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Non hai fatto che il tuo dovere

In Anima libera on 2 Mag 2011 at 17:45

Foto BN di mani intente a scrivere su un quaderno con grafia infantilePremessa alla parte ventunesima
Dicono sempre che ho sempre quella faccia da arrabbiata. C’è un solo motivo per cui non dovrei esserlo? Siete mai corsi a casa con la pagella più bella della scuola, tutti orgogliosi e soprattutto felici di aver finito l’incubo dell’infanzia? Io l’ho fatto e mi sono dovuta rimangiare tanto entusiasmo. Vai a dire poi che ti senti incompresa! Vai a ragionare poi con certi adulti che hanno la sensibilità di un elefante. Mio padre non mi parla mai e allora perché questa volta ha voluto dire la sua? Non se la poteva risparmiare? Non poteva fare come sempre e fingere di non vedermi? Invece no. L’ha detto. Non me l’ha risparmiata, nemmeno per distrazione. “La tua pagella? Non hai fatto che il tuo dovere. Ora dovrai darti da fare. Mamma ha bisogno che la aiuti con i bambini piccoli. Dovrai pensare alla famiglia. Sei una femmina. Questo è il tuo dovere!”

Non ditemi niente per piacere. Io sono una stupida e mi sono sentita morire. Ma non vede che a scuola vado bene, senza fare nessuna fatica, non come quel gnoccolone di Ernesto? Ma lo sa che sono io a fargli i disegni? E ancora io a dirgli cosa scrivere nei temi? E lui passerà al Ginnasio mentre io finirò a cambiare pannolini? Non è possibile, mi rifiuto di accettarlo. Io voglio continuare a studiare. Voglio sapere. Voglio conoscere. Non voglio diventare la serva dei maschi di famiglia e non voglio neppure subire le ingiustizie di sempre. Piuttosto mi ammazzo!
Ma poi le cose si chiariscono ed è lui ad avere la peggio. Per fortuna il Governo ha appena varato una legge per rendere obbligatoria la scuola media. Almeno quella. Pfiiiiuuu! l’ho scampata bella! Certo avrei lottato. Avevo pensato di fare lo sciopero della fame per mostrare che quella cosa che mi veniva imposta era un’ingiustizia. Magari sarei morta di stenti, ma non l’avrei accettato; no! mai.
Io non voglio sposarmi, non voglio avere figli, non voglio avere padroni, non voglio ricatti, obblighi e ostacoli. Essere femmina è una fregatura. Ora lo so con chiarezza. Ti fregano negandoti l’amore. Ti costringono ad essere subordinata. Non hai diritti, non puoi avere desideri. Ma perché ho accettato di rimanere in questo genere? Ma poi avrei mai potuto essere di un altro sesso? Avrei fatto la mia bella figura tra i maschietti. In confronto a loro sono bella, slanciata e furba.
Il Governo mi ha salvato in corner e mi garantisce altri tre anni di studio. Se potessi, andrei a Roma e li bacerei tutti. In realtà se potessi andrei in giro per tutto il mondo. Mio padre c’è rimasto di stucco quando l’ha sentito alla televisione. Lui queste modernità non le capisce proprio. A che serve una donna che studia? Mica deve lavorare. Deve solo aiutare in casa e poi, se è il caso, trovare un marito che la sposi e la mantenga. Che a educarle le donne diventano presuntuose e ribelli. Guarda ‘sta figlia qua, che gli dà tutto questo filo da torcere. Dovrebbe essere più umile e disponibile. Dovrebbe fare il suo dovere. Dovrebbe…
Chi è quel ragazzo col ciuffo e soprattutto dov’è? Non so perché mi sono ritrovata a passare di là anche se non è proprio lungo la mia strada, anzi lo so bene il perché e nemmeno è la prima volta. Lo so che è stupido ma senza dirmelo ho sperato di trovarlo davanti a quell’edicola. In fondo è stata solo una piccola delusione e lo sto già scordando. Ho capito che non mi innamorerò mai, non di un ragazzo; ho troppo da fare. Ho troppo da fare per le frivolezze. O è forse paura?
Sia chiaro, io non mi sposerò e non avrò figli. Andrò a lavorare appena finita la scuola e nessuno mai mi manterrà. Io voglio avere i miei soldi, non chiedere mai agli altri qualcosa che posso procurarmi da sola. Non posso chiedere a nessuno le quattro lire per comperarmi un paio di mutande o un paio di calzini, piuttosto vado a piedi nudi e col culo fuori.
Adesso che sono più tranquilla mi accorgo che al di fuori nel mondo soffiano, invece, venti di guerra. L’America ce l’ha con la Russia, ma se la prende con un’ isoletta come uno sputo che si chiama Cuba. Non capisco che senso ha. Se si devono scornare che lo facciano direttamente. Sono o non sono delle Grandi Potenze? Ma che paura può fare quell’isoletta agli Stati Uniti d’America? Già dal nome si può capire chi è più forte, non vi pare? A me i più forti fanno un baffo. Mi sa che questi potenti sono spaventati ogni volta che si parla di rivoluzione. Sentite come suona bene: la Rivoluzione Cubana, sembra il verso di una canzone.
Però fa paura la questione della guerra atomica. Per quanto cerchi di ragionare che nessuno è così stupido da distruggere l’umanità per il desiderio di essere il più forte, non riesco a farmene una ragione. Ma non si potrebbero parlare invece di ingaggiare tante gare? Io c’ho i muscoli più grossi, io c’ho i missili, e invece io c’ho più bombe atomiche e forse anche più bombe H (che poi esistono davvero?). Io c’ho e io c’ho… sembrano bambini litigiosi. Parlare no, eh? Mettersi d’accordo e migliorare la vita delle persone invece di spendere i soldi per gli armamenti e per la gara dello spazio e troppo per voi?
Bambini al potere. Che poi se ci mettevano i bambini giusti, sarebbe potuta andare molto meglio. Ma lo sapete che il Papa, quello che ha risposto alla mia lettera, ha scomunicato il capo della Rivoluzione Cubana? Si chiama Fidel Castro e ha un barbone nero che però non fa per niente paura. Sembra uno serio, ma non troppo. Mi pare simpatico. Ma che senso ha scomunicare chi magari non si è mai comunicato? Dicono che è perché è comunista. Allora ho pure io qualche speranza. Magari prima o poi mi dicono che mi devono scomunicare e così non vado più a messa la domenica. Sai che liberazione!
Che poi andare a messa sarebbe niente, è andare a catechismo che detesto. Lo sapete com’è. Ti fanno un sacco di domande a cui devi rispondere a memoria. Mica sai cosa stai dicendo. Io a questo gioco sono un fenomeno. Le suore mi hanno fatto una testa così… e a catechismo sono una scheggia. Mica sapevo che c’è pure un concorso per diventare la migliore risponditrice di catechismo. Io l’ho vinto e loro mi hanno detto che adesso ero una “Beniamina” (mai saputo che cavolo significasse) e che mi avrebbero chiamato per la gara regionale. Le olimpiadi del catechismo? Non ci posso credere! Stavolta non mi presento e dico ai miei che ho perso, tanto le suore non ci sono più nel mio orizzonte. A settembre sarò alla scuola pubblica e finalmente mi libererò dalle pinguine.
Ma lo sapete che alla scuola pubblica si fanno anche le ore di religione? Magari sarò anche ossessionata dalla faccenda, ma se fossi di un’altra religione o atea come penso di essere perché dovrei studiare e farmi dare il voto su questa materia? Credo che l’insegnante dovrà sputare sangue. Non avrà compito facile con me.
Per prepararmi alla scuola media ho cominciato a leggere le antologie di Ernesto. Molti racconti sono tratti da libri. E’ un mondo bellissimo. Sto sognando di avere una libreria piena di libri e non limitarmi ad un pezzetto di questi. Ma a casa di libri ce ne sono solo due che ci sono stati regalati da qualcuno che ci doveva odiare: Guerra e pace e i Fratelli Karamazov. Ho tentato di leggerli… ma… beh! non ce l’ho proprio fatta. Probabilmente devo migliorare la mia cultura. Ci sono troppe cose che non so. Troppe che non capisco. Devo diventare migliore altrimenti mi sento esclusa dal mondo. Studiare, leggere e informarmi. E’ solo l’inizio, il resto arriverà.

Ancora su mia madre

In Anima libera on 24 aprile 2011 at 22:30

Foto BN di bambina in braccio alla mamma in battelloPremessa alla parte ventesima
Fuori dalla finestra l’Italia è solo un paesaggio bianco, infarinato come una torta candida. Il mondo è un mondo irreale, parrebbe da favola. La gente che passa cercando di resistere all’aria gelida lascia il segno del suo passaggio. Anche quello verrà cancellato presto. Io guardo quella vecchia foto e mi sembra già la foto di un mondo che sta scomparendo. Non vi siete mai accorti quanto importanti sono le casualità nella vita? Faccio un esempio: nascere con i capelli rossi. Mica sei come gli altri. Anzi, lo sei, ma sono gli altri a vederti diversa. Ancora: il caso mi ha portato in una scuola privata a stretto contatto con delle suore che hanno un quoziente di umanità pari a zero. Metti che fossi andata alla scuola pubblica; magari, avrei notato lo stesso difetto nella solita insegnate zitella. E mi sarei risparmiata di diventare atea così giovane. Poi c’è stata la nascita del Piccoletto. E’ stato forse un caso che quando ha visto sulle scale di casa un prete gli abbia gridato dietro un “Macaco!” senza appello? Che posso dire: “Noi rossi siamo fatti così… improvvisiamo! E lo facciamo bene“.

Ci sono cose che mi sembra si ripetano, come se fossi destinata a viverle due volte. Come se i giorni e gli anni ritornassero a presentarsi. Tutto almeno due volte. Di questo passo non diventerò mai grande. A me mia mamma mi sembra bella. So bene che non ve lo avevo mai detto che mia madre è nata lo stesso giorno e lo stesso anno di Marylin Monroe. Non che questo voglia dire un granché, ma in casa di un ciabattino anche questi particolari fanno sensazione. Che poi tra le due donne c’è ben poco in comune. Mia madre è insicura e spaventata, mentre Marylin si prende tutto quello che vuole. Anche nel modo di vestire non ci sono paragoni, mia madre si fa i vestiti da sé, mentre l’altra… beh! sono proprio diverse. Che poi mia mamma la rivedo piangere cercando di non farsi vedere. Qui qualcosa non torna, e finisco che capisco tutto quando la vedo vomitare e star male. Le influenze non durano settimane. E lei piange e vomita. Se continua così bisogna ricoverarla in ospedale.
Mio padre invece mi sembra vecchio. Sembra il padre di mia madre. Viene il dottore di famiglia che le consiglia di sciogliere un ghiacciolo in bocca, ma appena la sente vomitare le prescrive tre farmaci diversi, uno al mattino, uno al mezzogiorno e uno alla sera. Lei li prende come da copione, ma continua a vomitare più di prima. Ritorna il medico e le prescrive altri medicinali e rendendosi conto che si sta disidratando le attacca una flebo al giorno, ma lei continua imperterrita a vomitare e piangere. Viene chiamato un professore, che le cambia tutti i medicinali, ancora, ma senza risultati. Per fortuna che la natura ci pensa da sola e dopo quattro lunghi mesi, mia madre si riprende e ricomincia a mangiare, ma non smette di piangere.
Il Piccoletto è molto spaventato e mi si attacca alla gonna e non fa un passo senza di me. La mamma sembra sospesa sopra una nuvola e lui è convinto che prima o poi sparirà in cielo. Che schizzerà via come un missile. Inutile tergiversare. Ormai sono grande e l’enciclopedia mi ha spiegato tutto su come nascono i bambini, o almeno così spero. Allora sostituisco la mamma nelle cose di casa e mi prendo cura del Cosino, salvandolo spesso dagli artigli di Ernesto. Guardo quella vecchia foto e mi sembra già la foto di un mondo che sta scomparendo. Chissà se mi assomiglierà la mia nuova sorellina? E se fosse maschio? No! ho deciso sarà femmina. Sarà femmina come me, anche per una questione di giustizia.
Quando imparerà mia madre che ormai sono una donna? Io l’ho anche proposto, a Ernesto, di prendermi la sua età e di dargli la mia, tanto è fin troppo la mia per la sua testa, ma lui ha paura che sotto ci sia un imbroglio. Insomma il pusillanime se la prende sempre con chi è più piccolo e debole, ma se la deve vedere con me. L’altro giorno ho tirato fuori il coltellaccio per tagliare la carne e gli ho detto: “Dai, vieni a prendere il Piccolo se hai coraggio!” e ho sventolato il coltello che neanche Tremalnaik. Ovviamente si è rifugiato dalla mamma a dire che lo stuzzicavo. Ma la mamma che non stava bene non gli ha badato più di tanto e ci ha gridato di smetterla.
Invece io sono preoccupata oltre che per la mamma anche per il mio fratellino perché diventa sempre più dipendente da me. Ogni sera devo accompagnarlo a letto e farlo addormentare cantandogli le canzonette di Sanremo. Adesso che sa parlare quasi decentemente, me lo dice chiaro e tondo: “Tata, non andare via, portami sempre con te.” E adesso come farò a fargli capire che sta arrivando un altro fratellino o sorellina e la nostra mamma non è felice per niente?
Adesso è successo un patatrac, oltre al fatto che Marylin si è suicidata, si dice per amore del presidente degli Stati Uniti, quello che chiamano JFK, o del fratello, non ho ben capito, è scoppiato anche lo scandalo Talidomide. No, Talidomide non è un personaggio importante, o un eroe dei fumetti, ma semplicemente un medicinale antivomito che fa nascere i bambini focomelici. In America lo hanno ritirato dal commercio, ma dopo che sono nati molti bambini malformati. E in Italia? Qui tutto arriva in ritardo. Sia le informazioni che i divieti. Mia madre è impazzita. Non si ricorda più quali medicinali le hanno prescritto e tutti li ha buttati quando non le facevano nessun effetto. E adesso che succederà? Io mi stendo sul lettone vicino a lei e le parlo e subito il Piccoletto si stende vicino a me e mi ascolta. Mi fa sorridere vedere che si muove come mi muovo io. Accavalla i piedini, si gratta la testa, e si arrotola i riccioli come faccio io. La mamma non ci vede, lei ha davvero troppo su cui pensare. “Dai mamma alzati che ti ho preparato un po’ di minestra e poi, se vuoi, ti aiuto con i ferri a fare le scarpine di lana”. Lei scoppia a piangere. Ma che ho detto di male? Oh… porcaccia… le scarpine da fare sono per due piedini e se il nuovo fratellino i piedi non ce li ha? Ma tutte a noi devono capitare?
Non pensate che mia madre sia una che piange sempre, non è del tutto vero, qualche volta l’ho vista sorridere, anche se per la verità non ha dei grandi motivi per ridere. Mio padre, il conte, non è mai presente e anche se lo fosse non ci aiuterebbe ad essere allegri, sembra sempre che abbia inghiottito un manico di scopa. Però ho notato che quando io e il Piccoletto parliamo nel nostro modo assurdo un po’ imitando gli adulti e un po’ in bambinesco lei si rasserena. Certo che siamo bravi a fare il teatrino. Ernesto ci guarda come fossimo due mentecatti e non capisce niente di quello che diciamo. Ma si sa: lui non eccelle in intelligenza. Il farfugliese è il nostro pezzo forte e mamma ad ascoltare e a guardarci a volte si addormenta serena. Piccoletto sostiene che dovremmo perfezionarci nel teatro dell’assurdo, lui lo chiama così. Io gli rispondo che basta che mamma dorma un po’ e che è tutto quello che voglio almeno fino alla nascita del nuovo mocciosetto.
Sono stati mesi da incubo. E da quell’incubo è nata una pargoletta rossa con due stupendi occhi azzurri. La prima cosa che la levatrice ha fatto è stata quella di contare tutte le dita di mani e piedi e di rassicurare mia madre. Perfetta sì, ma anche una perfetta rompipalle. Mai visto una bambina piangere tanto senza nessun motivo. Pargoletta farà degli occhi bellissimi se continua così. Piccoletto che invece è tendente al ridere, le si avvicina e le fa le boccacce, le facce buffe, insomma quelle cose che ai bambini piacciono sempre. Lei lo guarda con gli occhi a pallettone e poi finisce a piangere più forte. Ma riusciranno mai a comunicare quei due?
Se con Piccoletto ho cominciato a parlare subito, con Pargoletta l’unica a parlare è mamma. Si capiscono al volo quelle due. Sarà che son pratiche di lacrime. La reazione di delusione di mio padre era prevedibile: “E’ nata un’altra seppiolina!” ed è finita lì. Possibile che le femmine a lui facciano sempre lo stesso effetto. Le vede, le cataloga e le dimentica. Non lo sa ancora, ma non avrà vita facile. Adesso in casa siamo pari, tre femmine e tre maschi e non intendo lasciare loro troppo spazio. Intanto il piccolo sfugge al barbiere di famiglia. Sono riuscita a fargli crescere i capelli in riccioli nobili e morbidi sulle spalle. Ogni volta che mio padre avvisa che arriva il barbitonsore, io prendo il bambino e corro ai giardini a fargli prendere aria. Così i capelli si allungano e lui assomiglia sempre di più ad una bella bambina. Arriverà il giorno che dovrò farlo rientrare nei ranghi, ma per ora corriamo ai giardinetti gridando: “Signor Nube non avrai il nostro scalpo!”

Oltre cortina

In Donne, uomini on 10 aprile 2011 at 23:01


Riescono ancora ad avere fascino queste due parole assieme. Oltre cortina. Che poi la cortina non c’è più e a venire di qua è decisamente più facile.
Era arrivata per un convegno organizzato dall’Università al quale sarebbero seguiti dei contatti con i curatori della mostra. Sembrava strano, ma all’estero le opere di un certo periodo erano molto apprezzate. Come si suol dire nemo profeta in patria. Nel suo paese ne avevano una piena di quel periodo. Era meglio dimenticare e lasciar pensare agli altri.
Aveva scelto giornalismo e ad insegnare questa materia nel suo paese in qualche modo risultava pericoloso. E poi i soldi scarseggiavano, ma ormai la cultura non andava più di moda. Lì come qui. E Roma ti entrava nel sangue. I suoi cieli e il suo sole. Lei al sole non era abituata, ma ora che lo aveva conosciuto non poteva farne a meno. Non provava più tanto freddo. Non che non amasse il suo paese, ma ugualmente ritardava il rientro. In fin dei conti nessuno l’aspettava. E poi si andava verso l’inverno e lei di freddo ne era stanca e anche delle difficoltà del lavoro e del problema dei soldi.
A Roma aveva cercato un appartamentino da condividere e Valentina era la ragazza giusta, pronta a trovarle dei lavoretti per sopravvivere, ma anche discreta e poco invadente.
Le ripeteva: “Sei una bella ragazza e hai quell’aria irraggiungibile che aprirà molte porte.” E il lavoro non era mancato mai. Le dicevano che la sua bellezza era gelida, ma dietro a quegli occhi chiari si intravvedeva una passione travolgente. Gli uomini italiani sono quasi sempre più esibizionisti che realmente carnali. Amano sfoggiare le donne, soprattutto se belle e ancor di più se in aggiunta sono pure colte e li fanno sembrare migliori di quello che sono.
Ora frequentava i migliori ristoranti e le migliori case della città. Quasi mai per una serata. Piuttosto per un week end lungo. La cosa funzionava con un discreto passaparola. Gradivano portarla in ottimi alberghi ed in belle località alla moda. Lei non capiva come mai, malgrado la novità, cominciava a provare anche noia di questa nuova routine. E più s’annoiava e più la cercavano. La sua bellezza veniva esaltata da quel vago malessere che provava a fare l’accompagnatrice.
Lui era arrivato da Mosca. Giovane, rampante e di successo. Gli avevano consigliato Olga come gradevole interprete, anche se a lui serviva poco un’ interprete, sicuramente parlava italiano meglio di lei. Non usava gli stessi metodi indiretti degli altri. Con lui era come correre al massimo con un’auto potente. Era stato gentile, ma poco coinvolto. Prima di tutto gli affari e poi anche il piacere. Era stata una settimana intensa di appuntamenti e lei poteva risentire la musicalità della sua lingua e i racconti della città che aveva Lasciato. Strano non le sembrava che le fosse mancata così tanto, eppure a volte veniva presa da una maliconia senza spiegazione.
Lui l’aveva affrontata diretto: “Perchè non torni a casa? Non sei fatta per questo paese. Tu in Italia sei sprecata. Ti prendono solo per quello che non sei.” Non era un’ offerta di prenderla sotto la sua protezione, era solo la proposta di un passaggio aereo. E lei per la prima volta ci aveva pensato davvero.
L’aveva seguito fino alla sua ultima mèta italiana. Lui sarebbe partito e probabilmente non si sarebbero visti più. Quell’ultima notte lui non si era nemmeno accorto che lei non era riuscita a dormire e che aveva lasciato scivolare silenziose lacrime sul cuscino. Che stupida! Si era chiesta se a lei era concesso di amare e di desiderare qualcosa nella vita. E sapeva che non era possibile, lei non era una donna come le altre. Lei non aveva nessuno che l’aspettava.
Aveva provato il desiderio di vestirsi e allontanarsi nella notte. Sparire. Ma se se ne fosse andata avrebbe dovuto rinunciare al suo compenso e questo nel suo nuovo mondo non era previsto.

La bella Olga

In amore, Donne on 8 aprile 2011 at 21:55

Non è colpa mia se sono poco fisionomista. In genere non osservo mai con attenzione le persone. Un po’ perché cerco di non essere invadente e un po’ perché per davvero mi interessa poco il lato esteriore di chi mi viene presentato. Olga è bella e algida. Bionda fino allo sfinimento. Con due occhi chiari ed enormi truccati alla perfezione. Mentre la guardi di profilo ti ricorda le statue del realismo russo, perchè il suo non è profilo, è solo uno spigolo che dalla fronte scende al mento in una linea precisa. Eppure è bellissima. Ricordavo di averla già vista e pensavo di averla vista assieme a lui, un giovane imprenditore con il quale ho rapporti di lavoro. Ricco quanto basta e separato. E finchè l’ho pensato la mia attenzione nei suoi confronti è stata vaga e si è limitata a chiederle se era stanca del viaggio. Certo doveva esserlo visto che si era raggomitolata sul divano con quell’aria annoiata e assente, come se niente la toccasse oppure se volesse chiudere la mente ai pensieri degli altri.
Non riuscivo a ricordare perchè quella donna, nella mia mente, facesse parte di quella casa. Ero certa che se l’avevo conosciuta con lui, non era certo in quella casa. Eppure era proprio lì che aveva il suo posto ed era proprio lì che c’era la sua immagine impressa.
Ma è stato solo quando siamo usciti da quella casa e l’ho salutata che la sua espressione si è rasserenata e cosa strana per la sua riservatezza mi ha dato un bacio sulla guancia. Avevo come l’impresione che mi fosse grata. Ma grata di che? E ho capito. Quella ragazza l’ho incontrata alcuni mesi fa assieme ad un altro uomo, un giovane imprenditore con cui ho avuto contatti per lavoro. Un uomo simpatico, ricco e colto che stava per ritornare nel suo paese: la Russia, ma che sono certa non avesse niente a che fare con quello con cui si trovava lei oggi. Anche in quel caso erano ospiti nella stessa, identica casa dove l’avevo ritrovata e la cosa mi ha dato un certo turbamento.
La cosa strana è che mentre le passavo vicino, e il suo attuale accompagnatore stava parlando con altri. l’ho sentita telefonare in una lingua che solo ora so essere stata russa, con un tono di voce concitato, ma nello stesso tempo cercando di non farsi sentire.
Quante domande mi sono venute alla mente. Quante supposizioni. Chi è davvero Olga? Che ci faceva assieme a quegli uomini? Chi erano per lei? E quanto l’aveva scombussolata il trovarsi di nuovo nella stesa casa? E quanto l’aveva sconvolta ritrovarsi faccia a faccia con la sola persona che l’aveva già conosciuta in un’altra occasione simile?
Devo aver fatto un figurone. Forse ha pensato che avevo glissato con classe sul nostro primo incontro, certo non lo ricordavo, ma anche se lo avessi fatto sarei comunque rimasta sulle generali. Ma le domande  mi perseguitano.
E ora riesco solo ad inventare una sacco di storie su di lei.

125) Il mulino del Po

In Un libro al giorno on 9 ottobre 2010 at 8:04

Mulini del Po: si contano forse sulle dita, e ogni anno scemano, e per scoprirli bisogna andare apposta a cercarli, chi non percorra il fiume in barca. Tanto pochi, nella vastità molle e potente del fiume serpeggiante, li nascondono o li lasciano appena intravedere, qua un gomito, là un ciglio d’argine, altrove un lembo di golena boscosa, o le svolte della strada rivierasca. Sono scuri e frusti, e coll’aspetto cadente illustrano la disposizione del Genio Civile che ha segnato il destino di questi ultimi superstiti alla concorrenza molitoria: l’esercizio dei mulini natanti è concesso fino a consumazione. Intesa a tutelare i fondi e gli argini dai danni e dai pericoli del risucchio vario da essi prodotto, la disposizione è annosa; la concorrenza è vecchia, se non antica; son pur lenti e duri a consumarsi i superstiti!

Soluzione
Titolo: IL MULINO DEL PO
Autore: RICCARDO BACCHELLI

Trama: Nel corso della ritirata di Russia da parte delle truppe napoleoniche nel 1812 il soldato ferrarese Lazzaro Scacerni, uomo franco e generoso, salva da affogamento un ufficiale italiano, prete spretato e giacobino fanatico. Costui gli rivela in punto di morte, spinto non da gratitudine ma da intento diabolico, l’esistenza di un sacchetto di gioielli, frutto di un sacrilego saccheggio. Quando Lazzaro Scacerni torna nella sua terra recupera i gioielli depositati presso un banco ebraico, e dopo vari tormenti di coscienza li vende ad un ricettatore, chiamato il Raguseo. Con il ricavato si fa costruire un mulino di fiume, il San Michele, sulle rive del Po alla Guarda Ferrarese.
Tra diverse difficoltà riesce ad avviare la propria attività di mugnaio e sposa la giovane contadina Dosolina. Insieme hanno un figlio, Giuseppe, che sarà soprannominato Coniglio mannaro a causa del suo aspetto deforme e della sua assoluta, maniacale, avidità.
Alla morte del padre, Coniglio mannaro eredita il mulino e, tramite affari spregiudicati e praticando il contrabbando tra le frontiere dello Stato Pontificio e del Lombardo Veneto austriaco, ottiene una certa ricchezza. Assieme a sua moglie Cecilia, figlia di mugnaio e rimasta orfana durante un’alluvione, proprietaria del mulino Paneperso e adottata dal padre e da lui sposata con un inganno, acquisisce vaste tenute, finché a causa dell’alluvione del Po del 1859, queste ultime vengono inondate ed entrambi i mulini vengono distrutti. La rovina economica porta Coniglio mannaro alla pazzia e a finire i propri giorni in un manicomio.
Intanto, Cecilia, rimasta sola con i suoi sette figli riesce a ricostruire i mulini. Sono i primi anni dall’unità d’Italia, e quando nel 1869 viene promulgata la Tassa sul macinato, cerca di manipolare i contatori meccanici dei mulini per evadere l’imposta, ma durante un’ispezione degli esattori, per non far trovare prove della manomissione che porterebbero la mugnaia in prigione e il sequestro dei due mulini, uno dei figli appicca il fuoco al Paneperso. Accusato di tale atto, il figlio è condannato ad una lunga prigionia.
Diverse disgrazie decimano la famiglia Scacerni, finché dopo la morte di Cecilia resterà solo il giovane Lazzarino nella gestione dei mulino.
Così come la saga famigliare si apre con una battaglia sul fiume Po durante la ritirata di Russia del 1812, la chiusura avviene con la morte eroica di Lazzarino sul Piave durante la Prima guerra mondiale, e con la sua fine, si estingue la famiglia degli Scacerni. (da wikipedia)

Il mio nome è Avreipotutoessere.

In La leggerezza della gioventù on 7 settembre 2010 at 22:09

Un semplice commento di Marisa la mia coautrice mi ha fatto girare in testa un altro post ed ecco cosa ne esce:

Ai miei tempi si usava spesso chiedere ai piccoli: “Cos’è che vuoi fare da grande?”  Ammetto comunque che allora era più facile rispondere. Anche perchè a quel tempo di lavori ce n’erano a sufficienza. Non era così difficile immettersi in quel mondo. Comunque allora non c’erano mica lavori o attività che richiedevano, come succede oggi, la conoscenza (per usare delle metafore) di “lingue” straniere e “fatti” della vita. Allora si poteva rispondere: Avvocato, Ingegnere, Guidatore degli Autobus, Dottore, Maestra, Infermiera, ecc., mica come oggi: cantante, calciatore, attrice di reality show, velina, ministro o escort. Se notate i primi nomi li ho scritti con la maiuscola, mentre i secondi no. La ragione è che i primi erano sogni che costavano fatica, che preludevano ad un vero lavoro, mentre i secondi… beh! lasciamo perdere a volte ci vuole del pelo nello stomaco anche solo a parlarne.
Veramente dai primi nomi si deduce che le differenze sono che alcune erano attività considerate prettamente maschili ed altre femminili. Sì, è vero che alcuni maschietti sforavano nell’area femminile con qualche sogno, un po’ fuori posto, tipo “vorrei fare il ballerino”, ma non erano ancora nati i Bolle a rendere il tutto più accettabile. Ma c’erano anche le bambine che chiedevano cose impossibili. Per esempio quella bambina che con quell’aria testarda e intransigente voleva fare la Cosmonauta. Notate bene la scelta del nome: lei voleva fare la Cosmonauta, mica l’Astronauta. Voi direte: “Beh, che differenza c’è?” C’è… c’è e ora ve lo spiego. Gli Astronauti erano americani mentre i Cosmonauti erano russi. C’è una bella differenza no? Per lei c’era di sicuro, visto che sin dalla tenera età si professava comunista e visto che adorava tutto ciò che aveva odore di Madre Russia.
Insomma, per essere comunista lei aveva le sue ragioni. Innanzi tutto eravamo tra gli anni ’50 e ’60 e in casa sua non giravano molti crocifissi. Poi in Russia le donne potevano studiare ed erano considerate pari agli uomini. Mica come qui che le donne che lavoravano erano delle povere disgraziate. Insomma lei aveva deciso o Cosmonauta o niente. Non avrebbe accettato niente di più niente di meno. Voleva quello e nessuno la schiodava. Faceva lotte epiche con suo fratello che invece vestiva abiti più accettabili. Lui pensava che tutto quello che era americano avesse una marcia in più. Usava consumare un bicchere di latte pasteggiando. Lei tutto quel latte la faceva star male, ma forse era colpa di una fastidosa intolleranza alimentare. E poi lui si beava di conoscere il nome dello scienziato più noto della NASA “Wernher von Braun è il migliore, nessuno è come lui per far volare i razzi!” Avesse saputo che i suoi primi razzi furono i V2, fabbricati da schiavi ebrei di un campo di concentramento in Germania, che, alla fine, venivano uccisi dalle fatiche e dalla cattiveria dei carcerieri. Oh! se l’avesse saputo gli avrebbe fatto ingoiare tutte quelle stupidaggini. Ma poi anche se era così di parte, e di parte sbagliata, lei a questo fratello comunque gli voleva un sacco bene.
Poi che c’entrava, tenesse pure per l’America, chi avrebbe vinto la sfida spaziale sarebbe stata la Russia. Ed in effetti la prima cosmonauta sarebbe stata russa. Ma torniamo a noi. Nascere in Italia e sognare di diventare Cosmonauta, beh, era come nascere nel mezzo del Sahara e sognare di diventare una famosa tuffatrice. Era ovviamente un bel sogno e niente più. Comunque qualcuno, sull’idea, ci ha fatto pure un film e tra l’altro molto, ma molto, piacevole, che vi invito ad andare a vedere.
Per quanto mi riguarda avrei voluto fare il Prete, attenzione, non la suora, ma il Prete, o il Prete o niente. D’altra parte fin da allora non mi piaceva sottostare alle regole. Poi visto che mi guardavano male per questo sogno, ho cambiato rotta. Avrei voluto fare la maestra di scuola elementare. I bambini mi piacciono molto e di carattere sono “pallosamente” didattica. Mio figlio mi redarguisce sempre: “Smettila di fare la maestrina!” ed ha ragione, ma maestra si nasce e non si diventa. A quel tempo, purtroppo, nella mia famiglia, si facevano studiare i maschi ed io avrei dovuto aiutare in casa. Cosa che non sopportavo proprio e rinunciando ad un cappotto per quell’inverno frequentai un corso di steno-dattilo e mi trovai un lavoro. Divenni comunque maestra frequentando una scuola serale. Almeno quello. Teoricamente avevo realizzato il mio sogno. Però, nel frattempo avevo sognato più in grande. Avrei voluto fare la giornalista, anzi dirò di più: avrei volto fare la reporter. Sognavo una vita tipo Oriana Fallaci che a quel tempo non aveva ancora subito quelle trasformazioni che l’avrebbero resa dura e introversa (e anche qui parlo per metafore). Niente da fare nè Prete, nè Maestra, nè Reporter solo una semplice impiegata che per necessità si è trasformata ad un certo punto magicamente in “tuttologa” in uno studio di architettura.
Guardami in faccia; il mio nome è (davvero) Avreipotutoessere. Io mi chiamo anche Nonpiù, Troppotardi, Addio. Ma che importa. Sorrido ancora ai miei sogni. Incredibile, penso ancora di avere un futuro. Guardami in faccia; il mio nome è anche Illusione, ma tanto a sognare non costa niente.

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