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Si muore un po’ per poter vivere

In amore, Donne, Giovani, musica, uomini on 17 aprile 2016 at 9:46

Cosa avrei potuto dire alla fine del nostro amore? La storia finiva lì, proprio nel momento in cui tu volevi da me qualcosa di più, qualcosa che io non potevo darti.
A pensarci bene, poi, non credo nemmeno che tu lo volessi davvero quel di più. Volevi solo affermare il tuo possesso, murare le tue sicurezze. Non conoscevi altro percorso che quello di farmi prigioniera.
Veramente tu volevi sempre qualcosa che io non potevo darti. Col tempo avrei anche imparato che molti uomini volevano da me tante cose che io non sapevo o volevo dare: la sicurezza, l’esclusività, la dipendenza, la sottomissione, un “per sempre” che io rifuggivo.
Accidenti, ma perchè io non volevo un “per sempre”? Me lo sono chiesta tante volte, mentre mi accorgevo che non volevo l’esclusiva di nessuno, di nessun uomo, nessun amico, nessun amante e nemmeno del mio gatto.
La vita era una scelta continua, così si sceglieva con chi stare, chi amare, a chi essere fedeli, ma era sempre una scelta personale, unilaterale, non valeva per due.
In effetti, questo, nella mia testa, mi avrebbe dovuto garantire quella libertà che invece gli altri non mi davano mai. Io ero una donna onesta e fedele, in linea di massima, ma non per sempre. Ossia ero onesta, perchè dicevo sempre la verità e una fedele che, però, non poteva fare a meno di una scappatoia.
Non soffrivo di gelosia, la consideravo il frutto dell’incapacità di capire gli altri, e se la vita è sempre una scelta, anche i rapporti con altre donne o uomini, lo erano, e quindi alla fine portavano solo a responsabilità e alle dirette conseguenze.
Ecco perchè la nostra storia era finita, ma era difficile spiegartelo, era difficile accettarlo: io ero una cattiva ragazza, almeno lo ero per i tuoi canoni di maschio italiano.
Avevi tentato tutto il possibile per sradicate in me la voglia di libertà e di autonomia, l’indipendenza innata del mio carattere, la voglia di sapere e di sperimentare, la gioia e l’entusiasmo per le cose e le persone e anche e soprattutto quella voglia di rompere gli schemi che tu chiamavi “rompere le palle”.
“Ma, allora, se non vuoi rendere definitivo il nostro rapporto, vuol dire che non ci tieni come ci tengo io. Vuol dire che non è il rapporto che credevo. Vuol dire che potrebbe finire qui…”
Ed io da persona onesta avevo risposto: “Sì….” “Ho bisogno di tempo per capire, lasciami spazio per pensare”, solo per non dire: impara a vivere senza di me, abituati alla mia assenza.
Eh sì, sciogliere i legami è doloroso, si muore sempre un po’ per poter vivere. Io lo sapevo, ora dovevi impararlo pure tu.
Avrei anche pensato che questa piccola morte, ti avrebbe insegnato qualche cosa, ed invece no, il tempo mi avrebbe dimostrato che chi nasce quadrato non diventa tondo, e tu ne eri l’esempio. Percorresti la stessa strada per poi sbagliare tutto. Almeno quelle cose che tu reputavi importanti: la sicurezza, il controllo, i soldi, le infrastrutture che diventano apparenze. Non hai mai fatto i conti con la vita, la tua e quella degli altri, ma d’altra parte tu eri così, come io ero io e non potevamo mai diventare davvero un noi, un vero noi e per fortuna io lo avevo capito.
“Arrivederci amore, ciao, le nubi sono già più in là, finisce qua, chi se ne va che male fa….”

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I tempi stanno cambiando??? Tu lo sai che io so che non è vero.

In Giovani, La leggerezza della gioventù, musica, personale, poesia, politica on 31 marzo 2013 at 14:06

notwar

The Times They Are A Changin’ (1964) – Bob Dylan

Venite intorno gente
Dovunque voi vagate
Ed ammettete che le acque
Attorno a voi stanno crescendo
Ed accettate che presto
Sarete inzuppati fino all’osso.
E se il tempo per voi
Rappresenta qualcosa
Fareste meglio ad incominciare a nuotare
O affonderete come pietre
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite scrittori e critici
Che profetizzate con le vostre penne
E tenete gli occhi ben aperti
L’occasione non tornerà
E non parlate troppo presto
Perché la ruota sta ancora girando
E non c’è nessuno che può dire
Chi sarà scelto.
Perché il perdente adesso
Sarà il vincente di domani
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite senatori, membri del congresso
Per favore date importanza alla chiamata
E non rimanete sulla porta
Non bloccate l’atrio
Perché quello che si ferirà
Sarà colui che ha cercato di impedire l’entrata
C’è una battaglia fuori
E sta infuriando.
Presto scuoterà le vostre finestre
E farà tremare i vostri muri
Perché i tempi stanno cambiando.

Venite madri e padri
Da ogni parte del Paese
E non criticate
Quello che non potete capire
I vostri figli e le vostre figlie
Sono al dì la dei vostri comandi
La vostra vecchia strada
Sta rapidamente invecchiando.
Per favore andate via dalla nuova
Se non potete dare una mano
Perché i tempi stanno cambiando.

La linea è tracciata
La maledizione è lanciata
Il più lento adesso
Sarà il più veloce poi
Ed il presente adesso
Sarà il passato poi
L’ordine sta rapidamente
Scomparendo.
Ed il primo ora
Sarà l’ultimo poi
Perché i tempi stanno cambiando.

L’abito non fa solo il monaco, ma anche il Papa…. Francesco d’Assisi sul mercato

In amore, Anomalie, Cultura, Donne, Economia, Giovani, Informazione, politica, Religione, uomini, Vaticano on 18 marzo 2013 at 10:46

le pecore del pastore

Francesco d’Assisi sul mercato
ovvero : L’ABITO NON FA SOLO IL MONACO MA ANCHE IL PAPA
(di Bruno S.)

Oggi stavo guardando le immagini televisive sulla prima apparizione domenicale del novello Francesco. Tenendo ferma l’evidenza del ruolo decisivo dell’ideologia religiosa cattolica nella costruzione di un modello di rapporto uomo/donna da diffondere come “valore universale”, e ( all’ interno di questo ) della funzione centrale della “sacralità” del matrimonio per la codificazione dei “valori” della “famiglia” , mi stavo chiedendo su che cosa sia fondata la “credibilità” o il “carisma mediatico” ( per le moltitudini dei “fedeli” riuniti in trepida attesa di una buona novella ) del messaggio di un Padre Padrone che si presenta travestito da amico dei “poveri”, come un Francesco d’Assisi redivivo, utilizzando ( quale metafora del “rinnovamento”! ) il linguaggio quotidiano della gente , mentre è perfettamente cosciente di essere a capo di una struttura globale di potere economico che sostiene e alimenta proprio la produzione di massa della povertà a livello planetario. Il doppio volto della carità cristiana, divenuta nei secoli una fonte inesauribile di potere tramite la pratica delle elemosine.
Scrivendo queste righe, mi rendo conto di che cosa voglia dire essere nato, cresciuto e diventato vecchio dentro una tradizione “non cristiana”, ai margini di una preponderante società cristianizzata ed imbevuta del mito del dio fattosi uomo per la salvezza dell’umanità. Al mio paese ( Biasca, Cantone Ticino, Svizzera ) esisteva una tradizione non cristiana secondo la quale le persone defunte, vissute sempre senza mai aderire al cristianesimo, venivano seppellite con il simbolo di un cuore ( scolpito in legno, chiamato ” tap ” nel nostro dialetto ), proprio per distinguerle, anche da morti , dalle persone sepolte con il simbolo della croce. Una tradizione ormai scomparsa di fatto, ma che riguardava una parte significativa di famiglie. Mi sono spesso chiesto come mai questo bisogno di distinguersi dai “cristiani” avesse avuto senso anche dopo la morte, dentro una piccola comunità contadina. Negli anni giovanili avevo anch’io seguito l’interpretazione che la spiegava con “l’anticlericalismo”, quello che poi il movimento socialista da fine Ottocento aveva anche presentato come ideologia “laica”. Ma siccome fin da molto giovane avevo sempre pensato di non aver alcun bisogno di negare l’esistenza di un dio, ( per dare senso alla mia vita la definizione di “ateo” mi sembrava un non sense ), sono stato portato a pensare che quel bisogno di distinguersi dai cristiani fosse da considerare la pura e semplice testimonianza e riaffermazione di un diritto alla libertà di pensiero, proprio di fronte ad una forza contraria, preponderante ed oppressiva, che cercava, attraverso la Chiesa, di imporre una determinata interpretazione del mondo. E non certo per il gusto di aver ragione, ma solo perché il “controllo” del pensiero delle persone a proposito “del bene e del male” era socialmente decisivo per far accettare le condizioni materiali e le regole che codificavano l’esistenza delle disuguaglianze sociali. Quindi per uno scopo di “potere”.
Seguendo questa interpretazione, oggi, e per tanti altri motivi, credo che sia assolutamente fondamentale porsi la domanda di quale sia il ruolo della Chiesa cattolica nel diffondere criteri interpretativi su tutta una serie di problemi della vita associata, non in quanto “chiesa organizzata per la gestione della religione” ma in quanto struttura mediatica organizzata, in grado di utilizzare l’ideologia cristiana per condizionare le percezioni del reale , della vita in tutti i suoi aspetti quotidiani. Fra tutte le ideologie, quella cristiana ha l’enorme vantaggio di riuscire a far credere di essere depositaria anche di una risposta relativa alla morte, ed alla vita dopo la morte. La “sacralità” dei “valori” promossi ha il suo fondamento in una teologia che, fra le altre cose, ha sempre dedicato uno spazio privilegiato al ruolo della donna attraverso l’immagine della Madonna , la madre di dio, cui si lega l’intera costruzione dell’immagine del dio salvatore, e la stessa funzione del concetto di Trinità. Che questo modello teologico sia nel contempo un modello per l’interpretazione del rapporto uomo/donna, e che sia oggi veicolato non solo dalla Chiesa ma da una infinità di media, pervasivi della vita quotidiana, è il tema su cui bisogna riflettere.
Che tutto questo sia ANCHE un insieme di “valori” che esprimono un punto di vista “maschile” è altrettanto indubbio. Ragione per cui le lotte per l’autodeterminazione del “corpo delle donne” hanno una precisa funzione di denuncia. Ma a me sembra sempre più evidente che non basti rivendicare la necessità di un punto di vista “femminile” sull’intero arco dei problemi personali e sociali, perché ciò che costituisce il punto di forza del modello che abbiamo di fronte è la RELAZIONE tra i due sessi, sono le caratteristiche DEL RAPPORTO tra i due sessi, attraverso cui sono veicolati i cosiddetti “valori cristiani”. Quel rapporto è condizionato dalla “sacralità” che gli si attribuisce, e che discende dal mito della Trinità come struttura fondante della vita. Bisogna abbattere le fondamenta di questo mito se vogliamo costruire e diffondere un diverso modello di relazione, per l’uomo come per la donna. Senza dimenticare che tutti i cosiddetti ruoli “naturali” ( o biologici )dei due sessi, sono in realtà pervasi dall’ideologia di cui stiamo parlando, e sono invece spesso venduti come se fossero determinati da leggi divine.

(da un commento al post Da donna a donna di Bruno S.)

Le grandi manovre di pochi potenti decidono la vita di uomini stanchi…

In amore, musica on 14 giugno 2012 at 20:32

Se è vero che adesso possiamo parlare
di libera scelta del bene e del male
di tecnologia votata a cambiare
ti chiedi a che prezzo e chi deve pagare.
Le grandi manovre di pochi potenti
decidon la vita di uomini stanchi
di generazioni costrette a sparare
per credo o per noia ma spesso per fame.
E se vuoi scrivere una canzone apri il giornale c’è l’ispirazione.

L’amore che cerchi l’amore che vuoi
non farti ingannare non fermarti mai
non chiudere gli occhi non chiuderli mai
l’amore che prendi l’amore che dai
l’amore che prendi l’amore che dai…

Sei dentro o sei fuori dal gioco virile
dal culto del forte o dell’apparire
qualcuno che vuole cambiare la storia
denunciano un vuoto di poca memoria.
Discorsi importanti regalan speranza
ma intanto son chiusi dentro una stanza
se senti il bisogno di un po’ d’amore
mettiti in fila che c’è da aspettare
scaldati all’ombra di un raggio di sole
gioca più forte non ti fermare.

L’amore che cerchi l’amore che vuoi
non farti ingannare non fermarti mai
non chiudere gli occhi non chiuderli mai
l’amore che prendi l’amore che dai
l’amore che cerchi l’amore che vuoi
non farti ingannare non fermarti mai
non chiudere gli occhi non chiuderli mai
l’amore che prendi l’amore che dai.

(L’amore che cerchi l’amore che dai – Nomadi)

Globalizzazione e la Guerra dei Generi

In Cultura, Donne, Economia, Gruppo di discussione politica., Guerra, Informazione, Istruzione, Parola di donne, politica on 21 maggio 2012 at 8:16

Punto G: Genere e Globalizzazione

“E’ il femminismo il vero umanismo, e il pensiero politico che unifica tutte le grandi utopie: quella socialista, quella pacifista, quella nonviolenta, quella anticapitalista. Il vero obiettivo comune da raggiungere è la solidarietà tra le donne, una solidarietà politica nella quale si esaltino le cose che ci uniscono e si continui a lavorare su ciò che ci divide.” (Nawal El Saadawi, simbolo dela lotta delle donne per la laicità, la democrazia e la secolarizzazione nei Paesi del Medio Oriente).
La globalizzazione che stiamo subendo sta modificando antropologicamente il nostro agire, pensare e sentire. Non è globalizzazione dei diritti, delle risorse, delle competenze, del benessere. Non è la globalizzazione dei saperi, ma quella dove le disparità e in primo luogo quella di genere, trionfano e imperano.
“La globalizzazione non è solo l’interazione culturale tra le diverse società, ma l’imposizione di una specifica cultura su tutte le altre” racconta Shiva Vandana nel suo Biopirateria (Cuen). “La globalizzazione non ricerca affatto l’equilibrio ecologico su scala planetaria. E’ la rapina messa in opera da una classe, e spesso da un solo genere, nonchè da una singola specie su tutte le altre.”
Dice l’economista Christa Wictherich: “E’ evidente che la globalizzazione neoliberista non è ne un processo neutro rispetto al genere, né una giocata vincente per chiunque, come si usa proclamare. Ha tendenze fortemente non egualitarie, tra e entro le nazioni, fra i generi e fra le donne. Ciò dà come risultato una polarizzazione del mercato del lavoro e del tessuto sociale”.
Fa eco in Italia una storica del movimento femminista italiano, Lidia Menapace: “Rivolgo agli uomini un caldo appello perchè finalmente vadano oltre il loro triste monotono insopportabile simbolico di guerra, che trasforma tutto in militare: l’amore diventa conquista, la scuola caserma, l’ospedale guardia e reparti, la politica tattica, strategia e schieramento. In questo modo non si va oltre lo scontro fisico in uniforme e i poteri forti si rafforzano sulla nostra stupidità”.
Shiva Vandana completa: “Dovunque la globalizzazione porta alla distruzione delle economie locali e delle organizzazioni sociali. Con sensibilità e responsabilità spetta a noi – chiunque siamo e dovunque ci troviamo – riconciliarci con la diversità. Dobbiamo imparare che la diversità non è una ricetta per il conflitto e il caos, ma la nostra sola possibilità per un futuro più giusto e più sostenibile in termini ambientali, economici, politici e sociali. E’ la nostra unica strada per sopravvivere”.

(tratto da “Cassandra. Le idee del 2001 e i fatti del decennio” Progetto Comunicazione – estrapolato dall’articolo di Monica Lanfranco (www.monicalanfranco.it; http://www.mareaonline.it; http://www.radiodelledonne.org)

Tutti eroi anzi agnelli

In Anomalie, Mala tempora currunt, politica, uomini on 25 ottobre 2011 at 22:54

Mi chiamo Giuseppe e sono un poliziotto. Sì, sapete uno di quelli malpagati, ma che ormai c’è dentro e si adatta. Veramente non tutti sono come me, c’è anche chi ci crede o che fa finta di crederci, ma non mi piacciono quelli, perchè riescono a fare il nostro lavoro, ma si prendono delle gratifiche extra e fanno cose… che a me non va di fare.
Sabato scorso ero a Roma, mi hanno mandato con la mia squadra da un commissariato di fuori. Io sono nato al nord e a Roma ci sono stato solo qualche volta, ma tanto vale perchè dalla caserma si esce poco e poi a che fare? Nel mio gruppo siamo tutti giovani e non abbiamo ancora fatto il callo quando il capo ci tratta come dei coglioni, ma questo è il mio mestiere e mi dà da mangiare.

Dicevo: sabato eravamo di servizio alla manifestazione di quei fessi che sono qui solo per darci il tormento. I nostri dirigenti non ci hanno detto niente di quello che poteva accadere, però ci hanno chiarito una cosa: “State in campana, ma qualsiasi cosa succeda, paratevi il culo. Insomma non si interviene, per quello ci pensa la Mobile che loro sanno cosa fare.”
Antonio che è figlio di un carabiniere ha chiesto: ” Ma sono previsti disordini?” e quelli hanno risposto: “Ma a te che te ne frega. Se succedono sono cazzi loro.” E se ne sono andati ridendo. Antonio ha aggiunto: “Anche stavolta ci mandano a sgozzare l’agnello”.

Lui ne sa di più perchè ha esperienza e poi si può dire che in casa sua tutti hanno i piedi piatti. Ci dice che la figlia di 17 anni di sua sorella va alle manifesazioni, lui alla sua non lo permetterebbe mai, preferirebbe aprirgli la testa piuttosto, così almeno non trova nessun collega che glielo fa per lui. A volte penso che sia fin troppo cinico, ma se dice questo, una ragione ci sarà pure.

Io queste cose non le capisco. Non mi interesso di politica mi faccio sempre i cavoli miei, ma quando mi sento preso in mezzo, provo una rabbia che non posso spiegare. Non capisco perchè ci sono 4 cretini che fanno le manifestazioni e che mi impediscono di fare turni decenti quasi tutti i fine settimana. Se ne stessero a casa loro, sarebbe meglio per tutti. E poi che vengono a fare? Non hanno ancora capito che qui non si leva un ragno dal buco. A noi che teniamo bordone a questo governo, ci lesinano i soldi persino per la carta igienica pensa che nemmeno la benzina ci danno per fare il nostro lavoro. Ma ti pare che dobbiamo prenderci le maledizioni da tutti… e a che pro?

Così io penso, perchè ho deciso di entrare in polizia proprio per non dover tutti i giorni sbarcare il lunario. Intanto di coglioni da arrestare ne trovo sempre e il lavoro non manca. Non credevo che poi alla fine mi trovavo ancora a lesinare il pane… ma non è per questo che ho cominciato a parlare, almeno non è solo per questo… Sabato mi sono sentito una merda, ma mica perchè sono successi quei fatti lì, quelli sono fatti che capitano sempre. Siamo abituati. Solo che questa volta ci hanno esposto noi ai pericoli senza permetterci di muovere le mani per difenderci e disfare quei quattro esaltati che ci prendevano in giro. Vero che non erano proprio quattro, ma solo pochi a parer mio la stavano facendola fuori dal vaso. Io ci ho occhio per queste cose e capisco chi sarebbe meglio prendere e buttare nel pattume. Ma l’ordine era: non intervenire. Antonio era molto nervoso, aveva voglia di menare le mani, diceva che non si poteva fare così, che qualcosa non quadrava e che quell’organizzazione iniziale e i disordini sapeva tanto di militare.

Abbiamo chiesto varie volte rinforzi, ma ci dicevano che erano impegnati su altri fronti, oppure che ci avrebbe dato una mano la Finanza. Allora Antonio è andato su tutte le furie. Che ci fanno quelli con noi? Ma allora è vero che ci mettono qui sperando che siamo noi a fare gli agnelli.

A questo punto ho pensato che, sia che stai da una parte che dall’altra, non c’è scampo. Sei una pedina in mano al potere. E questo mi faceva incazzare anche perchè ormai era tardi e noi avevamo in stomaco solo un panino da mezzogiorno. E poi l’odore dei lacrimogeni veniva anche dalla nostra parte  e arrivavano i sassi  e le imprecazioni. Eravamo noi a dover fare l’agnello sacrificale come aveva detto Antonio. E sinceramente non mi pagano a sufficienza  per rimetterci la vita. E pensare che avevo illusioni su come mi sarei sentito a fare questo mestiere. Pensavo che mi sarei sentito orgoglioso della divisa. Bel fesso sono. Che poi nemmeno la divisa ci passano e dobbiamo arrangiarci coi jeans che per la verità non sono d’ordinanza. E io che pensavo che avrei fatto l’eroe e che avrei avuto una vita sicura… ma sicura di che?  Una volta finisco con il manganellare le nipote dei miei colleghi e un’altra sto qui a farmi manganellare dai miei colleghi vestiti da teppisti, o forse no. Chi può dire che sono colleghi quelli. Forse Antonio vede troppi film americani. Forse noi siamo davvero eroi dei nostri tempi.

(ogni riferimento a fatti e persone realmente esistiti è puramente casuale e poi chi può immaginare che le forze dell’ordine possano parlare e agire così? Nessuno, esiste solo nei brutti racconti di fantapolitica)

Accecate dall’invidia.

In Donne, Ironia, uomini on 20 settembre 2011 at 14:18

Da ieri, ma con valore retroattivo, mi è stato detto che noi donne italiane, di fronte alla “bellezza di successo”, ossia quella che porta alla presenza e al letto degli alti vertici dello Stato, abbiamo una reazione di bieca invidia. La cosa mi ha messo sul chivalà. Ma allora è bassa invidia guardare certi personaggi importanti come dei voraci predatori, dall’aria schifosamente viscida e inaffrontabile? Voglio dire è tutta invidia quella che provo per la “escort” di turno, che si intasca l’obolo per la sua bellezza? Insomma il mio rammarico è che non ho più il fisico e l’età per essere passata di mano, usata e stropicciata da quattro vecchi bavosi? Già, non lo sapevo, che il desiderio repesso della mia vita è sempre stato quello di entrare a Palazzo da bipede e finire la serata da materasso, che poi mica basta stendersi cara Terry De Nicolò, bisogna pure “attivarsi” in modo concreto e forsennato. Il successo a quel livello porta molto spesso ad una grande faticaccia, che ti viene riconosciuta certamente nella bustarella finale, ma la fatica resta e lo schifo pure. Non sarà mica anche questa colpa della nostra assurda invidia?
Francamente, con tutte le differenze del caso, mica perché non fossi caruccia, ma perché mi veniva offerto un lavoro di responsabilità, come coordinatrice nell’Ufficio Stampa e come PV (che starebbe per porta voce) nella segreteria di un noto politico locale, mi sono trovata nell’evenienza di rifiutare, ringraziando sentitamente. Un “lavoro” di quel genere non mi era congeniale, sai com’è: l’invidia…! Ma non volevo rischiare di trovarmi le sante mani di questo grande “personaggio di successo” in luoghi molto privati, magari in cambio di qualche bella cena in buona compagnia, che tra parentesi, da questo attacco avrei anche saputo difendermi. Quello che per me era inaccettabile, ma forse per te cara Terry è una bazzeccola, sarebbe stato mettere a servizio di una causa e di un uomo per cui non avevo la minima stima e considerazione, la mia modesta intelligenza e competenza. Ma si sa, la bellezza sfuma e bisogna farla fruttare. Hai ragione bella mia, noi donne comuni non facciamo che roderci tutte le notti per i vostri trionfi di belle “patonze”. Ma cosa vuoi abbiamo almeno una consolazione: all’arrivo della prima ruga ci risparmiamo la fatica e la spesa di un tempestivo suicidio senza appello. Sarà poco, ma è quello che mi consente di diventare serenamente vecchia e di non dovermi sputare su di un occhio ogni volta che mi guardo ad uno specchio.

La lunga lezione

In Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 25 luglio 2011 at 9:51


Non sono nata per essere una grande analista politica, io vivo solo il mio tempo, con tutte le contraddizioni che comporta. Io sento l’aria. Annuso. Percepisco, e non so spiegare quello che sento. Ecco perchè, forse, dovrei lasciare spazio solo a chi ne sa più di me. Ma le mie parole non hanno la presunzione di diventare delle verità assolute. Il mio modo di guardare il mondo serve solo a me stessa e forse trova assonanza solo con quelli che come me vivono di stupori e ancora di entusiasmi.
In questi giorni sono tornata in piazza, forse non per la prima volta, ma almeno con una nuova energia, che nel tempo avevo perduto. Sono tornata dopo l’inizio incerto, ma rabbioso del ’68. Allora la piazza ci apparteneva, sembrava una piazza diffusa, mondiale, e forse lo era. Ma non era tutto, non era di tutti. Basta guardare che già da allora il ’68, vissuto fuori dalle grandi città non era niente, solo uno sbarluccichio della televisione. I ragazzi non erano tutti uguali, se non per una moda che ci accomunava, quello sì, senza guardare in faccia e senza chiedere la localizzazione geografica. Dovevamo imparare fin da allora che la televisione ci avrebbe perduto. Dovevamo capire che il potere che reggeva le fila del mondo, era più forte di noi tutti. In effetti quei ragazzi si trasformarono nelle nuove leve del potere, presero il posto dei loro padri dismessi e allevarono figli senza la vera volontà di lasciarli decidere del loro futuro. Sembra quasi che quella generazione, nata dalla lotta, non abbia abbandonato un unico vezzo: l’idea di essere eterni. Invece il mondo è cambiato, sempre di più intrappolato in quel sistema che ci vuole obbedienti a quelle regole che vorrebbero garantire il progresso economico e il benessere di pochi a scapito di molti.
Sabato ero in piazza. Non una nuova piazza perchè quella numerosissima e coraggiosissima si era mostrata dieci anni fa sulle strade barricate di una Genova assolata. Io ci sono tornata perchè lo consideravo un dovere. Una denuncia che la nostra attenzione non è mai venuta meno, assieme alla nostra memoria. Perchè io sono certa che un mondo senza memoria non ha futuro. Ho percorso le strade insieme ad una moltitudine di persone. Ragazzi che allora non c’erano e adulti che a quel tempo erano ragazzi. Molti di loro che si sono portati appresso quella ferita mai più rimarginata. Quasi tutti portandosi addosso una sensazione di sconfitta e di vaga vergogna. Eppure loro c’erano e sono stati picchiati e vessati. Loro avevano ragione e noi torto e sono stati colpiti al cuore. E noi, gli assenti, abbiamo vissuto una doppia ferita e una doppia vergogna: il non esserci stati e il non aver condiviso tanta ingiustizia e dolore. Certo non è prendendo manganellate che si impara una lezione e mica sempre la lezione impartita genera maggiore conoscenza e coraggio. A volte genera solo paura e rinuncia. Molto spesso ci cambia.
La piazza di Genova 2011, dieci anni dopo, è una piazza cambiata. Sempre di più c’è la consapevolezza della schiavitù che il sistema impone. Lo strapotere del denaro sulla vita di ciascuno. La predominanza di una economia globale esclusiva sullo sviluppo equo e solidale di paesi depressi e depredati. Abbiamo imparato che una piazza non basta a salvarci dalla crisi di un sistema che intende farla pagare a chi meno ha, ma che per numero può fare la differenza. E’ proprio lì, che si scovano nuovi mercati e maggiori sfruttamenti. Ma io, tanto meno sono in grado di analizzare l’economia mondiale. Posso solo dire che oggi mi sento più povera e più depredata, visto che i nostri figli non hanno nemmeno un barlume di futuro. Visto che i miei, nostri, sogni sono stati uccisi in mille piccole guerre, in tante grandi ingiustizie, in maneggi economici impietosi di uomini senza scrupoli, ciechi ed ottusi.
Ho portato, insieme ad altri, in quella manifestazione, il messaggio “Restiamo Umani” in memoria di Vik, ma anche di tutti quelli che sono caduti nel tentativo di rendere questo mondo migliore. E un mondo migliore potrà essere possibile solo se tutti ci crediamo e ci operiamo per renderlo attuabile. Basta il nascondersi dietro a mille giustificazioni e paure che si vestono, per sopravvivere, da principi inderogabili. La lezione dovremmo averla imparata tutti, perchè è da lungo tempo che ci viene impartita: “Anche se noi ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti…” e ogni volta che chiudiamo gli occhi ed il cuore consentiamo all’egoismo e agli interessi privati di farla da prodroni. Consentiamo di essere depredati della nostra dignità. E’ solo attraverso la partecipazione e la forza di volontà che si può mettere fine alle ingiustizie, alla fame, alla sete e alla cancellazione dei diritti primari di popolazioni intere. E’ solo attraverso la conoscenza che i segreti di questo “mondo” malato ci vengono svelati. Diamo spazio alle idee, diamo spazio ai nostri figli, a tutti i nostri figli, perchè è loro il domani ed è loro il mondo. Diamogli una possibilità. Consentiamogli almeno questo. Un piccolo sogno da trasformare in realtà: Un mondo migliore è possibile.

Odio gli indifferenti

In Antifascismo, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 23 febbraio 2011 at 5:21

Foto di Antonio Gramsci propriettata sullo sfondo al Festival di Sanremo 2011Avevo già in mente tra i “Materiali resistenti” di ricordare Antonio Gramsci. Lo volevo ricordare attraverso un altro suo scritto. In maniera diversa. Per sviluppare un discorso diverso. Il fatto che due comici, Luca e Paolo, lo citino a Sanremo, davanti ad una sua foto gigantesca (sopra riprodotta), è una cosa talmente insolita che mi spinge a farne cenno qui e ora. Mi riservo di tornarci con quanto mi ero precedentemente prefisso. Nel frattempo cerco di vincere la sorpresa per un festival della canzone di cui l’ultima cosa che ricorderò sono le canzoni e non per colpa delle stesso. Scuoto la testa da quel senso di beata ebetudine per rendermi conto che l’hanno fatto veramente.

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Chi ha paura dell’Uomo Nero?

In Anomalie, La leggerezza della gioventù, Senza Categoria on 8 ottobre 2010 at 8:30

Mi alzo come ogni mattina con una sensazione di smarrimento e contemporaneamente di nausea. Questa è la croce di tutte le mattine. Ho come la sensazione di non sapere dove sono e nemmeno chi sono e come se qualcosa di terribile mi stesse succedendo.
Pensandoci bene non ricordo un giorno, che al mattino, mi sia sentita diversamente, nemmeno quando avevo i bambini piccoli che mi svegliavano durante la notte. Eppure sono nella mia casa, tra le mie cose, con un marito abbastanza affettuoso. Certo è un tipo con la testa fra le nuvole, ma alla fine fa quello che deve fare senza troppi problemi. E poi i figli sono grandi. In casa non vengono più. Si sono fatti la loro vita e io sono contenta, insomma, quasi contenta. Mio marito mi dice sempre: “Sarai mai soddisfatta una volta?” Ma come si fa ad essere soddisfatti se la vita è tanto avara? Se le soddisfazioni sono così poche?
Come prima cosa c’è che abbiamo sempre stentato di mettere assieme il pranzo con la cena. Il suo lavoro che era da poco e poi il mio… L’ho lasciato certo, ma quando hai figli da crescere mica puoi tenerti il lavoro, no? Insomma i figli al primo posto. Poi è difficile riprendere a lavorare e ci si trova vecchi in un attimo. Comunque adesso sono più tranquilla, i figli sono sistemati e mio marito è in pensione. Dovrei poter dormire sonni tranquilli ed invece no. Senza contare poi i risvegli.
La notte è un susseguirsi di sensazioni estreme che vivo nel buio più profondo. Sono sempre lì, nel corridoio della mia casa da ragazza. Il corridoio è buio perché porta ai depositi del condominio. Io sono ragazzina, porto i calzini e il vestito rosso coi volant che mi piaceva tanto.
Cammino incerta nell’oscurità scorrendo con la mano il muro. Cerco quella porta. Sento odore di legna e di carbone, un odore di carta marcia ed impolverata, sempre quell’odore che mi fa paura. Odore di buio. Odore di notte. Mi fermo sulla porta e una mano mi afferra dietro al collo e mi attira dentro. “Ma perché ci vengo?… Ancora una volta. Perché?” Io so che comincerò a tremare e che le gambe mi si trasformeranno in ricotta. E Lui è lì. Sento il suo odore. Un odore , ferino, che si fa sempre più forte mentre le sue mani mi ghermiscono. Il suo corpo è buio e deforme. Mi si schiaccia addosso, si struscia in una frenesia senza limiti…
Lasciami respirare… per favore, ti prego.” vorrei gridare ma non ne ho la forza. Il suo respiro è forte, è rumoroso, raschia come in fondo ad un barile. Una mano mi tappa la bocca e l’altra, in una corsa affannata, mi accarezza e strizza sotto il vestito.
Non farmi male, ti prego!” Ma non riesco a parlare. E’ colpa della sua mano. E’ colpa della mia paura. Lo so, dovrei scappare, ma le gambe non mi reggono. Mi abbassa le mutandine e mi tocca senza tenerezza e riguardo. Mi solleva in alto e si infila nel mio corpo. Mi fa male, ancora male, ma il dolore non è più lo stesso del primo giorno. Ora si confonde, si mescola. Sento dentro allo stomaco qualcosa che mi si scioglie e mi scende fino alla sua mano e poi giù ancora in mezzo alle gambe. Sento la testa che mi scoppia e con le mani tengo il vestito sollevato.
Lo so, non dovevo venire eppure non posso non farlo.” Le mani di lui, nere ed informi, mi fanno sentire diversa, più grande. Mi sento piena di paura, ma anche orgogliosa perché Lui cerca me. Vuole me. Solo io riesco a fargli provare quel tremito che lo coglie alla fine e lo fa gridare nel silenzio.
Mi fa scivolare a terra. Penso al vestito: “Si sarà sporcato?” Se si sporca dovrò giustificarmi e poi mi chiederanno dove sono stata e perché sono tornata tardi. Mi prende l’ansia e mi sistemo le mutandine, metto a posto il vestito e mi annuso le mani che sanno di metallo e di notte.
Lui mi fa scivolare la sua enorme mano attorno alla gola e mi dice: “Tu non hai paura dell’Uomo Nero, vero!” Quasi in un sussurro io rispondo “No, non ho paura…” e mi sento ardita e folle. Coraggiosa e indomita. Mi sento selvaggia come niente e nessuno mi ha fatto sentire mai. Mi cerca per un’ultima volta sopra l’abito, trova il seno e mi pizzica un capezzolo.
Solo di giorno so dare ogni nome al mio corpo. Ma nelle notti, agitate dai sogni, quello è solo il mio bottoncino rosa. “Tornerai domani vero? Lo sai che ti aspetto? Domani ti farò volare come una farfalla… proprio come una farfalla.” Ridendo mi allontana bruscamente da sé spingendomi verso il corridoio. Io mi metto a correre e ho il cuore che mi batte all’impazzata. E penso: “Domani volerò come una farfalla… l’ha detto l’Uomo Nero, devo tornare ancora e ancora.” Mentre mi allontano di corsa sento, nel buio, la sua risata ed è strano, c’è qualcosa in quella risata che mi disturba, come se fosse una cosa che stona e che mi mette in ansia. Ma certo, lo capisco, è semplice, ride proprio come rideva il mio vicino di casa. Ricordo che si allontanava sempre ridendo quando mi incrociava sulle scale e mi diceva con quella voce strana e roca: “Ti sei fatta una bella mocciosetta, proprio da leccarsi i baffi…”
Ma guarda che sogni faccio! E poi così veri che  mi sembra di averli vissuti. Mi lasciano, non so spiegare come: calda e palpitante. Strani scherzi fa la notte. Strane densità ha il buio.
Poi mi sveglio al mattino in quello stato da zombi. Però se di notte mio marito si sveglia perché mi agito troppo, io mi sento tutta sottosopra e provo la voglia di farmi toccare lì, tra le gambe. Per la verità sono le uniche notti che fra noi funziona, io mi sento veramente eccitata e provo sempre un grande piacere. Mi sento bella come non sono mai stata e mi pare di avere un enorme potere, di essere una donna speciale, importante, come mi sentivo in quel locale in fondo al corridoio, come nei miei sogni, quando riuscivo a governare la paura dell’Uomo Nero.

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