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Tempo senza pietà

In Amici, Anomalie, personale on 9 luglio 2013 at 8:43

Marylebone Cricket Club members wait in a queue outside the ground before the second Ashes test cricket match between England and Australia at Lord's Cricket Ground
La percezione del valore del tempo credo sia soggettiva. Io col tempo ho avuto sempre un discreto rapporto, direi quasi buono. Ho accettato i cambiamenti che ha portato sul mio corpo, un po’ meno su quelli che cercava di portare nel mio modo di pensare e di agire. Involontariamente, però, il tempo agisce sul corpo delle persone in modo tale che non si riesce più a farcela a sostenere i “principi fondanti” del proprio essere.
Esempio è che per carattere vorrei dopo una stressante giornata di lavoro, farmi una doccia veloce e andare a quel benedetto cineforum culturale che tanto aspettavo, anche se contemporaneamente potrei passare a quell’incontro irrinunciabile sulla “green-economy”, senza contare che alla fine, prima di tornare a casa potrei, trovarmi con qualche amico al pub per parlare un po’ di politica o degli ultimi eventi in Egitto o Turchia.
Ovviamente ho la testa che è pronta a tutto, anzi ancor prima di pensare ho già fatto, ma non così il mio corpo che batte in ritirata e che mi ricorda che sono troppo vecchia per tutte queste attività.
Certo è che ho l’età per essere in pensione, per strafottermi una quantità di televisione per una buona parte della mia giornata, per non occuparmi dei mali del mondo: in fin dei conti io, personalmente, per età e condizione non posso farci veramente niente e poi di mali ne ho pure io in quantità industriale.
Ma allora perché non mollo l’osso e schiatto dietro a tutto o almeno a una buona parte di quel tutto, senza ammettere che a volte proprio non ce la faccio più?
Presenzialismo? No, non direi, non mi importa di quello che dicono gli altri, mi importa solo che vorrei sapere e conoscere di più, vivere di più. E se questa è una malattia, allora sono certa, io sono molto malata.
Il problema comunque non è quanto io riesca a voler fare e quanto poi nella realtà io faccio, ma il corollario di amici e conoscenti che non riescono a uscire dalle maglie di una vita di persone di mezza età e in pensione.
Incontro un gruppo di amici seduti al bar davanti al loro caffè decaffeinato (almeno questi non giocano a carte, come quelli del Bar Sport) che mi guardano passare con un po’ di commiserazione negli occhi. Ma dove va quella? Cosa corre a fare? Ma non ha proprio niente di meglio che correre qua e là piena di impegni, perchè non si gode la vita come facciamo noi?
Che poi a me della loro vita non invidio niente. Poche cose da dirsi, niente di nuovo su nessun fronte…
Una coppia di amici: il tempo scandito in risveglio, colazione al bar, lettura di quotidiani, pranzo, pennichella, televisione e cena. Lei che spera che lui vada a letto per riprendersi il telecomando.
Altri due: loro sono sportivi, vanno in barca, e questo è bello almeno per la parte dell’anno che si può fare, ma non si parli delle cose del mondo perchè sono cinici e prevenuti, hanno già visto tutto e non credono più a niente.
Poi c’è l’amica vedova che non sa dove andare e cosa fare da sola, e per fortuna che ha i nipoti di cui occuparsi quando la figlia esce con le amiche o con il marito. Per fortuna i nipoti sono la sua vita.
E via di questo passo, tanta gente stanca, disinteressata, che per veder gente va al bar e per sapere del mondo legge il quotidiano e che già va bene così, visto che c’è anche chi si rintana in casa a guardare la televisione e che televisione.
Il tempo davvero è senza pietà se trasforma la gente, sia i volenti che i nolenti, riducendogli sia i pensieri che i movimenti. Non ha pietà perchè oltre al peso degli anni, dei ricordi e del proprio vissuto, un essere umano deve portarsi addosso anche il peso della sconfitta di non poter più essere un vero attore nel mondo e solo una semplice comparsa. Certo ti consente di esserci, malgrado tutto e comunque, ma perchè non poter essere ancora padroni della propria vita? Oppure perchè pensare che essere vecchi pretenda il prezzo di volare basso, anzi di poter tentare solo dei saltelli che al volo non anelano più.
E non datemi quelli che se li incontrate vi raccontano tutti i loro malanni, come se a saperli tutti, per te, possa essere il viatico che ti accompagna nella vita. Che noia pazzesca.
Sarà per quello che ho trovato un compagno che mi somiglia un po’ e che malgrado una pigrizia atavica, alla fine mi segue o mi anticipa in una corsa divertente che non ha vincitori.
Sarà per questo che da qualche anno mi rifiuto di sedermi in un bar e di portare l’orologio al polso. Un vezzo per sdrammatizzare il passare del tempo e per non perdermi in chiacchere inconcludenti. Un ritorno al vecchio sistema di controllare la posizione del sole o il colore della luce. Chiedetemi che ore sono e vedrete che sbaglio solo di pochi minuti. Chiedetemi la direzione e vedrete che i miei occhi indicheranno sempre: adelante, avanti chiaramente con nessuna voglia di restare indietro. Incapacità di accettare che tutto ha un termine, una scadenza, anzi forse proprio perché la scadenza si fa sempre più vicina, non penso di doverla assecondare mai.
Insomma, non accontentarti mai finché avrai tempo di sognare.

33) Io non ho paura

In Un libro al giorno on 10 luglio 2010 at 12:00

Stavo per superare Salvatore quando ho sentito mia soprella che urlava. Mi sono girato e l’ho vista sparire inghiottita dal grano che copriva la collina.
Non dovevo portarmela dietro, mamma me l’avrebbe fatta pagare cara.
Mi sono fermato. Ero sudato. Ho preso fiato e l’ho chiamata. – Maria? Maria?
Mi ha risposto una vocina soffewrente. – Michele!
– Ti sei fatta male?
– Sì, vieni.
– Dove ti sei fatta male?
– Alla gamba.
Faceva finta, era stanca. Vado avanti, mi sono detto. E se si è fatta male davvero?
Dov’erano gli altri?
Vedevo le loro scie nel grano. Salivano piano, in file parallele, come le dita di una mano, verso la cima della collina, lasciandosi dietro una coda di steli abbattuti.

Soluzione
Titolo : IO NON HO PAURA
Autore: NICCOLO’ AMMANITI
Tema : La storia è ambientata nell’estate del 1978 ad Acqua Traverse, una piccola frazione sperduta nella campagna, in cui i grandi restano dentro casa per il caldo e i bambini giocano nei campi di grano. Il protagonista della storia è Michele Amitrano, un ragazzino di nove anni che per caso, nei pressi di una casa abbandonata, viene a conoscenza di un buco nel terreno nascosto da una lastra di plastica e un materasso, in cui sembra vivere qualcuno. Michele non dice della sua scoperta ai compagni e ritorna a casa molto turbato.

A casa trova il padre, un camionista che ha deciso di prendersi un periodo di pausa per rimanere un po’ di tempo con la moglie e i suoi due figli, Michele e Maria. Michele comincia a chiudersi in se stesso, e quasi ogni giorno ritorna alla casa abbandonata, e scopre che nel buco nel terreno si trova nascosto un bambino, Filippo, con il quale a poco a poco instaura un rapporto di amicizia. Filippo sembra dare segni di squilibrio: crede che lui e tutta la sua famiglia siano morti, e che Michele sia il suo angelo custode.

Un giorno a casa di Michele arriva il romano Sergio, un amico del padre. Quella stessa notte scopre che i suoi genitori insieme a Sergio ed ad altri adulti hanno rapito il bambino per estorcere denaro alla famiglia: lo intuisce guardando un messaggio ai rapitori fatto alla televisione dalla madre. Michele non riesce a tener nascosto il suo segreto, e si confida con il suo migliore amico, Salvatore. Quest’ultimo, in cambio di una lezione di guida, racconta tutto a Felice, un ragazzo più grande e molto violento che il giorno stesso trova Michele insieme a Filippo nel nascondiglio interrato. Convinto che Michele avesse intenzione di liberare Filippo, lo picchia e lo riporta a casa dalla madre. Riportato il ragazzino dalla madre, Felice tenta allora di usare violenza anche su di lei, ma viene fermato dal padre appena rientrato a casa.

Michele è sconvolto: gli è stato ordinato di non andare mai più a trovare Filippo, ma non riesce a far altro che pensare a lui. Un pomeriggio, insieme agli amici, torna alla casa abbandonata e grazie a Salvatore viene a conoscenza del fatto che Filippo è stato spostato in un altro nascondiglio. Quella notte, spinto dall’orribile notizia che i grandi hanno deciso di ucciderlo, decide di andare a liberarlo.

In piena notte Michele si mette alla ricerca di Filippo; proprio quando pensa di rinunciare lo trova, in un luogo scosceso fra le rocce, ma troppo debole per potersi muovere. Michele lo incoraggia, con una corda riesce a tirarlo fuori, e lo convince a scappare, mentre lui, ferito, rimane intrappolato nel nascondiglio. Arriva così il padre di Michele, incaricato dagli altri adulti di andare ad uccidere Filippo. Non riconosce il figlio e gli spara alla gamba. Poco tempo dopo arriva un elicottero e da esso escono dei poliziotti con dei cani, giunti fino a lì alla ricerca di Filippo, a cui il signor Amitrano chiede aiuto per suo figlio, che ora abbraccia, mentre il ragazzo confuso cerca di dire al padre che deve fuggire perché altrimenti verrà arrestato.

Per dare un senso

In amore, personale on 25 giugno 2010 at 22:37

Lui non era mai riuscito ad accettarlo. Come può accettare un padre lo sguardo severo del proprio bimbo che ti guarda, con quegli occhi, come a dire che vuole scusarsi perché non potrà tenerti ancora per mano, perché non saprà crescere ancora vicino a te? Come può un padre dimenticarsi di quel dolore atroce e nascosto che ti arpiona non appena quegli occhi ritornano bambini? Cosa può fare un padre se non farsi divorare dalla bestia immonda dell’impotenza e dell’inutilità.
La madre si sentiva strappare qualcosa dentro, lei aveva combattuto quel male giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, assieme al piccolo. Aveva vissuto assieme a lui molte delusioni e pochi, pochissimi attimi di speranza. Il suo era un dolore devastante, ma l’istinto la teneva all’erta, lei sapeva che con quel bambino anche quell’uomo se ne sarebbe andato, si sarebbe spento assieme ai suoi occhi.
Nessuno può capire. Non esiste comprensione, non sensibilità e nemmeno fantasia che possa farti intendere cosa vuol dire vedere tuo figlio spegnersi con la luce del giorno. “No, non ancora, non andartene piccolo mio, non è ancora tempo, non sono ancora pronto. Non potrò mai farmene una ragione.” Lei, la madre, era annientata. Provava un dolore così atroce che le sembrava di essere anestetizzata, si ficcava le unghie nel palmo della mano per cercare di sentire qualcosa che non fosse quell’assenza di tutto, ma non poteva… non era arrivato ancora il momento di lasciarsi andare e di fluire via da quel caos immobile.
Il bambino aveva suo padre. Lei aveva da pensare a quell’uomo che si stava consumando con il figlio. Lei stava perdendo tutto il suo bene e non poteva, non ce la faceva a lasciarli andare tutti e due insieme. Solo uno si poteva salvare ed era quell’uomo distrutto e senza speranza. Il bambino no, non più. Si era preparata, se mai questo fosse stato possibile, nei lunghi periodi passati in ospedale. Aveva visto altri bambini che si spegnevano come il suo. Quel male non perdonava. Ghermiva i bambini e li spezzava. Aveva stritolato il suo piccolo anche se lei aveva combattuto con le unghie ed i denti per strapparglielo. Non aveva quasi mai pianto. Si era annodata l’anima che era diventata un albero contorto e mostruoso dentro di lei.
Gli altri che la guardavano, dubitavano. Forse anche il padre del piccolo dubitava di lei. Non riusciva a capire come facesse a tirare avanti, così, dritta, come se le emozioni non la toccassero, provvedendo a tutto e a tutti, lasciando quello spazio per il padre vicino al bambino. Era lui che aveva il diritto di raccogliere quegli ultimi attimi, quelle parole pronunciate dal residuo coraggio di un bimbo che non sarebbe mai più diventato un uomo. Era il padre che raccoglieva quelle briciole, quegli sprazzi di umanità e non c’erano carezze e baci abbastanza per dimostrargli tutto l’amore che si portava via da loro. Che senso aveva la vita, se non restava più nessuno a raccogliere quei sorrisi così dolci, quell’amore così esclusivo? Non ci sarebbe stato più un altro giorno perché il sole non avrebbe avuto più motivo di riprendesi il cielo. Il tempo non aveva più spazio, l’aria si era ristretta, nessuno poteva capire, nessuno poteva consolare, niente poteva essere spiegato. Lei non si chiedeva un senso, lei era attonita e con la ragione odiava se stessa. Aveva sensi di colpa che non meritava. Ogni donna ha sensi di colpa, anche per cose futili, ma niente si paragona alla colpa di accettare che un figlio ti sia strappato via, dalle tue viscere, dalla tua pelle.
Moriva la sera e si spegnevano quegli occhi di stelle. Lui aveva consegnato incondizionatamente il suo cuore e la sua vita a quel piccolo bambino. Lei sapeva già tutto, come sempre le donne sanno, conoscono la profondità del dolore e sanno comprendere, anche senza speranza sanno donarsi con l’ultimo respiro che hanno in gola. Ora l’amore era destinato a quell’uomo, era lui che lei avrebbe riscattato, era un uomo distrutto che avrebbe difeso dalle offese della vita. Non sapeva cosa avrebbe fatto, ma era certa che avrebbe trovato la strada per ridare la vita a quell’uomo che aveva perduto tutto e con quel tutto la voglia di vivere. Ci voleva del tempo, ma ci sarebbe riuscita. Non c’era un senso, ma se un senso ci fosse stato, lei glielo avrebbe dato.
Ora era arrivato quel buio, quella notte infida che sapeva distruggere i sogni degli uomini e lasciare dietro a sé il silenzio. Tutto sembrava ombra, immobile ed immutabile.
Dopo tutto questo, non si sa come e perché, ma, il giorno dopo, si levò ancora una volta il sole.

Quel tatuaggio…

In Pietas on 27 gennaio 2010 at 22:08

Quel tatuaggio ci ha tatuato l’anima…

il mio piccolo tributo al giorno della Memoria.

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