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Una valigia troppo pesante…

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 31 gennaio 2013 at 19:45

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E’ giunta l’ora di smontare le tende… di questo viaggio tanto atteso e che non so ancora completamente quanto mi abbia segnato dentro.
Ricordo il commento di una ragazza al ritorno del suo primo viaggio in Palestina, mi disse: “Solo quando sono scesa all’aereoporto della mia città, sono riuscita a rilassarmi e ho provato di nuovo, dopo giorni, la sensazione bellissima che ti dà la liberta di muoverti, andare e fare quello che vuoi. Di non sentirti controllata.”  Per me, ora so che non sarà così, tornata a casa, non mi renderò conto completamente di aver abbandonato quel luogo e quelle persone al loro destino. Ci sto attaccata con il pensiero e la mente, mi sento partecipe, come se ogni gesto violento e ingiusto, fatto a loro, fosse fatto direttamente anche a me. Io anche se sarò lontano, mi sentirò ugualmente parte di loro, e  gioirò o soffrirò con loro, di ogni piccolo passo avanti o indietro della loro storia.
Dentro la mia valigia comunque ho un fardello troppo pesante da portare. Porto il sacchetto della terra di Palestina e due pietre della mia voglia di Intifada, ho anche un mucchio di rabbia, un grande bagaglio di delusione, ma soprattutto il grave peso della responsabilità.
Riportare a casa quella terra di Nabi Saleh, raccolta con l’aiuto dei Tamimi e con la gioia dei loro bambini, quella terra pesa come non mai, so che c’è attesa tra i miei amici, so che ci sarà un pellegrinaggio per prendersi un po’ di quel sogno e di quella lotta che noi abbiamo toccato con mano e di cui portiamo a casa il testimone.
La nostra valigia pesa di ricordi e di memoria, pesa di libri e Kufije, pesa di vita e di lotta, che nessuno spegnerà mai.
All’aereoporto la fanno passare per tre volte sotto i raggi X, forse capiscono che dentro c’è qualcosa di strano, forse vorrebbero sapere cosa c’è nel sacchetto e se siamo dei ladri della terra per cui hanno fatto scorrere tanto sangue innocente. Ma stranamente a loro interessano i libri della valigia e mi chiedono se sono libri presi in Italia oppure presi lì? In Italia per carità, da voi non prenderei nemmeno una nocciolina, ma tanto a che serve, conosco poco e male perfino l’inglese, pensa te se mi prendo un libro in ebraico oppure in arabo.
La valigia prende la strada per l’imbarco, ma noi aspettiamo tutti quelli del gruppo e la cosa è lunga ed è fatta di domande: “Dove siete andati, perchè avete fatto questo viaggio, con chi siete stati a contatto, siete un gruppo….” Ma a te che te ne frega? Sarò ben libera di andare dove voglio, oppure questo paese non è democrazia e ci sono cose che posso vedere e cose no, e ci sono persone giuste e altre da trattare come appestate, da angariare fino allo sfinimento, da cancellare dalla faccia della terra?
Prendiamo l’aereo ed è un sollievo, il Ben Gurion è un aereoporto popolato da alieni. Ho visto busti di personaggi che spaventano persino più della mia peggiore fantasia horror. Ho visto giovani senza sorriso che ti trattano come un quasi appestato, che ti guardano come per carpire i tuoi pensieri. Ragazzi che sono infelici e depressi, che pensano di essere soli e invisi da tutti, che ogni persona che guardano in faccia è il nemico che li vuole cancellare dalla faccia della terra. Ma come si fa a crescere figli in una simile situazione di paura e di stress, in un simile ricatto emotivo? Mi chiedo se l’autodeterminazione di un gruppo di persone debba per forza passare attraverso il ricatto del dolore e della rivalsa universale. Avevano diritto ad una loro terra? Teoricamente no, visto che non sono un popolo, ma una gruppo di persone che segue una determinata religione e che vive in tutte le parti del mondo e in ogni parte prende la cittadinanza che gli spetta. Un ebreo nato in Italia è un italiano e forse in aggiunta, di religione ebraica. Soprattutto non hanno diritto di prendersi, con l’avvallo di parte del mondo “che conta”, la terra di altri. Bel ricatto morale: la terra palestinese in cambio del senso di colpa provocato dalla Shoah; ma anche in cambio del potere del denaro, mica che Herzel era un perseguitato quando pose le basi del sionismo vero?
Io ho amici ebrei, ma lo sono solo se ci penso e attentamente, non sono diversi da me nè da nessun altro. Non è che quando ci sto assieme mi viene particolarmente voglia di piangere per la loro storia passata. Certo la storia è importante e ci insegna molto, quello che ci dice è che certe cose non dovrebbero mai accadere e che non dovrebbero, se accadute, ripetersi mai, ma la storia insegna davvero? Probabilmente è davvero una grande maestra, ma noi siamo sicuramente dei pessimi allievi.
E con questi pensieri, mi accingo a rientrare nella normalità, che mi sta sempre più stretta e che mi piace sempre meno. Dovrei, come quasi tutti, essere contenta del mio orticello, dovrei vangare, seminare, annaffiare, raccogliere senza preoccuparmi dei vicini. Questa è la filosofia del mondo in cui vivo, anzi questa è la filosofia degli ignavi con cui vivo, poi ci sono anche gli altri, quelli che ti rubano la terra e anche l’acqua, quelli che ti rubano sia il nome che l’esistenza, e gli ignavi tacciono, non vedono, non se ne accorgono o meglio non lo vogliono fare. Ma ci sono anche quelli che hanno fatto il “viaggio” insieme a me, quelli che hanno gridato finchè hanno avuto fiato “restiamo umani” e che non sappiamo scordare.
E io mi sento un po’ persa in questo ritorno, mi sento divisa, straziata, una parte è rimasta dietro quelle mura e l’altra ha preso la strada del ritorno. Ma sento come se le due parti di me tendessero a unirsi ancora una volta, ma non trovano né il luogo né il tempo per farlo.
Tornerò mai quella di prima, con le mie incertezze di oggi e le mie ambiguità di ieri? Tornerò?… ma tornare dove?
Sono certa che è lì che tornerò a cercare quella parte di me che ho lasciato, forse raccoglierò tutti i quei pezzetti straziati che ho perduto lungo quella strada.
Un abbraccio agli amici che ho lasciato lì e a quelli che ho portato con me, amici cari, che mi siete entrati nell’anima, spero solo di potervi rivedere presto e di poter festeggiare con voi, quello che oggi è ancora impensabile: uno stato libero di Palestina.
Vedremo finalmente il volto di Handala e il suo sorriso, magari chissà avrà il viso di un bambino felice o il sorriso di Vittorio, ma qualsiasi sia il suo viso ci porterà il messaggio che la Palestina finalmente esisterà e che vivrà in pace.

E’ stata lunga la strada e pesante il fardello per diventare finalmente palestinese.

Vittorio, un anno dopo

In Amici, amore, Blog, Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 9 aprile 2012 at 12:34

E’ trascorso un anno o quasi: Vittorio non c’è più. Eppure non c’è mai stato così tanto, e non gli siamo mai stati così vicino. Effetto del sentimento di rimorso per non averlo supportato come meritava? Può essere, anzi è sicuro. Quando è stato ucciso, per giorni, non sono riuscita a organizzare le idee e i sentimenti contrastanti. In qualche modo sapevo dentro di me, che era in profondo pericolo, sapevo che poteva accadere e mi ribellavo alla cosa, sapevo che era nella “lista nera” e che stava nel mirino di quelli, ed erano in molti, che lo vedevano come un nemico da eliminare. Eppure che cosa ho fatto? Parlo di me, personalmente. Se sapevo, perchè non ho fatto qualche cosa? Perchè non ho insistito, con lui e con gli amici, per cercare di dargli maggior copertura? E’ triste, ma mi sento responsabile, anzi sono responsabile e questa sensazione non me la leverò più.

Parlare di lui, non dovrebbe essere un mio diritto, me ne vergogno un po’. Mi sento un’intrusa, o mi par di essere come quei molti che di Vittorio, prima,  non sapevano nulla e poi erano diventati i suoi amici più cari: quelli che sapevano tutto su come la pensava e come avrebbe agito in qualsiasi situazione. E’ triste, ma è lo scotto che si paga a diventare famosi mediaticamente, soprattutto quando non si può più gestire la propria immagine e quando hai a che fare con un  mondo che vede solo chi appare e non chi è davvero.

Ma non sto a bacchettare nessuno. Certo, l’importante è divulgare il messaggio di Vittorio, che non è un eroe romantico che ha perduto la vita per idealismo, ma è un bel ragazzo, intelligente e fin troppo coerente che è stato ucciso per quello che era: una persona scomoda e senza mezzi termini, che non si faceva condizionare dagli incastri di una vita normale (attrazioni, comodità, convenienza) per una scelta scomoda e rischiosa, ma doverosa. Ecco perchè Vittorio non è né mio nè di altri, giusto è delle persone care che gli sono state vicine e che ne hanno diritto e titolo. Per noi è solo un amico da non dimenticare e del quale divulgare il più possibile la denuncia e la sua lotta per far rispettare i diritti umani.

A Vittorio ho destinato molti dei miei grazie. Forse un po’ poco per chi lo ama, ma per me sono dei ringraziamenti fondamentali. Di Palestina me ne occupavo solo per luce riflessa, ritenevo doveroso appoggiare la lotta per i propri diritti dei palestinesi, ma avevo anche paura di toccare il tabu’ che dava diritto agli “ebrei” ad una terra per loro. Un tabu’ complicato e pieno di ricatti. La domanda è lecita: Perchè proprio la Palestina e di quanta terra hanno ancora bisogno, gli israeliani, per fondare quel grande stato “ebraico” che in molti sognano? Ovviamente il sogno non finisce lì ed altrettanto ovviamente non prevede il rispetto per chi era proprietario o viveva lì prima della fondazione dello stato di Israele. Colonizzare un territorio già abitato e di proprietà di altri non è un diritto, è un’azione di guerra e anche delle più terribili, soprattutto se poi, per queste ragioni, vengono perpetrati ingiustizie, massacri e negazione di tutti i diritti umani. Questa è una guerra vergognosa ed è inaccettabile che passi, sotto gli occhi di tutti, come un diritto, che sta tra un’autorizzazione divina e un placet politico, solo per una mera questione di alta finanza, e passi attraverso la cattiva coscienza dell’Europa: grande assertrice dei diritti uguali per tutti, ma col peso nel cuore di aver permesso e voluto l’olocausto degli ebrei. E come si ripaga questa ingiustizia? Semplicemente chiudendo gli occhi sull’olocausto palestinese. Ecco in poche parole cosa contiene quel tabù e perchè persone preparate, attente e dentro ai meccanismi dell’informazione, diventano improvvisamente malati di cecità e di incapacità di analisi.

La mia speranza è che questo sia provocato solo da incapacità psicologica più che da cattiva coscienza, e da paura di essere esclusi, di diventare il soggetto di campagne propagandistiche atte ad isolare e diffamare chi prende coscienza e si ribella. Personalmente ho molti amici ebrei che non si sentono cittadini d’Israele, ma cittadini del paese in cui abitano, anzi che di Israele se ne vergognano, ho molti amici israeliani che se ne sono usciti da Israele con le gambe proprie o con la “scomunica” di quel paese. Perchè rifiutare la politica di quello stato, non essere d’accordo con l’occupazione, denunciare lo stato delle cose, crea molti più problemi di quello che si pensi. Vittorio lo ha saputo anche se non era ebreo. Ma molti altri ebrei italiani lo hanno sperimentato sulla loro pelle. Chiedeteglielo. Vi diranno cosa vuol dire essere ebreo contro l’occupazione. Capirete allora che ci sono mille forme di coraggio e di coerenza.

Ma non è di questo che volevo parlare. A Vittorio debbo un grazie enorme per avermi consentito di aprire gli occhi su questa parte di mondo. Lo so, il costo che abbiamo pagato è stato troppo alto, ma è andata così. Oggi non temo più quel tabù, ho deciso di impegnarmi a suo nome con le poche armi che possiedo e che non sono assolutamente armi che uccidono, per fortuna. Ho incontrato in questa strada persone straordinarie che mi hanno supportato e che si impegnano con la stessa decisione e lo stezzo zelo che ci metto io. Vedo ragazzi giovani prendere in mano la loro vita e non perdersi in facili estremismi o in quiescenze televisive come molti altri. Ho conosciuto persone sincere e disponibili che aprono la loro casa e il loro cuore per una causa giusta. Ho incontrato persone da tutte le parti pronte a collaborare per giungere ad una pace, difficile, ma non impossibile. E anche a loro che si sono riunite sotto il nome di Vittorio dico: grazie!

Ringrazio il mio compagno Mario, Giuseppina, Luca, Sara, Valeria, le due Francesche, le due Anne, Le due Roberte, Giovanna, Lorella, Shaden e Amnerita, Antonia, Patrizia, Yousef, Giovanni Andrea, Daniela e Loris, i due Franceschi, Valentina, Miryam, Maria Antonietta, Marco, le due Alessandre, Marele, Awni, Nandino, Laura, Betta, Emma, Giulia, Enrica, Naser e un’infinità di altre persone che in questo momento dimentico, ma che non sono da dimenticare e che stanno nel mio cuore, per il grande aiuto che mi danno e che ci diamo. Tutto questo lo dobbiamo a Vittorio e da lui abbiamo imparato a Restare Umani, malgrado tutto e contro tutte le ingiustizie del mondo.

Sì, è passato solo un anno e sembra una vita, ma per me è stato l’anno più intenso che abbia mai vissuto nella mia, credo, stupida esistenza. Impegnarsi è un dovere necessario e l’averlo fatto ha dato vero significato alla  mia vita.

Grazie Vik, resterai sempre nei nostri cuori.

Dalla parte di Vittorio

In Amici, amore, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas on 29 settembre 2011 at 20:36


Cara Silvana De Mari,

leggiamo e rileggiamo quanto ha scritto nella sua “Lettera della Domenica” pubblicata da Informazione Corretta il 25 Settembre (che potete leggere qui).
Rileggiamo (più volte, lo confessiamo) per essere certi che quanto scorre sotto i nostri occhi sia realtà e non un brutto scherzo delle nostre menti. Rileggiamo, nonostante il “taglio editoriale” di Informazione Corretta ci sia ben noto e non dovremmo, quindi, affatto stupirci.
Cara Silvana,
come Vittorio, anche noi crediamo fermamente che la libertà di espressione sia una delle grandi conquiste di questo tempo, almeno per qualche fortunato angolo del pianeta, e che ognuno di noi abbia quindi il sacrosanto diritto di esprimere le sue opinioni. Voltaire, come certamente ben saprà, saggiamente diceva: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”. E noi con lui.
Ma, cara Silvana, di fronte a gravissime affermazioni così palesemente false, totalmente soggettive, ma esposte alla stregua di verità assoluta, non basate su alcuna prova o dimostrazione, espresse pubblicamente con il preciso intento di diffamare una persona che non ha più la possibilità di replicare e di spiegarle, punto per punto, tutte le ragioni per le quali, scrivendo quanto ha scritto, non solo rischia di coprirsi di ridicolo, ma anche di compiere un gesto di assoluta volgarità, cara Silvana, di fronte a tutto ciò ci sentiamo in dovere di prendere eccezionalmente il testimone che  Vittorio ci sta porgendo e risponderle.
Ci sentiamo in dovere di dare voce a chi voce non ha più.
Come lui avrebbe fatto.
Come lui faceva ogni giorno.
Silvana,
su una cosa siamo d’accordo: Vittorio è certamente morto con onore, ma altrettanto certamente non per le ragioni a cui lei allude. Vittorio è morto con onore, perché Vittorio ha vissuto con onore ogni singolo istante della sua vita.
Ha conosciuto Vittorio, Silvana?
Ha conosciuto il suo maniacale amore per la verità, la stessa che lei cita nella sempre bella frase di Orwell?
Può trovare le idee di Vittorio discutibili, è assolutamente lecito e comprensibile, ma non può assolutamente permettersi di affermare che abbia commesso in vita azioni riprovevoli e ripugnanti. Non può affermarlo, cara Silvana, perché sa bene di non poterne citare nemmeno una. Non può affermarlo, perché la calunnia e la diffamazione sono intollerabili, specialmente se rivolte a un uomo che non c’è più, ucciso a 36 anni poco più di cinque mesi fa.
Non può affermare che Vittorio vivesse nell’odio.
Vittorio era un uomo pacifico, un giovane uomo che aveva scelto di dedicare la sua vita a quel milione e mezzo di palestinesi segregati nella Striscia di Gaza, innocenti, che non chiedono altro se non di vivere una vita libera, nel rispetto dei propri diritti di esseri umani.
Era un uomo che non aveva bandiere di fronte a cui inginocchiarsi, né quella di Hamas, né quella di Fatah, né quella di Israele; e nemmeno quella italiana. Era un uomo libero, che sapeva riconoscere l’ingiustizia e l’orrore, ovunque si manifestassero. E dovunque le individuasse, ce le raccontava, costasse quel che costasse.
Vittorio soffriva profondamente per qualunque morte, non poteva sopportare la sofferenza altrui, che si trattasse di quella di un bimbo israeliano o di un anziano palestinese.
Non si arroghi il diritto di trasformare la sua opinione in verità, Silvana.
Vittorio non si è mai schierato con il terrorismo. Ha condannato ogni sopruso, ogni violenza, chiunque ne fosse responsabile. E l’ha sempre fatto pubblicamente, scrivendone, parlandone, senza filtri, senza reticenze, ma sempre con una precisione e un’attenzione infinita al rispetto della verità dei fatti che raccontava, attenzione che, purtroppo, non riscontriamo in buona parte del giornalismo italiano.
Vittorio non si è mai schierato con il terrorismo.
Fare da scudo umano per difendere i contadini che, tentando di lavorare i loro campi, vengono quotidianamente cecchinati dai soldati israeliani, equivale a schierarsi con il terrorismo?
Fare da scudo umano per proteggere i pescatori che, tentando di procurarsi in mare quanto necessario per sopravvivere, vengono puntualmente attaccati da navi da guerra israeliane, equivale a schierarsi con il terrorismo?
Vittorio stava dalla parte dei deboli. Dovunque  fossero.
Silvana, non confonda i tasselli di un mosaico già abbastanza complicato di per sè. E soprattutto non lo faccia cercando di strumentalizzare a beneficio della sua propaganda la memoria di un uomo certamente imperfetto, come tutti noi, ma straordinario per il suo equilibrio di giudizio e la sua coerenza.
Non si spinga, poi, oltre a quella delicata linea che separa la decenza e il pudore dalla terra di nessuno in cui tutto è permesso, facendo addirittura allusioni al corpo e all’autopsia di Vittorio. Fingeremo di non aver nemmeno letto. Non si avventuri su un terreno di cui non conosce nemmeno un millimetro e ricordi che in certi casi tacere è sempre la scelta migliore.
Vittorio ci ha insegnato che le parole contano, che le parole hanno un peso, che le parole sono sacre, che le parole possono essere un’arma che, come tale, va usata con intelligenza e onestà. Lo ricordi, Silvana, prima di fare nuovamente affermazioni la cui veridicità non potrebbe mai sostenere seriamente.
Vittorio ha sempre detto la verità e, forse, è morto per questo.
Ma nessuno deve e può permettersi di usare la sua vita, la sua memoria, la sua morte come strumento che aiuti a dare risalto alle proprie opinioni. Perciò, Silvana, le esprima, liberamente, ma lasci in pace Vittorio.
Che la pace, ora, speriamo davvero sia riuscito a trovarla.

I familiari e gli amici di Vittorio.
ed io sottoscrivo questa lettera, parola per parola, e mando un abbraccio immenso alla sua famiglia e alla cara Marele
.

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