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Tornare sui propri passi…

In Amici, amore, Anomalie, Giovani, La leggerezza della gioventù, musica, personale on 8 giugno 2012 at 14:50

Un dilemma che mi sono posta in questi ultimi tempi e al quale non sono riuscita a dare risposta è: la vita ti consente la possibilità di tornare sui tuoi passi? Te lo consentono gli altri e te lo consente pure il tuo orgoglio?
La domanda che mi sono posta urge di risposta, ma forse neanche tanto… credo che la natura e il tempo risolva molte cose. Una volta non ci avrei creduto, ma oggi sono possibilista.
La questione è nata seguendo la storia di due ragazzi a cui voglio molto bene e che seguo con attenzione, ma a distanza (per non essere considerata invadente, che non sia mai :-)). La storia è questa, un po’ romanzata, ma stiamo tra il più e il meno, anche se non toppo lontani.
Lui è un ragazzo giovane, un’età che ai miei tempi (e già dire questo la dice lunga) sarebbe stata di un certo peso, ma che oggi è una bazzeccola, praticamente poco al di sotto dei 30 anni. Lei è coetanea, ancora iscritta all’università, per i suoi motivi: non le bastava una sola laurea e aveva voglia di cambiare. Due città diverse a 500 km di distanza, più o meno. Lei molto attaccata alla famiglia di origine e alla sua casa, alle sue abitudini e ai suoi amici, lui invece molto autonomo, cittadino del mondo, anche se predilige la sua città, ritornare, da ogni sua assenza anche lunga, in un luogo, il suo, di nascita e di elezione.
I due ragazzi si frequentano per molti anni. Due gocce d’acqua nel mare delle amicizie e dell’amore, condividendo anche se a distanza molto di più di quello che pensavano. Poi una decisione inconsulta: lasciarsi.
Qui le cose si ingarbugliano perchè non si sa chi ha fatto cosa, ma io il sospetto ce l’ho. Se dovessi appunto scrivere questa storia di invenzione, direi che lui, più libero di movimento e meno attaccato alle sue abitudini, avrebbe desiderato che lei prendesse le distanze dalla famiglia e decidesse che farne della propria vita, con  riferimento a lui, in attesa di questo gli era scappato un intreccio con una ragazza molto meno distante e più bisognosa della sua protezione.
Ovviamente queste sono cose che non si fanno e lui alla fine non sapeva che pesci pigliare e gli era sembrato più sensato chiudere con l’altra goccia del suo mare.
La goccia non l’aveva certo presa bene, ma ad onor del vero sapeva di avere qualche colpa nel non riuscire a decidersi e ad essergli e ad avere un vero punto di riferimento in lui. Per fortuna il rapporto pur prendendo le distanze, non si è deteriorato mai in rivoli di rancore e risentimento.
Sembrava davvero che le loro due vite avessero definitivamente preso la strada della separazione.
Io sapevo che lei era la donna per lui, ma non potevo dirlo. Chi sono io per poterlo dire? Nessuno. Però lo vedevo incassare le cose belle della vita come se non ci trovasse gusto, come se una parte di lui gli fosse stata negata. Lei, aveva tentato pure di rimettersi in strada: un altro ragazzo che trattava come un amoretto da ragazzina, come se la responsabilità di un rapporto duraturo le fosse stata negata.
Beh, di fronte a tanto scempio mi era venuto a mente la mia storia strana, di quell’amore lasciato tanto tempo prima, di tutte le storie che ci stavano in mezzo, del ritrovarsi e capire che era allora che aveva bussato l’amore. Perchè tutto quello che c’era stato in mezzo non era l’amore che c’era ma era quello che mancava, ma forse non è chiaro il concetto. Per troppo tempo ho cercato l’amore negli altri e dentro di me e non sapevo che c’era e che mi mancava. Beh insomma poi l’ho ritrovato ed è tornato tutto a posto.
E mi pareva che per loro, i ragazzi di questa storia, avrebbe potuto essere lo stesso, ma con un finale diverso. E se non si fossero ritrovati più?
Io l’amore l’ho ritrovato e apparteneva a quei 16 anni terribili e meravigliosi, e mi sento una persona con una fortuna sfacciata, ma loro ci sarebbero riusciti? Avrebbero superato i km. di distanza, le differenze di carattere, gli amori intercorsi, e avrebbero capito? Perchè, chiaro, amarsi si amano, io lo so, io lo sento dentro, tra parentesi l’ho sempre saputo, e so anche che se uno dei due avrà il coraggio di farsi perdonare (quel molto che è passato) tutto può ricominciare e diventare la loro vera vita per sempre (insomma sempre è una parola grossa, ma qualche volta va pure detta, dai).
Ora le cose stanno in bilico, suppongo che tutto dipenda da lei, se avrà il coraggio di perdonare e di abbandonarsi a quell’amore naturale che era stato il loro grande impegno di prima, ma innanzi tutto il loro porto sicuro, la loro palestra per diventare forti e crescere e per credere in se stessi.
Qualche volta bisogna lasciarsi per capire. Qualche volta bisogna riincontrarsi per risentire quel tuffo al cuore che si era dimenticato e che era perduto nella memoria. Cosa vincerà? La ragione? Il cuore?
Questa partita mi appassiona, e vorrei parlare e dire, ma taccio perché se io so, come dovrebbe finire il gioco, non è giusto che ne riveli le regole. Quelle sono tutte da scoprire e le difficoltà sono tutte da superare. Non c’è esperienza degli altri che serva, è solo dentro di noi che possiamo trovare la grande capacità di tornare sui nostri passi.

Beh, auguri, ragazzi, che il peso del tempo vi sia lieve 🙂 per quanto mi riguarda 42 anni sono volati e adesso posso dire di non avere più qualcosa che mi manca…

Odio gli indifferenti

In Antifascismo, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 23 febbraio 2011 at 5:21

Foto di Antonio Gramsci propriettata sullo sfondo al Festival di Sanremo 2011Avevo già in mente tra i “Materiali resistenti” di ricordare Antonio Gramsci. Lo volevo ricordare attraverso un altro suo scritto. In maniera diversa. Per sviluppare un discorso diverso. Il fatto che due comici, Luca e Paolo, lo citino a Sanremo, davanti ad una sua foto gigantesca (sopra riprodotta), è una cosa talmente insolita che mi spinge a farne cenno qui e ora. Mi riservo di tornarci con quanto mi ero precedentemente prefisso. Nel frattempo cerco di vincere la sorpresa per un festival della canzone di cui l’ultima cosa che ricorderò sono le canzoni e non per colpa delle stesso. Scuoto la testa da quel senso di beata ebetudine per rendermi conto che l’hanno fatto veramente.

Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Se non ora quando?

In Donne, politica, Sinistra e dintorni on 8 febbraio 2011 at 14:20

In occasione della manifestazione “Se non ora quando?” del 13 febbraio prossimo venturo, in cui le donne scenderanno in piazza per difendere la loro dignità e ribadire che c’è un’altra Italia, e in quell’Italia un’altra condizione della donna, ritengo doveroso riportare il seguente documento di Mariateresa Di Riso rintracciato in Facebook. Questo blog è nato anche e soprattutto per testimoniare su quella che è “L’altra metà del cielo” fatta spesso anche di orgoglio senza nome, la metà fiera di un mondo che ha riservato alle donne sempre il boccone più duro e quello più amaro.

Anna Magnari nel celebre film Bellissima

LE PAROLE DELLA DIFFERENZA

Sono Ildegarda di Bingen, ero predicatrice quando era proibito alle donne predicare, musicista di nome quando la maggior parte era anonima, teologa, artista, scienziata, consigliera politica. E sono stata una monaca di clausura. Per metà della mia vita, il mio unico contatto con il mondo è stato una finestra.

Sono Elena Cornaro Piscopia, sono padovana, sono la prima donna laureata al mondo.

Sono un’anonima emigrante italiana, sono operaia in una industria tessile di New York, oggi è l’otto marzo 1908, io e le mie compagne facciamo sciopero. Magari non è proprio l’8 marzo, io comunque sono morta così.

Sono Brunilde Iotti, detta Nilde, sono stata partigiana, ho fatto parte della Costituente, sono stata presidente dell’UDI e la prima donna Presidente della Camera dei deputati.

Sono Maria Montessori, il resto lo sapete.

Sono Rosa Parks, sono solo una sarta. Semplicemente, non ho ceduto il posto ad un bianco sull’autobus.

Sono Lois Jenson, sono stata la prima a denunciare, nel 1984, abusi sessuali sul luogo di lavoro; io e le mie colleghe abbiamo vinto la causa.

Sono Khady Koita, sono senegalese, sono presidente della rete europea contro le Mutilazioni genitali femminili. “La parola orgasmo non esiste nella mia lingua. Il piacere di una donna non è solo un tabù, è ignorato. La prima volta che qualcuna ne ha parlato in mia presenza, sono corsa in biblioteca a cercare sui libri”.

Sono Anna Politkovskaja, ho combattuto sino alla morte per denunciare le violazioni dei diritti umani in Cecenia e i soprusi di Putin, l’amico del vostro premier.

Sono Ilaria Alpi, anch’io attendo giustizia dal nostro premier.

Sono Shirin Ebadi, sono un giudice, sono la prima donna iraniana e musulmana ad aver ricevuto il Nobel, nel 2003, per la Pace.

Sono Emanuela Loi, la prima agente donna in una scorta, ho 25 anni e l’ho scelto io di far parte della scorta di Paolo Borsellino.

Sono Ilda Boccassini, ho fatto arrestare gli esecutori materiali delle stragi di Capaci e via d’Amelio. Il mio lavoro continua.

Sono Felicia Bartolotta Impastato, madre di Peppino, ma io sono morta a 88 anni. Mio marito mi portava con la forza da Tano Badalamenti. “Vestiti, mi diceva”. Ma io mi rifiutavo. Ogni tanto una donna deve farsi sentire.

Sono Indira Gandhi. Non ho l’ambizione di vivere a lungo, ma sono fiera di mettere la mia vita al servizio della nazione. Se dovessi morire oggi, ogni goccia del mio sangue fortificherebbe l’India.

Sono Azucena Villaflor, o una delle altre madres e avuelitas de Plaza de Mayo.

Sono Millicent Gaika, sono stata legata, strangolata, torturata e stuprata più volte in Sudafrica, perché sono lesbica.

Sono Rita Pisano, nel 1964 sindaco di Pedace, in Calabria, Picasso da giovane mi fece un ritratto. In segno di stima.

Sono Franca Viola, sono siciliana, e dico grazie a mio padre per essere stato sempre dalla mia parte.

Sono Aung San Suu Kyi. Sono Waris Dirie il “Fiore del deserto”. Sono Rita Levi Montalcini, Nobel, senatrice, di fede ebraica. Per non dimenticare.

Sono Wiesława Szymborska, sotto l’occupazione tedesca ho seguito corsi clandestini per prendere il diploma, ho vinto il Nobel per la letteratura nel 1996.

Sono Sibilla Aleramo. Io non domando fama, domando ascolto.

Sono Anna Magnani. Non toglietemi neppure una ruga. Le ho pagate tutte care.

Sono Frida Kahlo. Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni.

Sono Alda Merini. Sono nata il ventuno a primavera/ ma non sapevo che nascere folle/ aprire le zolle/ potesse scatenar tempesta.

Sono Alba De Céspedes, per non dimenticare.

Sono la giovane Anna Frank e sono Miep Gies, che ha salvato i diari di Anna, per non dimenticare.

Infine, sono Margaret Mead, antropologa: non dubitate che un piccolo gruppo di cittadini coscienti e risoluti possa cambiare il mondo. In fondo è cosi che è sempre andata.

Ero e sono una partigiana. E sicuramente lo sarò.

Mariateresa Di Riso (intervento al I Congresso regionale Sinistra Ecologia Libertà Veneto 29 gennaio 2011)

Il sabato pomeriggio

In amore, Donne on 14 ottobre 2010 at 15:59

Un sabato pomeriggio dopo L’Addio.
Fine settimana. Finalmente niente impegni di lavoro, solo qualche faccenda in casa. Solita solfa. Da quando sono sola non esco nemmeno per andare al mercato. Che ci vado a fare? Tanto per metter su qualcosa per la cena, basta una corsa al supermercato, quattro cose in croce. A mangiar da sola ci perdo pure la voglia. E pensare che sono sempre stata di appetito. Tutti mi guardavano con gli occhi fuori dalla testa. “Ma quanto mangi?” e io ci pensavo e mi rendevo conto che ero un pozzo senza fine, ma mi pareva normale. A casa mia tutti mangiavano così e nessuno ingrassava. Un metabolismo veloce. Invece mio marito mi diceva… beh, mio marito… a dir la verità non lo è più, quindi dovrei dire il mio ex marito, pertanto le cose dette da un ex marito non fanno testo.
Però è dura il sabato. La domenica magari no. Esco e vado in chiesa dove trovo quelli che conosco, si fa un po’ di chiacchiere, tanto per far suonare mezzogiorno e poi torno a casa che tra lo stiro, la TV e la visita a mia madre, mi passa veloce. Ma il sabato… se poi pensi che hai davanti la domenica, tutto fa ansia.
Magari stasera chiama Martina. Lei e la sua mania del risparmio… e io intanto aspetto attaccata al pc, che poi aspettare è la cosa che mi viene meglio. Almeno il sabato. A volte penso che potrei chiamare Carlo, ma non saprei che dirgli. Una scusa qualsiasi. Dargli le foto. Me le aveva chieste. Magari gli fa piacere. Ma poi perché dovrei dargli le cose mie, in fin dei conti lui non ha più nessun diritto. L’ho eliminato dalla mia vita. Se ne è andato… beh! insomma sono stata io che… non ne potevo più, ma era per colpa sua. Come si fa a vivere con un uomo che pretende la tua attenzione, come quando si era ragazzi. Le cose cambiano. Io avevo i miei impegni. E poi è finita che non si è più fatto vivo. E io che gli ho regalato la mia gioventù. Io che ho fatto crescere Martina. Io che ho pensato a prendere questa casa. A fare risparmi. Lui senza il minimo amor proprio. Sempre lì a guardarci come se fossimo bestie rare e a ruminare i suoi pensieri.
Mi domando come ha fatto a sopravvivere senza di noi? Non ci avrei investito un soldo bucato. Mi sarei aspettata che tornasse a pregarmi in ginocchio. Eppure da quando è uscito dalla porta non si è più fatto vedere. Bell’amore che millantava per noi. Lontano dagli occhi… lontano dal cuore. Certo qualche volta lo vedo. Mi saluta in quel suo modo falsamente gentile. Ha sempre finto di essere gentile, da dare la nausea. Ma non si ferma mai a parlare con me. Che avrà da fare in giro. Quando stava qui, non si muoveva mai. Sembra che si sia scordato di noi.
Beh! Martina ormai vive fuori. A me sicuramente non pensa più. Mi sembra di essere diventata trasparente. Martina mi ha detto che si vede con un’altra. All’inizio non ci potevo credere. Non era cosa da lui. Troppo abitudinario, troppo scontento, troppo esigente con la sua famiglia. Perché qualsiasi cosa faccia siamo noi la sua famiglia. Lo siamo sempre stata. Insomma alla famiglia non si rinuncia mai, guarda cosa faccio io per la mia. Giusto amore filiale e fraterno.
Comunque un giorno l’ho pure vista, che a guardarla mica ho capito cosa ci trovasse in lei. Camminavano mano nella mano per la strada, neanche fossero due ragazzini. Noi non lo facevamo mai, ci sembrava di essere ridicoli. e avevamo anche un’altra età. Ridevano. Di cosa poi? Cosa c’è da ridere a sessant’anni? Lavoro, stanchezza, tristezza e vecchiaia. Ecco cosa c’è. Ho visto pure che lui era ingrassato. Ma era vestito in un modo che con me non si sarebbe mai permesso. Sotto sotto mi sono sembrati più che ridicoli. Lei non è per niente bella, anzi, è dozzinale, chissà che ci trova in quella donna. Solita superficialità maschile, lui è il classico tipo che aveva giurato di amarmi, al di là del tempo e delle traversie e io ci avevo pure creduto. Io avevo creduto che la mia famiglia sarebbe stata per sempre, anche se fossimo stati separati. Comunque. Di questo ero certa, ma è bastato poco…
Gli uomini non sanno sacrificarsi mai. Hanno uno strano concetto di famiglia. Pensano solo a loro stessi. Me l’ha detto pure mia sorella: “Ma che te ne fai tu di un uomo simile”. Lui mi diceva che un uomo ha le sue esigenze, e che avrei dovuto averle pure io. Ma ormai è passato il tempo delle esigenze. perché non starcene tranquilli in famiglia? Tanto, se era per lui, avremmo dovuto chiuderci in camera e fare all’amore anche quando Martina dormiva nell’altra stanza. Vero che da Martina non ci siamo mai separati, ma quando era una bambina, se ci avesse sentiti come avremmo potuto spiegarle? E poi da grande avrebbe anche peggio. Ma adesso che non c’è…. A lui queste cose sembravano sciocchezze. Ah! gli uomini… D’altra parte non mi interessava più passare il tempo con lui. Mi chiedeva troppo impegno, troppa attenzione. In fin dei conti una donna ha ben altro da fare: il lavoro, i figli, i genitori anziani e i parenti e poi la casa… Che poi oggi è anche troppo grande. Martina che vive lontano e lui che vive con un’altra. Chissà come ha fatto a incontrarla. La mia vicina mi ha detto che li hanno visti pure a teatro e che ha saputo che viaggiano molto all’estero. Ma quando mai?
Noi siamo stati solo a Parigi per il viaggio di nozze. A lui viaggiare non piace e poi con la bambina piccola mica si può viaggiare. E poi c’era la scuola e dopo ancora ci sono gli impegni famigliari. Fosse venuto mai con me, alla domenica, quando andavo a curare mia madre. D’accordo a lui non era simpatica, tanto meno era simpatico lui a lei, ma almeno per accompagnarmi. Così passavo tutte le domeniche da sola. Tanto che lei, mia madre, si è abituata a non vederlo e non mi ha più chiesto dov’era finito e io non gli ho mai detto che ci siamo divorziati. Sì, perché questo l’ha voluto lui.
Chissà che se ne fa del divorzio, non vorrà mica sposare quella? Che poi non mi sembra il suo tipo. Quella c’ha una faccia che il lavoro non sa nemmeno cos’è. Ma non sarà che lo fa per interesse? Per rubargli i soldi? Beh! questo non è possibile, con lo stipendio da miseria che ha lui. Ovvio per un uomo senza ambizioni. Anche su questo ho fatto le mie belle lotte. Ma lui è refrattario agli impegni, si perderebbe tra libri e musica , ad oziare… con tutto quello che c’era da fare. Se non avesse avuto me a guidarlo. Mai che abbia pensato di ridipingere la casa o a fare quello che fa in casa generalmente un uomo. Avrebbe vissuto d’arte e d’amore, se non fosse che io c’ho la testa sulle spalle. E alla fine era tutta una battaglia. Non c’era più niente dal salvare. Possibile che non sapesse adattarsi al fatto che era invecchiato e che io non avessi più la pazienza di stare a ragionarci…?
Quant’è lungo il sabato pomeriggio. Potrei uscire e sedermi al bar per prendere un caffè e chiacchierare un po’ con le cameriere e se poi lui passa e mi vede da sola? Non mi va di dargli questa soddisfazione. Magari pensa che non posso vivere senza di lui quando invece è il contrario. Se l’ho mandato fuori di casa una ragione c’era, anche se adesso non la ricordo bene, ma ha a che vedere con il fatto che lui non si è mai adeguato E’ lui che deve tornare con la coda tra le gambe, e mi deve dire che avevo ragione. Sarà orgoglio il mio, ma… è stato lui che non si è adattato. Non si può vivere lontano dalla famiglia, perché la famiglia è tutto. Ci si potrà pure adattare e sacrificare per questa benedetta famiglia. Altrimenti che razza di famiglia è… ma che razza di famiglia è, dico io?
Ed è sabato pomeriggio di un giorno di sole.

Riflessioni su mia figlia e il suo bambino appena nato

In amore, La leggerezza della gioventù on 10 ottobre 2010 at 9:28

E’ bella come sempre. Una madonna plebea con un bimbo in braccio. Ma non ha un sorriso virgineo, mantiene un sorriso ironico, come sempre, in modo da nascondere quanto è orgogliosa del bambino. Lo sa che la osservo e cerco di studiare ogni mossa. Mi chiedo se ama e quanto ama. Non sono gelosa di lei, non lo sono mai stata. Se fosse così non avrei potuto sopportare come amava suo padre. Certo era bello vederli parlottare sempre pronti al complotto, allo scherzo e alla risata. Io sono esclusa, io sono sempre un’altra cosa.
Guarda il bambino. E’ così piccolo. Lo guardo pure io e cerco nel suo visino i tratti di lei neonata. E’ paffuto, carino, ridicolo, ma non assomiglia a lei. Infatti lei era un cosino biondo con la pelle di pesca e la luce negli occhi, lui invece ha dei tratti decisi, una bocca disegnata col pennello, ma è scuro e con un’aria pacifica.
Lo guardo e mi sento in colpa, non lo amo come amavo lei. E’ una colpa terribile che lei non mi perdonerebbe mai. Ma non lo dirò, non lo saprà, mi difendo e se posso la difendo dai miei umori.
Però è strano vedere la sua faccia così arrossata dall’emozione. Finge una certa indifferenza. Lo so che è la distanza della principessa superiore anche alla nascita del proprio figlio. Ma il rossore delle sue guance e lo scintillio degli occhi svelano la sua nuova passione. Quanto amore ed orgoglio rivela in tutto questo.
“E’ proprio carino!” mi sbilancio io. “A me pare una scimmietta, non trovi?” Mi sta mettendo alla prova. “Ma sei matta? E’ un angioletto nero, chissà a chi assomiglia?” Lo dico in modo ironico e le rilancio la palla. “Amore… è vero che sei, tutto, quello scimmione del tuo papà?” Io penso: se lo dice lei! Ma non posso lasciar capire quello che penso davvero. In effetti quel ragazzo, padre del mo nipotino, non è un Adone, ma se piace a lei… E poi non devo cadere nel tranello. Lei continua a mettermi alla prova, una prova che suo padre non ha dovuto sostenere. Lui è entrato nella stanza, l’ha baciata con dolcezza e si è preso il frugolo in braccio come se fosse suo figlio. Non l’ha più mollato nemmeno alle braccia del neopadre e mia figlia ne era estasiata. Io le dico: “Beh! se assomiglia ad una scimmietta lui, allora vuol dire che io ho sposato il re degli orango”. Lei ride. Si sa, suo padre per lei è bellissimo.
Forse sono davvero gelosa. Gelosa non so nemmeno di chi. Una madre proprio snaturata. Ma è difficile, tutti sanno fare le cose giuste. Io ai suoi occhi faccio sempre la cosa sbagliata. Sono la sua mamma imperfetta.
Mi guarda e al volo capisce che sono spaesata. “Mamma, pensi che avrò latte a sufficienza”? Finalmente mi fa rientrare in modalità donna-madre-nonna. “Certo che sì, di che ti preoccupi? E poi se non fosse, si trova una soluzione”. Lei non mi ascolta più. Guarda il bambino e le sue guance si arrossano di più. “Lo sai che ti dico? Sei il più bello! Il più bello in assoluto. Molto più bello del tuo papà, anche più bello del più bello dell’universo. Sei il mio bambino per sempre”!
La principessa annoiata si è trasformata in una bambina con il suo giocattolo preferito. “Guarda mamma, che orecchie piccoline… che nasino impertinente, guarda… guarda mi ha sorriso”… Lo dice con un gridolino infantile. Lo guardo. E’ vero, sembra un sorriso quella smorfietta che fa. Che dolce il mio nipotino. Qualcosa mi si scioglie dentro. “Posso tenerlo un pochino anch’io”? Lei me lo porge come fosse un dono. “Piccolino mio, vieni qui dalla tua nonna, che tesoro che sei. Ti ho aspettato per tanto tempo e adesso che sei qui posso solo cominciare a coccolarti e a viziarti”. Lei sorride. Finalmente ho detto la cosa giusta. Lei finalmente mi sorride serena. E’ bellissima. I pensieri volano via. Ma cosa sto a pensare. Che sciocca donna che sono. Guarda quanto bene voglio a queste mie due creature stupende.

49) Canzone della bambina portoghese

In Una canzone al giorno on 27 luglio 2010 at 12:00

E poi, e poi gente viene qui
e ti dice di sapere già
ogni legge delle cose
e tutti sai vantano l’orgoglio cieco
di verità
fatte di formule vuote.
E tutti sai ti san dire come
fare quali leggi rispettare,
quali regole osservare
qual’è il vero, vero…
E poi, e poi tutti chiusi
in tante celle fanno
a chi parla più forte
per non dir che stelle
morte fan paura.
Al caldo del sole,
al mare scendeva la bambina portoghese
non c’eran parole
rumori soltanto come voci sorprese.
Il mare soltanto
e il suo primo bikini amaranto,
le cose più belle
e il caldo e il sole alla pelle.
Gli amici vicino
sembravan sommersi dalla voce del mare,
ma sogno illusioni
qualcosa la prese e si mise a pensare.
Sentì ch’era un punto al limite di un continente
e sentì che era niente l’Atlantico immenso di fronte,
e in questo sentiva qualcosa di grande
che non riusciva a capire, che non poteva intuire.
E avrebbe spiegato se avesse capito lei
che l’oceano infinito,
ma il caldo l’avvolse, si sentì svanire
e si mise a dormire.
E fu solo nel sole
come in mani future,
restaron soltanto
il mare e un bikini amaranto.
E poi, e poi
se ti scoppia di tornare,
ti accorgerai
che non te ne importa niente.
E capirai
che una sera, una stagione,
sono come lampi,
luci accese e dopo spente…
spente… spente… spente…
E capirai che la vera ambiguità
è la vita che viviamo
è qualcosa che chiamiamo
esser uomini, uomini.
E poi, e poi quel vizio che ti ucciderà
non sarà fumare o bere,
ma qualcosa che ti porti dentro,
cioè vivere, vivere, vivere, vivere…
Cioè vivere, vivere, vivere…
Cioè vivere.

Soluzione
Titolo: CANZONE DELLA BAMBINA PORTOGHESE
Cantautore: FRANCESCO GUCCINI

Un’altra piccola storia ignobile

In amore, Donne on 5 maggio 2010 at 7:23

Beatrice stava osservando la sua vecchia casa, quella che lui l’aveva costretta a lasciare. Era stata per troppi anni una specie di maledizione. Ora esserne fuori era una liberazione. La casa di per sé era bella, grande, con un giardino molto spazioso che era stato una benedizione per i bambini, ma adesso le pareva lugubre e buia. Innanzi tutto era fuori del mondo. Non che una casa in un qualsiasi centro città sia di per sè migliore, ma la differenza sta nel tipo di vita che ci puoi condurre. Tutto molto a portata di mano, come per esempio la scuola dei figli, i negozi, le possibilità di lavoro e non ultimo la frequentazione delle amicizie.
Guardava la casa e sentiva che non le apparteneva e non le era mai appartenuta. Lì era rimasta isolata per tanto tempo, lì si era giocata buona parte della sua gioventù e quasi tutta la stima per le sue doti e capacità. Ormai era un luogo dei ricordi e a pensarci bene non erano tutti ricordi felici, anzi a pensarci ancora meglio, i ricordi erano di un deprimente da non crederci. Però lì dentro, malgrado tutto, c’erano ancora i suoi figli.
Ma come aveva fatto a investire così male la sua vita? Se cercava le ragioni che l’avevano spinta a fare certe scelte, oggi come oggi, non riusciva nemmeno più a ricordarle. Si era chiesta per tanto tempo se la ragione fosse stata l’amore o la passione. Questo avrebbe giustificato, almeno in minima parte, il fatto di intestardirsi in un rapporto senza capo ne coda, costruendo un patetico futuro basato sulla sua capacità di sopportare e rinunciare. Patetico futuro che comprendeva una vita da rimettere in piedi e due figli da riconquistare e da crescere.
Lei sapeva di avere tutte le colpe, o almeno, come al solito, era il suo modo migliore per approcciarsi all’analisi di tanto sfascio. Le era inaccettabile accusare lui di tanta incapacità affettiva, insensibilità, egoismo e bassezza morale, non solo perché era il padre dei suoi figli, ma perché era stata lei a tirarlo dentro a quel rapporto. Lui già sapeva fin da allora, forse, che nulla avrebbe cambiato di sé per ricompensare lei.
Era difficile non sentirsi annientati dai suoi rifiuti, dall’avarizia delle sue risorse umane, dall’incapacità di esistere come essere predisposto ad evolversi. Nulla era servito se non a rendere più completo il fallimento. Pensava a lui e alla facilità che aveva di tenerla in scacco con il ricatto dei figli, ma pensava anche alla sua vita precedente, ad altri dolorosi rifiuti ad altre fughe insensate. Ma lei era davvero solo una piccola donna senza potere, non aveva neanche più quel po’ di fiducia in se stessa che le permettesse di ricominciare con un po’ di dignità. Eppure, almeno questa volta, lui non l’avrebbe schiacciata con la sua totale indifferenza, assieme alla volontà di annientarla e disperderla dentro alla catacomba del loro matrimonio. Lei ora aveva raccolto con disperazione i suoi libri, l’unica cosa che valesse portarsi via ed era uscita da quella vita, dal luogo della sua mortificazione.
Guardando le finestre buie, oscurate dalle pesanti tende che tenevano lontano la poca luce di quelle latitudini, promise a se stessa che avrebbe combattuto per quei figli che erano prigionieri dell’egoismo del padre, li avrebbe portati in luoghi nuovi, aperti, lontano dall’aria asfittica di quel morboso disamore. Aver sopportato per troppo tempo il ricatto di una piccola storia ignobile, perchè di questo si trattava. Una storia che non faceva notizia e che relegava una donna ai margini della sua vita, senza niente in mano se non un orgoglio disperato e la voglia di trovare una nuova dignità. Ma come fare se in cambio di questo sono i tuoi figli a venirti strappati? Quella lacerazione e la convinzione che non era ancora in grado di provvedere per tutti, la faceva sentire un essere inutile e esasaperato. Era peggio che la morte, era annientamento. Nei suoi sogni che timidamente esploravano il futuro lei era certa che non avrebbe lasciato a quell’uomo il potere sui figli e che finalmente avrebbe consegnato loro la nuova madre e donna che era, perché ogni figlio ha il diritto di avere per madre un essere umano amoroso con le sue potenzialità e le sue debolezze, con le paure e le certezze, perché incomincia da questo la lezione che consente di seminare nei figli il seme che dà origine all’amore.

Stupidi ragazzini presuntuosi.

In Amici, amore, Donne, Giovani, La leggerezza della gioventù, uomini on 2 febbraio 2010 at 11:42

La gioventù non è un valore aggiunto. Quando si è giovani si è anche presuntuosi. Si pensa di essere eterni ed invincibili. Si pensa di poter fare qualsiasi cosa. Si è certi che è possibile sbagliare e rimediare. Che si ha tutto il tempo per tornare indietro e si può recuperare il perduto e che c’è spazio per il perdono o almeno per la dimenticanza. Invece quando si è giovani si è pure orgogliosi e si pensa anche di essere infallibili e allora, per assunto, non si sbaglia mai, e se si sbaglia non lo si ammette e si continua bellamente a sbagliare e a sostenere l’impossibile.
Così era capitato che loro due si erano trovati casualmente per strada. Non era la prima volta comunque e come ogni volta si fermavano a parlare come vecchi amici, ma ad onor del vero loro vecchi amici non erano mai stati. Erano stati qualcosa di diverso ed è per quello che andavano cauti con i discorsi. Lei non era proprio totalmente a suo agio. Se le cose erano andate in un certo modo la colpa era stata sua, ma ormai chi vuoi che si ricordasse, non aveva proprio senso, erano passati più di quattro anni! Lei sapeva che le cose erano andate come dovevano andare e poi ormai anche con l’altro aveva chiuso e, tra parentesi, non era stata per niente una storia emozionante, aveva tenuto duro un sacco di tempo, perché lei era fatta così, ma era stato davvero tutto tempo perso, tempo da dimenticare. Ora era tornata sola e la cosa le sembrava del tutto naturale com’era naturale che lui fosse, malgrado tutto, gentile e attento. Lo aveva invitato a quella festa senza neanche sapere perché. Aveva saputo dal fratello che ormai stava poco nella sua città e lui vagamente ne aveva fatto cenno. Se era curiosa non l’aveva dato a vedere, d’altra parte se aveva una donna laggiù ad aspettare, era il minimo, anche se si diceva che le donne, lì, erano troppo facili. Lui la guardava un po’ stordito. Non si era aspettato di incontrarla anche se ne aveva fatto di strade sperando di vederla. Succedeva ogni volta, non poteva farci niente. La vedeva e restava basito. Faticava le parole, ma dentro alla testa aveva pensato “Cazzo se è bella”. Erano passati anni da allora e la sua espressione si era certamente indurita. Era normale dopo quello che era accaduto. Se stava a quello che gli aveva detto quell’amico, lei era stata disperata, dopo quell’amore finito come non avrebbe voluto. Lui glielo aveva detto con quell’aria da uomo vissuto e abituato a sciupare le femmine, era arrivato perfino a proporgli una mediazione per farli rimettere insieme, sempre che gli potesse ancora interessare. No! non era interessato, soprattutto non voleva mostrare che quel discorso gli aveva fatto davvero male. Come aveva fatto a cambiare così… proprio lei che dalla vita avrebbe potuto e dovuto avere tutto?
Quella sera non ballarono insieme ed era strano perché a tutti e due piaceva molto ballare. Si erano seduti sul divano e avevano parlato di quella donna che lo stava aspettando, non era come le altre, lei aveva studiato e veniva da una famiglia ricca. Quei discorsi l’avevano resa triste. Lui le chiese cosa faceva nella vita. “Ora abito con un’amica, lavoro molto e studio alle serali, così ho poco tempo per il resto”. Lui le leggeva la tristezza negli occhi e pensava a quanto male le avesse fatto quell’altro. Lui sperava che la bottiglia di whiskey avrebbe annegato un po’ della sua tristezza. Lei si chiedeva cosa ci facesse lì, maledizione, non era stata una buona idea. Lui un bicchiere dietro l’altro stava dimenticando la ragione per cui aveva accettato quell’invito. In modo confuso le aveva accennato che quell’amico gli aveva detto certe cose su come fosse finita la loro storia e lei non ne aveva voluto parlare, si era trincerata dietro ad un “Preferisco non sapere cosa va in giro a dire, quando i rapporti finiscono come minimo la colpa sta a metà”. Poi era rimasta in silenzio. Le era venuto alla mente che una volta lui l’aveva giudicata, come se a lei non fosse concesso di sbagliare. Si ricordava che non aveva pronunciata quella parola, ma lei sapeva che avrebbe voluto dirla, se ne sentiva ancora il peso addosso. Provava un sordo rancore verso sé stessa e la sensazione devastante che stava solo allora perdendo qualcosa di importante seppur sapeva di non averne più diritto. Lui l’aveva persa quella volta ed era stato un massacro, gli era costato di più di quello che poteva dare, non le avrebbe mai fatto capire che… Incrociarono lo sguardo mentre lei indossava la giacca per andarsene dalla festa. Lui notò che aveva uno sguardo triste che non le aveva visto mai. Tra i fumi dell’alcool percepiva vagamente che solo allora e non prima, quando quell’amico se l’era rubata, lui la stava perdendo e se non fosse stato che l’alcool gli aveva tagliato le gambe e i pensieri, avrebbe potuto fermarla senza dirle neanche una parola.

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