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Post Traumatic Stress Disorder: I bambini disegnano il conflitto

In Gaza, Guerra, Informazione on 15 novembre 2011 at 9:28

Post Traumatic Stress Disorder - I bambini disegnano il conflittoCon la mostra di Venezia patrocinata dalla Delegazione Diplomatica Palestinese di Roma, che si inaugurerà il prossimo 2 dicembre 2011, è nostra intenzione riflettere assieme sulla situazione e sulle conseguenze dei conflitti sui civili e soprattutto sui bambini. Per questo abbiamo scelto Gaza come “ambiente” emblematico e simbolico cioè come conflitto dei conflitti. Quando si pensa alla parola guerra, oggi tornata prepotentemente di moda ancor più che nel recente passato, si è portati a raffigurarla nei profili delle persone combattenti, pensiamo ai soldati, ai mezzi armati. Le vere vittime di tutte le guerre sono invece tristemente le popolazioni, le donne, i vecchi e i bambini. Vivere il conflitto, ovvero subire il conflitto, comporta soprattutto nei bambini il vivere in una situazione che non può che produrre gravi sofferenze psicologiche. Noi non vogliamo fare politica, soprattutto di parte: i soggetti che mostrano i segni di PTSD nell’area sono per 80% palestinesi e per il restante 20% israeliani. Né crediamo di avere risposte o rimedi e non è nostra intenzione fermarci ad un approccio puramente scientifico, di cui vi è una ricca documentazione anche nella rete anche se in inglese. Vorremmo cercare di riflettere da persone comuni sulle conseguenze della guerra e sulle possibilità di alleviare le pene ai bambini e dare il nostro piccolo contributo a politiche di pace. I fondi che verranno eventualmente da noi raccolti attraverso questa mostra e altre iniziative che intendiamo mettere in atto saranno perciò devoluti all’Ospedale Pediatrico Nasser di Khan Younis a Gaza. Ne parleranno con noi:
Prof. GIOVANNI ANDREA MARTINI Delegato alle Biblioteche della Municipalità.
Dott. JOUSEF SALMAN – Pediatra – Delegato Nazionale della Mezzaluna Rossa Palestinese (Red Crescent).
Dott. FABRIZIO RAMACCIOTTI – Neuropsichiatra – Direttore del Dipartimento di Salute Mentale Usl 12 Venezia.
Prof. PATRIZIA CECCONI – Presidente degli Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese.
MIRYAM MARINO – scrittrice – esponente della Rete ECO (Ebrei Contro l’Occupazione).
BETTA TUSSET – della campagna “Ponti e non muri” per Pax Christi Italia.

Vi salutiamo dandoci appuntamento alla mostra il giorno 2 dicembre 2011 alle 17.30 a Venezia presso la Scoletta dei CalegheriCampo San Tomà ringraziandovi dell’attenzione e regalandovi, come nostra consuetudine, una poesia:

I MURI, Constantinos Kavafis

Senza riguardo senza pietà senza pudore
mi drizzarono contro grossi muri.

Adesso sono qua che mi dispero.
Non penso a altro: una sorte tormentosa;

con tante cose da sbrigare fuori!
Mi alzavano muri e non vi feci caso.

Mai un rumore una voce, però, di muratori.
Murato fuori del mondo e non vi feci caso.

Stop the war on children – Basta la guerra sui bambini

In Gaza, Guerra, Informazione on 9 novembre 2011 at 13:54

Bozza Manifesto Mostrada Mirnaloi Sammour
COMUNICATO

Bambini in guerra – La guerra dei bambini..
Un viaggio tra disegni, parole e musica per raccontare come i bambini vivono, sentono e attraversano la guerra e come immaginano il loro futuro

Roma – Venezia Dal 2 al 9 dicembre 2011

Mohammed (*) , sette anni, di Gaza, orfano, disegna solo carri armati, usa solo il nero e il rosso e e con le sue matite graffia il foglio.
Nour (*) , 12 anni , disegna ad occhi chiusi perché li aveva chiusi e dormiva quando i soldati sono entrati nella sua casa e gli hanno portato via la famiglia, lasciandola da sola per cinque giorni e cinque notti .

Poi c’è Mansour, 9 anni, che così si immagina il suo futuro da adulto:
Quando sarò presidente, sarò il presidente della Spagna perché amo molto la Spagna.
Io vivrò a Barcellona e la prima cosa che farò è che raccoglierò il mio esercito per andare a salvare la Palestina

*****
Da Gaza a … VeneziaRoma si inaugura una mostra di disegni e poesie dei bambini che vivono in zone di guerra, organizzata da Hope NGO (associazione umanitaria internazionale).
Senza connotazioni politiche, la mostra vuole indagare su come i bambini stanno vivendo la guerra, cosa ha tolto loro e come la violenza sia ormai una presenza quotidiana nelle loro vite, tanto da compromettere spesso anche il loro futuro. Molti di loro mostrano i segni della PTSD (Sindrome post trauma). Per tutti i bambini l’adulto ha perso ormai il ruolo di punto di riferimento e di protezione che invece nella vita “normale “ ha.
Lo scenario cambia quando si guarda ai disegni dei bambini del Sudafrica: giallo, arancio, verde e azzurro riempiono i fogli di una speranza che laggiù comincia a farsi più concreta.
Accanto ai disegni, si trovano i quadri di alcuni pittori mediorientali tra cui il siriano Ismail Shammoud e la palestinese Shahd Sallumane e le musiche sono state offerte dal compositore ebreo Rick Siegel.

Il problema è che le stesse organizzazioni umanitarie non possono spesso garantire assistenza a lungo termine perché operano con tempi stretti e condizioni nelle zone colpite dai conflitti.

La mostra è un’occasione per aprire una finestra, gettare un occhio là dove normalmente non arrivano le telecamere e in città blindate come Gaza e per osservare la guerra con gli occhi dei bambini

(*) I nomi sono di fantasia per ragioni di sicurezza

Per ulteriori informazioni: hope2011_2011@libero.it

Mirna Loi Sammour
HOPE Organization For Palestine Emergencies

Good Vibrations on Freedom Waves

In Gaza, musica, Nuove e vecchie Resistenze on 3 novembre 2011 at 16:14

E’ autunno e cadono le foglie. Il sole non gioca più tra i suoi capelli, anzi il sole si veste di grigio e l’aria è frizzantina. Insomma dobbiamo transitare per il solito periodo plumbeo che comunque a qualcuno piace. A me non più di tanto, in genere mi armo di pazienza e aspetto testarda la stagione primaverile, allora sì che sento nell’aria l’odore dell’acqua di mare. Non vedo l’ora di annusare quell’odore strano di melone maturo che prende l’acqua intiepidita dal sole.
Ma oggi è autunno e non c’è niente da stare allegri… o forse no! una ragione c’è. Da ieri sera l’estate ha rifatto un ruggito e le onde libere hanno ripreso a montare. Mi si è riaperto il cuore. Le onde si sono fatte forti e tenaci e corrono veloci verso Gaza. La Freedom Flotilla 2 Stay Human non si è arenata in Grecia come tutti pensavano fosse accaduto. La Tahrir canadese e la Saoirse irlandese sono in acque internazionali dirette a Gaza. La loro azione è quella di superare il blocco unilaterale e illegale, anche per via mare, della Striscia da parte dell’esercito israeliano. Non portano armi, ma solo le ragioni di chi è vessato ingiustamente.
Insomma nell’aria frizzantina oggi c’è il profumo del mare e le buone vibrazioni del coraggio dei giusti.
Non li perdiamo d’occhio un secondo, in modo che, se Israele deciderà di fermarle non avrà scusa alcuna e spero che il mondo dell’informazione si sveglierà una buona volta.
Mica sempre il lavoro sporco si può far fare agli altri, qualche volta bisogna metterci la faccia e se quella che metti finisce in pasto all’opinione pubblica allora non ti basterà la tua propaganda pagata dall’alta finanza mondiale, allora non potrai più mettere il silenziatore, dovrai farci i conti e i nodi prima o poi arriveranno al pettine.
Buon viaggio Flotilla e buon vento in poppa 😀

N. B. In caso le comunicazioni venissero interrotte, il che significa di solito che l’abbordaggio è imminente, visitate il sito tahrir.ca per le ultime notizie.

Bambini di guerra, bambini di pace

In Anomalie, Gaza, Guerra, Informazione, Malattie mentali on 7 ottobre 2011 at 9:34

Disegno di bambino palestinese che raffigura un carro armatoSe c’è una precisazione che mi sento in obbligo di fare è sulla mia personale posizione in alcune vicende compreso il tema che riguarda le iniziative sulla Palestina. Faccio una preventiva premessa: in Facebook e altrove passo tutte le notizie di quell’universo variegato e complesso che è la sinistra italiana, quelle che condivido e anche quelle meno e su cui ho delle perplessità, senza nessun filtro né di opportunità né censorio. Credo di mantenere lo stesso atteggiamento nel caso Palestina. Considerato che nemmeno in Italia esiste alcuno che possa dire di rappresentare tutti gli italiani la cosa è anche più vera nella situazione di quella terra. Chi proponesse una iniziativa che riterrò utile troverà tutta la mia disponibilità e collaborazione. E d’altro canto se esistesse un’iniziativa capace di unire tutti i palestinesi credo che ogni persona saggia l’avrebbe fatta. Purtroppo non ho questa facoltà. Né quella di assumermi l’arroganza di elaborare una qualche secolare strategia.
Io guardo alla Palestina e ai Palestinesi nel completo rispetto del loro diritto all’autodeterminazione. Se da domani mattina la Resistenza davanti ad un paese militarizzato e invasore, ad una vera e propria pulizia etnica, dicevo che se da domani la Resistenza prenderà un’altra qualche forma o altre forme di reazione violenta alla violenza mi vedrà solidarizzare. Non potrò che comprendere come sia pressoché impossibile davanti alla forza opporre solo la sopportazione passiva. Il massimo a cui mi potrò spingere è chiedermi e chiedere se quella risposta aiuta la pace e il futuro della Palestina. Non mi è mai piaciuto mandare a farsi ammazzare gli altri. Però sta ai palestinesi la vera scelta. Da parte mia, nel mio “impegno” aggiungo che il contributo delle associazioni non può essere che in funzione alla loro utilità. Prima di tutto nel sensibilizzare nel proprio paese l’opinione pubblica, le persone ai problemi e alla storia di quella terra martoriata. Poi tutti quelli interventi possibili che possono essere richiesti. Fare da scudi umani costringe ad un necessario attivismo pacifista. E’ chiaro come il contributo di un attivista volontario sia diverso dalla resistenza di un palestinese in loco, anche per la questione delle mie personali possibilità. E non si può disconoscere l’utilità di quegli interventi coraggiosi fatti da tanti giovani.
Premesso ciò noi come gruppo (Restiamo umani, con Vik), sollecitati da Hope Association for Palestine Emergency, abbiamo intenzione di mettere in essere la mostra itinerante “Bambini di guerra” assieme a tutti quelli che si renderanno disponibili ad intraprendere questa avventura con noi. In realtà dovremmo intitolarla “Bambini senza pace” o “Bambini in cerca di pace”. Noi vorremmo infatti parlare di pace. La mostra sarà patrocinata dalla “Delegazione diplomatica palestinese”. Questo ha già mosso delle critiche e dei distinguo, una polemica. Ribadisco che noi la mostra la facciamo per quei bambini e che qualsiasi rappresentate di qualsiasi posizione espressa in Palestina o da palestinesi esuli vedrà domani lo stesso impegno. Ché credo che il non fare sia la cosa meno utile e più sbagliata. Mi sembra assurdo pensare che un’iniziativa come questa possa favorire una parte politica a scapito di un’altra. Nessuno si sente così importante e… fondamentale. Come la politica di Israele viene da lontano anche questa sete di pace e di giustizia, perché non può esistere una pace senza giustizia, viene da altrettanto lontano. E’ uno scontro tra quella barbarie e la civiltà. Tra l’arroganza e il diritto. Tra un invasore e un popolo e la sua terra. Tutto ciò premesso dovremmo parlare della mostra itinerante in sé. Della forma che sta prendendo la nostra inaugurazione di Venezia. Credo di aver usato per oggi fin troppe parole. Ci tornerò più tardi cioè più avanti. Vi lascio con un pensiero che don Nandino Capovilla di PaxChristi ci ha lasciato: “Grazie a tutte/i del nuovo gruppo! Ci sentiamo in piena sintonia con voi e da anni sosteniamo la causa palestinese con sensibilizzazione (film+libri+la newsletter e sito Bocchescucite, ecc.) e soprattutto continue esperienze di peacebuilding nei Territori Occupati (fra pochi giorni saremo ancora a raccogliere le olive a Ramallah, col team di Tutti a raccolta). Soprattutto GRAZIE per quello che farete per DIFFONDERE l’eredità preziosa del nostro Vittorio, con cui per anni abbiamo lavorato”. RESTIAMO UMANI.

Com’era bello il “Che”…

In Anima libera on 25 agosto 2011 at 5:17

Trentesima e ultima parte
S’è fatto tardi ed è già ora di andare. Ogni minuto consuma la vita. Tutto sembra scappare dalle mani. E mi pesa addosso questa frenesia di vivere. E’ nell’aria. E’ nelle cose. Forse è questo essere giovani. Gli uomini mi guardano. Non che mi sia molto sviluppata. Mi sono solo allungata. Cos’hanno da guardare? Non faccio nulla per attirare le loro attenzioni. Per essere carina. Li ignoro. Eppure mi guardano come fossero curiosi. E non mi piace come mi guardano. Mi verrebbe da mandarli sonoramente affanculo. Eppure devono pure leggere il disprezzo nei miei occhi. Sono parte di un mondo agonizzante. A tornare indietro con i ricordi non mi par vero. Sembra ieri. Ero una neonata terribile ed incazzata, che voleva tutto e subito e che era dotata di una certa preveggenza, una qualità che oggi ho perso quasi del tutto. Sì, qualcosa nell’aria lo percepisco ancora, ma oggi non lo chiamerei “saper vedere il futuro”, ma solo e unicamente “avere istinto”.

Se devo essere sincera mi piacevo di più quando ero terribile e sboccata, mi sembrava di essere più vera. Più sincera. Oggi invece mi sento troppo insulsa e troppo facile al compromesso. Come mi piacerebbe che la mia rabbia fosse ancora una livida brace. Ma oggi la mia ragionevolezza e i miei dubbi mi rendono pavida. Non mi piaccio così. Devo tornare quella ragazzina che non aveva paura di niente e che il mondo l’avrebbe cambiato solo con lo schiocco delle dita… Che poi non è vero che ho paura e solo che conosco i limiti di un essere umano ed io non sono dio, sono solo una donna. Che poi le donne di limiti ne hanno anche di più.
Mio padre mi proibisce i jeans ed io lo metto per le scale, appena uscita dalla porta. A volte mi metto e faccio con serietà il bilancio della mia vita e non sono contenta. E’ inutile cercare il mio lato buono, non merito pietà. Ho abbandonato la lotta per le comodità di tutti i giorni. Ho scambiato la Libertà con la elle maiuscola con una piccola libertà personale, ho scambiato l’Amore con la A maiuscola con un amoretto da quattro soldi. Io ero nata per le grandi cose, ma mi sono persa nelle cianfrusaglie. Faccio un esempio: io allora ero una vera comunista, tosta e pura, oggi una botta qui e una lì, mi ritrovo a adeguarmi ai tempi. Nessuna rivoluzione nella vita, solo qualche accordo di comodo. Non va. E pensare che c’è chi mette a repentaglio la propria vita per le proprie idee. Io vorrei essere così, tutta di un pezzo. Vorrei essere là. Una donna che resta nella storia. Un po’ Dolores Ibàrruri e un po’ Frida Kahlo. Che poi queste donne latine o latino americane hanno una marcia in più e sanno essere anche più che femministe. Bella l’idea che “è meglio morire in piedi, che vivere in ginocchio”. Questo si chiama parlar chiaro. Intanto in Vietnam gli americani entrano a piedi pari nel territorio vietcong e pensano di sbaragliare il nemico. Loro sono una potenza e gli altri solo dei piccoli musi gialli. Ma non funziona e si riportano a casa tante bare piene di quei ragazzi buttati in quegli acquitrini senza quasi sapere perché. Che tristezza! Preti, studenti e operai non digeriscono questa guerra dei forti contro i deboli e come a S. Francisco e a New York pure in Italia ci sono manifestazioni al grido “Yankee go home”. Magari serviranno solo a sfogare questa nostra rabbia ma non si può più stare in silenzio. E le Università vengono occupate al grido “lo studio è un diritto di tutti”. Io, che questo diritto non l’ho avuto, che mi è stato tolto, lo so bene cosa vuol dire e quanto importante sia.
Vedo le studentesse per strada. Sono belle e sicure si sé. Loro hanno dalla loro parte il sapere. Loro parlano alla pari con i loro compagni. Leggono libri. Ne discutono. Capiscono tutto ed io stento. Ogni tanto, quando sento una parola difficile di cui non so il senso, la cerco sul vocabolario. E poi passo a quella vicina e poi un’altra ed un’altra ancora… e non le imparerò mai, non le ricorderò tutte quelle parole e farò sempre una brutta figura. Devo trovare un sistema per imparare il senso delle parole e per ricordarlo e per usarle quando è necessario. Non devo spaventarmi, devo solo avere tanta costanza. Devo fare scuola della vita. E prendo i giornali e li leggo fino in fondo. Prima o poi imparerò a capirne il senso. A sapere come funziona la politica. Come funziona il governo del nostro paese… e mi pare tutto così complicato e difficile. Ma i fatti vanno veloci. E immagazzino dati e ascolto discorsi e conosco antefatti e personaggi. Per esempio il “Che”, che è un sudamericano, un rivoluzionario che lo chiamano così, ma in realtà si chiama Ernesto Guevara ed è di un fascino… Perché io ho imparato che negli uomini la bellezza non è niente, ma il fascino… eh, quello è tutto. La bellezza ce l’hai e non ha nessun merito, ma il fascino è composto da un sacco di fattori. Del Che mi piace quel viso segnato dalla vita e anche quel sorriso scanzonato. Solo un rivoluzionario può essere così. Ma i ragazzi che frequento non sono gran che. Anche Sandro, che è carino di suo, non ha quella forte personalità che fa innamorare.
Per la cronaca con lui non ho concluso niente. Mica perché non mi andasse, più che altro perché mi pareva di non poter contraccambiare il suo totale interesse. Non mi va di far star male una persona solo perché io non sono interessata. D’altra parte faccio fatica a rinunciare alla sua amicizia, questa spero non gli faccia male, perché questa è l’unica cosa che gli posso dare. Comunque stavamo parlando del Che che oltre a una persona che mette a repentaglio la sua vita per gli altri è anche un uomo molto affascinante, che non guasta. Sinceramente preferisco gli uomini latini, uomini per modo di dire, insomma di sesso maschile, ma giovani. Mi piacciono in linea di massima gli uomini coi capelli neri e gli occhi scuri, sai, quegli occhi caldi che accarezzano guardandoti?… Ecco quelli. Che poi anche con gli occhi chiari e i capelli lunghi non mi dispiacciono, soprattutto se hanno lo sguardo buono. Insomma un po’ va bene tutto, però ragazzi con una forte personalità e magari non troppo seri, ossia non bacchettoni. Quelli non li posso soffrire.
Dopo la faccenda di Matteo che non se l’è filata neppure se io gli avevo dato picche, Gabri è tornata ad uscire con me. Mi dispiace che la sua amicizia sia condizionata, ma credo che l’importante sia la qualità della mia di amicizia. Io le voglio bene e vorrei che fosse felice, farei qualunque cosa per poterla vedere felice. Se lo merita. Guardate, le lascerei anche il ragazzo che mi dovesse piacere se questo la facesse sentire contenta. Ma lei dice un po’ acida, che io sono fortunata perché posso avere i ragazzi che voglio mentre lei no… e questo è vero e mi fa sentire in colpa. Se fossi ancora la bambina che ero direi “fanculo”, ma invece io alle persone ci tengo davvero. Ci tengo a mia madre, ai miei fratellini, persino a mio padre che credo di aver combattuto solo perché non è stato capace di darmi affetto. Ci tengo alle mie amiche, soprattutto a quelle che hanno bisogno più delle altre di essere aiutate. Sono così umana da farmi schifo. Per esempio non riesco nemmeno a dire di no ad un ragazzo che si dimostra veramente interessato a me. Insomma vorrei dirgli di no per non illuderlo, ma poi addolcisco la pillola e cerco di restargli amica. Qualche volta è un bene, ma altre… Beh! in quel caso il no mi viene facile. Ma chi se li fila i presuntuosi, smargiassi, pieni di sé. Io no di sicuro. Per quelli ho ben poca pietà.
Intanto, in questo mio tempo di “ritiro spirituale”, esco poco e non vado più alle feste. Anche perché so bene che ogni volta trovo un ragazzo che mi fa il filo. Tante volte mi chiedo perché. Sandro mi ha detto che è soprattutto perché sono bella e non mostro di accorgermi di questo, e poi perché sono “accogliente” ed è bello parlare con me. Io non so che dire. Mi guardo allo specchio e noto tutti i difetti del mondo e poi non mi pare di parlare o di trattare la gente in modo particolare. Mi sa che Sandro mi vede così perché è un po’ innamorato di me. Se fosse più obiettivo, vedrebbe anche lui tutti i miei difetti. Insomma dicevo che mi sono fatta più attenta ed esco meno così Gabri ha cominciato a frequentare altri amici e amiche, tra i quali alcuni che non apprezzo particolarmente. Sì, certo, l’amicizia è importante. Bisogna avere molti amici per sentirsi bene. A volte mi immagino di vivere insieme a tanti amici, in una grande casa, condividendo tutto: i pasti, i vestiti, i libri. Sarebbe bello passare il tempo ad ascoltare musica e a parlare di noi. Ho letto che in America lo fanno spesso. Sono i ragazzi della Beat Generation. Li chiamano beatnik e in alcuni casi figli dei fiori. Sono disinteressati al denaro, vivono di poco, e dividono tutto, anche l’amore. Mi affascinano tantissimo.
Però io l’amore non vorrei dividerlo. Se trovo l’Amore lo vorrei tenere per me. Magari non proprio tutto, ma poterci contare, ecco. Insomma un po’ egoista lo sono, non ci posso fare niente. Così capisco anche chi vorrebbe tutto l’amore per sé. Chi sono io per dire che non è giusto? E così ho dovuto dire a Sandro che sarebbe stato meglio non ci vedessimo più. Io volevo restargli amica, ma non potevo essere qualcosa di diverso. Quella sera ha messo nel jukebox del bar in spiaggia una triste canzone di Tenco e mi ha detto che se avessi mai pensato a lui anche lontano nel tempo, di telefonargli o farglielo sapere che lui sarebbe corso da me. Una dichiarazione tremendamente imbarazzante. Mi sono sentita uno schifo. Possibile che io non riesca ad innamorarmi di nessuno? Sono davvero così arida nel cuore?
Gabri, un giorno al mare, mi ha presentato Giovanni, un suo amico, che mi piace e mi diverte molto. E’ sfrontato, sboccato e pieno di energie. Mi fa ridere perché sembra di stare in mezzo ad un terremoto, quando stai con lui, ma poi alla fine ti accorgi che puoi contare sulla sua amicizia. Usciamo spesso con lui e parliamo di fare una compagnia di tanti ragazzi, ma pensiamo di scegliere delle persone speciali, perché di gruppi di squinternati ce ne sono tanti e noi alla fine cerchiamo di evitarli. Primariamente noi non fumiamo spinelli e non approviamo l’uso delle droghe, che mi pare sia già andare controcorrente. Ce n’è di gente che parte per l’India e torna, dopo mesi, con la testa incasinata. Ne conosco qualcuno e mi fa veramente una brutta impressione. Sembrano persone cambiate e con la testa tra le nuvole, non si riconoscono più. Giovanni è un racconta palle che non vi dico, ma dice tutto buttandola in ridere e io rido come una scema. Mi dice che è innamorato alla follia di me e ci ridiamo sopra. Non gli credo. Non sarà mica così stupido, no? E poi mi racconta che ha degli amici fantastici e che me li presenterà così dovrò per forza innamorarmi di uno di loro, magari il suo migliore amico che si chiama Michele e che scrive poesie. Che scemo! Perché dovrei innamorarmi di uno che scrive poesie? Lui sostiene che sono poesie così difficili che nemmeno Michele le capisce. Pensa te con che razza di scemo che vado in giro. Che poi questi amici fantastici mica me li presenta e chissà se esistono davvero. Io ho portato nel gruppo Diana e Raffaella, ma che ci facciamo noi quattro con un ragazzo solo e pure tutto pazzo? Così una sera, in piazza, Giovanni si è intrufolato in un gruppo di ragazzi e ha portato tutto orgoglioso il suo tanto incensato amico Michele. Insomma ho finalmente conosciuto il “poeta” che mi ha fatto una strana impressione. Non so bene come spiegare se non che qualcosa di lui mi faceva venire alla mente qualcuno che avevo già conosciuto e molto tempo prima.
Michele è un ragazzo come tanti, non troppo alto, né troppo bello, con un sorriso scanzonato che forse nasconde un po’ di riservatezza e di timidezza. Ha una voce profonda che mi fa un certo effetto. Certo che le parole di elogio di Giovanni metterebbero in crisi anche uno più esibizionista di lui. Per le poesie poi ha detto che scribacchia senza nessuna pretesa. Giovanni voleva che si mettesse lì a leggermele. Ma chi glielo fa pensare che io sia minimamente interessata ad ascoltarle? Per fortuna che Michele lo ha bloccato dicendo che lui non esce con le poesie in tasca e che la smettesse di fare il cretino. Comunque è rimasto in nostra compagnia e la cosa mi ha fatto piacere. Magari non è davvero un poeta e non scrive belle poesie, ma a parlare con lui è bello. Un po’ è per il tono della sua voce e un altro po’ è per quello che dice e come lo dice. Quando ha smesso quel sorriso da schiaffi ed è diventato serio, quando il ciuffo di capelli biondi gli è ricaduto sugli occhi verdi e lui con la mano sbagliata ha spostato il ciuffo da parte, allora ho capito. Ho avuto quella terribile illuminazione. Io l’avevo già visto, io lo avevo già amato, era solo un ragazzino triste davanti ad un’edicola di giornali in un campo della mia città. Era quel ragazzino che piangeva su un vecchio articolo di giornale.
Ora lo sapevo che stava scritto nel mio destino. Lui non lo sa ma io credo di sapere. Entrerò nella sua vita e malgrado tutto ci resterò per sempre. Per sempre? Che parola definitiva. Mi fa paura, ma non è più il tempo dell’attesa. Io sono nata per cambiare il mondo. Io sono nata per prendermi il mondo e lo farò. Ora lo so: solo l’amore può cambiarlo, il mondo. Improvvisamente mi è tutto chiaro e so cosa vuol dire essere innamorate. Lui ancora non lo sa. Stringo quel segreto tra le ciglia. Cerco di nasconderlo per non farmi scoprire. E senza fare rumore sta arrivando il 1968, ma questo né io né lui ancora lo possiamo sapere; in questa attesa intanto ho finalmente trovato l’Amore. Lo prenderò per mano e lo condurrò, a costo di trascinarlo lo porterò a sfidare tutto l’universo. Improvvisamente perdo ogni paura e mi sento libera. Ho solo domani. Non ho nessun rimorso per questa parte della mia vita che si chiude. Prima o dopo ogni cosa trova la parola FINE.

Un passo avanti e scoppia il mondo beat

In Anima libera on 19 agosto 2011 at 5:19

Foto BN delle due ragazze in piazza S. MarcoPremessa alla parte ventinovesima
Ho l’impressione di averne dette tante, tutte insieme, mescolando il sacro al profano. Ma questo è il tempo dei fatti e non delle parole. Poco importa quello che penso e quello che sento dentro, l’importante è fare qualcosa per cambiare il mondo. Inutile dibattersi nel fango dei propri problemi e delle proprie carenze. Non vogliamo essere solo figli del mercato. La cosa determinante è trovare chi con te fa fronte comune ed è pronto a mettersi in discussione. Come dice il poeta: la vera rivoluzione è, appunto, mettersi in discussione. La cosa che non si deve dimenticare è che il mondo sta correndo verso il baratro delle guerre e delle ingiustizie. E noi, giovani, dobbiamo fare di tutto per cambiarlo. E se il paese non vorrà cambiare lo costringeremo. Hanno inventato i ragazzi, che saremmo noi, la 500 e adesso la 1100, la musica, la letteratura beat, la televisione, Cuba, la guerra fredda, il neocolonialismo, il centro sinistra, i jeans e i primi eskimi, e chi più ne ha più ne metta, ma non hanno ancora inventato la Repubblica per noi.

Mi sento parte di un mondo: il mondo dei giovani. E sento che la pensiamo tutti alla stessa maniera, o almeno così mi pare. Ma poi penso anche che sono donna e che comunque la situazione per noi donne è sempre maledettamente diversa e difficile. Mi chiedo se anche per le altre donne giovani esistono le stesse esigenze e gli stessi valori che ho io. A volte ne dubito. Basta guardare le mie amiche, per nessuna di loro questi sono veri problemi, e per questi intendo quelli relativi alla libertà, all’indipendenza, insomma all’autodeterminazione, parola nuova che vuol dire poter crescere e diventare come veramente si vuole non come ci viene imposto. E’ anche per quello che sto rivedendo le mie posizioni anche nei confronti dei ragazzi. Il mio comportamento era davvero superficiale. Ho imparato troppo velocemente che uscire con loro e anche baciarli è una forma di libertà che alla prima occhiata sembra importante, ma che alla fin fine è solo una fuga dalle responsabilità. Io non voglio rifuggire le responsabilità. I comportamenti superficiali non mi piacciono. Uscire con i ragazzi è un comportamento naturale, ma non è necessario farlo con tutti se non vuoi impegnarti con nessuno. E’ proprio la storia con Andrea che mi ha fatto pensare. Io volevo imparare le cose del mondo esterno e lui invece voleva mettermi in una gabbia su cui era scritto: non toccatela, è roba mia. Sperava anche di potermi plasmare a sua immagine è somiglianza. Una brava donnina che sarebbe diventata una brava mogliettina, in una casettina e senza l’ausilio del cervellino.
A quindici anni una ragazza dovrebbe pensare ad altro e a viverli i suoi anni. Brrrrrrrrrr, l’ho scampata bella. Lo so che non sono fatta per queste cose. Io non voglio sposarmi e per ora non voglio figli, non voglio gabbie, non intendo passare da una mano ad un’altra, non intendo essere di nessuno se non di me stessa. Liberarmi di un padrone per un altro padrone. Pertanto ho deciso di diventare più “seria”, che poi non sarebbe il termine giusto perché non è quello che determina la serietà di una ragazza. Diventerò più difficile ed esigente. Baciare i ragazzi è una cavolata, se devo essere sincera non mi piace neanche tanto. Credo che farò più attenzione e soprattutto farò delle scelte: mi prenderò solo ragazzi che mi piacciono davvero e con i quali ho davvero qualcosa da spartire. E adesso c’è il problema: ma esistono ragazzi che mi prendono per quella che sono? E che non mi vogliono cambiare? E che mi considerino una donna da capire e da incoraggiare? A questo non so proprio dare risposta. Ma, come detto, questi sono i miei problemi e passano in secondo piano davanti ai problemi di questa società che ci vuole uniformare tutti e che vuole condizionare i giovani e che consente le guerre e che tiene tanto in considerazione il valore del denaro e poco o niente quello dei sentimenti. Insomma è necessario essere sempre attenti e impegnati per unirsi agli altri che desiderano esserci nella stessa maniera.
Per chi vuole cercarmi la sera mi trova in piazza. Io sono quella più alta, rossa e senza chitarra. Ripeto che però per molti non è così. Tutti non leggono la stessa letteratura e la stessa poesia e non ascoltano la stessa musica, anzi molti non leggono affatto, altrimenti non esisterebbe il festival di Sanremo. Non ti dico poi andare al cinema. Che poi anche lì non è che ci sia un gran che da vedere. Nemmeno io ci vado spesso, anche per una questione di soldi, ma davvero c’è poca scelta. Se vado al cinema pretendo almeno di vedere un film che mi lasci dentro qualche cosa. Che mi dia da pensare e da parlare. Non un film per far passare il tempo. La moda è moda ed è passeggera. Non tutti hanno i miei gusti. In realtà io me ne infischio. Certo che i problemi sono per tutti gli stessi. Ma mica tutti lo sanno. E tutti ascoltiamo la stessa musica: il beat, il rock e il blues, che poi il tutto messo insieme si chiama rhythm and blues. Io amo la musica e non potrei viverci senza. Sono sicura che è dalla musica che arriverà il grande cambiamento. E’ più facile parlare con la musica. Basta un chitarra e si crea il gruppo. Vorrei che tutti vedessero le stesse cose che vedo io. Tutti i giovani uniti in un unico scopo.
Ma siamo giovani in un mondo di vecchi. Certo odiamo le retoriche. Contestiamo il sistema che ci vuole silenziosi ed obbedienti. Non ci dicono le cose, ce le impongono. I nostri capelli lunghi sono una bandiera. Ci monta inevitabilmente dentro qualcosa. Una sorta di tensione che è simile alla rabbia. Come si stesse preparando una tempesta. E quando sono a casa mi manca il fiato e vorrei scappare. Mi sta stretta come mi sta stretta la mia città e anche un po’ le mie amicizie. Vorrei sapere e conoscere di più. Non sopporto più le regole. Faccio sempre più fatica a starmene quieta. E la fatica mi ha già consumato tutta la pazienza. Non sopporto più di essere trattata come una stupida ragazzina. Non sopporto più un padre che ordina nel silenzio. Questa dittatura domestica. Io voglio parlare, voglio valere, voglio decidere. A volte arrivo ad odiare anche i miei fratelli. Non è mia questa famiglia. Non ho voluto io avere un branco di figli. Poi so che non è colpa loro. Ma sicuramente nemmeno mia. E sono stanca e voglio scappare, voglio vivere e fare altro. Non ce la faccio più.
Gabri suona la chitarra e canta con la sua voce roca. Lei è l’immagine di questa nostra generazione. Vorrei essere come lei. Avere la sua rabbia chiara. Ma a volte la sua rabbia è acida e confusa e se la prende anche con me. Senza ragione. Io lo so che soffre perché non ha molto successo con i ragazzi. Io vorrei spiegarle che non è poi così importante, ma so che peggiorerei la situazione perché io di ragazzi ne potrei avere quanti voglio. Per me non è un problema, invece per lei lo è ed è vitale. E nemmeno a casa sua va come vorrebbe. I suoi hanno sempre qualcosa da rimproverarle. Sua sorella è brava. Sua sorella è intelligente. Sua sorella è bella. Sua sorella è bionda. A dirla tutta si fa bionda. Perché non sei come tua sorella? A volte si chiude e tace ed è piena di rancore. Mentre io saprei come rispondere perché sua sorella non deve essere così speciale se per un po’ s’è messa con Ernesto. A proposito quel suo dente è andato a posto e nemmeno stavolta era quello del giudizio. Se perdo la speranza nei denti non so più in che sperare. Ormai quello è il fratello che mi devo tenere e ci dovrò convivere.
Intanto, come già detto, ho deciso di mettere, per così dire, la testa a posto e ho ripreso a stare molto attenta con i ragazzi. Credo tutto sommato che prima ero un attimo confusa, ossia dopo aver pensato così a lungo di non piacere e di non valere niente, le attenzioni dei ragazzi mi hanno gasata e ho fatto la stupida. Poi quando ho trovato Andrea, che si era messo in combutta con i miei, ho capito di aver fatto una fesseria. Un giorno ha pure tentato di forzarmi perché non mi lasciavo toccare e gli ho mollato un cazzotto sul naso. Ero arrabbiata come una tigre e lui si è spaventato perché ruggivo proprio. Mi ha detto che sono ancora troppo bambina, il demente. E io ho concluso che sono stata una scema a mettermi in quella situazione. Per fortuna l’alluvione mi ha levato dagli impacci. Sarà stata solo una scusa però mi pareva una buona scusa.
Stranamente mia mamma è stata dalla mia parte e mi ha detto che facevo bene a chiudere quella storia e che ero troppo giovane per impegnarmi. Eh beh! l’ha capito pure lei che con queste cose ci sa poco fare. Ma lo sapete che mi tocca insegnarle a vivere? Faccio un esempio: i parenti non la invitano mai nelle occasioni di festività, ma si rivolgono sempre a lei quando hanno bisogno di aiuto, tipo malattie, ospedali, morti e funerali. Le ho detto: Ma chi te lo fa fare? Per carità se vuoi farlo fai pure, ma almeno pretendi di esserci anche quando ci sono le occasioni belle, mica solo quelle che ti fanno sfacchinare. Certo hai cinque figli, ma tutti se lo dimenticano quando devi aiutare e darti da fare per le cose brutte”. Lei mi ha guardato sorpresa, come se non ci avesse mai pensato. Ma dico io come si fa ad essere così ingenua… che poi mi pare che pure con mio padre stia iniziando ad avere le sue rivalse. A volte risponde brusca, come non aveva mai fatto prima. Vuoi vedere che la sto contagiando? Qualche volta, quando lui le parla perché lei poi lo dica a me, lei va per le spicce: Perché lo dici a me, tua figlia è qui, diglielo tu direttamente”. Io mi diverto perché so che mio padre non si abbasserebbe mai a parlarmi e lo sa bene pure lei. Così riesco a evitare alcuni divieti e anche delle imposizioni che lei si rifiuta di mettere in atto.
Non è libertà ma le regole mi opprimono meno. Sembra che un po’ alla volta io e lei stiamo diventando solidali. C’è un’unica cosa che ci disturba ed è che lei mal sopporta il rapporto preferenziale che i piccoli hanno con me. I bambini, compresa la Pargoletta, mi hanno eletto a loro paladina, amano la mamma, ma la prima a cui si rivolgono sono io. Mi dispiace crearle problemi. La sua è una forma di gelosia ridicola, perché fra di noi non c’è rivalità. I miei fratellini li amo, ma non sono la mia vita. Li difenderò perché è nel mio carattere, ma appena sapranno volare con le loro alucce, io li lascerò liberi. Ci mancherebbe altro, ne patisco io abbastanza per capire che hanno bisogno anche loro della giusta indipendenza. Ma mia mamma pensa che io le stia levando qualche cosa e mi attribuisce la sua stessa forma di gelosia, dice che allontano i bambini perché sono gelosa dell’affetto che gli dà. E’ triste questa cosa, ma non so proprio come fare per farle capire che se i piccoli fossero meno soli e lei più presente, probabilmente io me ne potrei uscire più spesso e loro non mi vedrebbero come l’altra mamma. Ma sto zitta e me la metto via, d’altra parte lei soffre davvero di questa cosa mentre io no e quindi… non mi costa niente tacere. In fin dei conti sono cose che passeranno con il tempo. Capirà.
Nel frattempo, come dicevo, mi pare di essere maturata. In questi mesi ho capito molte cose. Cose relative al sacro e al profano, se così si può dire. Per esempio sull’amore. Ho capito che è una cosa che non si deve cercare, sarebbe inutile e si rischierebbe di sbagliare. E poi che me ne farei di un amore adesso? Se l’amore, come sembra, può diventare la tomba delle libertà e degli entusiasmi forse è meglio incontrarlo più avanti, molto più avanti. Forse non incontrarlo affatto. A volte proprio perché resto fredda e non mi faccio coinvolgere penso di non essere facile alle emozioni; come si dice? frigida, ma frigida sentimentalmente. Anche se pure fisicamente… Eppure per molte altre cose mi emoziono. A volte persino troppo. Se credo in qualcosa non cedo. Sono disposta a litigare. Non è facile farmi tacere. Mi sembra comunque di essere empatica, e credo fermamente che i baci siano importanti e che siano il punto di partenza dell’amore, ma allora perché non gli do importanza, li ho distribuiti come cose senza valore e mi lasciano indifferente? Non sono che una parola che non paga diritti d’autore. Matteo mi ha chiesto: “Mi dai un bacio”? Io avrei potuto dirgli di sì, cosa cambiava? A parte il fatto che adesso ci sto attenta, ma comunque sapevo che a Gabri piaceva e pertanto a me non costava niente rinunciarci. Tra parentesi a me non importa nulla. Non mi sembra ci vogliano tanti studi. Semplicemente baciare è quello che è, un gesto stupido, e un po’ inutile. Solo che quando stai con uno devi baciare solo lui. E non mi sembra tanto giusto.
Io non sono gelosa. Inoltre fatico a capire tutte le regole. Tutto sommato io potrei baciare anche chi odio e baciarlo mentre gli dico soffocati. Potrei baciare anche Gabri, anche per farle capire che piace a prescindere dalla sua bellezza, ma forse questo potrebbe diventare un problema. Per quanto lo trovi stupido preferisco farlo solo con quelli dell’altro sesso. Non mi va di trovarmi invischiata in problemi più grandi di me. Le questioni di sesso non le considero ancora. Che poi a parlare sono capaci tutti. Per esempio io dico che sono per l’amore libero e che lo farei a prescindere dalle intenzioni di sposarmi, ma molte mie amiche mi guardano come mi fossi impazzita. Certo che un discorso è dirlo e poi un’altro è farlo. Ma il principio resta. Per ora sono per l’amore libero, ma solo a parole. Io voglio vivere senza pormi limiti però, per questo, non voglio mica trovarmi con un bambino al collo. Già ne ho tre e non sono neppure miei. Certo è stupido questo ragionare: a parte quella volta con Andrea che mi sono incazzata, gli altri sono stati amoretti e non si sono permessi di chiedermi niente, ci mancherebbe altro. Forse sono fatta come una donna, ma non sono una donna. Non è una questione di avere o non avere delle grandi tette, che io tra l’altro non ho, e non è neppure questione di quando ho avuto le prime mestruazioni. La questione è che non ho la voglia di fare sesso, magari la curiosità sì, ma il desiderio proprio no. E poi se succede come coi baci che resto delusa? Tutto sommato è una fregatura essere femmina, si è un po’ meno libere di fare quello che si vuole perché corri certi rischi. Per fortuna che in America hanno messo a punto una pillola che funziona per non avere bambini. Ma chissà quando la venderanno qui in Italia, e se mai lo faranno. Bisogna liberarci dalle catene. Soprattutto noi donne. E’ una questione di principio. E se poi fossi un poco lesbica, ossia non mi piacessero gli uomini, ma le donne? Eppure non mi attrae nemmeno Gabri, che seppure non bella è almeno intelligente? Ho paura di essere atea anche nel sesso.
Gabri mi ha confidato che le piace Matteo, ma forse tutto questo l’ho già detto. Mi guarda come per chiedermi il permesso. Di lui a me non interessa e gli ho già detto di no, ma non basta, lui non se la fila proprio per niente, e lei sembra arrabbiata con me. Ma cosa ci posso fare io? In effetti sono stata invitata ad una festa da ragazze che non conosco molto bene e ho accettato, così Gabri è libera di andare alla festa con Matteo senza la mia presenza. Nella festa del gruppo nuovo ho incontrato Sandro, un bel ragazzo che mi ha fatto una corte serrata. Nella mia nuova linea di comportamento c’è che devo prima pensarci un po’ e poi decidere se accettare. Quindi l’ho lasciato sospeso, dicendo che mi era simpatico, ma che non mi sentivo ancora di mettermi con lui. Lui mi ha detto che avrebbe aspettato. Mah, io avrei pensato che mi avrebbe considerato un po’ infantile ed invece, si è messo a parlare con me di un sacco di cose. E’ proprio piacevole parlare con lui tanto che mi sono persino scordata che era una specie di “pretendente”. Forse se non mi decido subito non decido più. Mi ha detto che sono strana, che sembro altezzosa, anzi ha cominciato a chiamarmi Principessa. La cosa mi imbarazza un po’. Non so come valutarla. Mi sa che qui l’affare si complica. Io credo di piacergli, ma il perché non lo capisco. E d’altra parte quando ho mai capito? Lui dice che non gli importa se divento o meno la sua ragazza, ma che gli piace stare con me. Beh! allora vada per l’amicizia che è una cosa che preferisco a questo amore.
La vita continua e la vita ti cambia. Sto perdendo un po’ alla volta le mie vecchie amiche. Marinella e Alvise fanno coppia fissa e si sono eclissati perché vogliono stare soli. Quando si è in due si diventa ciechi per il resto. Era così anche con Andrea: voleva sempre stare con me e solo con me e da soli. Anche Diana continua con quel suo bravo ragazzo. Io ora diffido di tutti i bravi ragazzi, ne ho avuto già esperienza e mi basta. D’altra parte ho sempre di più il dubbio che non mi so innamorare. Magari è solo che ne ho paura, magari se mi lasciassi convincere da Sandro potrei diventare la sua ragazza e mettere la testa a posto, ancora di più, levandomi dalle tentazioni. Ma perché, chi me lo fa fare? Sandro è sempre più preso e mi chiama sempre più spesso Principessa con una voce piena di tenerezza, probabile che se gli dicessi sì diventerebbe tutto più normale. Ma è davvero così? Ci si innamora sempre di chi non ti guarda nemmeno? Guarda Gabri e pure Sandro… ed io mi sento crudele e ingrata. Io non mi sento affatto una principessa. Ma dove sarà il mio re? Che poi io non voglio né Dio né Santi né Servi né Padroni… e a essere Principessa è una fregatura e a nessun Re concederò il diritto di fare come mio padre: O stai con me o sei contro di me. Ma questo vale solo per i ragazzi, per le mie amiche è tutta un’altra musica.

L’amore come le ciliegie

In Anima libera on 6 luglio 2011 at 22:12

Premessa alla parte ventottesima
Ho come la sensazione che le cose siano cambiate. Io e Gabri ci troviamo ogni sera e stiamo in piazza per un po’ andando su è giù in quelle che i giovani chiamano “vasche”, come se nuotassimo in una grande piscina e quella piscina è la piazza. I ragazzi adesso si girano a guardarci e come si girano. Certo è che i miei vestiti non hanno macchie e non ho le calze smagliate, almeno su questo sono sicura. Gabri fa l’aria “sufficiente” come se fossimo seccate di quelle attenzioni. A me dà fastidio chi fa lo scemo e fa apprezzamenti a voce alta o usa un fischio per attrarre l’attenzione, ma gli altri non mi danno disturbo. Sinceramente mi piacerebbe conoscere ogni ragazzo che si gira e sorride. Non solo i belli, ma anche i bruttini che probabilmente sono più simpatici. Vorrei conoscerli per poterci ragionare insieme, per confrontare le mie idee con le loro, per verificare se la pensano anche loro come me. Attrarre l’attenzione è la parte bella della cosa, quella brutta è che la mia famiglia, la vita che faccio e l’ambiente in cui vivo mi è sempre più incombente, asfissiante. Mio padre è sempre più urtato con me e mi parla solo attraverso mia madre, anche se siamo nella stessa stanza oppure seduti allo stesso tavolo. Sono certa che mio padre non mi ha mai fatto gli auguri per il mio compleanno. Ma veramente non li fa nemmeno ai miei fratelli, su questo non sono un’eccezione. Neanche io glieli faccio più, nemmeno a Natale, così impara: per tutte le volte che mi ha fatto diventare matta quando fingeva di non vedere sotto il piatto la mia letterina natalizia. Maledizione, a me e a quelli che mi hanno insegnato a scrivere la lettera a mio padre invece che a Babbo Natale. Colpa di quelle suore stupide. Mai una volta che ci fosse un regalino per me. A me chi portava i regali era la Befana, riempiendomi un calzettone di mandarini, aranci, qualche rara caramella e vero carbone. Chissà perché ero sempre troppo cattiva per la cioccolata. Intanto ora sono “troppo” grande anche per la calza. Adesso non me ne importa più niente. Ai miei fratelli però sto cambiando la vita io. Facciamo l’albero di Natale tutti assieme e prepariamo regalini per tutti. Roba da poco s’intende, perché di soldi non ne ho, ma ci facciamo dei pensierini e questo ci basta. Noi siamo la parte bella della famiglia. Noi siamo solidali e ci vogliamo bene. Siamo una famiglia.

L’amore va alla grande. Beh! insomma, quello che è l’amore per una che ha 15 anni. I ragazzi non mi mancano. E non so nemmeno perché. Per me sono come le ciliegie, uno tira l’altro, ma tutto si limita a qualche bacetto e poi via. Il mondo è grande e c’è molto da vedere. Suppongo che sia per questo che mi danno il tormentone. Non sono mai troppo interessata a loro. Non chiedo mai di essere accompagnata. Non pretendo di rivederli, anzi. Insomma è carino avere un ragazzo, ma mica per questo me lo devo sposare. Non mi va di perderci tempo. E loro si fissano e mi dicono: “Tu sei diversa!” oppure “Sei imprevedibile! Una pazza scatenata.”, ma lo dicono come se mi invidiassero. Che poi che cosa vuol dire “imprevedibile” o “pazza scatenata”? tutto questo solo perché non mi faccio coinvolgere dall’amore? In realtà non ho ancora trovato chi mi interessi davvero. I ragazzi che ho conosciuto sono tutti uguali, fatti con lo stampino. Ti chiedono di uscire e poi pensano di avere l’esclusiva su di te. Ti porto al cinema! Veramente sarebbe corretto dire: andiamo al cinema? Ti porto a ballare! Perché io le gambe non ce le ho? Noioso davvero. Se poi sono gelosi e ti levano la vita, beh! allora scappo a gambe levate. E un comportamento così non è da tutti. Io non sono tutti, devono capirlo da subito.
Questo comunque è un anno strano. Pensate che il Papa parla con i potenti della terra per “tirare le orecchie”, all’America, alla Cina, al Vietnam. Sai che effettone fa ad uno che è comunista come Mao Tse Tung oppure Ho Chi Min? Ridicolo, ovvio che non rispondono. Tanto gli americani bombardano Hanoi e arruolano gli studenti che prendono brutti voti all’Università oppure i neri che magari all’Università non ci vanno proprio. Mi sembra geniale mettere su un esercito di persone difficili e poco inserite, a meno che non pensino che l’esercito aiuti a socializzare. Ma dove si è visto? L’esercito produce disadattati e gente fuori di testa, si sa. La divisa fa l’uomo violento. Vuoi mettere le minigonne… Per una minigonna… beh lasciamo stare, magari non avrei coraggio di mettermene una, però mi piacciono da matti. Dicono che siamo noi a vestirci tutti uguali, capelli lunghi, gonne corte o pantaloni stretti, ma siamo più belli noi di quei quattro marines scalmanati.
In America le manifestazioni contro la guerra del Vietnam diventano sempre più decise. Qui in Italia persino i preti contestano. Parlano di un tale don Milani. Questo prete rappresenta tutti i cattolici che non possono accettare che una guerra sia così assurda. Troppo facile fare la guerra in casa d’altri. In qualsiasi posto. La guerra non risolve mai nulla. A volte i ragazzi italiani che devono fare il servizio militare si rifiutano. Vengono chiamati “obiettori di coscienza” e li mettono in galera. Ma come, non ho diritto a rifiutarmi di fare la guerra? Perché dovrei imparare ad usare le armi se mi fanno schifo?
Pochi giornali ne parlano tranne quando hanno condannato quel professore che dieci giorni dalla fine del servizio militare si dice “obiettore”. Insomma è una questione di principio. Poteva finire e fregarsene di tutto ed invece no. Ha contestato ed è stato condannato a più di un anno di carcere militare.
Non solo certi preti si ribellano, ma pure gli studenti. In un liceo milanese pubblicano un giornaletto che si chiama “La zanzara” con una serie di articoli scherzosi sugli usi sessuali dei giovani. Tipo un Rapporto Kinsey all’italiana. Mi rendo conto che parlo di cose… come dire, impegnate. Forse troppo per una ragazzina. E’ che non mi vanno le solite cose. Pensate la reazione di quei bacchettoni? Ovviamente trattano come delinquenti i ragazzi. Mah, a me pare un’idiozia. Libertà di pensiero, innanzi tutto, e poi, insomma, non è ipocrita criticare i comportamenti dei giovani solo perché fanno, in modo libero, le stesse cose che fanno, di nascosto, gli adulti?
Intanto noi giovani siamo più diretti e pronti ad affrontare le conseguenze delle nostre scelte. Forse siamo come una grande famiglia, una tribù. Per esempio in Sicilia, per la prima volta, una ragazza che si chiama Franca Viola si è rifiutata di sposare il suo rapitore-violentatore in un matrimonio riparatore. Il giorno delle nozze l’ha fatto arrestare. Questa sì che è una bella mossa. Ha fatto benissimo. Farsi rovinare la vita due volte mi sembra un’esagerazione. Lei ha scelto e ha affrontato la mentalità retrograda dei siciliani. Le cose devono cambiare e si può fare solo rifiutando di farsi condizionare.
Come canta Caterina Caselli: “Nessuno mi può giudicare…” nemmeno tu. Caterina ha un caschetto di capelli d’oro ed è una ragazza come noi. Io ormai ho i capelli lunghi e rossi e non ho più quella faccia da “patata” che avevo prima. Non so davvero cosa sia successo, ma sono talmente cambiata che nemmeno io mi riconosco più. No, sia chiaro, non è che mi piaccio. Del mio corpo non mi fido. E’ vero che sono alta, solo che adesso non sono più un manico di scopa. In qualche punto mi sono arrotondata, niente di che ma mi muovo in un altro modo… sono flessuosa e cammino con un’aria altera che non mi piace affatto. Non sarei così. Non sono presuntuosa, sono solo timida e cerco di fingere sicurezza. Non lo faccio apposta. Che poi a quell’atteggiamento ci si abitua e sembra davvero che sono stronza. Almeno così m’hanno detto. Ma dei ragazzi è meglio non fidarsi.
Comunque è proprio quell’aria che mette in soggezione le persone e che mi consente di passare indenne tra le critiche, che un po’ mi difende. Non certo dai biasimi degli adulti. Con quelli proprio non va anche perché come al solito dico quello che penso e mi metto nei casini. Bisognerebbe dire quello che gli altri vogliono sentire. Mio padre mi guarda come fossi un’indemoniata, se potesse chiamerebbe il parroco per farmi benedire. Ma la cura non funzionerebbe perché il parroco della mia parrocchia è quel famoso don Ferruccio che sta sempre in mezzo ai giovani cappelloni e alle ragazze come me. Anche lui viene criticato dai suoi parrocchiani, ma sembra che non gliene importi niente. Anche la chiesa è cambiata ed è diventata un luogo d’incontro di ragazzi e ragazze che non sanno dove trovare un posto per stare insieme. I ragazzi cercano sempre di stare tra ragazzi, è normale. Qualcuno porta la chitarra e si cantano le canzoni, soprattutto quelle di Dylan e Joan Baez che poi sono due americani. Io non ci vado quasi mai, ma mia mamma insiste. Spera che la compagnia di un prete mi aiuti a diventare migliore. Illusa. Non sarà nemmeno don Ferruccio a farmi puzzare di santità. Sa che con me non c’è strada e si accontenta di vedermi in mezzo ai suoi. Lì ho ritrovato Sebastiano che ora è all’Università. Non mi ha fatto un grande effetto. Don Ferruccio dice che lui si laureerà presto, non come suo fratello che si sta laureando in droga. E così ho saputo che Lorenzo si sta buttando via, come sembra succedere ad altri, a molti altri ragazzi. Come una nuova moda. Io no, sono contraria alla droga. E’ anche questa una questione di principio. Se io cerco di liberarmi dalle pastoie non posso rischiare di diventare schiava di qualche cosa o di qualche sostanza. Per me gli altri sono liberi di fare quello che vogliono, ma io ho fatto una scelta diversa. Persino fumare non mi attrae. Ho provato, senza aspirare. Il gusto delle sigarette non è male, ma non mi piace l’idea del fumo che mi scende dalla gola ai polmoni, quindi l’ho fatto, ma poi mi sono disinteressata. Che poi baciare un ragazzo che fuma tanto ti sembra di baciare un posacenere. Niente di appassionante. Peccato che quelli che incontro fumano quasi tutti, anche per farsi vedere grandi. Ma uno non è più uomo solo se si lascia pendere una cicca tra le labbra.
Con Marinella ci si continua a vedere spesso, e anche con Diana. Un giorno abbiamo ricevuto un invito ad una festa a casa di un ragazzo che non conoscevamo e ci siamo andate perché Gabri invece conosceva un suo amico. E poi non c’è sempre bisogno di un perché per fare le cose. Ed è bello stare tra ragazzi, e interessante e emozionante. Ero curiosa. Marinella è stata platealmente corteggiata da Alvise che a dir la verità mi sembra un tipo non propriamente raccomandabile. Come al solito ci si fa condizionare dall’aspetto esteriore. Nel suo caso anche dal fatto che si vede che Alvise non ha una mamma che si occupa di lui; vive in bilico tra i ragazzi normali e la possibilità di diventare un delinquentello. Se qualcuno lo può salvare questa è Marinella, ma ne vale la pena? E poi che idee mi metto in testa? Però a lei piace e credo che le piaccia perché è comunque carino e piuttosto sfrontato, cosa che affascina una ragazza timida come lei. In questo gruppo anche Diana ha trovato un ragazzo. Lui è molto serio, e per quanto Diana non disdegni le persone posate e, come dire… matrimoniabili, mi sa che è un po’ spaventata. E io?… Io saltello qua e là. Gabri è seccata perché dice di non capire i ragazzi. Lei si innamora sempre di quello che non la degna nemmeno di uno sguardo. Forse soffre anche il fatto che in pochi si accorgono di lei. E’ un peccato perché è una ragazza intelligente e pure piena di interessi. Con lei si parla bene di letteratura e musica, ci scambiamo spesso i libri degli autori della “beat generation” e ce ne scambiamo le impressioni. La beat generation è una corrente nuova, viene anche quella dall’America. E va di moda tra i giovani. Ma a molti ragazzi questi discorsi non interessano affatto e guardano solo se una ragazza è carina o no. Ti guardano dentro i vestiti. Che stupidità. Certo lei non è proprio troppo carina, ma è interessante.
Ad un certo punto, visto che ero la sola a non avere una storia di un certo tipo, ho accettato l’interessamento di Andrea, il padrone di casa dove si fanno le feste. Lui è più grande e non capisco davvero cosa ci trovi in una ragazzina come me, dovrei chiederglielo. Comunque mi sono lasciata distrarre e adesso mi trovo incastrata in una storia che non volevo per niente. Speravo che fosse scoraggiato dalla mia poca libertà, invece e venuto a casa mia per presentarsi ai miei e ha chiesto il permesso di portarmi fuori alla sera. Io sono esterrefatta. Mio padre lo ha guardato con sospetto, ma siccome ha l’aria del bravo ragazzo e non porta i capelli lunghi, allora il permesso è stato accordato. Ma, cazzo, e io non c’entro? Non mi chiedete se mi va bene? Certo ho più libertà adesso, ma solo per uscire col gendarme Andrea. Ma una donna deve passare da una mano all’altra senza potersi regolare da sola?
Mi vorrei ribellare, ma non so nemmeno se mi conviene. E’ una strana libertà. E’ anche una strana prigione. Mi tratta come una cosa sua. Non sono una cosa. Poi succedono fatti importanti. A novembre, a seguito di piogge torrenziali e a delle concause legate al vento di scirocco, la mia città finisce brutalmente ingoiata dal mare. Marinella è finita assieme al fratello e alla madre intirizzita e bagnata sopra il tavolo della cucina. La sua casa si è allagata talmente velocemente che non sono riusciti a salvare niente. Per fortuna Alvise ha rubato una barca a remi ed è andato a salvarla. Pensa che romantico. Così Marinella è ospite dalla sorella di Alvise che la cura come fosse la sua bambina. Chissà come andrà a finire? Sì! mi sembra romantico, anche se non mi sento molto romantica. Forse vorrei anch’io uno ragazzo che ha il coraggio di rubare una barca per me. Anche solo un fiore. Forse no. Invece mi è capitato quello con la cravatta, si fa per dire, cioè quello troppo per bene.
Comunque è stata una bella paura, soprattutto quando ci siamo accorti che l’acqua non solo era altissima, ma non intendeva scendere e così alla prima si è sovrapposta un’altra marea. Due maree, una sull’altra, 180 cm. e più sopra il livello del mare. Ad una certa ora di sera sono dovuta andare dal medico che abita poco distante da casa per farmi dare un antibiotico per Ernesto che ha avuto un ascesso ad un dente e la febbre alta. Anche nella malattia lui è una vera jattura. Mi hanno prestato degli stivali da cacciatore che sono tenuti su dalle bretelle. Fuori era buio pesto e l’acqua mi arrivava un bel po’ sopra l’ombelico. Ho avuto impressione di essere sperduta nell’apocalisse. Brancolavo nell’acqua per raggiungere il cestino calato dalla finestra del dottore con i medicinali. Né luci sulla strada e nemmeno dentro le case. Mi pareva davvero di essermi persa, per fortuna a qualche metro ho visto un topone che nuotava spaventato allontanandosi da me. Allora ho preso coraggio e ho completato la missione di salvataggio del debosciato. Papà alla sera tardi è tornato dal negozio coraggiosamente, montando su una barca che andava libera per la strada. Ci è montato su e spingendosi sui muri delle case è riuscito a tornare. In negozio è andato sotto tutto o almeno buona parte della merce. Era molto arrabbiato e amareggiato.
Comunque non sapevamo ancora nulla di quello che era successo a Firenze. Lì davvero se la sono vista brutta. L’Arno è uscito dagli argini e con la furia di un fiume di fango ha invaso le strade, i negozi, le case, le chiese e i musei. Una città in ginocchio, immersa nel fango e nella distruzione. Per la verità la nostra città con l’acqua ci sa trattare. Ne è sempre stata immersa e ci ha sempre convissuto. Quindi malgrado tutto il giorno dopo qui la vita è ricominciata, ma a Firenze le perdite sono enormi. Durante le ore terribili tenevo sotto controllo quello che succedeva ascoltando la radiolina transistor di mio padre. Ma le notizie non erano chiare. Venezia stava sotto quasi due metri di mare, e per fortuna siamo gente abituata alla solidarietà e tutta le persone che abitavano i piani terra sono state ospitata ai primi piani. Le barche non avevano più padroni e sono servite alla gente per spostarsi o per portare in salvo e all’asciutto qualcuno o qualcosa. Da noi è troppo recente il ricordo dell’inondazione del Polesine. Comunque niente in confronto di quello che succedeva da quell’altra parte d’Italia. Subito dopo quel brutto momento io sarei voluta partire, volevo andare a dare una mano. Volevo salvare i libri nella Biblioteca Nazionale, i quadri agli Uffizi, tirare fuori il fango dalle cantine della gente. Ovviamente non potevo andare a fare l’“angelo del fango” come tanti altri ragazzi cappelloni e no. Ma allora è vero che noi giovani siamo una nazione. Fossi un maschio, come Ernesto, sarebbe diverso, ma lui non è un ragazzo, è un’ameba, un microcefalo. I miei e Andrea hanno fatto il putiferio. Pure i miei fratellini erano preoccupati. Ma di che hanno paura tutti quanti? io so badare a me stessa e sono giovane e forte. Che ci faccio qui a invecchiare senza potermi immergere nella vita e… nel fango? Che poi questo mi ha fatto mettere una croce sopra al grande amore. Di gabbie ne ho anche troppe per aggiungerne una in più. Sono tornata sola e libera e la faccenda è l’unica cosa bella che mi è capitata quest’anno. Sono tornata libera. Libera come il vento.

Innamorato della Palestina

In Amici, Miti ed eroi, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 17 aprile 2011 at 22:09

A te  Vittorio per non dimenticare

I tuoi occhi sono una spina nel cuore
lacerano, ma li adoro.

Li proteggo dal vento
e li conficco nella notte e nel dolore
cosi la sua ferita illumina le stelle,
trasforma il presente in futuro
più caro della mia anima.

Dimentico qualche tempo dopo
quando i nostri occhi si incontrano
che una volta eravamo
insieme, dietro il cancello.

Le tue parole erano una canzone
che io tentavo di cantare ancora,
ma la tribolazione si era posata
sulle fiorenti labbra.

Le tue parole come la rondine
volarono via da casa mia
volarono anche la nostra porta
e la soglia autunnale
inseguendo te,
dove si dirigono le passioni ….
I nostri specchi si sono infranti
la tristezza ha compiuto 2000 anni,
abbiamo raccolto le schegge del suono
e abbiamo imparato a piangere la patria.

La pianteremo insieme,
nel petto di una chitarra;
la suoneremo sui tetti della diaspora
alla luna sfigurata ed ai sassi.

Ma ho dimenticato,
oh tu dalla voce sconosciuta !
Ho dimenticato,
è stata la tua partenza
ad arrugginire la chitarra,
o è stato il mio silenzio ?

Ti ho vista ieri al porto
viaggiatore senza provviste … senza famiglia.
Sono corso da te come un orfano
chiedendo alla saggezza degli antenati:
perché trascinare il giardino verde
in prigione, in esilio, verso il porto
se rimane, malgrado il viaggio,
l’odore del sale e dello struggimento,
sempre verde?

Ho scritto sulla mia agenda:
amo l’arancio e odio il porto,
ho aggiunto sulla mia agenda:
al porto mi fermai
la vita aveva occhi d’inverno,
avevamo le bucce dell’arancio
e dietro di me la sabbia era infinita!

Giuro, tesserò per te
un fazzoletto di ciglia
scolpirò poesie per i tuoi occhi
con parole più dolce del miele
scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”

Palestinesi sono i tuoi occhi,
il tuo tatuaggio
Palestinesi sono il tuo nome,
i tuoi sogni
i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.
Palestinesi sono i tuoi piedi,
la tua forma
le tue parole e la tua voce.

Palestinese vivi, palestinese morirai.

MAHMUD DARWISH
(tratto dal blog lettere al futuro)

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