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Formidabili quegli anni

In Nuove e vecchie Resistenze on 11 marzo 2011 at 23:30

Sotto riporto un frammento tratto dal libro di Mario Capanna (Mario Capanna, Formidabili quegli anni, Rizzoli, 2006. pp. 296 ISlBN 88-17-53221-5) che da il titolo al post. La ragione del suo perché e della inclusione nei materiali resistenti sta nella testimonianza di quelle storie e di quella loro sorta di continuità con la Resistenza. Sempre Resistenza è stata e spero si colga l’aria che allora si respirava, in quel ’68 che è stato tutto il dopoguerra, almeno fino ad un certo punto. Fino almeno a questa sorta di “pace sociale” che copre e dimentica. Certamente col breve intervallo di Genova. E del prossimo, perché certamente ci sarà. Dove il potere mostrerà la sua arroganza. Ma ci sarà sempre anche una fiammella che resisterà. Perché la storia che racconta il potere non potrà mai essere la vera storia del “Popolo”.
manifesto del maggio franceseIl 1973 inizia all’insegna del clima mutato. Il 12 gennaio scioperano i lavoratori dell’industria a sostegno della lotta dei metalmeccanici per il Contratto: i picchetti operai vengono attaccati e dispersi dai carabinieri.
23 gennaio. Il professor Giulio A. Maccacaro, docente di medicina, sta dormendo tranquillo. E’ quasi mezzanotte quando lo sveglio con il telefono: «Giulio, corriamo al Policlinico. Vediamoci lì tra venti minuti. Ci sono stati scontri. Uno studente è moribondo». «Va bene. Sarò lì tra un quarto d’ora.»
Maccacaro, animatore dell’importantissima esperienza di Medicina Democratica, era un maestro di intelligenza scientifica e politica, di integrità morale, di spirito di abnegazione. Quella sera, quando l’ho svegliato, ero appena, tornato a casa dall’Università Bocconi, da dove mi ero allontanato senza alcun presagio della tragedia imminente.
Per le 21 avevamo convocato là un’assemblea studentesca cittadina. All’arrivo la sorpresa: bidelli e poliziotti controllano l’ingresso; può entrare solo chi ha il tesserino di iscrizione alla Bocconi; chi se l’è dimenticato a casa o è iscritto a un’altra università deve restare fuori, Con pazienza cerchiamo di appurare chi abbia preso quella inusitata decisione. Balletto: la polizia dice che è stata chiamata dal rettore Giordano Dell’Amore; questi fa sapere invece che l’iniziativa è stata presa dalla polizia, da lui mai sollecitata. Si perde circa un’ora. E’ ormai tardi e l’assemblea non si può più tenere, sia perché molti non possono entrare, sia perché altri se ne sono andati. Decidiamo di non insistere e di allontanarci.
A casa mi raggiunge la telefonata di uno studente: concitato mi racconta di attacchi violentissimi della polizia a gruppi di studenti che stavano andandosene, di colpi di pistola, di un giovane rimasto a terra in un lago di sangue. Faccio telefonicamente il giro degli ospedali. Dal Policlinico ho la conferma del ricovero di uno studente in fin di vita.
Quando arrivo in via Francesco Sforza, Maccacaro è già lì. Di fronte al «barone» i medici dicono l’essenziale. Il giovane si chiama Roberto Franceschi, ha una ferita d’arma da fuoco alla testa, è in rianimazione, le speranze sono poche perché l’elettroencefalogramma è piatto, il coma è profondo. Mentre siamo lì prostrati, vediamo scendere da una scala il questore Allitto Bonanno. Gli chiediamo che cosa è successo di preciso. Risponde: «Non abbiamo niente da nascondere, sappiamo chi è stato a sparare». Naturalmente non ci dice chi è stato. E c’era una ragione precisa. Come per Saltarelli, era al lavoro per nascondere le prove. E questa volta la manovra sarà condotta ancora più in grande stile.
Già l’indomani «La Notte» scrive che a sparare a Franceschi può essere stato «qualche provocatore infiltratosi fra gli studenti». Il questore tiene la sua conferenza stampa dopo aver avuto un lungo colloquio con il procuratore generale della Repubblica Salvatore Paulesu: si vedrà più avanti che le bugie esigono di essere coordinate. Afferma che sono stati esplosi quattro colpi: due dall’agente Gallo (uno ha colpito Franceschi, l’altro l’operaio Roberto Piacentini) e due in aria dal brigadiere Agatino Puglisi. Il Gallo ha sparato in quanto colto da raptus da paura: una bottiglia incendiaria era caduta sul telone della sua jeep, l’aveva incendiato e il fuoco si era propagato al suo berretto. Era stato trasportato all’ospedale in stato confusionale. La ricostruzione è una montatura, come emergerà poi inoppugnabilmente in sede processuale.
Nella notte il giudice di turno Antonio Pivotti è convocato in questura. Gli viene data la falsa versione poliziesca ed è caricato in una macchina della polizia per andare a fare il sopralluogo sul teatro degli incidenti. Guarda caso, l’autista sbaglia e porta il giudice al pensionato Bassini, dall’altra parte della città rispetto alla Bocconi. Così Pivotti arriva sui luoghi degli scontri alle 2 del mattino, circa quattro ore dopo i fatti, e dopo che sul posto erano passati in ricognizione il questore e mezza questura.
Il 26 gennaio si presentano spontaneamente dal magistrato due cittadini: l’avvocato dello Stato Marcello Della Valle e il ragionier Italo De Silvio. Due persone insospettabili, le quali, l’una all’insaputa dell’altra, riferiscono di avere assistito agli scontri dalle finestre delle proprie abitazioni e di aver notato distintamente un uomo in abiti civili, ma con elmetto in testa, estrarre una pistola e sparare ripetutamente a braccio teso al centro dell’incrocio fra via Sarfatti e via Bocconi. Si trattava di un funzionario di polizia. Pivotti indirizza le indagini nel senso delle testimonianze e, così facendo, si condanna. Il 28 gennaio viene spogliato d’imperio dell’inchiesta, che è affidata al giudice Elio Vaccari, un ex commissario di polizia. Si pensava così di andare sul sicuro. Intanto si precipita a Milano il capo della polizia Angelo Vicari, spedito dal ministro dell’Interno Mariano Rumor, con il compito di condurre «un’inchiesta interna». Il fine della missione è chiaro: il governo vuole saggiare direttamente il grado di tenuta della versione prefabbricata. Che non succeda come per Saltarelli, con le bugie smascherate dalle perizie balistiche e dai testimoni. Vicari lascia Milano coprendo interamente l’operato della questura. Nel frattempo si scopre che l’agente Gallo era giunto al Policlinico alle 0.30 (la sparatoria era avvenuta due ore prima), ma che era stato ricoverato nel padiglione psichiatrico alle 3 del mattino. Dov’era stato tutto quel tempo? Con chi? E a fare che? si chiedono con crescente allarme molti organi di stampa.

Estate che mai dimenticheremo

In Nuove e vecchie Resistenze on 1 marzo 2011 at 7:10

Foto seppia di manifestazione con striscione "La resistenza continua"
Si soffocava in quell’estate del ’44. Il sole e i guastatori tedeschi ci toglievano il respiro. Gli alberi prendevano fuoco. I nostri abeti. E gli uomini e le donne scendevano a valle, saltando come pecore. Soltanto che non erano pecore, ma uomini e donne; con la sua casa, ciascuno, dentro un fagotto appeso a un bastone.
Il tedesco accese una sigaretta. «Anch’io, – disse, – avere signora. Molto bella, mia signora. Ma tu, più bella», disse.
La donna teneva il volto dietro la testina del suo ragazzo, per non farsi vedere le lacrime. Il cuore le batteva forte, per la paura. Un nodo le stringeva la gola.
«E il pane?» disse il tedesco rivolto al contadino.
Il contadino si mosse, lentamente si recò alla madia; aperse la madia e ne tirò fuori un pane. Un coltello, prese. E posò pane e coltello sul tavolo, davanti al tedesco.
Il contadino tornò ad appoggiarsi alla parete, le mani in tasca; guardò davanti a sé con occhi vuoti. La sua donna era ancora alle scale, che si asciugava le lacrime alla testina del bambino.
Il tedesco si tagliò una fetta del nostro pane. «Tu avere detto fichi, – disse. – Io volere fichi».
«Là», disse il contadino, indicando col braccio fuori della porta.
«Tu portare fichi», disse il tedesco.
Ma il contadino rimaneva appoggiato alla parete. Fu la donna che si allontanò dalla scale e fece alcuni passi nella stanza, per andare a cogliere i fichi.
«Vado io», disse.
Il tedesco si alzò dalla sedia e la fermò.
«Lui», disse, indicando il marito.
Il contadino si mosse, guardò dalla porta l’estate, la camera d’aria sotto il fico, poi si voltò per guardare la moglie. Questa lo vide, da dietro la testa del bambino. E lo vide uscire nel sole dell’aia bianca. Il cuore le batteva dentro la gola.
«Caldo», disse il tedesco alla donna. Andò alla porta a passi lenti, la chiuse.
«Che nome?», chiese alla donna.
La donna non capì. Sentì soltanto che la mano le era entrata fra il petto e il suo bambino.
«Apri, – gridò di dietro la porta il contadino. – Apri, tedesco. Non uscirai vivo».
La donna vide il tedesco tirar fuori la pistola automatica e asciugarsi la fronte. Lo vide che si avanzava verso la porta, l’arma in pugno. Chiuse gli occhi.
E fu l’estate del ’44. Era quell’estate. E quel contadino ero io, eri tu, in pugno un fucile tirato fuori dal fienile. Fu l’estate che non potremo mai dimenticare. Non la dimenticheremo. E’ stato allora che abbiamo imparato anche noi a sparare.¹


1] Frammento del racconto Estate che mai dimenticheremo di Marcello Venturi in Racconti della resistenza a cura di Gabriele Pedullà – Einaudi Editore 2005. Originariamente in Gli anni e gli inganni, Feltrinelli, Milano 1965.

Baia del re

In Anima libera, Donne, La leggerezza della gioventù, personale on 6 dicembre 2010 at 23:18

Premessa alla parte terza.
Tutto sommato non è che crescere sia indolore. Non per la testa che è lucida fin dall’inizio, ma il problema è il corpo che deve allungarsi e allargarsi e trasformarsi. Ecco quella trasformazione mi dà da pensare. Avete presente Gregor Samsa che si metamorfizza nel giro di una notte? Beh la mia è una sensazione simile. Non capisco bene dove andrò a parare, ma so che non sarà, la mia, una trasformazione fortunata. Il mio terno al lotto. Così per essere nel mondo io ci sto, senza aver mai troppa paura di farmi del male. Se non ci va cauto lui perché avrei dovuto andarci cauta io? Ma le cose che succedono al mio corpo a mia insaputa, mi fanno friggere di rabbia.

Li guardo, i miei genitori, così imbarazzati, con quell’abito dello sguardo sussiegoso, e mi chiedo che ci fanno qui. Come ci sono caduti dentro. Sono estranei, impauriti e offesi. Perché la vera barbarie è il quartiere. Stracci al vento come bandiere. Degrado. E loro che non vorrebbero sporcarsi con le infime storie di queste strade. Poveri piccoli, quasi quasi ci provo pena. Un padre e una madre chiusi dentro se stessi. Abbarbicati nella loro presunzione. Lei: la piccola principessa offesa. Lui: il grand’uomo che vorrebbe sfidare tutti ma non sa da dove cominciare. Li guardo e lo so che già si preparano a scappare. Perché niente hard boiled, nessuna vera avventura, più che Frisco è il Bronx. Più che noir è sporco e calcinacci. Più che sfida è degrado. Malavita e vita ammalata. Un quartiere dal nome altisonante che non gli somiglia affatto. Più avanti quando racconterò dove sono nata mi guarderanno come una sopravvissuta al cancro. Eppure a me piace questa sfida. Io, qui, ci sto come a casa mia. Meglio che con mio padre, solo un ciabattino, ma con il cipiglio del padrone. E qui nessuno è padrone di nulla. Per fortuna.
Insomma non sono tipo da tiranneggiare. Nessuna pietà per gli sfigati. Non c’è tempo in questo mondo per chi non sa che compiangersi. La vita è la mia battaglia, non è la loro. Quella, la vita, corre e chi non corre resta indietro. Nessuno ti regala niente. Ti devi guadagnare tutto. Non sono una principessa. Non sarò mai una signora. Ho tutte le intenzioni di andarmene per conto mio. Di vederlo, il mondo, con questi miei occhi. Non ci ho pensato. Se l’avessi saputo non so se l’avrei fatto. Non che mi piaccia tirarmi indietro. Ma forse non sono mai stata molto egocentrica né abbastanza vanitosa. Fai così, dì colà; che marroni! A fare la neonata non c’è alcun gusto. Ma nessuno può approfittare delle mie dimensioni. Non sono stata certo io a dichiarare guerra all’universo. Per quanto fosse stato lui a presentarsi così male, da mettermi sull’avviso. Certe occhiatacce gliele strapperei dagli occhi; ho buone unghie io.
Cos’è questo mondo? Certo che se ne vorrebbero scappare anche subito. Fortunato chi non ci si sporca per sempre. E’ solo baracche e bagasce. E’ malavita e vita amara. Tutto si affaccia su un’acqua ancora più marcia. Sguardi si incrociano solo per sfidarsi. Le camicie aperte fino alla pancia, per mostrare pesanti catene d’oro tra la selva arruffata. E dove più pare che quel dio si sia scordato di loro più grandi sono i crocefissi aggrappati alla catena. I lampioni accecati sulla notte nera. Le pietre divelte e i muri che trasudano sale. Finestre senza vetri e abitazioni senza finestre. Sembra che qui la guerra non sia finita ancora. Frotte di bambini che scorazzano, col muco che scende inesorabile fino al mento. Gli abiti stracci e gli stracci al vento. Vaffanculo che intervallano le bestemmie.
Sì perché i ragazzini del quartiere sono delle vere teppe, non per niente è la parte della mia città più malfamata e mal frequentata. Non è colpa loro se son nati figli di puttana. Qui non c’è scelta. I bambini sono abbandonati a loro stessi, in strada, e si organizzavano in bande per angariare i meno svegli. Qui si tratta di sopravvivere. Qui si diventa grandi presto. Anche prima di presto. Forse questo l’ho già detto. A stare con i grandi mi rincretinisco anch’io. Spiegavo… figurarsi con Ernesto, quei delinquenti in fasce ci vanno a nozze. Ho il mio bel da fare per tenerli a bada. Finché posso esserci nessuno si azzarda a toccarlo e si guardano bene dal farlo, perché hanno imparato che mordo più velocemente e velenosamente di un cobra. Ma son più le volte che non ci sono. Sono di più le mie prigioni. I giorni del castigo. Non bastassi io. Anche quando le cose non le faccio mi ci affibbiano la colpa. E’ soprattutto quel giuda che risponde al nome di mio fratello. Qualche volta ho portato le biglie di fragna¹, quando me le regala uno zio giovane che vive in casa nostra. Allora le divido con questi ragazzini.
E’ per giocare. D’altra parte mi fanno anche un po’ pena, quei mocciosi. Questo li fa sentire qualcuno. Sono solo degli sfigati che si sentono forti in gruppo e godono solo se fanno del male agli altri. Che non vedranno mai altre strade che queste calli puzzolenti. Senza speranza. Con questa miseria dietro e nel loro futuro. La carogna, mio fratello, sempre taccagno anche di quello che non è suo, non manca di fare sempre delazione con i miei. In fondo anche lui è figlio di questa terra. Ma lui è nato spia. Vigliacco e spia. Così che tornano ogni volta a rinchiudermi di nuovo nel terrazzino. Povero stupido. Non ha mai saputo guardare oltre il suo naso. Fifone com’è nemmeno per la sua incolumità riesce a farsi i fatti suoi. Come quel giorno che è tornato con la bocca insanguinata. Ma lui ha sempre avuto la passione per fare l’angelo. Sempre stato un ruffiano. Come facevano i miei a credergli? Altra conferma che i grandi sono proprio stupidi.
Sono fatte anche di questo le mie giornate. Le donne vivono in strada come regine. Regine senza regno, ovviamente. Escono il mattino con la sedia appresso. E si siedono sulla soglia di casa, gli occhi a controllare la strada e a dar fiato alle voci. Lo scialle, sempre nero, sulle spalle, e i capelli col “cocon”². A parlare sguaiate che le sentono fin all’isola della maggioranza silenziosa³, perché a morire si è sempre in tanti. Muovono le mani su lavori ossessivi: sgranare fagioli, infilare nelle resse le perle, dividere i pezzi dei mosaici, inanellare parole, ciàcole e dicerie. Chiamano i figli come se fossero in un altro mondo. Chiamano anche i figli delle altre. Oppure pregano nell’attesa di quel dio che non c’è. Loro non lo sanno, ma io lo so fin troppo bene.
E poi ci sono i personaggi che frequentano ogni buco maleodorante come questo. Il ragazzino diverso che domani sarà ragazza: Alfio. Chissà che nome ti darai quando nasconderai la prima barba con la cipria e il belletto? Povera bambola di stracci. Io ti ho riconosciuto subito e ti levo dalla ressa testosteronica dei teppistelli, che ti mettono in mezzo, e ti prendo per mano. Gioca con me! Che poi di dolcezze io non sono capace, non è una mia dote. E ti dico, come fanno i bambini: Facciamo che ce ne andiamo via tutti e due da questo posto. E tu fai sì con la testa e le lacrime agli occhi. Qui non si vende la pietà su nessuna bancarella. Ci trovi tutto. Soprattutto il contrabbando. Non quella. Mia madre passa e finge di non vederla la Tosca. Vuole che io la chiami signora Tosca ma quando parla lei dice sola la Tosca. Anche stamattina ha un marito nuovo. Quello vecchio è anche lui in ferie a Santa Maria Maggior4. Non è bella e straripa dai suoi stracci con una risata che mette allegria. E anche l’uomo ride con lei. E le dà una pacca sul culo. Mia madre dice che non devo guardare e mi trascina di nuovo in casa. Come se non sapessi che esiste anche quel tipo di amore. E c’era pure Cicillo che fa di mestiere il malandrino e che a tempo perso parla in Questura. E’ pronto di coltello, ma si fa girare con un dito da sua madre.
Giugliano, proprio così, con la gielle, dicono colpa dell’anagrafe, mi sovrasta di tutta la testa. Ma è un pischello senza coraggio. Mi dice: “Vuoi vederlo”? Lo fisso cercando di stare seria: ha i denti all’infuori, le lentiggini e gli occhi che gli si spengono e mi pare un marziano. “Tesoro! Non mi interesso dei microbi. Non crederai che non ne abbia mai visto uno”? Certo nemmeno il verme di Ernesto mi sembra una cosa di cui andar fieri. Sempre di microorganismi si tratta. Più che deluso, Giugliano, pare annoiato. Forse avrebbe da ridire ma non sa come farlo tenendosi a distanza dalle mie zanne. Se ne va che credo sibili un “Piccola peste”. Quando gli dico Stronzo la zeta assomiglia ancora troppo ad una esse e forse dico ancora Stronscio, ma lui sa bene a chi lo dico e un po’ se ne vergogna. Anche se sono solo una bambina penso che non è certo l’altezza né il sesso che ti fa uomo. Ma che c’è da preoccuparsi? Tutti sanno che nessun ladro ruba a casa propria. Basta non farsi mettere sotto.
Non sono ancora pronta. Il mondo non è pronto. Insomma, è una perdita di tempo cercare di cogliere fiori dal letame. Sono quelli che sono. Non immaginano neanche una vita diversa e non sanno ascoltare le canzoni di Faber. Nemmeno io per quello, non le ha ancora scritte e cantate, ma le ho già in testa. Nel senso che le cose sono nell’aria, basta saperle cogliere. Altrimenti come mi sarebbe venuta l’idea dei fiori dal letame? Che è proprio vero che è solo merda. E queste sono le piccole rivincite sulla loro vita di miseria.
Dovrò aspettare io che non so aspettare. Intanto mi stuprano le orecchie per raccontarmi che: son tutte belle le mamme del mondo. Avessi potuto ne avrei fatto senza. Non che la mia… è solo che quando una donna diventa madre smette di essere donna. Se mai lo è stata. Soprattutto smette di essere persona. Forse il destino alla donna lo segnano con l’atto di nascita. Io non imparerò mai a dire sempre sì. Non ci sarà mai nessun Zampanò nella mia vita. Intanto è cominciata la mia storia. La nostra storia. I francesi le hanno prese e gliel’hanno messo a Dien Bien Phu. Trieste torna in Italia. E lì fuori c’è Scelba ad aspettarci. Cazzo te la faremo vedere, brutto fascista. Il futuro non si presenta con un mazzo di fiori. Ho un appuntamento con la storia, io. Io sono pronta. Lo farò diventare rosso questo avvenire. Io che sono la rossa e scuoto i cappelli come una bandiera.
Devo sembrare proprio un piccolo mostro. Ed è così che voglio che mi vedano. E molto più bello sporcarsi quando si è puliti. Anche se questo vale un’altra reclusione. Sì! lo so bene che un giorno prenderemo quel battello e non sarà per tornare. Tanto per dirla in canzonetta: la barca tornò sola, anzi in questo caso proprio non tornò mai più. E allora… “Fatevi sotto”!


1] Terracotta.
2] Chignon.
3] San Michele, dove c’è il cimitero.
4] La prigione veneziana.

Nessuno mette una bambina in un angolo

In Anima libera, Donne, La leggerezza della gioventù on 30 novembre 2010 at 18:56

Foto BN: la neonata Ross in braccia alla mamma in battelloPremessa alla seconda parte:
Se ho quell’aria accigliata una ragione pure ci sarà. Nemmeno il tempo di aprire gli occhi e trovi la sensazione di aver sbagliato ruolo, momento, tempo, mondo. Ti guardano come un fenomeno. Con dispetto. Con quel sorriso. Con sorpresa. Con delusione. E poi non ho mai amato farmi fotografare. E ancora meno che gli altri parlino di me. Non ci vuole certo molto a farmi scaldare, vorrei vedere voi al mio posto. Gli occhi di mia madre che hanno già quell’espressione. Che sembrano implorarmi di stare zitta. Di risparmiarmela. Se il mondo mi dichiara guerra non sono certo io a tirarmi indietro. Per quanto mi riguarda meglio mettere tutto in chiaro subito: voi cominciate a tremare.

Mica nasco principessa, me ne accorgo subito. Quel gran padre, così preso dalle sue cose, altro non è che un ciabattino. Un tiranno con pochi sudditi da tiranneggiare e col sospetto per questi miei capelli rossi, così… diciamo così sospetti. Io da parte mia mi son data da fare. Il problema non è stato tanto nascere, ma trovarmi in un mondo che non ha idea di dove sta andando. Questa è la scocciatura. Sapere di doverlo drizzare e darci un costrutto. Tutto a me tocca fare! Che poi quando apri gli occhi e si presenta quel fratello… ti cadono le braccia. Se ho pensato di poterci contare per avere un contributo è stato tempo perso, lui è solo in grado di cercare di sostituirmi al seno materno. Che cavolo! Non può prendersi un bicchiere di sano latte vaccino? E poi non è esagerato quell’eccessivo attaccamento alla mamma? Edipo non risolto? Ma guarda se devo preoccuparmi di lui con tanto che ho da fare. Che poi se vuole il latte di mamma io glielo do. Una bella vomitatina e via. Magari non dal produttore al consumatore direttamente, come avrebbe preferito, ma per interposta persona. Che a far le cose a volte mi mette allegria. Vomitargli in testa e vedermi vicino Padre Vattelapesca nell’atto di esorcizzarmi mi ha fatto scompisciare dal ridere. E lui giù a piangere. Ah, questi fratelli che lagna! E poi la casa è piccola, troppo piccola. Non ci stiamo in tutti, soprattutto non ci sto io che ho bisogno di aria e di silenzio per pensare. Comunque a guardare Ernesto tutto pieno di vomito e disperato quasi quasi mi pare più carino, più sopportabile.
Beh! passiamo alla seconda parte perché il tempo passa ed io c’ho da fare.
Nella foto sembro dormire, tra le braccia di mamma. Una bambina normale, mica un’assatanata. Ma ho detto sembro non che lo sono. La cosa importante, come già detto, non è solo nascere, ma vivere in un mondo che non ha idea di dove sta andando. Ovvio che le prime cose da drizzare stanno in famiglia, soprattutto quel fratello senza qualità. La convivenza con lui è a dir poco oltraggiosa. Quello non accetta che abbia già le mie idee in fatto di stare al mondo. Lui contratta con mia madre di chiudermi nel cassetto del comò o di ficcarmi e dimenticarmi dentro all’armadio. Mia madre non gli dà ascolto completamente. Credo che qualche volta ci abbia pure pensato, se non altro per non sentirsi così osservata e a disagio con me. Fossi una tiranna! Intanto avesse chiuso lui, così me ne liberavo una buona volta! Poi tutto sommato a parlare di lui si spende solo tempo e fatica. Io so di essere nata figlia unica, malgrado Ernesto e gli altri tre bambini rossi che ho preannunciato per vendetta. D’altra parte mica tutti nascono con l’impronta della ribellione, no? Che poi nel caso mio non è un semplice segno fisico innocente come una voglia sul polso. A guardar meglio sembro un essere che ha tradito il suo bagaglio genetico. Una mutante.
Comunque, mi rendo conto che non è facile sopportare le mie autonomie che non promettono niente di buono. E mia madre non sa proprio da che parte prendermi.
La prima volta che si distrae e mi lascia zompettare da sola, finisco diretta e spedita dentro al mastello del bucato, pieno d’acqua e sapone. In verità come l’ho visto mi ci sono buttata con voluttà, ma senza secondi fini. Non ha niente a che fare con la ribellione che mostro io e che avrebbe mostrato in futuro la mia generazione. In questo momento è prevalso in me il gusto dell’esperimento. Il piacere di fare qualcosa di nuovo ed eccitante. Non mi ci vuole molto a capire che l’acqua sarà sempre l’elemento naturale che mi ci vuole un po’ come la libertà e la giustizia che mi sono necessari per sentirmi viva. Ovvio che mi sono opposta strenuamente quando sono venuti a togliermi di là. Ma lasciate un po’ vivere questa povera bambina! appena uscita è già così controllata. Nell’acqua sto come il pisello nel suo baccello. Comunque non me ne sarei mai uscita dal mastello ci stavo che era una meraviglia.
Ernesto ride di me e io lo snobbo perché a giocar con lui non ci penso proprio, non lo farei per tutto l’oro al mondo. I suoi sono giochi insulsi, privi di mordente, mentre io già voglio l’avventura, voglio la strada e l’imprevisto. So già cosa diventerò. Mia madre nicchia. Teme, e a ragione, che in strada, con gli altri ragazzi del quartiere, potrei capeggiare presto una banda. E’ sempre stata quella la mia indole. Non corro mai per i secondi posti. Gli altri sembrano tenermi a debita distanza. Anche se sono solo questo soldo di cacio. Anche quelli che mi sovrastano per età e per altezza, proprio come il fratello che mi è capitato in sorte. Perché mica ho potuto scegliere, lui già c’era e a malincuore ho dovuto farmene una ragione. E il quartiere è quello che è. King’s bay mi affascina moltissimo, ma per gli adulti sembra una giungla piena di pericoli. Ma che ne sanno loro dell’avventura? Come sempre dovrò spiegarglielo io.
Mia madre ha la strana sensazione che il mio essere bambina non limiti i miei movimenti e le mie ragioni, così mi chiude nel terrazzino, come un felino in gabbia a guardare il mondo tra le sbarre. Pensandoci bene non devo essere un bel vedere piegata sulle ginocchia con la gonna tirata su sulle gambe e le mutande in bella vista. Nemmeno il mondo è granché, spiaccicato lì sotto. Con quei ragazzini, che sembrano dei nanetti da giardino, che ci giocano liberi e guardano con la testa all’insù i miei mugolii d’animale ferito. Avrei potuto invidiarli sennonché so che da lì evaderò presto. Mi avvinghio alla ringhiera che fa le sbarre della mia prigione. Sono certa di poterlo dirigere, quel mondo che è fin troppo piccolo. Mutande all’aria e digrignamento di denti evidenzia la mia voglia di uscire e di possedere finalmente un paio di pantaloni.
Sono decisa come so essere decisa io sempre. Non proprio una bambina ma già un piccolo essere libero. Le idee ben chiare in testa e la testa già un cespuglio di capelli rossi. Tanto faccio e tanto ringhio che giocoforza mia madre si piega: mi cuce un paio di pantaloncini a pagliaccetto che odio fin nel profondo dell’anima e mi consegna alle cure di Ernesto per tenermi sotto controllo nel cortile di casa. Questa è bella! il controllato a tener sott’occhio il controllore. E’ da vedersi. Lui non è tipo da mettersi nei guai ma questi, i guai, sanno sempre trovarlo. I bambini sono così, vedono da lontano chi l’ha scritto in faccia il destino di vittima; l’annusano. In fondo hanno una loro semplicità nelle cose e una loro crudeltà. Sono radicali e tutti lo prendono a bersaglio di lazzi e dispetti e qualche volta pretendono di prenderlo a botte.
Me ne potrei anche fregare. Ma è, in questo momento, la sola possibilità di uscire in strada. E poi, per la miseriaccia, è pur sempre mio fratello. Nessuno me lo può toccare, tranne la sottoscritta. Ci devo buttare un occhio e riportarlo a casa aggiustato perché ogni ematoma e botta è sempre colpa mia. Se torno pesta, lui fa il santarellino. Sono caduta da sola. O mi sono messa a correre come una scema. Dà della scema a me… Tze! E’ sempre bravo in questo. Insomma… alla fine… vuoi per necessità e vuoi per orgoglio questo fratello sciocco non me lo devono toccare. Dove non può la mia forza può la rabbia, mani e denti e come capita, divento una belva, una vera furia. Credo che qualche segno dei morsi se lo portino a spasso ancora. Buona son sempre stata, mi pare chiaro. Ma quando c’è da lottare, soprattutto per una buona causa, o anche una causetta come lui, non sono mai capace di tirarmi indietro. Ricordo quella volta… ma non precorriamo i tempi, anche questa arriverà. Intanto la presunta iena impara a misurarsi con quello che ai suoi occhi è giusto e quello che non lo è. Insomma la bestiaccia comincia anzi comincerà a crescere dalla prossima puntata.

18 maggio 19..

In Anima libera, Donne, La leggerezza della gioventù on 24 novembre 2010 at 12:06

Rossaura in una foto BN quando era era bambinissimaIo sono nata il 18 maggio 19.. (scusatemi la civetteria al femminile). E’ per tutti un giorno normale. Già! non c’è ancora la televisione. Mica possono darne notizia. Allora le cose erano vere e non era necessario fossero trasmesse in tv. E anche i giornali erano un lusso. L’Italia ancora non era il paese felice che ci sembra oggi. Non aveva ancora un principe cantante e per venir fuori dalla palta ci si doveva dar proprio da fare. Non ci voleva molto a capirlo, bastava guardarsi in giro. Così la mia nascita sarebbe passata quasi sotto silenzio. Senza fanfare. Senza bandiere.
Intanto il paese è attraversato da una calma piatta. Sono anni bui e giorni movimentati. Tutti gridano e gridano i giornali: «A Caltanissetta, la Celere disperde un capannello di persone che, in piazza Garibaldi, ascoltano il giornale parlato del “Blocco del popolo”, riguardante il processo di Viterbo e le dichiarazioni di Gaspare Pisciotta. E’ disturbato anche un comizio della comunista Nadia Spano a Siracusa. E’ arrestato a Milano Primo Borghini, componente della Volante rossa. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU condanna Israele per l’attacco alla Siria, e ingiunge allo Stato ebraico di far rientrare gli abitanti espulsi». Era ora, dico io, dopo più di tre anni di guerra. La forma delle notizie è presa naturalmente da Wikipedia. Come potrebbe essere diversamente oggi, nell’epoca della rete. Ma le ricordo bene. Dico io, una non può nascere tranquilla. Il mondo non è ancora pronto. Forse nemmeno la mia famiglia è proprio pronta a ricevermi. Eppure avevo avvertito da circa nove mesi che stavo per arrivare.
Loro mi guardano con occhi allibiti. Forse non vogliono una bambina. Anzi ne sono certa. Anche se pare una bella fortuna fare la coppia con un numero così esiguo di tentativi. Il primo è nato maschio, come si conviene in ogni famiglia che si rispetti. Che poi maschio o femmina per me è sempre stato un problema secondario. Almeno mi pareva ininfluente. Comunque sono nata proprio io. C’era da immaginarselo. E non gli ho dato soddisfazione: piuttosto che piangere ho preferito da subito digrignare i denti. Doveva essere chiaro e non lasciare dubbi. E c’è un’altra cosa strana, anche se, se ne sarebbero accorti un bel po’ di tempo dopo: sono rossa. Indubbiamente rossa. Indiscutibilmente rossa. Inaccettabilmente rossa.
Cosa c’è che non va in me? Cosa fa storcere il naso ai miei famigliari? Mio fratello ha giustamente i capelli scuri. Nessuno è rosso in famiglia, né mamma né tanto meno mio padre. Sembro un ufo per quanto il concetto di oggetto non identificato sia loro sconosciuto. Sicuro è che i loro sguardi sembrano accusarmi. Nei loro occhi c’è sospetto e incredulità. Sembro sbagliata. Sono certa che i due bambini che zompano maleducatamente nel cortile comune non hanno nulla a che fare con la nostra famiglia. Senza negare che a mia madre i rossi fanno impressione. Che a dirla tutta, guardando me, si sente in colpa. Sono sua figlia e non le piaccio proprio per niente. Lei l’ha sempre detto che sono bruttini. Che i rossi… Ora non può rimangiarsi quello che ha detto anche ai vicini. A parte il promettere di diventare bruttina, già ero diversa prima ancora di affermarlo. E’ stato così che ho deciso che se avrò altri fratelli saranno tutti rossi. E con i rossi, si sa, non è facile trattare; lo sanno tutti, persino la saggezza popolare. Comunque così ho già messo in chiaro le cose. Fin da subito. Una volta per tutte. Non mi potranno dire che… non lo sapevano. Ma neanche che erano impreparati. Potevano capirlo, ma sembrano far finta che il problema non sia loro.
Eppure sembra tutto così semplice. Io sono io. Le mezze misure non mi piacciono. Tutto sommato farò sempre i conti con la mia incapacità di scendere a compromessi. Mica che non ne accetterò. So bene che sarà impossibile, ne andrebbe della mia sopravvivenza… ma adattarmi, che fatica! Che poi alla fine è una inutile fatica perché prima o dopo schizzo fuori come da una pentola di acqua bollente. Per esempio io non imparerò mai  a dire bugie. Per me le cose sono come sono. Sono certa che ne sono già al corrente, anche per quel nome che mi hanno legalmente attribuito. Certo poteva essere semplicemente un caso. Che poi se fai un figlio lo battezzi con un nome che significhi qualche cosa. Così almeno credo io, ma forse mi sbaglio. Glielo avrei anche detto, solo che ancora non parlo come loro. Benedetta ignoranza degli adulti. Quando una bimba nasce te li trovi lì, e sembrano capire tutto di te. Le somiglianze. Il destino. Sono loro i grandi e sei tu che devi imparare la loro lingua, il loro stupido modo di comunicare.
Mio padre poi mi ha sempre preso sottogamba. “E’ nata una femmina? Un’altra seppiolina!” Con quello mi ha marchiata. E a fuoco, direi io. La cosa mi dà un casino di fastidio. Mi brucia proprio sulla pelle. Dire a me che sono un pesce tra tanti e che per di più lascio in giro una scia di nero, per l’appunto “seppia”… Insomma questo già me la sono appuntato. Io non sono una seppia. Io glielo farò vedere bene cosa sono. Certo che a dirla così mi si potrebbe prendere per una presuntuosa. Cosa che per la verità non è nel mio stile. A rigor di logica non dovrei nemmeno chiedermi cosa voglia dire essere bambina, femmina. Tanto meno cosa significhi essere femmina in mezzo a tante. E in verità non vorrei nemmeno sapere. Sono qui per spiegare a tutti che non sono né maschio né femmina e che non mi si deve confondere. Io sono solo persona e la persona che sono. E tanto per cominciare che mi levino queste scarpette rosa ridicole. E si tengano pure i sonaglini e queste loro paroline incomprensibili, mica hanno a che fare con una mentecatta. Insomma io sono solo realista e se devo essere sincera, mica me li sarei mai aspettati così sprovveduti e impreparati.
Mia madre, quella santa donna, mi guarda con occhi incerti e apprensivi; come sempre rattristati. Lui, quel padre, non si è nemmeno fatto trovare all’appuntamento. Io arrivo puntuale, vado direttamente a casa e lui nemmeno c’è. Che impreparazione. Che poi non sarà l’unica volta. Io intanto, anche questa me la sono segnata. Tutti i nodi verranno al pettine, prima o poi, e so che in qualche modo la sconteranno. Anche se non gli ho promesso una vera vendetta ma segnarmi “la pagherai e ti costerà cara” ha il sapore di un piccolo editto; di un impegno. Non è solo un banale slogan politico. Mi ero impegnata a sistemare fin da subito quella vita. Non posso rimandare quello che va fatto. Ho bisogno del mio spazio e della mia autonomia. Mica basta dipendere per un cambio di pannolini sporchi. Se era per me l’avrei detto subito: “faccio da sola!”.
Mica è colpa mia se ci sono difficoltà di comunicazione. E poi non sopporto questi ritmi. Le poppate all’ora stabilita. Ma chi l’ha stabilita quell’ora? E poi le ingiustizie, mica le puoi avere sotto gli occhi, e stare zitta. Non devono parlare di me senza di me, senza la mia partecipazione. Un attimo di tempo suvvia. Poche pippe. Lasciatemi per cortesia il modo di organizzarmi. E’ stressante. In questo mondo c’è fin troppo da sistemare. Bisogna cominciare subito, e dalle cose minime e più immediate; indispensabili. Gli impegni non mi hanno mai messa in ginocchio. Anzi la lotta mi dà l’adrenalina. E se mia madre fa la vittima non ho intenzione di farlo io. E se lei ama farsi compiangere io preferisco compiangere e lottare perché la mia filosofia è: “la miglior difesa è l’attacco”. Meglio una donna risoluta che essere assunta come domestica, ancor prima di cominciare. Poppo latte e autodeterminazione. Magari non sono ancora una vera marxista e il mondo non è solo bianco o nero cioè rosso. Sia detto per inciso che considero già l’uso del biberon molotov. E alla tetta preferisco… beh! lasciamo andare, sarei troppo piccola per pensare già al bello della vita. Comunque preferisco il dito.
Non che provi solo rabbia, anche se…. Che poi di seno sono stata sempre scarsa fin ad oltre la mia maggiore età. Ma di certe cose se ne può fare a meno. Poi arriva un momento che capisci che può esserti utile. Allora decidi. Lascia che cresca pure quello, che male non fa. E ti trovi con un paio di tette che non sono né troppo piccole né troppo grandi. Giusto per non dover invidiare niente a nessuno. Dal punto di vista fisico mi voglio organizzare due o tre cosette, niente di speciale. Innanzi tutto una faccia che non lascia adito a dubbi. Tanto per far capire subito che non ho tempo da perdere in fronzoli inutili. Due occhi che parlano ancora prima che lo faccia la mia bocca. E poi ancora questi capelli usati come una bandiera.
Mio padre, come già detto, non ne azzecca una. Assente quando deve esserci e presente quando tutti potrebbero farne a meno. Poi mia madre, la vittima predestinata, grande narratrice di silenzi. Così fin da subito ho deciso che in famiglia un ordine lo devo fare io, altrimenti nessuno ci pensa. Escludo a priori mio fratello, il primo nato, fin dall’inizio un inetto. Più grande di me solo perché nato prima. La testa da… da… insomma da neonato, e neonato per di più maschio. Nato per rompermele e per essere geloso. Di cosa, mi chiedo, che non abbiamo nulla. Lo guardo torvo e lui, pensando di dispiacermi, mi ruba il ciuccio. Ci vuole ben altro per preoccuparmi. Mai stata capace di prendermi una brutta abitudine. Per me niente ciuccio, niente alcool, niente fumo e tanto meno spinelli. Robe da ragazzini. Ma basta alzi la voce che me lo restituisce, con quegli occhi da non sono stato io. E’ facile prevedere che non combinerà mai niente di buono. Se un uomo pensa che basti una cuccia per conquistarti dimostra da subito che non capirà mai nulla delle donne. E’ destinato ancor prima di cominciare ad essere vittima e servo. E poi a guardarlo bene non sembra avere gli occhi così svegli. Non posso certo contare sul suo di aiuto. Così quando comincio a usare il suono della mia voce non è certo per dare una bella prova di canto né per intrattenere la platea. Non sono solo urla minacciose ma già le mie giuste e sacrosante rivendicazioni: “libera in un mondo di liberi”.
Il problema è che fin dai primi giorni mi son fatta fregare dagli slogan che si stanno preparando nell’aria; cose come: l’amore libero. Io sarei d’accordo, come si può non esserlo, ma che cavolo vuole dire? Mica mi è chiaro. In fin dei conti non ho che pochi giorni. Cosa vuol dire ancora non lo so. Uno può essere convinto e abbracciare una giusta teoria anche se è una schiappa con la pratica, no? Io il cuore ce l’ho, qualcuno dice che ne ho fin troppo. E il troppo, come si sa, stroppia. Chi ne ha troppo, di quello, è sempre come una barchetta in un mare in tempesta. Tu dai e gli altri si prendono e poi si prendono anche quello che non dai. E’ una legge di mercato, semplice semplice. Così il mio fratellino si ciuccia il mio ciuccio e a me non resta che succhiare assieme al mio dito pollice pure la rabbia che gira nell’aria. Forse, come detto, sarà proprio questo la causa di tutto. Questo fratello inadatto spera di togliermi il coraggio con le sue sopraffazioni ed io divento sempre più radicale: mi batterò per i più deboli; sempre. E’ questa la mia missione.
Mi capiterà di imparare, successivamente, che a prendere a schiaffi il mondo da sola, un po’ è anche come prendere a schiaffi me. Non accetterei comunque mai di essere un’altra. Non che non ci sia di meglio. Ci sono certe mammolette piene di moine. A quelle si perdona tutto. A me fanno un po’ di ribrezzo. Mai che si possa fare una bella scazzottatura con loro. Ché a fare a pugni non è cosa da bambine. Io, ad essere bambina, ci ho rinunciato da mo’. Ma poi chi l’ha detto che basta una faccia da fesso per fare un maschio? Magari, come dirà lui: vinci qualche battaglia ma perdi tutte le guerre. Ma l’importante è combattere. Meglio se dalla parte giusta. Peccato non sia quasi mai quella del vincitore.
Tanto per la storia chiamerò questo mio fratello Ernesto, perché chiamarlo con il suo vero nome mi sembrerebbe una parolaccia. E’ offensivo per tutti quei poveretti che hanno avuto in destino la sfortuna di vedersi imporre lo stesso nome senza avere nessuna colpa. Per di più sono convinta che nessun nome dovrebbe essere imposto senza l’avvallo del suo possessore. Soprattutto quel nome. Primariamente perché in Italia la monarchia è assente da un pezzo. Persino lontano dall’anno della mia nascita. Senza scordare che nessuno nasce più re come nessuno nasce suddito. Ora capite perché quella bambina, ritratta nella foto il giorno del suo genetliaco, ha deciso fin da allora che da grande avrebbe tenuto un blog? E che non le avrebbe mai mandate a dire?

Passato

In amore, La leggerezza della gioventù on 19 novembre 2010 at 9:06

foto colori di un disegna di una città sospesaIntanto fuori si fa mattino. Chissà se piove? L’aria è sospesa in quel sopore. E’ un momento incerto. Dalle bugie chiuse non si vede il tempo. E si fa nuovamente, ancora; un altro giorno. Come tanti altri. Ogni volta diverso. Ed è bello incontrarlo con un sorriso. E lei è sempre lì, ad aspettarmi, col suo tepore. Pronta ad accogliermi. Tra le sue braccia. Con la voglia ancora di notte. Di buio. Di coccole. Di fermarlo, il tempo. E sotto le coperte siamo in un angolo solo nostro. Cullati di intimità. Affamati di noi. Di ancora. E ci incontriamo con amore. E il tempo si ferma; gentile.
Foto a colori di Rossaura a SpigoneIl presente è un giorno di novembre. Spegni, ti prego, la luce sul comodino. E’ lei quel sorriso. Quella tranquilla attesa. Che allunga i momenti. E’ lei la pigrizia. E’ lei sempre pronta, ad aspettarmi. Incerta se essere. Caparbia per essere. E tra noi non mancano le parole. Non sono mai mancate. Tutto comincia proprio da qui, da quest’ultima riflessione: non ci sono mai mancate. Ma oggi lei ha un discorso sospeso. Qualcosa che le preme, che urge. Forse rimasto da ieri. Me ne accorgo subito. Non riusciremmo a nasconderci, nemmeno volendolo. Glielo chiedo. E’ un piccolo problema da niente. Anch’esso ha la sua dignità. E’ qualcosa di irrisolto. Un frammento. Nulla di più. E’ il passato.
Non so, non credo; non volevo essere bella. Non ne ho profittato. Forse sì. Un po’. Inavvertitamente. Come succede. Non è una colpa. Vorrei vivere solo presente”.
Il passato appartiene ancora a noi che siamo fatti di ieri, di oggi e di sogni per domani. Di un progetto. Anche solo per il giorno che si appresta. Soprattutto noi. Noi con la nostra strana storia. Noi che siamo stati così a lungo distanti. E non ci siamo riusciti. Mai. Oppure solo poco. Della tua immagine indelebile. Sempre davanti agli occhi. Sempre fissa nella mente. Perché noi non siamo mai stati del tutto distanti. Non ne siamo stati capaci. Non io. Ancora e sempre noi. Noi in due vite diverse. In due mondi diversi. Per raccontarceli, oggi. E le restituisco il suo oggi. Ma non possiamo non darci anche quel ieri. E a volte il passato può essere invadente. Vorrebbe parlare d’altro. Forse persino averlo davanti.
Non so se è sempre così. Io certe risposte mica le ho. So solo quello che provo. So solo di quello che vedo e ho visto. I paesaggi in cui ho camminato. Le frasi sospese. Le pagine. I ricordi. Le foto. Quello che sono e siamo stati. Questo siamo. E dolci ricordi ci rendono dolci le ore. Forse potremmo farne senza. Ma ci hanno teso la mano. Aiutati. Spiegato. Cullato. Ci hanno lasciato parole in bocca. Ricordi la prima volta che ti ho stretta tra le braccia? Come posso non provare ancora, e di nuovo, tenerezza per quella ragazza? Erano belli gli anni, e i nostri anni. Di quello eravamo belli. E di sogni. Anche se oggi ci chiediamo dove sono finiti. Quanti ne abbiamo traditi. Come e perché siamo cambiati. E la vita ci ha cambiato.
Perché dovrebbe essere diverso?
Foto BN di rossaura nel 1969Il passato è la mia rabbia che si fa tuono
Il passato è un fuoco che brucia i pensieri
Il passato è un ragazzo che diventa uomo
Ma il passato è gioie e pazienze. Questo e quello. Asprezze. E ne abbiamo parlato. E molto. Delle prime e delle seconde. Ma più delle prime. Con gli occhi umidi di gioia, delle prime. Io sapevo chi era. E’ stato il passato ad aiutarmi a capire chi è. Questo frugare fra le cose. Fin dentro allo stomaco. Fino a farci male. Oggi ci sembra di capire. Ma non lo potevamo capire allora. E, ad essere onesti, nemmeno ora. Non certo completamente. Solo ci siamo dati delle risposte. Per quanto ci servivano. E sempre solo alcune. Parziali. Ed in fondo è anche bello sognarlo diverso. Di cambiarlo. Anche se non è possibile. E’ bello comunque. E’ bello pensarci assieme. Dividere ancora tutto. Ma non puoi scegliere. E’ lui a farlo. Lui torna con i ricordi belli. Ma anche con gli altri. In fondo amo anche quelli. Fanno tutti parte di noi. Di quello che ci unisce.
E forse è solo che non c’è nulla di cui chiedere scusa. Non c’è colpa nell’essere vissuti. Nell’avere avuto sedici anni. E quei sedici anni. E un viso grazioso. E un’aureola di lunghi capelli rossi. Di avermi colpito al cuore. Di averlo fatto lacrimare, quel cuore. Di avermi tolto il respiro. Insegnato la passione. Di aver relegato il mio mondo in un bacio. Di avermi fatto sospirare. E sperare. E sognare. E poi di avermi lasciato con un ricordo bellissimo. Niente è sbagliato in quello che era. Come non lo è in quello che è. Allora era il mio sogno. Non sapevo cosa voleva dire per sempre. L’ho imparato; anche dolorosamente. Lentamente. A mie spese. Come ciascuno paga da sè la propria ignoranza. Oggi è il mio presente.
E il passato è un molle rifugio. In cui può essere bello nascondersi. Ed è poco più di una manciata di foto. Solo una proprio nostra. Non so perché. Mi emoziono ancora. Mi emozionano ancora. Come allora. Torno ad innamorarmi. Ed è una scoperta sconvolgente. Non ho le parole giuste. Forse non sono ancora state inventate. Sei ancora davanti a me. Posso tornare a parlarti. Anche allora. E tu a sentirmi. Questo provo. Senza fiato. Questo è lo strano linguaggio dell’amore. Quello che so dire. Non mi chiedo perché. So che non lo troverei.
Io non posso vivere senza passato. Anche quando è rimpianto. Non posso essere senza quello che sono stato. Ma lei ha un dubbio. E il dubbio si fa strada. Vuole il suo posto. Eppure il passato è lì anche per lei. Forse di più ancora. Ed è anche rimorso. Assurdo rimorso. L’attimo che è rimasto sospeso sta per finire. Non sono diverso da quello che ero. Ancora con i miei dubbi, le mie angosce, le mie paure. Ancora alla ricerca di un nuovo sogno, per vivere. E la donna che è è nata da quella ragazza. E la amo per quella che è e per quella che è stata. E mi tengo stretti quei ricordi. E mi tengo stretto persino quel dolore. Perché tutto fa parte di questo profondo sentimento. E di questa comprensione. E della voglia di essere ancora noi. Ma guardo la sveglia. E’ ora di partire.

L’angolo

In Amici, amore, La leggerezza della gioventù on 15 novembre 2010 at 7:00

Foto in BN di Rossana, Giovanni e Gabri di spalle che escono da Piazza San MarcoE gli attori se ne vanno. Con una voce fuori campo. Perché il presente è già passato. Anche se sono ignari che stanno già scrivendo il futuro. Se ne vanno giovani. E nessuno cala il sipario. “Vengo subito”. Perché i giovani non tornano mai indietro. Così vanno. Incuranti Non per uscire dalla scena. Semplicemente per continuare. Si allontanano parlando. Nel chiacchiericcio vanno. Proprio come nella foto. Quella al centro, come sempre, è Rossana. A destra c’è Giovanni. Non è facile ma forse prestando molta attenzione si può ancora sentire la sua voce forte e profonda. Quella a sinistra naturalmente è Gabri. Lei sembra sempre divertirsi anche a quello che dice. Lo fa persino quando gli è dolente dirlo.
Se ne vanno a farsi ingoiare da Venezia e dalle sue calli. Da quell’unica piazza. Per lasciarla. Per poi fermarsi e ripartire. Per lasciarsi dietro le spalle il momento, la beffa, la provocazione, la spavalderia. E con loro me ne vado. Con difficoltà, comunque. Con un piccolo dubbio e una residua testarda paura. Per essere stupido ancora. E stupito. Solo un attimo dopo. Parlarne, e pensarci perché è bello farlo. Per poi parlarne ancora. Finirò mai di dirlo? E pensare a quello che non si può dire. Il nostro amore era cominciato. Non c’era bisogno d’altro. Ma era davvero cominciato? Avremmo saputo riconoscerlo? E dircelo? E salutammo gli amici. Come ogni sera. Li salutai per accompagnarla. Dando loro appuntamento a dopo. Ad un dopo. E ci fingevamo indifferenti. Come tutto fosse come prima. Come sempre. Non lo era. Non lo sarebbe più stato. Ed ero comunque impaziente.
Con tutto dietro. Era passato il momento in cui ero riuscito a chiederle “posso accompagnarti”? Ricordavo quell’ansia. L’attesa della sua risposta. E’ tutto così semplice. Lo è dopo. Ed è tutto così complicato. Sempre. Perché avevo bisogno di quel timore per godere appieno il suo sì. E dopo era divenuto naturale. E in seguito l’avevo accompagnata ogni sera. Tutte le sere. Ed ogni sera era divenuta uguale ad ogni altra. Per aspettare quel momento. Ma solo in quello. Il saluto agli amici. “Ci vediamo”. Il breve tratto fin sotto casa sua. E qualcosa che rimaneva sempre in gola. Quell’avere ancora troppo da dirci. Per fermarci sopra quel ponte. Perché tutti sapevano ma solo noi, io e Rossana, non sapevamo. Fermarci a parlare anche per guardarci. A innamorarci di quel parlare. Ma ancora non avevamo trovato le parole.
E poi scendere quel ponte e trovare un angolo. Per un’intimità che non bastava mai. Per poter continuare a farlo. Per stare. Per dare a quelle parole, a quel nostro parlare, un minimo di privatezza. Perché non ci potesse vedere suo padre. E forse avremmo voluto che non ci potesse vedere il mondo intero. Né nessun dio. Certo che i ragazzi che si amano lo fanno contro le porte della notte. E non si nascondono solo all’amore. Sono sempre soli, loro. Soli al mondo. Proprio come avevamo imparato ad esserlo noi. E si divorano di egoismo, i ragazzi. Innamorati con la crudeltà del bisogno di piacere. La curiosità che insegue l’egoismo di baci. La fame di baci. Ed eravamo incapaci di dirci quello che avremmo voluto dirci. Desiderosi di quello che non avevamo ancora avuto. Provato. Inconsapevoli.
Forse ci amavamo da sempre. O non ci amavamo ancora. Ma era passata anche quella sera. Piazzale Roma. Con Giovanni ad aspettare il niente. A lottare con la voglia di far continuare il giorno anche nella notte. Pieni di vino. E colmi come sempre di risate e di tristezza. Come tutti i ragazzi. A narrarci vocaboli senza peso. Ad immaginare canzoni. Perché non mi accorgo mai delle cose? Fu lui a veder cadere quella stella. E mi invitò ad un desiderio. Lo espressi nella mente e non glielo confessai. Non perché credessi che questo lo avrebbe reso vano. Non per tenerlo semplicemente per me; caro. Non glielo dissi per pudore. Desiderai di stringere Rossana tra le braccia. Forse non fu nemmeno la prima volta. Ma mi fu semplice trovare il coraggio di confessarmelo.
Da lì non avrei più potuto scordare. E non avrei dovuto attendere molto. Forse solo che si facesse ancora una volta sera. Eppure ancora mi sembra troppo. E poi anche quell’altra sera. Quella con una luna ingombrante. Ingombrante ed impicciona. E arrogante. Una luna ad infrangersi nel canale. Irrispettosa. A non lasciarci mai da soli. Quella stupida sera. Solo ieri sera. Quella di quel mio stupidissimo no. Era tutto giovane passato. Ci aveva pensato ancora lei. E lei a provocarmi. Carinamente a provocarmi. A salvarmi. Tutto in pochi tratti da un quadro espressionista. Una sera per decidermi di innamorarmi. Una sera per cercare di resistere a quell’amore. E una sera per farmi sfidare e poi per accettare di avere l’amore. A volte la vita corre proprio veloce. Ma quel tempo era il nostro tempo. E il mondo era là, bastava afferrarlo.
E’ questa la geografia dei sentimenti e dei ricordi. Che conosce solo gli oggi. Se fa confusione non lo fa per dispetto. Così successe tutto quella sera. Appena giunti al nostro ponte. A pensarci oggi ancora non lo so. Nemmeno lo so dov’è Sedan. Non precisamente. Non mi son mai ricordato di guardare. Le cinsi le spalle con le braccia. Prima il sinistro e poi il destro. E poi conquistai le sue labbra. Mi aveva già detto sì con quel suo no. A Rialto. Lei non si ritrasse. Erano proprio così: morbide. Come le avevo immaginate. E ancora un poco intimidite. Anzi, pensai che stranamente la credevo più esperta. Non riuscivo a concentrarmi su niente. Non riuscivo che ad ascoltare quel bacio. E la stringevo più forte. E il suo corpo si abbandonava completamente tra le mie braccia. Si faceva senza peso. Si lasciava sostenere. Si faceva come vuoto.
La testa inclinata. I capelli a sfiorarmi. A solleticarmi. Sospirò. Era come se dicesse “finalmente”; solo un attimo prima che potessi farlo io. Se mi fosse grata. E mi ringraziasse. Era come se in quel momento stessimo scambiandoci le parti. Ed era così tutto completamente incredibile. Ci trascinammo più in là. Senza staccarci. Con la paura di perderci. A cercare un angolo più appartato. L’ombra. L’ombra dei ragazzi che si amano. Un angolo buio in cui nasconderci. Un posto solo nostro. Il ventre della notte. In cui rifugiarsi dopo quel primo bacio che avremmo voluto non finisse più. Che ci aveva dato il bisogno di farlo seguire da un altro. E da un altro ancora. Per scoprire che non ne saremmo mai stati sazi. Prima di dover tornare a malincuore con le labbra e la mente piene di lei. E quell’angolo è ancora lì. E’ sempre stato lì.

Non può essere un addio

In amore, La leggerezza della gioventù on 12 novembre 2010 at 7:00

strumenti di orintamento militariRigiravo quella lettera per le mani. Nella camerata regnava il silenzio. Sembrava di sentire il ronzio dei pensieri, di quei ragazzi che giocavano a fare i soldatini, gli uomini. Spesso disperati di impotenza. Che leggevano le notizie da casa. Così affamati di notizie dal mondo. Ognuno del proprio mondo. Dei propri affetti. In quel mondo non mondo; senza senso. Intenti a leggere quelle lettere che avevano aspettato con tanta ansia e tanta speranza. Ed io rigiravo la mia tra le mani. Ed era un addio. Non ci volevo credere. Poche parole per un addio. Poche parole noi che non riuscivano ad arginarne la quantità. Noi che non riuscivamo a contenerle. Dopo tante e tante lettere straripanti di parole. Ma l’addio chiede solo quelle poche parole difficili e sempre molto contate. L’addio è taciturno. E’ tutto in un termine secco.
Eppure l’avevo aspettato, per tutti quei lunghi mesi. Sperato. Quasi cercato. Affannosamente. Stupidamente. Cos’era quella storia? La nostra storia? Solo una breve storia. Una storia di ragazzi. Doveva finire. Sembrava naturale. Sembrava un sacrificio troppo grande. Sarebbe passato tutto. Come altre volte. Come per le altre piccole storie. Ma quelle parole, le sue parole, le parole delle sue lettere mi avevano fatto compagnia fino ad allora. Mi avevano fatto sentire vivo anche in quel mondo di morti viventi. Sarebbe finito. Avrei imparato a farne a meno. Anche di quelle parole. Ma non era solo così. E continuavo a leggere e leggere ancora. La formula di un addio è sempre un espressione che cerca di attenuare. Che in realtà dice quello che non vuole dire. Che ti uccide cercando di non farti male. Ed improvvisamente era tutto chiaro. Quelle parole mi stavano uccidendo.
Un addio non dovrebbe mai essere mandato per lettera. Un addio dovrebbe rispettare il momento dell’altro. Non dovrebbe trovarti tormentato di leva. Infagottato nella divisa. In quel viaggio senza senso. Un addio dovrebbe essere gentile. Andare cauto. Cercare di rispettare il momento e i sentimenti. Spesso non lo può fare. Certo che lo sapevo. Certo che lo stavo imparando. E dentro all’improvviso mi scoppiava l’inferno. No! sarebbe stato tutt’altro che facile. Mi guardavo intorno. Ognuno attento alla propria corrispondenza. Qualcuno affranto per non averne ricevuta. Un caporale piangeva. Avrei voluto unirmi a lui. No! non potevo. Un uomo non piange. Ma chi l’ha detto? Ripetevo il suo nome. Non potevo ancora rendermi conto. Improvvisamente non riuscivo a crederci. E lei era là. Ma come avrebbe potuto lei guardarmi senza provare l’impulso d’abbracciarmi? E come avrei potuto io? Mi riusciva difficile farle gli auguri.
Sì! mi riusciva difficile quello che fino a poco prima avrei creduto facile. Naturale. Con il mio più caro amico. Lo sapevo senza volerlo ammettere a me. Lo sentivo. In fondo lo trovavo anche logico. Giusto. Alla fine era quello che avevo voluto. Pensavo che questo avrebbe reso la sua vita più facile. Avevo sempre pensato alla sua felicità. Non avevo mai fatto il conto con il mio dolore. No! non potevo più vivere senza di lei. Ma eravamo solo due ragazzi. Ed era troppo tardi. Era ormai la ragazza di un altro. E di un altro contro cui non avrei mai potuto lottare. Sarebbe rimasta la migliore delle mie amiche. Amica… non mi bastava più. Quanto sono stupide le cose che pensi prima. Quando ti senti forte. Quando ti senti sicuro. Qualcosa si era spezzato. Avevo solo cocci. In quell’attimo capivo che un addio non fa sconti. Che un addio toglie tutto. Che nulla sarebbe stato come prima.
Avrei voluto correre da lei. Ero prigioniero della mia età. Non potevo fare nulla. Non potevo che rileggere le sue poche righe. E poi correre da lei per dirle cosa? Non stava sbagliando. Ero io che avevo sbagliato. Che avrei dovuto dirle quello che ancora non sapevo. Quello che ancora non sapevo ammettere. E un per sempre. Un per sempre che mi avrebbe fatto paura. Di cui nessuno può avere certezza quando non sei ancora un uomo. E smetterla con i sinonimi. Dirle: ti amo. Era la prima volta. Ci si pente sempre troppo tardi. Credevo di poter sopravvivere. Di perdere una ragazza. Anche se era la prima. Avevo sempre lasciato io. Non era così: mi sembrava di perdere la ragione di essere. Di perdere tutto. Anche le mie parole si erano inaridite. Avevano lasciato spazio unicamente alla voglia di gridare. E non potevo nascondere quel dolore tra le sue braccia. Lo so, è sempre così: non vuoi e non puoi credere.
E il tuo dolore è lì; più grande, più doloroso. Non puoi accettare quei semplici: passerà. Mentre io rischio la galera ogni giorno. Già! ma questo è il ’68. Pubblico e privato. Fanculo a tutto. E qui non c’è nemmeno l’acqua potabile. Difficile spiegare. Ché un addio fa sempre male. In qualsiasi momento. In qualsiasi posto. E la bubbola dell’amore libero. La comune. Sto male davvero. Non mi importa che di lei. Ripetevo il suo nome. Rileggevo quelle righe. E i suoi saluti. Prendevo la penna. Sarebbe stato solo il momento di tacere. Era la cosa più difficile. Era l’unica cosa che non sapevo fare. Avrei scritto a lui. Sapevo già che sarebbe stata una pazzia. Sapevo già che non sarei riuscito a dire quello che credevo fosse giusto dire. Era tutto diverso. Mi mancava l’aria. Suonò l’adunata. Niente aveva più alcuna importanza.

Ti presento Rossana

In Amici, amore, La leggerezza della gioventù on 10 novembre 2010 at 11:00

Foto a colori di Piazza S. Marco illuminata di notteA Giovanni non dirò mai grazie abbastanza. O forse dovrebbe essere lui. Il fatto è controverso. Fui io a risparmiare a lui lo stesso mio calvario? A dar spazio a quella che è stata la sua vera grande storia d’amore. La sua con Diana. La donna che gli fa ancora da moglie e da madre. Non sarebbero mai andati d’accordo loro due. Non in quel modo. Oppure fu lui? Lui a introdurmi nella storia più bella della mia vita. Una storia breve, allora, ma intensa. Che poi si trasformò in dramma. In piccolo dramma. Come un giallo. Che avrebbe lasciato solo domande. Nemmeno sospetti. Solo dubbi. Ma fu lui a condannarmi ad un ricordo che non mi avrebbe lasciato mai. Alla malinconia. Al dolore. Ad una imprevista e interminabile attesa. Ma resta la mia gratitudine: in fondo allora me l’ha fatta conoscere. E tutto il dopo me lo sono voluto. Non può essere solo lui la causa. E poi oggi l’ho ritrovata. Quanti ricordi. E’ poi è meglio viverla una cosa simile. A qualunque prezzo. In quel momento si limitò a dirmi: “Vieni, ti presento una persona”.
Piazza san Marco. I ragazzi vanno su e giù. Si fa lo struscio. Noi, popolo di Venezia, diciamo che si va a fare le vasche. Si cammina lentamente. Ci si guarda. Ci si annusa. Ci si sceglie. E’ quella un’età che non si ripete. Credo che non ci sia posto più infido. Dove sono sbocciati altrettanti amori. Venezia è così. Ti entra dentro. Ti cambia. Ti detta le parole. E’ bello baciarsi in quel salotto. Ti culla. E’ lei ad abbracciarti. Ti da quel coraggio. Te la getta tra le braccia. E si limita a dirti: amala. Non devi fare altro. Mi infilo una sigaretta in bocca. Mi fa sentire più sfacciato. Più grande. Lo rincorro verso la torre dell’orologio. Ha fretta come se fosse in ritardo per un appuntamento. Come se dovesse cogliere il momento.
Foto in BN del 1967 di Rossana e Gabri Le noto da lontano. Così diverse. E’ alta. Slanciata. Fasciata nel suo cappottino. Stretto. Corto. Non troppo. C’è l’aria leggera dell’ottobre. Ha i capelli lunghi; diversamente dall’altra. E’ rossa. Del tipo che non passa inosservata. Anche se sta parlando senza muovere le mani. Vicino all’amica è ancora più bella. Sono tentato di andarmene. Di dire “Lascia stare”. Faccio caso a loro perché fanno cenno all’amico. Perché lo vedono mentre stiamo arrivando. E lo invitano a raggiungerle. Ma chi si crede di essere? Ha una bellezza di quelle bellezze consapevoli. Un po’ troppo sicura di sé. Un po’ altezzosa. Che non dona scampo. Ma di quelle che lascia distanti. Ma anche di quelle che mi rendono diffidente. E un po’ sgarbato. Ma da quale film esce? Come posso essere sempre così distratto?
Lei è Rossana. Lui è il mio caro amico Michele”. Allungo la mano. Stringo la sua. E’ fredda. Le sue dita mi circondano le mie. La mano è tozza. Ha una stretta sicura. Tutto è sicuro in lei. Cioè sembra sicura di sé. Avrei giurato. Poi… Erano bastati quei pochi metri. Un attimo. Il suo sorriso, da vicino, si trasforma, è dolce, spontaneo, amichevole. Gli occhi erano morbidi, e limpidi, e sinceri. Incapaci di nascondere alcunché. Quanto mi ero sbagliato. Non ci si dovrebbe mai accontentare della prima impressione. Soprattutto quando ti coglie di sorpresa. E da lontano. Da quel lontano sembrava un’altra. Solo la voce un po’ stonava. Era una voce di metallo. Senza suoni gradevoli. Un poco monocorde. Si stempera quella sua sicurezza. Si trasforma quando ride. Cioè quando non riesce a trattenere l’allegria e la gioventù. E’ certo promessa di grandi dolcezze. Com’era possibile che davanti a lei non esistesse più nessun altro? Penso abbia molte cose da raccontare. Giovanni si mostra soddisfatto di sé.
Sicuramente mi abbandonai ad una delle mie solite cialtronate. Qualcosa come “Sono io l’altra amerika”. “e la beat Generation”! oppure “Sì! merito il massimo.” o “non basta più solo la rivoluzione”. Quello che è sicuro è che mi mancarono le parole. Almeno all’inizio. E’ sempre così. Una grande confusione in testa. E quell’essere cialtrone come modo in cui mi posso nascondere. Per difendermi. Ma forse fu lo stesso Giovanni ad elogiarmi. A rompere ancora il silenzio. A dire qualcosa. Sicuramente a lui non sono mai mancate, le parole. Difficile entrare in questi piccoli dettagli. So solo che fu troppo semplice ritrovare il fiato e la parole. Che il dialogo si sturò naturale. L’età e il momento non mancavano di suggerire argomenti. Eppure era diverso. E forse cercai, insolitamente, di piacerle. E di compiacerle. E mi venne subito da prenderla sottobraccio. Naturalmente non lo feci. E scordavo anche ciò che avevo detto solo un attimo prima.
Io sono Gabri”. “Lei è la nostra Joan Baez, L’hai mai sentita cantare”. L’avevo già notata. Si trascinava sempre dietro la sua inseparabile chitarra. Con un passo che sembrava gravato da mille anni. Incuriosiva. Certo sempre in lotta per non passare inosservata. Non l’avevo mai nemmeno sentita parlare. Come potevo averla sentita cantare? E poi che senso aveva. Non aveva nulla che potesse destarmi la minima attrazione. “Lui è Michele, è un poeta”. Giovanni sembrava farsi bello di me. Soddisfatto. Mi sembrava di aver visto sugli occhi di quella Rossana una luce di curiosità. Mi sarebbe piaciuto trovare le parole per chiederglielo. Anche quelle poche mi parevano difficili.
Eravamo rimasti lì come immobili. Fotografati in una posa studiata. “Facciamo due passi”? Si può dire qualcosa di più sciocco? E inutile? Si è sempre così stupidi a quell’età. Io non facevo certo eccezione. Non lo faccio nemmeno ora. Anzi, ne ero il re. Mi impegnavo a fondo. Avrei continuato a farlo. Ma lei sembrava scesa fresca fresca da una favola. Facemmo per incamminarci in direzioni opposte. Noi verso dove sembravano essere dirette. Loro verso il lato da cui le avevamo raggiunte. Lei lasciò già un primo sguardo all’orologio. Cercammo tutti e quattro delle biascicate e imbarazzate scuse. Delle giustificazioni. Scoppiamo a ridere.
Incrociamo Diana e Vera. Come per caso. In fondo si va per quello. Le ragazze si conoscevano tra loro. Prima o poi sembra destino ci si conosca tutti. In fondo è una piccola città. Ma tutto il mondo non è altro che una piccola città. Sei ragazzo e credi che i momenti e le occasioni possano non finire mai. Un saluto veloce. Gli occhi delle altre due sembrano curiosi. Giovanni fa il gesto di chiamarle. Si pente subito. La mia mente lo ringrazia. Ho bisogno di un attimo per riflettere. Di capire quella sua voce. Perché mi sembra impaziente. E infatti i due mori indiscreti  batterono le ore.
Naturalmente ero capitato dal lato di Gabri. Ha una voce roca. Ero ancora completamente distratto. Naturale fossi curioso di lei. Pregavo il vento di accarezzarle i capelli. Era così bello vederli muoversi morbidamente al respiro della sera. Mi scoprii a ragionare come non avevo mai fatto. A sragionare. Ed era solo l’inizio. La vedevo allora per la prima volta. Ero curioso di lei. Più alta di quanto in realtà fosse. E lo era. E non riuscivo a distrarmi dai suoi occhi. Da quel viso. Anche se cercavo di scuotermi dal torpore. Non facevo nessuna fatica a ricordare il suo nome: Rossana.
Lui mi sussurrò all’orecchio: “Solo tu la puoi convincere a venire”. Siamo tutti ragazzi. Solo ragazzi. Ma non tutti ragazzi allo stesso modo. Ragazzi in cerca di se stessi. Ragazzi in viaggio. Nel grande viaggio. Chi sicuro, chi incerto. Forse invidio Giovanni. Per la sua facilità. Perché non si fa problemi. Non si fa scrupoli. Grida le sue cose. Non gli importa di chi lo può ascoltare. Di essere sentito. Dovrei capire che la guarda in modo diverso? Forse l’età ti fa ancora più distratto. E poi non ho tempo. Non capisco nemmeno i miei occhi. C’è qualcosa di particolare nell’aria.
Dovevo ancora cominciare a vivere. Doveva ancora cominciare a vivere. Sembrava potesse spiegarmi molte cose. Sembrava curiosa. E curiosa anche di me. In quei momenti non pensi alle conseguenze. Non ti poni troppi problemi. Improvvisamente sentivo di stare bene. Che non ero più stanco. Che era piacevole anche quel noioso continuare ad andare su e giù. Attraversando la piazza. Guardando il volto di amici e di sconosciuti. Abbandonando un saluto qua e là. Mi sentivo osservato. Invidiato. Certo mi sbagliavo. Mi sembrava dovessero guardarmi. Guardare lei. Mi sembrava impossibile che qualcuno riuscisse a governare i propri occhi. A vincere la resistenza. A Non sentirsi costretto ad ammirarla. Non faceva nulla. Non aveva nessuna vanità. Era naturale. Semplicemente naturale. Solo non poteva passare inosservata. E cominciava proprio a piacermi la sua compagnia.
Stavo bene. “Dove abiti”? “Vicino al campiello Mosca”. “Dove”? “Vicino ai Frari. A San Rocco. Hai presente”? Certo che conosco Venezia. Proprio dalle parti mie. E non è che la verità. Ancora una volta mi chiedo: come ho fatto a non vederti prima? Non so che dirle. Non so di cosa sono contento. Anche di quella cosa stupida. Anche delle cose stupide. Potrei chiederle di accompagnarla. “Venite spesso”? “Qualche volta”. Ci si viene per incontrarci. Non tutte le sere sono uguali. Alcune sono più diverse. A volte non se ne ha voglia. Capita anche a me. A volte devi stare a casa. A volte hai o trovi altro da fare. E’ sempre così. Niente è mai uguale a prima. “Ci vediamo domani”?
Giovanni? Lui avrebbe voluto essere al posto mio. Giovanni sta già fissando l’ora e il posto preciso. Non so cosa direbbe oggi. O forse semplicemente preferisco non saperlo. E lo invito a smettere di ripeterlo. Aveva amato; ora basta. Ancora oggi, a pensarci, mi sembra di tornare ad entrare in un diario di un adolescente. Solo che allora lo ero. Solo che allora… Fammi posto nei tuoi pensieri.

La presa di Sedan

In amore, La leggerezza della gioventù on 5 novembre 2010 at 10:25

Foto in BN di due bambini che si abbracciano

12 dicembre 1967. Sotto i portici di Rialto. Andavano come i ragazzi vanno: schiamazzando. Michele provava un leggero imbarazzo. Un senso di colpa. Aveva qualche silenzio in più. Sperava che non se ne fosse accorta. Che non se la fosse presa. Che non gli serbasse rancore. Osservava il suo comportamento. Gli amici non sapevano. Non potevano sapere. Forse era stato stupido. In cuor suo sperava di aver frainteso. E che non fosse successo. E cercava di scherzare, come ogni sera. In cuor suo sperava che fosse tutto vero. Aspettava. Sperava in una seconda possibilità. E si distraeva. Le risa degli altri erano solo rumore confuso.
EFoto in BN diu Rossana il giorno del suo 17mo compleannora bella Rossana. E aveva quell’aria così sicura di sé. Di sé e di quella sua bellezza. E dei suoi sedici anni. Lui era preso da quei suoi pensieri. Non faceva freddo ma pareva soffrirlo. Le ombre stavano riempiendo la sera. Di tempo non ne avevano molto. Non lei. Non ne aveva mai avuto molto. Doveva sempre rincasare presto. Forse era stato stupido. Quel lunedì s’erano fermati sopra quel ponte. Vicino a casa di lei. Come ormai facevano ogni sera. Da qualche tempo. Da quando si erano conosciuti. Cioè quasi da subito. Stavano con gli amici e poi l’andava ad accompagnare. E si fermavano. Lì a parlare aspettando e temendo il momento in cui lei avrebbe dovuto correre a casa.
C’era la luna piena quel lunedì. A riflettersi sull’acqua con fare ammiccante. Quasi arrogante. Dalla luna lei si era fatta sedurre. E si era lasciata farsi dare audacia. Venezia è facile a trasmettere emozioni. Malinconia. Tenerezza. Venezia è una gran ruffiana. E loro erano vicini. Lei aveva accostato il viso. Aveva socchiuso gli occhi. Gli aveva offerto le labbra. Forse lui stava solo sognando. I loro minuti gocciolavano inesorabili. Michele aveva pensato che era bello. E che sarebbe stato bello. Ma che non la meritava. E che lei non se lo meritava. Lui stava aspettando la lettera, quella lettera, la chiamata per il militare. Era imminente. Non aveva fatto nulla per cercare di evitarlo. Non l’aveva fatto quando poteva. Perché? Ma allora non aveva ancora conosciuto lei. Poi si ritrovava con l’angoscia nel cuore. Ma i Compagni avevano detto che bisognava rispondere alla chiamata. Circolava la paura dell’esercito di professione. E quella di un colpo di stato. Aveva deciso che non avrebbe cominciato niente prima di partire. Si era sottratto a quel morbido abbraccio. Si era scostato da lei.
Una donna non dovrebbe mai perdonare una cosa del genere: un rifiuto. “Vediamo se c’è qualcuno che ha veramente il coraggio di farlo”. Le parole l’avevano scosso da quei pensieri. “Cosa”? “La presa di Sedan”. L’aveva visto fare in un film, alla televisione. Tecniche di seduzione. Di corteggiamento. Lui che conquistava lei. Fu costretta a spiegarlo brevemente. Nel film lui le passava il braccio destro dietro la schiena. Poi il sinistro. A simulare l’accerchiamento delle forze prussiane alla città francese rimasta come ultimo baluardo. Era stato in quel momento che il feldmaresciallo Von Moltke aveva pronunciato le celebre frase: “Li abbiamo messi in una trappola per topi”. Questo ai fini della grande storia. Nessuno osò dire niente di storico. Nella storia non rimarrà traccia di quel nostro momento. Ai fini del film lui l’aveva stretta tra le braccia e l’aveva baciata. E lei si era abbandonata a lui.
Lei si era rivolta a tutti ma il suo obiettivo era chiaro. Naturalmente Giovanni si era offerto. Conosceva Rossana prima di Michele. Era stato lui a farli conoscere. Ne era stato innamorato. L’aveva confidato a lei. Si era confessato. Ne era stato respinto, garbatamente; deluso. A dirla tutta innamorato lo era ancora. In quel momento nessuno aveva dato retta a lui, tanto meno lei. Rossana fissava negli occhi Michele. Nessuno ne era sorpreso. In quello sguardo morbido, in quel sorriso, c’era un aria di sfida che sapeva di scherzo. Era una provocazione. E provocava proprio lui. Solo lui. Non le importava degli altri. Voleva vedere se ne aveva il coraggio. Lì. Davanti a tutti. Voleva metterlo alla prova. Michele non era mai riuscito a non accettare una sfida. Né quella sera l’avrebbe voluto. Né, in verità, potuto. Se avesse potuto immaginare ci avrebbe sperato. E le si accostò deciso.
Cercò di ricordare e di ripetere le parole del protagonista di quel film. Quello che non sapeva lo inventò. Da est avanzarono i sassoni del XII corpo e la Guardia prussiana. Questo era il movimento del braccio destro. A cingerle le spalle. Da nord-ovest le forze guidate da generale von Kirchbach. Questo per l’altro braccio. In verità non era stato così preciso. Così storicamente documentato. Non sapeva nulla di quel maledetto film. Né tanto meno della battaglia. Sapeva solo che in quel momento la desiderava. Che desiderava le sue labbra. Quel bacio. Che forse l’aveva sempre saputo. Persino sognato. E disse il poco che poteva dire, in una situazione simile. La girò verso la luce. Le lampade delle vetrine si rifletterono nei suoi occhi. Lei già assaporava la sua vittoria. In un sorriso.
La strinse. Si scostò. Lui cercò di insistere. Inseguì ancora le sue labbra. Sorridendo sfuggiva. Anche in questo non c’era nessuna sorpresa. Era tutto lì il suo gioco. Sapeva che l’avrebbe fatto. Forse voleva anche godersi la sua piccola rivincita. Michele capì che era solo rimandato. Sapeva che il loro primo bacio non poteva avvenire lì. Non in modo così… scherzoso. Magari frettoloso. Quasi imbarazzante. Non davanti a tutti. Capì che si era fatta delicatamente beffa di lui. Anche questo lo sapeva prima di cercare le sue labbra. Come seppe che quello era l’inizio. Il loro. No! non si erano ancora baciati. Certo aveva voglia di quel bacio. Dovevano essere morbide le sue labbra. Lo erano quando avevano sfiorato la sua guancia. Ma la loro storia cominciava; cominciava lì il loro amore. Quel rifiuto era più di una promessa. Avrebbero avuto anche il tempo per quel bacio. Dei baci. Per assaggiarla. Sapeva che se lo sarebbe ricordato quel martedì.

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