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Dentro alle antiche mura (di Franca Bastianello)

In amore, Viaggi on 26 gennaio 2015 at 17:25

rapper

Un viaggio in Palestina ti fa capire la differenza tra muri e mura. Una differenza abissale che contrappone il cemento armato alle calcinate antiche mura delle città.
La città antica di Gerusalemme, dove le mura, ti raccontano una storia radicata profondamente e il Muro della vergogna che percorre e divide questa terra martoriata, ci conferma che la voglia di possesso uccide l’umanità.
E’ di Nablus che comincio a capire, dopo tre viaggi e tre visite al suo interno, solo ora comincio a sentire il suo “dentro le mura”.
Questa volta ci arrivo, ma è festa e il mercato è chiuso. Le strade sono vuote di rumori, odori e colori. Ma proprio in questo silenzio che i muri ti sanno parlare di più, le parole sussurrate sono più intime, o forse solo io adesso riesco a capire la loro cantilena antica.
Come molte città palestinesi, fu centro di battaglie e intifade, di rivolte e distruzione, continuano sui muri i ricordi dei martiri di ieri e di oggi. Mi guardano i vecchi archi, come occhi svuotati, delle vecchie case e delle fabbriche di sapone. I negozietti sempre così vivaci, le vetrine che ospitavano tutti quei dolcetti così tentatori. Oggi mi raccontano un’altra storia. E quel dolce particolare dal colore ambrato che ti chiama dalla strada a cui io non ho mai ceduto. Oggi non inventa nuove parole per me. Oggi sulla strada è quasi buio, nessun dolce a farci l’occhiolino, solo un palestinese dal nome Giuseppe, sposato con un’italiana, che ci accoglie con il suo italiano un po’ stentato, ma davvero ammirevole. E’ seduto su una sedia a rotelle e ci sorride mettendo in mostra molti buchi e qualche dente resistente.
Mi ricordo che le altre due volte avevo incontrato, proprio su quella piazza, il vecchietto col motorino. Non proprio un motorino classico, ma una sedia da invalido, montata su un motorino. Ricordo quanto ne andasse fiero, e quanto fosse orgoglioso di farsi fotografare. Neanche a dirlo, lo ritrovo duecento metri più avanti, sempre con lo stesso nipotino, ormai cresciuto, stavolta cammina con le sue gambe e un bastone. Si sarà rotto il motorino? Difficile chiedere, difficile farsi capire, ma anche lui sorride con i suoi spazi mancanti tra i denti.
Ma l’immagine si amplia in questa nuova relazione con la città di Nablus: in piazza due vecchietti, oltre i vetri della loro casa, stanno fumando il narghilè in silenzio, intenti a guardare il vuoto della piazza.
Che strano momento per entrare nelle mura di questa città e negli spazi di questi vecchi palestinesi in attesa… ma in attesa di cosa?
Forse il maggior effetto di questo momento di simbiosi con queste vecchie mura è che fino ad un’ora prima stavo al Centro Human Supporters, pieno di giovani attivi e simpatici, con un sacco di voglia di fare. Ragazzi che danno una mano ad altri ragazzi e bambini, per rendere più accettabile la loro vita difficile. Giovani che non avevano esitato a mettere in pericolo la loro vita, per portare cibo e cure alle persone che non potevano uscire durante i coprifuoco. Ragazzi che sognano un’altra vita, in un paese loro, libero da ogni oppressione. Pronti a ridere e scherzare e a fare musica, come i loro amici rapper, giovanissimi, che ci hanno accolto con uno spettacolo estremamente incongruo in quel cortile interno del Centro, sotto un telone distrutto dalla neve dell’anno scorso, e gli allegri passi di danza dei ballerini di dabka palestinese. Con nelle orecchie quella musica e negli occhi quei sorrisi percorrevo ora quel souk spopolato e triste.
Ma è solo una mia percezione. Nablus è una città grande e viva di 135.000 abitanti, ha solo un piccolo centro antico che è stato sventrato non molti anni fa, dall’esercito israeliano, dove i martiri si contano e si leggono ad ogni angolo di strada, dove la vita fa fatica ad emergere dalla morte, dove la vecchiaia sembra sovrastare la gioventù.
Tranne al Centro Human Supporters, lì era scoccata una scintilla che non si è mai sopita nel cuore palestinese, la forza e il coraggio di resistere con la ragione dalla loro parte. Sarà poco, sarà tanto, non so, ma questo basta e non retrocedere mai. A camminare mano nella mano in una staffetta solidale per la libertà.

Pensa agli altri (di Fiorenza Borghese)

In amore, Viaggi on 26 gennaio 2015 at 9:04

beduina

PENSA AGLI ALTRI
Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri.
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmoud Darwish (trad. di Asma Gherib)

Il viaggio dell’anima
La valigia è quasi vuota, dentro ci sono ancora pezzetti del viaggio: pesciolini di vetro, presepi di legno, saponi di Nablus, ricordi di Al Kamandjati. Al ritorno non si è veramente tornati, molte cose si agitano dentro e mi tengono legata a paesaggi, colori, profumi di spezie, alle mura di Gerusalemme, ai bambini che sorridono. “…si sa come si parte ma non si conosce il cambiamento che si farà, e in qualche modo cambierete statene certi.”, aveva scritto Franca nella sua prima mail. In Palestina bisogna andarci accompagnati dalla voce appassionata di Luisa che arriva dovunque e che tutti conoscono, per raggiungere villaggi beduini e campi profughi ed ascoltare il racconto di chi resiste all’occupazione. E bisogna andare anche a Hebron, città-fantasma.

Brandelli di Hebron-Al-Khalil
Il groviglio di muri, divisioni, chiusure, check-point, gabbie, reti, blocchi che feriscono la Palestina si fa ancora più intricato a Hebron, H1-H2, dove gli insediamenti israeliani sono nel cuore della città, e coloni integralisti, protetti da soldati e loro stessi armati, tengono sotto scacco la popolazione palestinese con violenze ed angherie d’ogni sorta. Shuhada Street, la strada del commerci e del mercato, è chiusa da anni ai palestinesi, presidiata dall’esercito d’Israele, vi hanno accesso solo gli israeliani ed i turisti : ciò, paradossalmente, per la sicurezza dei coloni dopo l’eccidio alla moschea compiuto dal colono Goldstein nel ’94. I palestinesi sono perciò costretti a compiere tortuosi percorsi di chilometri per arrivare in posti altrimenti raggiungibili in pochi minuti a piedi.
Arriviamo a Hebron in una giornata livida che pare in sintonia con il luogo. Arranco con gli altri dietro a Mike, cercando di seguire il suo racconto sempre prezioso, su per un viottolo attraverso un campo di antichi olivi, in gran parte bruciati dai coloni: in cima ad un’ altura da cui si domina la città c’è la sede di Youth Against Settlements, un gruppo di attivisti impegnati a contrastare la costruzione e l’espansione di insediamenti israeliani attraverso la resistenza non violenta. Dietro di noi, a distanza di pochi metri, una casa requisita e presidiata da soldati israeliani.
Issa Amro, coordinatore di YAS, ci illustra le numerose attività del centro e racconta i soprusi, le violenze, gli arresti ingiustificati subìti, il lavoro fondamentale che YAS svolge per documentare l’ illegalità con foto e videocamere. Intanto vanno su e giù dalla minuscola cucina, donne, uomini e ragazzini con piatti e vassoi ricolmi: siamo oltre 50 e più tardi troveremo le tavole generosamente apparecchiate sul retro, fuori e dentro la casa, per un pranzo sotto gli occhi del soldato israeliano chiuso nella sua garitta .
Dalla sede di YAS per una discesa sgarrupata di sassi e terra arriviamo poi a Shuhada Street dove incrociamo subito dei coloni all’uscita della sinagoga dopo i riti del sabato (tra loro una donna con un sorriso raggelante proclama: “Israel is our land, all Israel is our land!”). Shuhada Street è deserta, le imposte verdi dei negozi sbarrate e scolorite, i portoni delle case sigillati. La percorriamo sotto la pioggia, Luisa in testa al piccolo corteo con il cartello Open Shuhada street. Ma Issa e gli altri attivisti non possono camminare con noi, passeranno attraverso i campi e il cimitero per ritrovarci al checkpoint d’ingresso al suq. Ci soffermiamo sotto l’abitazione di Zleikha che, rispondendo al richiamo di Luisa, compare sul balcone chiuso da una griglia di metallo che la protegge dai lanci di pietre dei coloni. Zleikha sorride, ci saluta; lei, palestinese, è da anni prigioniera in casa sua, non può mettere piede in Shuhada street, non può passare dal portone, deve attraversare passaggi aperti nelle case dei vicini per uscire sul retro. Come raccontare questo sistema diabolico di apartheid? Ci passano accanto saltellando due ragazzine bionde: ci guardano e sorridono di sfida o è il disagio di chi ha paura perché si è rinchiuso in un isolamento malato, in un luogo violato nella sua antica bellezza. Anche queste adolescenti aizzano i cani contro inermi palestinesi e lanciano spazzatura e liquami dalle finestre? Con senso di spaesamento e d’ inquietudine, mi trovo dentro un paesaggio surreale come quello dei sogni o dei rebus, dove le figure sono accostate in modo incongruo.
Emozioni contrastanti, ma anche tanta energia positiva che arriva dalla tenacia con cui in Palestina si resiste all’ingiustizia e all’illegalità dell’occupazione. Le persone che abbiamo avuto il privilegio di incontrare difendono palmo a palmo la loro terra, piantano olivi, portano avanti progetti di salvaguardia delle loro radici, delle tradizioni artigianali, di educazione e cura dei bambini, di emancipazione delle donne. L’uomo delle mandorle accovacciato accanto al fuoco resiste nella sua casa, l’inarrestabile Yasmeen scalerà anche il K2, i musicisti di Al Kamandjati sfidano i controlli suonando alla Porta di Damasco e ai check-point, il professore israeliano da dodici anni dedica lo shabbat alla protezione del villaggio di At-Twani E Rami e Bassam ci toccano il cuore perché in fratellanza cercano giustizia e non vendetta. In tutti loro è riposta la nostra speranza che l’ostinata formica di Daniela sul muro di Betlemme prima o poi ce la farà.

Palestine on the road… storie di amicizia e di coincidenze

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 4 marzo 2014 at 18:24

zia 1 MuradDi questo viaggio non scriverò le mie impressioni sull’inferno di Hebron, o meglio Al Khalil, perché ci sono viaggiatori che ne hanno scritto emozionandomi tanto, trasmettendomi sensazioni che sono difficili da trasformare in parola.
Andare per la Palestina non ti consegna mai un vuoto ed un abbandono così agghiacciante come in Shuhada street, quella strada di Hebron, nella zona destinata ad essere una città fantasma all’interno di una vera città palestinese, incupita e straziata dall’apartheid dell’occupante.
Andare per le strade in Palestina, vuol dire correre per strade palestinesi che diventano di esclusivo uso israeliano. Basta guardarsi in giro, ogni villaggio subisce atti di vero ostruzionismo e apartheid da parte di Israele. Strade chiuse da gate, da cubi di cemento, da montagne di detriti e sassi. La Palestina non esiste e pertanto non ha strade, non ha abitanti, non ha vita né sogni, non ha cultura, non ha nome. E’ invisibile a tutti, o almeno quasi tutti, non per la politica di Israele, non per l’esercito di occupazione; lì le regole sono fisse: levare ai palestinesi l’identità e farli sloggiare, sparire.
E’ l’ultimo giorno di Palestina. Si dovrebbe andare tutti nella Valle del Giordano a capir meglio cos’è lo sfruttamento delle risorse e il furto dell’acqua in Palestina. Altra triste pagina sui diritti negati ai palestinesi e sul loro destino.
Noi e Luisa però abbiamo un’altra visita da fare, anzi non una bensì due. Stavolta si parte da Betlemme, quindi il tassista rimane lo stesso, possiamo partire e tornare con lui ed è già una buona cosa.
Un’altra difficoltà sarà come trovare i luoghi senza indicazioni stradali, per esempio provate ad andare a Kufr Qaddom, un villaggio a ovest di Nablus, a cui ci si arriva solo per una strada “alternativa” che alternativa è a dir poco.
A parte che nessun villaggio Palestinese ha più l’onore di avere un nome e un’indicazione stradale, a Kufr Qaddom hanno anche portato via la strada per arrivarci. La scusa è che lì intorno ci sono quattro insediamenti di coloni che, oltre ad impossessarsi di molti dunum di terreno agricolo del villaggio, si sono pure portati via la strada di accesso al villaggio.
Noi a Kufr Qaddom ci andiamo per trovare Murad, coordinatore del comitato popolare per la resistenza non violenta e Sameer, il sindaco palestinese più simpatico che c’è. Amici conosciuti quando sono stati ospiti in Italia. Murad è uscito da poco dal carcere, è stato arrestato di notte, tirato giù dal letto nella sua casa, davanti ai suoi quattro bambini, l’ultima appena nata.
Andarli a trovare è un’impresa, nessun navigatore che ci dia una dritta, nessuna segnaletica, ma ci arriviamo ovviamente per la strada sbagliata, la principale, in due minuti saremmo arrivati al villaggio, guardando in lontananza si vedono le prime case, ma niente, ci troviamo di fronte ad un gate giallo sbarrato con una garritta deserta. Sulla destra spuntano le prime case di Qadumim, pure il nome si sono fregati questi ladri di identità e di terra.
Impossibile passare. bisogna tornare indietro e noi vogliamo arrivare sia per vedere i nostri amici sia per capire cosa vuol dire essere palestinese da queste parti.
Ed è difficile, difficile, chiediamo indicazioni, nessuno sa dirci con certezza qual è la strada, superiamo villaggi, centri abitati, campi, ulivi, tanti ulivi, sassi ed ulivi. Ma la strada dov’è?
Finalmente troviamo una nuova ferita tra gli ulivi, è una nuova strada che passa tra i terreni coltivati e arriviamo a Kufr Qaddom. Il villaggio è antico, lo si capisce dalle vecchie case in rovina: archi a volta in pietra, angoli di distruzione.
Mi annoto che devo chiedere se sono solo antiche case abbandonate oppure distrutte dall’esercito. Qui e là sorgono nuove costruzioni, quelle sono un po’ pretenziose, mi fanno venire alla mente quelle di alcune nostre periferie della provincia italiana. Insomma quelle che sono la miglior espressione dei geometri dei nostri paesi agricoli. Perchè Palestina è anche voglia di normalità e desiderio di partire, di respirare aria libera, per poi magari poter tornare.
Kufr Qaddom, un villaggio diverso dagli altri, meno palestinese in qualche modo suo, che non riesco a capire. Però non fatevi ingannare… una strada chiusa e una economia messa in ginocchio, ha unito davvero più che un proclama.
Ed ogni venerdì escono i giovani e i meno giovani del villaggio fasciati nelle kefije o nei passamontagna, assieme agli internazionali armati di macchine fotografiche e cineprese, e marciano verso gli sbarramenti. E lì l’esercito li aspetta e spara di tutto: candelotti lacrimogeni, proiettili è acqua chimica puzzolente. La marcia è un trasporto di sassi che a volte si posano e altre si lanciano, e il bulldozer li sposta e le Jeep sparano e i soldati rincorrono con i fucili spianati e con i cani allevati per aggredire. Un gioco delle parti che lascia a terra feriti e contusi. Ogni settimana un bollettino di guerra, senza contare gli arresti durante la giornata di protesta, e uno o due giorni prima, senza contare i posti di blocco improvvisati, giovani fermati senza ragione, ma non serve un vero motivo a questo parallelo.
Arriviamo alla casa di Murad che si trova dietro alla curva sulla strada della vergogna. Ci aspettano in tanti: Murad sorridente, Sameer che ci abbraccia caloroso, altri che non riusciamo nemmeno a capire chi sono. Siamo confusi e frastornati, è bello ritrovare gli amici. Improvvisamente si materializza sulla strada una donnina minuta, vestita come le vecchie contadine palestinesi, o almeno come io ho sempre pensato fossero vestite: abito chiaro e lungo e velo bianco… Ho pensato in quel momento, rimanendo folgorata, che se questa donna ha un nome, dovrebbe essere Palestina.
E’ la zia di Murad, una coincidenza della vita che fa sorridere e scalda il cuore. Nella mia casa a Venezia abbiamo una bellissima foto di un fotografo palestinese, che avevamo preso in una manifestazione a Brescia: “Con la Palestina nel cuore”, quella foto la tengo in una stanza dove casualmente sono entrati sia Sameer che Murad per farsi consegnare una maglietta “Stay Human” in regalo. Murad stranito guarda la foto e dice: “Ma questa è mia zia!” ed eccola lì ad attenderci, come fossimo ospiti d’onore, nella strada rubata di Kufr Qaddom.
Una bella sorpresa davvero, tutto avrei pensato tranne conoscere la famosa zia: due grandi occhi luminosi e una dolcezza senza limiti, assieme a caparbietà e orgoglio. Si lascia fotografare come una regina anche se è l’ultima della terra. Sorride e alza il pollice ad ogni foto.
Dio che tenerezza la zietta. Potrebbe essere una nonnina, ma forse a guardarla bene non è così vecchia, potrebbe avere la mia stessa età, o al massimo quella di Luisa, ma diciano che gli anni lei li porta in modo diversamente anziano. Sulle rughe del viso si legge una volontà di ferro dietro ad occhi spauriti, che poi tanta paura non ce l’avrà se sfida l’esercito con i pugni o solo una ciabatta in mano.
Annoto che devo chiedere a Murad quanti anni ha la zia.
Salendo la lunga scala che porta alla casa di Murad guardo il portico con le piastrelle annerite dai candelotti lacrimogeni sparati la notte del suo arresto.
In alto ci attende una grande sala luminosa. Una veranda trasformata nel salotto buono di casa, pieno di divani comodi e poltrone per le riunioni famigliari o per quelle del Comitato. Penso ai soldati che sono entrati nell’intimità di quella casa e che si sono portati via il nostro amico tra le lacrime e lo spavento dei suoi bambini.
Ricordo con smarrimento quando Murad parlava dall’Italia con il figlio e con che dolcezza lo tranquillizzava e gli spiegava che era distante, ma non era stato preso dall’esercito, che era lontano per altre ragioni e che non doveva preoccuparsi perchè stava bene e che sarebbe tornato presto.
In Palestina s’impara presto ad andare a patti con la paura.
Arrivano i suoi bambini due maschi e una femmina. Il più grande è uguale al padre, stessi occhi e stesso sorriso. Il padre dice che è il primo della classe, non stento a crederlo, ha gli occhi di un bambino molto intelligente. Il più piccolo dopo poco scappa via, mentre la bambina mi osserva incuriosita, ma quando la guardo distoglie subito gli occhi. Timidezza? Guarda me come se vedesse un oggetto non di questo mondo. Mi sento davvero strana e mi chiedo se la colpisce più il fatto che ho i capelli rossi oppure perchè all’età della sua nonna porto i capelli senza coprirli con un velo. Potessi chiederglielo lo farei. Potessi capire cosa diconono i suoi occhi lo farei subito. Vorrei capire perchè siamo così simili eppure così diverse.
E’ strano il forte desiderio che ho di capire le donne palestinesi, e non è la stessa curiosità che mi spinge a conoscere le storie di qualsiasi altra donna, di qualsiasi altra parte del mondo. E’ qualcosa di diverso, qualcosa di più sottile e complicato. Di fronte a loro ho come la sensazione di aver perduto qualche passaggio.
Il mio femminismo è guardingo con le palestinesi. Sono donne straordinarie, a volte anche molto belle, ma piene di passione e forza. Istinti che forse noi abbiamo perduto lungo la nostra storia. Mi sento stranamente anacronistica con le mie povere certezze di donna che ha fortemente lottato per la sua indipendenza ed emancipazione.
Intanto la bambina mi guarda di sottecchi ed io penso alla sorellina appena nata e alla sua mamma sicuramente giovane e bella. Penso che la loro vita è doppiamente complicata, certo a causa dell’occupazione che condiziona tutte le loro giornate e forse anche per quella situazione femminile, pure qui, non del tutto chiarita. Difatti la moglie di Murad non la vedremo, anche se questo può non voler dire nulla. Dopo aver bevuto il succo di frutta e il buon te dolce con i biscotti, salutiamo i nostri amici con un caldo abbraccio e partiamo per Nablus. Dobbiamo andare a teatro e ci stanno aspettanto, il tempo qui a volte si dilata all’infinito e a volte passa troppo in fretta. Inutile dire che lasciamo il nostro cuore sulla porta di casa di Murad e Sameer. Un abbraccio per tutti e un bacio sulla fronte a quel bambino dagli occhi vispi e dai capelli dal vago profumo della menta dei campi.
Arrivederci a presto amici. Ciao bambini e tu ragazzina ricorda, c’è un altro mondo fuori, puoi vederlo anche tu, e dopo puoi tornare, perchè ogni partenza è l’inizio di un nuovo ritorno, ed è bello poter tornare a casa.

ziakufrqaddum

Jenin Jenin

In Amici, amore, Anomalie, Viaggi on 13 gennaio 2013 at 22:22


E passano i giorni ed io non sono ancora tornata. Se quello in Palestina doveva essere un viaggio di conoscenza, ho come l’impressione di aver perso la bussola e che è proprio per quello che fatico a tornare.
Non era sembrato difficile entrare e tanto meno sembrava difficile circolare in quel territorio fino al momento che mi sono accorta di girare per le strade dei padroni e che tutte le strade che dai villaggi dovrebbero unirsi alla via principale sono state sbarrate. Lì la fantasia degli occupanti si è sbizzarrita, massi e cubi di cemento, montagne di terra e sassi, buche scavate con le ruspe… e se qualcuno riesce ad uscire al primo controllo gli confiscano l’auto o il trattore… Perchè i palestinesi dovrebbero usare il trattore, se quella non è più la loro terra?
Ogni giorno del mio viaggio un peso maggiore nel cuore, palestinesi e beduini sempre la stessa storia. Si tira su con fatica una casupola, una stanza in più, un pezzettino di orto, si curano le antiche piante di ulivo e quelli arrivano con le ruspe e te le buttano giù, sradicano gli alberi centenari e ridono… ridono.
Tu tenti la strada della Corte di Giustizia perchè quella è comunque la tua terra, la tua casa e consegni le carte che certificano senza alcun dubbio il tuo diritto, ma c’è una nuova legge, c’è un nuovo cavillo, un disegno di menti contorte… tu sei sbagliato e fuori posto, mentre loro, i coloni, che appartengono alle colonie chiamate allegramente, pure da loro, illegali, dei documenti non ne hanno bisogno e ti ridono in faccia.
La terra gliel’ha consegna dio, dopo avergliela lungamente promessa. E scusate se a questo dio non posso attribuire una lettera maiuscola. Un dio così è a servizio del potere, è usato come frusta e fucile, come carcere e legge terrena che rende un essere umano eletto e l’altro paria. Un dio di distruzione e di ingiustizia.
Ma nemmeno il giudizio della Corte di Giustizia che sospende l’assalto al villaggio, nato dalla disperazione e dal coraggio dei Comitati popolari, riesce a fermare l’esercito più etico al mondo. A Bab Al Shams, la “Porta del sole” , stanotte hanno sfollato i nostri amici che avevano occupato con le tende altra terra destinata a 4000 coloni. Li ho visti e riconosciuti erano i nostri amici, quelli incontrati nel nostro viaggio, quelli a cui ora so attribuire un nome e una storia. Quelli che oggi sono i miei fratelli con i quali vorrei condividere la speranza. Ma speranza non c’è. E’ deludente, ma la speranza è una dote che non abbandona i palestinesi ed invece abbandona me.
Comunque inutile tergiversare, in questo viaggio di conoscenza, Jenin era lì ad aspettarmi. Non avevo le idee chiare di cosa fosse un campo profughi palestinese, trasformato in villaggio, distrutto e poi ricostruito, sembra tutto facile come se fosse la cosa più normale del mondo.
Io avevo conosciuto la Jenin del libro di Susan Abulhawa: quel dolce padre saggio e coraggioso che insegnava ai figli l’amore per la loro terra, quel padre che era la loro famiglia, quel coraggio con non poteva salvarlo.
Entrare a Jenin era come entrare in un mondo parallelo, fatto di parole e immaginazione. Ma nè le une nè l’altra corrispondevano alla realtà.
Per me Jenin significava il sole dolce delle sue mattine, un palco umano per i sogni dei bambini di Arna Mer e Juliano Mer Khamis, un po’ di realtà e tanta finzione per poter sopravvivere alla bruttura di questa esistenza. E bambini ne vedo, mi chiamano dentro le case e vogliono farsi fotografare, e ridono e recitano la loro infanzia che sopravvive malgrado tutto. Andiamo al Freedom Theatre, il miracolo di Arna e Juliano. Le loro foto. Arna, senza capelli, scavata dal male che la porterà alla morte e Juliano, un uomo bellissimo, anzi più che bello, un uomo affascinante, ammaliatore… ma non riesco a far a meno di rividere il suo funerale: i ragazzini che piangono e la musica che corre e lui che non c’è più ammazzato come un cane per la strada.
Ci accolgono con un buon caffè al cardamomo, ne berrò a litri, come berrò molto tè alla menta zuccherato e rigeneratore, a volte ci ha scaldato, a volte dissetato, fantastico è il tè preso sui bicchieri di vetro nelle case palestinesi, una carezza per tutti, un sorriso di benvenuto.
Fuori del teatro il sole ci aspetta… fa caldo, noi non ce lo aspettavamo… da noi giornate fredde e nebbiose ed io stavo smaltendo la fine di un’influenza che mi aveva squassato con febbre alta e raffreddore. Ma quel tepore mi rimetteva in sesto, ma allora non era vero che la temperatura era come da noi. Non sapevo che quando saremmo ripartiti la neve avrebbe ricoperto quelle case, quella terra martoriata, le cupole di Jerusalem e gli ulivi sopravvissuti alla follia umana.
Ci spostiamo a Nablus, vecchia città dell’olio di oliva buono e delle fabbriche di sapone, ma tutto muore anche l’operosità di un popolo in catene. La città che si nasconde sotto i portici e le stradine nascoste. Una città ferita dai carri armati, caterpillar contro sassi, non c’è resistenza che tenga. La loro pace si chiama deserto.
Le tende vuote di Bab Al Shams non sono state ancora distrutte, ma ironia della sorte, forse dopo averle violentemente svuotate dagli esseri umani, l’esercito aspetterà che si pronunci la Corte di Giustizia israeliana… che ridicola presa in giro. Ma torneranno le Porte del sole a riempire di speranza questa terra dimenticata, e io sarò ancora lì con voi, con i miei nuovi amici, e per sempre.

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