rossaurashani

Posts Tagged ‘responsabilità’

Io c’ero, ma non è servito a niente…

In Informazione, Le Giornate della Memoria, Mala tempora currunt, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Senza Popolo, Stragi di Stato on 12 ottobre 2013 at 19:44

disarmo

Posso in qualche modo considerarmi fortunata. Ho avuto una vita di “io c’ero” che sono stati tanti, anche, se non altro per il fatto di essere nata la metà del secolo scorso.
La cosa certa è che per ognuno di quei “io c’ero” avrei una miriade di riflessioni da fare. Perché chiaramente ci sono dei momenti in cui, a posteriori si può dire che ad esserci si sono raccolti bei ricordi, indimenticabili, ed altri in cui, anche se incolpevolmente, si sono raccolti sensi di colpa e responsabilità che non si potevano prevedere.
Non tutti i fatti che mi hanno vista testimone sono belli da ricordare. Mi chiedo se ricordo ancora le emozioni che mi avevano preso il 10 ottobre di 50 anni fa…
A quel tempo, poi eravamo in pochi ad avere il telefono e la televisione, ma le notizie volavano lo stesso di bocca in bocca con la velocità del fulmine e quella mattina io ero andata a scuola che la notizia già la sapevo. Mio padre ascoltava la radio presto mentre si radeva.
Io ero a scuola, seconda media, una ragazzina magra e lunga con un grembiale nero più da commessa che da scolara. C’era qualcosa nell’aria come di attonito, un fermento confuso, un’agitazione che faceva muovere senza direzione. L’insegnante di lettere, sempre un po’ arcigna, era stata interrotta da una collega e ci aveva guardato con uno sguardo fisso che non ci vedeva.
Credo avesse usato la parola “incidente terribile” e ci aveva spiegato che dalla diga del Vajont era uscita un’onda insensata, che aveva distrutto tutto Longarone e i paesi della valle.
Sapevo troppe cose, sia che la tragedia era successa sia dove si trovasse Longarone, visto che ci ero passata qualche volta quando andavo in montagna nel Cadore.
Ma la diga non la conoscevo e non avevo mai avuto idea che fosse stata costruita in quella ferita grigia sulla montagna.
La morte era scesa dal cielo e le immagini che avevo in mente erano in bianco e grigio come nella televisione, ma erano anche figlie del fango di quella immane catastrofe.
Mi ricordavo quel paese che vedevo dal treno, che si sviluppava sotto la strada e che andava ad occupare tutta la valle spingendo sul pendio opposto la stazione ferroviaria e poche case. Quello spazio arrampicato che le aveva salvate dalla distruzione.
Ricordo ancora che ci tornai da grande, assieme ad un amico, anche lui curioso di ripercorrere quella strada che si inerpicava verso la diga e passando sotto Erto e Casso, scollinava verso l’altro versante.
Quel paese lunare non lo scorderò mai. Una degna cornice per delle morti tanto ingiuste.
E gli anni son passati e altre morti hanno fatto accumulare stupore e dolore, uno sull’altro, stipati dentro un contenitore senza fondo.
E piazza della Loggia a Brescia, e la strage alla stazione di Bologna, i morti di Ustica e quelle di Bhopal e ancora le torri gemelle (che avevo visitato solo pochi mesi prima assieme a mio figlio). E le guerre feroci che non sono state solo eco lontana, ma di cui abbiamo sentito anche il pessimo odore perché troppo vicine.
Passano gli anni e gli “io c’ero” belli sono stati soffocati da quelli odiosi e tristi. Ho incontrato persone fantastiche, ho visto e partecipato a manifestazioni oceaniche, spettacoli irripetibili, condiviso momenti storici che fanno parte del progresso del nostro paese, ma ho vissuto anche momenti tragici come per esempio i fascisti tornati al potere, un vecchio satiro a gestire l’Italia per più di 20 anni e un popolino ignorante fondare un partito con un certo seguito che riporta la gente ad essere orgogliosa di sparare le più becere cazzate.
Ho visto morire povera gente dentro ad un mare in cui da anni mi bagno quando sono in vacanza e ho provato vergogna per questo. Ho visto gente girare la faccia dall’altra parte, come se il colore della pelle e la povertà fossero una malattia contagiosa e pertanto da disprezzare ed odiare.
E tutti dimenticano il tempo che eravamo noi i fuggiaschi, i poveri, i puzzolenti, i rifiutati.
Ed “io c’ero”, ma non è servito a niente. Abbiamo tentato di cambiare l’Italia e avevamo pensato di essere riusciti a superare il punto di non ritorno, ed invece l’Italia è tornata indietro sempre di più, tanto da aver superato anche il passato.
E allora di chi è la colpa? Forse solo di chi sapeva e pensava di aver raggiunto la sua mèta? Di non doversi più consumare e dedicare alla continua conservazione della democrazia e della libertà? Forse di quelli che soli si erano sentiti responsabili e che poi hanno abbandonato la lotta?
Vero è che la responsabilità non ti abbandona mai e ti rende sempre e comunque consapevole e corresponsabile di ciò che accade.
Ho come la sensazione che l’Italia sia stata costruita da pochi, ma per essere distrutta ci sia voluto un tempo breve e la collaborazione di un popolo intero.

Il viaggio di Vittorio

In Amici, amore, Donne, Gaza, Giovani, personale on 26 novembre 2012 at 8:07

Ho cominciato a leggere il libro “Il Viaggio di Vittorio” di Egidia Beretta, la mamma di Vittorio Arrigoni, in punta di piedi perchè è così che mi muovo se sto per entrare nell’intimità delle persone.
Egidia è una donna straordinaria e contemporaneamente è una madre tenera e totale, lo dico perchè non è squilibrata questa sinergia in lei, non vedo solo una madre annientata dal dolore, e questo sarebbe comprensibile, ma vedo in lei una persona viva, attenta, dolce ed empatica, insomma anche una donna impegnata ed immersa nelle cose della vita, cose di semplice e quotidiana umanità.
Comunque entrare nel mondo del rapporto tra Egidia e Vittorio mi fa sentire come una “guardona” e mi sento in colpa… è strano sentirsi in colpa perché condividiamo un affetto e un dolore. Lei ne parla per consegnare anche a noi quelle parti di umanità di Vittorio, che non conoscevamo, di questo amico già fin troppo umano. Un modo per farci stare ancora in sua compagnia e per permetterci ancora una volta di parlare di lui.
Molto spesso quando parlo con le persone che lo conoscevano sento ripetere la frase: “Quanto mi manca Vittorio!” E questa assenza fisica e spirituale è la testimonianza che Vittorio ha lasciato un profondo segno nei nostri cuori. Forse il segno che desiderava lasciare al mondo.
La sua fisicità era una testimonianza complessa di essere umano sia carnale che pensante, spirito libero e figura mediatica e poi soprattutto figura di figlio, con tutto quello che significa per una madre.
Egidia racconta Vittorio, come una mamma racconta il suo bambino, con amore ed ammirazione, tutte le mamme lo sanno fare e sono brave in questo, ma non tutte hanno questa delicatezza e questa modestia, non tutte sanno sorridere anche nella stanchezza e nella sventura, non tutte sanno gestire una vita così complessa ed impegnata anche se vorresti… Cosa vorresti? Cosa vorrebbe una madre quando perde un figlio? Come si compone il dolore per una giovane vita spezzata? La vita del tuo bambino? Non ho risposte…
E sono molto vicina a Egidia, forse un po’ per l’età che ci accomuna o forse perché quel ragazzo, conosciuto solo virtuamente in un social net nel 2007, l’avevo adottato pure io e anche perchè come sua madre io l’ho sempre ammirato e forse come lei mi sento corresponsabile del suo ultimo viaggio. Tutti lo siamo un poco e per le stesse maledette ragioni. Chi perchè credeva come lui nella ricerca dell’Utopia o chi invece non sapeva e non voleva sapere. Gran brutta responsabilità, ma davvero come poteva essere diverso se condividi le stesse passioni? Può la madre sopravvalere alla donna? E’ giusto tentare di fermare il destino di un figlio, ammesso che si conosca il destino che avrà? E’ giusto trattenerlo nel proprio abbraccio? No. La mia risposta è dolorosamente no.
Il viaggio… ecco il tema. Il percorso che ogni persona intraprende per diventare uomo (o donna). Tutte le grandi strade, i sentieri e i vicoli ciechi di una vita, il percorso verso se stessi: ecco che cos’è un viaggio. Vittorio amava viaggiare e la sua vita è stata piena di percorsi, un po’ come il delta di un fiume che anela a tuffarsi finalmente nel mare. Questa è la bellezza del messaggio di questo libro questa è la sua poesia.
Ogni persona ha il proprio viaggio da fare e la propria mèta da raggiungere e neanche una madre può cambiare, anche se lo vorrebbe, il destino del proprio figlio. Anche se è parte di te, anche se è uscito dalla tua carne, il solo fatto che è stato reciso alla nascita il cordone ombelicale, ha fatto ‘sì che da quel giorno sarà lui a determinare la propria vita, malgrado la ragione, l’istinto, l’amore, l’irrazionalità e la saggezza … arriva per forza alla fine la muta condivisione.

Vittorio, un anno dopo

In Amici, amore, Blog, Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 9 aprile 2012 at 12:34

E’ trascorso un anno o quasi: Vittorio non c’è più. Eppure non c’è mai stato così tanto, e non gli siamo mai stati così vicino. Effetto del sentimento di rimorso per non averlo supportato come meritava? Può essere, anzi è sicuro. Quando è stato ucciso, per giorni, non sono riuscita a organizzare le idee e i sentimenti contrastanti. In qualche modo sapevo dentro di me, che era in profondo pericolo, sapevo che poteva accadere e mi ribellavo alla cosa, sapevo che era nella “lista nera” e che stava nel mirino di quelli, ed erano in molti, che lo vedevano come un nemico da eliminare. Eppure che cosa ho fatto? Parlo di me, personalmente. Se sapevo, perchè non ho fatto qualche cosa? Perchè non ho insistito, con lui e con gli amici, per cercare di dargli maggior copertura? E’ triste, ma mi sento responsabile, anzi sono responsabile e questa sensazione non me la leverò più.

Parlare di lui, non dovrebbe essere un mio diritto, me ne vergogno un po’. Mi sento un’intrusa, o mi par di essere come quei molti che di Vittorio, prima,  non sapevano nulla e poi erano diventati i suoi amici più cari: quelli che sapevano tutto su come la pensava e come avrebbe agito in qualsiasi situazione. E’ triste, ma è lo scotto che si paga a diventare famosi mediaticamente, soprattutto quando non si può più gestire la propria immagine e quando hai a che fare con un  mondo che vede solo chi appare e non chi è davvero.

Ma non sto a bacchettare nessuno. Certo, l’importante è divulgare il messaggio di Vittorio, che non è un eroe romantico che ha perduto la vita per idealismo, ma è un bel ragazzo, intelligente e fin troppo coerente che è stato ucciso per quello che era: una persona scomoda e senza mezzi termini, che non si faceva condizionare dagli incastri di una vita normale (attrazioni, comodità, convenienza) per una scelta scomoda e rischiosa, ma doverosa. Ecco perchè Vittorio non è né mio nè di altri, giusto è delle persone care che gli sono state vicine e che ne hanno diritto e titolo. Per noi è solo un amico da non dimenticare e del quale divulgare il più possibile la denuncia e la sua lotta per far rispettare i diritti umani.

A Vittorio ho destinato molti dei miei grazie. Forse un po’ poco per chi lo ama, ma per me sono dei ringraziamenti fondamentali. Di Palestina me ne occupavo solo per luce riflessa, ritenevo doveroso appoggiare la lotta per i propri diritti dei palestinesi, ma avevo anche paura di toccare il tabu’ che dava diritto agli “ebrei” ad una terra per loro. Un tabu’ complicato e pieno di ricatti. La domanda è lecita: Perchè proprio la Palestina e di quanta terra hanno ancora bisogno, gli israeliani, per fondare quel grande stato “ebraico” che in molti sognano? Ovviamente il sogno non finisce lì ed altrettanto ovviamente non prevede il rispetto per chi era proprietario o viveva lì prima della fondazione dello stato di Israele. Colonizzare un territorio già abitato e di proprietà di altri non è un diritto, è un’azione di guerra e anche delle più terribili, soprattutto se poi, per queste ragioni, vengono perpetrati ingiustizie, massacri e negazione di tutti i diritti umani. Questa è una guerra vergognosa ed è inaccettabile che passi, sotto gli occhi di tutti, come un diritto, che sta tra un’autorizzazione divina e un placet politico, solo per una mera questione di alta finanza, e passi attraverso la cattiva coscienza dell’Europa: grande assertrice dei diritti uguali per tutti, ma col peso nel cuore di aver permesso e voluto l’olocausto degli ebrei. E come si ripaga questa ingiustizia? Semplicemente chiudendo gli occhi sull’olocausto palestinese. Ecco in poche parole cosa contiene quel tabù e perchè persone preparate, attente e dentro ai meccanismi dell’informazione, diventano improvvisamente malati di cecità e di incapacità di analisi.

La mia speranza è che questo sia provocato solo da incapacità psicologica più che da cattiva coscienza, e da paura di essere esclusi, di diventare il soggetto di campagne propagandistiche atte ad isolare e diffamare chi prende coscienza e si ribella. Personalmente ho molti amici ebrei che non si sentono cittadini d’Israele, ma cittadini del paese in cui abitano, anzi che di Israele se ne vergognano, ho molti amici israeliani che se ne sono usciti da Israele con le gambe proprie o con la “scomunica” di quel paese. Perchè rifiutare la politica di quello stato, non essere d’accordo con l’occupazione, denunciare lo stato delle cose, crea molti più problemi di quello che si pensi. Vittorio lo ha saputo anche se non era ebreo. Ma molti altri ebrei italiani lo hanno sperimentato sulla loro pelle. Chiedeteglielo. Vi diranno cosa vuol dire essere ebreo contro l’occupazione. Capirete allora che ci sono mille forme di coraggio e di coerenza.

Ma non è di questo che volevo parlare. A Vittorio debbo un grazie enorme per avermi consentito di aprire gli occhi su questa parte di mondo. Lo so, il costo che abbiamo pagato è stato troppo alto, ma è andata così. Oggi non temo più quel tabù, ho deciso di impegnarmi a suo nome con le poche armi che possiedo e che non sono assolutamente armi che uccidono, per fortuna. Ho incontrato in questa strada persone straordinarie che mi hanno supportato e che si impegnano con la stessa decisione e lo stezzo zelo che ci metto io. Vedo ragazzi giovani prendere in mano la loro vita e non perdersi in facili estremismi o in quiescenze televisive come molti altri. Ho conosciuto persone sincere e disponibili che aprono la loro casa e il loro cuore per una causa giusta. Ho incontrato persone da tutte le parti pronte a collaborare per giungere ad una pace, difficile, ma non impossibile. E anche a loro che si sono riunite sotto il nome di Vittorio dico: grazie!

Ringrazio il mio compagno Mario, Giuseppina, Luca, Sara, Valeria, le due Francesche, le due Anne, Le due Roberte, Giovanna, Lorella, Shaden e Amnerita, Antonia, Patrizia, Yousef, Giovanni Andrea, Daniela e Loris, i due Franceschi, Valentina, Miryam, Maria Antonietta, Marco, le due Alessandre, Marele, Awni, Nandino, Laura, Betta, Emma, Giulia, Enrica, Naser e un’infinità di altre persone che in questo momento dimentico, ma che non sono da dimenticare e che stanno nel mio cuore, per il grande aiuto che mi danno e che ci diamo. Tutto questo lo dobbiamo a Vittorio e da lui abbiamo imparato a Restare Umani, malgrado tutto e contro tutte le ingiustizie del mondo.

Sì, è passato solo un anno e sembra una vita, ma per me è stato l’anno più intenso che abbia mai vissuto nella mia, credo, stupida esistenza. Impegnarsi è un dovere necessario e l’averlo fatto ha dato vero significato alla  mia vita.

Grazie Vik, resterai sempre nei nostri cuori.

La giornata dell’Amnesia, ovvero essere spettatori silenti di altre atrocità.

In Anomalie, Antifascismo, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas on 4 febbraio 2012 at 1:08

 Lo so quest’anno non ho avuto tempo di scrivere il solito post commemorativo del Giorno della Memoria. Abitudine che trovo salutare, per il valore morale che ha, anche se mi rendo conto che molte persone e più qualificate di me lo fanno meglio e che pertanto ogni mio apporto risulta al confronto insignificante.
E’ giusto ricordare l’ingiustizia perpetrata verso altri esseri umani inermi. Le immagini e le storie degli ebrei, rom, omosessuali, oppositori rinchiusi e sterminati nei campi di concentramento, non possono essere dimenticate. E’ spaventoso il male che è stato fatto, come è criminale il silenzio di chi sapeva.
Ma la domanda determinante è: chi sapeva? Erano pochi? Molti? Nessuno? Difficile dirlo, anche se è evidente che tutti sapevano, chi molto e qualcuno meno, ma tutti sapevano. C’erano i rastrellamenti, e i treni venivano caricati e partivano, passavano, tutti li vedevano e nessuno parlava. E allora ti chiedi: come si convive con la propria coscienza, sapendo di aver saputo? La risposta io non ce l’ho. Non credo avrei sopportato. E’ troppo difficile per il mio carattere restare muta di fronte ad un’ingiustizia, nemmeno oggi ci riesco, nemmeno ora accetto la verità comoda, la deresponsabilizzazione generica, il fatto che quello che non è a me non mi riguarda.
E allora come mai c’è così tanta gente intorno a me che è spettatrice silenziosa e “falsamente incosciente” di quello che accade? E oggi sarebbe anche più facile conoscere, approfondire. Non parlo di sapere, perchè per sapere si sa, solo che si cerca una giustificazione, una assoluzione frettolosa, generica.
Ma non c’è giustificazione per la smemoratezza, se ha già prodotto nel tempo così tanti danni. Essere spettatori silenti e immemori quanto ci costerà? Quando saranno alla portata di tutti le storiche ingiustizie e atrocità odierne a cui noi abbiamo assistito e che non abbiamo denunciato, come ci sentiremo? Come faremo a convivere con una simile responsabilità?
Continuo a non sapermi dare risposta. Vorrei da quest’anno, però, inserire nelle commemorazioni la Giornata dell’Amnesia. Quella giornata che ti fa chiedere se davvero hai pensato che il tuo impegno preso di fronte a tanta malvagità passata, appunto quella che ci ha fatto dire: MAI PIU’, forse non basta più e forse richiede un nuovo impegno, un approfondimento maggiore, una partecipazione memore che abbiamo dimenticato. Una giornata dell’Amnesia dove tutto va riconsiderato e da spettatori ciechi e silenti si diventi attori della vita, in tutte le sue parti, anche più nascoste e volutamente negate. Poter dire davvero MAI PIU’, e non ANCORA SI RIPETE, poter riuscire a convivere con se stessi e con gli altri in serenità e senso di completezza. Io voglio ricordare tutto e voglio che i diritti umani abbiano per tutti lo stesso valore, voglio che sia rispettato il valore umano in ogni luogo e in ogni situazione, voglio vedere un mondo di giusti che sappiano tendere la mano, di forti che garantiscano la sicurezza di tutti, vorrei un mondo partecipato. Probabilmente solo così domani sapremo perdonare e perdonarci.
E nel frattempo un solo invito che non mi dimenticherò mai di ripetere: malgrado tutto e soprattutto Restiamo Umani.

Storia di regole e di paletti: il senso di responsabilità.

In Anomalie, Giovani, Istruzione, La leggerezza della gioventù, Mala tempora currunt, personale, uomini on 25 gennaio 2012 at 15:23

Girando per blog sono finita a leggere questo post che si riferiva a due articoli di giornalisti emeriti, anche se, tutto sommato, non si dovrebbe valutare la loro fama dalle polemiche che innescano ma dalla loro capacità di analisi e di sintesi.

Ad ogni modo, leggendo queste due, non dissimili valutazioni, sul perchè non troviamo più, nel popolo italiano, il tanto e giustamente valutato senso di responsabilità, vengo a sapere che per ambedue i giornalisti, questo senso, deriva principalmente dalla caduta brutale, nella nostra “nuova educazione” del timore o rispetto per l’autorità.
La cosa mi è faticosa da digerire. Da sempre, riferendomi alla mia educazione, che è frutto delle convinzioni tipiche, in tal senso, della metà dello scorso secolo, ho inteso: i paletti, le regole è il rispetto per l’autorità, più un’imposizione limitativa della mia libertà che il concetto base del mio senso di responsabilità.
Se è il rispetto assoluto e acritico per l’autorità che determina il nostro senso di responsabilità, allora, com’è che proprio le persone che si trovano di fronte a fatti contingenti in cui dovrebbero dimostrare le loro capacità, il loro senso critico e il senso di responsabilità personale, proprio quelli che più hanno vissuto dipendenti dall’autorità degli altri, si trovano incapaci di muoversi autonomamente e di prendere decisioni importanti?
Storie di Capitani di navi scellerati e di Re d’Italia fifoni, non fanno che confermare la non dipendenza delle due cose tra di loro. Ovviamente chi fa la carriera militare o la carriera nella marineria commerciale e chi fa il re di una nazione deve aver, per forza di cose, vissuto in un contesto dove la piramide dell’autorità doveva essere ben netta e rispettata. Pertanto sarà vero che regole, paletti e autorità servono a crescere uomini coraggiosi e responsabili?
Sinceramente io dissento. L’educazione è una questione complessa ed esistono, in ciascuno di noi, delle priorità. Sto parlando di noi genitori ed educatori. C’è chi tende a perpetuare un unico modo di educare, anche se vecchio e usurato, c’è chi cerca percorsi nuovi e più evoluti di coinvolgimento educativo e chi, per scrollarsi dalle spalle il peso di vecchie imposizioni, lascia libero spazio all’anarchia dei comportamenti senza dare almeno delle regole interiori.
Come la penso io?
Beh, non è facile dirla così su due piedi. Personalmente non amo imporre regole e mettere paletti e penso che l’autorità sia quella cosa che ti viene dalla capacità che hai di dire cose sensate e di dimostrare che sei coerente e capace di stare in modo correto nella “vita”. L’autorità è la tua capacità di farti rispettare e di dimostrare la tua correttezza morale ed etica.
Certo che se tu hai questa capacità, da qualcosa ti viene, sia per carattere oppure senso analitico molto sviluppato, insomma sostengo che l’educazione rigida che ho ricevuto non c’entra niente con quello che sono, quello che ha contribuito di più è il mio desiderio di vedere il mondo con occhi autonomi e umani ed i miei sempre più forti tentativi di analisi e critica di me stessa, in primis, e successivamente di quello che mi circonda.
Forse, proprio per questo ho cercato di insegnare più che il rispetto per l’autorità, il rispetto per la persona, a prescindere dalla posizione che questa occupa, ma non solo quello, importante è anche il rispetto per le cose e per l’ambiente e manco a dirlo il rispetto per sè stessi. Se mio figlio ha fatto tesoro di quello che gli ho insegnato è solo perchè rispetta le mie idee e il mio modo di essere e ritiene degno di attenzione quello che cerco di comunicargli e trasmettergli. Il senso di responsabilità è incentrato sulla capacità di prendersi in carico ogni propria azione e ogni idea personale. A mio figlio, ossessivamente, gli ho detto e ripetuto, che per crescere e diventare uomini bisogna saper avere il coraggio delle proprie idee, difendendole fino allo stremo e la responsabilità delle proprie azioni. Solo così si diventa un essere umano responsabile. Se avessi ascoltato i miei genitori che mi ripetevano il rispetto acritico di tutte le persone anziane, se avessi vissuto in un ambiente diverso, con ogni probabilità, avrei potuto diventare facile vittima di molestie o ben più gravi questioni.L’età non dà, per forza, l’autorità di fare scempio della tua vita.
E poi che cos’è il rispetto dell’autorità senza la capacità critica della persona?
In poche parole è vero che un’analisi superficiale presenta una società moderna, poco abituata a prendersi la responsabilità delle proprie azioni e soprattutto delle proprie idee, ma non è forse proprio perchè non siamo mai stati abituati a criticare l’autorità e il modo di imporre queste idee.
Insomma quello che ci viene presentato come cura, a me personalmente, pare piuttosto la causa di tutto. Ecco perchè a leggere il post e gli articoli di giornale mi hanno dato un forte senso di disagio, anzi dirò di più mi hanno fatto saltare sulla sedia, come se fossi messa a sedere su una graticola.
Il rispetto verso le persone non dipende affatto dalla loro autorità costituita, ma dalla loro capacità di  “ottenere rispetto”.  Un percorso probabilmente lungo e doloroso, sia per chi diventa agente educatore e sia per chi è invece soggetto all’educazione stessa.
Guardando poi le vignette messe in apertura del post, in realtà sono davvero esplicative di uno stato delle cose nella nostra scuola italiana, quando mai i brutti voti sono colpe dei nostri figli? Su questo però non mi sento colpevole, ogni brutto voto del mio rampollo se l’è meritato a pieno titolo e la giustificazione la pretendevo da lui. Fortunatamente non ha mai cercato la via facile di colpevolizzare gli altri ed io non gli ho mai permesso farlo, così come capitò successivamente con le prime stupidate che ha combinato in compagnia dei suoi amici. Purtroppo io sono tendente a dargli tutte le responsabilità, e lui è ovviamente abituato a prendersele, sa bene che sono pronta a supportarlo nelle difficoltà, ma mai a sostituirmi a lui nella vita. Spero che questo ci basti.

Il male di vivere

In amore, La leggerezza della gioventù, personale on 12 gennaio 2011 at 23:54


E’ passato un’infinità di tempo. Non pensavo che mi sarebbe capitato di ricordarti ancora. Eravamo bambine insieme. Amiche difficili, ma comunque amiche. Tu troppo desiderosa di piacere, io invece con quella capacità di darti sicurezza che mi viene da chissà dove. Tu pronta a tradirmi, per una piccola idea, oppure per capriccio o solo per noia, io pronta a tornare perché ti volevo bene e perché sentivo che non sapevi vivere il tuo tempo.
Difficile dire cosa passa in testa quando sei bambina. Difficile cercare di farti da madre quando la tua non ti vedeva. E succedeva quasi sempre. Era stato tutto troppo difficile per te e per me. Non avevamo la forza di confessarci i dubbi e i pensieri più tristi.
Poi partisti per uno sperduto paese di montagna arrampicato sulle rive di un lago. Tua madre seguiva il suo amore, quel vecchio pittore che tu chiamavi zio. Lì persi le tue tracce. Non ci scrivemmo e non ci vedemmo mai più. Eri sparita tra i ricordi della mia infanzia. Come tante cose inutili ti avevo messo in soffitta.
Un giorno, di troppo tempo dopo, lessi di te sul giornale. Eri sparita da giorni tra i boschi che incombevano quel lago triste. Dicevano che eri una ragazza incapace di vivere. Che i tuoi giorni non avevano futuro. Avevo seguito la tua storia fino al giorno che ti trovarono annegata dentro al lago.
Perché te ne sei andata? Che stupida domanda da bambina. Se restavi ancora un poco ti avrei insegnato ad amare l’acqua. Avrei saputo farti sorridere e ti avrei insegnato a perdonare. Ti avrei fatto da madre e da sorella. Ti avrei guarita dal male di vivere.

Un padre in novembre

In amore, La leggerezza della gioventù, uomini on 27 ottobre 2010 at 9:29

Fotografia colori autunnale: foglieC’era un’aria che tagliava, che bussava alle finestre. Ma tutto era fuori. Era estraneo. Non apparteneva a loro. Stavano come due estranei nella stessa stanza. Ma lei non poteva più tacere. Sapeva che non c’era speranza. Era certa che nessun momento sarebbe stato quello giusto. Non poteva aspettare. Doveva parlare. Non avrebbe potuto evitarlo. Ormai non ci sarebbe stato più modo di evitare la realtà. Gli disse con estrema tranquillità: “Insomma… aspetto”.
La luce era fioca. Ci si vedeva appena. Tutto aveva un che di opaco. Persino le parole. Senza motivo. Senza decisione. Quasi senza suono. Distratte. “In che senso?”.
In quel momento lui deve esserle sembrato uno stupido. “In quel senso”
A pensarci avrebbe dovuto capire il silenzio precedente. Quasi imbarazzante. Cosa c’era che non andava. L’impossibilità di avvicinarsi a lei. Come un rifiuto. Come un rimprovero. “Cioè: vuoi spiegarti”?
Non c’era un senso in tutto quello. I suoi occhi sono una sfida. Ma i suoi occhi non lo vedono. I suoi occhi, anche quando lo guardano, lo fuggono. Sono grandi i suoi occhi. Sono sempre stati grandi, e morbidi. Ora anche se lui li cerca non riesce più a ritrovarli. E’ stanca, infinitamente stanca. Una sorta di esausta rassegnazione. Anche le sue parole sono stanche. Dice solo l’essenziale. Non una sillaba di più. Con una involontaria e ingiustificata rassegnazione. “Sono incinta”.
Come suonano violente, e crude, quelle parole. Improvvise. La guarda incapace di riconoscerla. Non è più quella ragazza. E’ una donna ormai. Una donna, anzi quasi una nemica. Da tempo. Da troppo tempo. Quella donna che lo aspettava. Che pazientava. Era cresciuta, diventata un’altra. Distrattamente non se n’era accorto. Ma come può una donna arrivare a tanto?… valle a capire le donne. Così, all’improvviso. Come fosse la cosa più facile del mondo. Ma se andava tutto così bene. Perché poi mettermi in difficoltà? Un capriccio? Una specie di stupida ribellione? Solo un dispetto? Ma lui cosa le poteva dire? Che cosa si aspettava che le dicesse? Non trova le parole. Non ha parole. Preferirebbe tacere. Ma prova un’improvvisa rabbia Ma che si crede? Pensa davvero che lui si farà mettere nel sacco? Ma cosa pensa di concludere? Lui non può farsi coinvolgere. Non deve. Eppure qualcosa gli dice che non a lui, non può capitare a lui. Questa cosa non lo riguarda. Non veramente. Non direttamente. E poi a tutto c’è rimedio. Non può essere costretto ad uscire alla scoperto. Non da lei. Non lo aveva mai fatto. Non era da lei. Lui non poteva prendersi questa responsabilità. Lei lo sapeva. Certo che lo sapeva. Come poteva dirglielo? No! non se ne parlava nemmeno. Non sta né in cielo né in terra. E’ fuori discussione. Cos’è questa storia? Da dove esce?
Era un freddo novembre. Lei non sapeva se era solo per il freddo, ma le si incrinava la voce. Cercava di stare calma, era quello che si imponeva. Cercava le parole. Ma non c’erano parole. Tutto sembrava silenzio. Non era più tempo di farsi intimidire. Avrebbe voluto saper gridare. Ribellarsi. Le lacrime le salivano agli occhi, ma le ingoiava per tempo. Non accettava che lui le considerasse debolezza. E poi non erano nemmeno lacrime. Era un nodo che le chiudeva la gola. Non c’era rabbia dentro di lei. Non più. Niente più la confondeva. Lui aveva già avuto tutto. Niente più gli sarebbe aspettato. Ora lei aveva deciso da sola. Aveva il potere sul suo corpo. “Ma non pendi la pillola”?
Che domanda cretina. Stava diventando padre e chiedeva che cosa non aveva funzionato. Come se ci avesse pensato mai. Chissà perché lei aveva chiara l’idea di non valere niente per lui. E lui tergiversava ancora. Quando avrebbe avuto il coraggio di buttar fuori quello che veramente pensava? E infatti lo disse: “Cazzo, ma lo sai che cosa hai fatto? Te ne rendi conto?” Lei si rendeva conto benissimo. Era in grado di prendersene la colpa. Questo lo avrebbe dovuto preoccupare. Ma lui vedeva altre priorità. Per lei era una decisione senza appello. Possibile che non capisse? Era così difficile riconoscerle il diritto di vivere? Di essere come le altre. Normale. Perché a lei non doveva essere concesso? Se aveva avuto la forza di amarlo malgrado tutto, avere un figlio non sarebbe stato più difficile. Ci sarebbe riuscita. Anche da sola. Anzi, soprattutto da sola. Lo avrebbe avuto, quel figlio. E lo avrebbe fatto crescere. Lo avrebbe riempito dell’affetto che a lei non era mai stato dato. Quello che aveva mendicato dal padre. Quello che aveva sognato di avere anche da lui. Quello che non aveva mai trovato. Pensava di non averne diritto. Eppure lo sognava e sapeva com’era. Forse solo per istinto, oppure… Qualcosa sapeva. Ne portava l’impronta nel cuore. Il germe seminato in un tempo lontano. Ma ora non aveva voglia di pensarci. Era tutto così irreale. Così assurdo. Sarebbe stato il suo bambino e lei era disposta a tutto per lui. Gli avrebbe dato tutto il suo amore. La sua attenzione. Il completo trasporto. Con lui non era mai riuscita nemmeno a sentirsi completa, nemmeno davvero donna. Le aveva levato la voglia di essere giovane. Era tutto così assurdo. Così complicato. Ma quel figlio era quello che lei voleva. “Ho deciso così. Ho solo voluto prendermi qualcosa tutta per me. Ero troppo stanca di pensare agli altri”.
Non era in grado di capire. Non poteva arrivare a tanto. “Ma come, non ti rendi conto che così potresti far soffrire altre persone che non se lo meritano?
Ma che cavolo stava a dire? Ne provava fastidio. Ma come? tutti erano più importanti di lei? Non c’era proprio niente che le spettasse di diritto? A quel punto era meglio chiudere. Non lo voleva più tra i piedi. I suoi occhi si fanno vuoti. Assenti. Sta pensando alle conseguenze. E pesando le parole. Pare ancora incredulo. Non se l’aspettava. Non cambierà mai. Non ci riuscirebbe. Non ci riuscirà. Non può accettare di non riuscire a controllarla. Proprio lei così certa, così sicura. “Avresti dovuto dirmelo. Avresti dovuto chiedermelo”!
Come? Chiedere cosa? E poi perché? Quale sarebbe stata la risposta? Ah eccolo l’uomo adulto! Non sa dire altro. Eccolo l’uomo maturo! Così apparentemente sicuro. In fondo così incerto. Che cosa avrei dovuto chiedere? e poi perché? Si sente sballottato dalla vita. Da quella vita che vuole. E da quella che cerca. Che persegue. L’unica che conosce. Lui sa solo prendere. Lo crede un diritto. Ora potrà imparare. Forse. Nemmeno si accorge che esistono anche gli altri. Tanto meno si accorge delle esigenze di lei. E perché avrebbe dovuto? Vive quella vita perché è facile. Lui che prende solo chiede: “Ma perché non me l’hai chiesto”?
Ma come? Chiederti un figlio? E che mi avresti potuto rispondere? Perché non aspetti? Magari, più avanti quando le cose si chiariranno. E quando si chiariranno? Devi darmi tempo… tempo… ed io il tempo non ce l’ho più, lo capisci questo?”. Quanto era stanca. Doveva conservare in quella stanchezza almeno un pensiero per sé. Anelava ad una pausa. Di chiudere gli occhi. Sentiva di avere, in quel deserto che era la sua vita, almeno un sogno. Aveva un angolino luminoso e caldo che le cresceva dentro. Ce l’avrebbe fatta e per questo non aveva più bisogno nemmeno di lui. “No, non posso permettertelo. Sei fuori di testa. Non posso permetterti questa pazzia”? “Quale pazzia? Nessuna pazzia e poi non è più in tuo potere. Basta poco. Pensa solo che questo bambino non è tuo e tutto diventa facile”! Lui era così geloso. Possessivo. Le toglieva il respiro. “Ma come… di chi è…”? Ora sì che è proprio confuso, sconvolto. Ci sarebbe da ridere se non avesse avuto così tanta voglia di piangere. Ci stava davvero pensando. Non sapeva se considerarlo come un sollievo oppure la mazzata finale. Scegliere la strada comoda oppure il tarlo della gelosia? Certo che sarebbe stato difficile ora tenerla prigioniera di quel loro sentimento ammalato. La voleva solo per sé. Tutta per sé. Era solo una cosa sua. E ora cosa doveva pensare? Povero sciocco pure questa gli doveva capitare. Tanto lei era decisa. Quel figlio era solo suo. E non voleva più ascoltarlo.
Ora tentava l’ultima carta, ma parlava senza crederci davvero: “Quando mi hai chiesto qualcosa non te l’ho forse data? Certo… quello che potevo. Cerca di capire. Credevo che capissi. Non siamo… lo sai. Comunque sono pronto. Vedrai che ne usciremo fuori. Non sei la prima. Non è un dramma. Puoi sempre contare su di me. Userai pure la testa. Non puoi averlo… Non vorrai mica averlo davvero? Non ora almeno. Magari più avanti. Sai com’è la mia situazione. Non vorrai mica tenerlo, no”?
Ma come può un uomo essere così?… Lui, poi?… Un uomo è sempre solo un uomo. Lei sapeva cos’era importante per lui. Lui stesso. Gli amici. Il lavoro. La propria immagine. Il successo. Come gli altri lo vedevano. Essere ammirato. E le sue cose. Lei era sempre stata, per tutti quei lunghi e faticosi undici anni, solo una delle sue cose. Magari graziosa. Importante come una giacca. Una cravatta. La parola giusta al momento giusto. Una buona puntata. La vittoria della sua squadra. Un gesto che gli altri capivano che gli dovevano essere riconoscenti. Un grazie. Una lusinga. Le sue avventure avevano quasi smesso di infastidirla. Ma lei non era nemmeno una di quelle avventure. Si era aspettata quelle parole. Non avrebbe sopportato un’altra lite. Certo, l’aveva detto altre volte. Troppe altre volte. Stavolta sarebbe stato per sempre. Un addio sarebbe stato per sempre. La sua vita era sfibrata della sua presenza. Gliel’aveva già rovinata abbastanza.
Non ti ho mai chiesto nulla. Non mi hai mai dato nulla. Non ho mai avuto niente per me. Ho sempre fatto da sola. Col mio lavoro. La mia fatica. Sarà mio figlio. Certo che me lo tengo e tu non c’entri niente. E’ chiaro”?
Era solo stanca. Troppo stanca. Svuotata. Aveva perso ogni energia. Anche quel parlare le sembrava inutile. Pensava solo a farlo allontanare da lei. Non lo sopportava più. “E’ una pazzia. Devi darmi retta. Una vera pazzia. E poi… avrò pure voce in capitolo anch’io. Dovevi chiedermi”…
Viveva nella sua casa. Viveva del suo lavoro. Era sempre stata indipendente. Dipendeva solo dalle sue attese. Dai suoi umori. Dai suoi silenzi. Dai suoi capricci. Lui veniva quando voleva. Andava quando voleva. A suo piacimento. Incurante. Non le aveva dato nessuna certezza. Non le poteva dare nessuna certezza. Lei non gliel’aveva chiesta. Non era tardi per tornare indietro. Improvvisamente si sentiva più libera. Non libera. Solo più libera.
Chiederti? Chiederti cosa? Lo sapevo. Sapevo la risposta. E tu non hai… non hai nessun diritto. Non l’hai mai avuto. Te lo ripeto non è tuo. Non hai nessun obbligo. Ma non hai nemmeno nessun diritto. Ti ho dato tutto il mio tempo, ora è finita. Questo figlio è mio ,solo mio. Solo mio! Non sei tu il padre. Questo figlio l’ho voluto per me, tu non c’entri”. Non era così stupido. Non fino a credere una cosa simile. Una frottola. Solo una semplice balla. Lo strava prendendo in giro. Capiva perché lo faceva. Perché diceva così. Era certo. Era solo rabbia. Malumore. Sarebbe passata. Anche quella. E se… e se invece… se era tutto vero? Lei non era il tipo. Non lei. Ma non sarebbe stata nemmeno la prima volta. Lei era capace di ferire. Glieli aveva anche raccontati i suoi tradimenti. Senza pudore. Senza vergogna. Per ferirlo, certo. Forse proprio solo per quello. Perché? E poi lei civettava con tutti. Non poteva sopportarlo. Non l’aveva mai sopportato. Tutti quei sorrisi. Quegli ammiccamenti. Tutti quelli che le giravano intorno. Quel ronzio continuo. I complimenti. Ma era possibile? Ma cosa voleva da lui? Perché si intestardiva?
Evita di peggiorare le cose. Non servirebbe. Ti ripeto: non è tuo. Comunque ho pronte le valigie. Domani parto. Me ne starò via per un po’”.
Era come una malattia. Un’ossessione. Non avrebbe saputo nemmeno lei definire quel sentimento. Cosa la trascinava a tornare da lui? Cosa li trascinava uno all’altra? Forse era quello l’amore. Forse come lo aveva sognato da ragazza era solo una fantasia; nella sua testa. Sognava lei, allora, o qualcuno aveva avvelenato tutti i suoi sogni? E le cose non andavano così. Non erano mai andate così. Come se l’era immaginate. Non esistevano. Forse la vita era quello che aveva. Non ne poteva più di attesa. Di aspettarlo. Di vivere senza certezze. Di gettare così la sua vita. Per lui. Di doversi nascondere. Aveva qualcosa a cui pensare. Finalmente. Era la prima volta che realizzava un sogno. Cominciava ad abbandonarsi a quella gioia. Si disse nella testa, e ora a noi Piccolo mio!
Quanta tenerezza in quelle poche parole taciute. Era bello visitare quei pensieri. Erano pensieri di cui non doveva vergognarsi. Per lui quella discussione semplicemente non aveva alcun senso. Non aveva ragione di continuare. Si sentiva impazzire. Non ne sarebbe comunque uscito. Si era intestardita. Sapeva quanto era testarda. Probabile che le sarebbe passata, magari domani. Proprio una follia. Lo stava solo sfidando. Non ce l’avrebbe fatta da sola. Avrebbe ceduto. E poi… se voleva continuare, lui… lui… poteva rinfacciarle che non era lui il padre. L’aveva detto pure lei. Comunque, se la conosceva, non avrebbe creato problemi. Era troppo orgogliosa. Era troppo indipendente. Ma possibile che queste cose capitavano solo a lui? Non era la prima volta. Ma cosa vogliono le donne da me? Ma perché proprio a lui succedeva? Già erano troppi gli impegni della sua famiglia. In effetti c’era un tempo che l’aveva amata. Era stato bello, ma anche faticoso. Perché la gente ha sempre bisogno di qualcosa di più? Ma cosa voleva di più?
Meglio finirla lì. Era meglio così. Lei lo sapeva fin dall’inizio. Conosceva la sua situazione. Non le aveva mentito. Non avrebbe dovuto farlo. Ma chi si credeva? Ma cosa pensava di ottenere? Basta. Era bene che finisse. Una storia è una storia finché resta tale. Lui non poteva darle niente di più. Non aveva risposte. Doveva pensare ai suoi. A se stesso. Lei era una bambina e così si comportava. Che follia. Doveva trovare di nuovo la tranquillità. Il mondo è pieno di donne. Più belle, più arrendevoli, più disponibili. E di occasioni. Le migliori donne sono quelle che non chiedono. In fondo non era tenuto a sentirsi responsabile. Era stato chiaro fin da subito. E poi se quel bambino era di un altro che figura ci faceva? Cosa avrebbero potuto dire gli altri. Ma possibile che non abbia un poco di contegno? Un altro? Ma come aveva fatto a non accorgersi? Gliel’avrebbe fatta pagare se se ne fosse accorto. Ma adesso… non poteva. Ma cosa gli è passato per la testa? Ma sarà poi tutto vero? Riprova: “Andrai domani in ospedale, ne sono certo. Hai solo cercato di capire come avrei reagito a questa notizia vero”?
La guardava speranzoso. Strano, lei aveva gli occhi bassi e inadeguatamente sorrideva, come se lo facesse dentro a se stessa. Questo gli dava speranza. Non era tutto perduto allora. Magari domani si svegliava di un altro umore. Magari gli telefonava e ammetteva che era tutto uno scherzo. Avrebbero riso insieme. Sarebbe stato un grande sollievo. Lui non voleva perderla. Era una donna che valeva. Lo faceva sentire importante, orgoglioso di sè. E poi non aveva mai fatto problemi. Questa era la prima volta, ma sarebbe stata l’ultima.
Ci avrebbe pensato lui. Magari le comperava qualcosa… forse le avrebbe preso un cagnolino. A certe donne fa compagnia. Uno di razza, ma piccolo di taglia, così non ci avrebbe più pensato. Un figlio? E’ una follia. Lo sapeva bene lui che ne aveva già avuto uno. Solo responsabilità. Senza contare che lui non avrebbe potuto fargli da padre. Questo era certo. Ma non voleva perderla. Già un’altra volta l’aveva fermata. Voleva cambiare città, lavoro, solo per non vederlo più, e lui quella volta aveva pianto… l’aveva pregata e lei si era commossa. Tutto sommato è una donna testarda, ma tenera. Saprà come comportarsi. Poi ci penseremo. Le darò qualche cosa a cui pensare. Tutto sommato so come trattare una donna, io.
Ad un certo punto lei aveva sollevato gli occhi e l’aveva guardato in faccia. “Hai visto? E’ solo novembre e sembra che nevicherà. Quando esci è meglio che ti copri”.
Aveva detto quelle parole che lo mettevano alla porta. Che parevano dirgli addio. Erano dolci sì, ma comunque sembravano quanto più definitivo potesse essere un addio. Avrebbe voluto dirle ancora qualche cosa. Insistere. Ma i suoi occhi non lasciavano replica.

E pensare che io me ne sto qui a raccontare e odio pure il novembre. Ma quanto avrei amato esserci quel novembre lì.

114) Io sono Dio

In Un libro al giorno on 28 settembre 2010 at 8:00

Inizio a camminare.
Cammino lento perché non ho bisogno di correre. Cammino lento perché non voglio correre. Tutto è previsto, anche il tempo legato al mio passo. Ho calcolato ce mi bastano otto minuti. Al posto ho un orologio da pochi dollari e un peso nella tasca della giacca. È una giacca in tela verde sul davanti, sopra il taschino, sopra il cuore, una volta c’era una striscia cucita con un grado e un nome. Apparteneva a una persona il cui ricordo è sbiadito come se la sua custodia fosse stata affidata alla memoria aututnnale di un vecchio. È rimasta solo una leggera traccia più chiara, un livido sul tessuto, sopravvissuto all’affronto di mille lavaggi quando qualcuno
chi?
perché?
ha strappato via quella striscia sottile e ha trasferito il nome prima su una tomba e poi nel nulla.
Adesso è una giacca e basta.
La mia giacca.

Soluzione
Titolo: IO SONO DIO
Autore: GIORGIO FALETTI

trama: Il libro narra la storia di un uomo sopravvissuto alla guerra del Vietnam, riportando però delle gravissime ustioni sul viso e su tutta la superficie del corpo a causa di un attacco aereo con il napalm. Tornato in patria, viene visto con curiosità e a volte con disgusto dalla gente che lo circonda per le sue ustioni e decide così di vendicarsi. Si dedica negli anni immediatamente successivi al suo rientro all’edilizia facendosi assumere da alcune società per la costruzioni di alcuni edifici, è proprio con quegli edifici che inizierà a tramare la sua vendetta contro il mondo che lo circonda piazzando delle cariche esplosive unite al napalm e collegando le cariche ad un telecomando a frequenze radio per farle esplodere non appena lui lo avesse voluto. Alla sua morte degli altri finiranno il lavoro da lui iniziato causando disordini e paura nella città. Solo l’investigatrice Vivien Light del 13º distretto di Manhattan, insieme ad un reporter con un passato discutibile, Russel Wade, riusciranno ad unire gli infiniti pezzi di questo puzzle fermando così quest’onda assassina che ha colpito la città. (da wikipedia)

Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi….

In Amici, amore on 25 febbraio 2010 at 10:56

Dolce storia quella di Carmen, nondimeno anche Marinella ha la sua storia, pur se Fabrizio non fu di lei che cantò quella canzone.
Marinella era bellissima. Una pelle perfetta e un viso malizioso e allo stesso tempo austero che ricordava la grande Greta Garbo da giovane. Aveva anche quell’aspetto algido, da nordica, anche se non ne aveva affatto l’altezza. Alvise appena la vide la monopolizzo e non sapeva che sarebbe stato per sempre.
Alvise era un ragazzo di strada, ma a quel tempo non sembrava tanto diverso dagli altri. Portava i capelli lunghi e teneva insieme i vecchi jeans con lo spago. Per lui però non era un vezzo di moda, era il penultimo di quattro fratelli abbandonati dalla madre e in mano ad un padre distratto. Quando si decideva a lavare i jeans doveva restarsene nascosto fino a che non asciugavano. Marinella invece aveva solo la madre ed un fratello più piccolo. Sua madre però era una figura di altri tempi sempre con la sigaretta tra le labbra, e, malgrado la piccola statura, un’aria da donna fatale. Con Marinella si era amiche da sempre. Avevamo tutte e due la tendenza a non spettegolare e la nostra amicizia non subiva mai sbalzi d’umore.
Lei passava buona parte del suo tempo libero da me. Era più libera e condividevamo la mia obbligata prigionia tra pannolini da cambiare e mocci al naso da pulire. Il mio destino sembrava legato indissolubilmente ai miei tre fratellini piccoli. Mio padre era un cerbero che non pensava mai che una ragazza avesse bisogno di un po’ di tempo per stare con le amiche. Comunque io avevo il telefono, seppur condiviso con una famiglia di vicini, e Alvise lo sapeva. Telefonava tutti i giorni e chiedeva di lei. L’amore non ha età e loro erano davvero piccoli, lei aveva 17 anni e lui due di più. Nessuno poteva pensare che avrebbero avuto un futuro. Avevano litigate epiche perché lei voleva che lui imparasse ad essere una persona responsabile. Insisteva per farlo andare al lavoro al mattino, ma lui restava a dormire un giorno su tre. Non era cattiveria e neanche poca buona volontà era solo che nessuno gli aveva insegnato di rispettare gli impegni.
Alvise partì per il militare che a quel tempo durava un bel po’ e a Marinella cresceva una pancia spropositata per il suo fisico da ragazzina. Non è che c’era molto da dire, a quel tempo un bambino se non passavi per le mani di una mammana, nasceva e basta. La mattina che nacque Giulia cadeva una neve fitta e il vento ululava tra le case. Il mio telefono, anche quel giorno, fece il suo servizio. Corsi all’ospedale e fui la prima a vedere quella piccolina. Fu lei stessa a ricordarmi la cosa, quarant’anni dopo, il giorno del suo compleanno.
Da allora è passata una vita, sia per Marinella che per me, Giulia è una donna ed è sempre stata socievole e affettuosa, solare, Alvise si è preso velocemente le sue responsabilità. Oggi pure io ho un figlio che guarda i miei vecchi amici con tenerezza e si chiede se pure lui sarà in grado di far resistere i suoi per tanto tempo.
Lo so, non è una grande storia. Non ci sono effetti speciali e colpi di scena, tutto quello che rende una storia indimenticabile. E’ solo una storia normale, come tante, quotidiana. E’ una storia che, guardata dall’oggi, mi regala ancora e ogni volta un gran senso di pace e di serenità. Che mi fa sentire ancora viva; persino giovane. Ho voluto raccontarla come si canta una vecchia canzone di Battisti, con molta semplicità e molta molta nostalgia.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: