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Fanculo!

In Anima libera on 14 gennaio 2011 at 14:24

Premessa alla parte decima.
Sembrerebbe impossibile anche a me che una bambina così… così piccola possa portare dei ricordi. Invece ho già dei ricordi. Anche più grandi di me. In cui nascondermi. Da cui fuggire. E a volte i ricordi fanno male. Soprattutto quando stai per fare cinque anni, come allora. Perché non ne ho parlato? Proprio per quel male. O per rispetto di Maria. E di ogni Maria e di ogni sofferenza. E poi non lo so. Forse perché non amo perdere. E il dolore è sempre una sconfitta. E non mi è mai piaciuto arrendermi. Questo lo so e lo sapete. Sono una testarda ficcanaso della vita. E alla fine la amo troppo, la vita. E non so accettare. Ora sono passati un paio d’anni ma ancora mi riesce difficile raccontare. Perché non c’è una logica, né una ragione. Perché l’unica certezza è la conferma che non esiste nessun dio. E’ stato allora che ho capito che da certe storie si può anche non uscire più.

Piangersi addosso è una missione che non mi riesce proprio. Mai stata brava a lagnarmi. Non che abbia una salute proprio di ferro. Ma basta non abbattersi. Non prendersi troppo sul serio. Cosa sarà mai un po’ di tosse, due linee di febbre. Qualche giorno d’asilo che manca dal calendario. Nessuno ci farà caso, né sentirà la mia mancanza. Invece arriva il medico. Il vecchio medico di famiglia che girava per le case come un padre e sembrava solo un buon padre di famiglia perché sapeva di tutto un po’ e nulla di tutto. Più che altro si limitava a dare buoni consigli. Così mi guarda e mi ausculta. Cosa ausculta non lo so. So solo che il fonendo e freddo ghiacciato. E che mi manda dalla specialista; in ospedale.
Il solo nome di specialista incute un po’ di apprensione, sembra intendere gravità. E poi c’è in sovrappiù, l’ospedale. Con quell’androne enorme e cavo. Come una stazione senza treni. Uno spazio vuoto in cui non ci si può che perdere. Prendo la mano di mamma e la lascio solo per farmi visitare. Una visita che a me sembra fin troppo scrupolosa. “E’ molto che manifesta questi sintomi?” dice il camice bianco. A dire il vero di “manifestare” ci avevo pensato, ma non avevo ancora avuto l’occasione. Manifesterei volentieri contro il secondo fonendo freddo, ma sono solo freddi questi aggeggi? e la sua aria che sembra parlare di una bici con le ruote sgonfie o della soffitta della casa di campagna. Mi fa stare ritta dietro un enorme marchingegno e mi dice di trattenere il respiro. Una specie di grossa finestra cieca mi ispeziona. Mi fotografa le ossa. Bofonchia. Rimugina. Brontola. Si gratta la testa. Per farla breve non è un male di stagione. Non è la solita otite. Non è una semplice bronchite. Me ne sento quasi in colpa.
Lastra in mano, una foto nera di cui nemmeno fossi un lazzaro resterebbero speranze, si fa ancora più burbero anche il medico della mutua. Devo averla proprio combinata grossa, stavolta. Uno consiglia, l’altro prescrive, o viceversa. E’ così che si impara a odiare prima il profilo e poi la persona. Mette tutto nero su bianco, una ricetta lunga come il ponte dei Sospiri. Piena di segni strani che potrei scrivermela da me. Nemmeno la mamma che dovrebbe saper leggere riesce a leggerla. Forse è scritta in una lingua solo sua, ma tanto basta per riempirmi di buchi il culo e per farmi ingoiare eserciti di pillole. Mi riempiono di penicillina. Non mangio che pastiglie e bevo solo acqua per mandarle giù. Bastava che aspettassero quel poco e non avrei avuto bisogno nemmeno delle lastre. Mi riduco pelle e ossa. E le ossa mi si vedono e mi si possono contare. Gli occhi affondano e si fanno di giorno in giorno più rossi. Ormai sono tutta occhi. Comincio a sospettare che potrei non sopravvivere alle loro cure.
Io sto sempre peggio. Mamma decide di cambiare pediatra. Posso ritenermi fortunata. Sono anni in cui non si conoscono le vie di mezzo. Uno sta bene o sta male. E i bambini, almeno della mia età, non devono aver voce. Si alza le spalle. Tutto è destino. Se deve essere è. Sì! toccando forse ho culo perché andiamo e lui è burbero ma è uno che sa il fatto suo. E’ padre di due vispi maschietti. Si vede fin da subito che anche quei ragazzini faranno parlare di sé; uno ha già fin da piccolo l’aria del filososo. Guarda le lastre contro luce. Guarda mia madre. “Signora, mi ha portato le sue”. “Guardi che sono quelle della bambina”. Vorrei dire “non chiamarmi bambina, usami la cortesia di chiamarmi per nome.” ma non ne ho ormai più la forza. “Mi scusi, signora, ma è un po’ piccola per avere la sua età, e lei è un po’ giovane per una bambina di venticinque anni”. Mi stavano curando per un altro.
A farla breve mi rifà le lastre. Lui ha nel suo ambulatorio quella grande belva con gli occhi che ti guardano dentro. Mi appoggia quella specie di finestra sul petto e mi sbircia sotto le vesti e le carni. Certo che, checché se ne dica, belli dentro non lo siamo proprio. Prima che scoppi mi dice che posso respirare. Lo ringrazierei anche per la clemenza ma non ho più fiato. Sto ancora agonizzando e cercando di riprendermi, fiaccata di mio e da tutte le loro cure, che mi ritrovo ricoverata. L’ospedale fa spavento a entrarci, figuriamoci quando sai che ci devi restare. Quando ti infilano in un letto. Anche lo stanzone del reparto poi è enorme e altissimo. Tanti letti e la maggior parte vuoti. Tutto ha un che di abbandono. La voce rimbalza dappertutto e tutto è in bianco e nero. I muri, i letti, le lenzuola, gli stipi, le infermiere e tutto è di un bianco quasi accecante. Tutto anche le suore, che sono bianche come fantasmi e con visi arcigni e scuri come corvi o appunto come le parole di un libro che non hai voglia di leggere. E tutte, suore ed infermiere, vanno di fretta. Hanno troppo da fare. Non hanno tempo. Quello che non scordano mai di fare è avvertire che è finita l’ora per le visite.
Mia madre cerca di stare più che può per farmi compagnia. Mi sembra preoccupata. Alza le spalle. Dice che mio padre si arrangerà. Sembra di stare in carcere a Santa Maria Maggior. Per quante ne escogiti mia madre più di tanto non riesce a sottrarsi al controllo di quelle guardiane. Deve andarsene, anche se mal volentieri. Non che la solitudine mi spaventi. Anzi mi aiuta a pensare. Sono solo angosciata dal pianto continuo della bambina che dorme due letti più in là. Poi senza nessun preavviso mi spostano in una stanzetta più piccola. Mi sembra di essere tornata a casa, in quella in Baia del Re. Dalle finestre vedo la laguna e le sue isole. Vedo Murano e non solo. Un gabbiano stupido ci sbatte addosso a quel vetro. Fa venire i brividi il verso stridente di quell’uccello. Vicino al mio letto c’è Maria. Lei viene da lontano, da un paesino vicino a Rovigo. Non so quale. Non saprei nemmeno quanto è lontano se non me ne parlasse mamma. Deve essere per quello che i suoi non si vedono mai. Lei è molto sola e anche lei piange molto. Mi fa pena. Mamma cerca di raccontarle qualche storia. Ha la voce dolce, quando vuole. Per alcuni attimi riesce a calmarla. E Maria è affascinata da un piccolo bicchiere che ho sul comodino. Avessi avuto più tempo saremmo certamente diventate amiche, nonostante il posto. Le lascio prendere il bicchiere.
In mezzo a tanto dolore c’è una suora che per calmare chi piange ha la bella pensata di farci prendere paura. Appare all’improvviso col volto coperto da una calza nera. Credevo che certe cose succedessero solo nei film. Forse si crede simpatica. Forse… vuole mantenere l’anonimato. Dovrebbero lasciare i figli in mano a chi sa cosa vuol dire farseli. E poi tirarli su. E’ stato allora che ho imparato che le parole possono essere pietre e soprattutto quella parola che usavo come una sasso: “Fanculo!” Non è nemmeno un vocabolo facile. Mi arrampicavo ancora a fatica e con imperizia fra quelle sillabe. Ma il suono era tagliente abbastanza e mi sgorgava proprio dal cuore. Me ne sentivo subito liberata. Si può essere più idiota di un idiota adulto? E allora “fanculo!” a lei e a tutto quel mondo senza colore.
Stavo già programmando la mia evasione quando ho vissuto quel martedì. Mamma era al fianco del mio letto. Le aveva appena girato le spalle, solo un attimo. Maria girava in mano quel bicchierino che l’aveva sempre affascinata tanto quando sentii il rumore del vetro che si infrangeva sul pavimento. Stavo per tirare il decimo dei miei fanculo, o forse era l’undicesimo, stavolta rivolto alla mia vicina e compagna di pene, quando mamma si è girata e ha fatto per chinarsi ed aiutarla. Maria sembrava essersi rimessa a dormire fregandosene della sua sbadataggine. Invece non era stata per nulla sbadata. Non ho capito subito, mica succede ogni momento. Ho visto solo la mamma farsi bianca come uno straccio. E’ corsa fuori invocando aiuto, ma Maria non si svegliava. Maria non si è più svegliata. E fuori la laguna era malinconica come solo a Venezia può esserlo.
Stavo meglio. Ho detto a mia madre “portami a casa”. Quello che avevo visto non era giusto. Ero troppo giovane. E un po’ mi ero messa in testa che sarebbe successo anche a me. Ma per il piano B avevo già la corda di lenzuola sotto il cuscino. Il letto di Maria era vuoto con una larga macchia gialla nel mezzo. L’unico colore in quel mondo e non era un colore allegro. E tutto sapeva di acido e di medicine. “Andiamo, a costo di farla tutta a piedi. Ho buone gambe, io; robuste”. Non ne ero sicura, perché avevo una spossatezza addosso, da non crederci. Mi sentivo come ubriaca. Non ero certa di riuscire a stare in piedi. Per una volta mia madre non ha avuto nulla da dire, ha tirato su col naso, mi ha stretto forte e poi ha preso a vestirmi. Credo che non l’avrebbe fermata nemmeno un treno. Mi sentivo già libera ma non avevo proprio voglia di ridere. Nella mia fantasia ancora immatura mi aspettavo di vedere sangue e sentire grida e adulti piangere e bestemmiare. Invece si può uscire da quell’altra porta così,  non visti e completamente in silenzio.

Nuovi contenitori per nuovi contenuti.

In Anima libera on 30 dicembre 2010 at 12:29

Barattolo elettrico in Grafica vettoriale (utilizzata nel sito del Forte Sirtori, ora chiuso, per il progetto COMITATO FORTE)Premessa alla parte settima.
C’è aria nuova in Italia. Lo chiamano “Boom economico”, lo chiamano anche il progresso del dopoguerra. Si producono più automobili e la gente le compra pagandole a rate. Si producono televisori, frigoriferi e lavatrici che diventano il sogno segreto delle massaie. Io sono incazzata. Sarà che non sono una massaia e forse non lo sarò mai. Sarà che il tempo ha un valore preciso e che mi pesa addosso. Gli anni durano anni e sono lunghi da passare. I mesi sono dodici e i giorni sono composti da 24 ore, messe in fila una sull’altra. Tutto ha un valore. E io sono ancora una bambina.

Ma chi l’ha detto che l’anno appena lasciato è un anno inutile? Se mai ci sono anni inutili, anni da dimenticare. Come dicevo, di questi tempi, gli anni sono anni e valgono un casino, Addirittura le stagioni durano a lungo e sono precise. D’inverno fa freddo davvero e a poco serve la nostra nuova cucina economica che riesce a scaldare solo una stanza. L’estate è estate. Fa caldo e ci batte pure il solleone. A volte si portano i materassi sui pianerottoli delle scale e si dorme in compagnia degli altri del caseggiato. La primavera è mite e in autunno arrivano le “acque alte”, a novembre, quando tira vento di scirocco. Insomma gli anni hanno il loro valore e lasciano il loro segno. Il 1954 era sembrato uno dei tanti, invece mi è rimasto sulla pelle. E’ un anno particolare, i preti vanno forte e pretendono di decidere delle nostre vite sia spirituali che temporali. Ma, per fortuna, resta nell’aria ancora il turbinio della Resistenza. Ed io sono nata per resistere, e resisto e mi organizzo a resistere ancora di più. Sono dura nel 1955 e di roccia pura nel 1956.
Il nuovo quartiere è tutto nuovo. Tutto una sorpresa. Non tutte belle, anzi quasi nessuna. Che ci faccio qua? Un quartiere pieno di cravatte al collo. Tutti gli uomini hanno la stessa faccia di mio padre. Tutte le donne la stessa rassegnazione di mamma. Tante madonne addolorate. Lo dite a me che già sulla madonna ho i miei dubbi? E nemmeno tanto una buona opinione. Sarà colpa del marito falegname che ci fa la figura del becco, oppure del fatto che per lei di parto non se ne parla proprio. Mi sa che è colpa delle solite dicerie, leggende metropolitane. Meglio che certi ragionamenti li tenga per me, non si sa mai. Tornando al quartiere non credo che mi piacerà. I ragazzini sembrano sempre sotto tiro degli occhi delle madri, che ripetono come un mantra: “attento a non sporcarti”. E tutti così pettinati e frustrati. Rilassatevi accidenti. “Ca… cioè cavolo, sono impettiti come se gli avessero infilato il manico nel culo”. Hanno paura persino a cacarsi sotto. E tutti pieni di “Io” su cose completamente stupide. “Io ho”. “Io sono”. Ma che cavolo hai, chi cavolo sei! No! non sei nulla. Meno di uno sputo. Tutto sommato credo che ci giocherò poco. La vedo brutta in futuro. Più che altro li osservo. Mi sembrano animali da collezione. Altro che averlo più duro, glielo devono aver tagliato proprio.
Ma è difficile resistere quando si è piccoli, nessuno capisce da che parte vuoi stare. Per i miei sono ancora bambina, e per giunta femmina, ultimo stadio del creato, proprio per questo a loro viene la pensata di farmi bucare i lobi per montarci due orecchini d’oro che fanno tanto “provincia”. Come si dice qui fanno tanto “campagna”. Perché tutto è campagna al di là di questo Ponte che congiunge le nostre isole alla terraferma. Il ponte Littorio che per fortuna oggi si chiama della Libertà. Questa è la mia città. Fatta di gente presuntuosa e supponente che si pensa al centro del mondo. Quando viene la nebbia, ed è tosta, la chiamano “caigo” e dicono che la terraferma, ossia il resto dell’Italia, è isolata. Piccoli nobili decaduti e con le pezze al culo. Gente di borgata con la puzza sotto il naso. E’ per questo che qui si dice che se non ci fosse il ponte l’Europa sarebbe un’isola.
Ernesto, la carogna se la ride sotto i baffi e io, con gli orecchini e il cipiglio di una iena, penso che il mondo è proprio tutto un paese. Poveri che si credono ricchi e ricchi che si fingono come gli altri. E ancora: proletari che hanno solo i figli come ricchezza, che si indebitano per acquistare l’auto e gli elettrodomestici, per dimenticare com’è dura la vita da scalare. Mentre i ricchi diventano ancora più ricchi proprio per il sogno di chi non ha niente. Le cose così non funzionano, bisogna metterci un freno. E’ nella testa che si deve cambiare non nelle comodità.
E intanto, come detto, mio padre aveva acquistato la televisione. Uno scatolone grande con un nome americano: Philco. Gli americani sono dappertutto, quasi come i napoletani. Ovviamente il mondo si vede in bianco e nero. Perché il mondo è diviso a metà: Bianco o Nero; veramente c’è pure il Rosso, però si fa finta di non vederlo. Così America e Russia, Buoni e Cattivi, Vincenti e Perdenti. Insomma la solita dicotomia. Intanto la nostra televisore, diventa quella del caseggiato. Dieci famiglie, più gli amici di mio padre: i famosi Gigio Vespa e il Barbiere di Famiglia (ricordate? quello che mi taglia i capelli pettinandoli alla mascagna). Gente sempre del quartiere, ma un po’ diversa, perché nel mio caseggiato ci stanno solo proletari. Distribuiti in tanti in poche stanze e con l’aria un po’ dimessa di chi tira la carretta e fatica. Insomma questi del caseggiato non hanno ancora ingoiato la scopa degli altri residenti. Sai com’è? io esco da un quartiere malfamato e arrivo in questa zona di nuovi ricchi. Con loro non ci voglio avere a che fare, non voglio giocare con i loro bambini con la spocchia nelle mutande e la puzza sotto il naso. Li lascio tranquilli, per ora; fuori dai piedi. C’è tempo per fargli mangiare la polvere. Per fargli sputare rabbia e sudore.
Allora, come dicevo, la gente viene da noi a guardare la televisione, questo miracolo che fa spalancare la bocca ai piccoli fino ai più vecchi. Qualcuno bisbiglia che è opera del diavolo, ma alla prima partita di calcio si ricrede. La televisione è nell’ingresso, di fronte alla porta d’entrata. Chi arriva prima prende posto dentro. Sì! perché a casa mia non ci stanno tutti. Gli altri restano su ballatoio della scala. Arrivano in fila indiana, portandosi le sedie. Non ce ne sono mai abbastanza. Qualcuno porta qualcosa da bere. Qualcuno qualche “cicchetto” fatto in casa. Compaiono semi di zucca salati. Si riempiono i bicchieri di vino rosso; a Venezia si beve solo rosso. Il fumo non è ancora vietato. Col caldo portano anche qualche fetta di anguria e poi sputano i semi nella tromba delle scale.
Va in onda Lascia o raddoppia con un Mike appena arrivato dall’America. Teniamo la porta aperta e il volume alto. La televisione è molto democratica, nessuno è escluso dall’ascolto e fa incontrare tutti. Invita al commento e allo scambio di opinioni. Rende la gente più generosa. Invoglia allo scambio. A me piace la televisione proprio per questa sua capacità, ma più la guardo e più mi rendo conto che è un abbaglio. Ha una potente magia. Se riesce ad entrarti dentro forse ti cambia, forse ti convince. Non è opera del diavolo, al diavolo non credo. Ma non è solo una buona cosa. Direi che assomiglia ad una droga. Si comincia e si pensa di poterne fare a meno come e quando si vuole, ma non è vero. E’ dalla televisione che si impara a vestire in modi diversi e a vivere anche al di là delle proprie possibilità. E’ potente la televisione ed io ne ho un po’ timore. Ma forse mi dovrei fermare; anche solo un minuto. Non ho molto tempo. Eppure dovrei fare il punto. Una sorta di dichiarazione d’intenti. Io non sono per le proiezioni teoretiche, ma mi accorgo che sto per perdere il filo.
Sono nata clandestina. E resistente. E’ autodifesa. E’ bisogno. Di resistenza umana. E in fondo ho un nome multiplo che è anche un atto estremo di sopravvivenza. E’ facile essere clandestina in un mondo che ti crede bambina. Ma il mio corpo cresce e mostra quell’istinto di diventare grande. Io devo continuare a nascondermi, fare la bambina, mimetizzarmi tra gli altri. Lo so. Loro non possono capire. Mi crederebbero pazza, se già non lo fanno. Mi guarderebbero sempre con gli occhi che qualche volta indossa mia madre. Ma io le cose le so. Devo nascondermi dentro di me, in quelle consuetudini e nel corpo che ho. Ma sembra tutta una minaccia. Anche se non faccio proclami. Ma la sovversione non è un grido. E’ un veleno. E’ qualcosa che si insinua lentamente, e in silenzio dentro di me.
Ho trovato cento lire. Insomma non li ho proprio trovati. E’ il primo esproprio della storia. Mi prenderò finalmente quella scatola di colori. E un libro. E un tepee che si dice tipì. Non so perché certe cose si dicano in un altro modo da come si scrivono. E sotto il tipì inviterò gli amici. Perché io ne avrò tanti di amici. E inviterò a mangiare anche l’uomo che vedo sempre sul ponte. Quello senza gambe e che sta là. E aspetta un soldo di ferro. Ho sempre avuto questa passione per i vinti, che ci devo fare? Andrò a Roma, al monumento di Giordano Bruno. Andrò per tutto il mondo. Non ho patria. Non ho religione. Il mio posto è il posto dove sono. La mia lotta è la lotta della gente. C’è una parte di me che appartiene ad un’Italia che non viene narrata. A quell’Italia di Malatesta. E Sante Caserio. Ma anche di Zamboni. Una parte di me forse è anarchica¹. Passerà, forse. Passerà? Non lo so. La rabbia mi fa sentire tanto Anna Kuliscioff. Ma di più mi sento una Dolores Ibárruri. O una Rosa Luxemburg senza leggenda. Ma anche e più semplicemente un Molotov.
Un sacco di grandi nomi, rumorosi e voluminosi, che non trovi nemmeno nell’enciclopedia, ma alla fine, poi,  non posso essere che io. Io con questo destino. Con questa missione che mi aspetta fuori della porta. Io arrabbiata. Io indomita. Io che non mi arrenderò mai. Io che non sopporto nessuna autorità. Forse potrei accettare quella del popolo. Ma anche no. Pure quella mi sta troppo stretta. Sono un’ingenua? Forse, ma un’ “ingenua rivoluzionaria”. E penso agli indiani. Ho sempre avuto simpatia per loro. Sono loro i veri americani. Non ne faccio una questione di cultura o di civiltà. Certo che se gli americani avessero avuto la nostra civiltà non avrebbero avuto bisogno di essere scoperti; si sarebbero scoperti da soli. Ma di loro, dei pellerossa, ormai nessuno più parla. Tranne che nei western. Ma là alla fine arrivano sempre i nostri. Prima dei titoli finali, di quel “The end”.
La folla, la platea applaude e li incita. A me sembrano più dei “loro”. Non mi sembrano tanto dei “nostri”. Mi sembra una favola raccontata male. Mi sento imbrogliata. Sono gli indiani che corrono su un destriero, simile al mio, liberi per praterie, simili alle mie. Loro: gli Arapaho, i Cheyenne, i Sioux, gli Irochesi; e tutti gli altri. Sono il Popolo degli uomini da sempre. Ed io un popolo non ce l’ho. Almeno non ancora. Alla tivù c’è un telefilm per ragazzi: Penna di Falco Capo Cheyenne. E l’unica informazione che ci danno è: anche gli indiani sono esseri umani. Troppo poco, non mi basta! Voglio sapere di più e lo saprò. Non ho bisogno di nessuna autorizzazione. Agli altri sembra solo un gioco, ma io invece ci credo.  Ed è per questo che mi dipingo il viso con i colori di guerra.


1] Dal link: http://www.gennarocarotenuto.it/12493-su-il-sipario-donne-amore-e-anarchia/
p.s. Monica, una delle autrici dei 2 video, invia a tutte e tutti questa magnifica canzone. Vi mando le parole e la musica… di Giorgio Gaber: http://www.youtube.com/watch?v=IVnPotcVkFQ
Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.
Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l’unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.
Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un’antica speranza.
Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all’amore il resto è niente.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo.
Doriana Goracci su http://www.gennarocarotenuto.it

Tra anime sporche, carte geografiche e formicai.

In Anima libera on 24 dicembre 2010 at 10:42

Grafica vettoriale di un biberon che va alle fiamme

Premessa alla parte sesta.
Una casa nuova e un quartiere diverso non cambiano la vita. Nemmeno la televisione e la nuova scuola. Ciò che ti cambia la vita è la trasformazione fisica che subisce un essere umano da quando nasce in poi. Io sto diventando femmina e non lo ho ancora deciso. Niente valgono le mie corse per superare i maschi. Le mie prove di coraggio da “cazzo! io ce l’ho più duro”. Il taglio di capelli con la mascagna che mi fa il “Barbiere di famiglia”. Niente riesce a cancellare quell’aria da sbarazzina puntigliosa con il naso tempestato di lentiggini. Sto diventando una donna contro la mia volontà e mi dispera.

Che fare! Spiegava Lenin. Che fare? Penso io. Mi vengono in mente mille cose. Mi passa per la mente che potrei scegliere la strada di Oskar e del suo tamburo di latta. Basterebbe una caduta da una scala e non crescere più. Ma sinceramente mi pare una cazzata. Che lotta puoi fare con un semplice tamburo di latta? Puoi forse cambiare il mondo? Macché, puoi solo ritardare le tue battaglie e prendere tempo, ma io tempo non ne ho. Ho troppo da fare, troppe cose a cui pensare. E infine so io dove le infilerei quelle bacchette. E a chi scaglierei addosso quel tamburo. Che la vita è lotta e allora se lotta deve essere lotta sia.
Per il momento continuo a frequentare una scuola privata, sempre suore, non le stesse, ma con lo stesso andazzo delle altre. Mani conserte, mani dietro la schiena. Occhi piegati e imploranti e per me esercizi di schiavitù. Grembiulini bianchi perfetti e fiocchi rosa. E ai maschietti fiocchi azzurri. Mi guardo il fiocco. Ma che c’entra? Perché due colori diversi? Comincio a scassare le palle. Voglio anche io il fiocco azzurro, mi fa meno bomboniera. Mi sembra meno imbecille. La suora mi guarda con il sopracciglio inarcato come fossi una puzzola nell’atto di odorare. “Tu mi prendi in giro!” Questo è da sempre uno dei primi problemi: la gente sembra fare fatica a credermi. Sei solo una bambina, pensano.
Mi manda da sorella Modesta che è la portinaia e anche quella che pulisce i cessi. A modo suo è una proletaria e si vede dalle mani, e a me è simpatica. E’ una sensazione del tutto naturale. Diffido ma non riesco a farmela diventare antipatica. Mi guarda burbera nascondendo un sorriso e mi sgancia un pizzicotto sulla guancia che mi resta il segno per due giorni. Questa è tortura bella e buona, chiamerò il telefono azzurro, azzurro come il fiocco che voglio portare, anche se quel numero non esiste ancora. In fin dei conti le grandi conquiste iniziano da piccole vittorie. Non so ancora se il suo gesto è un gesto di simpatia, tutto sommato credo di sì. Non lo fa con tutti, questo l’ho notato. Sceglie le sue “vittime” tra i figli del popolo, è come se fosse una preferenza. La pizzicata fa male , ma per lei è come se mi avesse fatto una carezza speciale. Certo che un calcio sullo stinco… Anch’io vorrei mostrarle la mia preferenza, ma desisto. La guardo incavolata nera e lei non mi bada e mi porta nella stanzetta della portineria. “Stai buona qui che io ho un sacco di cose da sbrigare!” Che noia fare i buoni e quella stanza della portineria che ha la puzza persistente di cavolo.
In quella portineria, che frequento ormai d’abitudine anche se involontaria, faccio le mie prime, altre, opere d’artista. A parte l’anima che disegno sempre meno brillante e sempre più macchiata delle colpe di noi poveri peccatori. Anima che so essere la metafora della  mia prigionia e che col tempo diventa sempre più opaca di tristezza. Continuo col disegnare le mie prime carte geografiche. Carte di un mondo che non c’è. Che nasce nella mia fantasia. Che mi invento. Il mondo lo devo ancora scoprire ma so già che lo scoprirò. E’ lì fuori che mi aspetta. Le coste sono le più frastagliate che si possano creare. La mia nave da “corsa” segue i contorni di terre inospitali. Sono Ulisse e qualche volta il Corsaro Nero, con tanto di banda nera nell’occhio guercio. Qualche volta non disdegno nemmeno la gamba di legno. Ulisse però è più fine, non bestemmia mai come il vecchio Corsaro, nemmeno come nonno Carlo. Quando io racconto le sue storie incanto tutte le sirene del mare e pure i pinguini. Però non ci voglio avere nulla a che fare con quella cozza di Penelope. Fare e disfare non è certo l’immagine dell’avventura. Non m’incontra per niente.
Quando sono Ulisse,  a casa non ci torno mai, vado avanti verso lo stretto di Gibilterra che poi se casco giù mica mi preoccupo. Almeno su questo io i dati ce li ho. La terra mica è piatta. S’è pur scornato Galileo, per anni, a convincere Papa e preti che sarebbe stato meglio lasciassero fare a lui che di comprendonio ne aveva certo di più. Ma tanto ancora mica gli credono. Ma come sempre chi non sa comanda. Nel frattempo le mie carte geografiche prendono sempre più forma. Prediligo più il mare che la terra; è naturale. Che poi si sa che la terra porta guai. Anche qui in Italia, al sud, i braccianti si fanno ammazzare proprio per un pezzo di quella terra. Ancora non capisco bene, ma deve essere importante. So che dovrò capire. Mi dovrò informare. E al governo c’è un altro nano che comanda. Che già con quello prima, con quel mezzo re, le cose mica erano andate bene. Lui se ne è scappato mentre gli altri ci lasciavano la ghirba. Sono proprio tutti uguali questi “grandi” condottieri. E fanno almeno due, di nani; avanti il prossimo. E’ proprio vero che i tempi non cambiano mai. I nani sono una genia resistente, forse troppo. Ma almeno questo qualcosa di politica la sa. Purtroppo. Purtroppo perché sa bene la sua parte, mica quella di tutti. E questo proprio non mi piace. Arte da nani; comunque.
E poi c’è quel canale, di Suez lo chiamano, e si parla di guerra atomica. Non ne avessimo altri di mali. Mica l’ho capito. Gli egiziani hanno un canale nel loro deserto e gli inglesi e i francesi lo vogliono loro, per non parlare poi di tutto quello che succede intorno. Per un pezzo di deserto. Per una distesa di sabbia che sembra un’enorme spiaggia senza mare. Ci dev’essere qualcosa sotto. Mi sa che i guai sono solo all’inizio. Che poi c’è anche l’affare dell’Ungheria. I carri armati che passano davanti alle vetrine dei negozi. Per quelle strade senza colore. Sarà per quello che le foto sono in bianco e nero. Il che rende tutto ancora più drammatico. Il dramma esposto in  televisione. La verità che ci raccontano è un’altra verità. Cominciano presto a prenderci per il naso. Meglio che taccia i commenti di mio padre. Penso che lui sia solo in grado di capire le cose del calcio o del pugilato. Dello sport sì ne parla con competenza. D’altra parte è lo sport che accomuna tutti gli italiani. Su quello ci passano delle ore. Su quello potrebbero fare la rivoluzione. Già penso che questo paese mi sta stretto. Non bazzico ancora la politica. Però sono curiosa, in qualche modo mi affascina. Poi a me piacciono tutte le cose che per assunto sono definite “sporche”. Comunque guardo il mondo dal mare perché sulla terra c’è tanto casino. Cerco di starmene alla larga, ma prima o poi dovrò farci i conti.
E i conti arrivano presto, proprio sotto terra succede la cosa peggiore: un sacco di minatori ci restano sotto a Marcinelle. E io faccio carte geografiche, piccola amanuense dell’avventura. E disegno più mare che terra ed è dal mare che giudico tutti quei piccoli uomini che vogliono diventare importanti e potenti. Tutta quella presunzione. Nessuna corsa al potere spirituale ma una precisa lotta per quello temporale. E per la bistecca. Anche quando hanno la pancia già piena. Egoismo e voracità. Chi più ha più vorrebbe. E i tuoni intronano e i fulmini cadono qua è là. Li maledico. Questo è il mio potere temporale. Il solo e l’unico che voglio avere.
A suon di carte geografiche ho disegnato il mondo intero. Anche di più. Non mi piace ancora il lavoro che ho fatto, troppe discordie e troppe guerre da tutte le parti. So che ci devo tornare. Poi lascio pure la sicurezza del mare. L’Andrea Doria, speronata, affonda. Disperati che arrancano in cerca d’aria. 46 morti annegati e ci è andata ancora bene. Allora torno alla terra e torno a pensare ai minatori di Marcinelle. La cosa mi tocca. Mi sembra di averli sempre davanti agli occhi. Quei poveri cristi. 262 morti di cui 136 italiani, e solo 13 minatori sopravvissuti. E’ un conto che non mi piace. E’ fatto di grida di agonia soffocate da polvere e da gas. Con gli occhi sbarrati e le bocche piene di terra e di sassi. E’ per loro che disegno gallerie infinite, alcove regali e mense comuni, infermerie e nursery sotto terra. Ecco finalmente i miei primi formicai. Regni di democrazia e collaborazione, di sicurezza e organizzazione. Non lascio niente al caso. Precisi e perfetti. Forse non sono politicamente corretti, ma almeno le gallerie non crollano. E non si muore.
Sorella Modesta ogni tanto passa dentro la mia prigione, in portineria, e guarda le mie opere. Scuote la testa e profetizza: “Tu diventerai qualcuno!” Bella forza, che dovrei diventare: nessuno? E poi io… beh! la verità è che sono già qualcuno. Intanto l’America mi parla; arrivano gli americani dispensatori di democrazia. E arrivano da lì un sacco di novità. Da di là del mare. A sentir loro, le mie suorette, le mie guardiane perfide, non sono tutte belle. Per esempio la musica e i balli. Già! perché intanto Elvis the Pelvis si sloga il bacino a suon di rock and roll. E le suore gridano, spaventate: “vade retro Sa(r)tana!” E’ la musica del corpo. Non si ascolta solo con le orecchie. Si sente con la pelle. E’ un urlo. Certo che anche a loro fa muovere le gambe, e pure il loro bacino antropomorfo. Lo so non può essere diverso. Deve essere questo a spaventarle. Quella sorta di grande voglia. Quel calore dentro. Per questo gridano alla possessione. Pensano che non posso capire. Loro mi considerano un po’ figlia del diavolo. Già s’impegnano tanto per la mia sottomissione, povere cocche.  Scoppio a ridere. In realtà la risata mi esplode dentro. Io lo so: Anche voi siete nate donne. E siete passate di lì.

Sentimentale (sacro e profano)

In Anima libera on 18 dicembre 2010 at 8:00

Foto BN con papà, mamma e i due figli
Premessa alla parte quinta
Non è facile tenere il mondo, sospeso, tra le proprie mani. Ciò che sconvolge di più un bambino è l’incapacità degli adulti di dare delle risposte. Pensa che loro sappiano tutto ed invece non è così. Per esempio io so molte più cose, ma nessuno mi chiede come la vedo. Per me il mondo è una gabbia di matti, tutti fanno il contrario di quello che si dovrebbe. A volte penso di mollare e lasciarli nella cacca. E poi mi dico, tu sei nata con una missione. Devi salvarli e devi salvarti. Non c’è scampo.

Volete l’avventura? Beh! con me non manca mai. La mia vita è fatta di spazi, di sfide, di lotte, di praterie e di cavalli. La mia vita è una vita che non ha certezze. E odio il nome che mi hanno dato. E so già che i miti nascono per morire.¹ Nemmeno io, d’altronde, sto bene nei miei panni; che vi credete? E questa non è nemmeno l’america. Che la mia amerika deve ancora venire. Qui ci sono solo topi grandi come gatti e gatti che li osservano guardinghi, senza sapere cosa dovrebbero fare. Colombi che cagano su tutto e tutti e cani che la lasciano in ogni angolo. Che di turisti non se ne vedono e sono certa che si schiferebbero perfino di pisciare contro i nostri muri. Ma c’è sempre il momento in cui le cose bisogna farle e non si può farne a meno. La sacra famiglia se ne va. E sembra andare alla deriva.
Volete del gran sesso? Mio fratello insiste per giocare assieme, al dottore. L’idea non mi piace. Poi ci ripenso. Da una parte o dall’altra devo pur cominciare. Ma lui vuole fare il chirurgo. E io, come in ogni sua fantasia, devo fare la vittima. Secondo lui dovrei rimanermene lì buona immobile a farmi operare. E’ già pronto, bisturi in mano per tagliare e poi cucire. Si conferma che è e resta sempre un cretino. Ma forse sono i maschi ad essere tutti un po’ diciamo… immaturi. Diciamo… tonti. Dovrò tenerlo a mente. Comunque come prima esperienza, devo dire, è stata deludente. Mica mi aspettavo che il sesso fosse così. Se lo fosse, sarebbe da strapparsi i capelli per la frustrazione. Insomma meglio cancellare tutto e ripartire da zero. Ma c’è tempo per tutto, in fondo non ho che quattro anni. Ho ancora tutta una vita davanti. E già ho dovuto scalare anch’io faticosamente le mie vette.² Ci fosse qualcuno ad aiutarmi. Ma i tempi non sono maturi. Ho amaro in bocca. Che palle!
Vorrei solo ripetere che io non scappo. Fosse per me resterei. Fatte le valigie ed è poca cosa, non c’è nessuno che debbano salutare. Stiamo per lasciare il quartiere che chiamano ghetto, dove io ho preso le mie prime misure al mondo. Dove ho mosso i primi passi in mezzo agli altri. E vinto le prime battaglie. E mi sono sbucciata per la prima volta le ginocchia. Le mie prime eroiche cicatrici. Loro invece già liberano un sospiro. Ma io lascio la teppaglia, ma anche il cuore malato di questa città. Cuore malato sì, ma sempre cuore. Certo sono nata bastarda, ma mica senza sentimenti. Io a quei ragazzini voglio bene. Li ricordo tutti per nome. Alfio, Franchino, Roi e Rasmino… Sono tutti belli, fieri e cattivi, a parte Alfio che è, come già detto, diverso. E’ così che stiamo per partire verso questa nuova destinazione. E io fatico a buttare giù una lacrima che mi brucia dentro al naso. Sì che palle! Non devono vedermi piangere. E’ duro da ammetterlo, per una come me.
Partire è lasciarsi indietro anche la tristezza delle file grigie degli orfanelli. Con loro non sono mai riuscita a giocare. Passano mesti per la strada e vengono rinchiusi nell’Istituto. Loro sì che sono soli. Quando passano una nebbia scura offusca il sole. Mi fanno pensare a tanti Peter Pan senza favola. A tante finestre e porte chiuse davanti ai loro occhi. Alla felicità che non possono avere. Prima di andarmene voglio fare qualcosa per loro. Voglio aprire quel cancello che resta sempre chiuso. Voglio una bomba per farlo saltare. E bomba su bomba arriverò a Roma, malgrado voi… Così prima di andarcene prendo i colori dall’astuccio di Ernesto e mi cimento nella mia prima prova d’artista. L’idea è quella di disegnare l’anima, inconsistente ed eterea, sospesa dietro alle sbarre. La sua luce è opaca, perché non è libera. Il messaggio è chiaro: l’anima è inconsistente, leggera, evanescente. Le sbarre sono larghe, ma non abbastanza. Fatela uscire e fatela brillare. Liberatevi. Una madre e un padre non sono necessari per esistere, o forse sì, ma è solo un fatto secondario. Lascio il disegno tra le inferiate del cancello, è il mio ultimo addio, il lasciapassare per la vita.
Ripeto: bando alle ciance, nessun rimpianto. Chiamarla in modo ironico King’s bay le da un’ aria misteriosa che non ha. Ti aspetti tutto, pensi ai gialli americani, ai noir e ai polizieschi, pensi all’oceano rabbioso. Ti aspetti di incontrare Sam Spade o Philip Marlowe con le mani affondate nelle tasche del suo trench. Niente di tutto questo. Una sorta di isola del degrado, dove la guerra non può mai finire. Ti senti sporco tu stesso, come quei muri che non fanno altro che squamarsi e singhiozzare polvere. Vige la legge del taglione. Solitamente l’altra legge non entra qui, si limita ad alzare le barricate ai confini, ad isolare quelli che stanno dentro. E quando deve entrare, allora passa rapida senza alzare gli occhi, sotto sguardi di odio. E’ come un esercito di invasione, e loro, gli abitanti lo sanno. Le donne gridano tutte le parole rabbiose che conoscono, e se la prendono anche con le loro antiche genitrici. Siamo prigionieri, figli di madri nate qui ignare della loro colpa. Il nostro destino è nella nostra pelle. Ma la mia di pelle è troppo bianca per confondersi con la loro. E la barca è già pronta sulla riva.
Quando saliamo per me il mondo è ancora solo la “Baia del Re” ovvero la Sacca San Girolamo,³ come la chiamavano i vecchi. I vecchi hanno sempre un altro nome per le cose. Finisce alla Fondamenta Colletti, ai piedi del Ponte Moro. Un ponticello che ci separa dalla civiltà. E qui il freddo è freddo veramente. Proprio come quello nelle Isole Svalbard al Polo nord. Ci andrò un giorno. Non so quando e chi me ne ha parlato. O forse è la fantasia che non mi manca. Il vento passa attraverso i vestiti. Non mi spaventa quello che c’è dopo. Guardo diritto davanti come ho sempre fatto, oltre il mio naso. Lascio certo quel po’ di me: qualche amico, ma alla fine poche cose. Dovrebbe esserci apprensione quando si parte. Ma c’è pure curiosità e voglia di scrollarsi la pena da addosso. Ho molte speranze.
C’è un ultimo gesto da fare: annego la mia bambola spelacchiata nel canale, la prima bambola che sarà anche l’ultima. E’ l’immagine di una stupida donna che sa solo piangere. La affogo senza rimpianti in quel mare tanto basso che posso vederci il fondo. Mentre affonda già la dimentico. Mi affascina la scia del remo che accarezza delicatamente la superficie dell’acqua come fosse una sposa. L’ho già detto che voglio diventare marinaio? Credo di sì. Molte sono le storie che s’imparano andando per mare. Le voglio conoscere tutte. E poi mi piacciono i riflessi sulle onde. Mi piace quell’odore che sale. Mi piace tutto dell’acqua. Debbo essere un po’ pesce. L’aveva detto mio padre quando sono nata. Ma non voglio essere quel pesce lì. Vorrei essere una sirena, ma non sono abbastanza bella per esserlo. E poi ho questi capelli, che sotto il mare si vedono troppo. Sembrano rivoli di sangue, riflessi di rame. Devo lasciarmi portare dall’acqua, devo fidarmi dell’istinto. Il mare mi salverà.
Sia chiaro una volta di più: non mi piacciono i rimpianti e nemmeno i sentimentalismi, le sdolcinature e i romanticismi. Sempre tempo perso. Ma a volte ci sono cose di cui non puoi fare a meno. Freni e ostacoli sul corso della vita. Voglio un mondo esente da ricatti. Però lasciare le teppe e gli orfanelli mi fa male dentro. Mi arrabbio per questo. Non ci si può far fregare così. Nella casa nuova abbiamo più spazio e più luce. E una stanza tutta per noi, per me ed Ernesto. E nessuno che passa per andare al bagno. Mio padre compera anche la televisione per guardarsi lo sport. Ogni occasione è buona perché vengano i suoi amici a vedersi qualcosa. Tra loro c’è un omone che mi fa ridere perché è rimasto bambino. Non è che ridere sia cosa che faccio spesso. Però mi scoccia avere quell’aria da incazzata. Poi ci ripenso: si chiama Gigio e questo è un bene, ma di cognome fa Vespa e questo proprio non glielo perdono.
La tv cambia la vita. Non la mia s’intende. Io conosco il mondo fuori, non ho bisogno di farmi lustrare gli occhi e giocarmi il cervello, lì seduta davanti. Ernesto sembra un cretino, se non fosse che lo è in ogni caso, a bocca aperta davanti agli spettacoli che di spettacolare non hanno niente. Scappa solo quando arrivano le ballerine in calzamaglia nera. Povero cocco, le donne gli fanno paura. L’avevo detto io che era tutto scemo, e che con le donne non ci sa proprio fare. Magari mi ripeto, ma si sa che i grandi mi fanno questo brutto effetto. La cosa difficile da gestire è che mia madre comincia a star male. Non posso fare a meno di vederla. Devo preoccuparmi per lei. Mio padre non capisce una cippa e mio fratello guarda lo schermo anche quando c’è solo nebbia e le trasmissioni sono finite. I maschi quando c’è da fare sono sempre indisposti. Le donne soffrono in silenzio. Porca puttana non sarà mica che sono nata donna pure io?
Esaurimento nervoso. C’è ben poco da pensare. Qui non si usano strizzacervelli per risolvere i problemi, qui bisogna trovare una soluzione pratica e subito. Allora faccio uscire dal cappello la signora Lina. E’ una vicina impicciona e sguaiata, ma piena di cuore. Con la sua facciona lentigginosa, il seno prosperoso e i suoi monili d’oro tintinnanti, riempie la nostra casa di voci e allegria. Ci porta piatti pieni della sua cucina abbondantemente condita e risana mia madre in un battibaleno. Le guarisce il corpo e l’anima. Anche questa volta me la sono scampata. Come potevo reggere una madre malata? Non si può nascere già orfani in questo mondo, e quelli che lo sono non riescono ad essere felici.
Io voglio essere felice senza per questo ammazzare nessuno dei miei. Almeno ci provo. E poi voglio essere la nipote di mio nonno che di nome fa Sante, ma lo chiamano Carlo. Lui non mi fa vergognare di essere nata in questa famiglia. Io, da questo nonno, mi faccio affascinare. Bella forza, è operaio in fonderia, e in aggiunta l’artista di famiglia; un matto socialista della prim’ora. Mi parla di Nenni e di Lenin come se fossero la stessa persona. Di Stalin no, quello è uno stronzo e io concordo con lui.
E’ un gran giocatore di carte. E scappa sempre all’osteria per giocare e bersi il vino in santa pace. Gli piace la compagnia e piace alla compagnia. Bestemmia e fuma come due turchi messi insieme. Mi accorgo subito che a volte lo provocano apposta. I compagni di partite lo imbrogliano e si fanno scoprire. Si divertono bonariamente alle sue spalle. Lui ride e bestemmia. Ha una gran fantasia e sa inventare le bestemmie più assurde e più improbabili. Le più colorite. Bestemmiatore in grande con il copyright. Le più forti mica si possono riferire. Posso dire che ieri ce l’aveva con un “Gesùbono discolo di padre incerto!” e con “quella santa donna che l’ha raccontata proprio bella a tutti i falegnami!” e ancora con “quel mato fritoin de Betlemme che el slonga el vin!”.4 Me ne sto in disparte a guardarlo senza farmi vedere. E senza farlo sapere a mamma. Lei che è tutta casa, chiesa e obbedienza. A volte lui mi suona il violino e lo fa tenendo lo stuzzicadenti in bocca, che non lascia nemmeno quando mi bacia. Devo starci attenta perché rischia di cavarmi gli occhi. Però certi uomini ci sanno fare con le donne. E non gli so dire di no. Anche se io… beh! non ho ancora deciso se sarò una donna.

Gianfranco Manfredi: Dagli Appennini alle bande [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/G. Manfredi – 01. Dagli Appennini alle bande.mp3”]


1] E’ l’anno in cui muore Jeans Dean.
2] Non si parla d’altro che della conquista del K2.
3] Viene denominata così dagli operai che lavorano alla costruzione del Ponte Littorio, oggi della Libertà, proprio perché c’era un freddo che li faceva pensare alle Isole Svalbard al Polo nord dove si trova una baia omonima.
4] Il “Fritoin” è una tipica figura veneziana che vende pesce fritto.

Baia del re

In Anima libera, Donne, La leggerezza della gioventù, personale on 6 dicembre 2010 at 23:18

Premessa alla parte terza.
Tutto sommato non è che crescere sia indolore. Non per la testa che è lucida fin dall’inizio, ma il problema è il corpo che deve allungarsi e allargarsi e trasformarsi. Ecco quella trasformazione mi dà da pensare. Avete presente Gregor Samsa che si metamorfizza nel giro di una notte? Beh la mia è una sensazione simile. Non capisco bene dove andrò a parare, ma so che non sarà, la mia, una trasformazione fortunata. Il mio terno al lotto. Così per essere nel mondo io ci sto, senza aver mai troppa paura di farmi del male. Se non ci va cauto lui perché avrei dovuto andarci cauta io? Ma le cose che succedono al mio corpo a mia insaputa, mi fanno friggere di rabbia.

Li guardo, i miei genitori, così imbarazzati, con quell’abito dello sguardo sussiegoso, e mi chiedo che ci fanno qui. Come ci sono caduti dentro. Sono estranei, impauriti e offesi. Perché la vera barbarie è il quartiere. Stracci al vento come bandiere. Degrado. E loro che non vorrebbero sporcarsi con le infime storie di queste strade. Poveri piccoli, quasi quasi ci provo pena. Un padre e una madre chiusi dentro se stessi. Abbarbicati nella loro presunzione. Lei: la piccola principessa offesa. Lui: il grand’uomo che vorrebbe sfidare tutti ma non sa da dove cominciare. Li guardo e lo so che già si preparano a scappare. Perché niente hard boiled, nessuna vera avventura, più che Frisco è il Bronx. Più che noir è sporco e calcinacci. Più che sfida è degrado. Malavita e vita ammalata. Un quartiere dal nome altisonante che non gli somiglia affatto. Più avanti quando racconterò dove sono nata mi guarderanno come una sopravvissuta al cancro. Eppure a me piace questa sfida. Io, qui, ci sto come a casa mia. Meglio che con mio padre, solo un ciabattino, ma con il cipiglio del padrone. E qui nessuno è padrone di nulla. Per fortuna.
Insomma non sono tipo da tiranneggiare. Nessuna pietà per gli sfigati. Non c’è tempo in questo mondo per chi non sa che compiangersi. La vita è la mia battaglia, non è la loro. Quella, la vita, corre e chi non corre resta indietro. Nessuno ti regala niente. Ti devi guadagnare tutto. Non sono una principessa. Non sarò mai una signora. Ho tutte le intenzioni di andarmene per conto mio. Di vederlo, il mondo, con questi miei occhi. Non ci ho pensato. Se l’avessi saputo non so se l’avrei fatto. Non che mi piaccia tirarmi indietro. Ma forse non sono mai stata molto egocentrica né abbastanza vanitosa. Fai così, dì colà; che marroni! A fare la neonata non c’è alcun gusto. Ma nessuno può approfittare delle mie dimensioni. Non sono stata certo io a dichiarare guerra all’universo. Per quanto fosse stato lui a presentarsi così male, da mettermi sull’avviso. Certe occhiatacce gliele strapperei dagli occhi; ho buone unghie io.
Cos’è questo mondo? Certo che se ne vorrebbero scappare anche subito. Fortunato chi non ci si sporca per sempre. E’ solo baracche e bagasce. E’ malavita e vita amara. Tutto si affaccia su un’acqua ancora più marcia. Sguardi si incrociano solo per sfidarsi. Le camicie aperte fino alla pancia, per mostrare pesanti catene d’oro tra la selva arruffata. E dove più pare che quel dio si sia scordato di loro più grandi sono i crocefissi aggrappati alla catena. I lampioni accecati sulla notte nera. Le pietre divelte e i muri che trasudano sale. Finestre senza vetri e abitazioni senza finestre. Sembra che qui la guerra non sia finita ancora. Frotte di bambini che scorazzano, col muco che scende inesorabile fino al mento. Gli abiti stracci e gli stracci al vento. Vaffanculo che intervallano le bestemmie.
Sì perché i ragazzini del quartiere sono delle vere teppe, non per niente è la parte della mia città più malfamata e mal frequentata. Non è colpa loro se son nati figli di puttana. Qui non c’è scelta. I bambini sono abbandonati a loro stessi, in strada, e si organizzavano in bande per angariare i meno svegli. Qui si tratta di sopravvivere. Qui si diventa grandi presto. Anche prima di presto. Forse questo l’ho già detto. A stare con i grandi mi rincretinisco anch’io. Spiegavo… figurarsi con Ernesto, quei delinquenti in fasce ci vanno a nozze. Ho il mio bel da fare per tenerli a bada. Finché posso esserci nessuno si azzarda a toccarlo e si guardano bene dal farlo, perché hanno imparato che mordo più velocemente e velenosamente di un cobra. Ma son più le volte che non ci sono. Sono di più le mie prigioni. I giorni del castigo. Non bastassi io. Anche quando le cose non le faccio mi ci affibbiano la colpa. E’ soprattutto quel giuda che risponde al nome di mio fratello. Qualche volta ho portato le biglie di fragna¹, quando me le regala uno zio giovane che vive in casa nostra. Allora le divido con questi ragazzini.
E’ per giocare. D’altra parte mi fanno anche un po’ pena, quei mocciosi. Questo li fa sentire qualcuno. Sono solo degli sfigati che si sentono forti in gruppo e godono solo se fanno del male agli altri. Che non vedranno mai altre strade che queste calli puzzolenti. Senza speranza. Con questa miseria dietro e nel loro futuro. La carogna, mio fratello, sempre taccagno anche di quello che non è suo, non manca di fare sempre delazione con i miei. In fondo anche lui è figlio di questa terra. Ma lui è nato spia. Vigliacco e spia. Così che tornano ogni volta a rinchiudermi di nuovo nel terrazzino. Povero stupido. Non ha mai saputo guardare oltre il suo naso. Fifone com’è nemmeno per la sua incolumità riesce a farsi i fatti suoi. Come quel giorno che è tornato con la bocca insanguinata. Ma lui ha sempre avuto la passione per fare l’angelo. Sempre stato un ruffiano. Come facevano i miei a credergli? Altra conferma che i grandi sono proprio stupidi.
Sono fatte anche di questo le mie giornate. Le donne vivono in strada come regine. Regine senza regno, ovviamente. Escono il mattino con la sedia appresso. E si siedono sulla soglia di casa, gli occhi a controllare la strada e a dar fiato alle voci. Lo scialle, sempre nero, sulle spalle, e i capelli col “cocon”². A parlare sguaiate che le sentono fin all’isola della maggioranza silenziosa³, perché a morire si è sempre in tanti. Muovono le mani su lavori ossessivi: sgranare fagioli, infilare nelle resse le perle, dividere i pezzi dei mosaici, inanellare parole, ciàcole e dicerie. Chiamano i figli come se fossero in un altro mondo. Chiamano anche i figli delle altre. Oppure pregano nell’attesa di quel dio che non c’è. Loro non lo sanno, ma io lo so fin troppo bene.
E poi ci sono i personaggi che frequentano ogni buco maleodorante come questo. Il ragazzino diverso che domani sarà ragazza: Alfio. Chissà che nome ti darai quando nasconderai la prima barba con la cipria e il belletto? Povera bambola di stracci. Io ti ho riconosciuto subito e ti levo dalla ressa testosteronica dei teppistelli, che ti mettono in mezzo, e ti prendo per mano. Gioca con me! Che poi di dolcezze io non sono capace, non è una mia dote. E ti dico, come fanno i bambini: Facciamo che ce ne andiamo via tutti e due da questo posto. E tu fai sì con la testa e le lacrime agli occhi. Qui non si vende la pietà su nessuna bancarella. Ci trovi tutto. Soprattutto il contrabbando. Non quella. Mia madre passa e finge di non vederla la Tosca. Vuole che io la chiami signora Tosca ma quando parla lei dice sola la Tosca. Anche stamattina ha un marito nuovo. Quello vecchio è anche lui in ferie a Santa Maria Maggior4. Non è bella e straripa dai suoi stracci con una risata che mette allegria. E anche l’uomo ride con lei. E le dà una pacca sul culo. Mia madre dice che non devo guardare e mi trascina di nuovo in casa. Come se non sapessi che esiste anche quel tipo di amore. E c’era pure Cicillo che fa di mestiere il malandrino e che a tempo perso parla in Questura. E’ pronto di coltello, ma si fa girare con un dito da sua madre.
Giugliano, proprio così, con la gielle, dicono colpa dell’anagrafe, mi sovrasta di tutta la testa. Ma è un pischello senza coraggio. Mi dice: “Vuoi vederlo”? Lo fisso cercando di stare seria: ha i denti all’infuori, le lentiggini e gli occhi che gli si spengono e mi pare un marziano. “Tesoro! Non mi interesso dei microbi. Non crederai che non ne abbia mai visto uno”? Certo nemmeno il verme di Ernesto mi sembra una cosa di cui andar fieri. Sempre di microorganismi si tratta. Più che deluso, Giugliano, pare annoiato. Forse avrebbe da ridire ma non sa come farlo tenendosi a distanza dalle mie zanne. Se ne va che credo sibili un “Piccola peste”. Quando gli dico Stronzo la zeta assomiglia ancora troppo ad una esse e forse dico ancora Stronscio, ma lui sa bene a chi lo dico e un po’ se ne vergogna. Anche se sono solo una bambina penso che non è certo l’altezza né il sesso che ti fa uomo. Ma che c’è da preoccuparsi? Tutti sanno che nessun ladro ruba a casa propria. Basta non farsi mettere sotto.
Non sono ancora pronta. Il mondo non è pronto. Insomma, è una perdita di tempo cercare di cogliere fiori dal letame. Sono quelli che sono. Non immaginano neanche una vita diversa e non sanno ascoltare le canzoni di Faber. Nemmeno io per quello, non le ha ancora scritte e cantate, ma le ho già in testa. Nel senso che le cose sono nell’aria, basta saperle cogliere. Altrimenti come mi sarebbe venuta l’idea dei fiori dal letame? Che è proprio vero che è solo merda. E queste sono le piccole rivincite sulla loro vita di miseria.
Dovrò aspettare io che non so aspettare. Intanto mi stuprano le orecchie per raccontarmi che: son tutte belle le mamme del mondo. Avessi potuto ne avrei fatto senza. Non che la mia… è solo che quando una donna diventa madre smette di essere donna. Se mai lo è stata. Soprattutto smette di essere persona. Forse il destino alla donna lo segnano con l’atto di nascita. Io non imparerò mai a dire sempre sì. Non ci sarà mai nessun Zampanò nella mia vita. Intanto è cominciata la mia storia. La nostra storia. I francesi le hanno prese e gliel’hanno messo a Dien Bien Phu. Trieste torna in Italia. E lì fuori c’è Scelba ad aspettarci. Cazzo te la faremo vedere, brutto fascista. Il futuro non si presenta con un mazzo di fiori. Ho un appuntamento con la storia, io. Io sono pronta. Lo farò diventare rosso questo avvenire. Io che sono la rossa e scuoto i cappelli come una bandiera.
Devo sembrare proprio un piccolo mostro. Ed è così che voglio che mi vedano. E molto più bello sporcarsi quando si è puliti. Anche se questo vale un’altra reclusione. Sì! lo so bene che un giorno prenderemo quel battello e non sarà per tornare. Tanto per dirla in canzonetta: la barca tornò sola, anzi in questo caso proprio non tornò mai più. E allora… “Fatevi sotto”!


1] Terracotta.
2] Chignon.
3] San Michele, dove c’è il cimitero.
4] La prigione veneziana.
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