rossaurashani

Posts Tagged ‘ragazza’

Ho incontrato una donna

In Amici, amore, Donne, personale on 28 marzo 2013 at 18:15

Egidia-Beretta-Arrigoni
Era il destino che ci aveva fatto incontrare. Succede, ma in questo caso non lo ritengo un colpo di fortuna. Lei è una donna che avrei preferito incontrare in casa di amici, o per lavoro, oppure per una casualità diversa, mai per la morte di un figlio.
Avevo seguito il terribile destino che le aveva tolto quel figlio a cui volevo bene pure io e mi sono sentita una ladra a condividere con lei e con i suoi altri famigliari quel terribile dolore anche se a distanza. Io non ne avevo diritto, ma anche senza diritti si può condividere un dolore. In fin dei conti è un sentimento personale che si vive dentro e del quale nessuno ti può privare.
La guardavo a distanza con ammirazione domandandomi se io, al suo posto, sarei mai riuscita a vivere, e dovevo convenire che forse per un marito sofferente e una figlia da accompagnare, almeno, ancora per un po’; avrei dovuto fare come lei: sopravvivere.
La osservavo, non vista, come una guardona piena di sensi di colpa. Ma d’altra parte cosa avrei potuto fare io, prima, per quell’esuberante ragazzo che era stato suo figlio e per lei, ora, colpita da quella terribile perdita? Ben poco e lo sapevo.
Certo avevo cercato di aiutare, di continuare nel mio piccolo quel lavoro difficile che avrei dovuto cominciare già prima: diffondere, informare, moltiplicare il dissenso che non era mai troppo contro un paese prevaricatore verso un popolo senza nome. E così, passo dopo passo, eravamo approdati a quella terra contesa e a quella questione che non dava pace: la terra e lo stato di Palestina.
Lei l’avevo vista in alcuni momenti, ovviamente difficili, in ricordo di quel figlio. Sempre gentile, cordiale e mesta, ma sebbene capissi profondamente il suo male, non riuscivo ad avere idea di quello che era ed è lei come donna.
Poi è successo. Un incontro più personale, un caso, ma non proprio per caso. E’ stata ospite a casa mia, seduta al tavolo di cucina, con il caminetto acceso e il calore della voglia di conoscerci e parlare. No, non solo per curiosità e nemmeno per quella voglia di protagonismo che spesso muove le persone, ma per dare una risposta a quella domanda che mi rodeva dentro: Come si fa per non morire? Come si lotta per ricordare un figlio? E lei era la risposta e l’avevo davanti tra un piatto di risotto e un secondo, che per la verità non ricordo più.
E la guardavo in ogni suo gesto, riconoscendone prima la normale riservatezza, quella difficoltà naturale di affidarsi ad una persona che non si conosce e di cui non si conoscono se non i pregi, nemmeno i difetti. La osservavo riconoscendo quella calma imposta di una donna forte, che costringe il suo corpo nella corazza di un coraggio che si potrebbe sfaldare al sole di un sorriso, quel sorriso, di una parola, quella parola. E dietro ogni gesto quel nervosismo, quella iper attività che forse era il segno distintivo del suo carattere e che oggi riusciva a trasparire, malgrado tutto.
Avrei voluto seguire i suoi pensieri, ma questa volta sì che sarei stata davvero troppo invadente.
Col mio compagno c’eravamo detti: Non parliamo di Vittorio, lasciamo che lei si prenda lo spazio che le è necessario, che si senta come a casa sua, libera di piangere o di ridere se vuole, in qualche modo come in famiglia. Ma poi bene o male si cadeva lì, a parlare di lui, mai di lei, a pensare a quanto ci mancava senza dircelo direttamente. E il caminetto bruciava la sua legna, e noi provavamo un gran freddo dentro, appena mitigato da un sorriso che tardava a venire.
La donna che ho incontrato era ferrea, ma indifesa. Donna, ma anche madre. Sofferta, ma in lei c’era anche voglia di ridere e di librarsi ancora nei cieli della vita. Una grande donna, capace di empatia, generosa come sa esserlo solo una madre, capace come può esserlo solo una grande persona, a prescindere dal suo ruolo e anche dal suo “in-carico” che non può lasciare indietro.
Non è solo la madre di quel figlio, come A. non è solo la sorella di quel fratello, sono esseri umani feriti da una tragedia, ma sono donne a tutto tondo, con sogni e speranze, con il loro spazio e la loro dimensione, non seconde a niente e a nessuno.
Grandi perchè sono nate così.
Il mio pensiero andava alla capacità di adattarsi dell’essere umano e mi chiedevo senza sapere se ne avessi diritto, se per caso, dentro al suo cuore, fossero ancora ospitati i suoi sogni di ragazza. La leggerezza della non responsabilità. Un piccolo spazio di luce e di sole per i giorni bui.
Non era possibile avere risposta, troppo presto e forse non mai.
Ricordo con un senso forte di nostalgia, la sua presenza e il saluto commosso che ci siamo scambiate sul treno alla sua partenza: un po’ la corazza l’avevamo persa, un po’ ci sentivamo più vicine, un po’ ci dispiaceva lasciarci e un altro po’ ci faceva paura il mondo che ci aspettava, cose di sempre, si sa, ma qualche volta fanno paura, di più…
Ho conosciuto una donna, una donna intensa e dolorosamente presente, che nasconde il desiderio di una normalità che non sarà più sua, ma cosa importa ormai il destino ha deciso per lei. Sopporterà il peso di un simbolo, ma per lei sarà solo il suo bambino, grande o piccolo che sia, sempre la sua creatura. Porterà la testimonianza della sua vita e si nasconderà negli angoli bui e protetti del suo personale, solo quando la vita glielo consentirà.
L’ho lasciata andare con un abbraccio che spero l’accompagnerà nei giorni futuri, poca cosa per i suoi momenti difficili, ma pur sempre vicinanza, pur sempre affetto, pur sempre amore.
Questa è Egidia per me.

113) L’uomo dei cerchi azzurri

In Un libro al giorno on 27 settembre 2010 at 8:00

Mathilde tirò fuori l’agenda e scrisse: “II tizio seduto alla mia sinistra mi prende per i fondelli”.
Bevve un sorso di birra e lanciò un’altra occhiata al vicino, un tizio immenso che da dieci minuti tamburellava con le dita sul tavolo.
Aggiunse sull’agenda: “Si è seduto troppo vicino, come se ci conoscessimo, invece io non l’ho mai visto. Sono sicura che non l’ho mai visto. Non c’è molto altro da dire su questo tizio che porta un paio di occhiali neri. Sono seduta all’aperto al Café Saint-Jacques e ho ordinato una birra alla spina. La bevo. Mi concentro sulla birra. Non trovo niente di meglio da fare”.
Il vicino di Mathilde continuava a tamburellare sul tavolo.

Soluzione
Titolo: L’UOMO DEI CERCHI AZZURRI
Autore: FRED VARGAS

trama: A Parigi si fa un gran parlare di un buontempone filosofo che ogni notte disegna per terra dei cerchi col gesso azzurro. All’interno del cerchio c’è sempre un oggetto dimenticato, un tappo di birra, una chiazza di vomito, un cono gelato e la frase “Victor, malasorte, il domani è alle porte”. Si appassionano al caso illustri psichiatri e giornalisti nonché un’eccentrica oceanografa che ama pedinare le persone per studiarle come fa con i pesci. Intanto il commissario Jean-Baptiste Adamsberg è stato appena trasferito al commissariato del V arrondissement di Parigi dopo aver risolto sorprendentemente un numero impressionante di casi ed è apparentemente l’unico a prendere sul serio la faccenda dell’uomo dei cerchi azzurri. Quando all’interno di uno dei cerchi viene scoperta una donna sgozzata i suoi sospetti cominciano a farsi concreti. (da wikipedia)

93) Gabriella, garofano e cannella

In Un libro al giorno on 7 settembre 2010 at 8:00

Questa storia d’amore – per una strana coincidenza, direbbe donna Arminda – iniziò nello stesso giorno limpido, con sole primaverile, in cui il fazendeiro Jesuíno Mendonça uccise a rivoltellate donna Sinhazinha Guedes Mendonça sua legittima sposa, dama della migliore società locale – bruna, piuttosto grassa, molto dedita alle attività parrocchiali – e il dottor Osmundo Pimentel, chirurgo-dentista, stabilitosi a Ilhéus da pochi mesi, giovane elegante, con atteggiamenti da poeta. Inoltre, in quel mattino, prima che la tragedia sconvolgesse la città, la vecchia Filomena aveva attuato una sua antica minaccia: era partita con il trenino delle otto per Agua Preta, dove aveva fatto fortuna un suo figlioccio, piantando in asso l’arabo Nacib presso cui faceva la cuoca.

Soluzione
Titolo: GABRIELLA, GAROFANO E CANNELLA
Autore: JORGE AMADO

Trama: L’azione del romanzo si svolge nel ricco porto provinciale di Ilheus negli anni venti, nello stato di Bahia. Ilheus serve come un importante punto di distribuzione e esportazione del cacao, il prodotto preminente della regione e argomento topico di moltissime discussioni in questo oltre che in molti romanzi di Amado.
Il romanzo racconta due storie separate ma collegate; la prima, narra della storia d’amore, fresco e sensuale, tra Nacib Saad, di origine siriane e proprietario rispettabile del Bar Vesuvio e Gabriella, una ragazza del “Sertão” (regione desertica dell’interno di Bahia) bellissima, mulatta e appunto del colore della cannella e dal profumo di garofano. La seconda racconta la lotta politica tra i vecchi possidenti (fazendeiros) e latifondisti delle terre del cacao guidati dal clan Bastos e le nuove leve, innovatrici e moderniste, guidate da Mundhinho Falcao, un ricco e giovane uomo di San Paolo. (da wikipedia)

92) Eva Luna

In Un libro al giorno on 6 settembre 2010 at 8:00

Mi chiamo Eva, che vuol dire vita, secondo un libro che mia madre consultò per scegliermi il nome. Sono nata nell’ultima stanza di una casa buia e sono cresciuta fra mobili antichi, libri in latino e mummie, ma questo non mi ha resa malinconica, perché sono venuta al mondo con un soffio di foresta nella memoria. Mio padre, un indiano dagli occhi gialli, veniva dal luogo in cui si uniscono cento fiumi, odorava di bosco e non guardava mai direttamente il cielo, perché era cresciuto sotto la cupola degli alberi e la luce gli sembrava indecorosa. Consuelo, mia madre, aveva trascorso l’infanzia in una regione incantata, dove per secoli gli avventurieri hanno cercato la città di oro puro vista dai conquistatori spagnoli allorché si affacciarono sugli abissi della loro ambizione. Quel paesaggio aveva lasciato in lei una traccia che in qualche modo riuscì a trasmettermi.

Soluzione
Titolo: EVA LUNA
Autore : ISABEL ALLENDE

Trama: Alcuni missionari trovano una bambina abbandonata e decidono di chiamarla Consuelo. Quando Consuelo diventa troppo grande per stare con i missionari, viene mandata a lavorare come cameriera presso l’abitazione del Professor Jones, un imbalsamatore. Consuelo si appassiona in modo particolare alla lettura prendendo di nascosto i volumi presenti nella fornitissima libreria del professore. Dopo qualche anno il professore assume un giardiniere. Consuelo si innamora di lui e dalla loro unione nasce una bambina. Consuelo decide di chiamare la bimba Eva Luna. Durante l’infanzia Eva Luna resta particolarmente affascinata dai racconti della madre. Dopo qualche tempo, il giorno della vigilia di Natale, la madre muore, soffocata da un osso di pollo. Eva Luna viene quindi affidata alla sua madrina, ovvero la “mammana” che aveva aiutato Consuelo a partorire. Poco dopo muore anche il professore Jones. La madrina,non potendo più mantenere la bambina, è costretta a far lavorare Eva Luna come cameriera presso una famiglia. Qui Eva incontra Elvira che sarà come una nonna per lei. In questa nuova abitazione Eva Luna racconta a tutta la servitù le stesse storie che le raccontava la madre. Un giorno, Eva reagisce malamente alle provocazioni della padrona e le strappa la parrucca. Pensando di averle strappato il cuoio capelluto, Eva Luna scappa dalla casa spaventata ed inizia a vagare per la città. Per caso la ragazza conosce una ragazzino poco più grande di lei, chiamato Huberto Naranjo. Per qualche giorno i due vivono insieme come vagabondi. Alcuni giorni dopo la ragazza ritorna dalla madrina e la donna la riporta dalla padrona. Un giorno, casualmente, la ragazza riincontra Huberto che la porta a vivere in un’altra casa. Qui Eva Luna conosce Melecio un ragazzo che si sente donna. Dopo qualche anno la ragazza viene adottata da Riad Halabì e dalla moglie Zulema. Quest’ultima però si innamora del cugino di Riad che però la rifiuta. La donna si suicida. Eva Luna vene accusata della morte di Zulema, ma Riad, che aveva scoperto la verità, la difende e riesce a non farla imprigionare. Eva Luna e Riad vivendo fianco a fianco per molto tempo si innamorano ma Riad, dopo una notte di amore, decide di allontanare Eva Luna da sé. La ragazza viene indirizzata verso una nuova abitazione ma decide di non presentarsi nella nuova abitazione. Eva Luna si reca invece in una chiesa dove, casualmente incontra Melecio che nel frattempo è riuscito a sottoporsi ad un intervento che ha reso il suo aspetto prettamente femminile, ma che non è ancora completo, dal momento che, Melecio possiede ancora organi riproduttivi maschili. Melecio ora è un’attrice abbastanza famosa e si fa chiamare Mimì. Parallelamente si sviluppa la storia di Rolf Carlé, nato in Austria e figlio del severissimo professore Lukas Carlé, noto per i suoi metodi educativi poco ortodossi e odiato da tutti, persino dalla sua stessa famiglia. Un giorno Lukas viene trovato impiccato in una campagna dove era stato in gita coi propri alunni, che si scopriranno essere i responsabili dell’omicidio.Ma nessuno ha voglia di perseguirli, la moglie è addirittura contenta ma Rolf non è in pace con sè stesso, avrebbe voluto partecipare al delitto e non è affatto triste per la morte del genitore. Cade così in depressione, e la madre lo invia in una colonia in sudamerica a vivere per un tempo con lo zio. Questa colonia di emigrati tedeschi è molto chiusa, e la principale attività economica è il commercio data la varietà delle esportazioni. Rolf si rivela ottimo lavoratore, ma viene distratto dalla bellezza delle cugine “profumate di vaniglia e chiodo di garofano” con le quali incontra il piacere della lussuria. Scoppia la rivolta e Rolf inizierà a creare testimonianze della stessa, fino ad esser poi assunto da Aravena, direttore di un giornale. Ottiene durante la guerriglia dei reportage che potrebbero cambiare l’opinione pubblica, ma non glieli lasciano pubblicare. Si infiltra nella banda di Naranjo, che ne è diventato il capo sotto il soprannome di comandante Rogelio, e là conosce Eva Luna durante i preparativi per l’assalto ad una prigione, dove con un’astuzia Rogelio saprà introdurre delle finte bombe che permetteranno ai suoi compagni incarcerati di liberarsi. Eva era oramai diventata sceneggiatrice di teleromanzi e, per evitare la censura, scrive un teleromanzo per raccontare la guerriglia, riuscendo nell’intento finché il colonnello se ne accorge. Egli le propone una tregua per i suoi “amici guerriglieri”, che Eva rifiuta. Rolf viene redarguito da Aravena, ed esiliato nella Colonia, dove andrà a vivere con Eva che capisce esser la donna della sua vita, dopo le vicissitudini e i rischi passati assieme.

87) Kitchen

In Un libro al giorno on 2 settembre 2010 at 8:01

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire.

Soluzione
Titolo: KITCHEN
Autore: BANANA YOSIMOTO

Trama: Mikage, la protagonista, dopo aver perso già i genitori, perde anche la nonna con cui viveva e rimane sola. Viene ospitata a casa di Yūichi, un suo compagno di università ed un amico di sua nonna. Yūichi vive in casa con la madre Eriko. Presto Mikage scoprirà che in realtà Eriko è Jūji, il padre che è diventato donna dopo la morte della vera madre di Yūichi. Inizia così una convivenza e Mikage sembra ritrovare gli equilibri perduti. Dopo alcuni mesi Mikage torna a vivere da sola, lascia definitivamente l’università e dà sfogo alla sua sfrenata passione per la cucina diventando assistente di una nota professionista. Una notte, dopo non averlo sentito per mesi, riceve una chiamata da Yūichi: la madre è morta assassinata, la cosa è successa già da diverso tempo, ma lui non ha avuto il coraggio di dirglielo. Alla protagonista cade di nuovo il mondo addosso, tanto che quasi si convince che tutte le persone che ama siano costrette a morire. Il giorno dopo viene a sapere che dovrà partecipare ad una kermesse culinaria a Izu e non può rifiutare, ma la sera, per stargli vicino, va a dormire a casa di Yūichi. Il giorno dopo riceve una scenata di gelosia da una compagna d’università di Yūichi, la quale le dice che non può fare i propri comodi con lui, e che, se ne è innamorata, deve prendersi carico anche degli obblighi che una relazione comporta. Successivamente incontra Chika-chan, una collega di Eriko, che, in altro modo, le dice le stesse cose e le comunica che Yūichi è partito, dandole anche l’indirizzo della sua destinazione. Lei parte per la kermesse ed una sera, affamata, si reca in una trattoria per mangiare qualcosa. Nell’attesa di ricevere il pasto, si decide a telefonare a Yūichi, e, dal tono e dalle parole del ragazzo, capisce che probabilmente quella sarà l’ultima volta che lo sentirà, perché lui continuerà a fuggire da tutto e tutti. Finito di mangiare e dopo quella telefonata, prende la sua decisione: anche se solo per una notte lo vuole raggiungere. Arriva al suo albergo e dopo varie peripezie riesce ad entrare, o meglio irrompere, dalla finestra nella camera di Yūichi. Gli ha portato un pasto e mentre lo obbliga a mangiare, gli dice apertamente che tra loro due le cose potrebbero funzionare e gli consiglia di rifletterci. Mikage torna a destinazione e l’ultimo giorno ad Izu riceve una telefonata di Yūichi, che nel frattempo è tornato a Tokyo, il quale, dopo averle chiesto informazioni sulla sua permanenza fuori città, le da appuntamento per il giorno dopo alla stazione per andarla a prendere. (da Wikipedia)

64) Cuore di cane

In Un libro al giorno on 11 agosto 2010 at 8:00

Nell’ora di un caldo tramonto primaverile apparvero presso gli stagni Patriaršie due cittadini. Il primo – Sulla quarantina, con un completo grigio estivo – era di bassa statura, scuro di capelli, ben nutrito, calvo; teneva in mano una dignitosa lobbietta, e il suo volto, rasato con cura, era adorno di un paio di occhiali smisurati con una montatura nera di corno. Il secondo – un giovanotto dalle spalle larghe, coi capelli rossicci a ciuffi disordinati e un berretto a quadri buttato sulla nuca – indossava una camicia scozzese, pantaloni bianchi spiegazzati e un paio di mocassini neri.

Soluzione
Titolo: Cuore di cane (1928)
Autore: Michail Afanas’evič Bulgakov

Trama: Un cane randagio muore di freddo e di fame in una viuzza del centro di Mosca. Durante la sua agonia, il randagio (miracolosamente parlante e pensante) osserva e giudica cinicamente l’umanità che gli passa attorno: dai cuochi del Consiglio dell’Alimentazione Nazionale agli spazzini del Comune di Mosca, dalla dattilografa di categoria nona al professionista medio borghese.
Ed è proprio questo cittadino che si avvicinerà al nostro cane, battezzandolo Pallino, e deciderà di accoglierlo nella sua dimora. Per l’ex-randagio Pallino si apriranno nuovi orizzonti: un tetto, cibo a volontà, l’opportunità di passare indisturbato davanti al portiere del palazzo del suo padrone, in definitiva si sente felice e soddisfatto della sua nuova condizione di cane d’appartamento.
Il padrone di Pallino è Filipp Filippovic Preobrazenskij, professore di medicina di fama mondiale, andrologo e ginecologo. Bulgakov in una parte del racconto colloca in un angolo dello studio del professor Preobrazeskij Pallino, che assiste alla sfilata dei pazienti del medico, “un campionario gerontologico della belle epoque”, vecchi in cerca di gioventù.
Ad un tratto, il professor Preobrazeskij si accorda col suo assistente dottor Bormental per mettere in atto un esperimento straordinario: trapiantare i testicoli e l’ipofisi di un uomo morto al cane Pallino. Dal momento in cui Pallino viene anestetizzato per l’intervento, al racconto diretto per bocca di Pallino si sostituiscono le pagine del diario di Bormental, che analizza l’andamento del soggetto operato: prima “cane”, poi “individuo”, poi “homunculus”: il cane Pallino dopo il trapianto dell’ipofisi inizia a camminare su due zampe, perde la coda, i peli e gli artigli, acquisisce la parola… ma eredita le informazioni cerebrali dell’uomo da cui ha ricevuto l’ipofisi, morto accoltellato in una bettola moscovita. Perciò si abbandona al turpiloquio, commette oscenità, parla di Marx e di Engels (si riempie la bocca di retorica sovietica che risulta abbastanza ostica a Preobrazeskij) ma poi insegue animalescamente i gatti per casa.
Ad un certo punto, dopo l’ultima bravata di Pallino (che ha assunto il nome da cittadino registrato all’Anagrafe del Comune di Mosca di Poligraf Poligrafovic Pallinov), Preobrazeskij e soprattutto il dottor Bormental decidono di far cessare la snervante presenza nel modo più brusco: il signor Pallinov viene privato dell’ipofisi umana e torna ad essere un normale cane da appartamento a nome Pallino.
La storia altro non è che una feroce satira dei “nuovi ricchi” nati dopo la rivoluzione sovietica, quando di fronte al fallimento della economia comunista pura, Lenin si vide costretto a sostituirvi una Nuova Politica Economica, la Nep, che lasciava una certa libertà di iniziativa economica, per quanto limitata. Questi nuovi ricchi nati dalla Nep, non appartenenti alle vecchie classi borghesi d’ante guerra, sono sentiti da Bulgakov, anticomunista viscerale, come volgari, ignoranti, rozzi, comunisti senza capire il comunismo. Sono “uomini”,appunto, ma hanno mantenuto un “cuore di cane”. Da Wikipedia

49) Canzone della bambina portoghese

In Una canzone al giorno on 27 luglio 2010 at 12:00

E poi, e poi gente viene qui
e ti dice di sapere già
ogni legge delle cose
e tutti sai vantano l’orgoglio cieco
di verità
fatte di formule vuote.
E tutti sai ti san dire come
fare quali leggi rispettare,
quali regole osservare
qual’è il vero, vero…
E poi, e poi tutti chiusi
in tante celle fanno
a chi parla più forte
per non dir che stelle
morte fan paura.
Al caldo del sole,
al mare scendeva la bambina portoghese
non c’eran parole
rumori soltanto come voci sorprese.
Il mare soltanto
e il suo primo bikini amaranto,
le cose più belle
e il caldo e il sole alla pelle.
Gli amici vicino
sembravan sommersi dalla voce del mare,
ma sogno illusioni
qualcosa la prese e si mise a pensare.
Sentì ch’era un punto al limite di un continente
e sentì che era niente l’Atlantico immenso di fronte,
e in questo sentiva qualcosa di grande
che non riusciva a capire, che non poteva intuire.
E avrebbe spiegato se avesse capito lei
che l’oceano infinito,
ma il caldo l’avvolse, si sentì svanire
e si mise a dormire.
E fu solo nel sole
come in mani future,
restaron soltanto
il mare e un bikini amaranto.
E poi, e poi
se ti scoppia di tornare,
ti accorgerai
che non te ne importa niente.
E capirai
che una sera, una stagione,
sono come lampi,
luci accese e dopo spente…
spente… spente… spente…
E capirai che la vera ambiguità
è la vita che viviamo
è qualcosa che chiamiamo
esser uomini, uomini.
E poi, e poi quel vizio che ti ucciderà
non sarà fumare o bere,
ma qualcosa che ti porti dentro,
cioè vivere, vivere, vivere, vivere…
Cioè vivere, vivere, vivere…
Cioè vivere.

Soluzione
Titolo: CANZONE DELLA BAMBINA PORTOGHESE
Cantautore: FRANCESCO GUCCINI

47) La luce dell’est

In Una canzone al giorno on 25 luglio 2010 at 12:00

la nebbia che respiro ormai
si dirada perche’ davanti a me
un sole quasi bianco sale ad est
la luce si diffonde ed io
questo odore di funghi faccio mio
seguendo il mio ricordo verso est
piccoli stivali e sopra lei
una corsa in mezzo al fango ancora lei
poi le sue labbra rosa
e infine noi
scusa se non parlo ancora slavo
mentre lei che non capiva disse bravo
e rotolammo fra sospiri e da
poi seduti accanto in un’osteria
bevendo un brodo caldo che follia
io la sentivo ancora profondamente mia
ma un ramo ho calpestato ed ecco che
ritorno col pensiero
e ascolto te il passo tuo
il tuo respiro dietro me
a te che sei il mio presente
a te la mia mente
e come uccelli leggeri
fuggon tutti i miei pensieri
per lasciar solo posto al tuo viso
che come un sole rosso acceso
arde per me

le foglie ancora bagnate
lascian fredda la mia mano e piu’ in la
un canto di fagiano sale ad est
qualcuno grida il nome mio
smarrirmi in questo bosco volli io
per leggere in silenzio un libro
scritto ad est
la mani rosse un poco ruvide
la mia bocca nell’abbraccio cercano
il seno bianco e morbido fra noi
dimmi perche’ ridi amore mio
proprio cosi’ buffo sono io
la sua risposta dolce non seppi mai
l’auto che partiva e dietro lei
ferma sulla strada lontana ormai
lei che rincorreva ma inutilmente noi
un colpo di fucile ed ecco che
ritorno col pensiero
e ascolto te il passo tuo
il tuo respiro dietro me
a te che sei il mio presente
a te la mia mente
e come uccelli leggeri
fuggon tutti i miei pensieri
per lasciar solo posto al tuo viso
che come un sole rosso acceso
arde per me
a te che sei il mio presente
a te la mia mente
e come uccelli leggeri
fuggon tutti i miei pensieri
per lasciar solo posto al tuo viso
che come un sole rosso acceso
arde per me
a te che sei il mio presente
a te la mia mente
e come uccelli leggeri
fuggon tutti i miei pensieri
per lasciar solo posto al tuo viso
che come un sole rosso acceso
arde per me.

soluzione :
Titolo: LA LUCE DELL’EST
Catautore: LUCIO BATTISTI


La prima volta che ho visto il tuo viso

In amore, La leggerezza della gioventù, musica on 7 luglio 2010 at 22:16


Che lei avesse gli occhi tristi non era stato l’unico a dirglielo. Lei lo sapeva, ma fingeva di non capire cosa volesse intendere. Stavano ballando. Una festa a casa di un’amica. Lui aveva portato la musica. La stranezza era che quell’amica faticava ad invitare amici in casa, e lei non capiva che cosa ci fosse di diverso quella volta. Eppure c’era una festa e si ballava. Era stato un caso che lei avesse accettato, in genere non amava farsi coinvolgere se le persone che avrebbe dovuto incontrare non erano conosciute, insomma amici sicuri. La colpa non era della timidezza, benché timida lo fosse, era più che altro il desiderio di non innescare la gelosia del suo uomo. E poi farlo ingelosire non le dava la soddisfazione che avrebbe voluto.
Era chiaro che quel suo uomo non era affatto suo. E proprio per questa ragione lui viveva la sua vita e lei si accontentava delle briciole. La gelosia invece lui l’aveva per intero. Ed era assolutamente inaccettabile che lui si prendesse tutte le libertà che voleva, pretendendo da lei un comportamento diverso. Eppure lei si era adattata anche se qualche volta… Pertanto lei a quella festa c’era andata più che altro per non restare chiusa in casa ad aspettare una telefonata che non sarebbe arrivata e forse anche per affermare che comunque, malgrado tutto, lei era ancora una donna libera.
Carlo l’aveva monopolizzata e non ci aveva messo molto a dirle che l’aveva notata da un bel po’ e che non aveva mai avuto modo di farsi presentare. Lei lo guardava stupita perché non gli sembrava di averlo mai visto. Lui però insisteva e si faceva forte di averla vista a quella partita di pallacanestro assieme ad un suo amico. –Ah quello? E’ un mio collega. A volte mi fa passare col suo abbonamento alle partite.– Non c’era molto da dire. Non che la pallacanestro fosse il suo sport preferito, ma amava la velocità e la sincronia di alcuni movimenti. –Ma se non ti piace lo sport, cos’è che ti appassiona?– –Ma, non saprei, amo leggere e mi piace il cinema.– –Questa è una bella notizia, almeno adesso abbiamo un argomento certo su cui parlare.– perché Carlo aveva giocato per molto tempo a pallacanestro e aveva pure fatto l’allenatore, ma dopo tutti gli interventi che aveva avuto e le parti che si era “rotto” non gli restava che andare al cinema.
Questo l’aveva fatta ridere, le piaceva la sua sincerità e di cinema se ne intendeva proprio, ne parlava con proprietà ed entusiasmo, citando registi che quasi nessuno conosceva.
All’inizio mentre ballava la teneva con una mano sola vicina al suo fianco, sembrava intimidito, anzi più che altro non sembrava a proprio agio. Lei si chiese se fosse colpa della statura che era notevole. Ma lui mentre le parlava si scordava della musica, mostrando una scarsa attitudine al ballo.
Vai spesso a ballare?– –Ma no, non ci vado mai, anzi mi sono stupita che Lilly abbia organizzato una festa così.– –Beh è colpa mia, ho insistito così tanto.– –Non capisco.– –Volevo conoscerti e non sapevo come fare. Insomma vi ho visto assieme e le ho levato il fiato.– –Continuo a non capire.– e invece cominciava a capire. –Semplice. Volevo invitarti al cinema.– L’aveva detto con un’aria molto innocente che non gli si addiceva molto. Lei lo guardò per la prima volta veramente in volto e fu presa da una certa agitazione. I suoi erano occhi d’oro biondo che scintillavano su un viso da bravo ragazzo. Giusto il viso che conquista le madri e le nonne. Lei pensò a Michele che non aveva per niente l’aria del bravo ragazzo. Chissà cosa avrebbe detto a vederla ballare con un altro. Bello, aitante, soprattutto deciso e cosa che non guastava libero da impegni famigliari. –Allora vieni domani a vedere quel film? E’ in lingua originale, con i sottotitoli in italiano. Sai com’è, sono stufo di andare al cinema da solo, le ragazze non ci vengono perché nessuna ci crede che ci vado per vedere il film.– Lei sorrise. Perché no, pensò. E poi non era necessario che Michele sapesse. Chissà che storie le avrebbe fatto. In fin dei conti lei non faceva nulla di male, avrebbe sempre potuto tirarsi indietro, se lui si fosse sbilanciato. Un film è un film e poi non si potevano perdere neanche una sola serata della programmazione del Cineforum, e su questo era d’accordo pure lei.

27) La ragazza delle arance

In Un libro al giorno on 4 luglio 2010 at 8:28

Mio padre morì undici anni fa. Quando se ne andò, io avevo solo quattro anni. Non credevo che avrei più avuto sue notizie, ma adesso stiamo scrivendo un libro insieme.
Queste sono le primissime righe di quel libro, e le sto scrivendo io, ma a poco a poco sarà lui a parlare. È lui che ha una storia da raccontare.
Non sono sicuro di ricordarmelo bene. Probabilmente mi sembra soltanto di ricordarlo perché ho guardato tante volte le sue foto.
Solo una cosa sono convinto di ricordare veramente, ed è ciò che accadde una sera mentre guardavamo insieme le stelle dal terrazzo.
Su una delle foto ci siamo mio padre e io seduti sul divano di pelle giallo in soggiorno. Sembra che mi stia raccontando una bella storia. Il divano l’abbiamo ancora, ma lui non è più seduto lì.
In un’altra foto siamo sulla sedia a dondolo verde nella veranda. Quella foto è appesa alla parete fin da quando mio padre morì. Anche ora sono seduto su quella sedia, ma non mi dondolo perché sto scrivendo su un grosso quaderno. Più tardi inserirò tutto nel vecchio computer di mio padre.
Ci sono cose da raccontare anche sul computer, ma ci ritornerò in seguito.

soluzione

Titolo: La ragazza delle arance

Autore: Jostein Gaarder

ed. Longanesi, 2004

“Avrei scelto di vivere una vita sulla terra ben sapendo che all’improvviso mi sarebbe stata strappata via, forse proprio nel bel mezzo dell’ebbrezza della felicità? Oppure già in punto di partenza avrei rifiutato tutto questo gioco azzardato del ‘dai e togli’”?

Come sempre nei romanzi di Jostein Gaarder, il lettore si trova di fronte a un gioco di scatole cinesi oppure, per attualizzare la metafora, alle finestre di un gioco elettronico che procede per livelli successivi. La prima storia è quella del quindicenne Georg, che trova una lettera di suo padre Jan Olaf, defunto dodici anni prima, scritta prima di morire perché il figlio la leggesse in età adulta e potesse conoscere meglio chi gli aveva dato la vita. Si apre così la seconda storia, che è quella dell’amore di Jan Olaf per “la ragazza delle arance”, incontrata casualmente e diventata oggetto di una ricerca che si snoda come una rivisitazione degli antichi romanzi cavallereschi. Ogni successivo incontro aggiunge una tessera al puzzle, ma soltanto quando sarà completato si vedrà che il giuoco dei ruoli era diverso da quanto appariva. Ma il padre non si limita a raccontare a Georg la propria storia d’amore, vuole costruire un dialogo con lui, e fargli condividere la sua passione per il mistero dell’universo: alla fine gli porrà una domanda che può dare un significato non solo alla vita del figlio, ma retrospettivamente anche a quella del padre. Pensa che valga la pena di essere nato, pur sapendo di poter restare al mondo per un periodo che comunque sarà molto limitato? Per facilitargli la risposta, vorrebbe offrirgli la certezza di una sopravvivenza nell’al di là, ma su questo argomento ha soltanto delle ipotesi: “Se c’è il mondo, allora le frontiere dell’improbabile sono già state scavalcate. Sono già così pieno di stupore per il fatto che esista un mondo, che non avrei spazio per altro stupore se dovesse rivelarsi che esiste anche un altro mondo dopo questo.”
La risposta di Georg coinvolge anche il lettore che ha partecipato al gioco: “La vita è una lotteria gigante dove si vedono solo i biglietti vincenti. Tu che stai leggendo sei uno di questi biglietti. Lucky you!”

Cit. da cafeletterario.it

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: