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C’era un tempo di mezzo

In amore, Donne, personale, uomini on 6 febbraio 2014 at 7:22

Klimt-le-tre-eta-della-donna
Era sera. Una sera che degradava dal fulvo dorato all’inchiostro stemperato con i riflessi rosa dell’ultima luce del sole.
Era bello stare lì, un bello che riempiva l’anima.
Improvvisamente come un brivido che corre sulla schiena e risale fino a un punto preciso del cervello, aveva ripensato che la sua vita aveva un prima, un dopo e che aveva avuto anche un lungo tempo di mezzo, a cui lei non pensava quasi mai.
Era certo frutto di un riflesso condizionato dalla paura di sapere, di ritornare a quel momento sospeso che era stata la sua vita di mezzo.
Non che fosse stato un periodo totalmente oscuro, anzi a dire il vero era stato per buona parte un periodo pieno di stimoli e di sicurezze che venivano raccolte qua e là nel percorso. Proprio lei che di sicurezze non ne aveva mai avute e non gliene erano mai state regalate.
Sapeva già da allora che avrebbe dovuto far da sola se voleva assicurarsi una vita senza condizionamenti e ostacoli, ma sapeva anche che si era scelta la strada dei condizionamenti più feroci. Era l’amore che la fregava e pure allora lo vedeva con chiarezza.
Ecco perché tornava raramente a quel tempo, provava sensazioni contrastanti, un dolore diffuso e una rabbia stemperata ormai dalla conoscenza ma ora era tutto dietro le spalle.
Ma quanti anni erano stati? Lei aveva diciannove anni quando tutto era incominciato. Quel nuovo posto di lavoro, sottopagato, ma a lei era sembrato che malgrado le apparenze, poteva diventare davvero la sua sicurezza e il suo futuro. Allora aveva quel ragazzo che se mai avesse potuto l’avrebbe messa sotto una campana di vetro, non solo per poterla guardare lui, ma per farla ammirare anche agli altri. Ammirare, ma non toccare. Aveva perduto quasi tutti gli amici e forse forse non era stata tutta colpa sua, anzi ne era certa. Fosse stato per lei avrebbe avuto un mondo pieno di amici e di occasioni. Ma lui era talmente insicuro che la voleva tutta per sè e ci voleva mettere in aggiunta pure le catene di un rapporto definitivo, cosa che a lei era sembrata davvero una forzatura. Non era pronta nemmeno a un rapporto di convivenza figurarsi a quello di un matrimonio. E questo l’aveva spinta a tirarsene fuori, respirando finalmente aria pura e soprattutto libera.
Quel nuovo lavoro l’aveva catapultata in mezzo ad un mondo quasi totalmente maschile. Ma lei male non si trovava, gli uomini erano meno competitivi tra di loro e non lo erano affatto con le donne. Questo atteggiamento non veniva per apertura mentale, questo lei lo sapeva bene, ma solo perché una donna non avrebbe mai messo in pericolo la loro professionalità e a dirla tutta nella sostanza si sbagliavano di grosso, ma a quel tempo la donna ne aveva di strada da fare.
Si trovò a sorridere. Erano altri tempi e tutto sommato andava bene così, bastava solo mantenere il profilo basso, e tutto filava liscio senza scontri superflui.
Insomma era allora che era iniziata la sua vita di mezzo, quel periodo che l’aveva vista studiare per prendersi un diploma, e poi iscriversi all’Università, ma che in particolar modo l’aveva vista fare i bagagli e uscire dalla casa che l’aveva imprigionata fino alla sua maggiore età e che ora non la poteva più tener legata.
Che belle quelle notti passate a passeggiare da sola per strada, era la dimostrazione del riscatto e della libertà.
Ma nel frattempo era entrato nella sua testa quell’uomo abbastanza grande ed egoista da saperla manovrare senza che lei fosse capace di comprendere, almeno non allora, almeno non subito. Troppo diverso da lei perché potesse riconoscerne prontamente i difetti e per prenderne le distanze in tempo, prima che fosse troppo tardi.
L’aveva amato e l’aveva profondamente odiato, troppe delusioni e troppi sogni disarticolati. Ma sempre e comunque lui riprendeva il potere. Non era amore, era piuttosto una malattia incurabile, una malattia così lunga e così tossica da durare… quanto?… ben 27 anni. Ecco era tutto lì il suo tempo di mezzo. 27 anni di fatica e di cos’altro? Sofferenza? Ma anche amore unilaterale… eh capirai a cosa serve.
Lei non sapeva come riassumere: certo un figlio amatissimo, un matrimonio piuttosto inusuale e una vita insieme che veniva soffocata dalla ripetizione. Ripetizione di cattive abitudini o semplicemente di abitudini e basta.
Lei era stanca, ma non avrebbe mai ceduto. Era una combattente nata, né mai troppo doma, né mai sleale. Ed era finita, così con uno strappo senza risposte. Come un amore non dovrebbe finire mai.
Come c’era stato un prima, poi c’era stato un dopo: terribile nei primi tempi e poi sempre più rasserenante, quando si era accorta che la vita vince sulla morte e che lei era sopravvissuta a quest’ultima.
Ora che aveva reiterato la convinzione che da solo si può, stava trovando dentro di sè una serenità ed una sicurezza che per troppo tempo aveva perduto. Non si diceva più che era stata colpa degli altri, chi vuole il suo male, o lo sa gestire o lo subisce. E lei aveva provato prima a subirlo e poi a gestirlo, ma tutto era finito in una bolla di sapone, troppo fragile per esistere, troppo bella per non invidiarla.
Era stato quello il tempo di mezzo, trent’anni di limaccioso pantano, con tanti sogni traditi, e solo uno pienamente realizzato.
Pensava a quel sogno che si era trasformato in un ragazzo che a guardarlo le si riempivano gli occhi, quei capelli scompigliati e quegli occhi verdi che scaldavano il cuore. Strano miscuglio tra il miracolo e il talismano, non sapeva davvero come c’era riuscita però sapeva che era stato il suo portafortuna.
Quello era un amore che non tradiva, che valeva per sempre e neanche era necessario che fosse contraccambiato. Era amore e basta.
Nel tempo di mezzo lei aveva conosciuto l’amore, quello che lei avrebbe voluto per sè stessa ma che invece era felice di dare, resistuito forse da quello sguardo divertito e dolce, che la ripagava di ogni lacrima e di ogni piccola o grande apprensione.
C’era stato un prima, poi la terra di mezzo, ed ora il poi che le consentiva di godere di un tramonto sfolgorante, senza avere rimpianti. Era accaduto tutto lì nel suo centro, in un tempo che non era giovinezza, ma una cosa che non sapeva spiegare, dove lei era donna in modo diverso da tutto l’altro tempo. Finalmente era donna in modo quieto ed inestimabile. Nessuno a pretendere da lei se non quello che gli aspettava, immenso amore e cura, un gesto naturale e senza platealità. Lei allora sì che si era sentita una regina.

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L’abito non fa solo il monaco, ma anche il Papa…. Francesco d’Assisi sul mercato

In amore, Anomalie, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, politica, Religione, uomini, Vaticano on 18 marzo 2013 at 10:46

le pecore del pastore

Francesco d’Assisi sul mercato
ovvero : L’ABITO NON FA SOLO IL MONACO MA ANCHE IL PAPA
(di Bruno S.)

Oggi stavo guardando le immagini televisive sulla prima apparizione domenicale del novello Francesco. Tenendo ferma l’evidenza del ruolo decisivo dell’ideologia religiosa cattolica nella costruzione di un modello di rapporto uomo/donna da diffondere come “valore universale”, e ( all’ interno di questo ) della funzione centrale della “sacralità” del matrimonio per la codificazione dei “valori” della “famiglia” , mi stavo chiedendo su che cosa sia fondata la “credibilità” o il “carisma mediatico” ( per le moltitudini dei “fedeli” riuniti in trepida attesa di una buona novella ) del messaggio di un Padre Padrone che si presenta travestito da amico dei “poveri”, come un Francesco d’Assisi redivivo, utilizzando ( quale metafora del “rinnovamento”! ) il linguaggio quotidiano della gente , mentre è perfettamente cosciente di essere a capo di una struttura globale di potere economico che sostiene e alimenta proprio la produzione di massa della povertà a livello planetario. Il doppio volto della carità cristiana, divenuta nei secoli una fonte inesauribile di potere tramite la pratica delle elemosine.
Scrivendo queste righe, mi rendo conto di che cosa voglia dire essere nato, cresciuto e diventato vecchio dentro una tradizione “non cristiana”, ai margini di una preponderante società cristianizzata ed imbevuta del mito del dio fattosi uomo per la salvezza dell’umanità. Al mio paese ( Biasca, Cantone Ticino, Svizzera ) esisteva una tradizione non cristiana secondo la quale le persone defunte, vissute sempre senza mai aderire al cristianesimo, venivano seppellite con il simbolo di un cuore ( scolpito in legno, chiamato ” tap ” nel nostro dialetto ), proprio per distinguerle, anche da morti , dalle persone sepolte con il simbolo della croce. Una tradizione ormai scomparsa di fatto, ma che riguardava una parte significativa di famiglie. Mi sono spesso chiesto come mai questo bisogno di distinguersi dai “cristiani” avesse avuto senso anche dopo la morte, dentro una piccola comunità contadina. Negli anni giovanili avevo anch’io seguito l’interpretazione che la spiegava con “l’anticlericalismo”, quello che poi il movimento socialista da fine Ottocento aveva anche presentato come ideologia “laica”. Ma siccome fin da molto giovane avevo sempre pensato di non aver alcun bisogno di negare l’esistenza di un dio, ( per dare senso alla mia vita la definizione di “ateo” mi sembrava un non sense ), sono stato portato a pensare che quel bisogno di distinguersi dai cristiani fosse da considerare la pura e semplice testimonianza e riaffermazione di un diritto alla libertà di pensiero, proprio di fronte ad una forza contraria, preponderante ed oppressiva, che cercava, attraverso la Chiesa, di imporre una determinata interpretazione del mondo. E non certo per il gusto di aver ragione, ma solo perché il “controllo” del pensiero delle persone a proposito “del bene e del male” era socialmente decisivo per far accettare le condizioni materiali e le regole che codificavano l’esistenza delle disuguaglianze sociali. Quindi per uno scopo di “potere”.
Seguendo questa interpretazione, oggi, e per tanti altri motivi, credo che sia assolutamente fondamentale porsi la domanda di quale sia il ruolo della Chiesa cattolica nel diffondere criteri interpretativi su tutta una serie di problemi della vita associata, non in quanto “chiesa organizzata per la gestione della religione” ma in quanto struttura mediatica organizzata, in grado di utilizzare l’ideologia cristiana per condizionare le percezioni del reale , della vita in tutti i suoi aspetti quotidiani. Fra tutte le ideologie, quella cristiana ha l’enorme vantaggio di riuscire a far credere di essere depositaria anche di una risposta relativa alla morte, ed alla vita dopo la morte. La “sacralità” dei “valori” promossi ha il suo fondamento in una teologia che, fra le altre cose, ha sempre dedicato uno spazio privilegiato al ruolo della donna attraverso l’immagine della Madonna , la madre di dio, cui si lega l’intera costruzione dell’immagine del dio salvatore, e la stessa funzione del concetto di Trinità. Che questo modello teologico sia nel contempo un modello per l’interpretazione del rapporto uomo/donna, e che sia oggi veicolato non solo dalla Chiesa ma da una infinità di media, pervasivi della vita quotidiana, è il tema su cui bisogna riflettere.
Che tutto questo sia ANCHE un insieme di “valori” che esprimono un punto di vista “maschile” è altrettanto indubbio. Ragione per cui le lotte per l’autodeterminazione del “corpo delle donne” hanno una precisa funzione di denuncia. Ma a me sembra sempre più evidente che non basti rivendicare la necessità di un punto di vista “femminile” sull’intero arco dei problemi personali e sociali, perché ciò che costituisce il punto di forza del modello che abbiamo di fronte è la RELAZIONE tra i due sessi, sono le caratteristiche DEL RAPPORTO tra i due sessi, attraverso cui sono veicolati i cosiddetti “valori cristiani”. Quel rapporto è condizionato dalla “sacralità” che gli si attribuisce, e che discende dal mito della Trinità come struttura fondante della vita. Bisogna abbattere le fondamenta di questo mito se vogliamo costruire e diffondere un diverso modello di relazione, per l’uomo come per la donna. Senza dimenticare che tutti i cosiddetti ruoli “naturali” ( o biologici )dei due sessi, sono in realtà pervasi dall’ideologia di cui stiamo parlando, e sono invece spesso venduti come se fossero determinati da leggi divine.

(da un commento al post Da donna a donna di Bruno S.)

I comandamenti dei rapporti speciali

In amore, Donne, personale, uomini on 27 febbraio 2012 at 16:29

Dopo tanto tempo che mancavo sono rientrata nello splendido blog dell’altrettanto splendido Quarantenne 🙂  dove scopro subito una lettura alquanto particolare ed evocativa. Il testo lo riporto qui nel mio blog e la ragione che mi spinge a farlo è che, da qualche giorno, mio figlio è rientrato brevemente a casa, prima dell’ultima tirata che precede la discussione della tesi di laurea. Averlo a casa per me è una gioia, anche se non è che richieda molte attenzioni per sè, e nemmeno che mi metta ai fornelli più del solito, certo che un po’ di più faccio attenzione a quello che metto in tavola, almeno per quell’unica volta al giorno che mangiamo insieme. Sia chiaro che non ci tengo che lui “sfrugugli” l’anima della sua ragazza, su quanto buoni sono e quanto gli mancano i manicaretti speciali della mamma, ma mi auguro, e spero, che le nostre cene, a prescindere dalla qualità intrinseca del cibo, per lui rimangano nella memoria come un tempo speso bene, tra vivacità, risate, calore umano e cibi preparati con affetto… Sarà niente, ma a me personalmente, se lo avessi avuto,  sarebbe stato un ricordo che mi sarei portata appresso per tutta la vita.

Settimo: non abbuffarti.

Ho passato ventidue anni con mia madre e ventidue senza.

Assenza incolmabile, come un suono in una stanza vuota che rimbalza all’infinito nell’eco della mancanza, sporcato dal rimbombo dei muri disadorni.

Millecentoquarantaquattro pranzi domenicali materni mi sono perso, e anche se altri deschi adottivi, alcuni dei quali principeschi, vi hanno sopperito, mi mancano le pietanze materne, quelle preparate col tempo lento della festa, il pan grattato sulle cime di rapa, le imperfezioni callose della pasta fatta a mano, il fegato un po’ duro ma squisito, l’intento malcelato di assecondare i miei gusti, osando tra le vette della sperimentazione con ciò che aveva in frigo.

Una madre che cucina per il figlio suona musica propria. Solo cover per gli altri.

Amori giovanili

In amore, Giovani, personale on 11 febbraio 2012 at 19:05


In contrasto con una cara amica, che da un quasi amore è giunta ad un rifiuto profondo, ma essenzialmente per un suo percorso di vita non del tutto fortunato, il mio amore per l’Irlanda è l’effetto del mio carattere in equilibrio tra esternazioni umane e passionali estreme e un’introspezione e un pudore sentimentale molto interiore.
A volte mi sono chiesta se il mio colore dei capelli, un rosso tiziano pittosto luminoso e la pelle bianca del viso spruzzata di lentiggini non abbia contribuito in modo determinante al mio modo di pormi con l'”esterno”, ossia di rapportarmi con gli altri.
Sul fatto che io fossi timida e riservata nessuno ci crede, solo perchè a tutti gli effetti per salvarmi da un fratello maggiore manesco e geloso e da una famiglia certamente non incoraggiante, mi fossi fatta violenza per tenere un comportamento incazzoso e indipendente. Ma non fu solo quello a determinare il mio modo di espormi, c’era anche una profonda necessità di giustizia e verità. Mai mi sono adattata a tacere di fronte ad un sopruso o ad una situazione non chiara, ipocrita o disonesta. Su questa mia correttezza morale si sono formate le mie prime amicizie e inimicizie e anche i miei amori giovanili. Amori che comprendevano anche il rapporto simbiotico con luoghi geografici, esseri umani e ideologie ben precisi.
Perchè i capelli rossi creano una diversità? Io lo so perchè ci sono vissuta con i capelli rossi. Ho sempre dovuto tener conto che gli altri mi vedevano diversa, che apparivo anche senza volerlo, venivo ingiustamente accusata senza essere colpevole e che i preconcetti e i luoghi attorno al mio colore di capelli non mi lasciavano spazio e non mi consentivano di vivere tranquilla nel mio mondo. Io dovevo essere ribelle, passionale, emotiva, vivace e sfrenata, perchè questa era l’idea che si aveva di una bambina rossa. Quando sono diventata donna invece fui colpita da altri pregiudizi, altrettanto fastidiosi, ma crescendo avevo già prodotto gli anticorpi necessari e mi fece meno male.
Perchè parlo di amore per l’Irlanda e tiro fuori la questione dei capelli rossi? Beh le affinità sono evidenti 🙂 e non solo perchè in quel paese il rosso di capelli predomina, ma anche perchè viene attribuito a quella popolazione gli stessi difetti, o pregi, che hanno attribuito a me da sempre.
Ad onor del vero se dovessi sentire le ragioni di quella mia amica, si potrebbe rivedere le caratteristiche irlandesi al ribasso. Altro che passionali, sono tutti dei “merluzzi surgelati”, ma la loro storia e la lotta per la loro indipendenza, credo, abbia comunque dimostrato amore per la loro terra e per la loro dignità umana che con la surgelazione ha ben poco a che vedere.
Amare l’Irlanda è amare un territorio difficile ed estremo, una natura aspra e inospitale, gente di carattere e calorosa(?): Martina non la penserebbe così, lo so.
Vento burrascoso e mare agitato, scogliere inacessibili, nuvole che rotolano nei cieli azzurrri ed improbabili di quel paese. Ho sempre sognato di passare gli ultimi giorni della mia vita in un cottage sul mare a bere caffè sulla porta di casa… caffè non tè, e pensieri tranquilli che non si intralciano gli uni con gli altri.
The Cliff of Moher, senza turisti, al tumultuoso tramonto del sole ecco la mia idea di bellezza assoluta. Forse una bellezza molto simile all’immagine che io ho di me stessa, forse vicina anche alla selvatichezza e solitudine di quella me stessa, successivamente violentata, della mia prima infanzia.
Essere liberi ha un costo, a volte si lavora anche contro il proprio carattere, ma la libertà vale ben qualche modifica, può davvero costare qualche piccola contraddizione interna se è l’unico modo per un bene più grande. E’ la libertà è davvero il bene più grande, non lo pensate pure voi?

La questione è: RESTARE UMANI

In amore, Anomalie, Gaza, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 29 gennaio 2012 at 13:19

Quando c’erano i sentimenti

articolo di AMIRA HASS – Giornalista israeliana, vive a Ramallah, in Cisgiordania, scrive per il quotidiano Ha’aretz è ha una rubrica su Internazionale

Nell’oceano di cattive notizie in cui annego ogni giorno, ho ricevuto un’email sorprendente: “Per favore, ci aiuti a trovare un palestinese che vive a Rafah. Lavorava nell’azienda agricola di mio suocero, nel sud di Israele. Era considerato uno della famiglia, ma da quando, circa dieci anni fa, agli abitanti di Gaza è stato vietato di entrare in Israele, ha smesso di venire da noi e abbiamo perso i contatti. Vogliamo fare una sorpresa a mio suocero, ma non siamo sicuri che contattare il nostro amico sia permesso dall’esercito”.

Ho risposto che non esiste alcun divieto di mantenere i contatti con gli amici (almeno per ora) e ho promesso che avrei cercato di aiutarli. E poi mi sono commossa. Nel disprezzo generalizzato per i palestinesi, ci sono ancora israeliani con sentimenti diversi. Ma c’era qualcos’altro, in quella lettera, che mi commuoveva profondamente. Forse era la nostalgia di com’era l’occupazione prima della separazione forzata tra i due popoli, quando tutto sembrava temporaneo, reversibile, e i protagonisti dei due schieramenti conservavano un lato umano. Di recente un amico di Nablus mi ha raccontato di quei tempi: “Da bambini giocavamo a calcio con i soldati, gli stessi a cui tiravamo pietre e che ci davano la caccia”.

Forse rimpiango i tempi in cui i sentimenti umani riuscivano ancora a emergere, anche in una relazione classista come quella di un’azienda agricola, e potevamo ancora illuderci che sarebbero arrivati tempi migliori.

Traduzione di Andrea Sparacino.

Internazionale, numero 933, 27 gennaio 2012

L’amore al tempo di Facebook

In Amici, amore, Anomalie, Ironia on 21 novembre 2011 at 18:11

Vi siete accorti che la nostra vita, almeno per buona parte di noi, non la parte migliore perchè questo non è detto, ma una grossa parte, è scandita dai contatti Facebook?
Se devo essere sincera alcuni amici, molto cari, li ho conosciuti pure io in rete, attraverso un altro social net, ma erano altri tempi, tempi preistorici, e poi quello era un luogo dove ci si “sortiva” per il contenuto di quello che si postava, a volte anche lunghe dissertazioni su una breve frase, su temi importanti e decisivi, mai sui piccoli accadimenti e pensierini quotidiani, che tutto sommato di importanza ne hanno molto poca.
Per carità io non ho nulla contro FB, se non altro perchè, proprio qui ho ritrovato il mio fidanzatino della gioventù che è diventato, a tutto titolo, il mio compagno della vecchiaia. Certo sarebbe stato difficile ricontattarci in un altro modo, perchè stavamo in due città diverse, ma sai com’è, il destino scrive storie che non si immaginerebbero mai.
Ma non è della mia storia che voglio parlare, anche perchè è già di per sè così strana, che non può essere usata come denominatore comune per le altre. Voglio invece parlare di tutte le storie che si intrecciano in questo luogo di “perdizione” e di tutti gli amori che nascono e che muoiono, delle amicizie che fioriscono e che vengono recise rapidamente e della vita che si dipana tra uno scritto ed un altro.
Parliamo degli annunci del mattino: “Sto a letto oppure mi alzo mi faccio il caffè e poi torno a letto?” “Affanc… chi ha inventato il lavoro, se lo becco….” oppure la cattiveria dell’ora di pranzo: “Oggi fagioli, salsicce e polenza e pure un’aggiunta di funghi che male non fa…” e io lì a cogitare e soffrire sulla minestrina dietetica.
Alla sera un bel “buona notte e sogni d’oro“, oppure “‘notte me ne vado a cuccare“, “ciao a tutti ci si vede domani” e mille altri modi per lasciare la scena.
E tutto questo non è poi così innocuo, come sembra. Lo spunto me l’ha dato una cara amica che oggi sempre su FB, visto che abitiamo a una trentina di km. di distanza, mi raccontava di essere stata mollata (sempre nello stesso luogo) in diretta dal moroso incontrato sempre lì che l’ha cambiata con un’altra frequentatrice assidua del suo profilo.
Cosa tragica se non fosse che, uno così, per l’alto valore che ha, si dovrebbe poter cambiare subito con un altro profilo qualsiasi di FB, senza piangerci sopra nemmeno una lacrima.
E’ probabile che la prossima volta, la mia amica, si fiderà molto meno di una conoscenza fatta, maturata e disillusa proprio su questo grande libro faccia, che ha dei pregi sicuramente, come per esempio aiutare chi è solo, a sentirsi parte di un grande mondo attivo e bisbigliante, ma a pensarci bene però, è comunque un mondo illusorio, un grande specchio dove ci si riflette e dove le nostre paure lasciano il passo ad un po’ di tracotanza.
Un amico poi l’ha fatta ancora più grossa. Bazzicava su FB parlando di politica, ed era bello sentirlo parlare, sia per le idee che per la sua cultura. Io sono sua amica, mica virtualmente, lui lo conosco davvero e pure tutta la sua bella famiglia.
Poi da un giorno all’altro ha preso a parlare in poesia, di amore di quello vero con la A maiuscola.
La cosa mi era parsa strana e a dir la verità mi aveva pure preoccupato, non perchè lui parlasse d’amore, ma perchè non sproloquiava più sul nostro ex primo ministro. Un giorno gli ho chiesto se aveva problemi col lavoro, anche se in genere questo tipo di problemi non ti fa vaneggiare in versi, tutt’al più sacramentare in volgare ed in effetti i problemi non stavano lì. Si era innamorato e aveva lasciato la famiglia per una nuova lei conosciuta in rete ma di un’altra regione molto più a sud.
Non voglio giudicare i sentimenti umani nemmeno le situazioni che si formano e che si disfano sotto l’effetto delle illusioni, magari a volte si azzecca meglio così, che dopo un fidanzamento così lungo da chiamarsi ormai d’argento come ci raccontava Faber nel suo Matrimoni per amore.
Insomma sul libro delle facce le situazioni sentimentali si alternano: impegnata/o con…., sposata/o con…., single, situazione difficile-tumultuosa-terremotata-decostruttiva e così via, tanto che a volte una si accorge di essere mollata proprio lì dove c’era il suo nome e poi non c’è più.
La cosa che mi sembra ancora più strana e che non ci si trova più nel posto di lavoro, all’università, oppure sul tram, oggi il modo più usato per incontrarsi è nascondersi dietro quella “fotina” dell’attrice tutta curve oppure dietro il carapace del tronista di turno. Che poi alla fine è una bella fatica mettere assieme la realtà con l’immaginazione, possibile che tutti i fighi e le bellocce viaggino via internet? E possibile che poi se appena appena riesci a rimediare un incontro ti venga poi, ad affrontare la realtà, il latte alle ginocchia? Mai nessuno che risponda alla domanda: “Come sei? Perchè dalla foto non è che ti si veda benissimo…” risposta “Eh no caro mio, levati tutte le illusioni, io so’ tutta n’antra cosa!” Facendo sì che invece di pensare che si ha a che fare con uno sgorbio di natura, si pensi inevitabilmente che l’angelo che pensi di avere di fronte, qualche volta nelle foto non esce proprio un gran che bene.
Ma questo è il tempo dell’amore su Facebook e dopo aver digitato l’account troverete scritto in caratteri cubitali: “lasciate ogni speranza o voi che entrate” si sa come si entra, ma di certo non si sa come si esce :-).

La bella Olga

In amore, Donne on 8 aprile 2011 at 21:55

Non è colpa mia se sono poco fisionomista. In genere non osservo mai con attenzione le persone. Un po’ perché cerco di non essere invadente e un po’ perché per davvero mi interessa poco il lato esteriore di chi mi viene presentato. Olga è bella e algida. Bionda fino allo sfinimento. Con due occhi chiari ed enormi truccati alla perfezione. Mentre la guardi di profilo ti ricorda le statue del realismo russo, perchè il suo non è profilo, è solo uno spigolo che dalla fronte scende al mento in una linea precisa. Eppure è bellissima. Ricordavo di averla già vista e pensavo di averla vista assieme a lui, un giovane imprenditore con il quale ho rapporti di lavoro. Ricco quanto basta e separato. E finchè l’ho pensato la mia attenzione nei suoi confronti è stata vaga e si è limitata a chiederle se era stanca del viaggio. Certo doveva esserlo visto che si era raggomitolata sul divano con quell’aria annoiata e assente, come se niente la toccasse oppure se volesse chiudere la mente ai pensieri degli altri.
Non riuscivo a ricordare perchè quella donna, nella mia mente, facesse parte di quella casa. Ero certa che se l’avevo conosciuta con lui, non era certo in quella casa. Eppure era proprio lì che aveva il suo posto ed era proprio lì che c’era la sua immagine impressa.
Ma è stato solo quando siamo usciti da quella casa e l’ho salutata che la sua espressione si è rasserenata e cosa strana per la sua riservatezza mi ha dato un bacio sulla guancia. Avevo come l’impresione che mi fosse grata. Ma grata di che? E ho capito. Quella ragazza l’ho incontrata alcuni mesi fa assieme ad un altro uomo, un giovane imprenditore con cui ho avuto contatti per lavoro. Un uomo simpatico, ricco e colto che stava per ritornare nel suo paese: la Russia, ma che sono certa non avesse niente a che fare con quello con cui si trovava lei oggi. Anche in quel caso erano ospiti nella stessa, identica casa dove l’avevo ritrovata e la cosa mi ha dato un certo turbamento.
La cosa strana è che mentre le passavo vicino, e il suo attuale accompagnatore stava parlando con altri. l’ho sentita telefonare in una lingua che solo ora so essere stata russa, con un tono di voce concitato, ma nello stesso tempo cercando di non farsi sentire.
Quante domande mi sono venute alla mente. Quante supposizioni. Chi è davvero Olga? Che ci faceva assieme a quegli uomini? Chi erano per lei? E quanto l’aveva scombussolata il trovarsi di nuovo nella stesa casa? E quanto l’aveva sconvolta ritrovarsi faccia a faccia con la sola persona che l’aveva già conosciuta in un’altra occasione simile?
Devo aver fatto un figurone. Forse ha pensato che avevo glissato con classe sul nostro primo incontro, certo non lo ricordavo, ma anche se lo avessi fatto sarei comunque rimasta sulle generali. Ma le domande  mi perseguitano.
E ora riesco solo ad inventare una sacco di storie su di lei.

Due o tre cose che so di lei…

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 13 novembre 2010 at 7:00

Foto in BN di mia madre

Tutto su mia madre.
La storia inizia ben prima della nascita di mia madre. Come tutte le storie ha radici profonde e nascoste, forse difficili da cercare, ma per parlare di lei non posso che raccontare gli antefatti.
La nonna di mia madre era bellissima ed austera. Era abituata agli agi di palazzo quale dama di compagnia di una nobildonna molto ricca. Viveva tra il palazzo in città e la villa in campagna. Vittoria, chiamiamola così, viveva attorniata da servitori e lacchè, senza sapere cosa fosse la fatica e i problemi di una vita modesta. Sinceramente credo fosse una figlia del popolo, probabilmente consegnata da qualche fattore al Conte perché ne facesse una serva. La sua bellezza e la sua intelligenza fecero il resto. Si sposò con lo stalliere del Conte anzi per la verità era il cocchiere, apparentemente una mansione modesta, ma che richiedeva la fiducia completa del suo Signore.
Il nonno aveva l’aspetto di un re e non sembrava proprio un semplice servitore. Ne conservo una foto, un omino fotocopia del nostro re di allora con i baffoni a manubrio. Non conosco particolari del loro amore, so solo che vissero separati dal loro lavoro e forse anche dalle convenzioni del tempo. La bella Vittoria ebbe molti figli di cui non si curò. Furono affidati alla balia nella villa di campagna del Conte. Questi figli, allevati da estranei, i genitori non li vedevano mai, ma ne subivano la volontà a distanza. C’è una caratteristica nella mia famiglia ed è che in ogni generazione è nata qua e là una femmina di grande bellezza. Una sola, isolata, in mezzo a maschi e femmine diciamo più comuni. Bella così era mia nonna, piccolina e selvaggia come una zingara. Lei era fiera e orgogliosa, ma era stata cresciuta senza l’amore dei genitori e quando s’inguaiò col garzone di stalla e fabbro, mio nonno, visse questo sentimento più come una catastrofe che come un sentimento romantico.
Vittoria fece allontanare Dorotea e mio nonno dalla villa. Forse si vergognava di quello che le pareva una soluzione così modesta e deludente. Si sposarono ed ebbero quattro figli. La prima, figlia della catastrofe, fu mia mamma. Quindi i due si trasferirono nelle campagne più vicino alla città perchè Giuseppe, mio nonno, da ferratore di cavalli passò all’industria pesante, passando ancor prima per la guerra che gli costò il tributo di un occhio. Trovò lavoro in fonderia, in una grossa azienda che produceva armamento pesante. Pure mia madre, giovanissima, ci lavorava tagliando il vetro per l’industria bellica. Venne il tempo della seconda guerra mondiale e mio nonno non fu richiamato perchè invalido, così faticava in fonderia assieme a mia madre che, seppur dall’aspetto fine ed elegante, aveva una forza fisica non comune. Insomma come la madre precedentemente aveva ereditato una bellezza discreta e sofisticata e questo in un paesino di campagna saltava davvero all’occhio.
Mia nonna forse a causa della sua infanzia o solo perchè vedeva mia madre come la causa della sua sfortuna, non aveva per lei un amore materno normale. Per giunta, essendo l’unica delle due femmine appetibile, vedeva in lei la bella figlia da sistemare con un buon partito, cosa che le risultava impossibile con la seconda figlia bruttina, ma comunque lampantemente preferita alla prima.
A volte la bellezza di una donna crea problemi anche dove non sembra. In effetti mia madre veniva angariata dalla nonna per piegarla alla sua volontà. I corteggiatori erano molti, ma le era permesso frequentare solo quelli benvisti dalla madre e dotati di un cospicuo capitale.
Povera ragazza. Lei invece era così romantica. Non voleva un marito coi soldi da sposare senza amore. Lei sognava l’amore e una famiglia e pure dei bambini. Lei amava i bambini. Guardava i figli degli altri e sognava i suoi. Pensava ad una vita piena d’amore, che però nella sua vita non aveva mai avuto. Il nonno non era male, era socialista e pieno di amici, suonava il violino alle feste paesane, ma aveva imparato a rifuggire quella donna che amava e che non sapeva dargli affetto.
Mia madre era la persona perfetta per farne una vittima, persino la sua insegnante delle elementari invece di tenerla in classe ad imparare come suo diritto, le consegnava i due figli da accudire fino a quando non finiva l’orario di scuola.
Forse per questo non aveva molta fiducia in se stessa, e si considerava inferiore ed ignorante nei confronti degli altri. Questo non l’aiutò nella sua vita successiva.
Un giorno mentre prendeva l’acqua alla fontana incontrò mio padre. Lui era appena tornato dalla guerra. Era rimasto lontano per dieci anni, tra militare, campagna di Grecia e Albania e prigioniero di guerra in Germania. Erano vicini di casa quindi alla sua partenza l’aveva lasciata bambina e la ritrovava donna. Lui era più vecchio di mia madre e malgrado fosse considerato un bell’uomo e facesse soggezione, non poteva dirsi un buon partito. In pochi giorni si presentò alla nonna e la chiese in sposa. La nonna non poteva opporsi, era un uomo adulto e senza sfronzoli, con lui si sentiva intimidita. Per tutta la vita lo trattò come se non fosse suo genero. Così mia madre si sposò e si trasferì in città.
Mio padre faceva il ciabattino, lavoro umile anche a quel tempo. Però era bravo e molto capace nel preparare scarpe ortopediche. Era un grande lavoratore, ma poco avezzo a trattare con una donna così giovane e spaventata. Non c’erano gentilezze nè divertimenti per lei, nemmeno nei primi anni della loro vita insieme. Anzi, viveva sotto il giogo della suocera, mia nonna paterna che era piuttosto egoista e manipolatrice. Non fu un bel vivere, e mia madre soffrì moltissimo della convivenza con quella donna che non la poteva soffrire. Quando i miei decisero di lasciare la casa della nonna, mia madre si ammalò. Era stanca e depressa. Non riusciva a dormire e a parlare con la gente. Ogni tanto si sentiva male e io dovevo correre dalla vicina perchè mi diceva che si sentiva svenire e che le sembrava di morire. Mio padre liquidava i suoi malesseri come cose da donne.
Credo che cominciarono lì le mie rivolte contro mio padre. Mia madre non riusciva a tenergli testa. Era debole e lo assecondava sempre anche quando la trattava come se fosse una stupida.
Successivamente mia madre ebbe altri tre figli. Credo che per lei noi fossimo importanti perchè solo con noi riusciva ad essere serena. Ma a quel tempo i figli erano un grande peso. Era una fatica che non poteva condividere con nessuno. Mio padre non le concedeva nessuna agevolazione perchè pensava che quello doveva essere il destino di una donna: lavorare senza sosta per la famiglia. Mia madre era forte fisicamente, ma terribilmente sola. Io crescevo dentro ad una famiglia numerosa comprendendo fin da subito gli equilibri. Dal momento che avevo potuto schierarmi con qualcuno l’avevo fatto. Combattevo una battaglia impari per far riconoscere i miei diritti e quelli di mia madre, ma lei non si schierava mai al mio fianco. Io mi scontravo per renderla più emancipata e per far riconoscere le sue fatiche e i suoi diritti e lei si faceva mettere sotto senza dire nemmeno una parola. Io l’aiutavo a crescere i suoi figli insegnando loro la collaboraione e la parità tra maschi e femmine, mentre mi costringeva a trattarli come faceva lei: in modo disuguale. La cosa che sopportavo meno era il suo ricatto affettivo. Sapevo che non era felice, cercavo di aiutarla per farle migliorare la vita, ma lei mi rifiutava e anzi sviluppava verso di me una sorta di rancore.
Ovviamente non sapeva contrastarmi perchè il mio carattere era troppo forte per lei, ma non sapeva nemmeno abbandonarsi all’affetto se era affetto quello che provava per me. Crescendo si attaccò morbosamente a mia sorella a cui avrei potuto quasi essere madre. Questo lo dico solo perchè era questo il sentimento che provavo verso i miei fratelli piccoli. Li avevo cresciuti in sostituzione di mia madre, che lavorava, e loro mi ricambiavano con un amore quasi filiale. Questo non me lo perdonò mai. Ogni volta che la invitavo a lasciare più indipendenza a mia sorella per il suo bene, mi accusava di essere ingiustamente gelosa del loro rapporto speciale. Credo che fu sollevata quando alla maggiore età me ne andai di casa per vivere da sola. Si riprendeva totalmente lo spazio che forse io occupavo in modo ingombrante. Passarono parecchi anni ed io feci la mia vita indipendente dalla mia famiglia, ma sempre pronta ad intervenire nel caso di necessità. Aiutai i miei fratelli negli studi e raccolsi le loro confidenze più intime. Era inevitabile visto che non ero davvero la loro madre. Se intervenni a loro favore lo feci sempre facendo finta di non intervenire. Un gioco delle parti che non mi piaceva, ma che mi adattavo a fare per tutti loro.
Poi ebbi un figlio mio e mia madre si offrì di tenerlo quando andavo a lavorare. Io lo portai all’asilo nido a quattro mesi. Non ero per niente entusiasta della sua proposta. Poi come succede il piccolo si ammalò frequentemente ed in quei periodi se ne occupava lei. Di questo le ero grata, mi permetteva di non dover continuamente assentarmi dal lavoro, ma in vari modi mi fece sentire una madre snaturata, una donna per cui era più importante il lavoro che il figlio (e per inciso solo del mio lavoro vivevo), cercò di allontanarmi da lui manipolandolo. “Vero amore che vuoi restare dalla nonna? Che ti fa dei buoni manicaretti? Lascia andare la mamma che è stanca e che domani deve andare a lavorare. Tu dormi bene a letto con la nonna vero? Tu mangi con la nonna vero? Tu sei più buono con la nonna vero? Fai ciao ciao alla mamma!!!”
Per quanto tentassi di farle capire che si comportava in modo sciocco, senza offenderla frontalmente, lei continuava il suo gioco al massacro. Per fortuna passarono gli anni e mio figlio, molto presto mi chiese di lasciarlo a casa da solo piuttosto che farlo andare da mia madre. Mi diceva: “Ti prometto che starò buono e tranquillo purchè tu non lo dica alla nonna che sono a casa da solo.” Forse nemmeno a lui piaceva quella critica velata sul nostro modo di vivere ma soprattutto sul mio.
Per mia fortuna e per carattere il contributo di mia madre alla mia formazione è stato non troppo invasivo. A lei mi lega comunque affetto e stima e il tempo ha anche stemperato le nostre difficoltà. Oggi che è rimasta vedova e non ha più costrizioni si è resa conto che io l’avevo aiutata a prendere coscienza di molte ingiustizie che subiva dagli altri e che l’ho pure supportata scontrandomi duramente con mio padre. La cosa incredibile è che oggi riesce a confidarsi con me come se fossi una sorella maggiore. “Lo sai, mi vergogno dirlo, ma la morte di tuo padre mi ha sollevato di un peso.”
Questa frase è terribile, lei lo sa e sa pure che sono l’unica che la può capire. Ma quella del padre è un’altra storia che racconterò in un altro post.
Oggi le voglio bene e le perdono di non essermi stata madre o almeno la madre che volevo, ma come si sa bene, egoisticamente tutti valutano più quello che hanno dato di quello che hanno ricevuto ed io non faccio differenza purtroppo. Lei ha dato tutto quello che poteva dare e forse io non ci sono riuscita appieno.

Altre considerazioni su: sessualità e finzione

In Donne, Gruppo di scrittura, uomini on 2 luglio 2010 at 9:11

Ecco il contributo di Mario alla discussione sulla “finzione e  sessualità”.

Alcune prime frettolose considerazioni, anche se riterrei più opportuno che gli interventi di Bruno diventassero direttamente un post senza prima essere commento. Naturalmente queste sono redatte prima di qualsiasi altro contributo cioè subito dopo la lettura del post di Bruno. E’ questo un limite del “dialogo” in rete: la sovrapposizione delle “tesi”. Aggiungo solo che solitamente non mi fermo troppo a restringere il mio pensiero ad un condizionamento troppo personale. Guardo e ascolto e non mi limito ai miei limiti ed ai miei vizi. Se dovessi giudicare la mia situazione direi che “sono felice”. Per quanto concerne la mia compagna sta a lei testimoniare. Farei un sopruso se parlassi per lei.
Finalmente, grazie a Bruno, si è cercato di limitare l’ambito di discussione a “la finzione” ovvero al detto e no all’interno dei rapporti di coppia (e parlo di coppia e non di uomo/donna non a caso). Certamente la “letteratura” è un ambito nel quale si può fotografare la realtà. Se non possiamo avere una fotografia del reale lo possiamo almeno simulare, possiamo avere un idea realistica. Quella vera, la realtà, credo non esista. Così comincio a cercare chiarezza su alcune domande poste, giustamente, da Ross.
Ma la letteratura ha le sue regole. E’ per quello che alla fine se il letterato viene smascherato perché cerca di fare il lavoro del saggista/ricercatore è costretto a nascondersi dietro il paravento: “è solo letteratura”. Ogni ambito/ambiente ha le sue regole, di questo (cara Ross) non puoi non tenerne conto. Ricordo che il medium è il massaggio (ma anche, in qualche modo, il messaggio). In un saggio o in un convegno si annuncia e affronta un problema, diventa una cosa in qualche modo “estraneata”; sociale. Ma soprattutto per certi di una certa generazione anche il privato è politico. In letteratura lo si lega ad una singola vicenda, ad un fatto personale, ma estraniato dal contesto di una vicenda di un altro, nel mondo “fatato” della fantasia. Quale sia l’ispirazione che ne detta il contenuto. In una discussione da bar tutti (e per tutti intendo uomini e donne ma soprattutto i maschietti) prendono le distanze per liberarsi da coinvolgimenti e contaminazione. Per questo i i protagonisti del tuo post nella realtà avrebbero spiegato di essere tutti dei “Siffredi”.
In verità questo conta poco in quanto l’interesse è affrontare il problema e i suoi snodi. Ci potremmo limitare ad immaginare cosa maschi possano dire come affermazioni di principio anche se poi non sono, nella realtà, conseguenti alle stesse. Chi mai è perfettamente conseguente alle affermazioni che fa? Ci esentiamo spesso dai nostri stessi propositi (le regole valgono per gli altri); ammettiamolo. Inoltre si suppone che parte degli uomini la cui donna si trova a fingere non ne siano consapevoli e coscienti. Direi anzi che si dovrebbe lavorare primariamente al fine di raggiungere per approssimazione un linguaggio comune. Nelle pieghe di un lemma si nascondono sempre tante sfumature che conducono ad interpretazioni diverse. Dovrebbe cioè cercare una comunicazione il più possibile neutrale e “veritiera”. Liberata, per quanto possibile, dalle interpretazioni “ideologiche”.
Credo che vicino alla radice del problema ci sia la negazione (storica) di una sessualità per la donna. La vergogna del piacere. E purtroppo la causa non è solo morale, visto che questo è riscontrabile in società diverse e in tempi diversi. Ricordiamo che ci sono “costumi” per cui viene limitato o negato, come atto sociale e/o religioso, il piacere alla donna. Sembra, pare, è quasi certa, la presenza di una considerevole percentuale di donne che non vengono a conoscenza del piacere cioè dell’orgasmo. Allora a monte del discorso dovrebbe esserci una “letteratura” che si occupa de IL PIACERE. Dall’altro verso è pur vero che si è cercato di configurare la donna come l’oggetto del desiderio. Questo pare significare che quel desiderio, cioè il piacere è maschio; eppure…
A questo punto mi sembrano due facce dello stesso problema che la donna neghi di conoscere/frequentare il piacere e che l’uomo neghi di avere problemi a condurla al piacere. Per quanto sopra quasi sempre l’uomo ne è esentato perché “il proprio piacere è il piacere della coppia”. Pare una battuta solo cinematografica che chieda alla partner “ma ti è piaciuto”? A parte il fatto che la risposta dovrebbe trovarsi evidente, vi è sotteso una insicurezza più che latente. Ma anche questo è altro. Resta il fatto che più spesso di quanto si pensi (e per varie problematiche) sono presenti nelle coppie difficoltà nel condursi per mano al piacere.
Spesso ho sentito donne parlare del proprio piacere (non ne parlano con facilità), anche se legittimo, come se stessero cospirando, se quel dialogo appartenesse ad una sfera eversiva, se confidassero un grande segreto che ha valenza di scardinare “l’ordinamento”. Ma anche nel loro caso la maggior parte delle volte si cercava, in un qualche modo, di esentare il partner. Certo alcune considerazioni ci porterebbero ad evadere. Ci costringerebbero ad intervenire sul tema dell’uomo e del suo doppio. Della maschera. Di quello che è e di quello che appare. C’è ed è evidente quella “zona di silenzio”. Un gioco di ruoli. Una rappresentazione di parte.
Si potrà obiettare che nelle vicende di coppia non c’è solo il piacere. Certo non amo il brodo, se poi è freddo… Visto che ogni uomo sostiene di governarlo. Di averne diritto. Fortuna vuole che sembra che lentamente ci stiamo avviando al riconoscimento dei diritti delle donne. Persino al diritto di decidere sul proprio piacere anche all’interno di una coppia; almeno a livello normativo. Solo che le norme non volgono quanto le consuetudini. Solo che spesso all’interno vi è una cavia, quando non una vittima. E che la donna ha imparato magistralmente l’interpretazione del ruolo di vittima. Chi non ha conosciuto il piacere difficilmente dirà che almeno si aspettava qualcosa di più, almeno di diverso. Chi ne viene frustrata raramente lo ammetterà al partner; spesso nemmeno con gli altri.
E’ un classico delle giustificazioni quel “E’ la prima volta; non mi era mai successo”. E la successiva risposta “non ti preoccupare”. Forse sarebbe più opportuno un invito a preoccuparsi. Certo vorrei sentire Ross perché per un fatto “ormonale”, ovvero di genere, mi sono sempre trovato dall’altra parte del problema. Vorrei sentire lei e/o la voce di altre amiche che so che ci leggono. Ammetto, anche se non amo parlare di me, ma questo non è un atteggiamento dettato dal pudore, di aver rifiutato anche una comoda finzione. Ma dovrei parlare di una donna il cui ruolo era inteso solo come finalizzato a figliare. Qui entriamo nel privato e forse nella singolarità. Lei non può ribattere. Eppure anche questo non lo credo un caso limite né abbastanza isolato. E’ la donna stessa che si nega al piacere. In questo caso temo che la finzione sia con sé stessa e nel raccontarsi che ne può fare senza, fino a convincersene. Qui non siamo più in letteratura, siamo senza ombra di dubbio nella psicoanalisi.
Ricordo che io vorrei occuparmi solo di scrivere prosa (magari prevalentemente, perché certe passioni si son fatte più tiepide). E’ giusto che siano altri, più giovani, a cambiare il mondo, io ci ho provato (nel piccolo mio) e non ci sono riuscito. Il problema, ed è problema di questi giorni, deriva anche da quello che ci raccontiamo, se siamo persino disposti a negare una palese evidenza. Il silenzio è quel vuoto nel quale noi siamo migliori. Io sono instancabile (come fosse solo una questione di tempi). La natura è stata benigna con me; chi lo nega ha evidenti problemi di vista. Si può ricorrere al silenzio nel quale nascondersi ma allo stesso modo ci si può nascondere in un mare di parole.

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