rossaurashani

Posts Tagged ‘passato’

Un anno dopo

In Amici, amore, personale on 6 giugno 2013 at 8:14

img159

E’ passato un anno e qualche giorno da quando te ne sei andato. In silenzio lo hai fatto anche se non era la qualità che io ti riconoscevo nei nostri tempi, quelli della gioventù che crede di sapere tutto invece niente sa.
Quello che non sa e che la vita spesso finisce a lascia dietro a sé il buio e il silenzio. Forse per qualcuno rimangono le parole, tante, troppe parole per altri una coperta che tutto uniforma e che nasconde anche il dolore.
Mi piacerebbe poterti dire che siamo in molti a ricordarti, ma io so solo di me. Mi vieni in mente spesso come spesso mi viene in mente la mia giovinezza, lasciandomi in bocca il gusto dolce-amaro delle cose belle perdute, seppur senza rimpianto.
La giovinezza è bella comunque anche se a volte non è completamente felice.
Penso ai tuoi ultimi anni, non eri più lo stesso, amavi la tua musica, i tuoi libri, la solitudine e un piccolo vezzo che non ti conoscevo, quello di metterti in disparte e di non farti notare. Proprio tu che di parole e della tua fisicità riempivi il mondo.
Ma eri tu… comunque: Alessandro, il mio amico per sempre.

Il muretto

In Amici, amore, Giovani, La leggerezza della gioventù, personale, poesia, Venezia on 8 novembre 2012 at 17:15

Se lo ricordava bene, ma per tanto tempo aveva fatto finta di non vederlo.
Era li sotto ai suoi occhi ogni volta che usciva dal lavoro, non era proprio facile far finta di non vederlo, ma solo raramente, quando era molto stanca e faticava a tornarsene a casa, lo sfiorava con lo sguardo e sentiva un vago calore dentro allo stomaco. Che poi non era lo stomaco a scaldarsi, ma un altro organo del corpo, che si trovava in quella zona lì, ma al quale lei non dava da tanto tempo più valore.
Difficile credere che un muretto avesse questo potere, però quell’angolo della sua città aveva per lei un senso speciale. Era solo un muretto basso di mattoni con il suo solito sovrapiano in pietra d’Istria che finiva perpendicolare ad un grande portale della stessa pietra, chiuso, e ricoperto come da un tettuccio creato da una grande pianta di vite americana. Era un angolo poco illuminato, costeggiato da un canale secondario, silenzioso e poco frequentato. Lì sotto la vite seduti sul muretto avevano passato tutto il loro tempo, quello che si erano riservati per stare da soli. Poco a dir la verità, ma diciamo intenso per parole e anche silenzi.
Ma era roba passata, talmente passata che lei, a volte, dubitava e pensava di essersela solo immaginata. Una piccola storia, fatta di parole e di silenzi, tutto platonico s’intende. ma d’altra parte…
Poi era ridicolo tornare sui propri passi, pensando a uno dei suoi amori, così indietro nel tempo e propabilmente troppo idealizzato. Lei era cambiata e tanto, chi avrebbe mai detto che una volta era quella ragazzina lì e, poi suo padre non c’era più, non aveva più nessuno che la controllava, ormai aveva una età che le consentiva qualsiasi cosa… e poi chissà… lui, quel ragazzino, che faceva? dov’era finito?
Il muretto era il posto dove si fermavano a parlare e a baciarsi, pensava che ci avevano provato lo stesso gusto, erano primariamente grandi amici e poi uscivano insieme, e la cosa non guastava. Avevano scelto quel posto perchè suo padre non avrebbe mai potuto vederla e forse nemmeno i vicini di casa, e non c’era il rischio che glielo racontassero. Quella era una stradina davvero buia e quasi nessuno passava di lì. Il bello era che al suono di Carosello lei poteva correre e in due minuti suonare il campanello di casa. Carosello era il suo limite invalicabile. D’altra parte aveva solo 16 anni e i suoi non la lasciavano libera mai. Suo padre l’avrebbe menata se l’avesse vista a manina o a baciarsi con un ragazzo e poi… quel ragazzo lì. Insomma niente di tragico, ma aveva i capelli lunghi e vestiva strano, una mezza via tra un figlio dei fiori e uno studente squattrinato. Sapeva come la vedeva suo padre e quanti pregiudizi avesse.
Lui era… non proprio bello, ma aveva un sorriso scanzonato e a lei piacevano i suoi occhi verdi… aveva i capelli lunghi con un ciuffo che ravviava spesso. Probabile che a lei piacessero gli occhi verdi, anche suo figlio aveva gli occhi verdi e pure il padre di suo figlio, ma questo non c’entrava niente col suo sogno, anche questo era cosa passato. Troppe cose erano passate per lei, ed era proprio assurdo incantarsi davanti a quel muretto e poi non capiva la ragione che la spingeva, qualche volta, a passare di li. Ma lo sapeva che indietro non si torna?
Forse rimpiangeva i sogni di quando era giovane, forse era perchè s’illudeva che non tutto fosse così… effimero, ecco la parola giusta: effimero. Anche se molte cose di quel tempo era stata lei a volerle buttare, come se ne avesse troppe o non fossero importanti.
Erano così imbranati, così carini, così stupidi… e lui si atteggiava a uomo vissuto, con l’eterna sigaretta in bocca, ma aveva solo 19 anni, che ridicolaggine, un uomo vissuto di 19 anni… Si sedeva sul muretto con il libro in mano, quanti libri si erano passati, e quante storie le aveva raccontato, lui scriveva storie e poesie bellissime che non parlavano mai d’amore, e lei continuava a leggerle cercando un accenno, una sola parola che fosse dedicata a lei. Sciocca davvero, l’arte non segue le rime delle poesie d’amore; è davvero un’altra cosa.
Qualche volta era lei a trovarsi al posto del libro e allora era bello perchè potevano baciarsi. Era l’unica volta che si era sentita fantastica e che era certa di saper baciare benissimo… con gli altri, successivamente si era sempre sentita inadeguata e poi non ci provava lo stesso gusto… o almeno così le pareva.
Era passato tanto tempo dall’ultima volta che aveva dato un bacio, di quelli che si ricordano e che mettono le farfalle allo stomaco.
Ma che andava a pensare? Erano passati talmente tanti anni che lui, il ragazzino del muretto, poteva essere diventato una persona qualsiasi, uno che non scriveva più poesie e che non ricordava più i tempi passati, uno in poltrona con le pantofole, magari era diventato nonno, nel frattempo. Però chissà perchè quel ricordo la scaldava dentro.
Adesso, però quel posto era solo un muretto e non c’erano più due ragazzi a fermarsi a parlare e a raccontarsi storie, avevano pure messo una luce forte che si accendeva quando ci si avvicinava… chissà a chi davano fastidio i baci sotto quel tetto di vite americana, certamente gente che non aveva cuore.
Se pensava a lui, ne aveva di ricordi eppure l’ultimo, il più nitido, si fermava lì, a quella volta che si erano incontrati per la strada e che lui le aveva detto che lei gli sembrava davvero invecchiata e stanca, in effetti erano passati parecchi anni e molta acqua sotto i ponti, ma no.. non era stato proprio un complimento… no davvero. Lui le aveva raccontato, con allegria, che aveva conosciuto una brava ragazza e che si era sposato, che avevano una figlia fantastica, che era la cosa più bella che avesse avuto dalla vita. Lei invece era sola, no, anzi aveva il suo bel bambino e ormai in mezzo c’era stato più di un uragano e l’amore non era amore o almeno così le sembrava, ma tanto che contava quella storia adesso non c’era più. Le dispiaceva di essere invecchiata e anche di non essere più la ragazza di un tempo, ma d’altra parte non poteva farci niente, le cose erano andate come dovevano andare ed era giusto che fosse lei quella a cui erano rimaste meno cose se non altro per la carognata che gli aveva fatto.
Fece un sospiro e riprese la sua strada, doveva tornare a casa anche se non c’era nessuno ad aspettarla. Chissà lui cosa stava facendo in quel momento? Ma lei aveva diritto poi di chiederselo? Era come fare la guardona nella vita di un altro. Era come invadere l’intimità di una coppia o…. insomma che ci pensava a fare? Chissà se le sue poesie adesso contenevano l’immagine della moglie o della sua bambina? Sarebbe stato giusto no? Magari non sarebbe state poesie famose, ma almeno sarebbero state poesie d’amore.
Ma non era che stava diventando gelosa di un ricordo? Aveva rabbrividito a quel pensiero, come, proprio lei che non era stata gelosa mai. Allora si era trovata a sorridere di se stessa, mentre fantasticava di un uomo immaginario, che nel ricordo era fin troppo giovane, con un ciuffo anacronistico sulla fronte. Già i capelli così non si usano più e nemmeno le camicie a fiori… e poi non c’è niente che possa far sorridere ancora in quel modo. Nel suo sogno ad occhi aperti c’era pure un bambino piccolo, biondo, con gli occhi verdi, che teneva quel ragazzo per mano, e lo guardava con tanta ammirazione e che con una vocetta tutta allegra lo pregava: “Dai… dai nonno raccontamene un’altra, raccontami un’altra storia…”

Post Traumatic Stress Disorder: I bambini disegnano il conflitto

In Gaza, Guerra, Informazione on 15 novembre 2011 at 9:28

Post Traumatic Stress Disorder - I bambini disegnano il conflittoCon la mostra di Venezia patrocinata dalla Delegazione Diplomatica Palestinese di Roma, che si inaugurerà il prossimo 2 dicembre 2011, è nostra intenzione riflettere assieme sulla situazione e sulle conseguenze dei conflitti sui civili e soprattutto sui bambini. Per questo abbiamo scelto Gaza come “ambiente” emblematico e simbolico cioè come conflitto dei conflitti. Quando si pensa alla parola guerra, oggi tornata prepotentemente di moda ancor più che nel recente passato, si è portati a raffigurarla nei profili delle persone combattenti, pensiamo ai soldati, ai mezzi armati. Le vere vittime di tutte le guerre sono invece tristemente le popolazioni, le donne, i vecchi e i bambini. Vivere il conflitto, ovvero subire il conflitto, comporta soprattutto nei bambini il vivere in una situazione che non può che produrre gravi sofferenze psicologiche. Noi non vogliamo fare politica, soprattutto di parte: i soggetti che mostrano i segni di PTSD nell’area sono per 80% palestinesi e per il restante 20% israeliani. Né crediamo di avere risposte o rimedi e non è nostra intenzione fermarci ad un approccio puramente scientifico, di cui vi è una ricca documentazione anche nella rete anche se in inglese. Vorremmo cercare di riflettere da persone comuni sulle conseguenze della guerra e sulle possibilità di alleviare le pene ai bambini e dare il nostro piccolo contributo a politiche di pace. I fondi che verranno eventualmente da noi raccolti attraverso questa mostra e altre iniziative che intendiamo mettere in atto saranno perciò devoluti all’Ospedale Pediatrico Nasser di Khan Younis a Gaza. Ne parleranno con noi:
Prof. GIOVANNI ANDREA MARTINI Delegato alle Biblioteche della Municipalità.
Dott. JOUSEF SALMAN – Pediatra – Delegato Nazionale della Mezzaluna Rossa Palestinese (Red Crescent).
Dott. FABRIZIO RAMACCIOTTI – Neuropsichiatra – Direttore del Dipartimento di Salute Mentale Usl 12 Venezia.
Prof. PATRIZIA CECCONI – Presidente degli Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese.
MIRYAM MARINO – scrittrice – esponente della Rete ECO (Ebrei Contro l’Occupazione).
BETTA TUSSET – della campagna “Ponti e non muri” per Pax Christi Italia.

Vi salutiamo dandoci appuntamento alla mostra il giorno 2 dicembre 2011 alle 17.30 a Venezia presso la Scoletta dei CalegheriCampo San Tomà ringraziandovi dell’attenzione e regalandovi, come nostra consuetudine, una poesia:

I MURI, Constantinos Kavafis

Senza riguardo senza pietà senza pudore
mi drizzarono contro grossi muri.

Adesso sono qua che mi dispero.
Non penso a altro: una sorte tormentosa;

con tante cose da sbrigare fuori!
Mi alzavano muri e non vi feci caso.

Mai un rumore una voce, però, di muratori.
Murato fuori del mondo e non vi feci caso.

Stop the war on children – Basta la guerra sui bambini

In Gaza, Guerra, Informazione on 9 novembre 2011 at 13:54

Bozza Manifesto Mostrada Mirnaloi Sammour
COMUNICATO

Bambini in guerra – La guerra dei bambini..
Un viaggio tra disegni, parole e musica per raccontare come i bambini vivono, sentono e attraversano la guerra e come immaginano il loro futuro

Roma – Venezia Dal 2 al 9 dicembre 2011

Mohammed (*) , sette anni, di Gaza, orfano, disegna solo carri armati, usa solo il nero e il rosso e e con le sue matite graffia il foglio.
Nour (*) , 12 anni , disegna ad occhi chiusi perché li aveva chiusi e dormiva quando i soldati sono entrati nella sua casa e gli hanno portato via la famiglia, lasciandola da sola per cinque giorni e cinque notti .

Poi c’è Mansour, 9 anni, che così si immagina il suo futuro da adulto:
Quando sarò presidente, sarò il presidente della Spagna perché amo molto la Spagna.
Io vivrò a Barcellona e la prima cosa che farò è che raccoglierò il mio esercito per andare a salvare la Palestina

*****
Da Gaza a … VeneziaRoma si inaugura una mostra di disegni e poesie dei bambini che vivono in zone di guerra, organizzata da Hope NGO (associazione umanitaria internazionale).
Senza connotazioni politiche, la mostra vuole indagare su come i bambini stanno vivendo la guerra, cosa ha tolto loro e come la violenza sia ormai una presenza quotidiana nelle loro vite, tanto da compromettere spesso anche il loro futuro. Molti di loro mostrano i segni della PTSD (Sindrome post trauma). Per tutti i bambini l’adulto ha perso ormai il ruolo di punto di riferimento e di protezione che invece nella vita “normale “ ha.
Lo scenario cambia quando si guarda ai disegni dei bambini del Sudafrica: giallo, arancio, verde e azzurro riempiono i fogli di una speranza che laggiù comincia a farsi più concreta.
Accanto ai disegni, si trovano i quadri di alcuni pittori mediorientali tra cui il siriano Ismail Shammoud e la palestinese Shahd Sallumane e le musiche sono state offerte dal compositore ebreo Rick Siegel.

Il problema è che le stesse organizzazioni umanitarie non possono spesso garantire assistenza a lungo termine perché operano con tempi stretti e condizioni nelle zone colpite dai conflitti.

La mostra è un’occasione per aprire una finestra, gettare un occhio là dove normalmente non arrivano le telecamere e in città blindate come Gaza e per osservare la guerra con gli occhi dei bambini

(*) I nomi sono di fantasia per ragioni di sicurezza

Per ulteriori informazioni: hope2011_2011@libero.it

Mirna Loi Sammour
HOPE Organization For Palestine Emergencies

Bambini di guerra, bambini di pace

In Anomalie, Gaza, Guerra, Informazione, Malattie mentali on 7 ottobre 2011 at 9:34

Disegno di bambino palestinese che raffigura un carro armatoSe c’è una precisazione che mi sento in obbligo di fare è sulla mia personale posizione in alcune vicende compreso il tema che riguarda le iniziative sulla Palestina. Faccio una preventiva premessa: in Facebook e altrove passo tutte le notizie di quell’universo variegato e complesso che è la sinistra italiana, quelle che condivido e anche quelle meno e su cui ho delle perplessità, senza nessun filtro né di opportunità né censorio. Credo di mantenere lo stesso atteggiamento nel caso Palestina. Considerato che nemmeno in Italia esiste alcuno che possa dire di rappresentare tutti gli italiani la cosa è anche più vera nella situazione di quella terra. Chi proponesse una iniziativa che riterrò utile troverà tutta la mia disponibilità e collaborazione. E d’altro canto se esistesse un’iniziativa capace di unire tutti i palestinesi credo che ogni persona saggia l’avrebbe fatta. Purtroppo non ho questa facoltà. Né quella di assumermi l’arroganza di elaborare una qualche secolare strategia.
Io guardo alla Palestina e ai Palestinesi nel completo rispetto del loro diritto all’autodeterminazione. Se da domani mattina la Resistenza davanti ad un paese militarizzato e invasore, ad una vera e propria pulizia etnica, dicevo che se da domani la Resistenza prenderà un’altra qualche forma o altre forme di reazione violenta alla violenza mi vedrà solidarizzare. Non potrò che comprendere come sia pressoché impossibile davanti alla forza opporre solo la sopportazione passiva. Il massimo a cui mi potrò spingere è chiedermi e chiedere se quella risposta aiuta la pace e il futuro della Palestina. Non mi è mai piaciuto mandare a farsi ammazzare gli altri. Però sta ai palestinesi la vera scelta. Da parte mia, nel mio “impegno” aggiungo che il contributo delle associazioni non può essere che in funzione alla loro utilità. Prima di tutto nel sensibilizzare nel proprio paese l’opinione pubblica, le persone ai problemi e alla storia di quella terra martoriata. Poi tutti quelli interventi possibili che possono essere richiesti. Fare da scudi umani costringe ad un necessario attivismo pacifista. E’ chiaro come il contributo di un attivista volontario sia diverso dalla resistenza di un palestinese in loco, anche per la questione delle mie personali possibilità. E non si può disconoscere l’utilità di quegli interventi coraggiosi fatti da tanti giovani.
Premesso ciò noi come gruppo (Restiamo umani, con Vik), sollecitati da Hope Association for Palestine Emergency, abbiamo intenzione di mettere in essere la mostra itinerante “Bambini di guerra” assieme a tutti quelli che si renderanno disponibili ad intraprendere questa avventura con noi. In realtà dovremmo intitolarla “Bambini senza pace” o “Bambini in cerca di pace”. Noi vorremmo infatti parlare di pace. La mostra sarà patrocinata dalla “Delegazione diplomatica palestinese”. Questo ha già mosso delle critiche e dei distinguo, una polemica. Ribadisco che noi la mostra la facciamo per quei bambini e che qualsiasi rappresentate di qualsiasi posizione espressa in Palestina o da palestinesi esuli vedrà domani lo stesso impegno. Ché credo che il non fare sia la cosa meno utile e più sbagliata. Mi sembra assurdo pensare che un’iniziativa come questa possa favorire una parte politica a scapito di un’altra. Nessuno si sente così importante e… fondamentale. Come la politica di Israele viene da lontano anche questa sete di pace e di giustizia, perché non può esistere una pace senza giustizia, viene da altrettanto lontano. E’ uno scontro tra quella barbarie e la civiltà. Tra l’arroganza e il diritto. Tra un invasore e un popolo e la sua terra. Tutto ciò premesso dovremmo parlare della mostra itinerante in sé. Della forma che sta prendendo la nostra inaugurazione di Venezia. Credo di aver usato per oggi fin troppe parole. Ci tornerò più tardi cioè più avanti. Vi lascio con un pensiero che don Nandino Capovilla di PaxChristi ci ha lasciato: “Grazie a tutte/i del nuovo gruppo! Ci sentiamo in piena sintonia con voi e da anni sosteniamo la causa palestinese con sensibilizzazione (film+libri+la newsletter e sito Bocchescucite, ecc.) e soprattutto continue esperienze di peacebuilding nei Territori Occupati (fra pochi giorni saremo ancora a raccogliere le olive a Ramallah, col team di Tutti a raccolta). Soprattutto GRAZIE per quello che farete per DIFFONDERE l’eredità preziosa del nostro Vittorio, con cui per anni abbiamo lavorato”. RESTIAMO UMANI.

Le parole delle donne

In Parola di donne on 31 maggio 2011 at 10:49

Sto leggendo un libro di Ritanna Armeni dal titolo “Parola di donna“. Cento grandi nomi della cultura, della politica e dello spettacolo italiano per un “dizionario al femminile”, che fa il punto sul nostro passato e sul nostro presente, per capire dove stiamo andando e per ricordare da dove siamo partite e quanta strada abbiamo percorso. In queste pagine troverete cento voci del privato e del politico, le parole della quotidianità e quelle della filosofia, da abito a zitella, passando per diritti, lavoro, pari opportunità, ma anche desiderio, mamma, sirena, verginità… Cento voci che hanno segnato profondamente la storia del nostro Paese, che sono cambiate negli anni, ma che sono attuali più che mai. Un libro corale, cui hanno partecipato, sotto l’abile regia di Ritanna Armeni, donne diverse per orientamento politico, professione, stato sociale, tutte accomunate dall’entusiasmo di esserci, dal desiderio di raccontare, di raccontarsi, di capire. E la voce delle donne, spesso percepita solo come un mormorio indistinto o come un canto fatato e affascinante, in questo libro unico e originale diventa parola chiara e distinta, che interpreta il mondo con coraggio e determinazione.

L’idea è buona. Esistono parole sulle  donne che nel tempo, nel sociale, ma anche soggettivamente cambiano significato o hanno radici profonde e non ancora del tutto spiegate. Pensate per esempio ad Abito, Abnegazione, Aborto, Ambiente, Amore, Autocoscienza, Autodeterminazione, Autorità, Autostima. Pensate a quanto si potrebbe scrivere su queste semplici e “banali” parole. Quante storie intorno. E siamo solo alla lettera “A“. Solo su questi termini, presi uno ad uno, si potrebbero scrivere libri. La Armeni ne ha raccolto un sunto intelligente e colto, a me piacerebbe raccogliere le riflessioni in Rete di amici, conoscenti e blogger viaggianti. Il fascino della Rete è proprio questo: libertà di espressione e di azione, almeno fino a dove questa libertà non lede quella degli altri. E allora perchè non aprire una rubrica settimanale su ciascuna parola raccogliendo le nostre riflessioni? E non è necessario che queste riflessioni siano sempre e comunque al femminile. Sopra di noi c’è il cielo ed è composto da due metà, una di queste è la donna ed oggi è di lei che vorremmo parlare. E chi se non l’altra parete del cielo donna che è l’uomo può intervenire in modo autorevole? 😉

Allora nella mia nuova rubrica PAROLA DI DONNE  lancio il tema di oggi: ABITO e vediamo cosa succede… per il momento lascio questa poesia per farvi un po di compagnia

Le parole delle donne
sono scritte sulle foglie
che abbiamo raccolto
con mani screpolate dal gelo
per riscaldare d’inverno
il focolare
sono incise sulle pietre dei fiumi
su cui abbiamo lavato
con mani rosse per i geloni
i panni dei nostri uomini
sono scolpite sulle madie e sui tegami
dove abbiamo impastato
e cucinato
con mani ruvide per il lavoro
i cibi per la famiglia
Le parole delle donne
sono diventate gocce di sudore
sui campi che abbiamo arato
con mani incallite come legno.
Le parole delle donne
sono diventate
canti di gioia e d’amore
canti di odio e di rabbia
grida di lotta e di morte.
Sono sfuggite dalle nostre labbra
quando ci hanno insultate picchiate
violentate uccise
sono stati silenzi di desideri
mai espressi
di ore di amore perdute
di sottomissione e obbedienza
sono state le grida sulle tavole
dove abbiamo ucciso la nostra giovinezza.
Le parole delle donne
sono il sangue che abbiamo versato con le mani
contratte
nel partorire i nostri figli
nell’abortire i nostri figli.
Le parole delle donne
sono quelle
che nessuno ha mai letto

ascoltato.
Come le radici dell’albero…” di Gabriella Gianfelici

Ross e Michele

In amore, La leggerezza della gioventù on 5 ottobre 2010 at 11:27

Pagine di un diario. La vera storia di Ross e Michele. Di quel nuovo inizio. Come qualcosa di incredibile. Di impossibile. Invece solo improbabile. E dedico questa storia, questo inizio, a chi sta perdendo la speranza; come noi allora. L’amore non dà appuntamenti, ma l’amore non si arrende mai. E ci siamo trovati senza cercarci. Anzi senza cercare niente e nessuno. Semplicemente vivendo le nostre solitudini.

13 marzo 2009 alle ore 21.30: Dal nome potresti essere un “antichissimo” amico di giovinezza, dipende quanti anni hai e se hai un fratello di nome Enrico. Se così fosse, e parlo di quel fratello, potresti essere il Michele che conosco. Non cercare di capire chi sono dal nome perché è evidentemente un nick. Se vuoi rispondimi e se sei tu potremmo riaggiornare la nostra amicizia Ciao Ross
14 marzo alle ore 0.06: Perché cercare di capire. Sono quel Michele. Lo stesso. Con qualche anno in più. O forse in meno. La stessa voglia di vivere e giocare. Non ho bisogno di Nick. ciao Michele
14 marzo alle ore 7.43: Bene, confermato che sei tu. Io sono Rossana, Rossaura perché ho ancora i capelli rossi e anche le idee. Il nick me lo porto dietro dai miei blog L’altra metà del cielo e Lettere al futuro. Facebook è un modo per incontrare virtualmente altri bloggers conosciuti. Per quanto riguarda incontrare vecchi amici attraverso il mio nome e cognome, non ci avevo pensato prima di incontrare il tuo nome, anche perché non credo che di nostri coetanei ce ne siano molti in rete o no? Aggiornami sui tuoi trascorsi, se hai voglia. Un caro saluto Ross (ah è stato giornalettismo che ci ha permesso l’incontro… ciao)
14 marzo alle ore 9.55: Mi ripiomba addosso un passato mai del tutto lasciato. Per altri di allora non so. Enrico si limita a scaricare. Per il resto ho sempre cambiato le mie abitudini, il mio mondo; sempre con gente più giovane. Io sono E’ solo un blog e sempre rosso, ma non di capelli. Di quelli ne son rimasti pochi e quasi tutti bianchi. Faccio e ho fatto altre cose in rete. Sono il modestissimo blogsitter di una amica molto brava: Galatea. Avrò modo di leggere i blog e avrò modo di riprendere il dialogo con calma. Ora devo uscire. Qui votiamo a giugno. un abbraccio Michele

Era notte. Notte quando è arrivata quella prima mail in Facebook. Dormo poco la notte. Cioè dormivo poco la notte. L’ho trovata tornando a casa. A mezzanotte. E ho risposto subito. Ero solo incuriosito. Nemmeno sorpreso. Altro passato era tornato a cercarmi. E’ stano; mi capitano di queste cose. A dire il vero, pensandoci, quella che ricordo di più era un’altra donna. Un’altra ex. Un ritorno che non aveva avuto seguito. Ci avevo pensato. Senza impegno. “Un antico amico”. Ma solo per un attimo. E non certo a Lei. Ci avessi pensato, nonostante il tempo, non avrei potuto che pensare a Lei. Ma io ho pensato spesso a Lei in questi tanti anni. Era rimasta un… gradevole ricordo. Un rifugio. La tranquilla sicurezza che un’amicizia  poteva essere. Che non sarebbe venuta meno mai. E poi ero andato a letto senza alcuna ansia. E’ strano per me. Anzi lo era. Ero un tipo molto ansioso. Soprattutto ero molto sconfitto. Molto rassegnato. Poi è bastato il suo nome. Per chi sa leggere tra le righe non servirebbe aggiungere altro. Leggerlo ed essere sbattuto in un fiume in piena è stata la stessa cosa. Il suo ricordo era sopravvissuto a tutto. Lei mi ha sempre fatto questo effetto. Mi ha sempre dato questa confusione. Bastava incontrarla per strada. Anche solo un “ciao”.  A volte avevo avuto anche solo la speranza di incontrarla. Ho sempre chiesto poco di Lei. Avevo pudore per la sua vita. Non volevo intromettermi. Sapevo che aveva sofferto. Mi sentivo un po’ causa di ciò. Ero convinto che continuasse a soffrire. Ero già certo che era ricominciato. Volevo ascoltare il cuore. Le emozioni. Le emozioni mi dicevano che stavolta non avrei potuto dirle di no. Che non ci sarebbe stato ritorno. Che Lei mi aveva cercato in quel modo in cui sognavo mi cercasse. Per ricominciare quella storia. Brevissima quanto intensa. Sottovalutata quanto importante. Una storia che agli occhi di tutti poteva solo apparire come una semplice storiella di ragazzi. Non ai miei. Non ai suoi. Ne sono stato certo sempre. Cosa mi dava questa certezza non lo so. Non mi sono sbagliato. Così è ricominciata tra noi. Come dicevo all’inizio nel modo più improbabile. Credevo di non avere più l’età per amare. Nemmeno per tornare a vivere. Quanto mi sbagliavo! E’ bastato aspettare il messaggio successivo. E’ bastata quell’ansia. E’ bastato sentire la sua voce. E’ bastato guardarla negli occhi. E’ bastato sfiorarle i capelli. Finalmente tornare a sfiorarle i suoi rossi capelli.

E dietro niente

In amore, La leggerezza della gioventù on 29 settembre 2010 at 8:20

Foto colori di Ross in barca a PonzaE’ come se avesse vissuto un’altra vita. A guardarsi indietro non fa che interrogarsi. Non trova domande. Trova solo altri perché. Fantasie e sogni. Nessuna spiegazione. Ma tutto si fa ovattato. Sfuggente. E’ come se i ricordi si stessero sbiadendo. Scolorando. E si fanno polvere. Come se l’intera vita si stesse dissolvendo. Non riesce nemmeno più a rimproverarsi. Non l’ha mai fatto con gli altri. E poi che colpa avevano loro? Se era solo quello che volevano? Eppure non aveva mai chiesto nulla. Non aveva mai chiesto certo di più. Le sarebbe bastato perdersi in un abbraccio. Si sarebbe accontentata di una bugia. Di una illusione.
Lei scorre le foto. Oggi vede come era bella. Non vuole ancora crederci. Nessuno gliel’ha mai detto. Gli sembra di vedere un’altra. E ritrova posti. Amici. Momenti. Ma la spina è staccata. Continuano a non appartenerle. Le chiama passato, quelle foto. Le mette in un cassetto. Se ne libera. Non vuole ricordare. Ogni verità ha il suo prezzo. Non vuole più pagarlo. Adesso tutto è solo oggi. Cosa importa cercare un ordine? Si accontenterebbe di non avere rimpianti.
Eppure non vorrebbe avere l’aspetto che ha. Non per rincorre anni cosiddetti felici. La gioventù. Quella che doveva essere e non è stata la spensieratezza. Una qualche leggerezza. Semplicemente vorrebbe essere bella. Vorrebbe esserlo per lui. Per regalarlo a lui. Per lui che oggi glielo dice. Ma lui è diverso. Tutto è diverso. Se dovesse glielo chiederebbe. Sa che non è vero ma vuole credergli. Ha bisogno di credergli. Non è nemmeno importante. La fa star bene. E lui le prende la mano. La guarda negli occhi. E lei si sente debole.
Ma lui aggiunge che è sempre stata bella. E anche di quella bellezza che non teme il tempo. Lui non ha paura di dire le cose. Non ha mai avuto paura delle parole. Delle verità. Ma forse sono solo diversi gli occhi con cui le ha insegnato a guardare. E sembra tutto un altro giorno. E se cerca il desiderio è certa di non averlo trovato prima. La curiosità della vita la prende. Si sente ragazza. Forse come non lo è mai stata. Leggera. Ora si crede. A momenti le lacrime cercano di impossessarsi dei suoi occhi. E’ tornata a sognare. E’ così… incredibile.
Per sapere lei cose le aveva sempre sapute. Aveva amato senza chiedere. Niente, nemmeno un po’ di gentilezza. Di stupida riconoscenza. Aveva amato aspettando. Credendo che amare fosse solo dare. Rinunciare. Sacrificare. Essere donna. E aveva lottato. Aveva sempre dovuto lottare. Per quello che credeva. Per tutto. Persino con se stessa. Soprattutto con sè. Perché aveva vissuto una vita che non era sua. Perché non lo poteva dire. Perché gli altri sembravano non poter capire. Per suo figlio. Per il suo futuro. Soprattutto per quel presente. E tutto ormai le sembrava niente. Ma era amore quello?
Quello che aveva sempre sognato non era mai accaduto. La vita non era così. Ma erano sogni i suoi? Aveva dovuto aspettare tutta una vita. Fin quasi ad essere stanca di aspettare. Fin da perdere qualsiasi speranza. Da capire che la sua era solo una illusione. Non c’era nessun conforto tra le braccia di un uomo. Non c’era rifugio. Non c’era tenerezza. Forse era solo lei ad aver bisogno di tutto quel tempo per capire, finalmente. Per sapere che non si era sbagliata. Forse i suoi erano solo sogni di ragazza.
Non poteva che prendersela con se stessa. Ma come puoi spiegare il tempo? E un momento? Dopo? Ciò che governa il mondo è un’emozione. Un battito di ciglia. Un dubbio confuso. La sete di andare. Di scoprire. Di provare. La noia. Il niente. Non c’è nessun disegno preciso. C’è solo quel piano che scivola verso il basso. Il passo che vuole essere seguito da un altro passo. La tentazione e lo sbaglio. Il viaggio intrapreso. I doveri del quotidiano. L’abitudine. L’assuefazione.
Non ricordava nessuno che glielo avesse detto. Forse nella sua vita non aveva mai sentito prima un Ti amo. Non ci aveva mai pensato. Non le sembrava importante. Aveva voluto convincersi che non lo era, importante. Che la vita è fatta di altre cose. Ma in verità quell’essere donna non le era mai piaciuto. Come avrebbe potuto? Amare non può essere solo accudire. Fin da bambina aveva implorato una tenerezza. L’aveva fatto in silenzio. In fondo aveva fatto tutto in silenzio. Di quel silenzio dove è impossibile aprire il proprio cuore. Lei.
Ma nemmeno lei l’aveva mai detto. Ma perché avrebbe dovuto farlo? Per chi? Non possedeva che la propria pazienza. Forse avrebbe dovuto saperlo. Non sono le parole a fare le cose. Ma cosa aveva dato? Non aveva saputo abbandonarsi mai completamente. Mai aveva trovato quella serenità. Quel torpore. Quella intimità. Quel piacere così intenso e così completo. A volte non riusciva a crederci. Si era nascosta un sentore di frustrazione. In fondo si era sempre mentita. Ora aveva voglia di gridarlo. Aveva un mare di parole in bocca.
Ricordò con tenerezza quel ragazzo. Lui l’aveva detto. Le aveva sussurrato che era “troppo bella”. Non aveva potuto crederci. Non l’aveva voluto. E poi quel troppo non avrebbe potuto capirlo. Era arrivato a dirle che era meravigliosa. Aveva pensato che si stesse prendendo gioco di lei. Ad uno scherzo. Però non l’aveva scordato mai. Ed era rimasto un angolo di tenerezza. Non era cambiato. Si sentiva strana, ora che capiva che era tutto vero. Strana e frastornata. Eppure era tutto così semplice. Era così bello essere solo se stessa. Era così bello sentire che sussurrando la pregava: lasciati amare.
Ed è così bello sentire la propria voce dire: Ti amo.

100) Saltatempo

In Un libro al giorno on 14 settembre 2010 at 8:00

Quand’ero molto piccolo ho visto un Dio. Scarpagnavo verso la Bisacconi. Scarpagnare vuole dire camminare a saltelli per via del dislivello, io abitavo in montagna, la scuola era in basso. Si scarpagna senza pause, con l’inerzia della discesa che impedisce di fermarsi, un continuo scuotimento nei giovani marroni e un piccolo ansito nei polmoncini. Le Bisacconi sono le scuole elementari del paese, un cubo giallo vomito dentro un giardino di erbacce barbare, e devono il loro nome a un uomo di nome Lutilio Bisacconi ricordato per essere morto sull’uscio di casa, ucciso dal cugino fascista.
Sulla lapide infatti c’è scritto:
Lutilio Bisacconi, caduto.
Poi si vede che non hanno pagato lo scalpellino o c’è stato un litigio ideografologico ma è finita lì: caduto. Non è specificato se in guerra, per la Resistenza, nel fiore degli anni, niente: caduto e basta.

Soluzione
Titolo: SALTATEMPO
Autore: STEFANO BENNI

trama: Lupetto è un bambino di paese degli anni ’50, figlio di un falegname, che frequenta le elementari insieme agli amici che comprendono la buffa e paffutella Selene, la sua “morosa”. Una mattina incontra un Dio che gli regala un orobilogio, ossia un orologio interno che gli permetterà di correre avanti nel tempo. Da quel momento Lupetto diventa Saltatempo e cresce con evidenti ideali comunisti e combattivi, in un paese che si prepara ad una negativa trasformazione. Insieme al suo orobilogio Saltatempo prevede e vive nello stesso tempo la costruzione dell’autostrada, la minaccia del bosco, la rovina del fiume, la perdita di un amico vittima della droga e altri cambiamenti portati dal tempo. Incrocia il sessantotto, gli scioperi, l’avidità dei padroni, insomma… vive la trasformazione dell’Italia che perde la propria identità mangiata dalla nuova politica e dal consumismo. Saltatempo è un vero e proprio salto dalla guerra partigiana alle rivoluzioni sessantottine, ambientato in un paesino che può essere quello di tutti, col fiume, il bar, le vigne…. Una storia poetica e triste con un pizzico di ottimismo nel finale e con un’irresistibile dose di umorismo presente in tutto il romanzo.

Solo qualche inutile ora…

In La leggerezza della gioventù on 6 settembre 2010 at 10:46

Certo che la magia non è cosa. Soprattutto poi possedere la macchina del tempo. Ci si pensa qualche volta: e se avessi la possibilità di tornare indietro? Non dico tornare indietro per poi ricominciare, ma solo un intervento una tantum. Insomma, una qualche divinità maligna e dispettosa ci mette a disposizione, diciamo, tre ore di tempo per intervenire in un qualche luogo e in un qualche tempo della nostra vita.
Bella questa vero? Scommetto che a pensarci all’inizio ci avete fatto tutti un sorrisino eh? Avete avuto una sensazione di onnipotenza. Insomma vi siete detti: “Beh, adesso ci penso io!”. Solito esempio di stupidità umana. Questo me lo sono detta poi quando ho cominciato a pensarci davvero. Beh adesso pensateci anche voi davvero. Scommetto, ancora una volta, che il sorrisino vi si è congelato sulla bocca. Qui non si tratta di sentirsi onnipotenti, qui c’è davvero da diventare matti.
Sia chiaro, non che avrei paura di predere il toro per le corna. Su questo, personalmente, il coraggio non mi manca, solo che a pensarci bene non saprei proprio da dove cominciare. Non è così facile approfittare di tre ore di sana saggezza postuma. Poterne far uso prima che le cose accadano. Bella possibilità, ma come e dove metterci mano?
La vita è un pacchetto confezionato con quello che abbiamo potuto trovare. Qualche volta sembra raffazzonato e senza stile, ma potrebbe essere anche migliore di quello che appare. Magari invece quel pacchetto ordinato ed infiocchettato nasconde tanta inadeguatezza. Proprio per curiosità e anche perché amo le sfide io ci ho pensato e l’ho fatto pure seriamente. Vi assicuro che non c’era spazio per quel sorrisino iniziale. La cosa si è fatta subito seria. Ho proceduto a ritroso a grandi salti. Con meticolosità ho inserito quelle tre ore un po’ qui, un po’ lì. Prima dei momenti topici della vita. Ci ho pensato: magari poteva cambiare tutto. Bastava cercare con cura il momento preciso in cui la vita prendeva un certo corso. Tre ore solo per cambiarla. Troppo poco? Troppo tanto? Troppo stupido?
Devo dire che nell’imbarazzo della scelta o solo perchè sono così di carattere, dopo un po’ di tentativi ad intervenire nella mia vita, quelle tre ore mi sono pesate così tanto che ho dovuto cambiare idea. Non era giusto che le utilizzassi per me. Quelle tre ore avrebbero potuto salvare molte vite umane, non rendere solo migliore la mia vita. Ecco, qui mi sentivo molto più a mio agio. Avrei potuto lanciare l’allarme ai paesi al di sotto della diga del Vajont. Oppure avrei potuto avvisare quelli delle zone interessate dai vari terremoti che hanno scosso il nostro paese. E poi perchè solo qui? Perchè non scegliere il dramma di un altro paese? La caduta delle Torri Gemelle che si sono trasformate in guerre in altri zone? Perchè quelle tre ore non avrei potuto spenderle per gli altri?
Certo che nessuno mi avrebbe creduto. Certo che avrei fatto meglio ad intervenire suggerendo “possibilità” all’interno del mio cerchio famigliare e forse sarei riuscita a qualche cosa. Eppure mi resta sempre il sapore amaro di non sapere come le avrei usate per la mia vita. Forse le avrei usate per salvare una persona cara, o forse per far sì che la sua vita non venisse ingarbugliata dalla mia e pertanto legata da comune destino. E perchè allora non prima, evitando che il destino ci mettesse insieme. Ma allora sarebbe nato mio figlio? Forse no. O forse sarebbe solo stato un figlio diverso e io non avrei saputo cosa perdevo. Eppure se dipende da me non avrei voluto nessun figlio diverso da lui. Ah che responsabilita! Perchè non tentare una cosa più piccina, dove tre ore possono fare la differenza? Piccina sì, ma altrettanto importante. Allora forse me ne tornerei a quando ero ragazzina, a quel giorno di sole, in montagna, distesa su quel mare di neve. Proprio quel giorno che mi sembrava di poter tutto. Quando la vita tutto ti promette e tu sei felice per il futuro che avrai. Un semplice sogno che ti dava felicità. Allora sapere quello che la vita poi avrebbe mantenuto. Il grande peso di male e di bene che mi sarei portata sulle spalle. Forse allora avrei saputo che farmene di quelle tre ore di “conoscenza postuma”. Forse avrei potuto decidere un’altra vita o forse solo una possibilità alternativa. Proprio perchè in quel momento sapere era potere. Forse allora avrei cambiato tutto. Forse… ma, dico solo forse…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: