rossaurashani

Posts Tagged ‘ruoli’

Noi che eravamo belle e non eravamo vere signore

In amore, Anomalie, Donne, Giovani, Gruppo di discussione politica., Ironia, La leggerezza della gioventù, personale, politica, Sinistra e dintorni, uomini on 8 dicembre 2014 at 16:39

Dopo aver letto l’ottimo articolo di Celeste Ingrao http://www.nuovatlantide.org/noi-che-non-eravamo-vere-signore/ in risposta alle esternazioni delle “donne” di Governo dei nostri giorni, mi è venuta la voglia di esternare pure a me, donna non di governo, senza fama e senza ventura, ma indubbiamente donna, sebbene nè oggi nè ieri io sia identificabile come “vera signora”.

fra

Era il 1969, molti secoli fa, quando si andava ai “Do Farai”, il centro studentesco dove si faceva “politica”. Ero donna, giovane, insicura e amavo la politica.
A rigor di logica io lì non ci avrei dovuto andare, sì ero giovane, ma non ero studentessa. A dire il vero non avevo mai cominciato ad esserlo.
Ero femmina, seconda di cinque fratelli, di cui tre maschi, un padre padrone e una madre senza coraggio. Il mio destino era stato segnato fin da subito: sì ero intelligente, ma donna e sarei rimasta a casa. Inutile spendere soldi per i miei studi se poi, me ne sarei convolata a giuste nozze.
Inutile dire che ne soffrii moltissimo, ma non c’era modo di venirne fuori, inutile sbattere la testa, me la sarei rotta. Così decisi da subito:
1) Avrei lavorato per diventare indipendente
2) Sarei uscita di casa alla maggiore età (21 anni a quel tempo)
3) Mi sarei iscritta a scuola
4) non mi sarei sposata mai
E così feci, con qualche deroga, ma molto più in là nel tempo.
Ma torniamo ai “Do Farai”. Non che quella stanza disadorna e puzzolente di sigarette avesse grande fascino di per sè, ma era l’unico modo per guardare quel mondo che mi era stato negato: il mondo studentesco.
Mi sembrava di essere un’intrusa, ovviamente, e mi cacciavo negli angoli più nascosti, restando in religioso e ammirato silenzio. Ascoltavo ed imparavo, rendendomi conto che non sarei riuscita a dire mai una sola parola, senza sprofondata e morire di vergogna. Anche se qualcuno mi avesse chiesto un’opinione semplice semplice: “preferisci i Beatles o i Rolling Stone” pur avendo una mia idea, non avrei avuto il coraggio di sostenerla.
Comunque in realtà non ero l’unica donna a tacere, anche se la cosa non mi consolava affatto.
I leader erano maschi, e loro sì che sapevano cosa dire. C’era Michele, passato poi di gruppo politico in gruppo politico, c’era Massimo già da allora spocchioso e ombelicocentrico, c’era Paolo suo fratello un po’ più piccolo, ma sempre e comunque più grande di me.
Le ragazze pendevano dalle loro bocche. Erano gli ornamenti che rendevano attraenti quelle riunioni fumose e inconcludenti. Tutte ragazze che nascondevano la loro femminilità in vestiti sgualciti e senza forma, in jeans, gonnelloni a fiori, zoccoli e scarpe tendenzialmente sgraziate. Capelli lunghi con la scriminatura centrale e un filino di trucco solo per le più slavate. Le più bruttine aveva un’unica possibilità, imparare a suonare la chitarra.
Vorrei ricordare, al di là degli slogan, che andavano per la maggiore, quello che si diceva in quel consesso. Ricordo poco, so solo che, per documentarmi meglio, mi lessi saggi di economia, filosofia e politica con la strana idea di non capirci niente. Invece non era così, forse per fortuna, forse per una certa capacità di sintesi del pensiero, molte cose lette allora diventarono la mia religione, l’unica religione che mi sarei concessa nella vita.
Fu da allora che applicai, con molta estensione dei termini, il materialismo storico contro la “spiritismo” (sarebbe ridicolo chiamarla spiritualità) che andava di moda allora. Affondavo la ragione e la critica applicando con puntigliosità l’analisi corretta dalla “tesi, antitesi e sintesi” e la dialettica, non come un vuoto parlare, ma come la possibilità di comunicare e riceve informazioni, apertamente, per integrare, alla fine, la mia conoscenza.
Andare in quella “sancta sanctorum” mi stava rafforzando, mi stava rendendo più sicura e guardinga. Non erano solo i maschi a “conoscere”, ma anche le ragazze ci sapevano fare. Ogni tanto quando si usciva, scambiavamo qualche chiacchera, prima di seguire gli amici del gruppo. Anche loro erano insicure, erano incerte, incerte come può essere solo una donna che sta valutando la possibilità di saltare il fossato, di trasferire il suo genere in un campo che non aveva mai praticato, quello del genere maschile.
Tutto sommato a conoscerci meglio non eravamo così male. Io che ormai lavoravo da anni avevo una visione più pragmatica della vita, le altre, o almeno alcune di loro, si stavano scrollando dalle spalle tutti i condizionamenti dovuti all’educazione e anche valutando l’inadeguatezza dei maschi del loro ambiente.
C’era spazio intorno a noi, a guardar bene. Spazio che potevamo e dovevamo occupare.
Poche capivano i condizionamenti e gli ostacoli che incontrava l’affermazione del nostro genere. Io lo sapevo già da un pezzo: ero considerata un essere umano di minor valore perchè ero donna. Non avevo potuto studiare. Ero riuscita ad andare a lavorare fuori casa, rinunciando ad un cappotto di cui avevo grande bisogno. Mi rifiutavo di passare da padrone a padrone della mia vita e di farmi irretire in logiche perverse (fidanzamento e matrimonio o quant’altro). Volevo decidere da sola. Ballare da sola.
Se questo è femminismo, non so. La mia libertà non era solo una questione di genere, in tanti, maschi o femminine, cercavano di uscire dai binari di una vita omologata, di ruoli che non ci andavano bene e che trovavamo ipocriti e noiosi. Ma le donne lo facevano con maggior determinazione, erano certamente più motivate.
Lo sarebbero anche ora, se si rendessero conto che i valori della libertà e dell’autonomia sono stati sopraffatti dalla precarietà della vita e dalla svendita degli ideali. Ma i vecchi tempi sono passati e le donne parlano, anche se qualche volta, farebbero meglio a tacere.
Oggi ci stanno le “quote rosa” a garantire una parvenza di uguaglianza, allora per avere parola e per contare bisognava farsi il mazzo per davvero e dire cose che facevano tacere i maschi non per la violenza con cui si dicevano, ma per i contenuti e l’inconfutabilità.
Per essere belle eravamo belle e giovani, al limite, se un po’ bruttine, si imparava, come già detto, a suonare la chitarra. E passo dopo passo si creava quel futuro di libertà ed eguaglianza che ritenevamo indispensabile per la vita di tutti. Non sono per quella delle donne con gli uomini, ma per tutti quelli che venivano considerati marginali alla società in cui stavamo prendendo parte.
Ricordo una sera ai “Do Farai” che mi insegnò più di un compendio sull’emancipazione della donna e sulle possibilità che avevamo per le nostre lotte future. C’era Mao con un amico barbuto, che si era rintanato vicino al mio angolino nascosto conversando liberamente, con l’idea di non essere ascoltati.
Mao veniva chiamato così perchè era uno dei leader della rivolta studentesca, ovviamente era diminutivo di Maurizio, ma anche perchè quel nome faceva pensare alla “rivoluzione culturale” cinese.
“Sai perchè io vengo qui tutte le sere?” chiedeva Mao all’amico barbuto “La vedi quella biondina sulla sinistra? Ecco, mi piace un sacco. Devo trovare il modo per parlarci. Stasera parlerò dei Comitati Unitari di Base, che fa sempre effetto, e poi me la faccio presentare…”.
Non ricordo come finì la cosa, a dire il vero non mi interessava, quello che in quel momento avevo compreso era che la “rivoluzione” a me interessava a prescindere da chi ne parlasse e che mai mi sarei messa in mostra, in quel circo, per conquistare un ragazzo. Insomma le mie motivazioni erano serie e fondate e che quelle dei “leader massimi” non erano migliori o più valide delle mie.
Parlar di politica per farsi belli con le ragazze, non era ancora un difetto delle ragazze nei confronti dei maschi. Tutte noi sapevamo che gli uomini temono le donne intelligenti e spigliate e quindi se volevi acchiappare dovevi, se ci tenevi, trovare un altro sistema. E sia chiaro da quando ho iniziato a parlare, io non ho mai smesso 🙂 succeda quel che succeda e quell’altro sistema non l’ho mai utilizzato.
Quel che successe nel dopo “Do Farai” è storia personale ma anche Storia Generazionale. Molte disillusioni, passi in avanti di corsa e brusche stoppate. Successivamente anche tanti passi indietro, con tante storie di lotta e anche tanti morti. Ormai molti giochi sono stati fatti e molte conquiste sono messe in discussione e non solo le conquiste delle donne per le donne.
La mia vita personale fu sufficientemente coerente, con qualche divagazione perchè sono un essere umano prima di essere donna. Ho sbagliato, rimediato e risbagliato… perchè questa è la vita. Sono femminista quando mi accorgo che noi donne non siamo trattate alla pari, e sono incazzata quando vedo le ingiustizie che travalicano il genere, praticamente sono una femminista incazzata a tempo pieno, ma amo la vita e il dono dell’altro sesso che sa rendere più divertente questo mondo a volte un po’ triste.
Se questo è essere donna, io lo sono. Se questo è essere una “vera signora” io continuerò a non esserlo o almeno a rifiutare una simile etichetta. Se non altro per l’odio che ho di andare dal parrucchiere e dall’estetista. Compro scarpe comode, che comode non sono mai a sufficienza e abiti che mi facciano sentire completamente a mio agio. Piaccio? Non so, non credo e se piaccio non è certo per questi ornamenti. Garantisco però, che so parlare ed ascoltare, se necessario, e ho il senso del ridicolo e del limite, cosa poco comune di questi tempi.
Amo sempre la Politica, ma quella con la P maiuscola. Quella di oggi ha la p minuscola, come sono minuscoli gli uomini e le donne che la praticano. Salvo qualche rarità, ma questo è un capitolo a parte, e ovviamente a prescindere dal genere.

L’abito non fa solo il monaco, ma anche il Papa…. Francesco d’Assisi sul mercato

In amore, Anomalie, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, politica, Religione, uomini, Vaticano on 18 marzo 2013 at 10:46

le pecore del pastore

Francesco d’Assisi sul mercato
ovvero : L’ABITO NON FA SOLO IL MONACO MA ANCHE IL PAPA
(di Bruno S.)

Oggi stavo guardando le immagini televisive sulla prima apparizione domenicale del novello Francesco. Tenendo ferma l’evidenza del ruolo decisivo dell’ideologia religiosa cattolica nella costruzione di un modello di rapporto uomo/donna da diffondere come “valore universale”, e ( all’ interno di questo ) della funzione centrale della “sacralità” del matrimonio per la codificazione dei “valori” della “famiglia” , mi stavo chiedendo su che cosa sia fondata la “credibilità” o il “carisma mediatico” ( per le moltitudini dei “fedeli” riuniti in trepida attesa di una buona novella ) del messaggio di un Padre Padrone che si presenta travestito da amico dei “poveri”, come un Francesco d’Assisi redivivo, utilizzando ( quale metafora del “rinnovamento”! ) il linguaggio quotidiano della gente , mentre è perfettamente cosciente di essere a capo di una struttura globale di potere economico che sostiene e alimenta proprio la produzione di massa della povertà a livello planetario. Il doppio volto della carità cristiana, divenuta nei secoli una fonte inesauribile di potere tramite la pratica delle elemosine.
Scrivendo queste righe, mi rendo conto di che cosa voglia dire essere nato, cresciuto e diventato vecchio dentro una tradizione “non cristiana”, ai margini di una preponderante società cristianizzata ed imbevuta del mito del dio fattosi uomo per la salvezza dell’umanità. Al mio paese ( Biasca, Cantone Ticino, Svizzera ) esisteva una tradizione non cristiana secondo la quale le persone defunte, vissute sempre senza mai aderire al cristianesimo, venivano seppellite con il simbolo di un cuore ( scolpito in legno, chiamato ” tap ” nel nostro dialetto ), proprio per distinguerle, anche da morti , dalle persone sepolte con il simbolo della croce. Una tradizione ormai scomparsa di fatto, ma che riguardava una parte significativa di famiglie. Mi sono spesso chiesto come mai questo bisogno di distinguersi dai “cristiani” avesse avuto senso anche dopo la morte, dentro una piccola comunità contadina. Negli anni giovanili avevo anch’io seguito l’interpretazione che la spiegava con “l’anticlericalismo”, quello che poi il movimento socialista da fine Ottocento aveva anche presentato come ideologia “laica”. Ma siccome fin da molto giovane avevo sempre pensato di non aver alcun bisogno di negare l’esistenza di un dio, ( per dare senso alla mia vita la definizione di “ateo” mi sembrava un non sense ), sono stato portato a pensare che quel bisogno di distinguersi dai cristiani fosse da considerare la pura e semplice testimonianza e riaffermazione di un diritto alla libertà di pensiero, proprio di fronte ad una forza contraria, preponderante ed oppressiva, che cercava, attraverso la Chiesa, di imporre una determinata interpretazione del mondo. E non certo per il gusto di aver ragione, ma solo perché il “controllo” del pensiero delle persone a proposito “del bene e del male” era socialmente decisivo per far accettare le condizioni materiali e le regole che codificavano l’esistenza delle disuguaglianze sociali. Quindi per uno scopo di “potere”.
Seguendo questa interpretazione, oggi, e per tanti altri motivi, credo che sia assolutamente fondamentale porsi la domanda di quale sia il ruolo della Chiesa cattolica nel diffondere criteri interpretativi su tutta una serie di problemi della vita associata, non in quanto “chiesa organizzata per la gestione della religione” ma in quanto struttura mediatica organizzata, in grado di utilizzare l’ideologia cristiana per condizionare le percezioni del reale , della vita in tutti i suoi aspetti quotidiani. Fra tutte le ideologie, quella cristiana ha l’enorme vantaggio di riuscire a far credere di essere depositaria anche di una risposta relativa alla morte, ed alla vita dopo la morte. La “sacralità” dei “valori” promossi ha il suo fondamento in una teologia che, fra le altre cose, ha sempre dedicato uno spazio privilegiato al ruolo della donna attraverso l’immagine della Madonna , la madre di dio, cui si lega l’intera costruzione dell’immagine del dio salvatore, e la stessa funzione del concetto di Trinità. Che questo modello teologico sia nel contempo un modello per l’interpretazione del rapporto uomo/donna, e che sia oggi veicolato non solo dalla Chiesa ma da una infinità di media, pervasivi della vita quotidiana, è il tema su cui bisogna riflettere.
Che tutto questo sia ANCHE un insieme di “valori” che esprimono un punto di vista “maschile” è altrettanto indubbio. Ragione per cui le lotte per l’autodeterminazione del “corpo delle donne” hanno una precisa funzione di denuncia. Ma a me sembra sempre più evidente che non basti rivendicare la necessità di un punto di vista “femminile” sull’intero arco dei problemi personali e sociali, perché ciò che costituisce il punto di forza del modello che abbiamo di fronte è la RELAZIONE tra i due sessi, sono le caratteristiche DEL RAPPORTO tra i due sessi, attraverso cui sono veicolati i cosiddetti “valori cristiani”. Quel rapporto è condizionato dalla “sacralità” che gli si attribuisce, e che discende dal mito della Trinità come struttura fondante della vita. Bisogna abbattere le fondamenta di questo mito se vogliamo costruire e diffondere un diverso modello di relazione, per l’uomo come per la donna. Senza dimenticare che tutti i cosiddetti ruoli “naturali” ( o biologici )dei due sessi, sono in realtà pervasi dall’ideologia di cui stiamo parlando, e sono invece spesso venduti come se fossero determinati da leggi divine.

(da un commento al post Da donna a donna di Bruno S.)

Volevo fare il prete…

In La leggerezza della gioventù on 11 ottobre 2010 at 13:56

Sono nata femmina. Quando si nasce mica si sa di che sesso sei e almeno per un po’ credi di essere uguale a tutti gli altri, fratelli maschi compresi. Poi crescendo le cose le noti. Mentre a te qualche volta ti mettono dei pantaloncini a tuo fratello le gonne non le mettono mai. Questa cosa ti dà la strana, ma sbagliata sensazione, che donna è più libero. Ed invece no! La cosa è molto complicata e del tutto diversa da come appare.
Esattamente come si comporta un gatto cresciuto in un canile, si crede di essere una cosa ed invece è nato un’altra. Inutile tentare di convincere i miei di farmi uscire a giocare in strada, assieme a mio fratello maggiore. Giocare a pallone o tirare “canotti” con la cerbottana, per loro non erano palesemente giochi da ragazze. Vero era che mio fratello faceva il tifo per me, ma anche lì si trattava di mero egoismo, avermi con sé gli garantiva una vittima sacrificale. Che poi come vittima mi prestavo poco. Sembravo un soldino di cacio, ma ero coraggiosa e sprezzante del pericolo. Sapevo fare cose che i maschi non sempre riuscivano a fare.
Qualche volte mi ero cimentata a fare a “botte”. Si sa che la strada porta anche agli scontri fisici e non vince mai il più forte, ma il più determinato. Mio fratello lo sapeva e convinceva mamma che mi avrebbe tenuto d’ occhio lui. “Tze!”, mi dicevo “fa lo spaccone perché sa che a portarmi con lui, non gli costa niente”. L’unico problema era quando si tornava con le ginocchia sbucciate e qualche ematoma su zone visibili del corpo. Perché almeno, della femmina, avevo l’istinto sia di graffiare ma anche quello di mordere e del maschio quello di tirare cazzotti.
Nel gruppo dei compagni di giochi di mio fratello venivo, almeno, rispettata, tutto merito del fatto che un giorno mi sono “attaccata al collo” di un bullo, grande e grosso, che lo aveva minacciato, cercando di venirci alle mani. Io sono partita come un puma arrabbiato e montatagli sulle spalle l’ho graffiato e gli ho anche morso un orecchio. Era stata un’avventura epica che era finita bene, più che per la mia forza fisica, per la sorpresa che aveva provato quel povero derelitto. Mica sempre ci si trova a fronteggiare una iena.
Mia madre aveva il sospetto che non fossi la classica ragazzina dedita al gioco delle bambole, ma cercava di illudersi che prima o poi mi sarei adeguata. Errore che la portò a regalarci per una Befana una bambola schizzinosa a me e una bicicletta a mio fratello. Confesso che mi erano cadute le braccia dalla mortificazione. Ma chi la voleva quella stupida bambola con i capelli di stoppa e l’abito da gran dama dimessa? La bicicletta divenne la ragione del contendere tra me e il mio fratellone e lui ovviamente non mi ci lasciava mettere le mani sopra.
Offesa ed indignata, per vendetta, m’inventai un gioco casalingo che però, alla fine, fui costretta a condividere con lui. A cavallo della vecchia macchina da cucire di mia madre, sapete quelle vecchie “Singer” nere e tutta ottoni lucenti, mi ero “inventata” la mia astronave russa. Come ho già raccontato sono nata negli anni del dopoguerra, il che voleva dire che sono cresciuta nel periodo della “guerra fredda”, cosa che si ripercuoteva anche nei giochi tra me e mio fratello. Lui era dichiaratamente filoamericano, io dichiaratamente comunista. Che poi la cosa è continuata anche nel tempo… ma questa è comunque un’altra storia.
Insomma, se non potevo andare in bicicletta almeno avevo il mio Sputnik personale. Questo fu fonte di litigi furibondi, perché lui voleva che diventasse un Pioneer americano con lui come astronauta capo, ma il gioco l’avevo inventato io, quindi, ritenevo giusto, essere io la cosmonauta capo. Purtroppo il gioco finì il giorno in cui mio fratello si trapassò un dito con l’ago della macchina e la “Singer” fu vietata a tutti e due.
La bambola comunque finì, in bella mostra, nel mezzo del lettone dei miei, assolutamente ignorata da me, e la bicicletta nel magazzino di casa a far la muffa. Improvvido acquisto in una città dove si cammina a piedi e la sola vista di un bambino in bici crea il panico.
Come già dicevo, sapevo fare cose che molti maschi non si cimentavano a fare. Vivendo in una città di mare, una delle necessità primarie è quella di imparare a nuotare. I bambini convivono con rive senza protezione e, allora, i canali con l’acqua decisamente più pulita, invitavano a sporgersi per osservare o tentare di prendere i pesci o per catturare i granchi. Essendo figli di genitori che non avevano una grande dimestichezza con l’acqua, mia madre viveva nel terrore che ci succedesse qualche cosa. Il giorno in cui seppe che mi avevano visto, andare a scuola, appesa all’esterno del corrimano di protezione dei canali, decise di portarci tutti e due a scuola di nuoto.
Ovviamente, messa nell’acqua, non aspettai nemmeno che un bagnino posasse il suo sguardo pietoso sulla principiante e partii nella mia prima avventura tra le onde, decisa a raggiungere l’altra riva. Mia madre, era rimasta senza fiato, aveva gli occhi stralunati e le mani sui capelli. Mio fratello, che stava attaccato alla rete di protezione, mi chiamava a squarciagola, incerto se lasciare la presa e morire annegato con me oppure dimostrare la sua maschia codardia, optando per la seconda.
Arrivai sana e salva dall’altra parte. E che ci voleva? Bastava solo muovere braccia e gambe e non bere acqua. Dove stava la difficoltà?
Ma non sempre le cose andavano così. Mia madre non intendeva, dopo la delazione invidiosa di mio fratello, andarmi sempre a recupera sugli alberi e pertanto, grande furbata, mi proibiva di indossare i pantaloncini smessi di mio fratello. Alla fine mi toccava, per quel po’ di pudore che mi rimaneva, restarmene tranquilla, per evitare di mostrare le mutandine ai ragazzini coi quali giocavo. Questo modo di vestire mi aveva aiutato invece a pensare di cimentarmi, con maggiore facilità, a fare la pipì in piedi visto che la gonna, almeno, aveva un merito e mi copriva in parte. Quella della pipì in piedi fu un esperimento fallimentare su tutti i fronti. Inutile mettersi di fronte ad un muro, imparai a mie spese che una femmina finisce sempre per bagnarsi i calzini e le scarpe, con grande vergogna successiva.
Non so poi se il mio amore per gli animali fosse o meno una qualità femminile o maschile, certo è che mi portavo a casa di tutto, sotto lo sguardo schifato di mio fratello e quello sconsolato di mia madre. In genere ero specializzata in preparare “coppette di gelato” piene di vermi o di rane appena nate. Rubavo i gamberetti vivi, che mia madre prendeva per la frittura, e li coltivavo nei bicchieri con acqua e sale. Come una gattara venivo seguita amorosamente da gattini in amore e così pure mi portavo a casa cagnolini errabondi. La frase storica di mia madre, a quel punto era: “O me o loro!” e questo metteva fine, dolorosamente, al mio zoo privato.
Non so bene che cosa mi passasse per la testa. Non credo di aver avuto la benché minima idea di una rivalsa in base al genere. Ero solo fatta così: un po’ troppo curiosa e insofferente alle limitazioni. Ma la strada sarebbe stata ancora lunga e difficile. Dovevo imparare ancora molto. Mica ti guardano bene quando, a scuola, alla suora che ti interroga su cosa vorresti fare da grande, gli rispondi senza usare preamboli: “Io voglio fare il prete…”. Inutile tentare di farmi ragionare, nel mio modo di pensare o era prete o niente. E così fu: niente.

Spiegare il femminismo agli uomini

In Donne, uomini on 19 luglio 2010 at 14:53

Eh sì lo so, non è facile. Qualcuno sostiene che è una questione di DNA, io sostengo invece che è difficile spiegare quello che non si vuol capire, ma è indiscutibilmente complicato superare tutti i millenni di pregiudizi e di falsa informazione.
Un amico, tempo fa, mi ha chiesto a quale testo o linea di femminismo mi rifacessi. Chissà perché mi sono sentita in colpa e davvero imbarazzata nell’affermare che non avevo mai letto niente e che nessun gruppo “anni 70” mi stava ispirando. Anzi no, un libro lo avevo letto e ne avevo fatto oggetto di tesina all’esame di maturità. “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti che proprio femminista, in senso stretto, non è. Lei come me sosteneva che non esistono alla nascita doti che determinino la “superiorità maschile” e di contraltare la “inferiorità femminile”, ma solo doti umane che vengono sviluppate in modo condizionato e condizionante al ruolo sociale che si vuol consegnare a quel particolare genere.
La cosa che mi colpì di più erano i diversi tempi di allattamento al seno, se una madre allatta un maschio lo tiene al seno molto di più che una femmina. Ovviamente la prima cosa che viene da pensare, dopo questa scoperta, è che o le femmine sono meno voraci, oppure lo sono di più e ci mettono meno tempo nella poppata. Non è così, purtroppo, la causa è semplicemente l’insieme dei pregiudizi sessuali di un sesso (quello della madre) con lo stesso sesso (quello della figlia) mentre tutto diventa più “naturale” se a succhiare il seno è un maschietto. Sembra che alle madri piaccia di più. Suppongo che sarebbe l’inverso se ad allattare fosse il padre, ma il caso purtroppo vuole che l’allattamento al seno sia di sola pertinenza femminile.
Fin dalla nascita si instaura un regime educativo che sfavorisce le femmine e favorisce i maschi. Sia che si tratti di opportunità educative, sia che si tratti di opportunità di vita, le donne devono guadagnarsi tutto con un maggior dispendio di energie. Sarà che le femmine sono più stupide di “natura”? Statisticamente non sono certamente meno dotate di intelligenza, intuizione, arguzia, volontà e coraggio, anzi, a dirla tutta e passando alla pratica, mio figlio, durante il suo percorso scolastico, ha visto solo femmine a contendersi il primo posto nella classifica della preparazione e nella capacità di esprimersi. Non sto nemmeno a dire come le donne nel lavoro siano più capaci di adattamento e di mobilità degli uomini. Non solo si adattano meglio ad ogni tipo di attività, ma hanno sicuramente più “amor proprio” per il loro lavoro che contende il primato al maschio più ambizioso.
Una mia amica giovane, dopo aver letto il libro della Belotti mi ha confidato: “Lo sai, leggere questo libro mi ha fatto pensare che l’unico modo che abbiamo per rivalerci è far nascere solo figli maschi”. Il che fa pensare che non ha torto, salvo poi inorridire: ma tutti questi figlioletti maschi, nel momento che rimangono senza madri, chi li salverà? E’ indiscutibile che chi, alla fine, perpetua l’errore iniziale, quello che inserisce la femmina in un certo ruolo ed il maschio in un altro ben delimitato, è sempre quella “benedetta donna della loro madre”.
Eppure io vizio mio figlio maschio come vizierei la mia figlia femmina. Continuo a reagire alla semplice frase: “Dai usciamo che ti porto al cinema” con la frase acidetta “E che è non c’ho due gambe pure io?” Certamente che mi stupisco sempre della poca autonomia che hanno gli uomini messi nella situazione di pensare da soli a se stessi, mentre invece mi sento orgogliosa delle capacità decisionali delle donne. Mi sconvolgono i pregiudizi dei maschi contro le donne veramente indipendenti e libere, per dire non quelle che “la danno” ogni qualvolta garba loro per avere in cambio delle migliori opportunità, ma solo quelle che fra le tante cose amano liberamente come ogni uomo fa di abitudine, anche confortato dal mondo intero. Che differenza passa tra un “furbacchione” e una “ragazza leggera”? E ancora di più tra un uomo dalla forte carica erotica e una donna veramente “porca”?
Queste sfumature mi sfuggono. Ma si sa io sono femminista e questo la dice lunga sul mio modo di intendere i rapporti tra uomini e donne. Eppure io penso che gli uomini siano una parte essenziale del mio mondo, che abbiano lo stesso diritto delle donne di esistere e che vengano educati allo stesso modo dell’altra parte del cielo per far sì che sviluppino le stesse qualità che sembrano di unico appannaggio della femminilità. Magari col tempo invece di ridurre le donne a partorire figli maschi, geneticamente modificati, far sì che pure gli uomini vivano direttamente la loro paternità, magari affidando loro in età prepuberale esigenti bambole che chiamano papà in continuazione e che chiedono di essere cambiate perché dopo la poppata si sono bagnate il pannolino. Ho detto bamboline mica creature di gomma piene di orefizi senza fine, perché già intravvedevo maliziosità negli occhi di tutti voi maschietti e tenevo a precisare che se aspettate da me un trattamento che vi sia più favorevole, mi sa che dovrete aspettare ancora un pezzo. 🙂

L’altra metà del cielo si confida

In Donne, uomini on 20 Mag 2010 at 14:51

Avevano organizzato una partita di calcetto. Non è che avessero proprio l’età per queste cose, ma era divertente ritrovarsi e fare una serata a “sfottò” e pacche sulla spalla, come si confà ai veri uomini. Quella sera però il tempo si era messo proprio al brutto, un forte temporale aveva calmato gli animi e quindi si erano rifugiati al bar del loro amico Gino per bere qualche cosa e per fare una bella partita di ciaccole maschili. Senza tanti preamboli Gino, mentre prende le ordinazioni, butta lì che stava leggendo con interesse sul suo portatile un post sul blog di Ross che anche gli altri conoscevano dal tempo delle compagnie giovanili e pone agli altri la domanda un po’ provocatoria: “Ma voi avete donne che fingono?” Ovviamente l’argomento li “ingrifa” tutti quanti e si mettono a tirare giudizi, senza con quello voler entrare troppo nel personale.
Guido spara subito la sua bordata: “Guarda a me non me ne potrebbe fregare di meno, basta che si lasci scopare, poi che finga o meno sono solo fatti suoi.”
Lele, che ormai ha una fidanzata storica alla quale è pure molto affezionato, cerca di mediare dicendo: “Eh, no, non è così semplice. Tu dovresti comunque impegnarti per far godere pure lei. Non è mica una macchinetta per i caffè. Introduci la moneta e automaticamente esce e te lo bevi. Eh no, bisogna avere un po’ di attenzione, dedicarci del tempo, farla sentire a suo agio, farle delle coccole, dei complimenti… insomma, sai… i preliminari, quella cosa li.” Intanto pensa alla sua Barbara che negli ultimi tempi sembra un po’ distratta e che trova sempre qualcosa da fare all’ultimo momento per tardare la loro intimità.
Diego taglia la testa al toro: “Ma dai, si capisce subito se una donna finge. Non sono mica uno scemo. E poi a pensarci bene cosa potrebbero chiedere di più se non un maschio vigoroso come sono io. Non so se mi spiego?!?”
Guido gli risponde sornione: “Eccomenò! Sarà proprio per quello che fingono così bene!”
Dopo le solite risate da copione Gino interviene, tentando almeno un po’ di autocritica: “A pensarci bene, quando vivi una vita come la mia, torni a casa a notte fonda e sei tanto stanco da non poterne più, ai preliminari non ci pensi proprio, altrimenti finisci con prendere sonno durante. E poi, pure lei, pensi davvero che gradisca di essere svegliata alle due di notte per una seduta veloce di sesso?”
Aldo che si è sposato giovanissimo e ormai ha sulle spalle un matrimonio più che trentennale si giustifica: “Io non so come la pensa Caterina, certamente che a me per fare all’amore mi ci vuole un bel po’ di fantasia. Anche per me lei è la stessa santa minestra, sinceramente devo aiutarmi pensando a qualche attrice superdotata per arrivare al dunque. Cate non si è mai lagnata e per questo ho sempre pensato che quello che le davo bastasse…”
Lele: “E magari non basta…”
Guido: “Ma che cacchio vogliono da noi? Non dovremmo mica metterci a recitare poesie no? Scopare è scopare e non ci vogliono molte invenzioni.”
Lele: “Guido, temo che sia per quello che le donne se hanno il coraggio di prenderti alla fine ti mollano come un lebbroso…”
Altre risatelle di circostanza. Ma il dubbio sembra farsi strada. Gino, sarà perché è il più grande di tutti, tenta di mediare: “In effetti che senso ha preoccuparsi di una donna che non ti interessa se non per fare sesso. Anche se, ad onor del vero, a tutti piacerebbe fare una bella figura e magari essere ricordato dai posteri. Certo che hai un bel dire “sono stanco”, ma la tua donna ha pure diritto di trovare gusto in quello che fai assieme. Non dovrà pagare sempre i tuoi umori e le tue preoccupazioni no?”
Lele: “Anche io penso che bisognerebbe parlare di più con la propria compagna. Bisognerebbe gratificarla. Insomma si sa che le donne sentono differente e quello che fa sballare te, a loro potrebbe non smuovere niente. Ci avete mai pensato? Per noi uomini esiste il Viagra, ma per loro che cosa c’è? Nessuno si è mai preoccupato di scoprire la pillolina che procuri loro un piacere soddisfacente. Che sia vero che noi uomini pensiamo solo a noi stessi?”
Aldo: “Però a me seccherebbe un casino avere per le mani una donna che finge. E’ un comportamento da vera puttana no? Perché dovrebbe mentirmi, chi le dà questo diritto?”
Gino: “Ma non hai capito che quasi tutte mentono per non ferirci e non farci star male?”
Aldo: “Ma tu lo sopporteresti?”
Gino: “Mi sa che lo sopporto, sì, almeno una volta alla settimana.”
Guido: “Ehi, ma perché non chiediamo a questo Davide come fa? Magari ci fa capire cosa fa alle donne perché ne siano entusiaste.”
Gino: “Ma Guido, sei proprio duro eh? Quello non è un racconto di realtà, è solo una provocazione per parlare dei rapporti tra gli uomini e le donne…”
Guido: “Ah ma allora possiamo stare tranquilli, non esistono uomini, come Davide, che ci insidiano le donne, vero?”
Lele: “No, caro Guido, purtroppo no… ovviamente purtroppo per loro, le nostre donne.”

Volevo volare

In Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù on 26 febbraio 2010 at 12:36

Non si può spiegare. Quando ero ragazzina avevo il mio bel da fare per riuscire ad armonizzare le mie gambe lunghe e formate, come quelle di un adulto, con i calzini di cotone corti che dovevo indossare. Oggi è facile, i genitori vestono i figli con le cose giuste. Insomma mica sempre, ma generalmente i ragazzini superano l’età del disagio con degli abiti adeguati addosso. Ai miei tempi invece essere alta 1,70 e avere un fisico da donna, pur se acerbo, non aveva fatto pensare ai miei che i calzini corti di cotone, non erano proprio la soluzione per farmi sentire a mio agio. Pazienza quello, anche se per me era già troppo. C’era dell’altro, dovevo anche subire il taglio dei capelli. Per la mia famiglia era un rito che mio padre imponeva. Servizio a domicilio. Ogni mese si presentava a casa il signor Nube. Tagliava i capelli a mio padre, a mio fratello e anche a me e che fossi donna non faceva nessuna differenza. Era un taglio netto, maschile, quasi militare, addolcito solo da una specie di vezzo che mio padre chiamava la “mascagna”. Ecco come si fa ad odiare di nascere donna in un mondo maschile. Successivamente, quando avevo trovato la forza della ribellione, sottraevo i miei fratellini minori al taglio di famiglia. Ogni volta quando arrivava Nube, io e i miei fratellini uscivamo alla chetichella con qualche falsa scusa o giustificazione per non subire la tosatura. Ero diventata brava, avevo trovato il modo per far crescere tutti i capelli rossi di casa. Sì, perché da me in poi il colore dei capelli si era manifestato anche nei miei fratelli in tutti gli ori del rosso ed era proprio una pena vederli tagliati. Così incominciarono le mie battaglie per contrastare mio padre e per difendere i miei fratellini dalla sua irragionevolezza.
Insomma nell’età dei brufoli, che io non avevo, non era di quelli che mi vergognavo, ma era di come andavo vestita. Insomma proprio il modo di andare per strada coperta, senza la minima idea di poter apparire graziosa o piacere. Forse era da lì che mi portavo dietro l’imbarazzo del mio corpo e anche un’idea di disagio nei confronti di quella che alcuni definivano bellezza. Qualcuno sosteneva che lo fossi, ma io non mi vedevo bella. Non dico che non fossi carina, per piacere piacevo, ma non mi sentivo affatto bella e sentirmelo dire mi imbarazzava oltremisura. Mi sembrava falso e ruffiano. Non riuscivo ad accettare di avere un aspetto che mi distingueva dagli altri. Non sopportavo di essere agevolata dal mio aspetto fisico. Di questo provavo imbarazzo, incredulità, senso di colpa. Non è giusto che le persone vengano valutate per il loro aspetto fisico e che questo determini anche differenze di trattamento e di qualità della loro vita. Testardamente quando mi accorgevo di conquistare il ragazzo che piaceva anche alla mia amica più bruttina, oppure che mi si perdonavano più cose che ad altre, mi sentivo umiliata ed in colpa. Provavo la sensazione di essere chiusa in una gabbia che non volevo. Avrei barattato questa qualità con mille altre nelle quali credevo di più.
Ecco perché quando superai l’età dei brufoli e raggiunsi lo stato di ragazza il mio desiderio più forte, il mio sogno più intimo era quello di “volare via”. Desideravo staccarmi da una famiglia troppo ingombrante, desideravo una libertà che i tempi e le condizioni sociali non mi permettevano. Sognavo di trasformarmi in una donna diversa in una società diversa. Volevo essere uomo e con questo non sottostare alle regole che venivano applicate alle donne. Voler volare significava uscire dal quotidiano, uscire da me stessa e dal mio involucro indesiderato, significava liberarmi dell’educazione e delle imposizioni che mi imprigionavano. Sinceramente un giorno io presi il volo. Mi accorsi subito che non stava solo in quello il mio atto liberatorio. Volare non bastava. E se io incominciai a volare era un volare basso, radente il suolo. Uno svolazzare senza grazia e senza fortuna. Ormai non avevo più i calzini a rendermi la vita difficile. Avevo un ruolo di cui non riuscivo a liberarmi. Vivevo a contatto con uomini che sapevano solo camminare. I miei sogni non appartenevano agli altri e in troppi mi hanno obbligato ad accettare la gabbia che la vita imponeva. A volte penso di aver sbagliato generazione. Ma non mi sembra proprio che i giovani d’oggi abbiano potuto volare più alto. Forse non è ancora venuto il mio tempo. Forse sto ancora aspettando di trovarlo. Certamente oggi ho trovato una dimensione tutta mia e non sogno più un volo libero. Mi sarebbe difficile se non altro per la stazza. Ma ho imparato che i sogni non si devono svendere mai. Spesso di notte mi libro ancora a qualche metro sotto il settimo cielo.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: