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Il viaggio dell’anima

In amore, Le Giornate della Memoria, personale, Religione, Viaggi on 7 gennaio 2014 at 21:41

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Ci sono viaggi e viaggi. Io ne ho fatti molti, a volte erano partenze tanto attese e tanto desiderate, a volte solo obbligate. Ho toccato terre che mi hanno richiamato una seconda volta, a volte anche di più, ma sono certa che nella vita c’è un solo viaggio dell’anima e per me è quello in Palestina.
Ma perché la Palestina invece che un altro luogo? La mia risposta non è certa. Sì! lo so che ci sono mille ragioni, lo so che potrei scriverne per giorni e malgrado tutto non mi basterebbe ancora per spiegare tutto. Certo è che andare lì e desiderare di tornare e tornare ancora, oltre al semplice fatto che mi si perpetua il desiderio di esserci fisicamente, oltre che mentalmente, come mi succede da tempo, esiste anche il fatto che realizzo così l’illusione di difendere con la mia presenza quei luoghi così martoriati, anche se è chiaro che così non è e non può essere.
Ormai in Palestina ho amici a cui sono legata affettivamente, conosco i luoghi, mi sto impossessando dei nomi negati dei villaggi palestinesi. Spio gli allargamenti delle colonie, gli avamposti, che fra qualche mese si trasformeranno in case che si sviluppano come funghi velenosi e che fagocitano gli ulivi e le sorgenti d’acqua, con un’assurda voglia di possedere che nessuno mai potrebbe confondere con amore.
E si prendono la terra di altri, a causa di un dio vendicativo, che distribuisce “pani e pesci” senza nessuna giustizia cristiana, eppure il figlio si è fatto uomo, si chiamava Jesus ed era ovviamente un palestinese e sembra che fosse pure un “giusto”. Forse per questo ritengo che non approvasse la legge di quel padre crudele, forse per questo si è preso l’arbitrio di diventare, diversamente dal padre, un dio misericordioso che si è costruito un altro regno, quello dei cieli o quello degli uomini, ma di tipo più umano, di tipo più inclusivo.
Da parte mia, da grande agnostica, passata attraverso le forche caudine dell’ateismo, questi affari di fede e religione mi annoiano da morire. Ecco perchè, quando entro a Gerusalemme, dopo l’inutile gioco delle parti all’aereoporto di Tel Aviv, dove si mente sapendo di mentire, dove sospettosi ti chiedono se i tuoi soldi andranno a Israele oppure no, dove non possono accettare che tu abbia la libertà e la capacità di dire di no alle perpetue vittime di una shoah che non fa parte delle mie colpe, lì in quella città che mi ha conquistato fin dal primo momento, ecco proprio lì, io divento profondamente spirituale.
Sia chiaro che, non parlo di fede e di spiritualità spicciola, quella partecipazione parziale ad una religione o ad un’altra, io non credo e guardo curiosa i campanili di mille forme che si contendono lo spazio con i minareti, le chiese russe e quelle armene, le ortodosse e le copte, insomma un po’ come in un gran bazar, tutti che espongono la loro merce, tutti che chiamano a comperare alla loro bancarella, tutti che recitano la loro preghiera. Ma io percepisco la spiritualità in quei vicoli stretti e lerci della città vecchia, nella densità degli odori delle spezie e di urina. Guardo quella mescolanza di espressioni e di colori, di abiti e di maschere che rendono quella città unica e riconoscibile al tatto e all’olfatto, o forse è solo a me pare unica, pare amica, sembra casa.
Certo la mia Gerusalemme è la città araba, quella del souk, non quella delle piazze lastricate di ordine e dei vicoli fortezza, delle case che somigliano al deposito dei soldi di zio Paperone. Poche finestre diffidenti, molte grate, poca speranza, molta paura, ma di chi?
Questi sono figli cresciuti nella paura, cresciuti nel credo di un dio che li ha eletti per poi punirli, per non dargli una casa, per non farli mai mischiare agli altri, ignobili furbescamente chiamati “gentili”.
Non amo quel quartiere non sopporto le celebrazioni del potere e quelle bandiere che sventolano con tanta arroganza, mi dicono: io ci sono e tu non sei nessuno, mi avvisano di lasciare ogni speranza, perché non avrò la possibilità di esistere, vicino o intorno a loro, anche se non sono palestinese, io sto dalla parte sbagliata.
Ma il viaggio continua e l’anima si strizza dentro ad una corazza di difesa.

L’abito non fa solo il monaco, ma anche il Papa…. Francesco d’Assisi sul mercato

In amore, Anomalie, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, politica, Religione, uomini, Vaticano on 18 marzo 2013 at 10:46

le pecore del pastore

Francesco d’Assisi sul mercato
ovvero : L’ABITO NON FA SOLO IL MONACO MA ANCHE IL PAPA
(di Bruno S.)

Oggi stavo guardando le immagini televisive sulla prima apparizione domenicale del novello Francesco. Tenendo ferma l’evidenza del ruolo decisivo dell’ideologia religiosa cattolica nella costruzione di un modello di rapporto uomo/donna da diffondere come “valore universale”, e ( all’ interno di questo ) della funzione centrale della “sacralità” del matrimonio per la codificazione dei “valori” della “famiglia” , mi stavo chiedendo su che cosa sia fondata la “credibilità” o il “carisma mediatico” ( per le moltitudini dei “fedeli” riuniti in trepida attesa di una buona novella ) del messaggio di un Padre Padrone che si presenta travestito da amico dei “poveri”, come un Francesco d’Assisi redivivo, utilizzando ( quale metafora del “rinnovamento”! ) il linguaggio quotidiano della gente , mentre è perfettamente cosciente di essere a capo di una struttura globale di potere economico che sostiene e alimenta proprio la produzione di massa della povertà a livello planetario. Il doppio volto della carità cristiana, divenuta nei secoli una fonte inesauribile di potere tramite la pratica delle elemosine.
Scrivendo queste righe, mi rendo conto di che cosa voglia dire essere nato, cresciuto e diventato vecchio dentro una tradizione “non cristiana”, ai margini di una preponderante società cristianizzata ed imbevuta del mito del dio fattosi uomo per la salvezza dell’umanità. Al mio paese ( Biasca, Cantone Ticino, Svizzera ) esisteva una tradizione non cristiana secondo la quale le persone defunte, vissute sempre senza mai aderire al cristianesimo, venivano seppellite con il simbolo di un cuore ( scolpito in legno, chiamato ” tap ” nel nostro dialetto ), proprio per distinguerle, anche da morti , dalle persone sepolte con il simbolo della croce. Una tradizione ormai scomparsa di fatto, ma che riguardava una parte significativa di famiglie. Mi sono spesso chiesto come mai questo bisogno di distinguersi dai “cristiani” avesse avuto senso anche dopo la morte, dentro una piccola comunità contadina. Negli anni giovanili avevo anch’io seguito l’interpretazione che la spiegava con “l’anticlericalismo”, quello che poi il movimento socialista da fine Ottocento aveva anche presentato come ideologia “laica”. Ma siccome fin da molto giovane avevo sempre pensato di non aver alcun bisogno di negare l’esistenza di un dio, ( per dare senso alla mia vita la definizione di “ateo” mi sembrava un non sense ), sono stato portato a pensare che quel bisogno di distinguersi dai cristiani fosse da considerare la pura e semplice testimonianza e riaffermazione di un diritto alla libertà di pensiero, proprio di fronte ad una forza contraria, preponderante ed oppressiva, che cercava, attraverso la Chiesa, di imporre una determinata interpretazione del mondo. E non certo per il gusto di aver ragione, ma solo perché il “controllo” del pensiero delle persone a proposito “del bene e del male” era socialmente decisivo per far accettare le condizioni materiali e le regole che codificavano l’esistenza delle disuguaglianze sociali. Quindi per uno scopo di “potere”.
Seguendo questa interpretazione, oggi, e per tanti altri motivi, credo che sia assolutamente fondamentale porsi la domanda di quale sia il ruolo della Chiesa cattolica nel diffondere criteri interpretativi su tutta una serie di problemi della vita associata, non in quanto “chiesa organizzata per la gestione della religione” ma in quanto struttura mediatica organizzata, in grado di utilizzare l’ideologia cristiana per condizionare le percezioni del reale , della vita in tutti i suoi aspetti quotidiani. Fra tutte le ideologie, quella cristiana ha l’enorme vantaggio di riuscire a far credere di essere depositaria anche di una risposta relativa alla morte, ed alla vita dopo la morte. La “sacralità” dei “valori” promossi ha il suo fondamento in una teologia che, fra le altre cose, ha sempre dedicato uno spazio privilegiato al ruolo della donna attraverso l’immagine della Madonna , la madre di dio, cui si lega l’intera costruzione dell’immagine del dio salvatore, e la stessa funzione del concetto di Trinità. Che questo modello teologico sia nel contempo un modello per l’interpretazione del rapporto uomo/donna, e che sia oggi veicolato non solo dalla Chiesa ma da una infinità di media, pervasivi della vita quotidiana, è il tema su cui bisogna riflettere.
Che tutto questo sia ANCHE un insieme di “valori” che esprimono un punto di vista “maschile” è altrettanto indubbio. Ragione per cui le lotte per l’autodeterminazione del “corpo delle donne” hanno una precisa funzione di denuncia. Ma a me sembra sempre più evidente che non basti rivendicare la necessità di un punto di vista “femminile” sull’intero arco dei problemi personali e sociali, perché ciò che costituisce il punto di forza del modello che abbiamo di fronte è la RELAZIONE tra i due sessi, sono le caratteristiche DEL RAPPORTO tra i due sessi, attraverso cui sono veicolati i cosiddetti “valori cristiani”. Quel rapporto è condizionato dalla “sacralità” che gli si attribuisce, e che discende dal mito della Trinità come struttura fondante della vita. Bisogna abbattere le fondamenta di questo mito se vogliamo costruire e diffondere un diverso modello di relazione, per l’uomo come per la donna. Senza dimenticare che tutti i cosiddetti ruoli “naturali” ( o biologici )dei due sessi, sono in realtà pervasi dall’ideologia di cui stiamo parlando, e sono invece spesso venduti come se fossero determinati da leggi divine.

(da un commento al post Da donna a donna di Bruno S.)

Lettera ad un papa appena nato

In Donne, Informazione, Ironia, Parola di donne, politica, Religione, uomini, Vaticano on 15 marzo 2013 at 16:34

papa francesco

Caro Francesco, mi rivolgo a Lei con la confidenza che merita, dato che, come narrano esultanti le umane gazzette, sa prendere l’autobus e cucinarsi due uova. Ho letto con dispiacere la sua dichiarazione a proposito del genere cui appartengo: “Le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo è politico per eccellenza, le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, niente di più”.

Qual è, Francesco, quest’ordine naturale? Quello dei nostri corpi? Siamo inadatte alla politica perché abbiamo, incistato nella carne, il dispositivo che genera esseri umani? E questo dettaglio anatomico: ci situa al di sopra o al di sotto dell’agire politico? Quale lombrosiana divisione dei compiti ci condanna al ruolo di “supporter”? Lei davvero è convinto che apparteniamo a una razza inferiore, incompleta? E mancante di che cosa? Il pene? Il discernimento? Possiamo scegliere soltanto fra Maddalena e Maria, tertium non datur? Qual è la tara che ci rende indegne di esercitare quello che è un diritto di tutti i cittadini e le cittadine? colpa di Eva?

Per quanti millenni ancora dovremo pagare la libertà intellettuale, la curiosità che la rese disobbediente? (Risponda, la prego, visto che è un tipo alla mano).
(Lidia Ravera)

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/15/papa-francesco-ma-a-noi-donne-che-ci-manca/530997/

Un momento di resistenza…

In Amici, amore, Anomalie, personale, Viaggi on 18 gennaio 2013 at 7:30

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Il viaggio in Palestina e le mie “montagne russe” di emozioni. Nello stesso giorno ho vissuto un un momento di pace assoluta, un momento di stupore assoluto, e alla fine, con un sentimento di grande partecipazione: un momento di grande emozione che chiamerò di Resistenza.
Dopo la visita alla “spianata”, che mi aveva lasciato abbacinata negli occhi e serena nel cuore, il nostro viaggio aveva come scaletta: Ramalla. Una città sorprendente. Dove stava la sorpresa? Stava nel fatto che Ramalla è una città operosa che schizza verso il futuro e che fa l’occhiolino all’occidente. E’ bene o male? Non lo saprei, forse tutte e due. Ma Ramalla comunque è la dimostrazione che dalle ceneri nascono i fiori e di che pasta è fatto il popolo palestinese. Nulla e nessuno lo scoraggia. La sua meta è l’autodeterminazione, il suo credo è libertà fino all’ultimo respiro, ma libertà anche dalle ingerenze esterne, anche dagli “amici” che poi tanto amici non sono, dalla religione che tutto sommato è solo una questione personale e non ideologica, dalla povertà che cerca di risucchiare la loro patria in un vortice da cui è possibile uscire solo con la diaspora.
In effetti io conosco i palestinesi della diaspora: gente eccezionale, capace negli studi, intelligente, lavoratrice e sognatrice, capace di realizzare i propri sogni e di creare dei piccoli imperi commerciali e intellettuali: scrittori, poeti, intellettuali, commercianti, kebabbari… insomma ci sta tutto, perchè non è gente che si lascia fermare né da una fede, né dalla politica, stanno con un occhio ai loro interessi e un altro alla loro patria.
Se descrivere un palestinese della diaspora è complesso, descrivere un palestinese di Ramalla è affrontare lo stupefacente. Una città tutta in costruzione, appartamenti larghi e spaziosi, finalmente organizzati in un primordiale piano urbanistico, tanto la fantasia non può essere completamente irregimentata. Una città più volte rasa al suolo e sempre ricostruita, con fervore e coraggio. Gli appartamenti costano quanto nelle nostre città. Ma forse i soldi sono quello di cui i palestinesi nel loro territorio meno hanno bisogno. Forse solo dovrebbero imparare a pagare le tasse, ma non in mano agli Israeliani che per ripicca se le tengono.
Comunque la strada del centro, caotica come ogni città occidentale, ne contiene tutte le contraddizioni, ma anche mostra che la Palestina può esistere e che la sua esistenza è garantita da gente che non si è affossata e che resiste e persiste più della gramigna, più dell’erba amara di handala.
Abbiamo qui un primo momento di vera resistenza. Ci si incontra con la moglie di Barguti, in carcere per buona parte della vita e molto probabilmente in carcere per tutta l’altra ancora non vissuta. Lei donna eccezionale e coraggiosa, che porta avanti la famiglia e la lotta del marito. Donne coraggiose le palestinesi. Dietro ad ogni grande uomo c’è sempre una donna anche più grande.
Un passaggio alla Muqata che un po’commovente è. Dopo tutto questo tempo hanno riesumato il corpo del loro leader, tanto tutti sapevano che era stato ammazzato, ma come e da chi… non sarà così facile dimostrarlo. Tanto a morire sono i migliori, tanto ad ucciderli figurano sempre i loro fratelli.
Per la strada ritrovo pure Vittorio in un murales un po’ imbarazzante, che non gli assomiglia affatto, ma tant’è, Stay Human c’è scritto e questo mi basta. La lezione vale per tutti, anche per loro.
Poi si riparte per il villaggio di Nabi Saleh ed è solo mercoledì pomeriggio, e questo è importante, ma lo saprò poi quanto importante è un giorno della settimana: il venerdì.
Nabi Saleh resiste e la colonia che scende la collina di fronte vuole cancellare il villaggio, vuole prendersi tutte le loro terre e le loro case. I soldati sono sempre schierati, si muovono in gruppo per sdoganare quegli atti da farsa che niente e nessuno potrebbe giustificare. Spingono, strattonano, minacciano e sparano di tutto, anche dentro le case e i bambini soffocano e le madri li calano dalle finestre sul retro, mentre la casa diventa un inferno. Bilal impassibile filma tutto, lui e la telecamera sono una cosa unica.
Ci ricevono le famiglie Tamimi nella loro casa, la prima del villaggio, quella che ogni venerdì per prima diventa il bersaglio dei soldati di occupazione. Ma Tamimi sono tutti gli abitanti del villaggio, e sono in tanti, tutti con lo stesso cognome.
Salendo per la strada che porta al villaggio si vedono i ragazzini risalire il ciglio della collina e i soldati sparare i lacrimogeni. Chissà perchè tutto ci sembra normale. Ma è solo mercoledì, la battaglia, quella vera, inizia il venerdì, giorno di riposo dal lavoro, giorno di Resistenza per Nabi Saleh. Tutti si preparano vestiti da festa, con le bandiere e le kufije per tapparsi il naso, non per nascondersi dai soldati, ma per non respirare i gas e per ripararsi dagli idranti di acqua chimica il cui odore non se ne va per giorni e giorni, lasciando a lungo il ricordo della lotta. Negli orti delle case sono esposte in lunghe fila ridicole le bombe sonore, che sembrano lampadine cieche issate sui fili per la festa, festa di morte per Mohammad e Rusdhie e per la loro giovinezza sfortunata.
Ci ricevono come fratelli, condividono con noi il tè dolce alla menta e il caffè speziato, ci raccontano la loro lotta, i loro morti, le offese ricevute e ci aiutano a raccogliere la loro terra da portare a casa.
Strana cosa quella che mi era successa prima di partire, molti mi avevamo chiesto che gli portassi un po’ di terra di Palestina. Avevo riso a quella richiesta e avevo borbottato: “Non basta che gli rubi la terra Israele, pure io devo trsformarmi in ladri?” Ma stranamente quando quelli del Comitato popolare hanno capito cosa volevo fare, mi hanno aiutato con entusiasmo a raccogliere la terra e se non li fermavo, avrei dovuto dotarmi di un carriola più che di un sacchetto; erano felici che portassi con me la loro terra, e che in questo modo non potessi dimenticare. Ora a casa mia passano gli amici con scatolette a forma di cuore e vasetti di vetro e ritirano l’obolo portato dalla Palestina. Quella terra simbolo, quel luogo dove molti non andranno per paura o per mancanza di priorità, ma tutti a ritirare un qualcosa di prezioso su cui riflettere e da tenere con cura: la terra di Nabi Saleh, la terra di un popolo che ha fatto della Resistenza il proprio orgoglio e dell’amore per la propria patria la loro sola priorità.
E non potrò mai dimenticare e lascio in quel villaggio i miei fratelli e ripartire è uno strappo che non posso risanare se non tornando indietro ancora un’altra volta e ancora… ancora.

Un momento di pace…

In amore, Anomalie, Religione, Viaggi on 16 gennaio 2013 at 10:49

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Strano, eh! trovare un vero e rasserenante momento di pace in un luogo fuori del tempo, immerso in una religiosità che non è mia, in quella  fede religiosa di cui io sono malamente dotata?
E’ mattina presto, c’è il sole dorato di Gerusalemme, il ruolino di marcia è: andare a visitare “la spianata delle moschee“, ma bisogna far presto: c’è una coda lunga da superare e anche i controlli. A quelli ormai ci stiamo facendo l’abitudine.
Ritorno a dire che la giornate è bellissima e calda e la coda è lunga. Le entrate sono due una per il Muro del Pianto che si trova sotto e l’altra per “la spianata”. Un’entrata vuota e l’altra piena, una vede solo qualche pastrano nero e un solo sesso: maschio. Ma le donne possono andare a pregare al Muro del Pianto? Suppongo di sì, ma non ne vedo. Però ricordo che il primo giorno avevo colto con la macchina fotografica donne soldato, col mitra in mano, che passeggiavano ridendo sullo spiazzo antistante. Va beh! forse le donne oggi non hanno tempo per queste fesserie e perdite di tempo.
Intanto la coda si allunga e dal controllo tornano indietro alcune persone. Un prete italiano ci spiega che lì non si può entrare con simboli, testi e esibizioni di altre religioni. In effetti tornano alcune suore e altri che non hanno un’aria particolare, mah! chissà perchè non li hanno fatti entrare. Ma io entro, non porto il segno della mia agnosticità, ma sicuramente il marchio della mia curiosità. Diffido dei luoghi di culto, mi sembrano falsi e posticci, come alla Chiesa del Santo Sepolcro, dove le pie donne e i bambini ungono di olio profumato una pietra. Espressioni che trovo imbarazzanti, ma lecite. Luoghi che trovo troppo grondanti di simboli. E invece qui ci troviamo immersi in una luce fantasticamente d’oro puro, nel silenzio e nella vera pace di un luogo di pace.
Lo spazio è grandissimo architettonicamente diviso su due livelli, nel primo, il più basso, ci sono alberi sotto i quali sostare per pensare e pregare.
La vera spianata, quella più alta è enorme, in centro troneggia la moschea bellissima dalla cupola d’ora e dalle decorazioni azzurre, Al Aqsa, la rocca, che davvero regala agli occhi un senso di abbagliamento e all’animo una sensazione di serenità e sicurezza.
Io non sono sensibili alla spiritualità della religione, io sono agnostica e amo la natura e le cose belle e l’unica fede che porto e quella dell’uguaglianza degli uomini in questa terra, in cui viviamo questa vita terrena, ogni altra cosa che riguarda l’aldilà, non riguarda me… io sono per il qui, ora. Ma a camminare sulla spianata, lontano da tutto e tutti… beh! lì qualcosa c’era anche se non sapevo se c’entrasse la spiritualità religiosa oppure l’amore per il bello e il trascendente.
Ora capivo cosa fosse accaduto nell’animo dei palestinesi, quando Sharon con il suo fare sprezzante e provocatorio era entrato nella spianata con le armi (e 700 soldati), facendo sparare tra gli occhi alle persone e passeggiando con fare da padrone, dove la pace non c’era più.
Si levarono i sassi contro i mitra e i cannoni e si levarono i pugni contro i carriarmati e i bulldozer: la seconda intifada… una nuova Nakba.
In quella luce e nell’aria tersa e silenziosa dove neppure il vento ha voce, si alzano dai minareti intorno, le voci dei muezzin, non sono suoni fastidiosi, si sposano bene con l’umore della splendida mattinata. Resti lì sospesa a mezz’aria, con un sorriso beato sulle labbra, che posto fantastico, che momento indimenticabile…
Ma una musichetta tipo marcia militare sale da sotto le antiche mura. Non posso credere alle mie orecchie, c’è chi disturba quel momento di perfezione assoluta con una stupida canzoncina da soldatini di stagno. Forse capisco male, forse è solo una parola in quella lingua inventata che assomiglia a “fidelis” in latino, ma se fosse così? Se usassero una lingua più universale dell’inglese per dire che è la loro di fede che vincerà? Non so, non capisco, per me è solo invidia, per me è che si rendono conto che Gerusalemme è più araba e romana che israelitica, di Israele ci stanno solo i segni del potere: edifici imponenti in quello stile tardo fascista, in quelle bandiere da gioco del RisiKo che sventolano sopra le case palestinesi e sopra quelle fortezze inespugnabili senza bellezza nè leggerezza, ornate solo dal merletto dei campanili e dei minareti slanciati nel sole dell’oriente a certificare che malgrado le crociate sanguinarie, oggi lì la fede, convive senza bisogno di armi in pugno e di canzoni da parate.
Ora è tempo di partire… il viaggio continua verso i territori della zona A, dove i palestinesi costruiscono e gli israeliani demoliscono in un gioco assurdo delle parti.
Questo viaggio mi sta prendendo nell’anima.

Com’era bello il “Che”…

In Anima libera on 25 agosto 2011 at 5:17

Trentesima e ultima parte
S’è fatto tardi ed è già ora di andare. Ogni minuto consuma la vita. Tutto sembra scappare dalle mani. E mi pesa addosso questa frenesia di vivere. E’ nell’aria. E’ nelle cose. Forse è questo essere giovani. Gli uomini mi guardano. Non che mi sia molto sviluppata. Mi sono solo allungata. Cos’hanno da guardare? Non faccio nulla per attirare le loro attenzioni. Per essere carina. Li ignoro. Eppure mi guardano come fossero curiosi. E non mi piace come mi guardano. Mi verrebbe da mandarli sonoramente affanculo. Eppure devono pure leggere il disprezzo nei miei occhi. Sono parte di un mondo agonizzante. A tornare indietro con i ricordi non mi par vero. Sembra ieri. Ero una neonata terribile ed incazzata, che voleva tutto e subito e che era dotata di una certa preveggenza, una qualità che oggi ho perso quasi del tutto. Sì, qualcosa nell’aria lo percepisco ancora, ma oggi non lo chiamerei “saper vedere il futuro”, ma solo e unicamente “avere istinto”.

Se devo essere sincera mi piacevo di più quando ero terribile e sboccata, mi sembrava di essere più vera. Più sincera. Oggi invece mi sento troppo insulsa e troppo facile al compromesso. Come mi piacerebbe che la mia rabbia fosse ancora una livida brace. Ma oggi la mia ragionevolezza e i miei dubbi mi rendono pavida. Non mi piaccio così. Devo tornare quella ragazzina che non aveva paura di niente e che il mondo l’avrebbe cambiato solo con lo schiocco delle dita… Che poi non è vero che ho paura e solo che conosco i limiti di un essere umano ed io non sono dio, sono solo una donna. Che poi le donne di limiti ne hanno anche di più.
Mio padre mi proibisce i jeans ed io lo metto per le scale, appena uscita dalla porta. A volte mi metto e faccio con serietà il bilancio della mia vita e non sono contenta. E’ inutile cercare il mio lato buono, non merito pietà. Ho abbandonato la lotta per le comodità di tutti i giorni. Ho scambiato la Libertà con la elle maiuscola con una piccola libertà personale, ho scambiato l’Amore con la A maiuscola con un amoretto da quattro soldi. Io ero nata per le grandi cose, ma mi sono persa nelle cianfrusaglie. Faccio un esempio: io allora ero una vera comunista, tosta e pura, oggi una botta qui e una lì, mi ritrovo a adeguarmi ai tempi. Nessuna rivoluzione nella vita, solo qualche accordo di comodo. Non va. E pensare che c’è chi mette a repentaglio la propria vita per le proprie idee. Io vorrei essere così, tutta di un pezzo. Vorrei essere là. Una donna che resta nella storia. Un po’ Dolores Ibàrruri e un po’ Frida Kahlo. Che poi queste donne latine o latino americane hanno una marcia in più e sanno essere anche più che femministe. Bella l’idea che “è meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio”. Questo si chiama parlar chiaro. Intanto in Vietnam gli americani entrano a piedi pari nel territorio vietcong e pensano di sbaragliare il nemico. Loro sono una potenza e gli altri solo dei piccoli musi gialli. Ma non funziona e si riportano a casa tante bare piene di quei ragazzi buttati in quegli acquitrini senza quasi sapere perché. Che tristezza! Preti, studenti e operai non digeriscono questa guerra dei forti contro i deboli e come a S. Francisco e a New York pure in Italia ci sono manifestazioni al grido “Yankee go home”. Magari serviranno solo a sfogare questa nostra rabbia ma non si può più stare in silenzio. E le Università vengono occupate al grido “lo studio è un diritto di tutti”. Io, che questo diritto non l’ho avuto, che mi è stato tolto, lo so bene cosa vuol dire e quanto importante sia.
Vedo le studentesse per strada. Sono belle e sicure si sé. Loro hanno dalla loro parte il sapere. Loro parlano alla pari con i loro compagni. Leggono libri. Ne discutono. Capiscono tutto ed io stento. Ogni tanto, quando sento una parola difficile di cui non so il senso, la cerco sul vocabolario. E poi passo a quella vicina e poi un’altra ed un’altra ancora… e non le imparerò mai, non le ricorderò tutte quelle parole e farò sempre una brutta figura. Devo trovare un sistema per imparare il senso delle parole e per ricordarlo e per usarle quando è necessario. Non devo spaventarmi, devo solo avere tanta costanza. Devo fare scuola della vita. E prendo i giornali e li leggo fino in fondo. Prima o poi imparerò a capirne il senso. A sapere come funziona la politica. Come funziona il governo del nostro paese… e mi pare tutto così complicato e difficile. Ma i fatti vanno veloci. E immagazzino dati e ascolto discorsi e conosco antefatti e personaggi. Per esempio il “Che”, che è un sudamericano, un rivoluzionario che lo chiamano così, ma in realtà si chiama Ernesto Guevara ed è di un fascino… Perché io ho imparato che negli uomini la bellezza non è niente, ma il fascino… eh, quello è tutto. La bellezza ce l’hai e non ha nessun merito, ma il fascino è composto da un sacco di fattori. Del Che mi piace quel viso segnato dalla vita e anche quel sorriso scanzonato. Solo un rivoluzionario può essere così. Ma i ragazzi che frequento non sono gran che. Anche Sandro, che è carino di suo, non ha quella forte personalità che fa innamorare.
Per la cronaca con lui non ho concluso niente. Mica perché non mi andasse, più che altro perché mi pareva di non poter contraccambiare il suo totale interesse. Non mi va di far star male una persona solo perché io non sono interessata. D’altra parte faccio fatica a rinunciare alla sua amicizia, questa spero non gli faccia male, perché questa è l’unica cosa che gli posso dare. Comunque stavamo parlando del Che che oltre a una persona che mette a repentaglio la sua vita per gli altri è anche un uomo molto affascinante, che non guasta. Sinceramente preferisco gli uomini latini, uomini per modo di dire, insomma di sesso maschile, ma giovani. Mi piacciono in linea di massima gli uomini coi capelli neri e gli occhi scuri, sai, quegli occhi caldi che accarezzano guardandoti?… Ecco quelli. Che poi anche con gli occhi chiari e i capelli lunghi non mi dispiacciono, soprattutto se hanno lo sguardo buono. Insomma un po’ va bene tutto, però ragazzi con una forte personalità e magari non troppo seri, ossia non bacchettoni. Quelli non li posso soffrire.
Dopo la faccenda di Matteo che non se l’è filata neppure se io gli avevo dato picche, Gabri è tornata ad uscire con me. Mi dispiace che la sua amicizia sia condizionata, ma credo che l’importante sia la qualità della mia di amicizia. Io le voglio bene e vorrei che fosse felice, farei qualunque cosa per poterla vedere felice. Se lo merita. Guardate, le lascerei anche il ragazzo che mi dovesse piacere se questo la facesse sentire contenta. Ma lei dice un po’ acida, che io sono fortunata perché posso avere i ragazzi che voglio mentre lei no… e questo è vero e mi fa sentire in colpa. Se fossi ancora la bambina che ero direi “fanculo”, ma invece io alle persone ci tengo davvero. Ci tengo a mia madre, ai miei fratellini, persino a mio padre che credo di aver combattuto solo perché non è stato capace di darmi affetto. Ci tengo alle mie amiche, soprattutto a quelle che hanno bisogno più delle altre di essere aiutate. Sono così umana da farmi schifo. Per esempio non riesco nemmeno a dire di no ad un ragazzo che si dimostra veramente interessato a me. Insomma vorrei dirgli di no per non illuderlo, ma poi addolcisco la pillola e cerco di restargli amica. Qualche volta è un bene, ma altre… Beh! in quel caso il no mi viene facile. Ma chi se li fila i presuntuosi, smargiassi, pieni di sé. Io no di sicuro. Per quelli ho ben poca pietà.
Intanto, in questo mio tempo di “ritiro spirituale”, esco poco e non vado più alle feste. Anche perché so bene che ogni volta trovo un ragazzo che mi fa il filo. Tante volte mi chiedo perché. Sandro mi ha detto che è soprattutto perché sono bella e non mostro di accorgermi di questo, e poi perché sono “accogliente” ed è bello parlare con me. Io non so che dire. Mi guardo allo specchio e noto tutti i difetti del mondo e poi non mi pare di parlare o di trattare la gente in modo particolare. Mi sa che Sandro mi vede così perché è un po’ innamorato di me. Se fosse più obiettivo, vedrebbe anche lui tutti i miei difetti. Insomma dicevo che mi sono fatta più attenta ed esco meno così Gabri ha cominciato a frequentare altri amici e amiche, tra i quali alcuni che non apprezzo particolarmente. Sì, certo, l’amicizia è importante. Bisogna avere molti amici per sentirsi bene. A volte mi immagino di vivere insieme a tanti amici, in una grande casa, condividendo tutto: i pasti, i vestiti, i libri. Sarebbe bello passare il tempo ad ascoltare musica e a parlare di noi. Ho letto che in America lo fanno spesso. Sono i ragazzi della Beat Generation. Li chiamano beatnik e in alcuni casi figli dei fiori. Sono disinteressati al denaro, vivono di poco, e dividono tutto, anche l’amore. Mi affascinano tantissimo.
Però io l’amore non vorrei dividerlo. Se trovo l’Amore lo vorrei tenere per me. Magari non proprio tutto, ma poterci contare, ecco. Insomma un po’ egoista lo sono, non ci posso fare niente. Così capisco anche chi vorrebbe tutto l’amore per sé. Chi sono io per dire che non è giusto? E così ho dovuto dire a Sandro che sarebbe stato meglio non ci vedessimo più. Io volevo restargli amica, ma non potevo essere qualcosa di diverso. Quella sera ha messo nel jukebox del bar in spiaggia una triste canzone di Tenco e mi ha detto che se avessi mai pensato a lui anche lontano nel tempo, di telefonargli o farglielo sapere che lui sarebbe corso da me. Una dichiarazione tremendamente imbarazzante. Mi sono sentita uno schifo. Possibile che io non riesca ad innamorarmi di nessuno? Sono davvero così arida nel cuore?
Gabri, un giorno al mare, mi ha presentato Giovanni, un suo amico, che mi piace e mi diverte molto. E’ sfrontato, sboccato e pieno di energie. Mi fa ridere perché sembra di stare in mezzo ad un terremoto, quando stai con lui, ma poi alla fine ti accorgi che puoi contare sulla sua amicizia. Usciamo spesso con lui e parliamo di fare una compagnia di tanti ragazzi, ma pensiamo di scegliere delle persone speciali, perché di gruppi di squinternati ce ne sono tanti e noi alla fine cerchiamo di evitarli. Primariamente noi non fumiamo spinelli e non approviamo l’uso delle droghe, che mi pare sia già andare controcorrente. Ce n’è di gente che parte per l’India e torna, dopo mesi, con la testa incasinata. Ne conosco qualcuno e mi fa veramente una brutta impressione. Sembrano persone cambiate e con la testa tra le nuvole, non si riconoscono più. Giovanni è un racconta palle che non vi dico, ma dice tutto buttandola in ridere e io rido come una scema. Mi dice che è innamorato alla follia di me e ci ridiamo sopra. Non gli credo. Non sarà mica così stupido, no? E poi mi racconta che ha degli amici fantastici e che me li presenterà così dovrò per forza innamorarmi di uno di loro, magari il suo migliore amico che si chiama Michele e che scrive poesie. Che scemo! Perché dovrei innamorarmi di uno che scrive poesie? Lui sostiene che sono poesie così difficili che nemmeno Michele le capisce. Pensa te con che razza di scemo che vado in giro. Che poi questi amici fantastici mica me li presenta e chissà se esistono davvero. Io ho portato nel gruppo Diana e Raffaella, ma che ci facciamo noi quattro con un ragazzo solo e pure tutto pazzo? Così una sera, in piazza, Giovanni si è intrufolato in un gruppo di ragazzi e ha portato tutto orgoglioso il suo tanto incensato amico Michele. Insomma ho finalmente conosciuto il “poeta” che mi ha fatto una strana impressione. Non so bene come spiegare se non che qualcosa di lui mi faceva venire alla mente qualcuno che avevo già conosciuto e molto tempo prima.
Michele è un ragazzo come tanti, non troppo alto, né troppo bello, con un sorriso scanzonato che forse nasconde un po’ di riservatezza e di timidezza. Ha una voce profonda che mi fa un certo effetto. Certo che le parole di elogio di Giovanni metterebbero in crisi anche uno più esibizionista di lui. Per le poesie poi ha detto che scribacchia senza nessuna pretesa. Giovanni voleva che si mettesse lì a leggermele. Ma chi glielo fa pensare che io sia minimamente interessata ad ascoltarle? Per fortuna che Michele lo ha bloccato dicendo che lui non esce con le poesie in tasca e che la smettesse di fare il cretino. Comunque è rimasto in nostra compagnia e la cosa mi ha fatto piacere. Magari non è davvero un poeta e non scrive belle poesie, ma a parlare con lui è bello. Un po’ è per il tono della sua voce e un altro po’ è per quello che dice e come lo dice. Quando ha smesso quel sorriso da schiaffi ed è diventato serio, quando il ciuffo di capelli biondi gli è ricaduto sugli occhi verdi e lui con la mano sbagliata ha spostato il ciuffo da parte, allora ho capito. Ho avuto quella terribile illuminazione. Io l’avevo già visto, io lo avevo già amato, era solo un ragazzino triste davanti ad un’edicola di giornali in un campo della mia città. Era quel ragazzino che piangeva su un vecchio articolo di giornale.
Ora lo sapevo che stava scritto nel mio destino. Lui non lo sa ma io credo di sapere. Entrerò nella sua vita e malgrado tutto ci resterò per sempre. Per sempre? Che parola definitiva. Mi fa paura, ma non è più il tempo dell’attesa. Io sono nata per cambiare il mondo. Io sono nata per prendermi il mondo e lo farò. Ora lo so: solo l’amore può cambiarlo, il mondo. Improvvisamente mi è tutto chiaro e so cosa vuol dire essere innamorate. Lui ancora non lo sa. Stringo quel segreto tra le ciglia. Cerco di nasconderlo per non farmi scoprire. E senza fare rumore sta arrivando il 1968, ma questo né io né lui ancora lo possiamo sapere; in questa attesa intanto ho finalmente trovato l’Amore. Lo prenderò per mano e lo condurrò, a costo di trascinarlo lo porterò a sfidare tutto l’universo. Improvvisamente perdo ogni paura e mi sento libera. Ho solo domani. Non ho nessun rimorso per questa parte della mia vita che si chiude. Prima o dopo ogni cosa trova la parola FINE.

Un passo avanti e scoppia il mondo beat

In Anima libera on 19 agosto 2011 at 5:19

Foto BN delle due ragazze in piazza S. MarcoPremessa alla parte ventinovesima
Ho l’impressione di averne dette tante, tutte insieme, mescolando il sacro al profano. Ma questo è il tempo dei fatti e non delle parole. Poco importa quello che penso e quello che sento dentro, l’importante è fare qualcosa per cambiare il mondo. Inutile dibattersi nel fango dei propri problemi e delle proprie carenze. Non vogliamo essere solo figli del mercato. La cosa determinante è trovare chi con te fa fronte comune ed è pronto a mettersi in discussione. Come dice il poeta: la vera rivoluzione è, appunto, mettersi in discussione. La cosa che non si deve dimenticare è che il mondo sta correndo verso il baratro delle guerre e delle ingiustizie. E noi, giovani, dobbiamo fare di tutto per cambiarlo. E se il paese non vorrà cambiare lo costringeremo. Hanno inventato i ragazzi, che saremmo noi, la 500 e adesso la 1100, la musica, la letteratura beat, la televisione, Cuba, la guerra fredda, il neocolonialismo, il centro sinistra, i jeans e i primi eskimi, e chi più ne ha più ne metta, ma non hanno ancora inventato la Repubblica per noi.

Mi sento parte di un mondo: il mondo dei giovani. E sento che la pensiamo tutti alla stessa maniera, o almeno così mi pare. Ma poi penso anche che sono donna e che comunque la situazione per noi donne è sempre maledettamente diversa e difficile. Mi chiedo se anche per le altre donne giovani esistono le stesse esigenze e gli stessi valori che ho io. A volte ne dubito. Basta guardare le mie amiche, per nessuna di loro questi sono veri problemi, e per questi intendo quelli relativi alla libertà, all’indipendenza, insomma all’autodeterminazione, parola nuova che vuol dire poter crescere e diventare come veramente si vuole non come ci viene imposto. E’ anche per quello che sto rivedendo le mie posizioni anche nei confronti dei ragazzi. Il mio comportamento era davvero superficiale. Ho imparato troppo velocemente che uscire con loro e anche baciarli è una forma di libertà che alla prima occhiata sembra importante, ma che alla fin fine è solo una fuga dalle responsabilità. Io non voglio rifuggire le responsabilità. I comportamenti superficiali non mi piacciono. Uscire con i ragazzi è un comportamento naturale, ma non è necessario farlo con tutti se non vuoi impegnarti con nessuno. E’ proprio la storia con Andrea che mi ha fatto pensare. Io volevo imparare le cose del mondo esterno e lui invece voleva mettermi in una gabbia su cui era scritto: non toccatela, è roba mia. Sperava anche di potermi plasmare a sua immagine è somiglianza. Una brava donnina che sarebbe diventata una brava mogliettina, in una casettina e senza l’ausilio del cervellino.
A quindici anni una ragazza dovrebbe pensare ad altro e a viverli i suoi anni. Brrrrrrrrrr, l’ho scampata bella. Lo so che non sono fatta per queste cose. Io non voglio sposarmi e per ora non voglio figli, non voglio gabbie, non intendo passare da una mano ad un’altra, non intendo essere di nessuno se non di me stessa. Liberarmi di un padrone per un altro padrone. Pertanto ho deciso di diventare più “seria”, che poi non sarebbe il termine giusto perché non è quello che determina la serietà di una ragazza. Diventerò più difficile ed esigente. Baciare i ragazzi è una cavolata, se devo essere sincera non mi piace neanche tanto. Credo che farò più attenzione e soprattutto farò delle scelte: mi prenderò solo ragazzi che mi piacciono davvero e con i quali ho davvero qualcosa da spartire. E adesso c’è il problema: ma esistono ragazzi che mi prendono per quella che sono? E che non mi vogliono cambiare? E che mi considerino una donna da capire e da incoraggiare? A questo non so proprio dare risposta. Ma, come detto, questi sono i miei problemi e passano in secondo piano davanti ai problemi di questa società che ci vuole uniformare tutti e che vuole condizionare i giovani e che consente le guerre e che tiene tanto in considerazione il valore del denaro e poco o niente quello dei sentimenti. Insomma è necessario essere sempre attenti e impegnati per unirsi agli altri che desiderano esserci nella stessa maniera.
Per chi vuole cercarmi la sera mi trova in piazza. Io sono quella più alta, rossa e senza chitarra. Ripeto che però per molti non è così. Tutti non leggono la stessa letteratura e la stessa poesia e non ascoltano la stessa musica, anzi molti non leggono affatto, altrimenti non esisterebbe il festival di Sanremo. Non ti dico poi andare al cinema. Che poi anche lì non è che ci sia un gran che da vedere. Nemmeno io ci vado spesso, anche per una questione di soldi, ma davvero c’è poca scelta. Se vado al cinema pretendo almeno di vedere un film che mi lasci dentro qualche cosa. Che mi dia da pensare e da parlare. Non un film per far passare il tempo. La moda è moda ed è passeggera. Non tutti hanno i miei gusti. In realtà io me ne infischio. Certo che i problemi sono per tutti gli stessi. Ma mica tutti lo sanno. E tutti ascoltiamo la stessa musica: il beat, il rock e il blues, che poi il tutto messo insieme si chiama rhythm and blues. Io amo la musica e non potrei viverci senza. Sono sicura che è dalla musica che arriverà il grande cambiamento. E’ più facile parlare con la musica. Basta un chitarra e si crea il gruppo. Vorrei che tutti vedessero le stesse cose che vedo io. Tutti i giovani uniti in un unico scopo.
Ma siamo giovani in un mondo di vecchi. Certo odiamo le retoriche. Contestiamo il sistema che ci vuole silenziosi ed obbedienti. Non ci dicono le cose, ce le impongono. I nostri capelli lunghi sono una bandiera. Ci monta inevitabilmente dentro qualcosa. Una sorta di tensione che è simile alla rabbia. Come si stesse preparando una tempesta. E quando sono a casa mi manca il fiato e vorrei scappare. Mi sta stretta come mi sta stretta la mia città e anche un po’ le mie amicizie. Vorrei sapere e conoscere di più. Non sopporto più le regole. Faccio sempre più fatica a starmene quieta. E la fatica mi ha già consumato tutta la pazienza. Non sopporto più di essere trattata come una stupida ragazzina. Non sopporto più un padre che ordina nel silenzio. Questa dittatura domestica. Io voglio parlare, voglio valere, voglio decidere. A volte arrivo ad odiare anche i miei fratelli. Non è mia questa famiglia. Non ho voluto io avere un branco di figli. Poi so che non è colpa loro. Ma sicuramente nemmeno mia. E sono stanca e voglio scappare, voglio vivere e fare altro. Non ce la faccio più.
Gabri suona la chitarra e canta con la sua voce roca. Lei è l’immagine di questa nostra generazione. Vorrei essere come lei. Avere la sua rabbia chiara. Ma a volte la sua rabbia è acida e confusa e se la prende anche con me. Senza ragione. Io lo so che soffre perché non ha molto successo con i ragazzi. Io vorrei spiegarle che non è poi così importante, ma so che peggiorerei la situazione perché io di ragazzi ne potrei avere quanti voglio. Per me non è un problema, invece per lei lo è ed è vitale. E nemmeno a casa sua va come vorrebbe. I suoi hanno sempre qualcosa da rimproverarle. Sua sorella è brava. Sua sorella è intelligente. Sua sorella è bella. Sua sorella è bionda. A dirla tutta si fa bionda. Perché non sei come tua sorella? A volte si chiude e tace ed è piena di rancore. Mentre io saprei come rispondere perché sua sorella non deve essere così speciale se per un po’ s’è messa con Ernesto. A proposito quel suo dente è andato a posto e nemmeno stavolta era quello del giudizio. Se perdo la speranza nei denti non so più in che sperare. Ormai quello è il fratello che mi devo tenere e ci dovrò convivere.
Intanto, come già detto, ho deciso di mettere, per così dire, la testa a posto e ho ripreso a stare molto attenta con i ragazzi. Credo tutto sommato che prima ero un attimo confusa, ossia dopo aver pensato così a lungo di non piacere e di non valere niente, le attenzioni dei ragazzi mi hanno gasata e ho fatto la stupida. Poi quando ho trovato Andrea, che si era messo in combutta con i miei, ho capito di aver fatto una fesseria. Un giorno ha pure tentato di forzarmi perché non mi lasciavo toccare e gli ho mollato un cazzotto sul naso. Ero arrabbiata come una tigre e lui si è spaventato perché ruggivo proprio. Mi ha detto che sono ancora troppo bambina, il demente. E io ho concluso che sono stata una scema a mettermi in quella situazione. Per fortuna l’alluvione mi ha levato dagli impacci. Sarà stata solo una scusa però mi pareva una buona scusa.
Stranamente mia mamma è stata dalla mia parte e mi ha detto che facevo bene a chiudere quella storia e che ero troppo giovane per impegnarmi. Eh beh! l’ha capito pure lei che con queste cose ci sa poco fare. Ma lo sapete che mi tocca insegnarle a vivere? Faccio un esempio: i parenti non la invitano mai nelle occasioni di festività, ma si rivolgono sempre a lei quando hanno bisogno di aiuto, tipo malattie, ospedali, morti e funerali. Le ho detto: Ma chi te lo fa fare? Per carità se vuoi farlo fai pure, ma almeno pretendi di esserci anche quando ci sono le occasioni belle, mica solo quelle che ti fanno sfacchinare. Certo hai cinque figli, ma tutti se lo dimenticano quando devi aiutare e darti da fare per le cose brutte”. Lei mi ha guardato sorpresa, come se non ci avesse mai pensato. Ma dico io come si fa ad essere così ingenua… che poi mi pare che pure con mio padre stia iniziando ad avere le sue rivalse. A volte risponde brusca, come non aveva mai fatto prima. Vuoi vedere che la sto contagiando? Qualche volta, quando lui le parla perché lei poi lo dica a me, lei va per le spicce: Perché lo dici a me, tua figlia è qui, diglielo tu direttamente”. Io mi diverto perché so che mio padre non si abbasserebbe mai a parlarmi e lo sa bene pure lei. Così riesco a evitare alcuni divieti e anche delle imposizioni che lei si rifiuta di mettere in atto.
Non è libertà ma le regole mi opprimono meno. Sembra che un po’ alla volta io e lei stiamo diventando solidali. C’è un’unica cosa che ci disturba ed è che lei mal sopporta il rapporto preferenziale che i piccoli hanno con me. I bambini, compresa la Pargoletta, mi hanno eletto a loro paladina, amano la mamma, ma la prima a cui si rivolgono sono io. Mi dispiace crearle problemi. La sua è una forma di gelosia ridicola, perché fra di noi non c’è rivalità. I miei fratellini li amo, ma non sono la mia vita. Li difenderò perché è nel mio carattere, ma appena sapranno volare con le loro alucce, io li lascerò liberi. Ci mancherebbe altro, ne patisco io abbastanza per capire che hanno bisogno anche loro della giusta indipendenza. Ma mia mamma pensa che io le stia levando qualche cosa e mi attribuisce la sua stessa forma di gelosia, dice che allontano i bambini perché sono gelosa dell’affetto che gli dà. E’ triste questa cosa, ma non so proprio come fare per farle capire che se i piccoli fossero meno soli e lei più presente, probabilmente io me ne potrei uscire più spesso e loro non mi vedrebbero come l’altra mamma. Ma sto zitta e me la metto via, d’altra parte lei soffre davvero di questa cosa mentre io no e quindi… non mi costa niente tacere. In fin dei conti sono cose che passeranno con il tempo. Capirà.
Nel frattempo, come dicevo, mi pare di essere maturata. In questi mesi ho capito molte cose. Cose relative al sacro e al profano, se così si può dire. Per esempio sull’amore. Ho capito che è una cosa che non si deve cercare, sarebbe inutile e si rischierebbe di sbagliare. E poi che me ne farei di un amore adesso? Se l’amore, come sembra, può diventare la tomba delle libertà e degli entusiasmi forse è meglio incontrarlo più avanti, molto più avanti. Forse non incontrarlo affatto. A volte proprio perché resto fredda e non mi faccio coinvolgere penso di non essere facile alle emozioni; come si dice? frigida, ma frigida sentimentalmente. Anche se pure fisicamente… Eppure per molte altre cose mi emoziono. A volte persino troppo. Se credo in qualcosa non cedo. Sono disposta a litigare. Non è facile farmi tacere. Mi sembra comunque di essere empatica, e credo fermamente che i baci siano importanti e che siano il punto di partenza dell’amore, ma allora perché non gli do importanza, li ho distribuiti come cose senza valore e mi lasciano indifferente? Non sono che una parola che non paga diritti d’autore. Matteo mi ha chiesto: “Mi dai un bacio”? Io avrei potuto dirgli di sì, cosa cambiava? A parte il fatto che adesso ci sto attenta, ma comunque sapevo che a Gabri piaceva e pertanto a me non costava niente rinunciarci. Tra parentesi a me non importa nulla. Non mi sembra ci vogliano tanti studi. Semplicemente baciare è quello che è, un gesto stupido, e un po’ inutile. Solo che quando stai con uno devi baciare solo lui. E non mi sembra tanto giusto.
Io non sono gelosa. Inoltre fatico a capire tutte le regole. Tutto sommato io potrei baciare anche chi odio e baciarlo mentre gli dico soffocati. Potrei baciare anche Gabri, anche per farle capire che piace a prescindere dalla sua bellezza, ma forse questo potrebbe diventare un problema. Per quanto lo trovi stupido preferisco farlo solo con quelli dell’altro sesso. Non mi va di trovarmi invischiata in problemi più grandi di me. Le questioni di sesso non le considero ancora. Che poi a parlare sono capaci tutti. Per esempio io dico che sono per l’amore libero e che lo farei a prescindere dalle intenzioni di sposarmi, ma molte mie amiche mi guardano come mi fossi impazzita. Certo che un discorso è dirlo e poi un’altro è farlo. Ma il principio resta. Per ora sono per l’amore libero, ma solo a parole. Io voglio vivere senza pormi limiti però, per questo, non voglio mica trovarmi con un bambino al collo. Già ne ho tre e non sono neppure miei. Certo è stupido questo ragionare: a parte quella volta con Andrea che mi sono incazzata, gli altri sono stati amoretti e non si sono permessi di chiedermi niente, ci mancherebbe altro. Forse sono fatta come una donna, ma non sono una donna. Non è una questione di avere o non avere delle grandi tette, che io tra l’altro non ho, e non è neppure questione di quando ho avuto le prime mestruazioni. La questione è che non ho la voglia di fare sesso, magari la curiosità sì, ma il desiderio proprio no. E poi se succede come coi baci che resto delusa? Tutto sommato è una fregatura essere femmina, si è un po’ meno libere di fare quello che si vuole perché corri certi rischi. Per fortuna che in America hanno messo a punto una pillola che funziona per non avere bambini. Ma chissà quando la venderanno qui in Italia, e se mai lo faranno. Bisogna liberarci dalle catene. Soprattutto noi donne. E’ una questione di principio. E se poi fossi un poco lesbica, ossia non mi piacessero gli uomini, ma le donne? Eppure non mi attrae nemmeno Gabri, che seppure non bella è almeno intelligente? Ho paura di essere atea anche nel sesso.
Gabri mi ha confidato che le piace Matteo, ma forse tutto questo l’ho già detto. Mi guarda come per chiedermi il permesso. Di lui a me non interessa e gli ho già detto di no, ma non basta, lui non se la fila proprio per niente, e lei sembra arrabbiata con me. Ma cosa ci posso fare io? In effetti sono stata invitata ad una festa da ragazze che non conosco molto bene e ho accettato, così Gabri è libera di andare alla festa con Matteo senza la mia presenza. Nella festa del gruppo nuovo ho incontrato Sandro, un bel ragazzo che mi ha fatto una corte serrata. Nella mia nuova linea di comportamento c’è che devo prima pensarci un po’ e poi decidere se accettare. Quindi l’ho lasciato sospeso, dicendo che mi era simpatico, ma che non mi sentivo ancora di mettermi con lui. Lui mi ha detto che avrebbe aspettato. Mah, io avrei pensato che mi avrebbe considerato un po’ infantile ed invece, si è messo a parlare con me di un sacco di cose. E’ proprio piacevole parlare con lui tanto che mi sono persino scordata che era una specie di “pretendente”. Forse se non mi decido subito non decido più. Mi ha detto che sono strana, che sembro altezzosa, anzi ha cominciato a chiamarmi Principessa. La cosa mi imbarazza un po’. Non so come valutarla. Mi sa che qui l’affare si complica. Io credo di piacergli, ma il perché non lo capisco. E d’altra parte quando ho mai capito? Lui dice che non gli importa se divento o meno la sua ragazza, ma che gli piace stare con me. Beh! allora vada per l’amicizia che è una cosa che preferisco a questo amore.
La vita continua e la vita ti cambia. Sto perdendo un po’ alla volta le mie vecchie amiche. Marinella e Alvise fanno coppia fissa e si sono eclissati perché vogliono stare soli. Quando si è in due si diventa ciechi per il resto. Era così anche con Andrea: voleva sempre stare con me e solo con me e da soli. Anche Diana continua con quel suo bravo ragazzo. Io ora diffido di tutti i bravi ragazzi, ne ho avuto già esperienza e mi basta. D’altra parte ho sempre di più il dubbio che non mi so innamorare. Magari è solo che ne ho paura, magari se mi lasciassi convincere da Sandro potrei diventare la sua ragazza e mettere la testa a posto, ancora di più, levandomi dalle tentazioni. Ma perché, chi me lo fa fare? Sandro è sempre più preso e mi chiama sempre più spesso Principessa con una voce piena di tenerezza, probabile che se gli dicessi sì diventerebbe tutto più normale. Ma è davvero così? Ci si innamora sempre di chi non ti guarda nemmeno? Guarda Gabri e pure Sandro… ed io mi sento crudele e ingrata. Io non mi sento affatto una principessa. Ma dove sarà il mio re? Che poi io non voglio né Dio né Santi né Servi né Padroni… e a essere Principessa è una fregatura e a nessun Re concederò il diritto di fare come mio padre: O stai con me o sei contro di me. Ma questo vale solo per i ragazzi, per le mie amiche è tutta un’altra musica.

L’amore come le ciliegie

In Anima libera on 6 luglio 2011 at 22:12

Premessa alla parte ventottesima
Ho come la sensazione che le cose siano cambiate. Io e Gabri ci troviamo ogni sera e stiamo in piazza per un po’ andando su è giù in quelle che i giovani chiamano “vasche”, come se nuotassimo in una grande piscina e quella piscina è la piazza. I ragazzi adesso si girano a guardarci e come si girano. Certo è che i miei vestiti non hanno macchie e non ho le calze smagliate, almeno su questo sono sicura. Gabri fa l’aria “sufficiente” come se fossimo seccate di quelle attenzioni. A me dà fastidio chi fa lo scemo e fa apprezzamenti a voce alta o usa un fischio per attrarre l’attenzione, ma gli altri non mi danno disturbo. Sinceramente mi piacerebbe conoscere ogni ragazzo che si gira e sorride. Non solo i belli, ma anche i bruttini che probabilmente sono più simpatici. Vorrei conoscerli per poterci ragionare insieme, per confrontare le mie idee con le loro, per verificare se la pensano anche loro come me. Attrarre l’attenzione è la parte bella della cosa, quella brutta è che la mia famiglia, la vita che faccio e l’ambiente in cui vivo mi è sempre più incombente, asfissiante. Mio padre è sempre più urtato con me e mi parla solo attraverso mia madre, anche se siamo nella stessa stanza oppure seduti allo stesso tavolo. Sono certa che mio padre non mi ha mai fatto gli auguri per il mio compleanno. Ma veramente non li fa nemmeno ai miei fratelli, su questo non sono un’eccezione. Neanche io glieli faccio più, nemmeno a Natale, così impara: per tutte le volte che mi ha fatto diventare matta quando fingeva di non vedere sotto il piatto la mia letterina natalizia. Maledizione, a me e a quelli che mi hanno insegnato a scrivere la lettera a mio padre invece che a Babbo Natale. Colpa di quelle suore stupide. Mai una volta che ci fosse un regalino per me. A me chi portava i regali era la Befana, riempiendomi un calzettone di mandarini, aranci, qualche rara caramella e vero carbone. Chissà perché ero sempre troppo cattiva per la cioccolata. Intanto ora sono “troppo” grande anche per la calza. Adesso non me ne importa più niente. Ai miei fratelli però sto cambiando la vita io. Facciamo l’albero di Natale tutti assieme e prepariamo regalini per tutti. Roba da poco s’intende, perché di soldi non ne ho, ma ci facciamo dei pensierini e questo ci basta. Noi siamo la parte bella della famiglia. Noi siamo solidali e ci vogliamo bene. Siamo una famiglia.

L’amore va alla grande. Beh! insomma, quello che è l’amore per una che ha 15 anni. I ragazzi non mi mancano. E non so nemmeno perché. Per me sono come le ciliegie, uno tira l’altro, ma tutto si limita a qualche bacetto e poi via. Il mondo è grande e c’è molto da vedere. Suppongo che sia per questo che mi danno il tormentone. Non sono mai troppo interessata a loro. Non chiedo mai di essere accompagnata. Non pretendo di rivederli, anzi. Insomma è carino avere un ragazzo, ma mica per questo me lo devo sposare. Non mi va di perderci tempo. E loro si fissano e mi dicono: “Tu sei diversa!” oppure “Sei imprevedibile! Una pazza scatenata.”, ma lo dicono come se mi invidiassero. Che poi che cosa vuol dire “imprevedibile” o “pazza scatenata”? tutto questo solo perché non mi faccio coinvolgere dall’amore? In realtà non ho ancora trovato chi mi interessi davvero. I ragazzi che ho conosciuto sono tutti uguali, fatti con lo stampino. Ti chiedono di uscire e poi pensano di avere l’esclusiva su di te. Ti porto al cinema! Veramente sarebbe corretto dire: andiamo al cinema? Ti porto a ballare! Perché io le gambe non ce le ho? Noioso davvero. Se poi sono gelosi e ti levano la vita, beh! allora scappo a gambe levate. E un comportamento così non è da tutti. Io non sono tutti, devono capirlo da subito.
Questo comunque è un anno strano. Pensate che il Papa parla con i potenti della terra per “tirare le orecchie”, all’America, alla Cina, al Vietnam. Sai che effettone fa ad uno che è comunista come Mao Tse Tung oppure Ho Chi Min? Ridicolo, ovvio che non rispondono. Tanto gli americani bombardano Hanoi e arruolano gli studenti che prendono brutti voti all’Università oppure i neri che magari all’Università non ci vanno proprio. Mi sembra geniale mettere su un esercito di persone difficili e poco inserite, a meno che non pensino che l’esercito aiuti a socializzare. Ma dove si è visto? L’esercito produce disadattati e gente fuori di testa, si sa. La divisa fa l’uomo violento. Vuoi mettere le minigonne… Per una minigonna… beh lasciamo stare, magari non avrei coraggio di mettermene una, però mi piacciono da matti. Dicono che siamo noi a vestirci tutti uguali, capelli lunghi, gonne corte o pantaloni stretti, ma siamo più belli noi di quei quattro marines scalmanati.
In America le manifestazioni contro la guerra del Vietnam diventano sempre più decise. Qui in Italia persino i preti contestano. Parlano di un tale don Milani. Questo prete rappresenta tutti i cattolici che non possono accettare che una guerra sia così assurda. Troppo facile fare la guerra in casa d’altri. In qualsiasi posto. La guerra non risolve mai nulla. A volte i ragazzi italiani che devono fare il servizio militare si rifiutano. Vengono chiamati “obiettori di coscienza” e li mettono in galera. Ma come, non ho diritto a rifiutarmi di fare la guerra? Perché dovrei imparare ad usare le armi se mi fanno schifo?
Pochi giornali ne parlano tranne quando hanno condannato quel professore che dieci giorni dalla fine del servizio militare si dice “obiettore”. Insomma è una questione di principio. Poteva finire e fregarsene di tutto ed invece no. Ha contestato ed è stato condannato a più di un anno di carcere militare.
Non solo certi preti si ribellano, ma pure gli studenti. In un liceo milanese pubblicano un giornaletto che si chiama “La zanzara” con una serie di articoli scherzosi sugli usi sessuali dei giovani. Tipo un Rapporto Kinsey all’italiana. Mi rendo conto che parlo di cose… come dire, impegnate. Forse troppo per una ragazzina. E’ che non mi vanno le solite cose. Pensate la reazione di quei bacchettoni? Ovviamente trattano come delinquenti i ragazzi. Mah, a me pare un’idiozia. Libertà di pensiero, innanzi tutto, e poi, insomma, non è ipocrita criticare i comportamenti dei giovani solo perché fanno, in modo libero, le stesse cose che fanno, di nascosto, gli adulti?
Intanto noi giovani siamo più diretti e pronti ad affrontare le conseguenze delle nostre scelte. Forse siamo come una grande famiglia, una tribù. Per esempio in Sicilia, per la prima volta, una ragazza che si chiama Franca Viola si è rifiutata di sposare il suo rapitore-violentatore in un matrimonio riparatore. Il giorno delle nozze l’ha fatto arrestare. Questa sì che è una bella mossa. Ha fatto benissimo. Farsi rovinare la vita due volte mi sembra un’esagerazione. Lei ha scelto e ha affrontato la mentalità retrograda dei siciliani. Le cose devono cambiare e si può fare solo rifiutando di farsi condizionare.
Come canta Caterina Caselli: “Nessuno mi può giudicare…” nemmeno tu. Caterina ha un caschetto di capelli d’oro ed è una ragazza come noi. Io ormai ho i capelli lunghi e rossi e non ho più quella faccia da “patata” che avevo prima. Non so davvero cosa sia successo, ma sono talmente cambiata che nemmeno io mi riconosco più. No, sia chiaro, non è che mi piaccio. Del mio corpo non mi fido. E’ vero che sono alta, solo che adesso non sono più un manico di scopa. In qualche punto mi sono arrotondata, niente di che ma mi muovo in un altro modo… sono flessuosa e cammino con un’aria altera che non mi piace affatto. Non sarei così. Non sono presuntuosa, sono solo timida e cerco di fingere sicurezza. Non lo faccio apposta. Che poi a quell’atteggiamento ci si abitua e sembra davvero che sono stronza. Almeno così m’hanno detto. Ma dei ragazzi è meglio non fidarsi.
Comunque è proprio quell’aria che mette in soggezione le persone e che mi consente di passare indenne tra le critiche, che un po’ mi difende. Non certo dai biasimi degli adulti. Con quelli proprio non va anche perché come al solito dico quello che penso e mi metto nei casini. Bisognerebbe dire quello che gli altri vogliono sentire. Mio padre mi guarda come fossi un’indemoniata, se potesse chiamerebbe il parroco per farmi benedire. Ma la cura non funzionerebbe perché il parroco della mia parrocchia è quel famoso don Ferruccio che sta sempre in mezzo ai giovani cappelloni e alle ragazze come me. Anche lui viene criticato dai suoi parrocchiani, ma sembra che non gliene importi niente. Anche la chiesa è cambiata ed è diventata un luogo d’incontro di ragazzi e ragazze che non sanno dove trovare un posto per stare insieme. I ragazzi cercano sempre di stare tra ragazzi, è normale. Qualcuno porta la chitarra e si cantano le canzoni, soprattutto quelle di Dylan e Joan Baez che poi sono due americani. Io non ci vado quasi mai, ma mia mamma insiste. Spera che la compagnia di un prete mi aiuti a diventare migliore. Illusa. Non sarà nemmeno don Ferruccio a farmi puzzare di santità. Sa che con me non c’è strada e si accontenta di vedermi in mezzo ai suoi. Lì ho ritrovato Sebastiano che ora è all’Università. Non mi ha fatto un grande effetto. Don Ferruccio dice che lui si laureerà presto, non come suo fratello che si sta laureando in droga. E così ho saputo che Lorenzo si sta buttando via, come sembra succedere ad altri, a molti altri ragazzi. Come una nuova moda. Io no, sono contraria alla droga. E’ anche questa una questione di principio. Se io cerco di liberarmi dalle pastoie non posso rischiare di diventare schiava di qualche cosa o di qualche sostanza. Per me gli altri sono liberi di fare quello che vogliono, ma io ho fatto una scelta diversa. Persino fumare non mi attrae. Ho provato, senza aspirare. Il gusto delle sigarette non è male, ma non mi piace l’idea del fumo che mi scende dalla gola ai polmoni, quindi l’ho fatto, ma poi mi sono disinteressata. Che poi baciare un ragazzo che fuma tanto ti sembra di baciare un posacenere. Niente di appassionante. Peccato che quelli che incontro fumano quasi tutti, anche per farsi vedere grandi. Ma uno non è più uomo solo se si lascia pendere una cicca tra le labbra.
Con Marinella ci si continua a vedere spesso, e anche con Diana. Un giorno abbiamo ricevuto un invito ad una festa a casa di un ragazzo che non conoscevamo e ci siamo andate perché Gabri invece conosceva un suo amico. E poi non c’è sempre bisogno di un perché per fare le cose. Ed è bello stare tra ragazzi, e interessante e emozionante. Ero curiosa. Marinella è stata platealmente corteggiata da Alvise che a dir la verità mi sembra un tipo non propriamente raccomandabile. Come al solito ci si fa condizionare dall’aspetto esteriore. Nel suo caso anche dal fatto che si vede che Alvise non ha una mamma che si occupa di lui; vive in bilico tra i ragazzi normali e la possibilità di diventare un delinquentello. Se qualcuno lo può salvare questa è Marinella, ma ne vale la pena? E poi che idee mi metto in testa? Però a lei piace e credo che le piaccia perché è comunque carino e piuttosto sfrontato, cosa che affascina una ragazza timida come lei. In questo gruppo anche Diana ha trovato un ragazzo. Lui è molto serio, e per quanto Diana non disdegni le persone posate e, come dire… matrimoniabili, mi sa che è un po’ spaventata. E io?… Io saltello qua e là. Gabri è seccata perché dice di non capire i ragazzi. Lei si innamora sempre di quello che non la degna nemmeno di uno sguardo. Forse soffre anche il fatto che in pochi si accorgono di lei. E’ un peccato perché è una ragazza intelligente e pure piena di interessi. Con lei si parla bene di letteratura e musica, ci scambiamo spesso i libri degli autori della “beat generation” e ce ne scambiamo le impressioni. La beat generation è una corrente nuova, viene anche quella dall’America. E va di moda tra i giovani. Ma a molti ragazzi questi discorsi non interessano affatto e guardano solo se una ragazza è carina o no. Ti guardano dentro i vestiti. Che stupidità. Certo lei non è proprio troppo carina, ma è interessante.
Ad un certo punto, visto che ero la sola a non avere una storia di un certo tipo, ho accettato l’interessamento di Andrea, il padrone di casa dove si fanno le feste. Lui è più grande e non capisco davvero cosa ci trovi in una ragazzina come me, dovrei chiederglielo. Comunque mi sono lasciata distrarre e adesso mi trovo incastrata in una storia che non volevo per niente. Speravo che fosse scoraggiato dalla mia poca libertà, invece e venuto a casa mia per presentarsi ai miei e ha chiesto il permesso di portarmi fuori alla sera. Io sono esterrefatta. Mio padre lo ha guardato con sospetto, ma siccome ha l’aria del bravo ragazzo e non porta i capelli lunghi, allora il permesso è stato accordato. Ma, cazzo, e io non c’entro? Non mi chiedete se mi va bene? Certo ho più libertà adesso, ma solo per uscire col gendarme Andrea. Ma una donna deve passare da una mano all’altra senza potersi regolare da sola?
Mi vorrei ribellare, ma non so nemmeno se mi conviene. E’ una strana libertà. E’ anche una strana prigione. Mi tratta come una cosa sua. Non sono una cosa. Poi succedono fatti importanti. A novembre, a seguito di piogge torrenziali e a delle concause legate al vento di scirocco, la mia città finisce brutalmente ingoiata dal mare. Marinella è finita assieme al fratello e alla madre intirizzita e bagnata sopra il tavolo della cucina. La sua casa si è allagata talmente velocemente che non sono riusciti a salvare niente. Per fortuna Alvise ha rubato una barca a remi ed è andato a salvarla. Pensa che romantico. Così Marinella è ospite dalla sorella di Alvise che la cura come fosse la sua bambina. Chissà come andrà a finire? Sì! mi sembra romantico, anche se non mi sento molto romantica. Forse vorrei anch’io uno ragazzo che ha il coraggio di rubare una barca per me. Anche solo un fiore. Forse no. Invece mi è capitato quello con la cravatta, si fa per dire, cioè quello troppo per bene.
Comunque è stata una bella paura, soprattutto quando ci siamo accorti che l’acqua non solo era altissima, ma non intendeva scendere e così alla prima si è sovrapposta un’altra marea. Due maree, una sull’altra, 180 cm. e più sopra il livello del mare. Ad una certa ora di sera sono dovuta andare dal medico che abita poco distante da casa per farmi dare un antibiotico per Ernesto che ha avuto un ascesso ad un dente e la febbre alta. Anche nella malattia lui è una vera jattura. Mi hanno prestato degli stivali da cacciatore che sono tenuti su dalle bretelle. Fuori era buio pesto e l’acqua mi arrivava un bel po’ sopra l’ombelico. Ho avuto impressione di essere sperduta nell’apocalisse. Brancolavo nell’acqua per raggiungere il cestino calato dalla finestra del dottore con i medicinali. Né luci sulla strada e nemmeno dentro le case. Mi pareva davvero di essermi persa, per fortuna a qualche metro ho visto un topone che nuotava spaventato allontanandosi da me. Allora ho preso coraggio e ho completato la missione di salvataggio del debosciato. Papà alla sera tardi è tornato dal negozio coraggiosamente, montando su una barca che andava libera per la strada. Ci è montato su e spingendosi sui muri delle case è riuscito a tornare. In negozio è andato sotto tutto o almeno buona parte della merce. Era molto arrabbiato e amareggiato.
Comunque non sapevamo ancora nulla di quello che era successo a Firenze. Lì davvero se la sono vista brutta. L’Arno è uscito dagli argini e con la furia di un fiume di fango ha invaso le strade, i negozi, le case, le chiese e i musei. Una città in ginocchio, immersa nel fango e nella distruzione. Per la verità la nostra città con l’acqua ci sa trattare. Ne è sempre stata immersa e ci ha sempre convissuto. Quindi malgrado tutto il giorno dopo qui la vita è ricominciata, ma a Firenze le perdite sono enormi. Durante le ore terribili tenevo sotto controllo quello che succedeva ascoltando la radiolina transistor di mio padre. Ma le notizie non erano chiare. Venezia stava sotto quasi due metri di mare, e per fortuna siamo gente abituata alla solidarietà e tutta le persone che abitavano i piani terra sono state ospitata ai primi piani. Le barche non avevano più padroni e sono servite alla gente per spostarsi o per portare in salvo e all’asciutto qualcuno o qualcosa. Da noi è troppo recente il ricordo dell’inondazione del Polesine. Comunque niente in confronto di quello che succedeva da quell’altra parte d’Italia. Subito dopo quel brutto momento io sarei voluta partire, volevo andare a dare una mano. Volevo salvare i libri nella Biblioteca Nazionale, i quadri agli Uffizi, tirare fuori il fango dalle cantine della gente. Ovviamente non potevo andare a fare l’“angelo del fango” come tanti altri ragazzi cappelloni e no. Ma allora è vero che noi giovani siamo una nazione. Fossi un maschio, come Ernesto, sarebbe diverso, ma lui non è un ragazzo, è un’ameba, un microcefalo. I miei e Andrea hanno fatto il putiferio. Pure i miei fratellini erano preoccupati. Ma di che hanno paura tutti quanti? io so badare a me stessa e sono giovane e forte. Che ci faccio qui a invecchiare senza potermi immergere nella vita e… nel fango? Che poi questo mi ha fatto mettere una croce sopra al grande amore. Di gabbie ne ho anche troppe per aggiungerne una in più. Sono tornata sola e libera e la faccenda è l’unica cosa bella che mi è capitata quest’anno. Sono tornata libera. Libera come il vento.

Il primo lavoro e il primo bacio si scordano quasi subito

In Anima libera on 15 giugno 2011 at 10:19

Piazza San Marco di seraPremessa alla parte ventisettesima
E’ dura la vita scandita tra fratellini, negozio e faccende di casa. Io non ci resisto. Voglio uscirne e l’unica idea che mi viene in mente è di trovarmi un lavoro. Ma cosa? Con quel che so fare posso solo trovarmi un lavoro come commessa in un negozio. Sinceramente non è che mi piace molto. Ho chiamato l’ospedale per fare l’infermiera, mi hanno detto che dovrei studiare, che non posso improvvisarmi. Giusto, ma come fare se a scuola io non ci posso andare? Per tutti gli altri sogni non c’è alcuna possibilità. Sono sogni troppo grandi e troppo belli. Nel mio caso, ossia perché sono una donna e ai miei non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di investire su di me e sulla mia intelligenza, mi è preclusa ogni strada. Ho il sospetto che non sia un gran vantaggio essere donna. Ma sia chiaro che non finisce qui, ho rinunciato al cappotto, per l’inverno, per potermi iscrivere ad un circolo culturale che organizza corsi di stenodattilo ed inglese. Non si sa mai. Meglio essere pronti per ogni evenienza.
Finalmente mamma mi sostiene. E questa è una grande novità. Deve aver capito che farmi fare la sua vita è proprio da delinquenti. Dovrebbe volermi male e così non è, almeno credo. Poi sa che diventerebbe il destino anche della Pargoletta e questo adesso non lo può proprio accettare. A volte i fratelli servono. Soprattutto i preferiti. Sto battendomi per il Piccoletto, per farlo mandare alla scuola pubblica. Basta con i preti e la loro limitatezza, al confronto quello delle suore è un mondo senza barriere. Basta con i pregiudizi. Mi devo tenere i fratelli? allora li educo io, costi quel che costi. Almeno questa libertà. Nessuno si accorge che sto crescendo dei piccoli mostri. Addormento Ultimo cantando “Bandiera rossa”, e il Piccoletto ogni tanto mostra il pugno sinistro, per dire che ha vinto. La Pargoletta parla poco e piange molto, a lei do il compito di protestare contro la guerra. Le viene bene ed è pure credibile. Questo è il prezzo che i miei dovranno pagare. Questo mi sembra il minimo della pena.

Lavoro, che parola spaventosa. Qualcosa mi dice che quando inizierò a lavorare ne avrò per tutto il resto della vita. La pensione è così lontana. Come farò ad arrivarci? Che poi è stupido parlare di pensione quando non hai ancora iniziato a lavorare. Ha un prezzo alto la libertà. L’indipendenza. Ma è libertà. Ho fatto delle telefonate e avrei trovato da fare la banconiera in un panificio. Insomma la venditrice di pagnotte, che mi pare sia considerata meno di una commessa. Mi danno una miseria, perché sono troppo giovane, e l’orario è impossibile. Libera solo di domenica. Libera per tenere i tre piccoli… e oltre tutto l’orario non mi permette di seguire i corsi a cui mi sono iscritta.
Il circolo è frequentato da gente colta e preparata. Anche da un mio cugino ricco che studia da ragioniere, ma non ha voglia di fare un tubo. E’ per quello che mamma mi ci lascia andare. Magari spera che trovi da maritarmi. In altro modo è difficile perché mio padre afferma: “Avrai un po’ di libertà quando ti trovi un fidanzato e ti sposi.” La cosa equivarrebbe a mai. A parte la faccia con cui mi ritrovo. E questo corpo lungo e secco. A parte il fatto che con la mia attuale libertà non potrei di certo trovarmi un fidanzato. E dove lo trovo? Dovrei trovarlo tra la camera e il tinello? Che poi non ho ancora deciso se lo voglio trovare. Certo che… piuttosto che questa prigione è meglio piuttosto. Ma esiste anche il problema che io non mi sposerò proprio. Pertanto la mia priorità è trovare un altro modo per essere libera senza finire in gabbia con un marito padrone e dei mocciosi da accudire. Ché di mocciosi ne ho anche troppi e nemmeno sono miei.
Ho iniziato da poco i corsi e mi sono trovata già un lavoro da impiegata. Va a capire com’è stato. Il direttore del circolo mi ha mandato a chiamare e mi ha offerto il lavoro. Perché proprio a me? Lui ha detto che mi presento bene. Cosa vuol dire? Non ho indagato. Mi guardo, decisamente sono cresciuta; ancora. E sono cresciuti i capelli. Lo stipendio è da fame, ma va bene lo stesso. Io ho detto sì. Ai miei ci penserò dopo. Ormai ho la mamma dalla mia parte. O quasi. E poi il lavoro rende liberi. Circa. Insomma, come si dice, debbo fare di necessità virtù.
La questione è rendere compatibile il lavoro, gli impegni famigliari, i corsi del circolo e almeno un po’ di libertà. Ho promesso ai miei che avrei cercato di dar loro anche una mano, ma chissà come farò… Il lavoro consiste nel fare da segretaria ad un avvocato e ad un commercialista, ma in realtà non faccio la segretaria, ma l’infermiera. L’avvocato è proprio fuori di testa. Un ossessivo da strabuzzare gli occhi. Per farmi scrivere un indirizzo ci mette mezz’ora e devo pure stare attenta a rispondere in sequenza le parole che lui ritiene opportune per essere rassicurato. Mi hanno detto che è stata la guerra a renderlo così. Ragione in più per odiare la guerra e per sperare che nessuno debba provare quello che prova lui e di conseguenza quello che provo io… Mi scopro una pazienza assurda, sarà che ormai sono diventata bravissima con i bambini che pure con gli adulti in difficoltà me la cavo bene.
Ho il sospetto che il lavoro sia un mondo nel quale entri e non esci più. Il commercialista mi paga lo stipendio: 25.000 lire al mese e oltre a rispondere al telefono, scrivere la sua corrispondenza, archiviare le pratiche, dovrei pure passare la lucidatrice sui pavimenti. Alla sera, quando esco, mi viene a prendere Gabri. L’ho conosciuta perché è la sorella di una ragazza che piace a Ernesto. Che poi sono due sorelle ma non ho mai visto niente di più diverso. Una tutta nera e l’altra tutta bionda. Ovviamente Ernesto cerca di uscire con la bionda che è anche più carina, ma piuttosto piena di sé. Invece Gabri è bruttina e in quanto ad autostima siamo a sottozero, ma a lei Ernesto schifa ed è per questo che mi sta simpatica. Abita a Palazzo Reale perché il padre ci fa il custode.
Strano andarla a trovare a palazzo, che poi si sale per una buia scala secondaria che porta alle soffitte. Lì c’è la loro abitazione che non è niente di speciale, ma hanno una stanza dove la mamma lavora da sarta che ha un piccolo oblò dal quale si vede la Piazza. Ed è lì, in Piazza, che andiamo di sera a fare una mezz’oretta di struscio. Siamo ragazze normali ecchediamine! Comincio a crederlo. E ci piace guardare i ragazzi e commentare sul modo di fare di questo o di quello, sognando di farli girare quando passiamo. Siamo un po’ stupide, è vero, ma ci piace a volte comportarci come tutte le altre ragazze sperando di avere inviti a feste e di essere al centro dell’attenzione. Devo dire che a volte si girano al nostro passaggio, e subito mi controllo se ho qualche macchia sul vestito oppure una calza smagliata. A volte penso che dobbiamo sembrare due ridicole comparse nel teatro della vita… E’ un’immagine che mi viene alla mente soprattutto quando penso che vorremmo essere protagoniste e invece non lo siamo mai state.
A volte mi guardo alla specchio e vedo una faccia puntigliosa da regina d’Egitto che nasconde una grande rabbia dentro. Tutto quello che mi circonda non l’ho voluto io. Vorrei correre libera per i prati sotto un sole dolce e caldo, ma da non farmi sudare. Odio sudare ed essere sudata sotto le braccia. E poi, a Venezia, non ci sono molti prati. Vorrei disporre del mio tempo. Vorrei non dipendere dagli altri. Vorrei non sentirmi più dire Fin che stai sotto il mio tetto, farai quello che dico io. Vorrei non dover volere e avere. Vorrei una vita normale. Sotto questo tetto io ci starò ancora poco. Sarò autonoma presto e allora sì che prenderò il volo… che poi è lunga ancora per diventare maggiorenne.
Come farò a sopportare ancora anni di famiglia sulle spalle? Com’è brutto non avere un padre che ti sostenga, ma è ancora più brutto avere un padre padrone contro. Non posso uscire alla sera, ma se ne ha bisogno mi fa andare da sola o con il controllo di Ernesto, il sabato, a portare le matrici delle schedine all’ufficio addetto alla raccolta. Non riesco mai a tornare prima delle 11 o 11,30 di notte, ma non mi lagno, queste uscite prima o dopo mi serviranno. Non sto a guardare in bocca alla libertà che mi viene elargita, se non altro posso ricattarli quando mi dicono che non posso uscire alla sera dopo Carosello. Maledetta musichetta, segna l’ora limite di quelle poche uscite che posso avere.
Mi trattano da bimbetta quando fa comodo a loro e da grande quando debbo fare il mio dovere. Sono dei falsi ipocriti. Un po’ come le suore. Che poi se ci penso a quella mia zia suora allora mi prende il magone. Va tutto bene se mantieni l’apparenza di brava ragazza. Puoi essere meschina, egoista, approfittatrice, ma basta che lo nascondi bene. Come faccio io a nascondere la mia natura se mi si legge tutto dagli occhi? E poi chi se ne frega. Io non sono ipocrita come loro. Io sono sincera e dovranno accettare la mia natura. Dovranno fare conto con il mio desiderio di essere protagonista della vita. Dovrò mostrare il vero volto e la vera forza della mia volontà. E cambierà questo cazzo di mondo, certo che cambierà.
Ho cominciato a leggere libri di tutti i formati e su tanti argomenti diversi. In negozio da mio padre trovo Gli Oscar Mondadori che sono tascabili e comodi da “rubarglieli”. Poi mi porto a casa pure Linus che è un mensile di strisce a fumetti. E leggo con interesse pure “Ciao Amici” che è una rivista musicale per i giovani come me. Ci si parla di musica e dei nostri problemi. Comincio a sentirmi parte di un mondo.
Lo sapete cosa ho capito? Che non sono sola. Che intorno a me esiste un universo di ragazzi isolati che anelano a contattarsi, a parlare, a scambiare idee, ad imparare un nuovo modo di essere e di agire. Eppure è così facile da rompere questo silenzio. Ho il forte sospetto di non essere nata da sola con quell’impronta strana di cui parlavo. Ero il prototipo di una nuova generazione di persone che intendono cambiare il mondo e intendono farlo in modi pacifici e gentili. Beh! forse non tutti. Finalmente dopo le generazioni delle guerre è nata una nuova generazione della pace e della responsabilità. Leggo Pavese, Freud, Schulz e i poeti maledetti. Insomma leggo tutto quello che mi viene a tiro. Sono anche cambiata. I ragazzi mi guardano. E la mia testa è piena di idee e di progetti. Leggo dall’America che i giovani fanno manifestazioni oceaniche per protestare contro la guerra in Vietnam e per contestare le vecchie abitudini dei loro genitori, vogliono un nuovo mondo basato non sul denaro, ma sulla natura e sull’amore. Amore libero, amore totale. Un concetto piuttosto nuovo… eppure a me pare di averlo sempre saputo. Voglio amare tanto fino a sfinirmi.
Cosa c’è di più bello e puro dell’amore libero da ogni pregiudizio e calcolo? Io sono fatta per l’amore libero, sia chiaro. A meno che per questo non si tratti di farsi sbaciucchiare a destra e a manca. Libero sì, ma con le dovute cautele. Io devo scegliere e non essere scelta. I ragazzi si sa cercano sempre di infrattarsi e danno poca importanza all’amore. Per loro è qualcosa di superficiale da usare. Io credo sia una cosa importantissima, da difendere e da conservare. Per esempio l’amicizia, non è il miglior tipo di amore che si possa conoscere? So che direte che parlo così perché io un ragazzo non l’ho mai avuto. Sbagliato. Ho già baciato e sono uscita con un ragazzo qualche giorno… Non molti per la verità, ma che ci devo fare se i miei non mi lasciano uscire mai? Comunque mi è bastato per capire come funziona. Lui cerca di baciarti e se tu ti lasci baciare vuol dire che ci esci assieme. Fin qui tutto facile. Le cose difficili sono quando ti chiede di uscire alla sera o di andare a fare un giro in spiaggia insieme. Uscire alla sera non si può, e andare alla spiaggia io e lui, da soli, non ci penso proprio. Magari con Gabri e qualche altra persona, insomma in compagnia, ci andrei pure, ma io e lui da soli… a fare che poi?
Insomma è stata un’esperienza interessante, ma niente di più. Mi sembra sia stata interessante. Ero curiosa ed ora mi son tolta la curiosità. Non so se lo rifarò ma so che lo rifarei. Ragazzi e ragazze sono fatti per stare assieme. Lui si chiama Paolo ed è carino, insomma un tipo che veste bene e che fa l’annoiato, il superiore. Neanche fosse un grande attore o intellettuale. Non ha mai letto un libro in vita sua e nemmeno legge i quotidiani, l’unico suo hobby è il Karatè, se poi si scrive così. Il tipo che potrebbe piacere anche ai miei, magari tra qualche anno. Per loro sono sempre una bambina. Dio me ne scampi. Per la verità io sono più alta di lui e questo non piaceva a nessuno dei due. Insomma è durato un niente il mio primo amore.
Il primo bacio poi non era un gran che, mi sa che le ragazze sopravvalutano la prima volta. Non è che mi piaccia tanto scambiare saliva con un ragazzo che poi si spera sempre che si sia lavato i denti. Ma sarà che con Paolo non avevo niente da dire, insomma credo che lui si aspettasse delle cose da me e io non sono riuscita a capire bene cosa… o forse ho preferito non capire. E per la verità anch’io mi aspettavo qualcosa da lui. Mi aspettavo qualcosa come uno stordimento, una emozione. Mi sentivo come ad un esame. Una cosa estranea. Ero lì rigida. Semplicemente ad ascoltare e a cercare di capire. Mi son detta: “Tutto qui”? Avevo solo fretta che finisse. Paura che qualcuno ci vedesse. Non ero certa che fosse una cosa giusta. Tanto è tutto passato come una meteora, però adesso nessuno mi può dire: Parli così perché non sai”. Io so, ma continuo a cercare lo stesso. Non può essere che la vita sia così insulsa. Un bacio è solo un bacio e io penso invece che l’amore sia molto, ma molto di più. E magari anche il bacio non è solo un bacio.

E venne chiamato Ultimo

In Anima libera on 7 giugno 2011 at 11:11

Foto BN di Rossaura nel 1965Premessa alla parte ventiseiesima
Avrei preferito nascere figlia unica. Sinceramente avere fratelli e sorelle è un affare che sfianca. Ernesto è sempre più tonto. Si comporta da astioso e non capisco perché. E’ geloso di me e dei piccoli. Perché siamo rossi e solidali? La Pargoletta poi galvanizza tutte le attenzioni di mamma, il Piccoletto invece è una sagoma, e riesce a far ridere anche mio padre. Mi sa che lo sto trasformando nel suo nuovo erede. D’altra parte Ernesto è davvero una delusione pure per lui. Mia madre è stanca. La vedo invecchiare. I suoi abiti non sono più impeccabili. La sua figura snella si sta sformando e i denti le creano dei problemi. E adesso torna a piangere e si giustifica perché dice di avere forti mal di testa. Fossi scema a crederle. Appena mi accorgo che corre in bagno a vomitare ho la certezza: sta arrivando un altro bambino. Stavolta sono triste pure io. Che faremo? Un altro fratellino o sorellina… come farò? Sarà una nuova riduzione di libertà. Certo li deve fare mia madre i bambini, ma io glieli devo tenere. Così non va. E’ ingiusto. Mio padre è solo un po’ arrabbiato. Mi sa che sta pensando che arriva una bocca in più e non era il momento. Ma perché se la prende con mamma? Allora non ce la faccio più e sbotto: “Non sarà mica colpa sua se aspetta un bambino no? Non vedi che sta male. Non ti accorgi che fa fatica a stare in piedi? Ma non hai un po’ di sensibilità?” E lui mi prende per un braccio e alza la mano per darmele. Io lo sfido: “Dai dammele… che poi stai bene e ti senti contento… pensi di farmi tacere eh? Ma quello che fai non basta. Non starò zitta fino a che non imparerai a rispettare gli altri.” E me le dà di santa ragione. E i piccoli mi si attaccano spaventati alle gambe, vogliono difendermi e lui ha perso la testa e spinge e fa cadere la Pargoletta e mi strappa il Piccoletto in cattivo modo e io ringhio: “Non toccarli, perché se lo fai io ti ammazzo! Ricordalo: ti ammazzo.” Non ho paura di lui, ma temo per loro, per tutti loro. Tranne Ernesto che fuori dalla mischia si gode la scena con un sorrisino. Te lo faro rimangiare, stronzo, vedrai.

Questo mondo non è delle donne. Mamma ormai non reagisce più. Ma è spaventata perché Pargoletta è diventata muta. Non parla più, non dice più che silenzi, nemmeno la più piccola parola e guarda con i suoi grandi occhi chiari e lucidi il mondo attorno. Mamma la porta dal medico. Sembra impazzita. Nessuno le spiega come mai una bambina che parlava normalmente oggi non parla più. Certo io non sono un medico, dovrei capire poco i meccanismi psicologici dei bambini, ma ricordo com’ero testona quando ero dell’età della mia sorellina. “Mamma, non temere, è una cosa passeggera, quando nascerà il bambino le passerà. E’ scioccata e un po’ gelosa. Ha paura di perdere la tua attenzione, ma capirà, vedrai…” Mi sembra incredibile ma mamma mi ascolta e annuisce. Mi crede. Si appoggia a me come se fossi una sorella maggiore. Mi sento davvero responsabile anche per lei. Cerco di aiutarla. Di sollevarla dalle fatiche. Ma sono stanca. Vorrei non essere finita in questa trappola. I sentimenti e gli affetti mi condannano e io vorrei essere libera e orfana e figlia unica, non voglio un marito, ma neanche un fidanzato, voglio vivere da sola e libera, senza nessuno che mi dice cosa fare e dove andare. Non posso vivere senza libertà.
La mia vita è sempre più legata agli umori e alle situazioni famigliari. Appena fuori la guerra in Vietnam imperversa, e sulle spiagge si presentano i primi topless, poliziotti in divisa arrestano belle straniere con un costume ridicolo con al posto del reggiseno un paio di bretelle scomode. Ridicoli loro ma anche quelle bretelle. Levatele che è meglio. A volte penso che mi piacerebbe avere il coraggio di andare sulla spiaggia con le tette al vento. Potrebbe essere un’idea. Forse non mi arresterebbero, forse nessuno se ne accorgerebbe, ma io mi vergognerei come una ladra. Che poi è da scemi, se sei libera, anche mostrare le tette non è un problema. Ma perché invece io mi vergogno? Forse perché ne ho troppo poche? E’ solo che io non so che farmene del mio corpo. Le mie braccia sono lunghe e non sanno mai dove stare. Veramente niente di me sa dove stare. Mi sento sempre fuori posto e non c’è nessun posto veramente mio. Sto bene solo insieme ai miei fratellini e con qualche amica.
Marinella e Diana, loro sono amiche di sempre, ma mi trovo bene anche con quella scabinata di Renè. E’ una pazza nata da una famiglia di pazzi da legare. Qualche volta andiamo a casa sua e restiamo sempre stupite per il numero di stanze che ha, per la enorme libreria del salotto e per la libertà delle nostre invasioni nella stanza del fratello che studia da avvocato. Solo quando non c’è. Se c’è la sua stanza e proibita, ma esce sempre un po’ a parlare con noi. Qualche volta scherza con me e mi dice che sono carina e che vorrebbe invitarmi a cena fuori e magari a ballare. Accidenti se è pazzo e penso anche che mi voglia prendere in giro. Comunque è un vecchio e secondo me ancora più scabinato di sua sorella. Pensate che ogni estate lei si dispera perché sua mamma la manda in collegio per un mese o in Francia o in Inghilterra o in Germania. Dice che deve studiare le lingue e lei preferirebbe restare in città, ma lo dice per non farsi invidiare credo. Ed io la invidio, mi cambierei subito con lei. Quest’anno andrà in Francia, in un collegio misto dove c’è persino la piscina anche se è a due passi dal mare. Lei brontola. E’ tutta pazza, non capisce proprio niente! Ci siamo promesse di scriverci e di restare amiche anche dopo che lasceremo la scuola. Sì, perché ormai siamo agli sgoccioli. La scuola sta finendo e io so che per me sarà finita davvero.
Mia mamma è andata a parlare con l’insegnante di italiano. Solita storia: la prof ha insistito perché mi facessero continuare a studiare. Dice che ho molte qualità, e che riuscirei bene in qualsiasi scelta, ma senza il latino però. Consigliava il classico, oppure meglio l’artistico che è senza il latino. Mia mamma l’ha detto a mio padre e lui le ha chiuso la bocca: “L’artistico è la scuola dove vanno le ragazze poco serie.” e ha chiuso ogni discorso. Sia chiaro che ragazze poco serie nel linguaggio di mio padre vuol dire puttane. Quindi discorso chiuso. Sinceramente mi piacerebbe avere la possibilità di trasformarmi in una donna perduta e poco seria. Vorrei vivere e imparare a conoscere la vita. Non piango più. Non sono rassegnata, ma non piango più. Qualcosa farò, qualcosa succederà, non mi lascerò vincere. Troverò il modo di andare avanti in barba a tutti.
Non me ne accorgo ma mentre ero distratta forse i giorni sono passati, forse stiamo diventando tutti più grandi. Intanto Ernesto sta facendo il cascamorto con Marinella e il giorno del mio compleanno dice che si potrebbe fare una festa e che lui porterebbe i suoi compagni di scuola. Insomma una vera festa, con il giradischi, i dischi e i ragazzi. La cosa strana è che mio fratello è al di fuori di ogni tentazione, invece i suoi compagni di classe sono veramente simpatici e carini. Peccato che nessuno ha il ciuffo. E poi nessuno sa ballare. Né noi ragazze né loro, maschietti. Bella festa! Ragazze da una parte e ragazzi dall’altra. Se non fosse stato che ad un certo punto mi ci sono buttata in mezzo e mi sono messa a ballare un shake nessuno si sarebbe mosso. Dove ho imparato a ballare? E che ne so! E’ solo che con la musica non riesco a stare ferma. Mi entra nel sangue. Mi sono buttata e ho abbozzato qualche mossa ed ecco la festa si è avviata.
Vorrei vedergliele, a Marinella. Le mie sono come quelle di un ragazzo. E io vorrei capire cosa prova un ragazzo a guardarle e magari a toccarle. Certo che a me vedono poco e toccano niente. Forse io sono poco femminile e a volte penso che c’è una parte di me che si rifiuta di essere donna. Quella parte di me non è proprio stupida. Ho fame e sete di capire; di sapere. La vita è come un romanzo ma con più fantasia. E’ solo curiosità la mia. Lei è più donna. Io ho un corpo tagliato con l’accetta, beh insomma non sono proprio così lignea. Ho le gambe lunghe e un corpo flessuoso, ma sono troppo pallida. Ho un viso insignificante e se potessi mettermi un po’ di trucco forse riuscirei anche ad essere carina. Mi chiedo se mai piacerò a qualcuno. E sarei curiosa di sapere cosa cercano i ragazzi. Eppure qualcuno è gentile con me. A volte vedo che mi guardano con un’aria strana, come se mi studiassero. Spesso cercano di starmi vicino e di parlare con me. Poi dopo un po’mi trattano come una di loro. Se mi piace o no non lo so ancora. Mi guardo ancora allo specchio e ho questo naso che mi invade il viso. E questi occhi che mandano a quel paese e che faticano a sorridere. Ma non mi mancano certo le parole. Ho imparato a difendermi. In fondo la festa è stata bella. Ne porto un buon ricordo. E sono troppo alta per quelli della mia età. Mi scappa sempre la voglia di correre e saltare. Non è proprio un comportamente femminile. E poi i miei capelli cresceranno una buona volta. Vorrei che diventassero la mia bandiera. Voglio farli crescere perché una ragazza è più donna con i capelli lunghi.
Marinella andrà a fare la commessa. Diana continuerà a studiare anche se non è che le piaccia moltissimo. Renè andrà al liceo linguistico e poi all’Università, altrimenti sua madre la disconosce. Letizia andrà al liceo, non è una cima, ma ci mette sempre una gran buona volontà. Paola invece è spaventata. L’esame può essere decisivo. Lei in italiano è bloccata. Di fronte ad un foglio bianco le scappano le idee dalla testa e le parole dalla penna. All’esame si mette di fianco a me. Mi guarda con gli occhi da cane bastonato e mi sussurra: “Aiutami!” Il primo tema che faccio è il suo, il secondo è il mio. L’insegnante di italiano all’interrogazione mi dice guardandomi fissa che si è stupita perché lei ha fatto un bel tema mentre io ero al di sotto delle aspettative. Probabilmente o mi ha visto passarle il compito oppure se ne è accortoa da quello che ho scritto. Chi se ne frega. Tanto a me non cambia niente, mentre Paola non sarebbe passata e non avrebbe potuto continuare a studiare. A volte bisogna fare una scelta ed io l’ho fatta. Non che la cosa mi passi vicino senza toccarmi. Mi sento sola e ho tanta rabbia dentro.
Finita la scuola mi sono sentita persa. Devo inventarmi qualche cosa, un’ idea geniale, che ne so, devo trovare il mondo di cambiare questa situazione. Attenzione però, per scappare da una prigione non devo assolutamente cadere dentro ad un’altra. Quindi mai pensare che un ragazzo, un fidanzato, un marito può risolvere il tuo problema. E’ rischioso, troppo rischioso e io devo stare attenta. Ho troppo bisogno d’amore e potrei sbagliare, prendere lucciole per lanterne ed invece non devo sposarmi mai costi quel che costi. Non voglio essere incastrata.
Il giorno dopo la fine della scuola sono dovuta andare da Marinella che le è morto il papà. Cominciamo bene. Povera amica mia, la strada è sempre più in salita per lei. Devo aiutarla, ma che fare? Ci si vede quando è libera dal lavoro, che tra l’altro non le piace niente… che tristezza! Dove sono finiti i nostri sogni? Ad agosto in piena calura la mamma partorisce un maschietto. Bello, sano e pure lui rosso. La Pargoletta lo guarda con odio represso mentre il Piccoletto ride e dice che assomiglia a Mussolini. Sono pazza a dare lezioni di storia a quella “testina” matta, perché poi finisce che offende pure l’Ultimo che io chiamo così per scaramanzia, che non ne ha nessuna colpa.
Mamma questa volta ha partorito in ospedale e il ginecologo ha detto che deve assolutamente smetterla di fare bambini, quasi fosse una decisione che spetta a lei. So bene, anche troppo, come nascono i bambini. Suppongo che se fosse stato per lei sarebbe nata solo la Pargoletta, gli altri li avrebbe dati tutti al macero. Comunque devo aggiungere il terzo fratellino ai miei doveri di sorella a tempo pieno. Pannolini, saponette, cremine e tanta, tanta pazienza. Ultimo è un ribelle. Odia i vestiti, ma soprattutto le scarpe e i cappellini a cui mamma lo obbliga. Credo che tutto il movimento che fa sia direzionato a sfilarsi scarpette e tirarsi via cappellini. Quando lo tengo io lo libero e lui si calma subito, ma ci vuole tanto a capire un bambino? Ma sono solo io a ricordarmi quello che odiavo quando ero una neonata? Intanto sto perfezionando un sistema educativo casalingo. Io tengo Ultimo e preparo il pranzo, Pargoletta prepara la tavola e Piccoletto lava i piatti. Questa è da vedere! Lui in ginocchio su di una sedia con il grembiule della mamma che insapona e sciacqua. Lo so che poi devo rifare tutto e risistemare, ma aiutarci è una questione di principio.
Come previsto Pargoletta ha ripreso a parlare. L’ha dovuto fare perché fingevo di non capire quello che chiedeva indicandomi con il dito. “Non capisco, devi spiegarmi perché così non capisco… e finalmente si è decisa: “…Acqua…” “Cosa … acqua… non capisco?” “Un bicchiere d’acqua.” Avrà pensato che sono scema, ma alla fine adesso parla, continua a piangere senza sapere perché, o piange così a lungo da dimenticarsi la ragione, ma parla. Ultimo invece mi darà del filo da torcere, non so perché, ma ho come l’impressione che non sarà una passeggiata crescerlo. D’altra parte c’è chi dice che gli ultimi saranno i primi… ovviamente i primi a rompere. Com’è lontano il mondo. Io che avrei voluto lasciarci il segno sto vivendo una vita insulsa. La vita scorre sempre più lontana. Mi sento come inconsistente ed inutile. Devo trovare una soluzione altrimenti… ma basta con i pensieri tristi, qualcosa cambierà o farò saltare tutto e non lo dico così per dire!