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Se perdo te

In amore, musica, personale on 16 aprile 2016 at 18:41

Una piccola vecchia canzone, il gusto dolce amaro di quegli anni, era l’inizio del 1968, ma noi non lo sapevamo, nessuno sapeva che, in quell’anno, la mia generazione avrebbe avuto un appuntamento con la Storia e noi non sapevamo certamente quanto saremmo cambiati poi.

Io allora sapevo solo che tu dovevi partire. Nessuna certezza, nessuna sicurezza solo i tuoi occhi verdi che avrei perduto.

Strano che allora una canzone significasse tanto, strano poi che quella canzone, per me, non fosse mai diventata vecchia e nemmeno ridicola, come succede a tante cose perdute nel tempo.

Una canzone che tornava ogni volta a rimestare negli angoli bui dell’anima. Un dolore sordo che non si era mai sedato, la cui origine non avevo mai volutamente veramente sondare.

E allora io ti avevo perso al suono di quella canzone e oggi so che il mio cuore non lo aveva mai dimenticato.

Erano passati solo due mesi dal quel combattuto e litigato primo bacio, che tu non volevi e al quale io ti avevo costretto, ed erano passati solo cinque mesi da quando ci eravamo conosciuti. Colpa sempre di quell’amico, che aveva una cotta per me, e che io vedevo solo con amicizia. Poi non so che cosa avesse pensato, credo che, nella sua testa, solo tu mi potevi fermare ed infatti solo tu mi hai fermato. Non a lungo e non per sempre, ma ci fermammo e ci guardammo negli occhi.

Non è facile aver sedici anni, imparare a vivere, ed essere sicuri di se stessi. Non è facile desiderare la libertà e non poterla avere, doversela guadagnare pagando un prezzo troppo alto per ogni conquista.

Ma questo spiega solo di me. Non tiene conto che pure i tuoi vent’anni non andavano tanto meglio e pure tu hai pagato i tuoi conti con la vita.

Ma quella canzone era la nostra e lo è sempre stata, sebbene che per ragioni evidenti, io non volevo sapere a chi fosse legata e perché.

La ballammo quella sera, a casa di qualcuno di cui non ricordiamo il nome, ballammo nel buio stretti e disperati, come solo dei ragazzi giovani, di fronte al baratro, riescono a fare.

La data la ricordo era l’11 febbraio 1968, il giorno dopo hai preso il treno e sei uscito dalla mia vita.

Roma non è molto lontana e non lo è nemmeno Civitavecchia, ma allora per me era l’altro capo del mondo dove catapultavo le mie lettere quotidiane e qualche breve e complicata telefonata.

Non sapevamo che se per caso non fosse stato amore, sicuramente era la più bella espressione di amicizia di cui saremmo mai stati capaci. Qualcosa che a pensarci bene era quasi amore, ma senza quella voglia di autodistruzione o di rivalsa che molto spesso quel sentimento porta con sé.

A te sarebbe andato, per tutta la mia vita successiva, un pensiero fugace, quando avrei avuto voglia di avere un amico vicino, o di fare una telefonata oppure solo di restare ad ascoltare una voce, ma non una qualsiasi, la tua voce profonda e calorosa.

Ma tutto andò storto o meglio andò come il destino aveva previsto che andasse. Tu non tornavi per impegno e per orgoglio, io non aspettai, se non fino alla fine di quell’anno assurdo che poi avremmo dovuto per forza ricordare.

Allora non ammettemmo quanto ci siamo mancati ed io non lo feci nemmeno dopo. Io diventavo donna senza di te, avrei avuto un compleanno che perfino mia madre si era dimenticata. Avevo i nostri amici che mi riempivano la vita, almeno quel poco di vita di cui allora potevo godere.

Ma tu non tornavi e io pensavo davvero che non ti interessasse tornare… per me.

Pensavo che tu fossi destinato ad altro, che il tuo futuro non avrebbe avuto il mio nome. E contemporaneamente comprendevo che tu non avresti potuto essere il mio destino, e che dovevo aprirmi la strada senza di te.

E così rimase quella canzone che parlava di noi, e di cose taciute, sconosciute oppure non dette, che mi strizzava il cuore senza motivo anche a distanza di anni e pure tanti.

La vita ci aveva separati: una piccola storia che tu, solo dopo, avresti chiamata “breve, ma non piccola”, un amore che era più amicizia, ma che solo dopo io avrei capito che non faceva differenza. Una breve storia d’amore che ci cambiò.

Una separazione lunghissima, intrecciata a vite separate e complicate, come devono essere le vite, per poi riportarci a quel punto di partenza che era la nostra nuova storia da vecchi.

Il caso ci ha rimesso assieme strizzando l’occhiolino. Un caso burlone che tanto ci aveva tolto e tanto oggi ci tornava, con gli interessi.

Ma questa è un’altra storia anche se la colonna sonora è sempre la stessa o almeno quella che ora noi sappiamo che era solo la nostra canzone e di nessun altro.

 

Ambarabacicicocò… quattro gatti sul comò

In amore, Donne on 29 ottobre 2014 at 19:56

quattro_gatti

Viene buio presto alla sera.
La strada è fredda e i passi risuonano strani sul selciato.
Passi stanchi… i suoi.
Devo passare a prendere qualcosa da mangiare.
Ma non sta pensando a lei.
Fa freddo e tira vento da nord.
Notte da lupi, notte da streghe.
Da quando lui se n’è andato, i suoi passi sono diventati più stanchi.
Inutile dire che si invecchia, inutile dire che una volta tornava a casa con più allegria.
Adesso pensa alla voglia di caldarroste. Almeno allora quando passava di lì, ne sentiva l’odore, e il sapore sulla lingua. Pareva ancora di scottarsi.
Un cartoccio prego…
Ora i cartocci sono proibiti dalle norme d’igiene. Tutto deve stare dentro ad igienici sacchetti di plastica.
Plastica inodore. Cibo insapore.
Allora si andava al cinema. Adesso anche quelli sono chiusi.
Anche i film sono chiusi in sacchetti di plastica.
Inodori ed insapori.
Fa freddo ed io torno a casa.
La casa vuota.
Il rumore della chiavi sulla toppa.
Il cigolio pietoso sui cardini.
Vago odore di ammoniaca.
Devo cambiare la lettiera. Puzza.
La caldaia che sbuffa in cucina.
La luce che illumina senza pietà la stanza.
Che orride queste luci al rispamio.
Vuoto intorno.
Le ciabatte per favore.
Ha voglia di mettersi sotto la coperta sul divano.
Ma manca qualcosa…
Ma dove sono?
Entra nella stanza da letto a piedi scalzi.
Aspetta ad accendere la luce, li vuole sorprendere.
Sente ovattato un tonfo e uno scricchiolio.
Amba rabà cici cocò quattro gatti sul comò…
Due sull’attenti, uno steso a pigrire, il quarto sospeso in uno sbadiglio.
Pure loro stanchi di aspettare.

Una vita senza rimpianti

In amore, Donne, Libri, personale on 16 settembre 2011 at 0:15

Esiste una vita senza rimpianti? Me lo chiedo così, senza metterci troppo pathos, perchè la risposta la so. Le domande a cui sai già come rispondere non ti sconvolgono mai, almeno a me succede così. Non è solo perchè sto leggendo questo libro nel quale la protagonista femminile, Orah, durante la sua fuga dalla realtà, in un lungo viaggio a piedi per la Galilea, legge le pagine del suo quaderno che sono state riempite dei rimpianti di altri.
Se avessi anch’io un quaderno blu, cosa ci troverei scritto dei rimpianti degli altri? e quali sarebbero i miei? Forse sono troppo testarda per ammettere che qualche rimpianto ce l’ho e che qualcosa cambierei nella mia vita, se questo mi fosse possibile.
Probabilmente tornerei alla mia infanzia e cercherei di vincere la freddezza di mio padre, anche se so di averlo già tentato e di non esserci riuscita nemmeno allora.
Forse non mi lascerei mettere in un angolo, ancora prima di tentare di fare quello che ho sempre sognato di fare. Probabilmente rimpiango la mia giovinezza, che non fu facile, ma che è stata l’unica giovinezza che ho avuto e che forse ho un po’ sprecato. Forse avrei amato senza nascondermi e senza quello stupido orgoglio che mi ha, comunque, tenuto in vita. Forse, avrei avuto quattro figli, uno diverso dall’altro, ma tutti stupendi (che poi si sa: ogni scarrafone è bello a mamma sua…) avrei studiato per poter fare la reporter nelle zone di guerra e avrei sofferto di quello che vedevo, ma vissuto come sognavo di fare. E più guardo dentro la mia vita è più vedo occasioni perse e rimpianti in agguato. Vedo sogni irrealizzati e tristezze impalpabili. E poi i grandi rimpianti sono solo piccole cose, la vita comunque è una grande avventura, e io di vite ne ho vissute molte, una sull’altra, spesso cambiando direzione o per amore o per forza.
Di questa vita mi sono rimaste poche, ma dolcissime cose. Almeno di questo non ho rimpianti. Se ho sbagliato ho pure pagato fino in fondo, eppure ho conservato tesori dentro di me che non sono stata capace di dimenticare mai. Cose che mi sono tornate indietro assieme alla possibilità di ricomporre i sogni. Non esiste una vita senza rimpianti, sarebbe insulsa e priva di mordente, sarebbe di una noia mortale e fredda come l’Alaska.
E io sono piena di passioni anche se mi sono nascosta bene per il timore di farmi saccheggiare troppo in fondo. Se poi ho un rimpianto grosso è quello di aver sofferto in silenzio, senza che nessuno capisse e se ne curasse. Ecco, ho il rimpianto di non aver tenuto vicino chi si sarebbe potuto prendere cura di me, perché se aspettavo la mia volontà di volermi bene, beh… allora sarei ancora qui ad aspettare.

l’invidia

In amore, La leggerezza della gioventù on 17 settembre 2010 at 5:51

Fotografia a colori di Ross seduta serena che aspetta suo figlioLei dice che sono diverso. Me l’ha sempre detto. Non so se è un complimento. Ancora una volta mi sottraggo. Lo so che lo dice come complimento. A volte anche la modestia smette di essere una virtù. Lei è quella che mi ospita qui. Qui, e in ogni posto accanto a sé e nel suo cuore. Io, invece, non lo so se sono diverso. Il problema è che bene o male, più o meno, ho sempre vissuto con questo me stesso. Mi sono sempre conosciuto così. A volte diversi mi sembrano gli altri. Per piccoli particolari, perché questo non mi fa certo pensare migliore, non mi fa usare arroganze, mi sembra impossibile. Essere come sono mi pare del tutto naturale. E ho imparato a piacermi, raramente e recentemente. Li vedo i miei difetti. Non sono cieco. Cerco di correggerli. Di emendarmi. Mica sempre ci riesco. Poi scatto per un non nulla.
Dove voglio andare a parare? Non lo so. So solo che eravamo rimasti al diario, suo, ritrovato. Alle foto, del suo passato; che stiamo recuperando digitalizzandole. Le foto, naturalmente; non il passato. Veramente le sto recuperando e poi sono diapositive. Perderci gli occhi contro la luce della finestra mi sembra un’inutile tortura. Per poi non avere risultato. E il proiettore non stai certo lì a tirarlo fuori alla prima occasione. E Lei nemmeno si ricorda in quale angolo è finito. Così tra diari e diapositive non facciamo che trovarci invischiati nel passato. Che non è nemmeno un passato comune. E nemmeno tanto passato. Ma quello che è peggio, o piuttosto più singolare, è che sono solo poche pagine di diario, e quelle riguardano proprio quasi noi due. Allora. Ma non è solo di me che confusamente volevo parlare. Il fatto è che oggi la mia vita è piena di Lei. A me sembra un amore giovanile, ma se è senilità debbo dire che non riconosco differenze. E che anche gli amori senili hanno quel pizzico di pazzia e di confusione che hanno tutti. Solo un po’ di consapevolezza. Di coraggio. Di determinazione.
Veniamo al dunque. Con decenza parlando… si stava lì a coccolarci. Ci capita spesso. Lasci tutto e ti rintani nella tenerezza silenziosa e un po’ soporosa. Dimentichi il resto e lasci tutto fuori. Nulla di drammatico, tutt’altro. Lo so che piacciono le storie con una qualche difficoltà, con un che di tragico, meglio se con il lieto finale. Per ora non abbiamo che quel finale. Le difficoltà sono così minime da non aver peso. Nemmeno si possono definire veri rim-pianti. Soprattutto senza i pianti. Beh! qualcuno c’è stato ma di tutt’altro genere. Lacrime tra il ridere e il sorridere a cuore leggero. Insomma ha tutto un che di mieloso. Avrei detto: da fare schifo. Avrei detto, ma oggi niente è come era.
Guadava le foto scorrere sul monitor. Pensava a quel passato, non tutto fatto di sorrisi. Non l’ha detto che pensava allo stesso tempo a me in quegli anni. Così stavo riflettendo alle sue parole: “Non sono mai stata gelosa, ma un po’ lo sono. Non vera gelosia. E’ solo che mi dispiace di non esserci stata. Qualcosa così”. Non ha detto che avrebbe voluto trovarmi in quelle foto. Che poi io non ho proprio foto. In quei momenti c’è sempre un po’ di recriminazione per quello che abbiamo sciupato. La sua voce diventa appena lamentosa e meno palpabile. Continua a farsene una colpa maggiore di quella che ha avuto. Ad assolvermi. E io mi scordo di dare un tono alla mia voce. Non sto a sentirmi. Vorrei solo ripetere quello che ho sempre ripetuto. Mi lascio ad un po’ di stizza. Ma questo succede di solito. E di solito non è sempre.
A pensarci bene -e gliel’ho detto- non è gelosia, la mia. Mai stato geloso. Non è nemmeno vero rimpianto. E’ qualcosa di diverso. Cerco di spiegarLe quello che nemmeno io riesco a capire. Mentre scorro le foto, le fotoritocco, lavoro con passione e… amore. Ad ogni foto mi innamoro di Lei. Di tutte quelle Lei. Delle sue età; anche di quelle che non ho vissuto. Quasi di più. Vorrei chiederLe. Anche quello che Lei fatica a dire. Mi sembra che mi parlino. Che mi chiamino. Qualche volta con un bisbiglio. Qualcuna si confida. Gioisco se trovo un sorriso convinto. Se la colgo, cioè se la coglie la foto, in un momento… spensierato. Se c’è un retrogusto non è né gelosia né rimpianto. Semplicemente invidio le persone che sono con Lei. Forse non è un sentimento nobile, ma quello è. Vorrei esserci. Non al posto. Semplicemente mi basta esserci anch’io. E ci sono; per quell’attimo.
Il fatto è che non so cosa è diverso. So solo che io so amare in un solo modo. E tutto mi sembra naturale. E non parlo solo dell’amore per una donna; quella donna. Mi sorprendo delle sue sorprese, ma forse di questo varrebbe parlarne. La persona che chiede senza dare, che chiede per sé senza dare nulla di sé, non dico che non sa amare. Ripeto che non sa ciò che perde. Sostengo che ama di un amore diverso dal mio. E vorrei poter tenere la sua mano mentre cerca tranquillità e sta aspettando quel figlio che sento anche mio. Il bambino che in altre foto sgambetta sotto i suoi occhi. Oggi lui ha ventisei anni. Sembra nostro. Non è possibile. Non importa. Come posso non sognare? E poi cosa costa?

Fotografia a colori di Ross che mangia crackers su una panchina (1982)

aMare

In amore, La leggerezza della gioventù on 15 settembre 2010 at 5:58

Fotografia in bianco e nero al passo Rolle nella neveNostalgia? 1 gennaio 1968. Per un attimo vorrei scordare tutto, proprio tutto, ritrovare il tempo. Non posso. Ora lo so. Ora che posso ricordare. Ora che so. Lei ha ritrovato quel maledetto diario. Nero su bianco. Certo… parole arruffate. Vorrei dire che quel ragazzo non ero io. Non posso più fingere. Per non ritrovare il tempo dovrebbe non esserci stato. Non sembro nemmeno io a parlare. Io che non ho mai voluto scordare. E allora lascio agli altri la consolazione dei rimpianti. Non voglio scordare nulla. Tanto non ho mai imparato a farlo. E poi c’è quel diario. E tutto il tempo ritrovato.
Rimpianti? Pensieri. Pensieri stupidi. vent’anni. Sembrano stupidi a quell’età. Oggi so che non lo sono mai stati. Si può essere stupidi a vent’anni. Si può essere tutto. Puoi non perdonarti niente. Eppure dopo volevo dimenticare. Volevo convincermi che avevo avuto solo quello che avevo voluto. Rintanato in me. Ferito dalla memoria, che non voleva andare. Ma la vita è come quel diario: disordinata. E quel diario mi insegue. Mi perseguita. So già che tornerà. Non si dovrebbe mai rileggere. Mai tornare. Mai pensare a tutte le maschere indossate. Mai dire “se”. Ma avevo un appuntamento. Non lo sapevo. Ora lo so.
E vorrei restituirle tutto. Tutto quello che non ha avuto. Che non le ho dato. Le mie assenze. Certo che avevo di che essere giustificato. Le sue colpe. La sua colpa. Basta questo? Certo che no. E a volte è come un pugno allo stomaco quel suo non rimproverarmi niente. Quel farsi carico di tutto. Quel dire “ho sbagliato da sola”. Pensieri di oggi. Il peso di oggi. Come se non ne avessimo abbastanza. E la leggerezza del suo sorriso. E Lei, proprio Lei, mi costringe a ricordare. Lei che ci è riuscita così bene, a dimenticare. E tutto sembra così leggero; oggi. Quasi fosse volubile. Lieve. E la luce che entra dalle finestre è tenue. E’ una polvere quasi impalpabile. Quella del mattino. Quella della serenità.
Non volevo amare. Allora. Avevo paura di amare. Era tutto così difficile. Come se oggi fosse diverso. Avevo paura della paura. Non era mai stato così. In fondo è proprio questo che le ho ripetuto: “Ti prego, non mi amare”. Ma con lei non era mai stato nulla come prima. Fin da subito. Fin dal primo momento. Fin dal primo sguardo. Ora lo so che si deve sempre credere solo al cuore. Ma questo ora. Ora che è rimasto quel diario. E ritrovo le foto. E un sapore amaro. Come non sapessi dove sono stato. Come potessi ignorare. E allora ti lasci spazio ad immaginare. E cerchi parole per consolarti.
Vent’anni. Quei vent’anni. Un rimprovero? Una condanna? Mi sembrava di essere forte. Di essere sicuro. Vicino a Lei. Solo vicino a Lei. Che veramente potessimo cambiare le cose. E cambiare noi. E ce lo dicevamo. Parlavamo molto. Parlavamo di tutto. Non avevo più pudori. Non avevo ancora pudori. Avevo la gioia di dire. Gli dicevo tutto. Tutto ma non gli potevo dire quello che non riuscivo a capire. Che non potevo capire. Non gli nascondevo nessun pensiero. Quello che non gli dicevo era di quell’altra paura. Del linguaggio del mio corpo. Di quello che sentivo. Della pelle.
Credevo di aver amato. Di essere solo egoista. “Stringimi forte”. Scoprivo di non averlo fatto. Non me lo sarei mai confidato. Si ha la certezza solo quando si incontra l’amore. Perché l’hai scritto? Nero su bianco. Quando amavo. E tutto era una prima volta. No! non era come le altre. Ed era lei che lo aveva voluto. Anche questo era la prima volta. Era strano. E invece no; lei lo aveva voluto. Gli avevo detto di no. Almeno quella prima sera. E io che ancora non potevo sapere perché. Ero confuso. Non ci poteva credere. No! non era mai successo. Nemmeno questo. Uno che le dicesse di no. Non sarebbe dovuto succedere mai; e mai più. Non mi ero mai sentito tanto stupido. Così nudo. Indifeso. Solo davanti a me stesso. Com’è possibile non aver paura. E quel corpo che rabbrividiva, che fremeva. Ad ogni bacio. Per ogni stupido bacio. Era un corpo che desiderava. E non conosceva il desiderio. Come si può non aver paura? Volevo fuggire. Gli correvo incontro. E il tempo non mi dava il tempo di amare. Nemmeno quello di pensare. Né di respirare. Dovevo partire.
Sapevo che sarei stato lontano molto tempo. Molto lontano. Troppo tempo. Sapevo chi ero. Non sapevo quando e se sarei tornato. Non era mai stato tanto bello un bacio. Tanto soffocante. Non avevo mai sentito quella necessità. Eppure sapevo che non l’avrei mai perduta. E’ per questa stupida convinzione che ho tradito. Non lei, ho tradito il mio amore. Me. Tanto non ci saremmo persi mai. Ad ogni modo lei ci sarebbe stata. E Lei meritava quell’amore. Ne aveva diritto. Non avevo ancora provato la fatica del dimenticare. La sfida del tempo. Non credevo esistesse un dolore tanto grande, e assurdo, e faticoso, e dirompente. Ma ero solo un ragazzo. Non perché avevo vent’anni, ma perché erano arrivati troppo presto. Avevo troppi sogni in testa, e troppa confusione. E persino i giorni erano confusi. Tutto correva troppo in fretta.
Ma come potevo io credere? Io che non soffrivo silenzio. E gli altri che sembrano aspettarsi qualcosa di intelligente. Aspettano che parli. Gli sembra che sia una cosa importante. Come potevo. Che potesse amare proprio me. Era bella. Molto bella. E come potevo credere di amare nei giorni della rabbia? Come potevo credere nell’amore al tempo della lotta? Per mettere ordine in tutta quella confusione avrei avuto bisogno di una vita. “Ti prego; non amarmi”. Tra tanti proprio me. Non potevo crederci. Tutti le ronzavano intorno. Tutti la amavano. E quando aveva avvicinato le labbra alle mie mi ero nascosto nell’abbraccio. Nel buio di una sera di dicembre. Avevo chiuso gli occhi per non vedere la luna.
Non mi era mai successo. Non le era mai successo. Come potevo non avere paura? Ero così stupido. Come potevo non annegare tra tanti dubbi? Non potevo appartenere a nessuno. Credo di averglielo detto. Soprattutto lei non doveva essere mia. Mi piaceva da impazzire il suo sorriso soddisfatto. I suoi occhi a frugare l’orizzonte. La libertà di quell’aria tra i capelli. “La vita ti aspetta. Non ti fermare”. Invece niente è come si crede. E niente diventa quello che si vuole. Non volevo innamorarmi perché già l’amavo. Non volevo perderla e le dicevo che non potevo restare con lei. Fummo più stupidi o più orgogliosi? Sicuramente entrambi. Sicuramente più stupidi. Andare al mare è stato farci straziare dalla malinconia.
Tutto quel tempo passato come non fosse. Tutti quegli anni in fila a lottare con i minuti. E tutto che torna come in un brve lampo. Lasciate chiusi i diari, se potete. Solo oggi so che non l’avrei dimenticata mai.

Foto a colori di Ross a Londra

Solitudine

In amore, Anomalie, Donne, La leggerezza della gioventù on 23 marzo 2010 at 13:26

Non era una serata più brutta delle altre. Pensandoci non c’erano dei veri motivi per essere esageratamente tristi, almeno non quei motivi che portano le persone a fare un bilancio della vita. Lei, tutto sommato, si considerava una donna fortunata. Provava, comunque, un sordo dolore a camminare con il vento in faccia e gli occhi a spiare i suoi passi. La questione era che lo faceva anche quella sera come tante altre sere. Anche il tempo metereologico aveva la sua importanza. A volte faceva virare l’umore verso il livido, qualche volta riempiva di rimpianti i suoi pensieri. Sentiva nel dolore anche una specie di vago piacere a camminare lungo il canale, mentre l’acqua montava, sospinta dal vento caldo dello scirocco. Era quel vento che si presentava, improvvisamente, accumulando le nuvole nel cielo grigiastro e sospingendo pensieri in cumuli soffici e impenetrabili nella testa. Era stato un anno freddo e piovoso e sembrava che la primavera non arrivasse più. Ma cosa importava… cosa sarebbe cambiato anche se la notte fosse di cielo terso spruzzato del profumo discreto dei giardini. Niente sarebbe valso a farla sentire meglio. Quella sera qualcosa nell’aria stava cambiando. Lei lo sentiva intono quell’odore di acqua. Pensava a Smilla e al suo incomprensibile senso per la neve, come lei aveva per nascita il senso che le consentiva di conoscere l’acqua. In un momento preciso marzo si trasformava nel preludio della primavera. Era l’odore del mare che annunciava l’avvicinarsi dei giorni di sole e dei pensieri spogli che ritrovavano la pretesa di nuove fioriture. Ma quella sera il vento era gonfio di promesse non mantenute e di malinconie. I pensieri erano rami secchi. L’acqua intanto aveva superato il bordo della riva e lambiva vorace i suoi piedi. Lei continuava a sfidare il vento verso il buio della notte. Sentiva la solitudine nell’anima ed i pensieri disciolti come melassa scura nella testa. Non aveva mai avuto paura, anche se non per questo era una donna coraggiosa. La mancanza di timore era solo mancanza di responsabilità. Aveva avuto così poco amore da offrire. Aveva ricevuto più di quanto avesse dato. Non era facile fare i conti con le cose perdute e quelle volutamente buttate via. Non era facile. Lo sapeva che era stata una donna fortunata, che aveva tutto quello che le altre avrebbero voluto avere. Era certa di essere stata invidiata e di essersi comportata come un’ingrata verso la vita. Ma non poteva fare a meno di essere insoddisfatta e un po’ disperata, mai e poi mai le era bastato quello che le altre le avevano invidiato. Tutto sommato non aveva mai desiderato le stesse cose che sognavano le altre. Anche l’amore l’aveva delusa e forse più di tutto. Cercava una normalità che non aveva mai avuto, per poi fuggirla come la peste. Essere diversa era come un avverso destino, un dato identificativo che sembrava voluto, ma che alla fine diventava un’ossessione. Era la sua impronta, ma anche la sua maledizione. Sentiva un gorgo scuro dentro di sé che inghiottiva tutto… Avrebbe voluto vergognarsi di non sapersi dare pace. Avrebbe voluto accontentarsi. Ma non lo sapeva fare. Il gorgo inghiottiva tutto, persino il suo senso colpa. La solitudine era parte della sua vita ma in quella sera si era trasformata in un peso insostenibile che le opprimeva il respiro. Intanto l’acqua le si avvinghiava alle caviglie e il vento le scompigliava i capelli e le idee. Era come se una mano, senza pietà, la spingesse violentemente in avanti. Era chiaro che non era per la tristezza e non era neppure perché si sentiva in colpa. Ormai non si vedeva più la differenza tra la terra ed il mare ed era dolorosamente certa, in quel momento, che la sua assenza non avrebbe ferito nessuno. Così aveva fatto seguire i suoi passi dentro al buio denso e all’acqua gelida confidando, con estrema presunzione, nel suo senso per l’acqua. Forse il suo istinto e la sua innata fortuna, in qualche modo, l’avrebbero saputa salvare.

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