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Un anno dopo

In Amici, amore, personale on 6 giugno 2013 at 8:14

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E’ passato un anno e qualche giorno da quando te ne sei andato. In silenzio lo hai fatto anche se non era la qualità che io ti riconoscevo nei nostri tempi, quelli della gioventù che crede di sapere tutto invece niente sa.
Quello che non sa e che la vita spesso finisce a lascia dietro a sé il buio e il silenzio. Forse per qualcuno rimangono le parole, tante, troppe parole per altri una coperta che tutto uniforma e che nasconde anche il dolore.
Mi piacerebbe poterti dire che siamo in molti a ricordarti, ma io so solo di me. Mi vieni in mente spesso come spesso mi viene in mente la mia giovinezza, lasciandomi in bocca il gusto dolce-amaro delle cose belle perdute, seppur senza rimpianto.
La giovinezza è bella comunque anche se a volte non è completamente felice.
Penso ai tuoi ultimi anni, non eri più lo stesso, amavi la tua musica, i tuoi libri, la solitudine e un piccolo vezzo che non ti conoscevo, quello di metterti in disparte e di non farti notare. Proprio tu che di parole e della tua fisicità riempivi il mondo.
Ma eri tu… comunque: Alessandro, il mio amico per sempre.

Post Traumatic Stress Disorder: I bambini disegnano il conflitto

In Gaza, Guerra, Informazione on 15 novembre 2011 at 9:28

Post Traumatic Stress Disorder - I bambini disegnano il conflittoCon la mostra di Venezia patrocinata dalla Delegazione Diplomatica Palestinese di Roma, che si inaugurerà il prossimo 2 dicembre 2011, è nostra intenzione riflettere assieme sulla situazione e sulle conseguenze dei conflitti sui civili e soprattutto sui bambini. Per questo abbiamo scelto Gaza come “ambiente” emblematico e simbolico cioè come conflitto dei conflitti. Quando si pensa alla parola guerra, oggi tornata prepotentemente di moda ancor più che nel recente passato, si è portati a raffigurarla nei profili delle persone combattenti, pensiamo ai soldati, ai mezzi armati. Le vere vittime di tutte le guerre sono invece tristemente le popolazioni, le donne, i vecchi e i bambini. Vivere il conflitto, ovvero subire il conflitto, comporta soprattutto nei bambini il vivere in una situazione che non può che produrre gravi sofferenze psicologiche. Noi non vogliamo fare politica, soprattutto di parte: i soggetti che mostrano i segni di PTSD nell’area sono per 80% palestinesi e per il restante 20% israeliani. Né crediamo di avere risposte o rimedi e non è nostra intenzione fermarci ad un approccio puramente scientifico, di cui vi è una ricca documentazione anche nella rete anche se in inglese. Vorremmo cercare di riflettere da persone comuni sulle conseguenze della guerra e sulle possibilità di alleviare le pene ai bambini e dare il nostro piccolo contributo a politiche di pace. I fondi che verranno eventualmente da noi raccolti attraverso questa mostra e altre iniziative che intendiamo mettere in atto saranno perciò devoluti all’Ospedale Pediatrico Nasser di Khan Younis a Gaza. Ne parleranno con noi:
Prof. GIOVANNI ANDREA MARTINI Delegato alle Biblioteche della Municipalità.
Dott. JOUSEF SALMAN – Pediatra – Delegato Nazionale della Mezzaluna Rossa Palestinese (Red Crescent).
Dott. FABRIZIO RAMACCIOTTI – Neuropsichiatra – Direttore del Dipartimento di Salute Mentale Usl 12 Venezia.
Prof. PATRIZIA CECCONI – Presidente degli Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese.
MIRYAM MARINO – scrittrice – esponente della Rete ECO (Ebrei Contro l’Occupazione).
BETTA TUSSET – della campagna “Ponti e non muri” per Pax Christi Italia.

Vi salutiamo dandoci appuntamento alla mostra il giorno 2 dicembre 2011 alle 17.30 a Venezia presso la Scoletta dei CalegheriCampo San Tomà ringraziandovi dell’attenzione e regalandovi, come nostra consuetudine, una poesia:

I MURI, Constantinos Kavafis

Senza riguardo senza pietà senza pudore
mi drizzarono contro grossi muri.

Adesso sono qua che mi dispero.
Non penso a altro: una sorte tormentosa;

con tante cose da sbrigare fuori!
Mi alzavano muri e non vi feci caso.

Mai un rumore una voce, però, di muratori.
Murato fuori del mondo e non vi feci caso.

Stop the war on children – Basta la guerra sui bambini

In Gaza, Guerra, Informazione on 9 novembre 2011 at 13:54

Bozza Manifesto Mostrada Mirnaloi Sammour
COMUNICATO

Bambini in guerra – La guerra dei bambini..
Un viaggio tra disegni, parole e musica per raccontare come i bambini vivono, sentono e attraversano la guerra e come immaginano il loro futuro

Roma – Venezia Dal 2 al 9 dicembre 2011

Mohammed (*) , sette anni, di Gaza, orfano, disegna solo carri armati, usa solo il nero e il rosso e e con le sue matite graffia il foglio.
Nour (*) , 12 anni , disegna ad occhi chiusi perché li aveva chiusi e dormiva quando i soldati sono entrati nella sua casa e gli hanno portato via la famiglia, lasciandola da sola per cinque giorni e cinque notti .

Poi c’è Mansour, 9 anni, che così si immagina il suo futuro da adulto:
Quando sarò presidente, sarò il presidente della Spagna perché amo molto la Spagna.
Io vivrò a Barcellona e la prima cosa che farò è che raccoglierò il mio esercito per andare a salvare la Palestina

*****
Da Gaza a … VeneziaRoma si inaugura una mostra di disegni e poesie dei bambini che vivono in zone di guerra, organizzata da Hope NGO (associazione umanitaria internazionale).
Senza connotazioni politiche, la mostra vuole indagare su come i bambini stanno vivendo la guerra, cosa ha tolto loro e come la violenza sia ormai una presenza quotidiana nelle loro vite, tanto da compromettere spesso anche il loro futuro. Molti di loro mostrano i segni della PTSD (Sindrome post trauma). Per tutti i bambini l’adulto ha perso ormai il ruolo di punto di riferimento e di protezione che invece nella vita “normale “ ha.
Lo scenario cambia quando si guarda ai disegni dei bambini del Sudafrica: giallo, arancio, verde e azzurro riempiono i fogli di una speranza che laggiù comincia a farsi più concreta.
Accanto ai disegni, si trovano i quadri di alcuni pittori mediorientali tra cui il siriano Ismail Shammoud e la palestinese Shahd Sallumane e le musiche sono state offerte dal compositore ebreo Rick Siegel.

Il problema è che le stesse organizzazioni umanitarie non possono spesso garantire assistenza a lungo termine perché operano con tempi stretti e condizioni nelle zone colpite dai conflitti.

La mostra è un’occasione per aprire una finestra, gettare un occhio là dove normalmente non arrivano le telecamere e in città blindate come Gaza e per osservare la guerra con gli occhi dei bambini

(*) I nomi sono di fantasia per ragioni di sicurezza

Per ulteriori informazioni: hope2011_2011@libero.it

Mirna Loi Sammour
HOPE Organization For Palestine Emergencies

Bambini di guerra, bambini di pace

In Anomalie, Gaza, Guerra, Informazione, Malattie mentali on 7 ottobre 2011 at 9:34

Disegno di bambino palestinese che raffigura un carro armatoSe c’è una precisazione che mi sento in obbligo di fare è sulla mia personale posizione in alcune vicende compreso il tema che riguarda le iniziative sulla Palestina. Faccio una preventiva premessa: in Facebook e altrove passo tutte le notizie di quell’universo variegato e complesso che è la sinistra italiana, quelle che condivido e anche quelle meno e su cui ho delle perplessità, senza nessun filtro né di opportunità né censorio. Credo di mantenere lo stesso atteggiamento nel caso Palestina. Considerato che nemmeno in Italia esiste alcuno che possa dire di rappresentare tutti gli italiani la cosa è anche più vera nella situazione di quella terra. Chi proponesse una iniziativa che riterrò utile troverà tutta la mia disponibilità e collaborazione. E d’altro canto se esistesse un’iniziativa capace di unire tutti i palestinesi credo che ogni persona saggia l’avrebbe fatta. Purtroppo non ho questa facoltà. Né quella di assumermi l’arroganza di elaborare una qualche secolare strategia.
Io guardo alla Palestina e ai Palestinesi nel completo rispetto del loro diritto all’autodeterminazione. Se da domani mattina la Resistenza davanti ad un paese militarizzato e invasore, ad una vera e propria pulizia etnica, dicevo che se da domani la Resistenza prenderà un’altra qualche forma o altre forme di reazione violenta alla violenza mi vedrà solidarizzare. Non potrò che comprendere come sia pressoché impossibile davanti alla forza opporre solo la sopportazione passiva. Il massimo a cui mi potrò spingere è chiedermi e chiedere se quella risposta aiuta la pace e il futuro della Palestina. Non mi è mai piaciuto mandare a farsi ammazzare gli altri. Però sta ai palestinesi la vera scelta. Da parte mia, nel mio “impegno” aggiungo che il contributo delle associazioni non può essere che in funzione alla loro utilità. Prima di tutto nel sensibilizzare nel proprio paese l’opinione pubblica, le persone ai problemi e alla storia di quella terra martoriata. Poi tutti quelli interventi possibili che possono essere richiesti. Fare da scudi umani costringe ad un necessario attivismo pacifista. E’ chiaro come il contributo di un attivista volontario sia diverso dalla resistenza di un palestinese in loco, anche per la questione delle mie personali possibilità. E non si può disconoscere l’utilità di quegli interventi coraggiosi fatti da tanti giovani.
Premesso ciò noi come gruppo (Restiamo umani, con Vik), sollecitati da Hope Association for Palestine Emergency, abbiamo intenzione di mettere in essere la mostra itinerante “Bambini di guerra” assieme a tutti quelli che si renderanno disponibili ad intraprendere questa avventura con noi. In realtà dovremmo intitolarla “Bambini senza pace” o “Bambini in cerca di pace”. Noi vorremmo infatti parlare di pace. La mostra sarà patrocinata dalla “Delegazione diplomatica palestinese”. Questo ha già mosso delle critiche e dei distinguo, una polemica. Ribadisco che noi la mostra la facciamo per quei bambini e che qualsiasi rappresentate di qualsiasi posizione espressa in Palestina o da palestinesi esuli vedrà domani lo stesso impegno. Ché credo che il non fare sia la cosa meno utile e più sbagliata. Mi sembra assurdo pensare che un’iniziativa come questa possa favorire una parte politica a scapito di un’altra. Nessuno si sente così importante e… fondamentale. Come la politica di Israele viene da lontano anche questa sete di pace e di giustizia, perché non può esistere una pace senza giustizia, viene da altrettanto lontano. E’ uno scontro tra quella barbarie e la civiltà. Tra l’arroganza e il diritto. Tra un invasore e un popolo e la sua terra. Tutto ciò premesso dovremmo parlare della mostra itinerante in sé. Della forma che sta prendendo la nostra inaugurazione di Venezia. Credo di aver usato per oggi fin troppe parole. Ci tornerò più tardi cioè più avanti. Vi lascio con un pensiero che don Nandino Capovilla di PaxChristi ci ha lasciato: “Grazie a tutte/i del nuovo gruppo! Ci sentiamo in piena sintonia con voi e da anni sosteniamo la causa palestinese con sensibilizzazione (film+libri+la newsletter e sito Bocchescucite, ecc.) e soprattutto continue esperienze di peacebuilding nei Territori Occupati (fra pochi giorni saremo ancora a raccogliere le olive a Ramallah, col team di Tutti a raccolta). Soprattutto GRAZIE per quello che farete per DIFFONDERE l’eredità preziosa del nostro Vittorio, con cui per anni abbiamo lavorato”. RESTIAMO UMANI.

Le parole delle donne

In Parola di donne on 31 maggio 2011 at 10:49

Sto leggendo un libro di Ritanna Armeni dal titolo “Parola di donna“. Cento grandi nomi della cultura, della politica e dello spettacolo italiano per un “dizionario al femminile”, che fa il punto sul nostro passato e sul nostro presente, per capire dove stiamo andando e per ricordare da dove siamo partite e quanta strada abbiamo percorso. In queste pagine troverete cento voci del privato e del politico, le parole della quotidianità e quelle della filosofia, da abito a zitella, passando per diritti, lavoro, pari opportunità, ma anche desiderio, mamma, sirena, verginità… Cento voci che hanno segnato profondamente la storia del nostro Paese, che sono cambiate negli anni, ma che sono attuali più che mai. Un libro corale, cui hanno partecipato, sotto l’abile regia di Ritanna Armeni, donne diverse per orientamento politico, professione, stato sociale, tutte accomunate dall’entusiasmo di esserci, dal desiderio di raccontare, di raccontarsi, di capire. E la voce delle donne, spesso percepita solo come un mormorio indistinto o come un canto fatato e affascinante, in questo libro unico e originale diventa parola chiara e distinta, che interpreta il mondo con coraggio e determinazione.

L’idea è buona. Esistono parole sulle  donne che nel tempo, nel sociale, ma anche soggettivamente cambiano significato o hanno radici profonde e non ancora del tutto spiegate. Pensate per esempio ad Abito, Abnegazione, Aborto, Ambiente, Amore, Autocoscienza, Autodeterminazione, Autorità, Autostima. Pensate a quanto si potrebbe scrivere su queste semplici e “banali” parole. Quante storie intorno. E siamo solo alla lettera “A“. Solo su questi termini, presi uno ad uno, si potrebbero scrivere libri. La Armeni ne ha raccolto un sunto intelligente e colto, a me piacerebbe raccogliere le riflessioni in Rete di amici, conoscenti e blogger viaggianti. Il fascino della Rete è proprio questo: libertà di espressione e di azione, almeno fino a dove questa libertà non lede quella degli altri. E allora perchè non aprire una rubrica settimanale su ciascuna parola raccogliendo le nostre riflessioni? E non è necessario che queste riflessioni siano sempre e comunque al femminile. Sopra di noi c’è il cielo ed è composto da due metà, una di queste è la donna ed oggi è di lei che vorremmo parlare. E chi se non l’altra parete del cielo donna che è l’uomo può intervenire in modo autorevole? 😉

Allora nella mia nuova rubrica PAROLA DI DONNE  lancio il tema di oggi: ABITO e vediamo cosa succede… per il momento lascio questa poesia per farvi un po di compagnia

Le parole delle donne
sono scritte sulle foglie
che abbiamo raccolto
con mani screpolate dal gelo
per riscaldare d’inverno
il focolare
sono incise sulle pietre dei fiumi
su cui abbiamo lavato
con mani rosse per i geloni
i panni dei nostri uomini
sono scolpite sulle madie e sui tegami
dove abbiamo impastato
e cucinato
con mani ruvide per il lavoro
i cibi per la famiglia
Le parole delle donne
sono diventate gocce di sudore
sui campi che abbiamo arato
con mani incallite come legno.
Le parole delle donne
sono diventate
canti di gioia e d’amore
canti di odio e di rabbia
grida di lotta e di morte.
Sono sfuggite dalle nostre labbra
quando ci hanno insultate picchiate
violentate uccise
sono stati silenzi di desideri
mai espressi
di ore di amore perdute
di sottomissione e obbedienza
sono state le grida sulle tavole
dove abbiamo ucciso la nostra giovinezza.
Le parole delle donne
sono il sangue che abbiamo versato con le mani
contratte
nel partorire i nostri figli
nell’abortire i nostri figli.
Le parole delle donne
sono quelle
che nessuno ha mai letto

ascoltato.
Come le radici dell’albero…” di Gabriella Gianfelici

Passato

In amore, La leggerezza della gioventù on 19 novembre 2010 at 9:06

foto colori di un disegna di una città sospesaIntanto fuori si fa mattino. Chissà se piove? L’aria è sospesa in quel sopore. E’ un momento incerto. Dalle bugie chiuse non si vede il tempo. E si fa nuovamente, ancora; un altro giorno. Come tanti altri. Ogni volta diverso. Ed è bello incontrarlo con un sorriso. E lei è sempre lì, ad aspettarmi, col suo tepore. Pronta ad accogliermi. Tra le sue braccia. Con la voglia ancora di notte. Di buio. Di coccole. Di fermarlo, il tempo. E sotto le coperte siamo in un angolo solo nostro. Cullati di intimità. Affamati di noi. Di ancora. E ci incontriamo con amore. E il tempo si ferma; gentile.
Foto a colori di Rossaura a SpigoneIl presente è un giorno di novembre. Spegni, ti prego, la luce sul comodino. E’ lei quel sorriso. Quella tranquilla attesa. Che allunga i momenti. E’ lei la pigrizia. E’ lei sempre pronta, ad aspettarmi. Incerta se essere. Caparbia per essere. E tra noi non mancano le parole. Non sono mai mancate. Tutto comincia proprio da qui, da quest’ultima riflessione: non ci sono mai mancate. Ma oggi lei ha un discorso sospeso. Qualcosa che le preme, che urge. Forse rimasto da ieri. Me ne accorgo subito. Non riusciremmo a nasconderci, nemmeno volendolo. Glielo chiedo. E’ un piccolo problema da niente. Anch’esso ha la sua dignità. E’ qualcosa di irrisolto. Un frammento. Nulla di più. E’ il passato.
Non so, non credo; non volevo essere bella. Non ne ho profittato. Forse sì. Un po’. Inavvertitamente. Come succede. Non è una colpa. Vorrei vivere solo presente”.
Il passato appartiene ancora a noi che siamo fatti di ieri, di oggi e di sogni per domani. Di un progetto. Anche solo per il giorno che si appresta. Soprattutto noi. Noi con la nostra strana storia. Noi che siamo stati così a lungo distanti. E non ci siamo riusciti. Mai. Oppure solo poco. Della tua immagine indelebile. Sempre davanti agli occhi. Sempre fissa nella mente. Perché noi non siamo mai stati del tutto distanti. Non ne siamo stati capaci. Non io. Ancora e sempre noi. Noi in due vite diverse. In due mondi diversi. Per raccontarceli, oggi. E le restituisco il suo oggi. Ma non possiamo non darci anche quel ieri. E a volte il passato può essere invadente. Vorrebbe parlare d’altro. Forse persino averlo davanti.
Non so se è sempre così. Io certe risposte mica le ho. So solo quello che provo. So solo di quello che vedo e ho visto. I paesaggi in cui ho camminato. Le frasi sospese. Le pagine. I ricordi. Le foto. Quello che sono e siamo stati. Questo siamo. E dolci ricordi ci rendono dolci le ore. Forse potremmo farne senza. Ma ci hanno teso la mano. Aiutati. Spiegato. Cullato. Ci hanno lasciato parole in bocca. Ricordi la prima volta che ti ho stretta tra le braccia? Come posso non provare ancora, e di nuovo, tenerezza per quella ragazza? Erano belli gli anni, e i nostri anni. Di quello eravamo belli. E di sogni. Anche se oggi ci chiediamo dove sono finiti. Quanti ne abbiamo traditi. Come e perché siamo cambiati. E la vita ci ha cambiato.
Perché dovrebbe essere diverso?
Foto BN di rossaura nel 1969Il passato è la mia rabbia che si fa tuono
Il passato è un fuoco che brucia i pensieri
Il passato è un ragazzo che diventa uomo
Ma il passato è gioie e pazienze. Questo e quello. Asprezze. E ne abbiamo parlato. E molto. Delle prime e delle seconde. Ma più delle prime. Con gli occhi umidi di gioia, delle prime. Io sapevo chi era. E’ stato il passato ad aiutarmi a capire chi è. Questo frugare fra le cose. Fin dentro allo stomaco. Fino a farci male. Oggi ci sembra di capire. Ma non lo potevamo capire allora. E, ad essere onesti, nemmeno ora. Non certo completamente. Solo ci siamo dati delle risposte. Per quanto ci servivano. E sempre solo alcune. Parziali. Ed in fondo è anche bello sognarlo diverso. Di cambiarlo. Anche se non è possibile. E’ bello comunque. E’ bello pensarci assieme. Dividere ancora tutto. Ma non puoi scegliere. E’ lui a farlo. Lui torna con i ricordi belli. Ma anche con gli altri. In fondo amo anche quelli. Fanno tutti parte di noi. Di quello che ci unisce.
E forse è solo che non c’è nulla di cui chiedere scusa. Non c’è colpa nell’essere vissuti. Nell’avere avuto sedici anni. E quei sedici anni. E un viso grazioso. E un’aureola di lunghi capelli rossi. Di avermi colpito al cuore. Di averlo fatto lacrimare, quel cuore. Di avermi tolto il respiro. Insegnato la passione. Di aver relegato il mio mondo in un bacio. Di avermi fatto sospirare. E sperare. E sognare. E poi di avermi lasciato con un ricordo bellissimo. Niente è sbagliato in quello che era. Come non lo è in quello che è. Allora era il mio sogno. Non sapevo cosa voleva dire per sempre. L’ho imparato; anche dolorosamente. Lentamente. A mie spese. Come ciascuno paga da sè la propria ignoranza. Oggi è il mio presente.
E il passato è un molle rifugio. In cui può essere bello nascondersi. Ed è poco più di una manciata di foto. Solo una proprio nostra. Non so perché. Mi emoziono ancora. Mi emozionano ancora. Come allora. Torno ad innamorarmi. Ed è una scoperta sconvolgente. Non ho le parole giuste. Forse non sono ancora state inventate. Sei ancora davanti a me. Posso tornare a parlarti. Anche allora. E tu a sentirmi. Questo provo. Senza fiato. Questo è lo strano linguaggio dell’amore. Quello che so dire. Non mi chiedo perché. So che non lo troverei.
Io non posso vivere senza passato. Anche quando è rimpianto. Non posso essere senza quello che sono stato. Ma lei ha un dubbio. E il dubbio si fa strada. Vuole il suo posto. Eppure il passato è lì anche per lei. Forse di più ancora. Ed è anche rimorso. Assurdo rimorso. L’attimo che è rimasto sospeso sta per finire. Non sono diverso da quello che ero. Ancora con i miei dubbi, le mie angosce, le mie paure. Ancora alla ricerca di un nuovo sogno, per vivere. E la donna che è è nata da quella ragazza. E la amo per quella che è e per quella che è stata. E mi tengo stretti quei ricordi. E mi tengo stretto persino quel dolore. Perché tutto fa parte di questo profondo sentimento. E di questa comprensione. E della voglia di essere ancora noi. Ma guardo la sveglia. E’ ora di partire.

E dietro niente

In amore, La leggerezza della gioventù on 29 settembre 2010 at 8:20

Foto colori di Ross in barca a PonzaE’ come se avesse vissuto un’altra vita. A guardarsi indietro non fa che interrogarsi. Non trova domande. Trova solo altri perché. Fantasie e sogni. Nessuna spiegazione. Ma tutto si fa ovattato. Sfuggente. E’ come se i ricordi si stessero sbiadendo. Scolorando. E si fanno polvere. Come se l’intera vita si stesse dissolvendo. Non riesce nemmeno più a rimproverarsi. Non l’ha mai fatto con gli altri. E poi che colpa avevano loro? Se era solo quello che volevano? Eppure non aveva mai chiesto nulla. Non aveva mai chiesto certo di più. Le sarebbe bastato perdersi in un abbraccio. Si sarebbe accontentata di una bugia. Di una illusione.
Lei scorre le foto. Oggi vede come era bella. Non vuole ancora crederci. Nessuno gliel’ha mai detto. Gli sembra di vedere un’altra. E ritrova posti. Amici. Momenti. Ma la spina è staccata. Continuano a non appartenerle. Le chiama passato, quelle foto. Le mette in un cassetto. Se ne libera. Non vuole ricordare. Ogni verità ha il suo prezzo. Non vuole più pagarlo. Adesso tutto è solo oggi. Cosa importa cercare un ordine? Si accontenterebbe di non avere rimpianti.
Eppure non vorrebbe avere l’aspetto che ha. Non per rincorre anni cosiddetti felici. La gioventù. Quella che doveva essere e non è stata la spensieratezza. Una qualche leggerezza. Semplicemente vorrebbe essere bella. Vorrebbe esserlo per lui. Per regalarlo a lui. Per lui che oggi glielo dice. Ma lui è diverso. Tutto è diverso. Se dovesse glielo chiederebbe. Sa che non è vero ma vuole credergli. Ha bisogno di credergli. Non è nemmeno importante. La fa star bene. E lui le prende la mano. La guarda negli occhi. E lei si sente debole.
Ma lui aggiunge che è sempre stata bella. E anche di quella bellezza che non teme il tempo. Lui non ha paura di dire le cose. Non ha mai avuto paura delle parole. Delle verità. Ma forse sono solo diversi gli occhi con cui le ha insegnato a guardare. E sembra tutto un altro giorno. E se cerca il desiderio è certa di non averlo trovato prima. La curiosità della vita la prende. Si sente ragazza. Forse come non lo è mai stata. Leggera. Ora si crede. A momenti le lacrime cercano di impossessarsi dei suoi occhi. E’ tornata a sognare. E’ così… incredibile.
Per sapere lei cose le aveva sempre sapute. Aveva amato senza chiedere. Niente, nemmeno un po’ di gentilezza. Di stupida riconoscenza. Aveva amato aspettando. Credendo che amare fosse solo dare. Rinunciare. Sacrificare. Essere donna. E aveva lottato. Aveva sempre dovuto lottare. Per quello che credeva. Per tutto. Persino con se stessa. Soprattutto con sè. Perché aveva vissuto una vita che non era sua. Perché non lo poteva dire. Perché gli altri sembravano non poter capire. Per suo figlio. Per il suo futuro. Soprattutto per quel presente. E tutto ormai le sembrava niente. Ma era amore quello?
Quello che aveva sempre sognato non era mai accaduto. La vita non era così. Ma erano sogni i suoi? Aveva dovuto aspettare tutta una vita. Fin quasi ad essere stanca di aspettare. Fin da perdere qualsiasi speranza. Da capire che la sua era solo una illusione. Non c’era nessun conforto tra le braccia di un uomo. Non c’era rifugio. Non c’era tenerezza. Forse era solo lei ad aver bisogno di tutto quel tempo per capire, finalmente. Per sapere che non si era sbagliata. Forse i suoi erano solo sogni di ragazza.
Non poteva che prendersela con se stessa. Ma come puoi spiegare il tempo? E un momento? Dopo? Ciò che governa il mondo è un’emozione. Un battito di ciglia. Un dubbio confuso. La sete di andare. Di scoprire. Di provare. La noia. Il niente. Non c’è nessun disegno preciso. C’è solo quel piano che scivola verso il basso. Il passo che vuole essere seguito da un altro passo. La tentazione e lo sbaglio. Il viaggio intrapreso. I doveri del quotidiano. L’abitudine. L’assuefazione.
Non ricordava nessuno che glielo avesse detto. Forse nella sua vita non aveva mai sentito prima un Ti amo. Non ci aveva mai pensato. Non le sembrava importante. Aveva voluto convincersi che non lo era, importante. Che la vita è fatta di altre cose. Ma in verità quell’essere donna non le era mai piaciuto. Come avrebbe potuto? Amare non può essere solo accudire. Fin da bambina aveva implorato una tenerezza. L’aveva fatto in silenzio. In fondo aveva fatto tutto in silenzio. Di quel silenzio dove è impossibile aprire il proprio cuore. Lei.
Ma nemmeno lei l’aveva mai detto. Ma perché avrebbe dovuto farlo? Per chi? Non possedeva che la propria pazienza. Forse avrebbe dovuto saperlo. Non sono le parole a fare le cose. Ma cosa aveva dato? Non aveva saputo abbandonarsi mai completamente. Mai aveva trovato quella serenità. Quel torpore. Quella intimità. Quel piacere così intenso e così completo. A volte non riusciva a crederci. Si era nascosta un sentore di frustrazione. In fondo si era sempre mentita. Ora aveva voglia di gridarlo. Aveva un mare di parole in bocca.
Ricordò con tenerezza quel ragazzo. Lui l’aveva detto. Le aveva sussurrato che era “troppo bella”. Non aveva potuto crederci. Non l’aveva voluto. E poi quel troppo non avrebbe potuto capirlo. Era arrivato a dirle che era meravigliosa. Aveva pensato che si stesse prendendo gioco di lei. Ad uno scherzo. Però non l’aveva scordato mai. Ed era rimasto un angolo di tenerezza. Non era cambiato. Si sentiva strana, ora che capiva che era tutto vero. Strana e frastornata. Eppure era tutto così semplice. Era così bello essere solo se stessa. Era così bello sentire che sussurrando la pregava: lasciati amare.
Ed è così bello sentire la propria voce dire: Ti amo.

Rossana e Michele – La leggerezza della gioventù

In amore, Donne, Gruppo di scrittura, personale, uomini on 9 giugno 2009 at 16:03

Erano tornati insieme. Sembrava che in molti dovessero sapere. Sembrava che nessuno si dovesse stupire. Eppure loro non ci credevano ancora.
Tornati da quale viaggio. Con negli occhi ancora le strade calcinate e ventose dei loro percorsi. Lei aveva detto: “Perché non rimani?” Lui aveva messo il suo libro sopra il comodino.
Michele era così, non aveva mai l’aria di saper stare fermo, non aveva mai avuto l’aria di sapersi fermare.
Rossana aveva perduto il suo sguardo sognante ed era rimasta silenziosa.
Era difficile fare i conti col passato. Era inutile spiegare dove le strade avevano portato, se poi dopo tanto tempo, erano ancora lì a tenersi per mano. A cercarsi senza perdersi un’altra volta.
Gli amici avevano deciso che era tempo di festeggiare.
I vecchi amici quelli che il tempo non aveva mai cancellato.
Alcuni si erano perduti. Alcuni erano vicinissimi, ma non erano più gli stessi. Avevano cambiato voce, avevano nascosto gli occhi.
Ritrovarsi era davvero una festa. Una corsa veloce. Un sopraffarsi di voci. Un bisogno di dire e di ricordare. Frammenti di vita. Ognuno il suo pezzo. Parole da mettere insieme. Da scegliere. Da incorniciare.
Il vino si mescolava. Gli uomini, proprio loro, quelli che avevano percorso più strade, quelli che erano arroccati di più alle certezze, proprio loro sentivano il bisogno di lasciare gli ormeggi. Avevano preso il largo con discorsi dal passato. Le loro donne no. Tenevano a freno l’esuberanza. Una dote che non era mai stata loro. Forse Rossana l’aveva avuta, quell’esuberanza. Forse le altre l’avevano criticata per questo. O forse no. Solo lei aveva saputo camminare più a lungo; più velocemente. Forse invidiavano inutilmente. Loro, non sapevano quanto avesse bruciato sulla sua pelle.
Le voci salgono e i bicchieri tintinnano facendo il coro alle posate sui piatti. Gabri, puntigliosa, cita dei versi a memoria. Quei versi di cui Michele non ha più alcun ricordo. Loro si guardano da lontano, basterebbe allungare una mano per trovarsi. Silvano versa da bere senza fermarsi. Parla con allegria delle avventure di allora. Nessuno ricorda più quella storia. Tutto la racconta, quella storia, ma non è più la stessa storia.
Gli uomini ridono sovraeccitati. Si punzecchiano, Si prendono in giro. Tornano ragazzi. Guardano con altri occhi, ancora con quegli occhi di allora le loro ragazze, ma stasera i loro occhi tornano a guardare nuovamente senza pudore, per un attimo, quella sola ragazza.
Solo Gabri ride e chiede attenzione. Ma i ragazzi rifanno sempre lo stesso gioco. Non sono ancora sazi. Il tempo non è bastato a fermare quel gioco. Neppure i loro corpi mutati. Gli occhi vedono quello che vogliono vedere. I sorrisi diventano troppo larghi. Rossana diventa silenziosa.
Michele parla con una voce che non è sua, fa gesti troppo larghi che non gli sono congeniali. Rossana lo sa che sono i movimenti esagerati della sua timidezza.
Tra loro basta molto meno, tra loro anche i sussurri sono minimi. Il loro amore è logorroico di silenzi e sospiri. Rossana si scorda di ascoltare. Perde il punto. Guarda Michele mentre si sente preda. Michele si avvicina e le posa dolcemente le mani sul viso. Non è un atto di possesso. Non sarebbe da lui. E’ solo che lui conosce quel silenzio e ne percepisce il disagio. Quelle mani consolano.
Lui sa che a volte, in mezzo alla gente, lei diventa straniera. Riconosce le sue fughe. Lui le sa. Lui le ha subite.
Le ragazze parlano più piano, loro non hanno bevuto. Le loro voci raccontano storie conosciute. Abitudini. Le vite sono scandite dai fatti di tutti i giorni. Le ragazze sono concrete e non cercano di apparire quello che non sono. Non sono più ragazze, sono diventate donne. C’è fra loro un breve disagio. Facile da lasciare, da giustificare. Ci fu un tempo che quel disagio le aveva allontanate. Separate. Loro oggi riconoscono i danni del tempo. Le sue mezze verità. I prezzi che ha preteso. Loro parlano adagio e sorridono a Michele. Lui era amico delle donne. Lui era amico perché non sapeva essere niente di diverso. Non allora, non in quel caso.
La serata è rumorosa. Il vento gonfia le tende in un tentativo di invasione. Le voci si alzano e dicono parole senza senso. Promettono nuova amicizia. Assicurano nuove complicità. Maschi abbracci di uomini tornati ragazzi.
Silvano solitamente più silenzioso degli altri. Racconta dei suoi libri. Cerca lo sfogo dei suoi silenzi prolungati. Rossana non li ha letti, ma sa che li ha vissuti a lungo. Gabri si fa vanto di ascoltare senza capire, ma è lei che riceve le confidenze di Silvano e lo dice guardandolo negli occhi. Si addolcisce quando Michele l’abbraccia. Solo allora riprende il filo dei ricordi.
Diana porta il dolce e gli animi si riscaldano. Le vecchie foto. “Avevi i capelli lunghi” “Ma no, li ho sempre tenuti corti” “Ma no dai, guarda qua…” Ricordano le gite di scuola. Parlano delle compagne che non ci sono. Marinella racconta quando aveva incontrato per la prima volta Alvise. Ricorda la nascita di Lisa. Lei era stata la prima che se n’era andata. Era così giovane. Solo Rossana l’aveva cercata e aveva tenuto il filo della loro antica amicizia.
Poi le altre.
Rossana e Michele si stringono la mano. Sanno che vivono la magia del tutto “che si ripete”. Oggi è il loro “giorno della marmotta”. Di sottofondo la stessa musica. Le stesse voci. I soliti discorsi.
Il tempo srotola i suoi tappeti magici.
Rossana riceve gli abbracci di sempre; affettuosi e maliziosi al contempo. Questa volta c’è una giustificazione. E’ tornata. Sono tornati. L’allegria non è forzata. Solo lei si sente a disagio. E’ lei che non vuole ferire. Lei questo non l’ha dimenticato. Lei questo non lo voleva neanche allora. Ma era successo. Solo Michele si accorge che ha parole troppo brevi. Sorrisi che non conosce e la stringe in un abbraccio.
“Portami via…”
E’ stata una bella serata. Tutti promettono di rivedersi così… presto. Tutti sprecano i “dopo di” e i “prima di”. Tutti ne sono sicuri.
Li inghiotte la notte.
Finalmente la notte. Finalmente Rossana e Michele ritrovano la pace. Ancora il silenzio tra lo sciabordio dell’acqua e il secco rumore dei passi. Loro tornano soli. Si fermano come hanno sempre fatto negli angoli per baciarsi. Questo non è cambiato nel tempo. Questo è proprio come allora. Un bacio e tornano i sorrisi. Quelli speciali, quelli che illuminano la notte. Rossana e Michele, quei due ragazzi timidi, quei due vecchi ragazzi, quelli che avevano conosciuto la magia di tutto il mondo, si sono ritrovati e si promettono ancora una volta amore “per sempre”.

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