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Libera Repubblica di Santa Margherita

In Nuove e vecchie Resistenze on 17 marzo 2011 at 0:05

13 marzo 2011 festa della libera Repubblica di Santa Margherita.
Santa Margherita cos’è e dov’è? Facile è solo un luogo. Un grande Campo (leggasi piazza per chi non è veneziano) e si trova ovviamente a Venezia che di Repubblica se ne intende.
Siamo negli anni che precedono la costituzione della Repubblica Italiana e Venezia insorge dal giogo austriaco, ritorna Repubblica il 17 marzo 1848, la Repubblica di S. Marco, e nomina Presidente, il liberato dalle carceri dell’oppressore, Daniele Manin. Venezia subisce assedio e nel 1849 ricade in mano nemica. Manin fugge a Parigi e lì muore nel 1858.

Ricordate i versi:
«[…] Sulle tue pagine scolpisci, o Storia,
l’altrui nequizie e la sua gloria,
e grida ai posteri tre volte infame
chi vuol Venezia morta di fame!
Viva Venezia!
L’ira nemica la sua risuscita
virtude antica;
ma il morbo infuria, ma il pan le manca…
sul ponte sventola bandiera bianca!
»
(Arnaldo Fusinato)

Per riconquistare la città gli austriaci tentano il primo bombardamento aereo della storia. Le mongolfiere piene di bombe incendiarie tentano di sorvolare la città, ma il vento le porta indietro sulle linee nemiche. Poi più che la fame fu il colera a vincerla.
Persino Garibaldi dopo la caduta della Repubblica Romana cerca di raggiungere Venezia, che combatte ancora, ultimo baluardo, ma viene fermato dagli austriaci a Comacchio.
Ma cosa c’entra, a questo punto, la Libera Repubblica di S. Margherita? E’ solo perché in questo Campo, nascono i primi moti insurrezionali. Le ragioni sono svariate, indubbiamente  la più valida è la variegata umanità che vi gira intono. I “Barnabotti”, nobili decaduti e ospitati presso l’ospizio di S. Barnaba, abbracciano per rivalsa e come reazione alla loro posizione, per primi le “idee francesi”, ma la zona è abitata da operai, piccoli bottegai, artigiani e donne orgogliose, che si ritrovano nel mercato rionale che è il secondo per importanza nella città. Tutta umanità coraggiosa e dalle idee aperte, che mal sopportano le gabelle e le restrizioni di un Governo lontano dai loro problemi. Tra i tanti, vorrei spendere una parola in più per quelle donne orgogliose, che in altri tempi, ancor prima delle suffragette d’Inghilterra e di Francia scendono in piazza a chiedere il suffragio universale.
Bella storia di un percorso verso la libertà e l’unione di una Nazione. Troverete questa storia nell’interessante e piacevole libro: Nella Repubblica di S. Margherita di Giovanni Sbordone.
E’ solo una parte della storia della nostra Repubblica e mi pareva giusto riportarla nella sezione Vecchie e Nuove Resistenze. Perché anche il nostro Risorgimento e l’unità d’Italia viene fatto con il  sacrificio della vita di molti patrioti, simile a quello coraggioso per la liberazione del nostro paese dal fascismo.
L’Unità d’Italia ha origine da federalistici movimenti che aveva un’unica volontà quella di unire. I federalisti di oggi dovrebbero ripensare alla nostra storia, che è costata dolore e sangue e dovrebbero riconoscere i valori di questo paese che ha trovato la sua forza dietro ad un semplice nome: Italia Unita.

Odio gli indifferenti

In Antifascismo, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 23 febbraio 2011 at 5:21

Foto di Antonio Gramsci propriettata sullo sfondo al Festival di Sanremo 2011Avevo già in mente tra i “Materiali resistenti” di ricordare Antonio Gramsci. Lo volevo ricordare attraverso un altro suo scritto. In maniera diversa. Per sviluppare un discorso diverso. Il fatto che due comici, Luca e Paolo, lo citino a Sanremo, davanti ad una sua foto gigantesca (sopra riprodotta), è una cosa talmente insolita che mi spinge a farne cenno qui e ora. Mi riservo di tornarci con quanto mi ero precedentemente prefisso. Nel frattempo cerco di vincere la sorpresa per un festival della canzone di cui l’ultima cosa che ricorderò sono le canzoni e non per colpa delle stesso. Scuoto la testa da quel senso di beata ebetudine per rendermi conto che l’hanno fatto veramente.

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

23) Le ultime lettere di Jacopo Ortis

In Un libro al giorno on 30 giugno 2010 at 12:00

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito? Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho obbedito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci. Or dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace? Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati? E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl’italiani. Per me segua che può. Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da’ pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de’ miei padri.

Soluzione
Titolo: LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS
Autore: UGO FOSCOLO
tema: Jacopo Ortis, studente universitario veneto di passione repubblicana[1], il cui nome è nelle liste di proscrizione, dopo aver assistito al sacrificio della sua patria si ritira, triste e inconsolabile, sui colli Euganei dove vive in solitudine. Passa il tempo leggendo Plutarco, scrivendo al suo amico, trattenendosi a volte con il sacerdote curato, con il medico e con altre persone buone. Jacopo conosce il signor T. che è il padre di Teresa, Odoardo, che è il promesso sposo della figlia e poi Teresa e la sua piccola sorella Isabellina e comincia a frequentare la casa. È questa, per Jacopo, che è sempre tormentato dal pensiero della sua patria schiava e infelice, una delle poche consolazioni.
Un giorno di festa aiuta i contadini a trapiantare i pini sul monte, commosso e pieno di malinconia, un altro giorno con Teresa e i suoi visita la casa del Petrarca ad Arquà. I giorni trascorrono e Jacopo sente che il suo amore impossibile per Teresa diventa sempre più grande. Jacopo viene a sapere dalla stessa Teresa che essa è infelice perché non ama Odoardo al quale il padre l’ha promessa in sposa per calcolo, nonostante l’opposizione della madre che ha perciò abbandonato la famiglia.
Ai primi di dicembre Jacopo si reca a Padova, dove si è riaperta l’Università. Conosce le dame del bel mondo, trova i falsi amici, s’annoia, si tormenta e, dopo due mesi, ritorna da Teresa.
Odoardo è partito ed egli riprende i dolci colloqui con Teresa e sente che solo lei, se lo potesse sposare, potrebbe dargli la felicità. Ma il destino ha scritto: “l’uomo sarà infelice” e questo Jacopo ripete tracciando la storia di Lauretta, una fanciulla infelice, nelle cui braccia è morto il fidanzato ed i genitori della quale sono dovuti fuggire dalla patria.
I giorni passano nella contemplazione degli spettacoli della natura e nell’amore per Jacopo e Teresa, i quali si baceranno per la prima volta in tutto il romanzo. Egli sente che lontano da lei è come essere in una tomba ed invoca l’aiuto della divinità. Si ammala e, al padre di Teresa che lo va a trovare, rivela il suo amore per la figlia.
Appena può lasciare il letto scrive una lettera d’addio a Teresa e parte. Si reca a Ferrara, Bologna, Firenze e Milano,portandosi sempre dietro l’immagine di Teresa e sentendosi sempre più infelice e disperato. Vorrebbe fare qualcosa per la sua infelice patria ma il Giuseppe Parini con il quale ha un ardente colloquio, lo dissuade da inutili atti d’audacia.
Inquieto e senza pace decide di andare in Francia ma, arrivato a Nizza si pente e ritorna indietro.
Quando viene a sapere che Teresa si è sposata sente che per lui la vita non ha più senso. Ritorna ai colli Euganei per rivedere Teresa, va a Venezia per riabbracciare la madre, poi ancora ai colli e qui, dopo aver scritto una lettera a Teresa e l’ultima all’amico Lorenzo Alderani, si uccide, piantandosi un pugnale nel cuore.
La lettera di apertura del Romanzo. La lettera è indirizzata a Lorenzo Alderani, ed è stata scritta l’11 ottobre 1797. Jacopo fa riferimento a un sacrificio della patria, che può essere anche ricollegato al Sacrificio religioso. Jacopo fa subito intendere di aver perso ogni speranza per la patria e per se stesso, e dalla frase “aspetto tranquillamente la prigione e la morte” si conosce già l’esito del romanzo. Fin dalle prime pagine quindi, il destino del protagonista è segnato.

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