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Sogni ricorrenti

In Anomalie, Guerra, personale, Scissione on 3 aprile 2012 at 7:46


Solo quando i sogni vanno persi come lacrime nella pioggia è arrivato il momento di morire – Jim Morrison

Secondo me diamo troppo poca importanza ai sogni. Non sto parlado dei sogni che fanno parte dell’immaginario di chi è sveglio, a quelli invece diamo molta importanza, qualche volta un po’ troppa, ma di quelli che frequentano le nostre notti, con assiduità, ed è proprio perché ci fanno compagnia da tempo noi non li vediamo più.
Non li vediamo certo, ma quasi sempre ci lasciano in bocca un retrogusto, assieme a delle sensazioni che molto spesso ci cambiano la giornata successiva.
Di questi sogni ricorrenti, belli o brutti che siano, ne ho di tre diverse categorie: una che riguarda le persone (persone amate o meno e che mi hanno dato “ansie” in alcuni momenti della vita), una che riguarda i luoghi (posti sconosciuti e mai visti che mi ritornano in modo ripetitivo alla mente, oppure case che ho acquistato e poi dimenticato, oppure ancora altre che vorrei acquistare, perché “fanno proprio parte dei miei sogni”), ultima categoria sono le “avventure”: salvataggi dopo iperboliche azioni, oppure “contorti ragionamenti” su come agire nei confronti di persone in difficoltà: bambini o adulti che siano.Che poi l’eroina di questi sogni non è che sono sempre io direttamente, spesso sono solo spettatrice, anzi regista.
L’ultima categoria di questi sogni-incubi è legata alla guerra. Guerra che non ho mai vissuto direttamente, ma il cui pensiero sembra essersi annidato in me, come ricordo ancestrale e trasmesso nei geni dai miei genitori.
In realtà, nei sogni, riesco a mantenere quasi sempre un grado di controllo che mi permette, nel momento che diventano troppo ansiogeni, di sapere perfettamente che si tratta di sogno e di provvedere al mio risveglio. Questa è una buona cosa che mi risparmia un sacco di fastidi, ma mica sempre, a volte l’impronta di quel sogno, magari un’impronta latente, perché del sogno non porto ricordo, almeno a livello cosciente, mi rimane attaccata anche per giorni, così precisa che mi turba a lungo e che non sempre riesco a spiegare.
A parte per i sogni incubi, che mi sconvolgono per ovvi motivi, quelli che sono meno dirompenti, ma che mi rimangono vivi in testa, sono quelli dei loghi che non ho mai visto e che ritornano. Mi ricordo, moltissimi ani fa, che con precisione fotografica avevo sognato un assembramento di case tipo paese spagnoleggiante che dopo alcuni giorni ho trovato, tale e quale, in un film di Bertolucci. Ovviamente questo è un caso limite, di solito questi luoghi sono vallate in mezzo al verde che penso di non aver mai visto e non capisco che ritornano a fare. Certo sembra non aver senso. Certo che ho il sospetto che un qualche senso ci sia.
Sicuramente quando sogno di salvare persone in pericolo, in qualche modo vero o solo percepito, ho, nella realta, persone care in difficoltà. Il sogno poi delle case che scopro di aver acquistato e di essermene dimenticata oppure di aver trovato case da sogno (il mio sogno in questo è davvero creativo: non si tratta mai di villa hollywoodiana, ma di grande casa piena di angoli speciali, vista particolarmente affasciante e tante tante finestre, da restaurare totalmente, ma proprio in quello sta il fascino).
Sul primo genere preferisco non parlare. Quelli sono sogni che mi “sfrugugliano” il cuore in tutti i sensi. Tanto io sogno sotto metafora, una cosa ne significa chiaramente un’altra, ma senza tanta difficoltà e senza l’aiuto del vecchio Freud, ci arrivo in un battibaleno al significato vero e non mi servono tante interpretazioni. Insomma, la mia complessità da sveglia, quando sogno diventa, senza timore di sbagliare, una semplicità sconcertante. Sarà che mi conosco? Può essere, comunque effettivamente sono più facile da capire mentre dormo di quando sono sveglia. E sinceramente non so se sia un difetto ;-).

Novembre… è un mese crudele

In La leggerezza della gioventù on 7 novembre 2010 at 23:58

Era stato un odore che le veniva portato dal vento. Un vento bagnato di acqua di mare. Vento di scirocco che spingeva da dove la notte era già nera. Sapeva riconoscere quell’odore e ogni volta le muoveva dentro ricordi di un tempo che non aveva mai conosciuto, di un dolore che le lacerava il cuore. Perché? Dov’era diretta la sua fuga? Sapeva che l’acqua gonfiata dal vento stava superando la riva. Ne sentiva l’odore, ne inghiottiva il sapore e non riusciva a capire cosa andasse a cercare nel buio di quella notte d’autunno. Novembre come sempre era per lei un mese crudele. Più forte sentiva sulla pelle il graffiare del tempo. Ma non era solo quello. Si sentiva persa, lasciata indietro come piccola cosa. Nessuno la vedeva, nessuno la poteva vedere. E i suoi passi si facevano sicuri a sfidare quel buio limaccioso, quel vento perfido che le prometteva la pace, ma che le consegnava solo l’ansia dell’incertezza.
Dai pensa in fretta. Cammina sicura. Non avere paura. Qualcosa succederà. E il vento gonfiava le onde che sapevano di salsedine. L’acqua montava come un tappeto agitato tra i suoi piedi. Lei ne era immersa fino alle caviglie. Le piaceva quella sensazione di libertà, di noncuranza. L’acqua era fredda, ma le dava una sensazione stimolante, quasi piacevole.
Ora che ci camminava dentro, l’aria era gonfia del respiro del mare. Un odore intenso come sapore di un frutto maturo. Il sapore di giorni passati al sole e di notti dipanate sotto la luce lunare. Le nuvole nel cielo rotolano in una luminosità di inchiostro. I pensieri galoppano lontano e ritornano in strappi di vento.
Che notte incredibile. Di una bellezza selvaggia. Ancestrale. E lei si sentiva persa e non aveva nessun luogo dove andare. Aveva fermato i suoi passi. La strada si era trasformata in mare. Non c’era nessun segnale, nessun limite. Nel buio arrancava senza orientamento. Era un po’ come la sua vita. Senza un punto fermo. Senza riferimenti. Nessuna risposta. Pensava ai sogni di un tempo. Pensava all’amore. Tutto passato, tutto perduto… Il gelo e l’acqua le risalivano sulle ginocchia. Il freddo governava il suo cuore. Quella notte non era fantastica, era infida e terribile. L’aveva solo illusa con le sue moine. Lei non aveva amici. Nessuno l’aspettava. Nessuno l’avrebbe potuta salvare. Era crudele tanta bellezza, era seduttiva, ma lei non voleva più credere, più sperare.
L’acqua turbinava. Ad ogni passo ingoiava gorgogliando la sua pelle ghiacciata. Lei navigava senza controllo contro vento. Solo le sue scarpe la mettevano in imbarazzo. Con una specie di risucchio la tenevano inchiodata faticosamente alla strada. Le ricordavano ad ogni passo il lato ridicolo della cosa. Era solo lei a ridere, ma che importanza aveva. Niente aveva importanza, eppure… Le sue scarpe la riportavano alla realtà. Che ci faceva lì, sperduta nell’acqua alta di un autunno inclemente? Era decisa a perdersi lontano… ma perché dentro a delle costose scarpe firmate? Ora sì che era davvero arrabbiata. Niente importava, ma era comunque arrabbiata con se stessa.
Forse se faceva presto e tornava indietro, con un po’ di attenzione e di fortuna le avrebbe potute salvare dall’acqua di mare.

L’addio

In Amici, amore on 13 ottobre 2010 at 8:30

Allora… non lo sapevo che avevo un appuntamento. Un appuntamento con il destino. Con la mia favola. Ci eravamo lasciati troppo tempo fa. E troppo di fretta. Per lettera. Senza il tempo di una parola in più. L’addio di due ragazzi che cercano la loro strada. Poi un’intera vita era passata. Tanto tempo non era bastato a cancellare nulla. Tutto era rimasto dolorosamente (o meno) nitido.
Cartone telato con dipinto un castello sullo sfondo e faccie urlanti in primo piano.
Quando sono uscito da quella porta avrei voluto chiedere il perché. Una ragione. Magari una fantasiosa giustificazione. Pura curiosità. Ma sapevo che lei aveva mille risposte e nessuna. In fondo era finita da fin troppo tempo. Fossi uscito per mia decisione avrei avuto il 99% delle ragioni, mi sono detto. Ne sono ancora convinto. Invece è stata lei ad invitarmi ad andare. A mostrarmi la porta. E non era lì a salutarmi, le sarebbe stato troppo doloroso e difficile. Mi aveva solo chiamato al telefono. Si era preoccupata per me. Come stessi partendo per una vacanza. Una vacanza senza di lei.
Le ragioni? Forse ce n’erano fin troppe. Non una sola. Cioè forse ne avrei avute fin troppe. Non ho pudore a dirlo. Ciò che mi dà pudore è quando parlo di intimità che riguardano altri. Come in questo caso la mia compagna. La verità è che non ci ho capito molto. Anzi quasi nulla. Credo che lei ci abbia capito meno. E’ stata, la fine, come fosse un colpo di testa. Un capriccio. Come se volesse dirmi: Beh! stasera mi va di uscire da sola. Non aveva mai avuto bisogno del mio permesso. Non sono mai stato io a concedere la sua libertà. Né a limitarla. Lei era completamente padrona di sé. Lo era sempre stata. Che poi io penso in più che la libertà non si chiede né si mendica. Se è limitata allora… la si conquista. Non è certo questo il punto.
Ma perché ne parlo? La storia è finita. Definitivamente finita. Non ho ferite ne nessun rimpianto. Passata quella porta, come detto, mi son sentito libero. Finalmente insolitamente liberato. Non l’avevo chiesto ma mi son sentito libero. Ho ingoiato un respiro profondo. E l’aria mi sembrava leggera e riempiva i miei polmoni come non aveva mai fatto. Mi potevo rimproverare qualcosa? Sicuramente. Mi sembrava e mi sembra solo piccole cose. Solo una importante: che non avevo potuto ammettere che era finita da quindici anni. Ero rimasto per nostra figlia. Per stupidità. Per affetto. Per le sue preghiere. Forse anche per un po’ di vigliaccheria. Non avevo visto perché non avevo voluto vedere. Non c’era un altro uomo. Non so se c’è mai stato. Non c’era un’altra donna. Questo lo so per certo. Non c’era mai stata. Non ne sono capace. Non ho mai tradito. Non mi affascina quel tipo di avventura. Per un’altra donna. Non ho mai amato una donna impegnata. Non ne vado fiero. Non mi sento stupido. Semplicemente sono così.
Avrei preferito farlo in una giornata di pioggia. Non ho potuto scegliere nemmeno l’ora. Ma come si dice: sono uscito in modo civile. Voglio dire… Ci siamo comportati entrambi in modo civile. Erano da tempo finiti i tempi delle urla, delle grandi litigate, dei conflitti e dei rimproveri. C’era solo il niente. La figlia ormai grande. Interessi comuni ne abbiamo sempre avuti pochi. Certo quello che lasciavo era più di quello che chiedevo di portare con me. Semplicemente mi sentivo sconfitto. Sconfitto perché ci avevo investito tutto. Sconfitto perché ci avevo immaginati già vecchi. Vecchi e solidali. Chetati. Sconfitto perché ci avevo provato fino a sfiorare la pazzia. Avevo cercato di riaccendere quel fuoco. Avevo cercato di salvare almeno quel niente. Pensavo, allora, che l’amore si conquista ogni giorno, e ogni giorno si costruisce. Che un rapporto è fatto di pazienza e fatica. Che stare assieme nasce dalla volontà di stare assieme. Ma ormai uscivo da un lungo viaggio attraverso la notte. Cosa potevo portare con me se non i ricordi dei giorni belli e di quando eravamo giovani e convinti che assieme saremmo sempre stati felici?
La guardo esterrefatto. “Possiamo restare amici. Vederci ogni sabato e la domenica a pranzo. Magari”… Allora è vero che sto sognando. Che è una scampagnata. Una burla. Strano. Io non né ho di problemi. Indietro non torno ma su me può ancora contare. Sa che non ha nemmeno bisogno di farmelo dire. Più di trent’anni sono un sacco di tempo. Mi sembrano tutta una vita. Allora perché al telefono è così scortese. Perché mi fa storie anche per darmi lo spazzolino. Il mio rasoio. Che se ne fa se non ha mai avuto la barba? I conti non tornano. Ma non sono tipo da voler capire sempre. Né tutto. Certo devo lasciare una casa ancora mia.
Devo adattarmi; io. Un micromini in affitto. Una sistemazione provvisoria. In attesa di non so cosa. E di sistemarmi meglio. In fondo mi ha dato tutto. Tutto quello che poteva darmi. I suoi anni più belli. Un sacco di bei ricordi. Restano questi la mia compagnia. E non sento di aver abbastanza da rimproverarle. Avrei bisogno di un bicchiere di vino per un po’ di colore, per fingere la mia consueta allegria.
In bagno non c’è lo scopino. Cerco di sistemare un paio di porte dell’armadio che stanno su per abitudine. Senza nessuna fretta che avanzi la notte. Poi prendo l’elenco telefonico per leggere qualcosa. La televisione non mi va e nella neve si vedono appena figure indistinte. La notte è un ammasso di neri con una luna assassina. Il silenzio sembra fatto di pietra e uova marce. Si rompe il cellulare. Tagliato completamente fuori imparo cosa vuole dire essere veramente solo. Solo con il sospetto che non basti l’amore. Che non basti l’amore nemmeno per salvare l’amore; una coppia. Non c’è nulla da ricominciare. Come se fossimo semplicemente vittime di niente.

103) Il buio oltre la siepe

In Un libro al giorno on 17 settembre 2010 at 8:00

Jem, mio fratello aveva quasi tredici anni all’epoca in cui si ruppe malamente il gomito sinistro. Quando guarì e gli passarono i timori di dover smettere a giocare a palla ovale, Jem non ci pensò quasi più. Il braccio sinistro gli era rimasto un po’ più corto del destro; in piedi o camminando, il dorso della sinistra faceva un angolo retto con il corpo, e il pollice stava parallelo alla coscia, ma a Jem non importava un bel nulla: gli bastava poter continuare a giocare, poter passare o prendere il pallone al volo. Poi, quando di anni ne furono trascorsi tanto da poterli ormai ricordare e raccontare, ogni tanto si discuteva come erano andate le cose, quella volta. Secondo me tutto cominciò a causa degli Ewell, ma Jem, che ha quattro anni più di me, diceva che bisognava risalir molto più indietro, e precisamente all’estate in cui capitò da noi Dill e per primo ci diede l’idea di far uscire di casa Boo Radley.

Soluzione
Titolo: IL BUIO OLTRE LA SIEPE
Autore: HARPER LEE

tema: Il libro tocca il tema più importante degli Stati Uniti degli anni ’30, ovvero il razzismo. Quando fu pubblicato questo romanzo negli USA, era ancora in atto la segregazione razziale dei neri. Anche ai tempi in cui il romanzo è ambientato, sussistevano sentimenti di odio nei loro confronti, specialmente negli Stati del sud. Il romanzo tratteggia i diversi comportamenti nel campo dell’integrazione delle comunità: chi sostiene la segregazione (Bob Ewell, per esempio), chi invece vuole superarla (Atticus) e chi presenta comportamenti contraddittori (p. es., la maestra di Scout, che pur odiando Hitler è contraria all’uguaglianza delle persone di colore). Anche i ragazzi imparano a superare la “paura del diverso” che hanno nei confronti di Boo. Avevano accettato il pregiudizio che egli fosse una persona violenta e, quindi, da evitare. Ma quando si accorgono di tutto ciò che egli fa per loro, scoprono di averlo mal giudicato. Il messaggio dell’autrice, quindi, è di imparare a conoscere il prossimo, senza cadere in facili pregiudizi, come invece è accaduto, per esempio, ai giurati. È su questo che si fonda il razzismo. Il romanzo è lo spunto per una riflessione su questo tema. Anche il sindaco di Chicago, nel 2001, ha consigliato la lettura di questo libro ai concittadini e ne ha fatto acquistare numerose copie da distribuire nelle biblioteche.[1]

55) Una notte in Italia

In Una canzone al giorno on 2 agosto 2010 at 12:00

E’ una notte in Italia che vedi
questo taglio di luna
freddo come una lama qualunque
e grande come la nostra fortuna
la fortuna di vivere adesso
questo tempo sbandato
questa notte che corre
e il futuro che arriva
chissa’ se ha fiato
E’ una notte in Italia che vedi
questo darsi da fare
questa musica leggera
cosi’ leggera che ci fa sognare
questo vento che sa di lontano
e che ci prende la testa
il vino bevuto e pagato da soli
alla nostra festa
E’ una notte in Italia
anche questa in un parcheggio
in cima al mondo io che cerco
di copiare l’amore ma mi confondo
e mi confondono piu’ i suoi seni
puntati dritti sul mio cuore
o saranno le mie mani
che sanno cosi’ poco dell’amore
Ma tutto questo e’ gia’ piu’
di tanto piu’ delle
terre sognate
piu’ dei biglietti senza ritorno
dati sempre alle persone sbagliate
piu’ delle idee che vanno a morire
senza farti un saluto
di una canzone popolare
che in una notte come questa
ti lascia muto
E’ una notte in Italia
se la vedi da cosi’ lontano
fra quella gente cosi’ diversa
in quelle notti che non girano
mai piano io qui ho un pallone
da toccare col piede
nel vento che tocca il mare
e’ tutta musica leggera
ma come vedi la dobbiamo cantare
e’ tutta musica leggera
ma la dobbiamo imparare
E’ una notte in Italia che vedi
questo taglio di luna
freddo come una lama qualunque
e grande come la nostra fortuna
che e’ poi la fortuna
di chi vive adesso questo tempo
sbandato
questa notte che corre
e il futuro
che viene a darci fiato

Soluzione
Titolo: UNA NOTTE IN ITALIA
Autore: IVANO FOSSATI

52) Amico fragile

In Una canzone al giorno on 30 luglio 2010 at 12:00

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo, “Se mi vuoi bene piangi ”
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo “Mi ricordo”:
per osservarvi affittare un chilo d’erba
ai contadini in pensione e alle loro donne
e regalare a piene mani oceani
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di voi.

E poi sorpreso dai vostri “Come sta?”
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo “Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”
“Lo sa che io ho perduto due figli”
“Signora lei è una donna piuttosto distratta.”
E ancora ucciso dalla vostra cortesia
nell’ora in cui un mio sogno
ballerina di seconda fila,
agitava per chissà quale avvenire
il suo presente di seni enormi
e il suo cesareo fresco,
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra.

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a farle spalancarsi la bocca.
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me.
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo.
Potevo chiedere come si chiama il vostro cane
Il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero.
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.

Soluzione
Titolo: AMICO FRAGILE
Autore: FABRIZIO DE ANDRE’

Quelle notti…

In Amici, musica, personale, Venezia on 30 luglio 2010 at 10:10

Stava ascoltando quella canzone e pensava che a volte anche le sue notti non avevano meta. Oppure se un posto c’era dove finire quello era arrivato dopo. Succedeva spesso d’estate, quando non c’era un filo d’aria a muovere dolcemente le tende della sua stanza, a casa di Nichi. Per anni era stata sola in quella casa. Nichi non trovava pace e si spostava di città in città a seconda del suo umore. Era un’ottima amica per condividere l’appartamento, ma non c’era mai. Non che a stare sola si trovasse male, ma a volte… appunto, ci sono certe notti che non ce la fai.
Ti prende quella smania, quel languore, un formicolio dentro ai polmoni, se non proprio lì, almeno nella cassa toracica, in un luogo più vasto del cuore, che proprio non ce la fai a stare ferma e devi uscire, incontrare, parlare o anche solo tacere ed ascoltare. Ecco “quelle notti” Rossana usciva a perdersi e trovarsi nel chiaroscuro della strada.
Rossana non aveva un bel carattere. Non amava dipendere da qualcosa. A volte rinunciava persino al caffè del mattino, non lo voleva se diventava un’abitudine. Ecco, come le sigarette, non ci aveva mai preso il vizio, sempre per la sua mania di controllo. Ma certe notti il controllo non lo voleva più. Usciva e andava all’avventura. Niente di perverso s’intende. Non andava in cerca di uomini sconosciuti, non sapeva che farsene. Non voleva essere notata, di quello ne poteva avere di giorno. Ma la notte era diverso. Lei voleva vivere e respirare la notte. Lei voleva essere protagonista, come in genere le ragazze non potevano essere mai.
Se proprio avesse dovuto pensarci, uscire per strada da sola di notte, nessuno lo consigliava. A parte i suoi, che l’avevano tenuta segregata sempre, tanto per non sbagliare. Ma adesso che dalla sua famiglia aveva preso le distanze, ad uscire ci provava proprio una grande soddisfazione. Nella sua città poi, la notte era magica. C’era il solo pericolo di perdere la voglia di rientrare.
Andare per strada senza meta era liberatorio. Era talmente curiosa e desiderosa di “vedere” che non le sfuggiva nemmeno un’ombra o una luce o un rumore antico o nuovo. Ma non sempre era così. A volte non voleva vedere nessuno e prendeva le strade meno frequentate e più buie. Ma quelle erano notti estreme e disperate, dove nessun coraggio ti potrebbe aiutare. A volte invece passava a vedere se c’era qualcuno da Marga. Non che Marga fosse la persona più socievole che esistesse in città, ma lì da lei si conoscevano tutti, alcuni si fermavano a mangiare e poi si stava ore a parlare. Almeno finché lei non si preparava per tornarsene a casa. Faceva tintinnare le chiavi: “Ragazzi, per stanotte chiudo.” E non c’era da protestare. Lei su quello era rigida. Se era stanca chiudeva e se ne andava. Se non aveva voglia, manco apriva, così non si doveva sbattere per i nottambuli come noi.
Rossana sapeva che se vedeva la luce accesa c’era qualcuno nel “club”. Voleva dire che Marga ti apriva la porta e ti offriva, se erano rimasti, gli avanzi della cena. Voleva dire che c’era del vino sul tavolo e qualcuno seduto attorno a parlare. Molto spesso era interessante ascoltare. Altre volte Rossana aveva voglia di intervenire, di essere protagonista.
La prima volta c’era stata con Carlo. Lui di notte aveva dei posti fissi. Se li passava tutti prima di andare a dormire. Abitudine. Marga era un luogo segreto che voleva condividere con lei, appunto il “club”. A volte, quando la proprietaria ne aveva voglia, preparava uno strano Mussaka con tutto quello che trovava nel frigo. Una ricetta tutta sua che non si era vista mai, ma che incontrava i gusti di tutti.
Rossana ci era tornata al “club” anche senza Carlo, con i suoi vecchi amici. Erano proprio le serate più strane. Quelle notti che per un improvviso temporale, ti trovavi a doverti riparare dalla pioggia, oppure perché la strada era diventata insopportabilmente vuota.
Insomma c’era notti e notti… diverse solo per l’umore che Rossana aveva oppure solo insonni perché così la gioventù impone o solo perché in certe notti dormire è un’offesa all’insostenibile voglia di vivere.
Quelle notti avevano una musica dentro. Un ritmo che assomigliava al battito del cuore.
Rossana a quelle notti era incapace di dire di no.

51) Certe notti

In Una canzone al giorno on 29 luglio 2010 at 12:00

Certe Notti la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei.
Certe notti la strada non conta e quello che conta è sentire che vai.
Certe notti la radio che passa Neil Young sembra avere capito chi sei.
Certe notti somigliano a un vizio che tu non vuoi smettere, smettere mai.
Certe notti fai un po’ di cagnara che sentano che non cambierai più.
Quelle notti fra cosce e zanzare e nebbia e locali a cui dai del tu.
Certe notti c’hai qualche ferita che qualche tua amica disinfetterà.
Certe notti coi bar che son chiusi al primo autogrill c’è chi festeggerà.

E si può restare soli, certe notti qui, che chi s’accontenta gode, così così.
Certe notti o sei sveglio, o non sarai sveglio mai, ci vediamo da Mario prima o poi.

Certe notti ti senti padrone di un posto che tanto di giorno non c’è.
Certe notti se sei fortunato bussi alla porta di chi è come te.
C’è la notte che ti tiene tra le sue tette un po’ mamma un po’ porca com’è.
Quelle notti da farci l’amore fin quando fa male fin quando ce n’è.

Non si può restare soli, certe notti qui, che se ti accontenti godi, così così.
Certe notti son notti o le regaliamo a voi, tanto Mario riapre, prima o poi.

Certe notti qui, certe notti qui, certe notti qui, certe notti….
Certe notti sei solo più allegro, più ingordo, più ingenuo e coglione che puoi
quelle notti son proprio quel vizio che non voglio smettere, smettere, mai.

Non si può restare soli, certe notti qui, che chi s’accontenta gode, così, così.
Certe notti sei sveglio o non sarai sveglio mai, ci vediamo da Mario prima o poi.

Certe notti qui, certe notti qui, certe notti qui

soluzione
Titolo: CERTE NOTTI
autore: LUCIANO LIGABUE


42) La metamorfosi

In Un libro al giorno on 20 luglio 2010 at 8:00

Una mattina, svegliandosi da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò nel suo letto trasformato in un insetto mostruoso.
Era disteso sul dorso, duro come una corazza, e se alzava un poco il capo poteva vedere il suo ventre bruno convesso, solcato da nervature arcuate, sul quale si manteneva a stento la coperta, prossima a cadere per terra. Le sue numerose gambe, pietosamente sottili in confronto alla sua mole, gli si agitavano davanti agli occhi.

Soluzione
Titolo: LA METAMORFOSI
Autore : FRANZ KAFKA

trama: È la storia di un uomo comune, Gregor Samsa, un modesto impiegato che un mattino si sveglia e si accorge di essersi trasformato in un insetto mostruoso (uno scarafaggio). La prima reazione dell’uomo non è di sgomento, né di meraviglia per il suo nuovo stato, ed anzi si preoccupa più del modo in cui andare al lavoro (è commesso viaggiatore) in quelle condizioni, tenendo conto anche del fatto che è in ritardo. Nonostante i suoi tentativi di tenere nascosta la sua situazione al resto della famiglia, al procuratore, ed al suo datore di lavoro, questi ultimi riescono ad entrare nella stanza. Il terrore che colpisce i suoi familiari ed il procuratore, tuttavia, li obbliga a richiudere immediatamente la porta, spingendo il povero Gregor dentro con un bastone. La vista di Gregor in quelle condizioni porta a reazioni di orrore in tutti loro (la madre sviene, il padre piange ed il procuratore ha un gesto d’orrore).
Il resto del racconto narra della nuova vita di Gregor Samsa, abbandonato da tutti tranne che dalla sorella Grete che si preoccupa di lui e gli procura il cibo. Le reazioni del padre e della madre sono tuttavia ancora ostili: una volta Gregor prova ad uscire dalla sua stanza, provocando lo svenimento della madre e l’attacco del padre con il lancio di alcune mele: una di queste lo colpisce e lo ferisce. Gregor inizia, pur mantenendo le sue facoltà intellettuali, a comportarsi come un vero scarafaggio, seguendo i suoi istinti di insetto, provando perfino soddisfazione nel camminare sui muri o nel mangiare cibo stantìo e andato a male.
Dopo poco tempo, tuttavia, Gregor viene completamente abbandonato a sé stesso, anche dalla sorella che nel frattempo ha trovato un lavoro. Agli occhi della famiglia, egli è divenuto un peso, visti anche i problemi economici che i familiari devono affrontare a causa della perdita del lavoro di Gregor, unico componente della famiglia che lavorava. Il padre, con cui aveva avuto dei contrasti, arriva persino a pensare a come liberarsi del figlio, visto ormai solo come un mostro. Gregor comincia a star male, a rifiutare il cibo che gli viene offerto fino a giungere ad una morte lenta, causata dalla ferita provocatogli dalla mela che il padre gli lanciò, rimasta conficcata nella sua schiena.
Si sbarazza infine del cadavere di Gregor la governante ad ore della casa, mentre la famiglia spera in una ripresa dalla crisi finanziaria con un matrimonio conveniente della figlia, che, divenuta una bella ragazza, si avvicina all’età del matrimonio. Il racconto infine si conclude con il trasloco dell’intera famiglia in una dimora più piccola, iniziando così una nuova vita, dimenticando per sempre Gregor. (da wikipedia)

2) Babbo in prigione

In Una canzone al giorno on 9 giugno 2010 at 13:11

Stella guarda la luna,
la luna guarda Stella.
La notte è bella
è bella e profumata
di aranciata e di menta.
Stella è contenta,
che babbo se ne è andato.
Che babbo è via lontano.
E mamma lava i piatti e canta piano.

FRANCESCO DE GREGORI


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