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Proiezioni di vita

In Anomalie, Ironia, personale on 26 settembre 2013 at 16:10

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Sia chiaro che non sto parlando di un cineforum, che a nessuno interessa di vedere e neppure di qualche “flash back” che usiamo fare per evadere da una vita un po’ grama, ma sto proponendo un vero e proprio esercizio, che ognuno di noi dovrebbe fare, per capire cosa ancora si aspetta dalla vita e cosa questa vita gli può ancora promettere e concedere.
Guardo la mia mamma anziana e so che periodicamente mi propone da oltre 20 anni la solita tiritera: “Chissà se ci sarò l’anno prossimo…” intendendo la prossima estate, il prossimo natale oppure il prossimo compleanno. Una frase storica che ha sempre fatto incazzare mia sorella e che a me faceva un poco ridere, un po’ perché pensavo che certe fibre seppelliscono spesso quelle ben meno tessute e un po’ perché mi chiedevo quando mai avrebbe cominciato a non dirlo proprio più.
Ed è arrivato il momento e non poteva essere che così. Malgrado i suoi anni, gli acciacchi e la depressione, qui ci sta e qui vuole continuare ad esserci. Ora si azzarda solo a dire che ha dolori che le sembra di morire, ma mai che preferirebbe essere morta piuttosto che dolorante.
E’ evidentemente normale che le sue proiezioni di vita siano limitate, ma seppur in termini ridotti le sue aspettative vanno ben al di là del ragionevole.
Ovviamente nei bambini e nei giovani le proiezioni e le aspettative di vita sono infinite. Corredate da improvvise paure e magari da occasionali cadute nella dura realtà, provocate da fatti che succedono: la morte di un famigliare oppure di amici, coetanei e conoscenti. Allora non ti senti più né invincibile né eterno, ti scontri con quello che io chiamo “illuminazione fulminante” che niente è di diverso che non la presa di coscienza della caducità delle cose e soprattutto delle persone.
Poi sarebbe da capire quando mai una persona accetta di passare dallo stato di giovane a quello di persona matura (per non dire grande o più appropriatamente vecchia) e quale diventi la sua percezione del futuro.
Essere profondamente razionali e realisti non aiuta affatto: se pensi che ogni giorno è regalato e che potresti non svegliarti domani o che potrebbe finire la tua vita tra qualche secondo, in un count down che ha finito di ticchettare i suoi secondo, capisci che ogni proiezione è solo un sogno nebuloso che se non si realizzerà almeno ha la funzione di aiutarti a vivere.
Conosco persone che non hanno mai pensato che la loro vita potesse essere minacciata dal destino comune e che rifuggivano qualsiasi pensiero che li spingesse ad un “carpe diem” appropriato. La fortuna di queste persone è incredibile, mai li senti parlare di morte, mai di mancanza di tempo e ancora meno si interessano alle sofferenze altrui. Vivono in una boccia di vetro opaline che non consente loro di vedere oltre, ma di sentirsi comunque sicuri e separati dalle brutture del mondo.
Posso dire di provare per loro un’invidia che spesso è supportata dalla certezza che hanno sempre vissuto bene e che vivranno in futuro ancora meglio. Che si prendono la libertà di bere e fumare senza la preoccupazione di farsi del male, ma anche che sono dotati di quella speculazione mentale che consente loro di “dare” con la velata speranza di poter ottenere, un giorno, un piccolo ritorno. Per quanto anche quelli che danno con generosità non è detto che in futuro potranno ricevere qualcosa in cambio.
E così nella proiezione della vita, una che diventa vecchia, come la natura prevede, a che cosa penserà quando lo sarà in modo definitivo e inappellabile e quando si accorgerà che non può più sostenere e provvedere a se stessa? Resterà legata alla vita pensando di esserne ancora il fulcro oppure anelerà a togliere il disturbo?
Sinceramente personalmente preferirei alla badante prezzolata, ma pur umana, alla stanchezza e noia dei famigliari che hanno comunque i loro problemi e ai sensi di colpa dei figli che hanno la loro vita e che non dovrebbero mai essere chiamati a restituire l’assistenza di cui sono stati oggetti quando erano piccoli, a tutto questo comunque prediligerei una veloce morte onorevole e dignitosa.
La mia proiezione di vita è riassunta in: autonomia e dignità fino all’ultimo respiro ed incrocio le dita per poter raggiungere questo scopo, senza dover pesare su nessuno se non su me stessa. Chi se ne frega di restare qui in confini ristretti, in smemoratezze profonde e soprattutto sorda (ai richiami dello spirito) e incontinente (a causa dell’aver troppo vissuto)?
Potessi comperarmi la certezza di finire i miei giorni al momento opportuno lo farei, anche se il prezzo fosse altissimo, ma so che non ci sarebbe prezzo per un tempismo così apprezzabile. Mi piacerebbe poter lasciare una parola gentile e affettuosa alle persone a cui ho voluto bene e che devo lasciare. Vorrei completare le piccole cose lasciate sospese e tutto sommato non reitererei un fanculo a chi si è comportato male con me o con le persone a me care. Vorrei lasciare la vita vedendo tramontare il sole sul mare in un tripudio di colori e pregustando l’inchiostro della sera, vorrei chiudere gli occhi annusando per un’ultima volta il profumo dolce della mia vita passata e poi il silenzio e il buio per sempre.
Ah già, tra le mie proiezioni di vita ovviamente c’è la morte, ma non c’è nessun Dio e nessun aldilà, e malgrado tutto quello che ci viene detto, a destra e a manca, la mia predisposizione a lasciare questo mondo e del tutto serena e pacifica, anche senza le certezze della fede, ma sono fatta così, che ci posso fare, sarò fatta strana, ma tant’è… 🙂

La partenza

In Anomalie, Viaggi on 26 dicembre 2012 at 10:19

aereo

Cosa c’era che non andava in quella partenza?
Innanzi tutto non andava che a tutti quelli che lei lo aveva detto gli avessero fatto, più o meno, la stessa sollecitazione: “Mi raccomando… stai attenta…” ma a cosa doveva prestare così tanta attenzione? Un viaggio è un viaggio e il luogo non è neppure tanto lontano… eppure…
L’avevano preavvisata di non farsi intimidire dalle eventuali perquisizioni, anche corporali, dalle domande che tendevano di farti ammettere cose che non intendevi commettere, e poi di non dire i luoghi che intendevi visitare, sostituendoli con quelli che tutti volevano tu pensassi visitare.
Sembra che lì, alcuni luoghi, avessero nomi impronunciabili, e un’esistenza negata… un po’ come dire una parolaccia in chiesa, oppure come pronunciare una formula magica che trasformava la realtà in incubo.
E tutto questo solo per poter andare a visitare dei luoghi che tutti sapevano esistere, ma che si rifiutavano di ammetterlo, solo perchè la loro esistenza avrebbe denunciato anche la loro occupazione abusiva e illegale e soprattutto armata.
Ecco la cosa sconvolgente: fare attenzione a dei ragazzini appena usciti dai licei che venivano armati e messi a controllare le strade, gli aereoporti e i posti di controllo.
Ecco, quello che la preoccupava di più era quella sensazione che si stava impossessando della sua anima: una strana e serpeggiante paura in aggiunta alla sensazione di perdere la propria libertà e dignità. Strano però.
Era infastidita dal fatto che quando sarebbe arrivata lì avrebbe smesso di essere una persona libera di avere una propria idea e di fare una propria scelta e sarebbe stata in balia di un controllo imposto attraverso un esercito di ragazzini spaventati dalla sua valigia riempita da pennarelli e peluche, davvero difficili da spiegare.
Si immaginava il dialogo surreale: “Per chi porta questi giocattoli?” “Per i bambini!” “I nostri bambini non hanno bisogno di questi giocattoli!” “Lo so, ma sono gli altri che invece ne hanno bisogno!”
Ecco gli “altri”, i diversi, i cancellati, quelli che non hanno una terra che porti un nome, quelli che non hanno il diritto di tornare alla loro casa, quelli che hanno i figli che abbisognavano di giocattoli, quelli il cui nome non era possibile pronunciare e che erano il soggetto della guida turistica che avrebbe nascosto in quella spaventosa valigia che forse non sarebbe passata indenne ai controlli.
Era strano anche il fatto che partiva con il numero di telefono dell’Ambasciata in tasca, che avrebbe potuto servire per portarla in salvo, almeno c’era qualcuno che avrebbe potuto garantire per lei… forse…
Ci pensava mestamente quella mattina, qualche ora prima della partenza e si andava convincendo, da sola, raccontandosi che non poteva essere, che tutte le storie che alcuni suoi connazionali le avevano raccontato avrebbero potuto essere delle invenzioni, in fin dei conti lei era una persona seria, ben intenzionata, portava nel cuore un messaggio di pace, e allora perchè avrebbe dovuto avere paura? Perchè mai l’avrebbero potuta fermare, interrogare, intimorire e alla fine rimandare indietro?
Ma il suo disagio persisteva. Era certa che non sarebbe stata capace di sostenere le domande senza alla fine dire la verità e la sua reale destinazione e questo l’avrebbe fregata senza dubbio, perchè non era capace di sottostare a una costrizione, ad una assurda imposizione di facciata che offendeva la sua intelligenza e la sua libertà. Eppure lei ufficialmente stava partendo con una destinazione assolutamente normale, ma quello  che era strano però era la destinazione del suo viaggio: “paese civile e pacifico e soprattutto unica democrazia del Medioriente”.

Sogni ricorrenti

In Anomalie, Guerra, personale, Scissione on 3 aprile 2012 at 7:46


Solo quando i sogni vanno persi come lacrime nella pioggia è arrivato il momento di morire – Jim Morrison

Secondo me diamo troppo poca importanza ai sogni. Non sto parlado dei sogni che fanno parte dell’immaginario di chi è sveglio, a quelli invece diamo molta importanza, qualche volta un po’ troppa, ma di quelli che frequentano le nostre notti, con assiduità, ed è proprio perché ci fanno compagnia da tempo noi non li vediamo più.
Non li vediamo certo, ma quasi sempre ci lasciano in bocca un retrogusto, assieme a delle sensazioni che molto spesso ci cambiano la giornata successiva.
Di questi sogni ricorrenti, belli o brutti che siano, ne ho di tre diverse categorie: una che riguarda le persone (persone amate o meno e che mi hanno dato “ansie” in alcuni momenti della vita), una che riguarda i luoghi (posti sconosciuti e mai visti che mi ritornano in modo ripetitivo alla mente, oppure case che ho acquistato e poi dimenticato, oppure ancora altre che vorrei acquistare, perché “fanno proprio parte dei miei sogni”), ultima categoria sono le “avventure”: salvataggi dopo iperboliche azioni, oppure “contorti ragionamenti” su come agire nei confronti di persone in difficoltà: bambini o adulti che siano.Che poi l’eroina di questi sogni non è che sono sempre io direttamente, spesso sono solo spettatrice, anzi regista.
L’ultima categoria di questi sogni-incubi è legata alla guerra. Guerra che non ho mai vissuto direttamente, ma il cui pensiero sembra essersi annidato in me, come ricordo ancestrale e trasmesso nei geni dai miei genitori.
In realtà, nei sogni, riesco a mantenere quasi sempre un grado di controllo che mi permette, nel momento che diventano troppo ansiogeni, di sapere perfettamente che si tratta di sogno e di provvedere al mio risveglio. Questa è una buona cosa che mi risparmia un sacco di fastidi, ma mica sempre, a volte l’impronta di quel sogno, magari un’impronta latente, perché del sogno non porto ricordo, almeno a livello cosciente, mi rimane attaccata anche per giorni, così precisa che mi turba a lungo e che non sempre riesco a spiegare.
A parte per i sogni incubi, che mi sconvolgono per ovvi motivi, quelli che sono meno dirompenti, ma che mi rimangono vivi in testa, sono quelli dei loghi che non ho mai visto e che ritornano. Mi ricordo, moltissimi ani fa, che con precisione fotografica avevo sognato un assembramento di case tipo paese spagnoleggiante che dopo alcuni giorni ho trovato, tale e quale, in un film di Bertolucci. Ovviamente questo è un caso limite, di solito questi luoghi sono vallate in mezzo al verde che penso di non aver mai visto e non capisco che ritornano a fare. Certo sembra non aver senso. Certo che ho il sospetto che un qualche senso ci sia.
Sicuramente quando sogno di salvare persone in pericolo, in qualche modo vero o solo percepito, ho, nella realta, persone care in difficoltà. Il sogno poi delle case che scopro di aver acquistato e di essermene dimenticata oppure di aver trovato case da sogno (il mio sogno in questo è davvero creativo: non si tratta mai di villa hollywoodiana, ma di grande casa piena di angoli speciali, vista particolarmente affasciante e tante tante finestre, da restaurare totalmente, ma proprio in quello sta il fascino).
Sul primo genere preferisco non parlare. Quelli sono sogni che mi “sfrugugliano” il cuore in tutti i sensi. Tanto io sogno sotto metafora, una cosa ne significa chiaramente un’altra, ma senza tanta difficoltà e senza l’aiuto del vecchio Freud, ci arrivo in un battibaleno al significato vero e non mi servono tante interpretazioni. Insomma, la mia complessità da sveglia, quando sogno diventa, senza timore di sbagliare, una semplicità sconcertante. Sarà che mi conosco? Può essere, comunque effettivamente sono più facile da capire mentre dormo di quando sono sveglia. E sinceramente non so se sia un difetto ;-).

L’amore al tempo di Facebook

In Amici, amore, Anomalie, Ironia on 21 novembre 2011 at 18:11

Vi siete accorti che la nostra vita, almeno per buona parte di noi, non la parte migliore perchè questo non è detto, ma una grossa parte, è scandita dai contatti Facebook?
Se devo essere sincera alcuni amici, molto cari, li ho conosciuti pure io in rete, attraverso un altro social net, ma erano altri tempi, tempi preistorici, e poi quello era un luogo dove ci si “sortiva” per il contenuto di quello che si postava, a volte anche lunghe dissertazioni su una breve frase, su temi importanti e decisivi, mai sui piccoli accadimenti e pensierini quotidiani, che tutto sommato di importanza ne hanno molto poca.
Per carità io non ho nulla contro FB, se non altro perchè, proprio qui ho ritrovato il mio fidanzatino della gioventù che è diventato, a tutto titolo, il mio compagno della vecchiaia. Certo sarebbe stato difficile ricontattarci in un altro modo, perchè stavamo in due città diverse, ma sai com’è, il destino scrive storie che non si immaginerebbero mai.
Ma non è della mia storia che voglio parlare, anche perchè è già di per sè così strana, che non può essere usata come denominatore comune per le altre. Voglio invece parlare di tutte le storie che si intrecciano in questo luogo di “perdizione” e di tutti gli amori che nascono e che muoiono, delle amicizie che fioriscono e che vengono recise rapidamente e della vita che si dipana tra uno scritto ed un altro.
Parliamo degli annunci del mattino: “Sto a letto oppure mi alzo mi faccio il caffè e poi torno a letto?” “Affanc… chi ha inventato il lavoro, se lo becco….” oppure la cattiveria dell’ora di pranzo: “Oggi fagioli, salsicce e polenza e pure un’aggiunta di funghi che male non fa…” e io lì a cogitare e soffrire sulla minestrina dietetica.
Alla sera un bel “buona notte e sogni d’oro“, oppure “‘notte me ne vado a cuccare“, “ciao a tutti ci si vede domani” e mille altri modi per lasciare la scena.
E tutto questo non è poi così innocuo, come sembra. Lo spunto me l’ha dato una cara amica che oggi sempre su FB, visto che abitiamo a una trentina di km. di distanza, mi raccontava di essere stata mollata (sempre nello stesso luogo) in diretta dal moroso incontrato sempre lì che l’ha cambiata con un’altra frequentatrice assidua del suo profilo.
Cosa tragica se non fosse che, uno così, per l’alto valore che ha, si dovrebbe poter cambiare subito con un altro profilo qualsiasi di FB, senza piangerci sopra nemmeno una lacrima.
E’ probabile che la prossima volta, la mia amica, si fiderà molto meno di una conoscenza fatta, maturata e disillusa proprio su questo grande libro faccia, che ha dei pregi sicuramente, come per esempio aiutare chi è solo, a sentirsi parte di un grande mondo attivo e bisbigliante, ma a pensarci bene però, è comunque un mondo illusorio, un grande specchio dove ci si riflette e dove le nostre paure lasciano il passo ad un po’ di tracotanza.
Un amico poi l’ha fatta ancora più grossa. Bazzicava su FB parlando di politica, ed era bello sentirlo parlare, sia per le idee che per la sua cultura. Io sono sua amica, mica virtualmente, lui lo conosco davvero e pure tutta la sua bella famiglia.
Poi da un giorno all’altro ha preso a parlare in poesia, di amore di quello vero con la A maiuscola.
La cosa mi era parsa strana e a dir la verità mi aveva pure preoccupato, non perchè lui parlasse d’amore, ma perchè non sproloquiava più sul nostro ex primo ministro. Un giorno gli ho chiesto se aveva problemi col lavoro, anche se in genere questo tipo di problemi non ti fa vaneggiare in versi, tutt’al più sacramentare in volgare ed in effetti i problemi non stavano lì. Si era innamorato e aveva lasciato la famiglia per una nuova lei conosciuta in rete ma di un’altra regione molto più a sud.
Non voglio giudicare i sentimenti umani nemmeno le situazioni che si formano e che si disfano sotto l’effetto delle illusioni, magari a volte si azzecca meglio così, che dopo un fidanzamento così lungo da chiamarsi ormai d’argento come ci raccontava Faber nel suo Matrimoni per amore.
Insomma sul libro delle facce le situazioni sentimentali si alternano: impegnata/o con…., sposata/o con…., single, situazione difficile-tumultuosa-terremotata-decostruttiva e così via, tanto che a volte una si accorge di essere mollata proprio lì dove c’era il suo nome e poi non c’è più.
La cosa che mi sembra ancora più strana e che non ci si trova più nel posto di lavoro, all’università, oppure sul tram, oggi il modo più usato per incontrarsi è nascondersi dietro quella “fotina” dell’attrice tutta curve oppure dietro il carapace del tronista di turno. Che poi alla fine è una bella fatica mettere assieme la realtà con l’immaginazione, possibile che tutti i fighi e le bellocce viaggino via internet? E possibile che poi se appena appena riesci a rimediare un incontro ti venga poi, ad affrontare la realtà, il latte alle ginocchia? Mai nessuno che risponda alla domanda: “Come sei? Perchè dalla foto non è che ti si veda benissimo…” risposta “Eh no caro mio, levati tutte le illusioni, io so’ tutta n’antra cosa!” Facendo sì che invece di pensare che si ha a che fare con uno sgorbio di natura, si pensi inevitabilmente che l’angelo che pensi di avere di fronte, qualche volta nelle foto non esce proprio un gran che bene.
Ma questo è il tempo dell’amore su Facebook e dopo aver digitato l’account troverete scritto in caratteri cubitali: “lasciate ogni speranza o voi che entrate” si sa come si entra, ma di certo non si sa come si esce :-).

116) Margherita Dolcevita

In Un libro al giorno on 30 settembre 2010 at 8:00

Sono andata a letto e le stelle non c’erano più. Ho pulito per bene il vetro della finestra, ma niente da fare. Erano sparite. Era sparita Sirio e Venere e Carmilla e Altazor. E anche Mab e Zelda e Bacbuc e Dandelion e la costellazione del Tacchino e la Croce di Lennon.
Non ditemi che alcune di queste stelle non esistono. Sono i nomi che gli ho dato io. Infatti rivendico il diritto di ognuno, specialmente delle fanciulle fantasiose come me, a chiamare le cose non soltanto con il nome del vocabolario, ma anche quello del vocabolario, cioè con un nome inventato e scelto. In fondo tutti lo fanno. I miei genitori mi hanno chiamato Margherita, ma io amo essere chiamata Maga o Maghetta. I miei compagni di scuola, ironizzando sul fatto che non sono proprio snella, a volte mi chiamano Megarita; mio nonno, che è un po’ arteriosclerotico, mi chiama Margheritina, ma a volte anche Mariella, Marisella oppure Venusta, che era sua sorella. Ma soprattutto, quando sono allegra mi chiama Margherita …

Soluzione
Titolo: MARGHERITA DOLCEVITA
Autore: STEFANO BENNI

Trama: La protagonista è Margherita, una ragazzina di 14 anni e sei mesi (o, come si definisce lei stessa, “una bambina in scadenza”) che pensa in modo leggermente diverso rispetto ai coetanei, è una ragazzina con qualche chiletto in più e i capelli ribelli che si piace così com’è. Vive con la madre Emma, ossessionata dalla serie televisiva “ETERNAL LOVE”, il padre Fausto, che ripara qualsiasi oggetto, il fratello minore Eraclito, ossessionato dai videogiochi, il maggiore Giacinto, il nonno, che ha paura di morire avvelenato ed infine il cane Pisolo un cosiddetto “bastardino”. La sua è una casa al confine tra la periferia cittadina e la campagna. La vita scorre tranquilla finché non arrivano i nuovi vicini, la famiglia Del Bene. Ricchi, influenti ed eleganti, a poco a poco affascinano i genitori e il fratello maggiore di Margherita, rendendoli sempre più simili a loro. Margherita, suo nonno e suo fratello minore Eraclito però non sono convinti da quella famiglia “perfetta” ed indagano sui segreti che sembrano circondare i DelBene. Scoprono molte cose sconcertanti sul loro conto che pare il loro papà condivida da quando li ha conosciuti. Scoperti quasi tutti i segreti dei nuovi vicini, non ne conoscono solo uno utile per sapere tutto su di loro, ma incontreranno i padri delle due famiglie sulla loro strada. Gli faranno dire cosa stanno facendo realmente ma una bomba esploderà nel capannone che si trova vicino alla casa di Margherita e i suoi due fratelli, il padre e il loro vicino muoiono. Ambigua è l’interpretizione del finale: sembra che il fantasma di Margherita veda i corpi dei morti, la polizia, sua madre che piange e vorrebbe poterla consolare ma non può fare altro che condividere con lei un immenso dolore; puo’ essere anche interpretata in altri modi, ma questo dipende dal lettore e dalla sua FANTASIA… (da wikipedia)

22) Luglio, agosto, settembre (nero)

In Una canzone al giorno on 29 giugno 2010 at 12:15

Giocare col mondo facendolo a pezzi
Bambini che il sole ha ridotto già vecchi

Non è colpa mia se la tua realtà
Mi costringe a fare guerra all’omertà.
Forse così sapremo quello che vuol dire
Affogare nel sangue tutta l’umanità.

Gente scolorata quasi tutta eguale
La mia rabbia legge sopra i quotidiani.
Leggi nella storia tutto il mio dolore
Vedi la mia gente che non vuol morire.

Quando guardi il mondo senza aver problemi
Cerca nelle cose l’essenzialità
Non è colpa mia se la tua realtà
Mi costringe a fare GUERRA ALL’UMANITA’

Soluzione

Titolo: LUGLIO, AGOSTO, SETTEMBRE (NERO)

Gruppo: AREA  – DEMETRIO STRATOS

Freccia d’argento

In Anomalie on 23 giugno 2010 at 13:32

Quando viaggio dentro al territorio nazionale uso, per comodità e necessità, i costosissimi treni delle Ferrovie italiane. Oggi mi sono imbarcata a Roma, anzi ci siamo imbarcati io e il mio compagno, sulla FrecciaArgento verso il nord. Vicino a noi, ma non ad una distanza imbarazzante se la sbirciavamo un po’ più a lungo, si è sistemata una rosea ragazza dall’aspetto vivace e sicuro. Il colore della ragazza ci veniva suggerito dai suoi abiti veramente tendenti al rosa acceso e al fucsia, il tutto accompagnato da un berretto a visiera anche quello di color rosa. Sul gusto di vestire non ho nessun preconcetto, anche se in realtà il rosa non è un colore che amo molto, ma la cosa che mi aveva fatto accendere la curiosità era la ragazza nel suo insieme. Tutto quel rosa su un abbigliamento anche se informale mi pareva esagerato. Portava una tuta da ginnastica rosa con la giacca allacciata alla vita, un paio di scarpe da ginnastica argento-rosa, una maglietta rosa con scritte e disegni che fasciava un seno davvero notevole, ed il cappellino col frontino su una testa totalmente priva di capelli.
Sinceramente, un po’ imbarazzata, avevo pensato all’esito di una chemio-terapia per una malattia infausta, ma la rosea ragazza aveva un aspetto colorito e sano che me la faceva escludere. Di seguito avevo pensato ad una rasatura di bellezza, ma dalla lucidità del capo avevo dedotto che non era nemmeno questa la causa. Intanto la ragazza aveva preso a scrivere appunti e a guardarsi in giro con un fare deciso e vitale. Il berretto era finito nel borsone sportivo rosa che faceva pendant con un trolley anch’esso di un rosa impareggiabile. Senza copricapo la ragazza sembrava un pochino più vecchia di quanto quel colore potesse promettere, lo sguardo era duro di chi sa quello che vuole. il viso dai lineamenti un po’ marcati era impossibilitato ad essere addolcito dalle varie fogge e colori in cui avrebbe potuto confezionare i capelli. Certo che quella ragazza aveva un modo di proporsi un minimo aggressivo e provocatorio, ma su questo non sapevo darmi una risposta. Forse proprio perchè senza capelli sfidava il giudizio del mondo? Forse.
Ho avuto solo un momento di sgomento alla telefonata che la ragazza ha gestito quasi alla fine del suo viaggio. Una telefonata tenuta abbastanza a voce bassa per non farsi sentire dagli involontari ascoltatori. Svolta a voce bassa, ma con sicurezza ed autorità. Con una certa soddisfazione aveva preso appunti di quanto l’interlocutore gli andava dicendo, forse qualcosa come un indirizzo o una descrizione di un luogo e di una persona, la ragazza alla fine dice: “Va bene, ho capito tutto, tu guardati in giro e mi vedrai. Sono vestita di rosa e sono ovviamente senza capelli, ma non ti preoccupare, ho portato qualche parrucca così possiamo scegliere quella che ti piace di più.” A questo punto io e il mio compagno ci siamo guardati un bel po’ stupiti, ma secondo voi che cosa si poteva pensare? Certo che la fantasia non ci è mancata nell’immaginare i vari scenari. Ma sapendo che a volte la fantasia non riesce ad eguagliare la realtà, lascio a voi lo spazio per dare un finale ad un racconto la cui fine non si saprà mai. 🙂

Ce ne stavamo un pomeriggio a passeggiare

In Amici, Blog, Donne on 2 marzo 2010 at 0:20

Sei arrivata da un altro paese. Un viaggio lungo e faticoso, ma non sentivi ancora la fatica perchè quel viaggio ti prometteva molto. Mi avevi mandato un sms “Non aspettare. L’aereo porta un ritardo pazzesco. Sciopero dei controllori di volo. Odio i francesi!” Pareva una dichiarazione di guerra. Io ci avevo creduto fino a che non ti ho vista scendere dal motoscafo. Piccolina e minuta come le fatine nelle favole. Sei la folletta irlandese più improbabile che potessi immaginare. Certo non è quello il tuo paese. Sei nata a Milano, ma le radici le tieni in Sicilia da dove ti sei portata appresso una cascata di riccioli scuri. Ma un’isola vale l’altra se il senso è scappare da un territorio che forse non ti era congeniale. Allora erano anni che si vivevano in fretta, che si consumavano sotto le nostre scarpe come cicche calpestate. Avevo avuto voglia subito di abbracciarti, ma dovevo ricordare che non eri, malgrado le dimensioni una bambina. Un passaggio a casa per lasciare la sacca e poi in giro a raccontarci le nostre storie.
La mia è una città magica. Si srotola sotto i piedi in mille frammenti di luce e foschie. Siamo partite alla sua conquista, parola dopo parole, confidenza dopo confidenza. Due donne fisicamente totalmente agli opposti, ma la stessa voglia di entrare nell’anima dell’altra per la stessa necessità di empatia. Le nostre vite così diverse e così simili. Le delusioni e i sogni che non vogliono morire mai. Come non capire che senza mai conoscerci ci conoscevamo gia? Eppure lo sapevamo. Al di fuori dei nostri blog noi eravamo quello che avevamo sempre mostrato. Noi uscite dal mondo virtuale, eravamo più reali di quello che sognavamo. Ci siamo sedute in mezzo alla piazza,  su una passerella, come due ragazzine squattrinate di altri tempi. Abbiamo parlato di noi e dei nostri figli, con l’amore che solo due madri possono avere. Ci siamo liberate dei gravami di una vita fino a che il freddo ci ha fatto sloggiare. Ora potevamo rientrare nel mondo. Ora riprendevamo il possesso del mondo degli altri.
Era stato il nostro pomeriggio, quello che ci avevamo promesso da molto tempo. Da adesso in poi avremmo ridato il nostro tempo anche agli altri.
Per il resto il week end è stato sereno, passato tra amici attorno ad un caminetto acceso e con il sorriso fra le labbra. Un altro aereo ti ha portato via, ma un altro in futuro ti riporterà. Come hai giustamente fatto notare, cara amica, le partenze sono necessarie per generare dei ritorni ed io so che tornerai. E ti aspetterò come sempre con la disponibilità del mio cuore. 🙂

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