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Se perdo te

In amore, musica, personale on 16 aprile 2016 at 18:41

Una piccola vecchia canzone, il gusto dolce amaro di quegli anni, era l’inizio del 1968, ma noi non lo sapevamo, nessuno sapeva che, in quell’anno, la mia generazione avrebbe avuto un appuntamento con la Storia e noi non sapevamo certamente quanto saremmo cambiati poi.

Io allora sapevo solo che tu dovevi partire. Nessuna certezza, nessuna sicurezza solo i tuoi occhi verdi che avrei perduto.

Strano che allora una canzone significasse tanto, strano poi che quella canzone, per me, non fosse mai diventata vecchia e nemmeno ridicola, come succede a tante cose perdute nel tempo.

Una canzone che tornava ogni volta a rimestare negli angoli bui dell’anima. Un dolore sordo che non si era mai sedato, la cui origine non avevo mai volutamente veramente sondare.

E allora io ti avevo perso al suono di quella canzone e oggi so che il mio cuore non lo aveva mai dimenticato.

Erano passati solo due mesi dal quel combattuto e litigato primo bacio, che tu non volevi e al quale io ti avevo costretto, ed erano passati solo cinque mesi da quando ci eravamo conosciuti. Colpa sempre di quell’amico, che aveva una cotta per me, e che io vedevo solo con amicizia. Poi non so che cosa avesse pensato, credo che, nella sua testa, solo tu mi potevi fermare ed infatti solo tu mi hai fermato. Non a lungo e non per sempre, ma ci fermammo e ci guardammo negli occhi.

Non è facile aver sedici anni, imparare a vivere, ed essere sicuri di se stessi. Non è facile desiderare la libertà e non poterla avere, doversela guadagnare pagando un prezzo troppo alto per ogni conquista.

Ma questo spiega solo di me. Non tiene conto che pure i tuoi vent’anni non andavano tanto meglio e pure tu hai pagato i tuoi conti con la vita.

Ma quella canzone era la nostra e lo è sempre stata, sebbene che per ragioni evidenti, io non volevo sapere a chi fosse legata e perché.

La ballammo quella sera, a casa di qualcuno di cui non ricordiamo il nome, ballammo nel buio stretti e disperati, come solo dei ragazzi giovani, di fronte al baratro, riescono a fare.

La data la ricordo era l’11 febbraio 1968, il giorno dopo hai preso il treno e sei uscito dalla mia vita.

Roma non è molto lontana e non lo è nemmeno Civitavecchia, ma allora per me era l’altro capo del mondo dove catapultavo le mie lettere quotidiane e qualche breve e complicata telefonata.

Non sapevamo che se per caso non fosse stato amore, sicuramente era la più bella espressione di amicizia di cui saremmo mai stati capaci. Qualcosa che a pensarci bene era quasi amore, ma senza quella voglia di autodistruzione o di rivalsa che molto spesso quel sentimento porta con sé.

A te sarebbe andato, per tutta la mia vita successiva, un pensiero fugace, quando avrei avuto voglia di avere un amico vicino, o di fare una telefonata oppure solo di restare ad ascoltare una voce, ma non una qualsiasi, la tua voce profonda e calorosa.

Ma tutto andò storto o meglio andò come il destino aveva previsto che andasse. Tu non tornavi per impegno e per orgoglio, io non aspettai, se non fino alla fine di quell’anno assurdo che poi avremmo dovuto per forza ricordare.

Allora non ammettemmo quanto ci siamo mancati ed io non lo feci nemmeno dopo. Io diventavo donna senza di te, avrei avuto un compleanno che perfino mia madre si era dimenticata. Avevo i nostri amici che mi riempivano la vita, almeno quel poco di vita di cui allora potevo godere.

Ma tu non tornavi e io pensavo davvero che non ti interessasse tornare… per me.

Pensavo che tu fossi destinato ad altro, che il tuo futuro non avrebbe avuto il mio nome. E contemporaneamente comprendevo che tu non avresti potuto essere il mio destino, e che dovevo aprirmi la strada senza di te.

E così rimase quella canzone che parlava di noi, e di cose taciute, sconosciute oppure non dette, che mi strizzava il cuore senza motivo anche a distanza di anni e pure tanti.

La vita ci aveva separati: una piccola storia che tu, solo dopo, avresti chiamata “breve, ma non piccola”, un amore che era più amicizia, ma che solo dopo io avrei capito che non faceva differenza. Una breve storia d’amore che ci cambiò.

Una separazione lunghissima, intrecciata a vite separate e complicate, come devono essere le vite, per poi riportarci a quel punto di partenza che era la nostra nuova storia da vecchi.

Il caso ci ha rimesso assieme strizzando l’occhiolino. Un caso burlone che tanto ci aveva tolto e tanto oggi ci tornava, con gli interessi.

Ma questa è un’altra storia anche se la colonna sonora è sempre la stessa o almeno quella che ora noi sappiamo che era solo la nostra canzone e di nessun altro.

 

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Riflessioni sull’amore e sull’ideologia

In Anima libera on 3 gennaio 2011 at 16:54

Foto a colori di una casa di campagna con i lampi dentro, non fuori.

Premessa alla parte ottava.
Accidenti se il mondo è complicato! Ti sembra di poterci tener testa ed invece… A parte le imposizioni quotidiane in famiglia. Le regole di casa. Sei una bambina, non lo dimenticare. Non parlare se non interrogata. Non guardare con quegli occhi da ribelle. Non pensare; sei una donna e non puoi pensare. Non correre. Non dire parolacce. Non camminare lungo le rive del canale. Non salire sulle barche. Non giocare a pallone. Obbedisci all’autorità. Rispetta, i grandi hanno sempre ragione… ecc. ecc. ecc. Uffa. Poi c’è il resto del mondo e sinceramente non è piccolo… il resto è tutto.

E’ come se aspettassi qualcosa che non arriva. Non certo diventare grande. Credo non sia quello che voglio. Che sia una ragazzina stressata già in prima elementare, non dovrebbe sembrare strano. Sono sempre stata affetta da apprendimento eccessivamente precoce. Qui si parte dalle aste, sai? quei segni cretini sui quadretti, tanto da imparare a tenere la matita in mano. Ma non sono mica un’incapace. La matita la tengo benissimo e se mi metto so pure scrivere e disegnare con dovizia di particolari. Ecco il cane con la sua cuccia e la mia bella frase: Il cane fa la guardia. Ed ecco anche la nave con i remi che escono dagli oblò: La nave a remi va veloce. E poi la chicca, quel bel disegno colorato di un arlecchino con scritto sotto “Allegria!” Ma da chi avrò preso questa frase?
La dolce suora Assuntina grida al miracolo. Una ragazzina così non l’aveva vista mai: è Natale e questa è già stufa di aspettare gli altri. Ha già finito il libro di lettura e scalpita per averne un altro. Suor Assuntina ci pensa e mi regala “Le Tigri di Mompracem”. Io me lo faccio fuori in un batter d’occhio e mi innamoro di Sandokan. Sia chiaro mica come una Marianna qualunque. Io sono lui, sono Sandokan e combatto contro gli stupidi inglesi. Se non c’è niente di meglio anche un personaggio di carta mi va bene. In fondo è il mio primo ribelle. Non poteva non scoppiare l’amore.
Se me la raccontassero direi che non è vero; che mi stanno prendendo per quel posto. Che non esiste una ragazzina così. Il fatto è che le cose mi arrivano da sé. A mia madre viene offerto di farmi fare direttamente gli esami di seconda, sono troppo avanti per annoiarmi così in classe. E’ più il tempo che passo per conto mio. Mi distraggo e distraggo gli altri. Non serve e può essere un male. Non vorrei farmi vedere ma mi vedono. Naturalmente mia madre rifiuta. Dentro di lei pensa che potrei montarmi la testa. Già di grilli ne ho tanti, manca solo una suora gentile ed ingenua. O pensa quello che pensa. Con quella sua testa da donna e da adulto.
Intanto gli altri continuano a fare le righe. Verticali e orizzontali. Una paginetta di verticali e una di orizzontali. Sono quasi ai cerchietti. Non è solo per questo che sono stressata. A dire il vero sono di già incazzata. A scuola mi rompo e poi c’è anche Leone che gira per la classe e mi fa proposte licenziose. La scuola è solo femminile e non capisco che ci faccia Leo in mezzo alle bambine. Grembiule nero e fiocco azzurro, tanto per sfotterci. Noi bianche come il latte e fiocco rosa; capito l’antifona? Il mio fiocco si scioglie in continuazione, è un po’ ribelle come me, ma a Leo non dispiace. Sinceramente non so se la libertà che gode in classe sia dovuta a qualche raccomandazione dall’alto oppure solo al fatto che è un maschio. In fondo anche le suore sono solo donne. Lui mi si posiziona dietro la sedia e mi sospira: “Dai fatti tentare! Io sono il tuo diavolo custode e ti ordino di farti baciare!” Che schifo.
Un poco me lo ordina, un poco mi implora. Povero scemo. Ma che si crede? Non sono interessata all’uomo. Non in quel modo. Non a quella parte. E poi è solo un moccioso. Ma come faccio a farglielo intendere? Non c’è nulla di più stupido di un uomo che non vuole capire. Questa è una grande lezione di vita. Io che sono abituata a fare a botte con Ernesto, a darle e a prenderle, non faccio neanche una piega e sibilo “Baciati il culo!” E lui scappa ridendo, ma so che tornerà. Sembra convinto che prima o dopo cederò. Cerca di seguirmi quando vado al bagno. Quasi quasi decido di smettere di farla. Povero illuso, non si conquista così una donna. E poi gli spiego che anche lui è una stupida ragazzina. Non basta quel grembiule nero. E quel fiocco azzurro. Questa è una scuola per ragazze? Siamo tutte solo ragazze? “E allora anche tu non sei che una stupida ragazzina”. Mi minaccia di farmi vedere. Con le botte e con i fatti. Il fatto. Ma non ne ha il coraggio. O è il mio sguardo disprezzante, e solo a tratti compassionevole, che glielo toglie. E poi son sicura che a botte lo vinco io.
Comunque a me ‘ste cose mi danno sui nervi. Non vedo l’ora di prendermi qualche giorno di vacanza e come per miracolo arriva la nonna Matilde. Io non prego mai nessuno, non è da me, ma per andare da nonna faccio sempre un’eccezione e mamma lo sa. Mica per la nonna che sembra una principessa tiranna e pure lo è, ma per quel nonno socialista che bestemmia tanto, in modo così allegro e divertente, suonando il violino. Lei mi salva. Nonna mi prende su, con quel distacco da nobile decaduta, e mi porta da loro, in campagna. Il nonno quando mi vede, come suo solito, quasi mi infila lo stecchino in un occhio per abbracciarmi e farmi girare come una trottola. “E’ arrivato il mio susino.” grida con gioia e io rido perché quel “susino” è il complimento più carino che abbia mai ricevuto.
E la campagna è bella ed è verde anche se solo nell’orto di mio nonno dove semina l’insalata e alleva i conigli. E’ un posto ameno non ancora frequentato da boss mafiosi. Beh! certo è una campagna strana, i campi quasi non ci sono più e davanti a casa c’è un canale che si chiama Brenta. L’acqua corre sempre veloce e rabbuiata. Per arrivarci si costeggia con la corriera, tutta la zona industriale. Nonno lavora lì, in fonderia. Poi torna alla sera, accende la luce in cucina e mi fa ascoltare il giornale radio sulle sue ginocchia. Mi spiega che è contro le armi e i carri armati. Che ne ha viste troppe. La nonna scodella la minestra. C’è aria di pace e io sono in pace. In questa cornice bucolica non posso non innamorarmi per davvero. Non so come si chiama ma tutti lo chiamano Pucci.
Forse è veramente il suo nome. Sono le cinque di pomeriggio e arriva pedalando Pucci con il secchio del latte. Si affaccia, sempre bilanciato sulla bici, alla finestra di cucina. La nonna gli passa il tegame. Il latte è buono ed è quello delle sue mucche. Lui è il figlio del fattore e non ha la mamma, e questo non credo sia una fortuna. Porta il latte in bicicletta e quando ci sono io, lascia alla nonna due o tre mestoli in più. A me questa cosa pare gentile. Mi pare una carineria dedicata a me. Non so se sono conquistata più dalla sua aria bonacciona oppure dal fatto che vive davvero in campagna. “Ehi rossa,” mi grida dalla finestra “ci vediamo domani.” Ed io aspetto ansiosa a quella finestra. Un giorno è lungo se quel che aspetti è l’amore. Non mi piace essere sdolcinata, ma siccome nessuno sa di questa mia debolezza mi lascio andare ai sogni. Nonna forse ha capito. Ma vuole bene a Pucci, come fosse suo figlio e magari sogna pure lei. D’altra parte io sono sua nipote, non sono la figlia. Forse potrei anche sposare il figlio di un fattore, cosa che mai avrebbe dovuto fare sua figlia, quella bella, mia madre.
La nonna si crede aristocratica perché sua madre faceva la dama di compagnia di una contessa. Ah, poveri noi! Che idee strane girano per il mondo. Che poi non è vero che abbiamo il sangue blu. Io lo so perché quello che mi esce dalle ginocchia sbucciate è rosso. Il colore che preferisco. Rosso come il sangue dei socialisti, lo dice sempre nonno Carlo. Rosso come la nostra bandiera, Rosso come il sole dell’avvenire. Comincio a pensare che uomini così non ne fanno più. Povera nonna, sposata, incinta, col garzone ferratore dei cavalli di tuo padre. Con quella tua prima figlia troppo bella per le mani di un ciabattino. Quante delusioni hai dovuto sopportare. Non ti bastava il marito socialista, hai avuto anche il figlio maggiore che è scappato in montagna con i partigiani. Proprio a te che avevi regalato la tua fede matrimoniale al duce. Per far costruire i cannoni. E avevi raccontato di averla persa. Ché il nonno sarebbe andato su tutte le furie, perché lui nella prima guerra ci aveva lasciato un occhio. Mica balle; mica un ciondolo d’oro.
Lei, la nonna, mi dice: “non fare come tua madre”. Non credo di capire bene. O forse è solo perché non capisco la stessa cosa. Dice che sono bella. E’ come se l’occhio l’avesse perso lei. Io vedo bello nonno Carlo, che il primo maggio mette il garofano rosso all’occhiello. Bello per come è dentro, perché fuori c’ha un nasone enorme, ma gli occhi verdi di un ragazzino, insomma… proprio bello. Un poco ne sono innamorata. Non come Pucci. In modo diverso. Il nonno non mi dà quell’ansia, quell’attesa. Mi sento serena vicino a lui. Sono il suo susino e sono orgogliosa di esserlo. Vorrei che anche lui fosse fiero di me. Forse sono vanitosa? O un poco volubile? Insomma… l’amore è proprio un gran casino. Credo che non lo capirò mai. Ma torniamo a Pucci.
Nell’attesa di ogni suo ritorno penso ai contadini e cerco di capire. Ed è chiaro che ci si può far ammazzare per la terra. Che la terra dove nasci diventa il tuo pane, non può essere di proprietà di qualcuno che te la può togliere. Che ti sfrutta. La terra è di chi la coltiva e di chi fatica a tenerla viva. E di chi suda. Fino a ieri non sapevo far altro che sporcarmi di quella terra. Ora sento di amare la terra. Amo il suo odore quando è bagnata o quando il sole la spacca in polvere. Amo la campagna e anche il mio bel nonno sorridente. Amo Pucci e il suo latte. Io penso che potrei vivere di solo latte, ma non so se è perché mi piace proprio o per colpa di questo amore campagnolo.
In campagna non riesco ad essere troppo rivoluzionaria. Sto più in pace col mondo e la rabbia non mi brucia più di tanto sul palato. Sarà che sono in mezzo a gente semplice e le notizie dal mondo mi arrivano ovattate, come da un altro pianeta. Voglio dire… non mi manca la televisione. Un po’ carosello, ma solo un po’. Qui vado a letto presto. A casa non lo faccio finché non si chiude quella tenda con la sua musichetta. In fondo quello, carosello voglio dire, l’hanno fatto per noi… i giovani. Segna giusto il confine tra il giorno e la notte. Eppure qui non ho il tempo di annoiarmi. E Venezia mi manca solo un po’. E mi sento meno arrabbiata. Non voglio essere buona. E non voglio chiedermi perché a Venezia non penso a Pucci.
Certo nemmeno in campagna è tutto bello. Per esempio dietro casa di nonna ci sono le latrine, ossia i buchi alla turca. Insomma i soli cessi che possiamo usare. Sono quattro e li usano pure i vicini. Puzzano come cessi dove nessuno si cura di tener pulito. Una vera zozzeria. Mia nonna ci butta la lisciva, quando fa il bucato. Dice che disinfetta, ma la puzza non se ne va. Come al solito sono schizzinosa e ci vado solo se strettamente necessario. I cessi si trovano sul retro dei cortili prima del deposito del fruttivendolo. Per arrivarci devo passare per forza sotto gli occhi dei suoi due figli maschi che hanno qualche anno più di me e giocano a pallone con i figli dei vicini. Niente di grave dico io, ma quando passo mi guardano strano e insistono per portarmi a giocare nel magazzino dove parcheggiano anche il camion della frutta e della verdura. Non è solo facile essere femmina. Qui sotto ci cova qualche cosa, penso. A una bambina, i maschi, non chiedono mai di condividere i loro giochi. Però la curiosità di salire sul camion è più forte di me e dei miei sospetti. E’ un mostro enorme che mi chiama e mi sfida. Alla fine accetto. Tanto lo so che so difendermi. Tengo sempre le zanne aguzze. Ho imparato a trattare con il branco. Niente mi fa paura, tanto meno dei sorcetti di campagna.
Ci andiamo a giocare a nascondino e Madino, il più grande, cerca di rintanarsi proprio dove mi nascondo io. “Ma scusa, non hai un altro posto dove andare?” faccio io sofistica. Anche un po’ seccata. “Finisce che ci scoprono”. Non gliene importa molto: “Mi piace mettermi vicino a te.” La cosa mi puzza e penso “Che ca… cavolo vuole questo?” e lui candido me lo dice: “Posso guardarti sotto le mutande? Vorrei vedere la cosina che hai, e magari toccarla!” Aho! ‘sto scemo, mica vuole giocare al chirurgo come Ernesto. Eh no! lui va al sodo. Caro mio non sono mica una esibizionista, io. Intanto per prendersi avanti tira fuori il suo arnese che a ragion del vero è veramente povera cosa. Ma non ha pudore, né il senso del ridicolo? “Vedi io ti mostro che cos’ho nelle mutande e non mi vergogno mica, non faccio come te!” Bella forza. Ecco di cosa è fatto un uomo. Io mi mostro indignata. E anche un poco delusa. E gli lascio vedere che non riesco a trattenere un sorriso di scherno. E chi si vergogna, cretinetti, credi davvero che mi faccio abbindolare per sfida? “Se me la mostri sai cosa faccio? Ti do tutti questi soldini!” E tira fuori dalla tasca delle monetine, i suoi risparmi. Wow! pensa te, così piccolina e già pagata per mostrare. Si mette bene la mia seconda proposta licenziosa. Potrei farci un business. Farci carriera. Ma va là! Non sono interessata al dio denaro.
Sono solo una ragazza dispettosa. Non so cosa ho di interessante dentro alle mutande. E perché ai maschi crea quella curiosità. Non lo capisco proprio, e forse non lo capirò mai. Ma è il primo che vedo. Se non si parla di quelli, come dire? di famiglia. Ma quelli non contano. Se è per quello Ernesto per spogliarsi si mette dietro alle porte e finisce sempre fotografato sul muro da chi le apre senza sapere. D’altra parte mia mamma ha tolto le chiavi dalle porte, anche quella del bagno e così se è difficile vedere nudo mio fratello, non è difficile trovarsi di fronte ad altre panoramiche. Ma sai com’è: quelli di famiglia te li trovi sotto gli occhi. Fanno parte del paesaggio.
A dire il vero non ci provo più di tanto interesse. Non so che ci trovino, i maschietti a rimirarselo come fosse un tesoro. Certo possono farla in piedi. E questa è una grande comodità. Io ci ho provato una volta, a farla in piedi, ma mi sono bagnata le scarpe. Insomma la considero un’ingiustizia. Comunque io le mutande non me le tolgo per i suoi begli occhi e tanto meno per il suo denaro. Che poi, quegli occhi, guardano ognuno dalla sua parte. Quello di destra a destra e quello di sinistra a sinistra. Non capisco nemmeno se sta parlando veramente con me. Ma chi si crede di essere? So bene che da qui potrebbe aver origine la scomoda fama di fare la santa, o la martire, una Maria Goretti senza aureola. Che poi le aureole sono scomode, troppa luce e poi le vedono tutti e finisci che ti segnano a dito o ti mettono in un quadro. Non è quello che voglio. Preferirei, se fosse possibile, essere nata con una voglia Rossa, magario a forma di Stella. Che poi in me la voglia non si vede, ma c’è.
Magari pensi alle cose grandi e poi ti soffermi a quelle piccole. Chissà cosa direbbe suor Assuntina se sapesse che sono atea e comunista. Una vera figura uscita dall’Inferno. Lei mi guarda con i suoi occhi cerulei spaventati, abituati all’obbedienza. Io la guardo con i miei occhi a punteruolo. Lo so, Dio perdona, ma io no. Dovrò decidere se la mia tendenza è da assecondare. Essere femmina o maschio, oppure essere umano. Sembra che la questione sia proprio così. Se sei femmina non sei maschio e nemmeno essere umano. Se sei maschio non sei femmina, ma sei un essere umano. Se sei un essere umano non hai sesso e se ce l’hai è meglio non usarlo perché finisci col diventare un essere bestiale. Qui l’affare si fa complicato. Devo decidere ed in fretta. Perché intanto cresco. Crescere vuol dire imparare. E ho imparato una cosa nuova. Ho imparato come si dice quella parola e cos’è quel coso. Tante parole per dire la stessa cosa. Mi pare proprio un’esagerazione. Quello dei piccoli lo chiamano anche pisello. Io me ne sentirei offesa. Mi sentirei derisa. Perché sottintende una cosa piccola e inutile.
Ma intanto, solo per sapere, io d’interessante dentro alle mutande cosa c’ho?

Nuovi contenitori per nuovi contenuti.

In Anima libera on 30 dicembre 2010 at 12:29

Barattolo elettrico in Grafica vettoriale (utilizzata nel sito del Forte Sirtori, ora chiuso, per il progetto COMITATO FORTE)Premessa alla parte settima.
C’è aria nuova in Italia. Lo chiamano “Boom economico”, lo chiamano anche il progresso del dopoguerra. Si producono più automobili e la gente le compra pagandole a rate. Si producono televisori, frigoriferi e lavatrici che diventano il sogno segreto delle massaie. Io sono incazzata. Sarà che non sono una massaia e forse non lo sarò mai. Sarà che il tempo ha un valore preciso e che mi pesa addosso. Gli anni durano anni e sono lunghi da passare. I mesi sono dodici e i giorni sono composti da 24 ore, messe in fila una sull’altra. Tutto ha un valore. E io sono ancora una bambina.

Ma chi l’ha detto che l’anno appena lasciato è un anno inutile? Se mai ci sono anni inutili, anni da dimenticare. Come dicevo, di questi tempi, gli anni sono anni e valgono un casino, Addirittura le stagioni durano a lungo e sono precise. D’inverno fa freddo davvero e a poco serve la nostra nuova cucina economica che riesce a scaldare solo una stanza. L’estate è estate. Fa caldo e ci batte pure il solleone. A volte si portano i materassi sui pianerottoli delle scale e si dorme in compagnia degli altri del caseggiato. La primavera è mite e in autunno arrivano le “acque alte”, a novembre, quando tira vento di scirocco. Insomma gli anni hanno il loro valore e lasciano il loro segno. Il 1954 era sembrato uno dei tanti, invece mi è rimasto sulla pelle. E’ un anno particolare, i preti vanno forte e pretendono di decidere delle nostre vite sia spirituali che temporali. Ma, per fortuna, resta nell’aria ancora il turbinio della Resistenza. Ed io sono nata per resistere, e resisto e mi organizzo a resistere ancora di più. Sono dura nel 1955 e di roccia pura nel 1956.
Il nuovo quartiere è tutto nuovo. Tutto una sorpresa. Non tutte belle, anzi quasi nessuna. Che ci faccio qua? Un quartiere pieno di cravatte al collo. Tutti gli uomini hanno la stessa faccia di mio padre. Tutte le donne la stessa rassegnazione di mamma. Tante madonne addolorate. Lo dite a me che già sulla madonna ho i miei dubbi? E nemmeno tanto una buona opinione. Sarà colpa del marito falegname che ci fa la figura del becco, oppure del fatto che per lei di parto non se ne parla proprio. Mi sa che è colpa delle solite dicerie, leggende metropolitane. Meglio che certi ragionamenti li tenga per me, non si sa mai. Tornando al quartiere non credo che mi piacerà. I ragazzini sembrano sempre sotto tiro degli occhi delle madri, che ripetono come un mantra: “attento a non sporcarti”. E tutti così pettinati e frustrati. Rilassatevi accidenti. “Ca… cioè cavolo, sono impettiti come se gli avessero infilato il manico nel culo”. Hanno paura persino a cacarsi sotto. E tutti pieni di “Io” su cose completamente stupide. “Io ho”. “Io sono”. Ma che cavolo hai, chi cavolo sei! No! non sei nulla. Meno di uno sputo. Tutto sommato credo che ci giocherò poco. La vedo brutta in futuro. Più che altro li osservo. Mi sembrano animali da collezione. Altro che averlo più duro, glielo devono aver tagliato proprio.
Ma è difficile resistere quando si è piccoli, nessuno capisce da che parte vuoi stare. Per i miei sono ancora bambina, e per giunta femmina, ultimo stadio del creato, proprio per questo a loro viene la pensata di farmi bucare i lobi per montarci due orecchini d’oro che fanno tanto “provincia”. Come si dice qui fanno tanto “campagna”. Perché tutto è campagna al di là di questo Ponte che congiunge le nostre isole alla terraferma. Il ponte Littorio che per fortuna oggi si chiama della Libertà. Questa è la mia città. Fatta di gente presuntuosa e supponente che si pensa al centro del mondo. Quando viene la nebbia, ed è tosta, la chiamano “caigo” e dicono che la terraferma, ossia il resto dell’Italia, è isolata. Piccoli nobili decaduti e con le pezze al culo. Gente di borgata con la puzza sotto il naso. E’ per questo che qui si dice che se non ci fosse il ponte l’Europa sarebbe un’isola.
Ernesto, la carogna se la ride sotto i baffi e io, con gli orecchini e il cipiglio di una iena, penso che il mondo è proprio tutto un paese. Poveri che si credono ricchi e ricchi che si fingono come gli altri. E ancora: proletari che hanno solo i figli come ricchezza, che si indebitano per acquistare l’auto e gli elettrodomestici, per dimenticare com’è dura la vita da scalare. Mentre i ricchi diventano ancora più ricchi proprio per il sogno di chi non ha niente. Le cose così non funzionano, bisogna metterci un freno. E’ nella testa che si deve cambiare non nelle comodità.
E intanto, come detto, mio padre aveva acquistato la televisione. Uno scatolone grande con un nome americano: Philco. Gli americani sono dappertutto, quasi come i napoletani. Ovviamente il mondo si vede in bianco e nero. Perché il mondo è diviso a metà: Bianco o Nero; veramente c’è pure il Rosso, però si fa finta di non vederlo. Così America e Russia, Buoni e Cattivi, Vincenti e Perdenti. Insomma la solita dicotomia. Intanto la nostra televisore, diventa quella del caseggiato. Dieci famiglie, più gli amici di mio padre: i famosi Gigio Vespa e il Barbiere di Famiglia (ricordate? quello che mi taglia i capelli pettinandoli alla mascagna). Gente sempre del quartiere, ma un po’ diversa, perché nel mio caseggiato ci stanno solo proletari. Distribuiti in tanti in poche stanze e con l’aria un po’ dimessa di chi tira la carretta e fatica. Insomma questi del caseggiato non hanno ancora ingoiato la scopa degli altri residenti. Sai com’è? io esco da un quartiere malfamato e arrivo in questa zona di nuovi ricchi. Con loro non ci voglio avere a che fare, non voglio giocare con i loro bambini con la spocchia nelle mutande e la puzza sotto il naso. Li lascio tranquilli, per ora; fuori dai piedi. C’è tempo per fargli mangiare la polvere. Per fargli sputare rabbia e sudore.
Allora, come dicevo, la gente viene da noi a guardare la televisione, questo miracolo che fa spalancare la bocca ai piccoli fino ai più vecchi. Qualcuno bisbiglia che è opera del diavolo, ma alla prima partita di calcio si ricrede. La televisione è nell’ingresso, di fronte alla porta d’entrata. Chi arriva prima prende posto dentro. Sì! perché a casa mia non ci stanno tutti. Gli altri restano su ballatoio della scala. Arrivano in fila indiana, portandosi le sedie. Non ce ne sono mai abbastanza. Qualcuno porta qualcosa da bere. Qualcuno qualche “cicchetto” fatto in casa. Compaiono semi di zucca salati. Si riempiono i bicchieri di vino rosso; a Venezia si beve solo rosso. Il fumo non è ancora vietato. Col caldo portano anche qualche fetta di anguria e poi sputano i semi nella tromba delle scale.
Va in onda Lascia o raddoppia con un Mike appena arrivato dall’America. Teniamo la porta aperta e il volume alto. La televisione è molto democratica, nessuno è escluso dall’ascolto e fa incontrare tutti. Invita al commento e allo scambio di opinioni. Rende la gente più generosa. Invoglia allo scambio. A me piace la televisione proprio per questa sua capacità, ma più la guardo e più mi rendo conto che è un abbaglio. Ha una potente magia. Se riesce ad entrarti dentro forse ti cambia, forse ti convince. Non è opera del diavolo, al diavolo non credo. Ma non è solo una buona cosa. Direi che assomiglia ad una droga. Si comincia e si pensa di poterne fare a meno come e quando si vuole, ma non è vero. E’ dalla televisione che si impara a vestire in modi diversi e a vivere anche al di là delle proprie possibilità. E’ potente la televisione ed io ne ho un po’ timore. Ma forse mi dovrei fermare; anche solo un minuto. Non ho molto tempo. Eppure dovrei fare il punto. Una sorta di dichiarazione d’intenti. Io non sono per le proiezioni teoretiche, ma mi accorgo che sto per perdere il filo.
Sono nata clandestina. E resistente. E’ autodifesa. E’ bisogno. Di resistenza umana. E in fondo ho un nome multiplo che è anche un atto estremo di sopravvivenza. E’ facile essere clandestina in un mondo che ti crede bambina. Ma il mio corpo cresce e mostra quell’istinto di diventare grande. Io devo continuare a nascondermi, fare la bambina, mimetizzarmi tra gli altri. Lo so. Loro non possono capire. Mi crederebbero pazza, se già non lo fanno. Mi guarderebbero sempre con gli occhi che qualche volta indossa mia madre. Ma io le cose le so. Devo nascondermi dentro di me, in quelle consuetudini e nel corpo che ho. Ma sembra tutta una minaccia. Anche se non faccio proclami. Ma la sovversione non è un grido. E’ un veleno. E’ qualcosa che si insinua lentamente, e in silenzio dentro di me.
Ho trovato cento lire. Insomma non li ho proprio trovati. E’ il primo esproprio della storia. Mi prenderò finalmente quella scatola di colori. E un libro. E un tepee che si dice tipì. Non so perché certe cose si dicano in un altro modo da come si scrivono. E sotto il tipì inviterò gli amici. Perché io ne avrò tanti di amici. E inviterò a mangiare anche l’uomo che vedo sempre sul ponte. Quello senza gambe e che sta là. E aspetta un soldo di ferro. Ho sempre avuto questa passione per i vinti, che ci devo fare? Andrò a Roma, al monumento di Giordano Bruno. Andrò per tutto il mondo. Non ho patria. Non ho religione. Il mio posto è il posto dove sono. La mia lotta è la lotta della gente. C’è una parte di me che appartiene ad un’Italia che non viene narrata. A quell’Italia di Malatesta. E Sante Caserio. Ma anche di Zamboni. Una parte di me forse è anarchica¹. Passerà, forse. Passerà? Non lo so. La rabbia mi fa sentire tanto Anna Kuliscioff. Ma di più mi sento una Dolores Ibárruri. O una Rosa Luxemburg senza leggenda. Ma anche e più semplicemente un Molotov.
Un sacco di grandi nomi, rumorosi e voluminosi, che non trovi nemmeno nell’enciclopedia, ma alla fine, poi,  non posso essere che io. Io con questo destino. Con questa missione che mi aspetta fuori della porta. Io arrabbiata. Io indomita. Io che non mi arrenderò mai. Io che non sopporto nessuna autorità. Forse potrei accettare quella del popolo. Ma anche no. Pure quella mi sta troppo stretta. Sono un’ingenua? Forse, ma un’ “ingenua rivoluzionaria”. E penso agli indiani. Ho sempre avuto simpatia per loro. Sono loro i veri americani. Non ne faccio una questione di cultura o di civiltà. Certo che se gli americani avessero avuto la nostra civiltà non avrebbero avuto bisogno di essere scoperti; si sarebbero scoperti da soli. Ma di loro, dei pellerossa, ormai nessuno più parla. Tranne che nei western. Ma là alla fine arrivano sempre i nostri. Prima dei titoli finali, di quel “The end”.
La folla, la platea applaude e li incita. A me sembrano più dei “loro”. Non mi sembrano tanto dei “nostri”. Mi sembra una favola raccontata male. Mi sento imbrogliata. Sono gli indiani che corrono su un destriero, simile al mio, liberi per praterie, simili alle mie. Loro: gli Arapaho, i Cheyenne, i Sioux, gli Irochesi; e tutti gli altri. Sono il Popolo degli uomini da sempre. Ed io un popolo non ce l’ho. Almeno non ancora. Alla tivù c’è un telefilm per ragazzi: Penna di Falco Capo Cheyenne. E l’unica informazione che ci danno è: anche gli indiani sono esseri umani. Troppo poco, non mi basta! Voglio sapere di più e lo saprò. Non ho bisogno di nessuna autorizzazione. Agli altri sembra solo un gioco, ma io invece ci credo.  Ed è per questo che mi dipingo il viso con i colori di guerra.


1] Dal link: http://www.gennarocarotenuto.it/12493-su-il-sipario-donne-amore-e-anarchia/
p.s. Monica, una delle autrici dei 2 video, invia a tutte e tutti questa magnifica canzone. Vi mando le parole e la musica… di Giorgio Gaber: http://www.youtube.com/watch?v=IVnPotcVkFQ
Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.
Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l’unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.
Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un’antica speranza.
Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all’amore il resto è niente.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Doriana Goracci su http://www.gennarocarotenuto.it

Tra anime sporche, carte geografiche e formicai.

In Anima libera on 24 dicembre 2010 at 10:42

Grafica vettoriale di un biberon che va alle fiamme

Premessa alla parte sesta.
Una casa nuova e un quartiere diverso non cambiano la vita. Nemmeno la televisione e la nuova scuola. Ciò che ti cambia la vita è la trasformazione fisica che subisce un essere umano da quando nasce in poi. Io sto diventando femmina e non lo ho ancora deciso. Niente valgono le mie corse per superare i maschi. Le mie prove di coraggio da “cazzo! io ce l’ho più duro”. Il taglio di capelli con la mascagna che mi fa il “Barbiere di famiglia”. Niente riesce a cancellare quell’aria da sbarazzina puntigliosa con il naso tempestato di lentiggini. Sto diventando una donna contro la mia volontà e mi dispera.

Che fare! Spiegava Lenin. Che fare? Penso io. Mi vengono in mente mille cose. Mi passa per la mente che potrei scegliere la strada di Oskar e del suo tamburo di latta. Basterebbe una caduta da una scala e non crescere più. Ma sinceramente mi pare una cazzata. Che lotta puoi fare con un semplice tamburo di latta? Puoi forse cambiare il mondo? Macché, puoi solo ritardare le tue battaglie e prendere tempo, ma io tempo non ne ho. Ho troppo da fare, troppe cose a cui pensare. E infine so io dove le infilerei quelle bacchette. E a chi scaglierei addosso quel tamburo. Che la vita è lotta e allora se lotta deve essere lotta sia.
Per il momento continuo a frequentare una scuola privata, sempre suore, non le stesse, ma con lo stesso andazzo delle altre. Mani conserte, mani dietro la schiena. Occhi piegati e imploranti e per me esercizi di schiavitù. Grembiulini bianchi perfetti e fiocchi rosa. E ai maschietti fiocchi azzurri. Mi guardo il fiocco. Ma che c’entra? Perché due colori diversi? Comincio a scassare le palle. Voglio anche io il fiocco azzurro, mi fa meno bomboniera. Mi sembra meno imbecille. La suora mi guarda con il sopracciglio inarcato come fossi una puzzola nell’atto di odorare. “Tu mi prendi in giro!” Questo è da sempre uno dei primi problemi: la gente sembra fare fatica a credermi. Sei solo una bambina, pensano.
Mi manda da sorella Modesta che è la portinaia e anche quella che pulisce i cessi. A modo suo è una proletaria e si vede dalle mani, e a me è simpatica. E’ una sensazione del tutto naturale. Diffido ma non riesco a farmela diventare antipatica. Mi guarda burbera nascondendo un sorriso e mi sgancia un pizzicotto sulla guancia che mi resta il segno per due giorni. Questa è tortura bella e buona, chiamerò il telefono azzurro, azzurro come il fiocco che voglio portare, anche se quel numero non esiste ancora. In fin dei conti le grandi conquiste iniziano da piccole vittorie. Non so ancora se il suo gesto è un gesto di simpatia, tutto sommato credo di sì. Non lo fa con tutti, questo l’ho notato. Sceglie le sue “vittime” tra i figli del popolo, è come se fosse una preferenza. La pizzicata fa male , ma per lei è come se mi avesse fatto una carezza speciale. Certo che un calcio sullo stinco… Anch’io vorrei mostrarle la mia preferenza, ma desisto. La guardo incavolata nera e lei non mi bada e mi porta nella stanzetta della portineria. “Stai buona qui che io ho un sacco di cose da sbrigare!” Che noia fare i buoni e quella stanza della portineria che ha la puzza persistente di cavolo.
In quella portineria, che frequento ormai d’abitudine anche se involontaria, faccio le mie prime, altre, opere d’artista. A parte l’anima che disegno sempre meno brillante e sempre più macchiata delle colpe di noi poveri peccatori. Anima che so essere la metafora della  mia prigionia e che col tempo diventa sempre più opaca di tristezza. Continuo col disegnare le mie prime carte geografiche. Carte di un mondo che non c’è. Che nasce nella mia fantasia. Che mi invento. Il mondo lo devo ancora scoprire ma so già che lo scoprirò. E’ lì fuori che mi aspetta. Le coste sono le più frastagliate che si possano creare. La mia nave da “corsa” segue i contorni di terre inospitali. Sono Ulisse e qualche volta il Corsaro Nero, con tanto di banda nera nell’occhio guercio. Qualche volta non disdegno nemmeno la gamba di legno. Ulisse però è più fine, non bestemmia mai come il vecchio Corsaro, nemmeno come nonno Carlo. Quando io racconto le sue storie incanto tutte le sirene del mare e pure i pinguini. Però non ci voglio avere nulla a che fare con quella cozza di Penelope. Fare e disfare non è certo l’immagine dell’avventura. Non m’incontra per niente.
Quando sono Ulisse,  a casa non ci torno mai, vado avanti verso lo stretto di Gibilterra che poi se casco giù mica mi preoccupo. Almeno su questo io i dati ce li ho. La terra mica è piatta. S’è pur scornato Galileo, per anni, a convincere Papa e preti che sarebbe stato meglio lasciassero fare a lui che di comprendonio ne aveva certo di più. Ma tanto ancora mica gli credono. Ma come sempre chi non sa comanda. Nel frattempo le mie carte geografiche prendono sempre più forma. Prediligo più il mare che la terra; è naturale. Che poi si sa che la terra porta guai. Anche qui in Italia, al sud, i braccianti si fanno ammazzare proprio per un pezzo di quella terra. Ancora non capisco bene, ma deve essere importante. So che dovrò capire. Mi dovrò informare. E al governo c’è un altro nano che comanda. Che già con quello prima, con quel mezzo re, le cose mica erano andate bene. Lui se ne è scappato mentre gli altri ci lasciavano la ghirba. Sono proprio tutti uguali questi “grandi” condottieri. E fanno almeno due, di nani; avanti il prossimo. E’ proprio vero che i tempi non cambiano mai. I nani sono una genia resistente, forse troppo. Ma almeno questo qualcosa di politica la sa. Purtroppo. Purtroppo perché sa bene la sua parte, mica quella di tutti. E questo proprio non mi piace. Arte da nani; comunque.
E poi c’è quel canale, di Suez lo chiamano, e si parla di guerra atomica. Non ne avessimo altri di mali. Mica l’ho capito. Gli egiziani hanno un canale nel loro deserto e gli inglesi e i francesi lo vogliono loro, per non parlare poi di tutto quello che succede intorno. Per un pezzo di deserto. Per una distesa di sabbia che sembra un’enorme spiaggia senza mare. Ci dev’essere qualcosa sotto. Mi sa che i guai sono solo all’inizio. Che poi c’è anche l’affare dell’Ungheria. I carri armati che passano davanti alle vetrine dei negozi. Per quelle strade senza colore. Sarà per quello che le foto sono in bianco e nero. Il che rende tutto ancora più drammatico. Il dramma esposto in  televisione. La verità che ci raccontano è un’altra verità. Cominciano presto a prenderci per il naso. Meglio che taccia i commenti di mio padre. Penso che lui sia solo in grado di capire le cose del calcio o del pugilato. Dello sport sì ne parla con competenza. D’altra parte è lo sport che accomuna tutti gli italiani. Su quello ci passano delle ore. Su quello potrebbero fare la rivoluzione. Già penso che questo paese mi sta stretto. Non bazzico ancora la politica. Però sono curiosa, in qualche modo mi affascina. Poi a me piacciono tutte le cose che per assunto sono definite “sporche”. Comunque guardo il mondo dal mare perché sulla terra c’è tanto casino. Cerco di starmene alla larga, ma prima o poi dovrò farci i conti.
E i conti arrivano presto, proprio sotto terra succede la cosa peggiore: un sacco di minatori ci restano sotto a Marcinelle. E io faccio carte geografiche, piccola amanuense dell’avventura. E disegno più mare che terra ed è dal mare che giudico tutti quei piccoli uomini che vogliono diventare importanti e potenti. Tutta quella presunzione. Nessuna corsa al potere spirituale ma una precisa lotta per quello temporale. E per la bistecca. Anche quando hanno la pancia già piena. Egoismo e voracità. Chi più ha più vorrebbe. E i tuoni intronano e i fulmini cadono qua è là. Li maledico. Questo è il mio potere temporale. Il solo e l’unico che voglio avere.
A suon di carte geografiche ho disegnato il mondo intero. Anche di più. Non mi piace ancora il lavoro che ho fatto, troppe discordie e troppe guerre da tutte le parti. So che ci devo tornare. Poi lascio pure la sicurezza del mare. L’Andrea Doria, speronata, affonda. Disperati che arrancano in cerca d’aria. 46 morti annegati e ci è andata ancora bene. Allora torno alla terra e torno a pensare ai minatori di Marcinelle. La cosa mi tocca. Mi sembra di averli sempre davanti agli occhi. Quei poveri cristi. 262 morti di cui 136 italiani, e solo 13 minatori sopravvissuti. E’ un conto che non mi piace. E’ fatto di grida di agonia soffocate da polvere e da gas. Con gli occhi sbarrati e le bocche piene di terra e di sassi. E’ per loro che disegno gallerie infinite, alcove regali e mense comuni, infermerie e nursery sotto terra. Ecco finalmente i miei primi formicai. Regni di democrazia e collaborazione, di sicurezza e organizzazione. Non lascio niente al caso. Precisi e perfetti. Forse non sono politicamente corretti, ma almeno le gallerie non crollano. E non si muore.
Sorella Modesta ogni tanto passa dentro la mia prigione, in portineria, e guarda le mie opere. Scuote la testa e profetizza: “Tu diventerai qualcuno!” Bella forza, che dovrei diventare: nessuno? E poi io… beh! la verità è che sono già qualcuno. Intanto l’America mi parla; arrivano gli americani dispensatori di democrazia. E arrivano da lì un sacco di novità. Da di là del mare. A sentir loro, le mie suorette, le mie guardiane perfide, non sono tutte belle. Per esempio la musica e i balli. Già! perché intanto Elvis the Pelvis si sloga il bacino a suon di rock and roll. E le suore gridano, spaventate: “vade retro Sa(r)tana!” E’ la musica del corpo. Non si ascolta solo con le orecchie. Si sente con la pelle. E’ un urlo. Certo che anche a loro fa muovere le gambe, e pure il loro bacino antropomorfo. Lo so non può essere diverso. Deve essere questo a spaventarle. Quella sorta di grande voglia. Quel calore dentro. Per questo gridano alla possessione. Pensano che non posso capire. Loro mi considerano un po’ figlia del diavolo. Già s’impegnano tanto per la mia sottomissione, povere cocche.  Scoppio a ridere. In realtà la risata mi esplode dentro. Io lo so: Anche voi siete nate donne. E siete passate di lì.

Sentimentale (sacro e profano)

In Anima libera on 18 dicembre 2010 at 8:00

Foto BN con papà, mamma e i due figli
Premessa alla parte quinta
Non è facile tenere il mondo, sospeso, tra le proprie mani. Ciò che sconvolge di più un bambino è l’incapacità degli adulti di dare delle risposte. Pensa che loro sappiano tutto ed invece non è così. Per esempio io so molte più cose, ma nessuno mi chiede come la vedo. Per me il mondo è una gabbia di matti, tutti fanno il contrario di quello che si dovrebbe. A volte penso di mollare e lasciarli nella cacca. E poi mi dico, tu sei nata con una missione. Devi salvarli e devi salvarti. Non c’è scampo.

Volete l’avventura? Beh! con me non manca mai. La mia vita è fatta di spazi, di sfide, di lotte, di praterie e di cavalli. La mia vita è una vita che non ha certezze. E odio il nome che mi hanno dato. E so già che i miti nascono per morire.¹ Nemmeno io, d’altronde, sto bene nei miei panni; che vi credete? E questa non è nemmeno l’america. Che la mia amerika deve ancora venire. Qui ci sono solo topi grandi come gatti e gatti che li osservano guardinghi, senza sapere cosa dovrebbero fare. Colombi che cagano su tutto e tutti e cani che la lasciano in ogni angolo. Che di turisti non se ne vedono e sono certa che si schiferebbero perfino di pisciare contro i nostri muri. Ma c’è sempre il momento in cui le cose bisogna farle e non si può farne a meno. La sacra famiglia se ne va. E sembra andare alla deriva.
Volete del gran sesso? Mio fratello insiste per giocare assieme, al dottore. L’idea non mi piace. Poi ci ripenso. Da una parte o dall’altra devo pur cominciare. Ma lui vuole fare il chirurgo. E io, come in ogni sua fantasia, devo fare la vittima. Secondo lui dovrei rimanermene lì buona immobile a farmi operare. E’ già pronto, bisturi in mano per tagliare e poi cucire. Si conferma che è e resta sempre un cretino. Ma forse sono i maschi ad essere tutti un po’ diciamo… immaturi. Diciamo… tonti. Dovrò tenerlo a mente. Comunque come prima esperienza, devo dire, è stata deludente. Mica mi aspettavo che il sesso fosse così. Se lo fosse, sarebbe da strapparsi i capelli per la frustrazione. Insomma meglio cancellare tutto e ripartire da zero. Ma c’è tempo per tutto, in fondo non ho che quattro anni. Ho ancora tutta una vita davanti. E già ho dovuto scalare anch’io faticosamente le mie vette.² Ci fosse qualcuno ad aiutarmi. Ma i tempi non sono maturi. Ho amaro in bocca. Che palle!
Vorrei solo ripetere che io non scappo. Fosse per me resterei. Fatte le valigie ed è poca cosa, non c’è nessuno che debbano salutare. Stiamo per lasciare il quartiere che chiamano ghetto, dove io ho preso le mie prime misure al mondo. Dove ho mosso i primi passi in mezzo agli altri. E vinto le prime battaglie. E mi sono sbucciata per la prima volta le ginocchia. Le mie prime eroiche cicatrici. Loro invece già liberano un sospiro. Ma io lascio la teppaglia, ma anche il cuore malato di questa città. Cuore malato sì, ma sempre cuore. Certo sono nata bastarda, ma mica senza sentimenti. Io a quei ragazzini voglio bene. Li ricordo tutti per nome. Alfio, Franchino, Roi e Rasmino… Sono tutti belli, fieri e cattivi, a parte Alfio che è, come già detto, diverso. E’ così che stiamo per partire verso questa nuova destinazione. E io fatico a buttare giù una lacrima che mi brucia dentro al naso. Sì che palle! Non devono vedermi piangere. E’ duro da ammetterlo, per una come me.
Partire è lasciarsi indietro anche la tristezza delle file grigie degli orfanelli. Con loro non sono mai riuscita a giocare. Passano mesti per la strada e vengono rinchiusi nell’Istituto. Loro sì che sono soli. Quando passano una nebbia scura offusca il sole. Mi fanno pensare a tanti Peter Pan senza favola. A tante finestre e porte chiuse davanti ai loro occhi. Alla felicità che non possono avere. Prima di andarmene voglio fare qualcosa per loro. Voglio aprire quel cancello che resta sempre chiuso. Voglio una bomba per farlo saltare. E bomba su bomba arriverò a Roma, malgrado voi… Così prima di andarcene prendo i colori dall’astuccio di Ernesto e mi cimento nella mia prima prova d’artista. L’idea è quella di disegnare l’anima, inconsistente ed eterea, sospesa dietro alle sbarre. La sua luce è opaca, perché non è libera. Il messaggio è chiaro: l’anima è inconsistente, leggera, evanescente. Le sbarre sono larghe, ma non abbastanza. Fatela uscire e fatela brillare. Liberatevi. Una madre e un padre non sono necessari per esistere, o forse sì, ma è solo un fatto secondario. Lascio il disegno tra le inferiate del cancello, è il mio ultimo addio, il lasciapassare per la vita.
Ripeto: bando alle ciance, nessun rimpianto. Chiamarla in modo ironico King’s bay le da un’ aria misteriosa che non ha. Ti aspetti tutto, pensi ai gialli americani, ai noir e ai polizieschi, pensi all’oceano rabbioso. Ti aspetti di incontrare Sam Spade o Philip Marlowe con le mani affondate nelle tasche del suo trench. Niente di tutto questo. Una sorta di isola del degrado, dove la guerra non può mai finire. Ti senti sporco tu stesso, come quei muri che non fanno altro che squamarsi e singhiozzare polvere. Vige la legge del taglione. Solitamente l’altra legge non entra qui, si limita ad alzare le barricate ai confini, ad isolare quelli che stanno dentro. E quando deve entrare, allora passa rapida senza alzare gli occhi, sotto sguardi di odio. E’ come un esercito di invasione, e loro, gli abitanti lo sanno. Le donne gridano tutte le parole rabbiose che conoscono, e se la prendono anche con le loro antiche genitrici. Siamo prigionieri, figli di madri nate qui ignare della loro colpa. Il nostro destino è nella nostra pelle. Ma la mia di pelle è troppo bianca per confondersi con la loro. E la barca è già pronta sulla riva.
Quando saliamo per me il mondo è ancora solo la “Baia del Re” ovvero la Sacca San Girolamo,³ come la chiamavano i vecchi. I vecchi hanno sempre un altro nome per le cose. Finisce alla Fondamenta Colletti, ai piedi del Ponte Moro. Un ponticello che ci separa dalla civiltà. E qui il freddo è freddo veramente. Proprio come quello nelle Isole Svalbard al Polo nord. Ci andrò un giorno. Non so quando e chi me ne ha parlato. O forse è la fantasia che non mi manca. Il vento passa attraverso i vestiti. Non mi spaventa quello che c’è dopo. Guardo diritto davanti come ho sempre fatto, oltre il mio naso. Lascio certo quel po’ di me: qualche amico, ma alla fine poche cose. Dovrebbe esserci apprensione quando si parte. Ma c’è pure curiosità e voglia di scrollarsi la pena da addosso. Ho molte speranze.
C’è un ultimo gesto da fare: annego la mia bambola spelacchiata nel canale, la prima bambola che sarà anche l’ultima. E’ l’immagine di una stupida donna che sa solo piangere. La affogo senza rimpianti in quel mare tanto basso che posso vederci il fondo. Mentre affonda già la dimentico. Mi affascina la scia del remo che accarezza delicatamente la superficie dell’acqua come fosse una sposa. L’ho già detto che voglio diventare marinaio? Credo di sì. Molte sono le storie che s’imparano andando per mare. Le voglio conoscere tutte. E poi mi piacciono i riflessi sulle onde. Mi piace quell’odore che sale. Mi piace tutto dell’acqua. Debbo essere un po’ pesce. L’aveva detto mio padre quando sono nata. Ma non voglio essere quel pesce lì. Vorrei essere una sirena, ma non sono abbastanza bella per esserlo. E poi ho questi capelli, che sotto il mare si vedono troppo. Sembrano rivoli di sangue, riflessi di rame. Devo lasciarmi portare dall’acqua, devo fidarmi dell’istinto. Il mare mi salverà.
Sia chiaro una volta di più: non mi piacciono i rimpianti e nemmeno i sentimentalismi, le sdolcinature e i romanticismi. Sempre tempo perso. Ma a volte ci sono cose di cui non puoi fare a meno. Freni e ostacoli sul corso della vita. Voglio un mondo esente da ricatti. Però lasciare le teppe e gli orfanelli mi fa male dentro. Mi arrabbio per questo. Non ci si può far fregare così. Nella casa nuova abbiamo più spazio e più luce. E una stanza tutta per noi, per me ed Ernesto. E nessuno che passa per andare al bagno. Mio padre compera anche la televisione per guardarsi lo sport. Ogni occasione è buona perché vengano i suoi amici a vedersi qualcosa. Tra loro c’è un omone che mi fa ridere perché è rimasto bambino. Non è che ridere sia cosa che faccio spesso. Però mi scoccia avere quell’aria da incazzata. Poi ci ripenso: si chiama Gigio e questo è un bene, ma di cognome fa Vespa e questo proprio non glielo perdono.
La tv cambia la vita. Non la mia s’intende. Io conosco il mondo fuori, non ho bisogno di farmi lustrare gli occhi e giocarmi il cervello, lì seduta davanti. Ernesto sembra un cretino, se non fosse che lo è in ogni caso, a bocca aperta davanti agli spettacoli che di spettacolare non hanno niente. Scappa solo quando arrivano le ballerine in calzamaglia nera. Povero cocco, le donne gli fanno paura. L’avevo detto io che era tutto scemo, e che con le donne non ci sa proprio fare. Magari mi ripeto, ma si sa che i grandi mi fanno questo brutto effetto. La cosa difficile da gestire è che mia madre comincia a star male. Non posso fare a meno di vederla. Devo preoccuparmi per lei. Mio padre non capisce una cippa e mio fratello guarda lo schermo anche quando c’è solo nebbia e le trasmissioni sono finite. I maschi quando c’è da fare sono sempre indisposti. Le donne soffrono in silenzio. Porca puttana non sarà mica che sono nata donna pure io?
Esaurimento nervoso. C’è ben poco da pensare. Qui non si usano strizzacervelli per risolvere i problemi, qui bisogna trovare una soluzione pratica e subito. Allora faccio uscire dal cappello la signora Lina. E’ una vicina impicciona e sguaiata, ma piena di cuore. Con la sua facciona lentigginosa, il seno prosperoso e i suoi monili d’oro tintinnanti, riempie la nostra casa di voci e allegria. Ci porta piatti pieni della sua cucina abbondantemente condita e risana mia madre in un battibaleno. Le guarisce il corpo e l’anima. Anche questa volta me la sono scampata. Come potevo reggere una madre malata? Non si può nascere già orfani in questo mondo, e quelli che lo sono non riescono ad essere felici.
Io voglio essere felice senza per questo ammazzare nessuno dei miei. Almeno ci provo. E poi voglio essere la nipote di mio nonno che di nome fa Sante, ma lo chiamano Carlo. Lui non mi fa vergognare di essere nata in questa famiglia. Io, da questo nonno, mi faccio affascinare. Bella forza, è operaio in fonderia, e in aggiunta l’artista di famiglia; un matto socialista della prim’ora. Mi parla di Nenni e di Lenin come se fossero la stessa persona. Di Stalin no, quello è uno stronzo e io concordo con lui.
E’ un gran giocatore di carte. E scappa sempre all’osteria per giocare e bersi il vino in santa pace. Gli piace la compagnia e piace alla compagnia. Bestemmia e fuma come due turchi messi insieme. Mi accorgo subito che a volte lo provocano apposta. I compagni di partite lo imbrogliano e si fanno scoprire. Si divertono bonariamente alle sue spalle. Lui ride e bestemmia. Ha una gran fantasia e sa inventare le bestemmie più assurde e più improbabili. Le più colorite. Bestemmiatore in grande con il copyright. Le più forti mica si possono riferire. Posso dire che ieri ce l’aveva con un “Gesùbono discolo di padre incerto!” e con “quella santa donna che l’ha raccontata proprio bella a tutti i falegnami!” e ancora con “quel mato fritoin de Betlemme che el slonga el vin!”.4 Me ne sto in disparte a guardarlo senza farmi vedere. E senza farlo sapere a mamma. Lei che è tutta casa, chiesa e obbedienza. A volte lui mi suona il violino e lo fa tenendo lo stuzzicadenti in bocca, che non lascia nemmeno quando mi bacia. Devo starci attenta perché rischia di cavarmi gli occhi. Però certi uomini ci sanno fare con le donne. E non gli so dire di no. Anche se io… beh! non ho ancora deciso se sarò una donna.

Gianfranco Manfredi: Dagli Appennini alle bande [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/G. Manfredi – 01. Dagli Appennini alle bande.mp3”]


1] E’ l’anno in cui muore Jeans Dean.
2] Non si parla d’altro che della conquista del K2.
3] Viene denominata così dagli operai che lavorano alla costruzione del Ponte Littorio, oggi della Libertà, proprio perché c’era un freddo che li faceva pensare alle Isole Svalbard al Polo nord dove si trova una baia omonima.
4] Il “Fritoin” è una tipica figura veneziana che vende pesce fritto.

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