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Un momento di pace…

In amore, Anomalie, Religione, Viaggi on 16 gennaio 2013 at 10:49

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Strano, eh! trovare un vero e rasserenante momento di pace in un luogo fuori del tempo, immerso in una religiosità che non è mia, in quella  fede religiosa di cui io sono malamente dotata?
E’ mattina presto, c’è il sole dorato di Gerusalemme, il ruolino di marcia è: andare a visitare “la spianata delle moschee“, ma bisogna far presto: c’è una coda lunga da superare e anche i controlli. A quelli ormai ci stiamo facendo l’abitudine.
Ritorno a dire che la giornate è bellissima e calda e la coda è lunga. Le entrate sono due una per il Muro del Pianto che si trova sotto e l’altra per “la spianata”. Un’entrata vuota e l’altra piena, una vede solo qualche pastrano nero e un solo sesso: maschio. Ma le donne possono andare a pregare al Muro del Pianto? Suppongo di sì, ma non ne vedo. Però ricordo che il primo giorno avevo colto con la macchina fotografica donne soldato, col mitra in mano, che passeggiavano ridendo sullo spiazzo antistante. Va beh! forse le donne oggi non hanno tempo per queste fesserie e perdite di tempo.
Intanto la coda si allunga e dal controllo tornano indietro alcune persone. Un prete italiano ci spiega che lì non si può entrare con simboli, testi e esibizioni di altre religioni. In effetti tornano alcune suore e altri che non hanno un’aria particolare, mah! chissà perchè non li hanno fatti entrare. Ma io entro, non porto il segno della mia agnosticità, ma sicuramente il marchio della mia curiosità. Diffido dei luoghi di culto, mi sembrano falsi e posticci, come alla Chiesa del Santo Sepolcro, dove le pie donne e i bambini ungono di olio profumato una pietra. Espressioni che trovo imbarazzanti, ma lecite. Luoghi che trovo troppo grondanti di simboli. E invece qui ci troviamo immersi in una luce fantasticamente d’oro puro, nel silenzio e nella vera pace di un luogo di pace.
Lo spazio è grandissimo architettonicamente diviso su due livelli, nel primo, il più basso, ci sono alberi sotto i quali sostare per pensare e pregare.
La vera spianata, quella più alta è enorme, in centro troneggia la moschea bellissima dalla cupola d’ora e dalle decorazioni azzurre, Al Aqsa, la rocca, che davvero regala agli occhi un senso di abbagliamento e all’animo una sensazione di serenità e sicurezza.
Io non sono sensibili alla spiritualità della religione, io sono agnostica e amo la natura e le cose belle e l’unica fede che porto e quella dell’uguaglianza degli uomini in questa terra, in cui viviamo questa vita terrena, ogni altra cosa che riguarda l’aldilà, non riguarda me… io sono per il qui, ora. Ma a camminare sulla spianata, lontano da tutto e tutti… beh! lì qualcosa c’era anche se non sapevo se c’entrasse la spiritualità religiosa oppure l’amore per il bello e il trascendente.
Ora capivo cosa fosse accaduto nell’animo dei palestinesi, quando Sharon con il suo fare sprezzante e provocatorio era entrato nella spianata con le armi (e 700 soldati), facendo sparare tra gli occhi alle persone e passeggiando con fare da padrone, dove la pace non c’era più.
Si levarono i sassi contro i mitra e i cannoni e si levarono i pugni contro i carriarmati e i bulldozer: la seconda intifada… una nuova Nakba.
In quella luce e nell’aria tersa e silenziosa dove neppure il vento ha voce, si alzano dai minareti intorno, le voci dei muezzin, non sono suoni fastidiosi, si sposano bene con l’umore della splendida mattinata. Resti lì sospesa a mezz’aria, con un sorriso beato sulle labbra, che posto fantastico, che momento indimenticabile…
Ma una musichetta tipo marcia militare sale da sotto le antiche mura. Non posso credere alle mie orecchie, c’è chi disturba quel momento di perfezione assoluta con una stupida canzoncina da soldatini di stagno. Forse capisco male, forse è solo una parola in quella lingua inventata che assomiglia a “fidelis” in latino, ma se fosse così? Se usassero una lingua più universale dell’inglese per dire che è la loro di fede che vincerà? Non so, non capisco, per me è solo invidia, per me è che si rendono conto che Gerusalemme è più araba e romana che israelitica, di Israele ci stanno solo i segni del potere: edifici imponenti in quello stile tardo fascista, in quelle bandiere da gioco del RisiKo che sventolano sopra le case palestinesi e sopra quelle fortezze inespugnabili senza bellezza nè leggerezza, ornate solo dal merletto dei campanili e dei minareti slanciati nel sole dell’oriente a certificare che malgrado le crociate sanguinarie, oggi lì la fede, convive senza bisogno di armi in pugno e di canzoni da parate.
Ora è tempo di partire… il viaggio continua verso i territori della zona A, dove i palestinesi costruiscono e gli israeliani demoliscono in un gioco assurdo delle parti.
Questo viaggio mi sta prendendo nell’anima.

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L’addio

In Amici, amore on 13 ottobre 2010 at 8:30

Allora… non lo sapevo che avevo un appuntamento. Un appuntamento con il destino. Con la mia favola. Ci eravamo lasciati troppo tempo fa. E troppo di fretta. Per lettera. Senza il tempo di una parola in più. L’addio di due ragazzi che cercano la loro strada. Poi un’intera vita era passata. Tanto tempo non era bastato a cancellare nulla. Tutto era rimasto dolorosamente (o meno) nitido.
Cartone telato con dipinto un castello sullo sfondo e faccie urlanti in primo piano.
Quando sono uscito da quella porta avrei voluto chiedere il perché. Una ragione. Magari una fantasiosa giustificazione. Pura curiosità. Ma sapevo che lei aveva mille risposte e nessuna. In fondo era finita da fin troppo tempo. Fossi uscito per mia decisione avrei avuto il 99% delle ragioni, mi sono detto. Ne sono ancora convinto. Invece è stata lei ad invitarmi ad andare. A mostrarmi la porta. E non era lì a salutarmi, le sarebbe stato troppo doloroso e difficile. Mi aveva solo chiamato al telefono. Si era preoccupata per me. Come stessi partendo per una vacanza. Una vacanza senza di lei.
Le ragioni? Forse ce n’erano fin troppe. Non una sola. Cioè forse ne avrei avute fin troppe. Non ho pudore a dirlo. Ciò che mi dà pudore è quando parlo di intimità che riguardano altri. Come in questo caso la mia compagna. La verità è che non ci ho capito molto. Anzi quasi nulla. Credo che lei ci abbia capito meno. E’ stata, la fine, come fosse un colpo di testa. Un capriccio. Come se volesse dirmi: Beh! stasera mi va di uscire da sola. Non aveva mai avuto bisogno del mio permesso. Non sono mai stato io a concedere la sua libertà. Né a limitarla. Lei era completamente padrona di sé. Lo era sempre stata. Che poi io penso in più che la libertà non si chiede né si mendica. Se è limitata allora… la si conquista. Non è certo questo il punto.
Ma perché ne parlo? La storia è finita. Definitivamente finita. Non ho ferite ne nessun rimpianto. Passata quella porta, come detto, mi son sentito libero. Finalmente insolitamente liberato. Non l’avevo chiesto ma mi son sentito libero. Ho ingoiato un respiro profondo. E l’aria mi sembrava leggera e riempiva i miei polmoni come non aveva mai fatto. Mi potevo rimproverare qualcosa? Sicuramente. Mi sembrava e mi sembra solo piccole cose. Solo una importante: che non avevo potuto ammettere che era finita da quindici anni. Ero rimasto per nostra figlia. Per stupidità. Per affetto. Per le sue preghiere. Forse anche per un po’ di vigliaccheria. Non avevo visto perché non avevo voluto vedere. Non c’era un altro uomo. Non so se c’è mai stato. Non c’era un’altra donna. Questo lo so per certo. Non c’era mai stata. Non ne sono capace. Non ho mai tradito. Non mi affascina quel tipo di avventura. Per un’altra donna. Non ho mai amato una donna impegnata. Non ne vado fiero. Non mi sento stupido. Semplicemente sono così.
Avrei preferito farlo in una giornata di pioggia. Non ho potuto scegliere nemmeno l’ora. Ma come si dice: sono uscito in modo civile. Voglio dire… Ci siamo comportati entrambi in modo civile. Erano da tempo finiti i tempi delle urla, delle grandi litigate, dei conflitti e dei rimproveri. C’era solo il niente. La figlia ormai grande. Interessi comuni ne abbiamo sempre avuti pochi. Certo quello che lasciavo era più di quello che chiedevo di portare con me. Semplicemente mi sentivo sconfitto. Sconfitto perché ci avevo investito tutto. Sconfitto perché ci avevo immaginati già vecchi. Vecchi e solidali. Chetati. Sconfitto perché ci avevo provato fino a sfiorare la pazzia. Avevo cercato di riaccendere quel fuoco. Avevo cercato di salvare almeno quel niente. Pensavo, allora, che l’amore si conquista ogni giorno, e ogni giorno si costruisce. Che un rapporto è fatto di pazienza e fatica. Che stare assieme nasce dalla volontà di stare assieme. Ma ormai uscivo da un lungo viaggio attraverso la notte. Cosa potevo portare con me se non i ricordi dei giorni belli e di quando eravamo giovani e convinti che assieme saremmo sempre stati felici?
La guardo esterrefatto. “Possiamo restare amici. Vederci ogni sabato e la domenica a pranzo. Magari”… Allora è vero che sto sognando. Che è una scampagnata. Una burla. Strano. Io non né ho di problemi. Indietro non torno ma su me può ancora contare. Sa che non ha nemmeno bisogno di farmelo dire. Più di trent’anni sono un sacco di tempo. Mi sembrano tutta una vita. Allora perché al telefono è così scortese. Perché mi fa storie anche per darmi lo spazzolino. Il mio rasoio. Che se ne fa se non ha mai avuto la barba? I conti non tornano. Ma non sono tipo da voler capire sempre. Né tutto. Certo devo lasciare una casa ancora mia.
Devo adattarmi; io. Un micromini in affitto. Una sistemazione provvisoria. In attesa di non so cosa. E di sistemarmi meglio. In fondo mi ha dato tutto. Tutto quello che poteva darmi. I suoi anni più belli. Un sacco di bei ricordi. Restano questi la mia compagnia. E non sento di aver abbastanza da rimproverarle. Avrei bisogno di un bicchiere di vino per un po’ di colore, per fingere la mia consueta allegria.
In bagno non c’è lo scopino. Cerco di sistemare un paio di porte dell’armadio che stanno su per abitudine. Senza nessuna fretta che avanzi la notte. Poi prendo l’elenco telefonico per leggere qualcosa. La televisione non mi va e nella neve si vedono appena figure indistinte. La notte è un ammasso di neri con una luna assassina. Il silenzio sembra fatto di pietra e uova marce. Si rompe il cellulare. Tagliato completamente fuori imparo cosa vuole dire essere veramente solo. Solo con il sospetto che non basti l’amore. Che non basti l’amore nemmeno per salvare l’amore; una coppia. Non c’è nulla da ricominciare. Come se fossimo semplicemente vittime di niente.

Ancella di Dio

In amore, Anomalie, Donne on 5 aprile 2010 at 22:52

Mi sento sola. E’ difficile restare qui, mentre mi viene in mente la casa in mezzo ai campi e le corse felici con i miei fratelli e le mie sorelle in mezzo al granoturco. Era così bello nascondersi tra le pannocchie giocando a nascondino fino a sera quando la mamma ci chiamava per la cena. Quella luce color inchiostro e la mamma che ancora mi guardava come fossi una bambina. Mi piaceva uscire sul retro per andare nell’orto a prendere i pomodori e a levare l’insalata. La mia è una famiglia modesta. Io sono una ragazza modesta, ma che ci faccio qui a Roma? perché per la Madre Superiora io non sono sufficientemente modesta? La mia vita è diventata un purgatorio dopo che sono entrata in Convento.
Ho studiato duro e sono diventata maestra per l’infanzia, a casa mia non avrei potuto chiedere di più. Con l’aiuto del Signore sono arrivata fino a qui e ho pregato tanto. Dopo il diploma volevo tornarmene a casa, ma non ho potuto farlo. Dio mi ha dato una nuova prova e ho dovuto restare al Convento. Non potevo tornare dopo che mia mamma ha detto che avrebbe preferito vedermi morta piuttosto che di ritorno a casa. Anche il mio fratellino Antonio era entrato in seminario, ma è scappato talmente tante volte che alla fine non l’hanno più voluto. Io lo conosco bene: non era fatto per una vita di rinunce. Ho pianto tanto, tutte le notti perché non riuscivo ad accettare la mia vita. Non riuscivo ad abituarmi a non avere più una famiglia, anche se è qui, tra le mie sorelle, che dovrei trovare la mia famiglia. Al convento non mi sento a mio agio, sono osservata e ripresa per un niente. Quando cammino faccio rumore, persino il mio respiro è più rumoroso del respiro delle altre. La cosa più difficile per me è non poter vivere all’aperto, in contatto con la natura, ridere delle piccole cose e godere della gioia del Creato.
Mi piace guardare il sole, respirare l’aria pulita, giocare con i bambini. Quanta purezza c’è nella loro anima. Qui in convento molte cose sono proibite, ogni tanto mi scappa da ridere, come quando suor Rosaria si addormenta durante la preghiera e russa come un trombone, non sono brava a non farmi vedere e finisco sempre punita. La Santa Madre dice che non sono umile abbastanza. Mi fa rimanere nella cella a pregare per ore e ore e io penso che vorrei invece fare qualcosa: lavorare con l’uncinetto oppure dipingere, la Madonna e gli Angeli, per decorare la sala delle visite, oppure il refettorio che è così triste e spoglio. Ma impiegare la mia giornata non è un esercizio che fa bene all’umiltà. Bisogna obbedire la Madre Superiora perché Lei sa come ci si deve rivolgere a Dio. Qualche mese fa, dopo una brutta punizione che non avevo trovato giusta, ho scritto una lettera disperata a Giovanni, mio fratello maggiore, dicendogli che non ce la facevo a restare qui dentro perché mi sentivo soffocare e che ero sola ed inutile: Ero certa di essere cattiva ed ingiusta perché non riuscivo a provare affetto per le mie sorelle. Roma è la città Santa, è la città della Chiesa e del Papa, ma all’interno del Convento esistono delle gerarchie che non ti permettono di sentirti come in una famiglia. E poi Roma è una grande città e mi mancano i campi, il profumo delle mele e le pannocchie. Allora Giovanni è partito insieme a Pietro ed Antonio per venire a prendermi e mi avrebbero portato via da qui, malgrado che a casa non potessi tornare. Lui mi aveva assicurato che avrei potuto stare nella sua casa con l’Elvira, ma che avrebbero comunque tentato di convincere mamma che il convento non faceva per me.
A quel punto non me la sono sentita di tornare con loro. Mi sono pentita di aver chiesto aiuto. Non volevo creare problemi, non volevo essere di peso per loro, le loro mogli e per le mie sorelle. Se è destino che io resti qui, lo farò. Dedicherò la mia vita al Signore. Pregherò per diventare migliore. Il mio destino sarà nelle mani di Dio e sarà Lui a guidarmi sulla strada della mia vocazione. Probabilmente io non sono fatta per percorrere le strade del mondo, per mettere su famiglia e per avere dei bambini.
Questo mia madre lo deve aver capito. Forse potrò essere madre dei bambini degli altri ed era questo che Dio ha pensato per me. Ora devo solo decidere quale sarà il mio nome, quello che porterò con me nel mio cammino nella Fede. Certo suor Allegra non è molto adatto, me lo ha fatto notare la Superiora, allora ho ripiegato per suor Maria Chiara. Ho scelto questo nome sia perché Chiara era la figlia piccola del fattore al mio paese, che a me sembrava dolcissima, sia perché è la Santa che vedo tutti i giorni sul quadro che si trova nella Cappella dove vado a pregare. Anche a lei piaceva tantissimo la campagna, le cose umili e le creature di Dio.

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