe le loro lotte le avevano fatte, a noi donne di tutti i giorni capitava di dover affrontare tutti i problemi e di non poterne discutere perché non potevamo aver voce in capitolo. Così mi sono trovata incinta per la terza volta e lui ovviamente non ne voleva sapere. Quando glielo dissi anzi mi guardò stupito e finì col dire che no, non si poteva fare e che io dovevo pensare a qualche cosa. Fosse stata colpa mia! Ma era inutile. A qualcosa dovevo pure pensare perché un altro figlio mi avrebbe messa in ginocchio, avrei dovuto lasciare il lavoro proprio quando ne avevamo più bisogno. Lui era in cassa integrazione e i bambini me li teneva mia cognata, che era casalinga, ma ne teneva altri due di suoi. Quel terzo figlio non doveva esistere e hai un bel da pensare che era lui a dover fare attenzione perché era il periodo che avevi interrotto la pillola anticoncezionale. Ma per lui andava tutto bene lo stesso, come sempre, il problema me lo dovevo gestire io. Erano notti che non ci dormivo perché, pur non avendo la certezza, l’esperienza mi diceva che aspettavo senza ombra di dubbio. Poi quella certezza la ebbi. Quella mattina chiesi permesso e me ne andai al Consultorio Famigliare. Ci avevo pensato molto in tutta quella veglia e avevo messo tutte le barriere possibili perché il cuore non si avvicinasse a quel cosino che mi cresceva in pancia. Quando arrivai mi venne un po’ di coraggio perché era una ginecologa che mi avrebbe visitato e sottoscritto la mia richiesta per l’IGV. Era una donna molto giovane, bella, sorridente, con i capelli color d’oro raccolti in una molle crocchia. Io la guardavo immagata e vedevo nel suo viso l’immagine della distinzione, ma anche quella della fortuna. Quando le spiegai quello che avevo deciso i suoi modi cambiarono. Mi chiese l’età e il lavoro che facevo, mi disse che non era così che si doveva fare. Mi disse che al mondo c’erano molte donne che avrebbero fatto carte false per essere nella mia condizione e che avrei dovuto convincere mio marito a tenerlo. Non mi chiese quali erano le mie difficoltà e quali erano le ragioni di una simile decisione. Stranamente dopo essermi sentita una meschina egoista, da quell’avvilimento mi montò una rabbia inspiegabile. Nemmeno lei, una donna, capiva che un figlio doveva essere voluto, che non si trattava solo della fatica di generarlo, ma anche delle possibilità di crescerlo in un mondo accogliente e affettuoso. Io faticavo a crescerne due. Arrivavo a fine giornata stanca e incapace di reagire. Facevo la cena in uno stato di trance e la mia attenzione per loro era ridotta al minimo. Anche questo era “roba da donne”, mica nessun altro ci pensava. E adesso quell’intralcio… ma io amavo i bambini eppure la mia vita non mi permetteva di essere madre, nemmeno lui mi permetteva di essere una donna perché, in quel momento di transizione storica, io non potevo più affidarmi a lui. Ovviamente dopo essermi sentita una nullità, passai all’attacco e chiesi alla dottoressa se fosse sposata e se avesse figli, così non era e io le ribattei che si vedeva lontano un miglio. La cosa degenerò perché lei voleva farmi la morale ed io pensavo di essere nel mio diritto, e poi pensavo anche a tutte le donne meno motivate di me che le passavano tra le mani. Le dissi che non era adatta a fare quel lavoro e che imparasse un minimo di empatia prima di mettersi a giudicare dall’alto della sua povera esperienza. Ricordo che lei, con rabbia, mi firmò la carta ed io uscii come meglio potevo, ma piangendo come una fontana. Poi presi un altro permesso e andai in ospedale. Era mattina presto e faceva ancora buio. Mi fecero una puntura e mi misero a letto. Io tremavo come una foglia, ma non volevo cominciare a piangere. Era assurdo che mi lasciassi andare, se la decisione era mia e nessun altro ci aveva preso parte. Mi fecero l’intervento e mi sembrò cosa da poco, ma la sensazione potente che provavo era di essere reduce da una violenza carnale. Era come se qualcuno mi avesse privato di una parte di me. Mi sentivo svuotata. Violata. Senza nessuna consolazione. Uscita dall’ospedale me ne tornai a casa da sola. Avrei voluto chiudermi in camera e non vedere nessuno, ma i miei figli non avevano nessuna colpa e non potevo trascurarli. Alla sera lui tornò tardi con delle scuse vaghe per il ritardo. Tanto sapevo che non aveva nessuna attenuante. Certo che se in quel momento io odiavo qualcuno quello era lui.”
Poi mi guarda e mi sorride. “Pensi davvero che oggi le cose siano cambiate?” Personalmente, dall’alto della mia povera esperienza, non potevo dire di esserne certa. Dopo le ultime levate di scudo contro la legge 194 e contro la distribuzione della RU486, e con tutti i medici obiettori che c’erano negli ospedali, di questa cosa non potevo proprio esserne certa. Ma ormai avevo scelto la specializzazione e ancora non riuscivo a rendermi conto se anche all’università si ripetevano i pregiudizi e le pressioni di sempre. Certo io ero un medico e mi avevano allevata per avere potere assoluto sulla vita umana, per essere una specie di dio, ma ero anche donna e questo cambiava la mia visione del mondo. E poi sapevo che la mia carriera di medico dipendeva da quanto ero in grado di rinunciare alla mia specificità di genere, e anche da quanto ero capace di restare a galla in mezzo alle idee comuni e alle inevitabili costrizioni. A pensarci poi la vita era difficile comunque. Per me non era facile vivere una vita affettiva normale, questione di tempo da dedicare al rapporto di coppia e a futuri eventuali figli. Così le mie storie finivano sempre in un mare i rimproveri di chi aveva trascurato l’altro, ma anche per la certezza che una donna in carriera non si sposa mai. Anche queste sono le difficoltà delle donne e i tempi in cui si vive, incidono relativamente sulla loro qualità. Povera me e povera Maria sempre alle prese con la “roba da donne”.

Il 28 febbraio io lascio l’auto a piedi…….

In Energie alternative on 30 gennaio 2009 at 23:15

Raccogliendo l’invito di Riciard nel suo blog Riciard\’s \”Lascia l\’auto a piedi le prime adesioni\” e non riuscendo a trasferire il banner sul mio blog come non riesco a farlo mai nemmeno per i meme e i premi che ho ricevuto, allora pubblicizzo l’evento che dovrebbe essere raccolto da chi ha a cuore la salute propria e dei propri figli e la voglia di vivere in un ambiente più sano.

Basta poco o forse molto ma per un giorno solo si può.

“Un recente studio ha dimostrato come respirare l’aria di città per un solo giorno a Milano, Palermo o Trieste equivale a fumare 15 sigarette al giorno senza ovviamente distinguere tra adulti, anziani e bambini.” (Ecoage.com)

Dimmi dove vivi e ti dirò quanto fumi…

15 sigarette Milano, Trieste, Palermo
9-11 “ Napoli
7-8 “ Firenze, Genova, Torino, Verona
5-6 “ Roma, Catania, Foggia, Livorno
4-5 “ Bologna, Brescia, Parma, Taranto, Padova, Venezia

(Ecoage.com)

“Nelle otto maggiori citta’ italiane l’inquinamento atmosferico urbano è stato responsabile nell’anno 2000 di 3.472 decessi, 4.597 ricoveri ospedalieri, decine di migliaia di casi di disturbi bronchiali e asmatici ogni anno, 10 morti al giorno per smog. ” (da miw)

Diamoci un mese di tempo, e fissiamo per il 28 febbraio una giornata senza auto. E’ sabato, tra l’altro, per cui molti di voi non dovranno nemmeno andare a lavorare.

Il 28 febbraio non prendiamo l’auto, lasciamola parcheggiata, facciamo di un giorno una giornata ecologica, e non una domenica ecologica imposta, sregolata. Riscopriamo i trasporti pubblici, o anche solamente il piacere di passeggiare per le nostre città.

Lascia l’auto a piedi

usa anche tu le energie alternative

usa la bicicletta

oppure i piedi

sarà più bello

incontrerai il mondo.

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