rossaurashani

Posts Tagged ‘paese’

La vecchia Pisetta

In Gruppo di scrittura on 17 luglio 2011 at 12:41

La vecchia Pisetta? E’ la vecchia che abita al margine del bosco. Favolistico no? Ma così è. Lei è vecchia ed incartapecorita, e nessuno sa da dove viene. E’ una vedova, di quelle del mio paese, tutta vestita di nero e col fazzoletto in testa. Aveva già millemila anni quando io ero alta poco più d’un metro ed una pannocchia. Oggi millemila di più.
Vive in una casa vecchia e diroccata, in condizioni igieniche non esattamente raccomandabili, in compagnia di un numero imprecisato di cani e di gatti. Insomma la vecchia “gattara” del paese, ma anche “cagnara”, se così si può dire. Così che tutti quelli che vogliono disfarsi del cane o del gatto diventato un ingombro li gettano nel di lei giardino.
Lei non ci fa caso. Parla soltanto con i suoi animali non cagando il resto dell’universo manco di striscio.
Odia cordialmente i ragazzini (che, a onor del vero, gliene combinano di cotte e di crude, considerandola alla stregua di una “strega malvagia”) tuttavia tollerava me, una bimbetta tutta ossa e lentiggini.
Oh, si limitava a salutarmi eh, niente di che. Ma almeno non mi inseguiva brandendo la scopa e berciando insulti come faceva con gli altri.
Doveva essere stata una splendida donna da giovane, dietro le pieghe della vita che le solcano la faccia, se la osservi bene, trovi ancora le tracce di un’antica magnificenza.
Lavora l’argilla, creando piatti, vasi, anfore con le sue mani vecchie, callose ed ossute.
Ne sono sempre stata affascinata, in fondo. Anch’io amo gli animali e soprattutto il mio cane Bernardo e i miei gatti che ho raccolto qua e là, nelle miei scorribande avventurose. A casa spesso qualcuno me lo dice: “Non diventerai mica come la vecchia Pisetta, eh?” E tutto questo solo perchè ai bambini fastidiosi preferisco i miei animali? Non sono forse migliori i miei gatti che quei rompiscatole che buttano la spazzatura dentro al cortile della vecchia? E qualche volta ci buttano pure gli animali torturati o morti… ‘sti lazzaroni, crudeli ed incoscenti. Tanto questi sono discorsi oziosi. Magari assomiglio davvero alla vecchia Pisetta, ma la cosa alla fine non mi dispiace.
Ho sempre avuto l’impressione che fosse molto di più di quello che sembra. Magari un giorno lo mostrerà. Magari un giorno davvero si trasformerà in una fata bellissima. Che poi, quei ragazzini, strega o fata, sono sicura che, resteranno sempre dei delinquentelli e non troveranno mai nessuno che li cambierà.

(un grande grazie alla cara MadDog per averla ispirata e scritta… 🙂 )

54) Il sentiero dei nidi di ragno

In Un libro al giorno on 1 agosto 2010 at 8:00

Per arrivare fino in fondo al vicolo, i raggi del sole devono scendere diritti rasente le pareti fredde, tenute discoste a forza d’arcate che traversano la striscia di cielo azzurro carico.
Scendono diritti, i raggi del sole, giù per le finestre messe qua e là in disordine sui muri, e cespi di basilico e di origano piantati dentro pentole ai davanzali, e sottovesti stese appese a corde; fin giù al selciato, fatto a gradini e a ciottoli, con una cunetta in mezzo per l’orina dei muli.

Soluzione
Titolo: IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO
Autore: ITALO CALVINO

Trama:Italia, periodo della Resistenza. In un piccolo paese ligure della Riviera di Ponente, valli e boschi dove la lotta partigiana è più forte, Pin è un bambino di circa dieci anni, orfano di entrambi i genitori, tremendamente solo e in perenne ricerca di integrarsi con gli adulti del vicolo e dell’osteria. Offeso per le relazioni sessuali che la sorella prostituta, la Nera di Carrugio Lungo, intrattiene con i militari tedeschi e provocato dagli adulti a provare la sua fedeltà, Pin sottrae a Frick, l’amante della donna, la pistola di servizio, una Walther P38, e la sotterra in campagna, nel luogo, sconosciuto a tutti, in cui è solito rifugiarsi, dove i ragni fanno il nido. Il furto sarà poi causa del suo internamento in prigione. Qui entra a contatto con la durezza della vita di carcerato e con la violenza perpetrata da uomini su altri uomini. Qui incontra Pietromagro, ma specialmente Lupo Rosso, un giovane della Resistenza, che in prigione subiva interminabili interrogatori e violenze. Quest’ultimo aiuta Pin ad evadere dal carcere, ma una volta fuori, Lupo Rosso lascerà inavvertitamente Pin a se stesso, a girovagare nel bosco da solo, finché non incontra Cugino. Questi lo condurrà al gruppo di militanti partigiani a cui appartiene, il distretto del Dritto. Qui conosce personaggi dalla dubbia eroicità, caratterizzati dai più comuni umani difetti: Dritto, Pelle, Carabiniere, Mancino, Giglia, Zena il lungo, Kim e Ferriera.
Una sera, Dritto appicca erroneamente il fuoco all’accampamento, costringendo i compagni partigiani ad insediarsi in un vecchio casolare dal tetto sfondato. Un litigio col capo brigata irrita Pelle a tal punto da spingerlo al tradimento dei suoi compagni: parte per il villaggio, lungo il percorso dissotterra la P38 e se ne impossessa, e infine rivela ai tedeschi l’insediamento partigiano. Presto la Resistenza provvede a freddarlo. Il giorno seguente i comandanti partigiani fanno sopralluogo nel distretto del Dritto, e, venuti a conoscenza dell’avvenuto, decidono di giustiziare il Dritto per l’accaduto, ma solo in seguito l’imminente battaglia. Casualmente Pin viene a conoscenza della relazione adultera tra lo stesso Dritto e Giglia.
La sera arrivano vittoriosi tutti gli altri partigiani. Poiché l’accampamento non è più sicuro come prima, si mettono tutti in cammino e raggiungono la postazione di altri partigiani. Qui, tutti iniziano a parlare e la discussione si accende quando Pin comincia a rivelare quello che ha visto la mattina, mordendo la mano di Dritto che tentava di zittirlo. Con quel gesto rabbioso esce dal casolare e scappa via di corsa. Incontra di tanto in tanto dei tedeschi e dopo alcuni giorni di marcia, arriva al suo villaggio o almeno quello che ne resta dopo il rastrellamento dei nazisti. Ancora una volta si rifugia nel suo luogo segreto, ma vi trova tutta la terra rimossa e la pistola scomparsa: è quasi sicuro che sia stato Pelle.
Rattristato si reca dalla sorella, suo unico contatto con il mondo, molto sorpresa di vederlo. Mentre conversa con lei, viene a sapere che lei possiede una pistola datale da un giovane delle brigate nere sempre raffreddato. Pin capisce che si tratta di Pelle e che la pistola è proprio la P38 che lui aveva sottratto al tedesco e aveva sotterrata al sentiero dei nidi di ragno. Se la riprende con rabbia e gridando contro la sorella va via di casa. Si sente ancora più solo, fugge verso il sentiero dei nidi di ragno, dove incontra nuovamente Cugino. Durante la conversazione che intrattengono, Pin realizza che proprio Cugino è l’unico vero amico, un adulto che si interessa persino ai nidi di ragno scoperti da Pin. Ma Cugino dice a Pin che vorrebbe andare con una donna, dopo tanti mesi passati in montagna. Pin rimane male, proprio Cugino che era sempre stato così ferocemente critico verso le donne. Anche lui, pensa Pin, è come tutti gli altri adulti. Parlano della sorella prostituta, Cugino è interessato e si fa indicare la sua abitazione. Si allontana portandosi proprio la pistola che Pin gli presta mentre tiene a guardia lo sten di Cugino. Dopo pochi minuti Pin sente degli spari venire dalla città vecchia. Pensa che Cugino sia stato imprudente, forse ha trovato dei tedeschi a casa della sorella, forse è rimasto ucciso. Ma ecco, invece, che ricompare: troppo presto rispetto a quello che aveva detto di voler fare con la prostituta. Il bambino è felice: Cugino gli dice che ci ha ripensato, che non ha voglia di andare con una donna. È probabile che abbia provveduto ad uccidere la sorella di Pin perché complice delle truppe tedesche, ma questo fatto rimane incerto, non detto, e Pin non collega gli spari sentiti alla rapidità del ritorno di Cugino. Nessuna consapevolezza o sospetto c’è da parte di Pin: è felice di aver ritrovato una figura di adulto che lo protegge e lo capisce, i due si tengono per mano e si allontanano.( da Wikipedia)

52) La mamma del sole

In Un libro al giorno on 30 luglio 2010 at 8:00

Paura vera.
La paura dei bambini.
Infatti aveva sei anni ed era estate.
Agosto, un sole che ammazzava i cani.
Da un quarto d’ora picchiava i piedi per terra, frignava, voleva uscire, andare a giocare per le strade di Siliqua. Per giunta stava disturbando anche gli altri che, dopo il pranzo, erano saliti nelle stanze di sopra per schiacciare un sonnellino.
Allora zia Ninna aveva smesso di lavare i piatti, gli si era avvicinata, s’era ingobbita, gli aveva parlato all’orecchio.
“C’è la mamma del sole fuori.”
L’alito di zia Ninna sapeva di brodo di pecora, il tono della sua voce di mistero. Gli era sembrata una strega. Aveva incassato la testa tra le spalle. Non aveva osato chiedere come fosse fatta la mamma del sole, cosa facesse di tanto cattivo. Gli era passata, però, la voglia di uscire.
E s’era arreso al consiglio di zia Ninna, tentando di sonnecchiare, come, Tonfando della grossa, stavano facendo tutti gli altri.

Soluzione
Titolo: LA MAMMA DEL SOLE
Autore: ANDREA VITALI

trama: Ancora un’ altra storia ambientata a Bellano per Andrea Vitali; in questa ci presenta un classico intrigo di paese, sullo sfondo una rovente estate che accende gli animi dell’assai nota cittadina sulle sponde del lago di Como.
Inizia con la scomparsa di una vecchina in un paesino alle porte di Bellano, nessuno l’ha più vista ufficialmente, tranne una persona che è convinta di averla incontrata.
Si occuperà di risolvere il caso il Maresciallo Maccadò e i suoi aiutanti… Il tutto mentre sono alle prese con una lotta tragicomica con un vetro rotto ed una lettera, scritta da ignoti, che metterà un pò di zizzania tra le lenzuola della piccola città.
«Come riesca Vitali a ricavare da un paesello sul lago di Como tante storie e tanti personaggi, è un mistero glorioso che possiamo solo celebrare.»
Mariarosa Mancuso, «Il Foglio»
L’autore Andrea Vitali è un medico di base, laureato in Medicina che per far piacere al padre continua ad esercitare, senza abbandonare però la sua vocazione di scrivere romanzi. Autore pluripremiato e tradotto in mezza Europa, ha all’attivo più di venti libri.

Ancella di Dio

In amore, Anomalie, Donne on 5 aprile 2010 at 22:52

Mi sento sola. E’ difficile restare qui, mentre mi viene in mente la casa in mezzo ai campi e le corse felici con i miei fratelli e le mie sorelle in mezzo al granoturco. Era così bello nascondersi tra le pannocchie giocando a nascondino fino a sera quando la mamma ci chiamava per la cena. Quella luce color inchiostro e la mamma che ancora mi guardava come fossi una bambina. Mi piaceva uscire sul retro per andare nell’orto a prendere i pomodori e a levare l’insalata. La mia è una famiglia modesta. Io sono una ragazza modesta, ma che ci faccio qui a Roma? perché per la Madre Superiora io non sono sufficientemente modesta? La mia vita è diventata un purgatorio dopo che sono entrata in Convento.
Ho studiato duro e sono diventata maestra per l’infanzia, a casa mia non avrei potuto chiedere di più. Con l’aiuto del Signore sono arrivata fino a qui e ho pregato tanto. Dopo il diploma volevo tornarmene a casa, ma non ho potuto farlo. Dio mi ha dato una nuova prova e ho dovuto restare al Convento. Non potevo tornare dopo che mia mamma ha detto che avrebbe preferito vedermi morta piuttosto che di ritorno a casa. Anche il mio fratellino Antonio era entrato in seminario, ma è scappato talmente tante volte che alla fine non l’hanno più voluto. Io lo conosco bene: non era fatto per una vita di rinunce. Ho pianto tanto, tutte le notti perché non riuscivo ad accettare la mia vita. Non riuscivo ad abituarmi a non avere più una famiglia, anche se è qui, tra le mie sorelle, che dovrei trovare la mia famiglia. Al convento non mi sento a mio agio, sono osservata e ripresa per un niente. Quando cammino faccio rumore, persino il mio respiro è più rumoroso del respiro delle altre. La cosa più difficile per me è non poter vivere all’aperto, in contatto con la natura, ridere delle piccole cose e godere della gioia del Creato.
Mi piace guardare il sole, respirare l’aria pulita, giocare con i bambini. Quanta purezza c’è nella loro anima. Qui in convento molte cose sono proibite, ogni tanto mi scappa da ridere, come quando suor Rosaria si addormenta durante la preghiera e russa come un trombone, non sono brava a non farmi vedere e finisco sempre punita. La Santa Madre dice che non sono umile abbastanza. Mi fa rimanere nella cella a pregare per ore e ore e io penso che vorrei invece fare qualcosa: lavorare con l’uncinetto oppure dipingere, la Madonna e gli Angeli, per decorare la sala delle visite, oppure il refettorio che è così triste e spoglio. Ma impiegare la mia giornata non è un esercizio che fa bene all’umiltà. Bisogna obbedire la Madre Superiora perché Lei sa come ci si deve rivolgere a Dio. Qualche mese fa, dopo una brutta punizione che non avevo trovato giusta, ho scritto una lettera disperata a Giovanni, mio fratello maggiore, dicendogli che non ce la facevo a restare qui dentro perché mi sentivo soffocare e che ero sola ed inutile: Ero certa di essere cattiva ed ingiusta perché non riuscivo a provare affetto per le mie sorelle. Roma è la città Santa, è la città della Chiesa e del Papa, ma all’interno del Convento esistono delle gerarchie che non ti permettono di sentirti come in una famiglia. E poi Roma è una grande città e mi mancano i campi, il profumo delle mele e le pannocchie. Allora Giovanni è partito insieme a Pietro ed Antonio per venire a prendermi e mi avrebbero portato via da qui, malgrado che a casa non potessi tornare. Lui mi aveva assicurato che avrei potuto stare nella sua casa con l’Elvira, ma che avrebbero comunque tentato di convincere mamma che il convento non faceva per me.
A quel punto non me la sono sentita di tornare con loro. Mi sono pentita di aver chiesto aiuto. Non volevo creare problemi, non volevo essere di peso per loro, le loro mogli e per le mie sorelle. Se è destino che io resti qui, lo farò. Dedicherò la mia vita al Signore. Pregherò per diventare migliore. Il mio destino sarà nelle mani di Dio e sarà Lui a guidarmi sulla strada della mia vocazione. Probabilmente io non sono fatta per percorrere le strade del mondo, per mettere su famiglia e per avere dei bambini.
Questo mia madre lo deve aver capito. Forse potrò essere madre dei bambini degli altri ed era questo che Dio ha pensato per me. Ora devo solo decidere quale sarà il mio nome, quello che porterò con me nel mio cammino nella Fede. Certo suor Allegra non è molto adatto, me lo ha fatto notare la Superiora, allora ho ripiegato per suor Maria Chiara. Ho scelto questo nome sia perché Chiara era la figlia piccola del fattore al mio paese, che a me sembrava dolcissima, sia perché è la Santa che vedo tutti i giorni sul quadro che si trova nella Cappella dove vado a pregare. Anche a lei piaceva tantissimo la campagna, le cose umili e le creature di Dio.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: