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Chi non si accontenta… gode

In Amici, amore, Anomalie, personale on 17 maggio 2014 at 17:47

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“Tu sei sempre stata diversa da noi. Tu non ti sei mai accontentata… hai sempre voluto di più.”

Sembrava una sentenza di morte. Non era un complimento, pareva più un’accusa di tradimento, e al tradimento si risponde sempre con un misto di invidia e rifiuto che lei aveva colto dalla voce dell’amica.
Erano amiche da sempre lei, Diana e Marinella. Magari non si vedevano per lunghissimi anni, ma poi si ritrovavano ed era sempre la stessa cosa, la stessa voglia di raccontarsi, la stessa capacità di ascoltare.
Che lei fosse stata diversa, non le pareva proprio tanto. Aveva fatto solo delle scelte diverse e non era certa che fosse state le migliori. Come si fa a dirlo? A priori? A posteriori? Certamente, dopo tutti gli anni passati, si poteva dire che, a ben guardare, lei aveva avuto una vita particolarmente intensa… ma migliore, forse no.
Diana, era una che pensava che quello che aveva fatto e deciso nella sua vita poteva andare bene per tutti, salvo poi capire che forse in qualche cosa aveva fallito.
Marinella invece pensava che quello che aveva fatto, forse forse avrebbe potuto essere diverso se il destino l’avesse aiutata un po’. Però insomma quello che aveva scelto, sarà stato anche condizionato, ma era il meno peggio.
E lei che pensava? A pensare le cose diventavano complicate. Non si era fatta condizionare nè dalla sua famiglia, nè dall’ambiente che la circondava, o almeno non significativamente. Si era un po’ adattata, ma non troppo. Era uscita da una famiglia asfissiante, aveva avuto amori e tanti, tendenti a imprigionarla, non si era fermata al primo amore il più incredibile e il più improbabile, salvo poi averlo ritrovato (ma questo non c’entrava affatto) insomma non era scesa alla prima fermata dell’autobus. Era una colpa? Era stata la sua fortuna?
Certo non avrebbe cambiato la vita con quella di nessun’altra. Troppa adrenalina, troppi colpi di coda del destino, troppi sentimenti e passioni per dire: “Avrei voluto una vita tranquilla! Avrei voluto una vita come le altre.”
Lei non si era mai annoiata, non aveva avuto tempo per fare le cose di tutti i giorni, aveva lavorato, aveva rischiato e rischiato molto, era stata disponibile a pagare tutti i prezzi dei suoi errori e anche, a volte, quelli degli altri se era necessario. Avera ricominciato un sacco di volte, aveva sofferto, pianto e sorriso, senza chiedersi se ne valesse la pena.
Ora era diventata di scorza dura, ma stranamente era permeabile alle cose, tutte l’attraversavano lasciandogli dentro qualche cosa, facendola sentire viva e umana, malgrado tutto.
Tutto sommato, pensava, non valesse la pena di fare un bilancio, quella era stata la sua vita, e non era ancora finita. C’erano molte cose ancora da fare e tutte che esulavano dall’accudire i nipotini oppure un marito un po’ troppo intransigente, anzi a pensarci bene si chiedeva che gusto c’era scandire la propria giornata sui bisogni degli altri, sulle abitudini e sugli egoismi della vecchiaia.
Le veniva da dire che vecchi si nasce e non si diventa, però sapeva che non era così, era comunque sicura che ogni epoca ha un suo preciso modo di essere giovani, ma anche di contrappunto uno per essere vecchi. E guardando bene lei non era stata giovane nel modo che lo erano i giovani del suo tempo, ma non era vecchia allo stesso modo delle sue amiche.
Incapace di adattarsi alle regole del gioco? Veramente a lei sembrava di aver dettato, nel limite del possibile, le regole della propria vita senza pretendere che fossero le regole di tutti. Aveva cercato di cambiare la propria vita senza aspettare che fosse la vita a cambiare lei. Era questo il non accontentarsi mai di quello che si ha? Forse…Certo che si stupiva ancora del tono di rimprovero e vagamente invidioso di chi le faceva questo appunto, non credeva di meritare nè una cosa nè l’altra, ma poi soprattutto era lei a guardare la vita delle sue amiche e finire con il pensare che avrebbero sicuramente meritato di più: un uomo diverso, un destino più promettente, un carattere più coraggioso, degli stimoli maggiori… beh ecco sì, su questo lei aveva cercato di non adattarsi e di guardare oltre. Aveva fatto danni attorno a sé, sicuramente, ne aveva ricevuti molti, aveva subìto dolori e abbandoni, ma era stata oggetto di tanto interesse e qualche volta tanto amore e anche rifiuto perchè no, non si passa indenni attraverso la vita, se si vive davvero.
Nel contempo a guardar bene chi di loro oggi era più felice? Domanda retorica perchè se è vero che chi si accontenta gode, è anche vero che se lei si fosse accontentata e adattata, sarebbe stata una persona estremamente infelice, forse senza accorgersene, questo è vero, ma se se ne fossi accorta? se in un momento di lucidità avesse compreso di aver gettato via i suoi anni senza sogni e senza piccoli traguardi, senza cambiamenti importanti senza ancora la voglia di investire? Beh, no, non poteva accettarlo, si serebbe sentita fallita, non sarebbe stata come era, sia nel bene che nel male. E allora, era il caso di dirlo: chi non si accontenta… gode! e i “cocci” sono suoi (perché i “cocci” ci sono sempre quando si rischia la vita e bisogna raccoglierseli sempre con un sorriso sulle labbra).

Città lenta – Venezia oltre la modernità

In amore, Anomalie, Cinema, Cultura, decrescita, Le Giornate della Memoria, personale, politica, Venezia on 3 marzo 2012 at 11:29

Certo Venezia è una città lenta. E’ interessante porter rifletterci su… perché Venezia è lenta? e questa lentezza è un pregio, un difetto oppure un’opportunità?
Ieri sera al Teatro ai Frari abbiamo cercato di ragionare attorno a questo tema, che potrebbe essere il vero fulcro per parlare della nostra personale idea di città. Organizzato dal benemerito Circolo del PD – “A.Vivian Partigiano” di Venezia.
Le idee sono tante, e l’occasione è stata foriera di molti pensieri: diversi, colorati ed in libertà. C’è chi vede questa città come grande occasione di acquisizione illimitata di fruitori di una cultura, che diventa per forza elitaria, proprio perché limitati sono gli spazi di espressione e pertanto accessibili ad un ristretto numero di persone. C’è chi invece propone una decrescita possibile ed anzi auspicabile e chi riconoscendone i limiti, riesce a pensare ad un’altra idea di città.
Noi di Restiamo Umani con Vik c’eravamo e un’idea di partenza pure l’abbiamo data. Primariamente volevamo dire quello che è la nostra idea di cultura e di sostegno. Personalmente ho fatto il possibile per raccontare di noi e delle nostre attività, ma la cosa che mi ha sollecitato di più è stato proprio il tema trattato: che città poteva essere Venezia per noi? Una città umana soprattutto e a dimensione uomo, dove la lentezza diventa una qualità imprescindibile, perché solo attraverso un’instancabile introspezione e una capacità naturale di inclusione e di apertura verso l’esterno, può generarsi cultura e far partecipare tutti alla modernità con un valore aggiunto e un respiro diverso.
Cosa c’entri il nostro interesse per la Palestina con la mia voglia di parlare della città che vorrei, cercherò di spiegarlo qui, perché certamente ieri durante il convegno non ci sono affatto riuscita. La mia è una città fragile, ma la sua bellezza e delicatezza non è mai stata ossidata nei secoli. Solo negli ultimi decenni, quando la velocità disumana di questa società, l’ha condotta sulla strada della competizione con le grandi metropoli, dove la fruizione poteva e doveva essere immediata e superficiale, dove non era importante che esistesse lo spazio per rielaborare e per introitare le esperienze, dove le strutture a disposizione non sono come qui: per forza obsolete e la qualità della vita assolutamente incongrua, ecco solo in questo momento storico Venezia si vuole interrogare su quale sviluppo è destinata ad avere e quale ruolo vuole interpretare.
Inevitabilmente quando si nasce con delle aspirazioni, come una città aperta alle merci, alla gente, alle culture, senza pregiudizi verso gli altri, capace di incamerare e includere altre realtà, pronta a metabolizzare ogni vissuto, questa non può che diventare una Res Pubblica, città di tutti, per tutti e aperta a tutti. Luogo inclusivo non esclusivo.  Ecco che Venezia diventa il luogo dove si realizza di più il concetto di comprensione e giustizia, perché proprio questi concetti nascono da un’apertura mentale e da una conoscenza della realtà che trascende il momento stesso. Quale luogo migliore per sviluppare la tolleranza, la volontà a far della giustizia e dei diritti umani una filosofia propria, usando una storica capacità di mediazione e di propensione a vivere in Pace? Operare per una cultura di Pace è impegnativo e ha bisogno di tempo e di grande capacità di comprensione e di mediazione. Ecco dove Venezia, porta dell’Oriente, può fare la differenza. Ecco perché io propendo per un’altra città, quella lenta è riflessiva, che morire non può in quanto faro di cultura e civiltà. Ecco perché il nostro instancabile lavoro per la Palestina e per ripristinare la giustizia e i diritti umani negati, non possono trovare che in questa città la giusta coronazione. Non fu proprio la Comunità Economica Europea che nella Dichiarazione di Venezia del 1980 aveva esortato Israele a riconoscere i diritti dei Palestinesi all’auto-determinazione? L’OLP se lo ricorda ancora e se ne fa un vanto :-).
Ma ieri ci si chiedeva se in una città lenta si può ancora fare cultura e qualcuno ha sottolineato le trasformazioni che la città ha subìto come un’opportunità da cavalcare. Venezia ha spostato le sue porte d’ingresso, dalla storica bocca di porto che si apre sul mare, al Piazzale che ne consente l’accesso per via terra e alla stazione aeroportuale di Tessera. Venezia si trasformerà in Tessera City, nuove e attualissime costruzioni comprensive del Casinò di Venezia già da tempo trasferito. Se questo fosse vero e forse lo è, Venezia è destinata a morire lentamente, ed inesorabilmente… lentamente proprio come è vissuta ed inesorabilmente, proprio perché non avrà possibilità di resistere e di essere ancora se stessa
Che senso ha fermarsi in questa città per avere i confort e la velocità peculiari di Milano o New York. E’ questo che un turista vuole? E’ questo che un veneziano deve sopportare? Io sono nata in un contesto umano diverso, dove i bambini erano allevati per strada dalla comunità, e i vecchi stavano seduti fuori dalle porte a fare le loro attività quotidiane, più banali: il ciabattino, la perlaie o impiraresse, la nonna che lavorava a maglia o sgranava i fagioli… mille piccole attività che mettevano in contatto tutti con il mondo circostante. Le notizie correvano di bocca in bocca, più veloci che in internet, la gente era solidale con chi soffriva, stava male, moriva. La gente gioiva e piangeva insieme, senza bisogno di dare un’immagine di questa gioia o dolore. A Venezia non ci si sentiva mai soli. In questa città non potevi morire mai di fame e di stenti, potevi trovare sempre un piatto di minestra e una pagnotta. Città solidale.I negozianti erano piccoli commercianti e avevano un cuore e un quaderno dove segnavano i conti che sarebbero stati saldati, a volte sapendo che non lo sarebbero stati mai. Avete mai visto un luogo dove i bambini imparano a nuotare fuori della porta di casa? I canali erano le nostre piscine e l’estate era una gioia di urla e di risate. Le mamme controllavano dalla finestra, mica temevano che i bambini annegassero, ma che a tuffarsi nell’acqua si potessero far male addosso a quello che si era buttato prima. Poi le grida dalla strada: “Mamma ho fame!” e la risposta era un panino incartato nella carta di giornale che o veniva calato col cestino oppure scendeva in volo dalla finestra. Adesso che ne faremo di un grande Centro Commerciale ai piedi del Ponte di Rialto?
Cosa voglio dire con questo? Che bisogna tornare indietro? No è ovvio che tutto questo non è più accettabile, ma è anche evidente che questa città non può perdere il cuore, e trasformarsi in un parco a tema, dove i pochi veneziani che riescono a viverci ancora, si sentono trasformati in stupidi figuranti di una recita senza fine.
Nemmeno fossero pagati per questo ed invece no, il veneziano subisce una classe politica che preferibilmente produce scelte che vanno a favore di un turismo mordi e fuggi, o di un’accoglienza da Emirato Arabo. Certo questo è quello che si “vede” e fa notizia. Certo tutto questo produce guadagno, di pochi, ma sempre grande guadagno. I palazzi si trasformano in grandi alberghi, i grandi alberghi si trasformano in residenze da mille ed una notte, con piscina vista Canal Grande (uno sberleffo per quei bambini che nel canale non ci possono immergere nemmeno un dito per l’eventuale rischio di amputazione per cancrena), le case diventano bad & breakfast oppure affittacamere, i negozi vendono maschere, vetro di “Murano” prodotto in China e bar dove riscaldano cibi precotti come ogni fast food che si rispetti. E i veneziani? Loro sono inesistenti, con pochi diritti e nessuna voce, vengono messi alle strette, fatti sloggiare. Questa non è città per loro. Troppo costosa e troppo esosa. Chi ce la fa?
E noi veneziani è questa la città che vogliamo? Abbiamo tutti un tornaconto adeguato alla perdita? Sinceramente anche se lo avessimo e vi assicuro che così non è, a parer mio, nella maggioranza, diremmo NO, una città come questa in un mondo come questo, non è un luogo in cui vivere. Venezia senza i veneziani non è più la stessa città. La sua cultura è solo apparenza: Biennale d’Arte, di Architettura e Cinema… piccoli spezzoni di una cultura non destinata al popolo, ma alle elite, ben vengano anche quelle, ma a noi che resta? Non uno spazio per fare cultura perché tutto viene parcellizzato, venduto e destinato ad altro.
Le Associazioni si ritagliano piccoli spazi,con molta buona volontà e con vero coraggio, irrimediabili romantici. Ecco perché io “umana” veneziana in là con gli anni, chiedo una Venezia lenta che risponda solo alle sue responsabilità di città culturale e inclusiva che è parte del suo DNA. Città aperta a tutto e a tutti, città viva perché amata dai suoi cittadini, città senza paura di competere, perché non è nella rincorsa di altre realtà che sta la sua forza e unicità, ma nella sua capacità di essere se stessa e di saper fare “tendenza” a prescindere dai canoni vigenti. Qualcosa al di là della fruizione veloce dei pensieri, una città che è pensiero forte e significativo e che può diventare il rifugio ad un’umanità stanca e stressata, alla ricerca di un altro modo di vivere possibile.

http://emmedigi.files.wordpress.com/2012/03/citta-lenta-venezia-oltre-la-modernita.ppt

Fuori dal mondo, dentro ad un muro

In Amici, amore, Informazione, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, Pietas on 29 dicembre 2011 at 14:36


Ho colto su Facebook il diario di quella giornata di una ragazzina di 17 anni. Ovviamente una ragazzina talmente non comune, che è riuscita a cogliere da una giornata che pure io ho vissuto con gioia e condivisione, quel lato umano che noi adulti non siamo riusciti a cogliere.
Io c’ero ed avevo altri occhi e provavo altre emozioni, forse non meno forti, ma, sicuramente, mediate dalle esperienze che hanno riempito la mia vita, forse fuorvianti, forse desensibilizzanti o forse solamente diverse.
Rivedendo quella giornata con i tuoi occhi cara Sha Den, ho rivissuto quelle emozioni con gli occhi perduti della mia gioventù. Gli occhi che mi facevano vedere i sogni e possibile anche l’impossibile, che mi consentivano di vedere le lacrime interiori di un essere umano ferito, e credere a quelle esteriori fino in fondo.
Grazie per tutto amica mia e malgrado tutto RESTIAMO UMANI con Vik nel cuore.

“Domenica sera. Monotonia. Il silenzio. I biscotti nel latte. Il freddo. Le coperte. I compiti non fatti di matematica. Qualche misero pensiero che gironzola ancora per poco nella mia testolina. La stanchezza partorita da un’intera giornata di dolce far niente. Un’altra domenica oggi. Oggi… Ma ieri?

Da ieri ho un’immagine fissa in mente, è costante, e ritorna.. ritorna e si ferma, resta.

Sono gli occhi di un ragazzo: Mohammad, 26 anni, palestinese. L’ho incontrato ieri mattina al convegno “Assetati di giustizia“, evento al quale ho voluto partecipare ad ogni costo, e non solo per saltare l’odiata ultima ora di latino.

Bulciago (Lecco), città natale di Vittorio Arrigoni, ha ospitato così tante persone ieri: eravamo in tanti a voler prender parte a quell’incontro incentrato sulla terrificante realtà di Gaza city e di tutta la West Bank. Alla vista di tutta quella gente, la maggior parte italianissima,non ho pututo far altro che abbandonarmi ad una mega risata di gioia, che non sono ruscita a contenere perchè, per la prima volta, ho capito che sono in tanti a volere la libertà per il popolo Palestinese.

“Sei nata in Italia tu, cosa te ne frega Shaden, pensa a star bene qui, non puoi fare assolutamente nulla per la Palestina, il mondo va così, e tu non sei nessuno per fare qualcosa di reale e concreto!” Ecco, ecco le parole mescolate all’interno di frasi che tanto odio, e che mi vengono costantemente ripetute. Mi sento abbattuta, in me prevale un senso di frustrazione dopo aver udito la solita persona che se la sghigna ripetendomi cose che non vorrei sentire. Il sabato di ieri e Bulciago però, mi hanno sollevata da quel senso di “nessuno mi capisce, oh no sono persa”, perchè ho capito che se si guarda dall’altra parte della medaglia, c’è un lato bello, limpido, e non superficiale, c’è un gran bel gruppone di persone che ha riposto la parola “INDIFFERENZA” nel cassetto più sicuro dell’armadio che porta a Narnia. I miei occhi gridavano felicità ieri, e con i miei anche quelli di centinaia di persone… e la felicità si raddoppia quando è condivisa, è totale.. o quasi… Si, perchè tra quella folla c’era Mohammad e i suoi due occhioni scuri, freddi, indifferenti, sembravano aver perso tutto il calore che emanano gli occhi del deserto. Se ne stava fuori a fissare il vuoto mentre fumava una delle sue malboro; faceva freddo ieri a Bulciago, ma lui era lì immobile e la temperatura che sapeva d’inverno sembrava essere l’ultimo dei suoi problemi. Perchè era li, solo, zitto? Perchè non era stato colto anche lui da quell’ ondata perfetta di gioia e felicità? Perchè continuava a starsene da solo, perchè? Che arabo strano, non lasciava trasparire nulla. “Apatia portami via” pensavo tra me e me.. Sembrava fuori dal mondo, e a me, che per natura ho pregiudizi verso quasi tutti, iniziava già a stare antipatico. Sparisce, non lo vedo più, e io sinceramente ero stanca di improvvisarmi agente segreto/psicologa, così decido di rientrare per continuare ad ascoltare tutte le testimonianze che mostravano un popolo sofferente, sotto occupazione da anni, che resiste perchè nelle sue vene scorre sangue di Palestina, sangue forte.

Dunque rientro in quella stanza enorme, illuminata solo dal videoproiettore con l’immagine di Vittorio, e non sento altro che un suono perfetto: il silenzio. Sono bassa, mi rimpicciolisco ogni anno di qualche centimetro, ero troppo in fondo e decido di avvicinarmi per vedere meglio, e lo rivedo. Mohammad con il microfono in mano, gli occhi lucidi, pieni di lacrime di rabbia e tristezza, occhi nostalgici. Stringeva tra le mani una kufiah consumata, e continuava a piangere e a masticare qualche parola un po’ in inglese, un po’ in arabo. Vedevo quell’uomo così triste, e lo vedevo così fragile sebbene la sua corporatura fosse robusta. Solo dopo ho capito. Lui era una testimonianza, LA testimonianza. Dopo essermi trovata davanti all’immagine di Mohammad che consegna la kufiah consumata alla mamma di Vittorio, mentre continua a piangere e a chiedere scusa, ho cercato di ricostruire la sua figura.

Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, arrivato a Bulciago per l’occasione, per la prima volta in tutta la sua vita ha messo piede fuori da quel muro che sembra così imbattibile. Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, uno dei migliori amici di Vittorio, uno degli ultimi ad averlo visto, l’unico ad essere in possesso della sua kufiah.

Solo dopo ho capito, solo dopo. Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, amico di ViK, si ritrova in un mondo completamente diverso in cui tutto sembra dovuto, in cui tutto sembra così bello e libero rispetto alla sua realtà. Un mondo in cui le persone non vengono colte da getti di acqua e merda se vanno a fare la spesa, che non vengono colpiti da mitragliatrici se decidono di andare a pescare. Un mondo che lui deve abbandonare per ritornare a casa, lì dove i diritti dell’uomo non esistono, dove l’odore della morte e della sofferenza non abbandona nessuno.

Mohammad, 26 anni, palestinese di Gaza, fuori dal mondo, dentro ad un muro.”

Modi di vedere

In La leggerezza della gioventù on 15 agosto 2011 at 0:18

Ricordo bene che da piccola guardavo il mondo e lo vedevo grande, immenso e il tempo non passava mai. Un minuto era una vita. Un pomeriggio estivo era infinito. Com’era enorme il tempo tra la fine della scuola ed il suo inizio. L’estate durava il tempo giusto, per avere anche lo spazio di farmi annoiare. Poi non so. Da quale momento di preciso non so proprio, ma il tempo si è messo a correre, le ore e i giorni sono volati e così pure gli anni. Tutto era troppo breve. I fine settimana, un ballo, una passeggiata, una serata tra amici, un bacio… tutto troppo effimero, così da far sembrare breve una vita intera. Non sono più stata capace di rimpossessarmi del mio tempo e del mio spazio.
Credo sia colpa della prospettiva. Allora avevo fretta di crescere, oggi invece quella smania non ce l’ho più. Anzi a dire il vero vorrei fermarlo questo tempo maledetto. Vorrei che ci fossero ancora luoghi impossibili da raggiungere. Persone improbabili da incontrare. Storie nuove da sentire. Vorrei avere anche il tempo per annoiarmi. Ci pensavo in questo periodo di vacanza, quando alla sera nel cortile di casa stavo guardando il sole che si tuffava nel mare e l’aria tiepida mi accarezzava la pelle. Alcuni momenti dovrebbero essere per sempre. Alcune sensazioni non dovrebbero cedere al buio, alla notte. E non si dovrebbe diventare vecchi. Non perchè farlo è un’offesa fisica, ma solo perchè è un disagio mentale che ti sottrae risorse e sogni.
Non sono così sciocca da voler fermare la vita. Quella che vivo, comunque, è la migliore vita che avrei potuto sognare. Solo che sono ugualmente sciocca da sentire che davanti a me c’è spazio limitato, che non ho più il tempo per far accadere tutte le cose che ancora vorrei essere in grado di far succedere. Il mondo è piccolo. Gli aerei ti portano dove vuoi. Il mare è ristretto e pieno di gente che soffre e che cerca un approdo. C’è qualcosa che mi sfugge e che non ho la capacità e il tempo per riuscire a svelare. Vorrei capire se è giusto quello che ho fatto. Se merito quello che ho. Vorrei vedere il mondo in modo più semplice. Vorrei un mondo più semplice. Ma non riesco a togliermi la sensazione che tutto mi sfugga senza posa. Che non c’è realtà e punti fermi che tengano. Non esistono certezze. Eppure nel cortile, con la vista sul mare, una certezza ce l’ho. Forse solo un’illusione personale, ma è quanto basta per non farmi travolgere dall’ansia. Io credo di aver fatto tutto quello che potevo e di non essermi risparmiata. Ora è tempo di lasciare il testimone agli altri. Ora è tempo di vivere solo per me stessa. Ma la domanda è: il tempo mi basterà?

Abnegazione

In Parola di donne on 2 giugno 2011 at 16:37

Eccoci ancora ad una parola osservata dal nostro punto di vista. Nella foto volevo metterci una Geisha, ma non mi dava davvero l’idea dell’Abnegazione con la A maiuscola, piuttosto quella della Sottomissione con la S maiuscola.

Chissà cosa viene alla mente di noi donne di fronte a queste parole  che fanno sempre da corollario alla nostra vita?
Un uomo molto amato?
Una ideologia politica o religiosa che ci prende l’anima?
Un figlio/a o un’idea di dedizione assoluta che richiede moltissimo, ma non ci consente di mollare?
E ad un uomo cosa viene in mente?
Le attenzioni e i sacrifici della mamma?
Una donna vagheggiata e mai incontrata che è disposta a tutto?
Il desiderio di dominare e radere al suolo il proprio capufficio?

Tante possibilità, tante interpretazioni. A voi l’ultima parola.

Dio esiste? Non lo so! Spero di sì, ma credo di no.

In uomini on 8 dicembre 2010 at 2:06

L’albero dei pensieri

Una volta, ormai molto tempo fa, prima che mi venisse la strana idea di avere un blog, anzi due, frequentavo assiduamente il socialnet OkNotizie. Niente di speciale. Un’occhiata e pescavo le notizie che mi interessavano o per argomento, o per come venivano presentate. Molto spesso sceglievo quelle dei blogger che mi piacevano di più. In quel luogo virtuale, ho fatto amicizia con molte delle persone più amabili che annovero oggi tra i miei amici assidui. Con alcuni ci telefoniamo spesso o ci si incontra su Facebook per uno scambio veloce di notizie. Una volta all’anno ci si incontra in un grande meeting, due o tre giorni da qualche parte, molto spesso a casa mia.
Questo per dire che invece con Alberto non ho mai potuto fare la sua conoscenza diretta. La cosa non era strana per me, visto che il sospetto che avevo si era fatto certezza. Lui ai raduni non ci poteva venire perché era un prete. Sinceramente credo che ci abbia invidiato terribilmente perché le sue serate dovevano essere vuote se perdeva le sue ore di sonno a scambiare con noi le sue opinioni attorno allo scibile umano e non. Una grande mente e una straordinaria cultura, che si era agganciata al nostro gruppo di ragazze irriverenti e agnostiche. Attorno a questa proposta di discussione ci passammo settimane a provocarci e a scherzare, a scambiare umori e considerazioni. Infiniti commenti sulle scritture e sui pensatori di ogni tempo, ma anche solo su emozioni e fatti del giorno.
Col tempo ho abbandonato questo socialnet che stava diventando ricettacolo di trolls. Così ho perduto Alberto e le nostre “insensate” chiacchierate notturne. Poi seppi del suo blog e del suo ritiro in spazi più contenuti. Forse anche lui era arrivato al capolinea. Ma ora, malgrado i tempi bui e le istituzioni ecclesiastiche così poco invitanti, ogni discussione sull’argomento langue. Forse sento la sua mancanza perché non ho più nessuno da provocare e forse ho anche nostalgia del suo poetare così immediato e popolare. Qualche volta penso che sarebbe stato uno di noi : intelligente e piacevole, non importa se affascinante o meno. Molto spesso la Chiesa ruba delle risorse e delle buone menti al genere umano. 😉

Il sabato pomeriggio

In amore, Donne on 14 ottobre 2010 at 15:59

Un sabato pomeriggio dopo L’Addio.
Fine settimana. Finalmente niente impegni di lavoro, solo qualche faccenda in casa. Solita solfa. Da quando sono sola non esco nemmeno per andare al mercato. Che ci vado a fare? Tanto per metter su qualcosa per la cena, basta una corsa al supermercato, quattro cose in croce. A mangiar da sola ci perdo pure la voglia. E pensare che sono sempre stata di appetito. Tutti mi guardavano con gli occhi fuori dalla testa. “Ma quanto mangi?” e io ci pensavo e mi rendevo conto che ero un pozzo senza fine, ma mi pareva normale. A casa mia tutti mangiavano così e nessuno ingrassava. Un metabolismo veloce. Invece mio marito mi diceva… beh, mio marito… a dir la verità non lo è più, quindi dovrei dire il mio ex marito, pertanto le cose dette da un ex marito non fanno testo.
Però è dura il sabato. La domenica magari no. Esco e vado in chiesa dove trovo quelli che conosco, si fa un po’ di chiacchiere, tanto per far suonare mezzogiorno e poi torno a casa che tra lo stiro, la TV e la visita a mia madre, mi passa veloce. Ma il sabato… se poi pensi che hai davanti la domenica, tutto fa ansia.
Magari stasera chiama Martina. Lei e la sua mania del risparmio… e io intanto aspetto attaccata al pc, che poi aspettare è la cosa che mi viene meglio. Almeno il sabato. A volte penso che potrei chiamare Carlo, ma non saprei che dirgli. Una scusa qualsiasi. Dargli le foto. Me le aveva chieste. Magari gli fa piacere. Ma poi perché dovrei dargli le cose mie, in fin dei conti lui non ha più nessun diritto. L’ho eliminato dalla mia vita. Se ne è andato… beh! insomma sono stata io che… non ne potevo più, ma era per colpa sua. Come si fa a vivere con un uomo che pretende la tua attenzione, come quando si era ragazzi. Le cose cambiano. Io avevo i miei impegni. E poi è finita che non si è più fatto vivo. E io che gli ho regalato la mia gioventù. Io che ho fatto crescere Martina. Io che ho pensato a prendere questa casa. A fare risparmi. Lui senza il minimo amor proprio. Sempre lì a guardarci come se fossimo bestie rare e a ruminare i suoi pensieri.
Mi domando come ha fatto a sopravvivere senza di noi? Non ci avrei investito un soldo bucato. Mi sarei aspettata che tornasse a pregarmi in ginocchio. Eppure da quando è uscito dalla porta non si è più fatto vedere. Bell’amore che millantava per noi. Lontano dagli occhi… lontano dal cuore. Certo qualche volta lo vedo. Mi saluta in quel suo modo falsamente gentile. Ha sempre finto di essere gentile, da dare la nausea. Ma non si ferma mai a parlare con me. Che avrà da fare in giro. Quando stava qui, non si muoveva mai. Sembra che si sia scordato di noi.
Beh! Martina ormai vive fuori. A me sicuramente non pensa più. Mi sembra di essere diventata trasparente. Martina mi ha detto che si vede con un’altra. All’inizio non ci potevo credere. Non era cosa da lui. Troppo abitudinario, troppo scontento, troppo esigente con la sua famiglia. Perché qualsiasi cosa faccia siamo noi la sua famiglia. Lo siamo sempre stata. Insomma alla famiglia non si rinuncia mai, guarda cosa faccio io per la mia. Giusto amore filiale e fraterno.
Comunque un giorno l’ho pure vista, che a guardarla mica ho capito cosa ci trovasse in lei. Camminavano mano nella mano per la strada, neanche fossero due ragazzini. Noi non lo facevamo mai, ci sembrava di essere ridicoli. e avevamo anche un’altra età. Ridevano. Di cosa poi? Cosa c’è da ridere a sessant’anni? Lavoro, stanchezza, tristezza e vecchiaia. Ecco cosa c’è. Ho visto pure che lui era ingrassato. Ma era vestito in un modo che con me non si sarebbe mai permesso. Sotto sotto mi sono sembrati più che ridicoli. Lei non è per niente bella, anzi, è dozzinale, chissà che ci trova in quella donna. Solita superficialità maschile, lui è il classico tipo che aveva giurato di amarmi, al di là del tempo e delle traversie e io ci avevo pure creduto. Io avevo creduto che la mia famiglia sarebbe stata per sempre, anche se fossimo stati separati. Comunque. Di questo ero certa, ma è bastato poco…
Gli uomini non sanno sacrificarsi mai. Hanno uno strano concetto di famiglia. Pensano solo a loro stessi. Me l’ha detto pure mia sorella: “Ma che te ne fai tu di un uomo simile”. Lui mi diceva che un uomo ha le sue esigenze, e che avrei dovuto averle pure io. Ma ormai è passato il tempo delle esigenze. perché non starcene tranquilli in famiglia? Tanto, se era per lui, avremmo dovuto chiuderci in camera e fare all’amore anche quando Martina dormiva nell’altra stanza. Vero che da Martina non ci siamo mai separati, ma quando era una bambina, se ci avesse sentiti come avremmo potuto spiegarle? E poi da grande avrebbe anche peggio. Ma adesso che non c’è…. A lui queste cose sembravano sciocchezze. Ah! gli uomini… D’altra parte non mi interessava più passare il tempo con lui. Mi chiedeva troppo impegno, troppa attenzione. In fin dei conti una donna ha ben altro da fare: il lavoro, i figli, i genitori anziani e i parenti e poi la casa… Che poi oggi è anche troppo grande. Martina che vive lontano e lui che vive con un’altra. Chissà come ha fatto a incontrarla. La mia vicina mi ha detto che li hanno visti pure a teatro e che ha saputo che viaggiano molto all’estero. Ma quando mai?
Noi siamo stati solo a Parigi per il viaggio di nozze. A lui viaggiare non piace e poi con la bambina piccola mica si può viaggiare. E poi c’era la scuola e dopo ancora ci sono gli impegni famigliari. Fosse venuto mai con me, alla domenica, quando andavo a curare mia madre. D’accordo a lui non era simpatica, tanto meno era simpatico lui a lei, ma almeno per accompagnarmi. Così passavo tutte le domeniche da sola. Tanto che lei, mia madre, si è abituata a non vederlo e non mi ha più chiesto dov’era finito e io non gli ho mai detto che ci siamo divorziati. Sì, perché questo l’ha voluto lui.
Chissà che se ne fa del divorzio, non vorrà mica sposare quella? Che poi non mi sembra il suo tipo. Quella c’ha una faccia che il lavoro non sa nemmeno cos’è. Ma non sarà che lo fa per interesse? Per rubargli i soldi? Beh! questo non è possibile, con lo stipendio da miseria che ha lui. Ovvio per un uomo senza ambizioni. Anche su questo ho fatto le mie belle lotte. Ma lui è refrattario agli impegni, si perderebbe tra libri e musica , ad oziare… con tutto quello che c’era da fare. Se non avesse avuto me a guidarlo. Mai che abbia pensato di ridipingere la casa o a fare quello che fa in casa generalmente un uomo. Avrebbe vissuto d’arte e d’amore, se non fosse che io c’ho la testa sulle spalle. E alla fine era tutta una battaglia. Non c’era più niente dal salvare. Possibile che non sapesse adattarsi al fatto che era invecchiato e che io non avessi più la pazienza di stare a ragionarci…?
Quant’è lungo il sabato pomeriggio. Potrei uscire e sedermi al bar per prendere un caffè e chiacchierare un po’ con le cameriere e se poi lui passa e mi vede da sola? Non mi va di dargli questa soddisfazione. Magari pensa che non posso vivere senza di lui quando invece è il contrario. Se l’ho mandato fuori di casa una ragione c’era, anche se adesso non la ricordo bene, ma ha a che vedere con il fatto che lui non si è mai adeguato E’ lui che deve tornare con la coda tra le gambe, e mi deve dire che avevo ragione. Sarà orgoglio il mio, ma… è stato lui che non si è adattato. Non si può vivere lontano dalla famiglia, perché la famiglia è tutto. Ci si potrà pure adattare e sacrificare per questa benedetta famiglia. Altrimenti che razza di famiglia è… ma che razza di famiglia è, dico io?
Ed è sabato pomeriggio di un giorno di sole.

Solo qualche inutile ora…

In La leggerezza della gioventù on 6 settembre 2010 at 10:46

Certo che la magia non è cosa. Soprattutto poi possedere la macchina del tempo. Ci si pensa qualche volta: e se avessi la possibilità di tornare indietro? Non dico tornare indietro per poi ricominciare, ma solo un intervento una tantum. Insomma, una qualche divinità maligna e dispettosa ci mette a disposizione, diciamo, tre ore di tempo per intervenire in un qualche luogo e in un qualche tempo della nostra vita.
Bella questa vero? Scommetto che a pensarci all’inizio ci avete fatto tutti un sorrisino eh? Avete avuto una sensazione di onnipotenza. Insomma vi siete detti: “Beh, adesso ci penso io!”. Solito esempio di stupidità umana. Questo me lo sono detta poi quando ho cominciato a pensarci davvero. Beh adesso pensateci anche voi davvero. Scommetto, ancora una volta, che il sorrisino vi si è congelato sulla bocca. Qui non si tratta di sentirsi onnipotenti, qui c’è davvero da diventare matti.
Sia chiaro, non che avrei paura di predere il toro per le corna. Su questo, personalmente, il coraggio non mi manca, solo che a pensarci bene non saprei proprio da dove cominciare. Non è così facile approfittare di tre ore di sana saggezza postuma. Poterne far uso prima che le cose accadano. Bella possibilità, ma come e dove metterci mano?
La vita è un pacchetto confezionato con quello che abbiamo potuto trovare. Qualche volta sembra raffazzonato e senza stile, ma potrebbe essere anche migliore di quello che appare. Magari invece quel pacchetto ordinato ed infiocchettato nasconde tanta inadeguatezza. Proprio per curiosità e anche perché amo le sfide io ci ho pensato e l’ho fatto pure seriamente. Vi assicuro che non c’era spazio per quel sorrisino iniziale. La cosa si è fatta subito seria. Ho proceduto a ritroso a grandi salti. Con meticolosità ho inserito quelle tre ore un po’ qui, un po’ lì. Prima dei momenti topici della vita. Ci ho pensato: magari poteva cambiare tutto. Bastava cercare con cura il momento preciso in cui la vita prendeva un certo corso. Tre ore solo per cambiarla. Troppo poco? Troppo tanto? Troppo stupido?
Devo dire che nell’imbarazzo della scelta o solo perchè sono così di carattere, dopo un po’ di tentativi ad intervenire nella mia vita, quelle tre ore mi sono pesate così tanto che ho dovuto cambiare idea. Non era giusto che le utilizzassi per me. Quelle tre ore avrebbero potuto salvare molte vite umane, non rendere solo migliore la mia vita. Ecco, qui mi sentivo molto più a mio agio. Avrei potuto lanciare l’allarme ai paesi al di sotto della diga del Vajont. Oppure avrei potuto avvisare quelli delle zone interessate dai vari terremoti che hanno scosso il nostro paese. E poi perchè solo qui? Perchè non scegliere il dramma di un altro paese? La caduta delle Torri Gemelle che si sono trasformate in guerre in altri zone? Perchè quelle tre ore non avrei potuto spenderle per gli altri?
Certo che nessuno mi avrebbe creduto. Certo che avrei fatto meglio ad intervenire suggerendo “possibilità” all’interno del mio cerchio famigliare e forse sarei riuscita a qualche cosa. Eppure mi resta sempre il sapore amaro di non sapere come le avrei usate per la mia vita. Forse le avrei usate per salvare una persona cara, o forse per far sì che la sua vita non venisse ingarbugliata dalla mia e pertanto legata da comune destino. E perchè allora non prima, evitando che il destino ci mettesse insieme. Ma allora sarebbe nato mio figlio? Forse no. O forse sarebbe solo stato un figlio diverso e io non avrei saputo cosa perdevo. Eppure se dipende da me non avrei voluto nessun figlio diverso da lui. Ah che responsabilita! Perchè non tentare una cosa più piccina, dove tre ore possono fare la differenza? Piccina sì, ma altrettanto importante. Allora forse me ne tornerei a quando ero ragazzina, a quel giorno di sole, in montagna, distesa su quel mare di neve. Proprio quel giorno che mi sembrava di poter tutto. Quando la vita tutto ti promette e tu sei felice per il futuro che avrai. Un semplice sogno che ti dava felicità. Allora sapere quello che la vita poi avrebbe mantenuto. Il grande peso di male e di bene che mi sarei portata sulle spalle. Forse allora avrei saputo che farmene di quelle tre ore di “conoscenza postuma”. Forse avrei potuto decidere un’altra vita o forse solo una possibilità alternativa. Proprio perchè in quel momento sapere era potere. Forse allora avrei cambiato tutto. Forse… ma, dico solo forse…

87) Kitchen

In Un libro al giorno on 2 settembre 2010 at 8:01

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire.

Soluzione
Titolo: KITCHEN
Autore: BANANA YOSIMOTO

Trama: Mikage, la protagonista, dopo aver perso già i genitori, perde anche la nonna con cui viveva e rimane sola. Viene ospitata a casa di Yūichi, un suo compagno di università ed un amico di sua nonna. Yūichi vive in casa con la madre Eriko. Presto Mikage scoprirà che in realtà Eriko è Jūji, il padre che è diventato donna dopo la morte della vera madre di Yūichi. Inizia così una convivenza e Mikage sembra ritrovare gli equilibri perduti. Dopo alcuni mesi Mikage torna a vivere da sola, lascia definitivamente l’università e dà sfogo alla sua sfrenata passione per la cucina diventando assistente di una nota professionista. Una notte, dopo non averlo sentito per mesi, riceve una chiamata da Yūichi: la madre è morta assassinata, la cosa è successa già da diverso tempo, ma lui non ha avuto il coraggio di dirglielo. Alla protagonista cade di nuovo il mondo addosso, tanto che quasi si convince che tutte le persone che ama siano costrette a morire. Il giorno dopo viene a sapere che dovrà partecipare ad una kermesse culinaria a Izu e non può rifiutare, ma la sera, per stargli vicino, va a dormire a casa di Yūichi. Il giorno dopo riceve una scenata di gelosia da una compagna d’università di Yūichi, la quale le dice che non può fare i propri comodi con lui, e che, se ne è innamorata, deve prendersi carico anche degli obblighi che una relazione comporta. Successivamente incontra Chika-chan, una collega di Eriko, che, in altro modo, le dice le stesse cose e le comunica che Yūichi è partito, dandole anche l’indirizzo della sua destinazione. Lei parte per la kermesse ed una sera, affamata, si reca in una trattoria per mangiare qualcosa. Nell’attesa di ricevere il pasto, si decide a telefonare a Yūichi, e, dal tono e dalle parole del ragazzo, capisce che probabilmente quella sarà l’ultima volta che lo sentirà, perché lui continuerà a fuggire da tutto e tutti. Finito di mangiare e dopo quella telefonata, prende la sua decisione: anche se solo per una notte lo vuole raggiungere. Arriva al suo albergo e dopo varie peripezie riesce ad entrare, o meglio irrompere, dalla finestra nella camera di Yūichi. Gli ha portato un pasto e mentre lo obbliga a mangiare, gli dice apertamente che tra loro due le cose potrebbero funzionare e gli consiglia di rifletterci. Mikage torna a destinazione e l’ultimo giorno ad Izu riceve una telefonata di Yūichi, che nel frattempo è tornato a Tokyo, il quale, dopo averle chiesto informazioni sulla sua permanenza fuori città, le da appuntamento per il giorno dopo alla stazione per andarla a prendere. (da Wikipedia)

10) Così parlò Zarathustra

In Un libro al giorno on 17 giugno 2010 at 12:00

Intorno a mezzanotte Zarathustra intraprese il suo cammino sul dorso dell’isola, per giungere sul far del mattino all’altra spiaggia: qui egli infatti voleva imbarcarsi. Vi era, proprio là, una rada favorevole, presso cui volentieri gettavano l’àncora anche navi forestiere; queste poi prendevano con sé chi volesse lasciare le isole Beate e attraversare il mare. Nel salire su per la montagna, Zarathustra pensava, cammin facendo, alle molte peregrinazioni solitarie fin dalla sua giovinezza, e alle montagne e ai dorsi e alle vette che già aveva salito.
Io sono un viandante che sale su pei monti, diceva al suo cuore, io non amo le pianure e, a quanto sembra, non mi riesce di fermarmi a lungo…

Soluzione

Titolo : Così parlò Zarathustra

Autore: Friederich Nietzsche

tema:

Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno (tedesco: Also sprach Zarathustra. Ein Buch für Alle und Keinen) è il titolo di un celebre libro del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche, composto in quattro parti fra il 1883 e il 1885. Gran parte dell’opera tratta i temi dell’ eterno ritorno, della parabola della morte di Dio, e la profezia dell’avvento dell’ oltreuomo, che erano stati precedentemente introdotti ne La gaia scienza. Definito dallo stesso Nietzsche come “il più profondo che sia mai stato scritto”, il libro è un denso ed esoterico trattato di filosofia e di morale, e tratta della discesa di Zarathustra dalla montagna al mercato per portare l’insegnamento all’umanità. Il comportamento di Zarathustra qui descritto è opposto a quello descritto da un saggio di Arthur Schopenhauer che prefigura – al contrario – un allontanamento del mistico dal mercato verso, appunto, la montagna. Ironicamente il testo utilizza uno stile simile a quello della Bibbia, ma contiene idee e concetti diametralmente opposti a quelli del Cristianesimo e del Giudaismo riguardo la morale ed i valori tradizionali.

Con questo testo Nietzsche prosegue la propria strada di allontanamento dalla filosofia di Schopenhauer e dal mondo di Richard Wagner a cui era stato fino ad allora legato. L’opera è il frutto della ripresa, da parte di Nietzsche, dello studio di un autore amatissimo sin da quando era diciottenne, Ralph Waldo Emerson. I temi emersoniani percorrono infatti tutta l’opera. Tra questi spiccano la fiducia in se stessi, l’affermazione della vita intramondana, l’amore del fato e l’idea di un uomo oltre l’uomo.

Zarathustra (o Zoroastro) è il fondatore dello Zoroastrismo, antico credo persiano basato sulla contrapposizione manichea di bene e male e dunque per Nietzsche l’inventore del concetto dualistico e taostico[senza fonte] ma anche cartesiano della res cogitans e res extensa, oltreché annuncio della Gaia scienza di bene e male. Compreso il proprio errore Zarathustra lo comunica agli uomini e annuncia loro la dottrina del superuomo, un’etica del superamento di sé che vuole liberarli dalle loro aspirazioni mediocri, dall’idea di un “mondo dietro al mondo” avallata dalla metafisica, dal Cristianesimo e dal pietismo che ne deriva. Sincretica è la famosa immagine senza autore della donna viandante che porta un cartone con su scritto blind nella certezza di non vedere cammina stranamente senza aiuti ; come un allontanamento verso la montagna ma anche tetra grotta di platone senza assimilare platonismi per il popolo è l’eterno ritorno alla coscienza .

Ma l’approccio di Zarathustra con il mercato è estremamente amaro come l’approccio della viandante alla societa’ o del sole all’uscita della grotta ; ecco appunto attuarsi il comportamento bipolare dualistico forzato per la sopravvivenza : il suo discorso viene dileggiato dalla folla e lo spettacolo allegorico del funambolo che cerca di attraversare quella corda sospesa evocata dalle parole di Nietzsche si conclude in catastrofe quando il pagliaccio della torre, il suo doppio, lo fa cadere giù uccidendolo. Zarathustra tiene poi i propri discorsi nel deserto sino alla ricerca finale dell’uomo superiore suo dualismo in Es , l’unico che può seguirlo, che si rivela scisso in una pluralità di persone o figure allegoriche.

L’autore dimostra di conoscere molto bene il linguaggio biblico: lo Zarathustra di Nietzsche si rivela essere il suo Gesù Cristo senza comando o camandamenti sublimazione dell’immagine delle gemelle arbussiane nel doppio, il suo messia. Il tentativo di Nietzsche fu quello di creare un mito della modernità utilizzando il linguaggio simbolico del mito (e dei sogni) per riuscirvi. Zarathustra veniva introdotto al termine della Gaia Scienza nell’inquietante Incipit Tragoediae. La Gaia Scienza contiene anche la prima formulazione della dottrina dell’Eterno Ritorno, uno degli insegnamenti chiave di Zarathustra.

Nietzsche considerava “Così parlò Zarathustra” con grande orgoglio e un’esaltazione simile a quella con cui avrebbe guardato i libri a seguire cioè quelli prima della catastrofe della pazzia nel 1889. È inquietante come tutti questi ultimi libri, lo Zarathustra compreso, contengano riferimenti costanti ad un finale drammatico e alla presenza di un doppio (nello Zarathustra è ad esempio il nano o il pagliaccio della torre o ancora il mago-Wagner), tutti elementi della tradizione tragica.

Al di là del bene e del male, pubblicato poco dopo lo Zarathustra, ne rielabora le tematiche in una forma più convenzionale e diretta. (da Wikipedia)

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