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Dentro alle antiche mura (di Franca Bastianello)

In amore, Viaggi on 26 gennaio 2015 at 17:25

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Un viaggio in Palestina ti fa capire la differenza tra muri e mura. Una differenza abissale che contrappone il cemento armato alle calcinate antiche mura delle città.
La città antica di Gerusalemme, dove le mura, ti raccontano una storia radicata profondamente e il Muro della vergogna che percorre e divide questa terra martoriata, ci conferma che la voglia di possesso uccide l’umanità.
E’ di Nablus che comincio a capire, dopo tre viaggi e tre visite al suo interno, solo ora comincio a sentire il suo “dentro le mura”.
Questa volta ci arrivo, ma è festa e il mercato è chiuso. Le strade sono vuote di rumori, odori e colori. Ma proprio in questo silenzio che i muri ti sanno parlare di più, le parole sussurrate sono più intime, o forse solo io adesso riesco a capire la loro cantilena antica.
Come molte città palestinesi, fu centro di battaglie e intifade, di rivolte e distruzione, continuano sui muri i ricordi dei martiri di ieri e di oggi. Mi guardano i vecchi archi, come occhi svuotati, delle vecchie case e delle fabbriche di sapone. I negozietti sempre così vivaci, le vetrine che ospitavano tutti quei dolcetti così tentatori. Oggi mi raccontano un’altra storia. E quel dolce particolare dal colore ambrato che ti chiama dalla strada a cui io non ho mai ceduto. Oggi non inventa nuove parole per me. Oggi sulla strada è quasi buio, nessun dolce a farci l’occhiolino, solo un palestinese dal nome Giuseppe, sposato con un’italiana, che ci accoglie con il suo italiano un po’ stentato, ma davvero ammirevole. E’ seduto su una sedia a rotelle e ci sorride mettendo in mostra molti buchi e qualche dente resistente.
Mi ricordo che le altre due volte avevo incontrato, proprio su quella piazza, il vecchietto col motorino. Non proprio un motorino classico, ma una sedia da invalido, montata su un motorino. Ricordo quanto ne andasse fiero, e quanto fosse orgoglioso di farsi fotografare. Neanche a dirlo, lo ritrovo duecento metri più avanti, sempre con lo stesso nipotino, ormai cresciuto, stavolta cammina con le sue gambe e un bastone. Si sarà rotto il motorino? Difficile chiedere, difficile farsi capire, ma anche lui sorride con i suoi spazi mancanti tra i denti.
Ma l’immagine si amplia in questa nuova relazione con la città di Nablus: in piazza due vecchietti, oltre i vetri della loro casa, stanno fumando il narghilè in silenzio, intenti a guardare il vuoto della piazza.
Che strano momento per entrare nelle mura di questa città e negli spazi di questi vecchi palestinesi in attesa… ma in attesa di cosa?
Forse il maggior effetto di questo momento di simbiosi con queste vecchie mura è che fino ad un’ora prima stavo al Centro Human Supporters, pieno di giovani attivi e simpatici, con un sacco di voglia di fare. Ragazzi che danno una mano ad altri ragazzi e bambini, per rendere più accettabile la loro vita difficile. Giovani che non avevano esitato a mettere in pericolo la loro vita, per portare cibo e cure alle persone che non potevano uscire durante i coprifuoco. Ragazzi che sognano un’altra vita, in un paese loro, libero da ogni oppressione. Pronti a ridere e scherzare e a fare musica, come i loro amici rapper, giovanissimi, che ci hanno accolto con uno spettacolo estremamente incongruo in quel cortile interno del Centro, sotto un telone distrutto dalla neve dell’anno scorso, e gli allegri passi di danza dei ballerini di dabka palestinese. Con nelle orecchie quella musica e negli occhi quei sorrisi percorrevo ora quel souk spopolato e triste.
Ma è solo una mia percezione. Nablus è una città grande e viva di 135.000 abitanti, ha solo un piccolo centro antico che è stato sventrato non molti anni fa, dall’esercito israeliano, dove i martiri si contano e si leggono ad ogni angolo di strada, dove la vita fa fatica ad emergere dalla morte, dove la vecchiaia sembra sovrastare la gioventù.
Tranne al Centro Human Supporters, lì era scoccata una scintilla che non si è mai sopita nel cuore palestinese, la forza e il coraggio di resistere con la ragione dalla loro parte. Sarà poco, sarà tanto, non so, ma questo basta e non retrocedere mai. A camminare mano nella mano in una staffetta solidale per la libertà.

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Storie di ordinaria follia

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 27 gennaio 2013 at 12:47

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Ancora Hebron e i racconti di Issa e di Badia, l’assurdità della follia di Israele, questo è quello che ci viene consegnato dai ragazzi del Centro dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements) assieme ad un buon piatto di riso e pollo. Certo non è facile far da mangiare in una cucinetta piccolissima per più di 50 persone, ma soprattutto non è facile colpire più con le parole che con un buon piatto di cibo.
Issa racconta una sua giornata tipo, come quella della mattina del giorno della nostra visita. Uscito per fare gli ultimi acquisti per prepararci il pasto, sulla strada viene fermato da una pattuglia che lo accusa di aver fatto un’infrazione alle delibere militari. Issa chiede perchè e gli viene spiegato che stava camminando dalla parte sbagliata della strada. Issa risponde che non era così, lui poteva camminare su quella strada. che nessuna regola glielo vietava. Il soldato insiste e lo ferma, dicendo che il giorno prima era stato deciso così, lo ammanetta con i lacci di plastica e lo benda e lo tiene così, in strada, per due ore ai lazzi dei coloni. Issa è preoccupato perchè noi dobbiamo arrivare e lui deve rientrare per organizzare il pranzo. Il soldato chiama il superiore che conosce bene Issa e che gli chiede direttamente: “Issa, ma cosa hai combinato questa volta?” Ovviamente: “Nulla!” risponde e spiega di essere stato fermato sul lato di quella strada e che non esisteva nessuna regola o legge che gli impedisse di camminare lì. Le regole e le leggi sono il forte di Issa, anche perchè ogni giorno deve farne uso per uscire dai guai. Il superiore chiede al soldato cosa fosse successo e questo gli spiega che Issa camminava su quella strada e che non poteva, ma alla richiesta di farsi spiegare chi gli avesse detto che quella strada e quel lato fosse vietato, il soldato risponde che era stato chiamato da un colono e che glielo aveva detto lui. Andiamo bene… un esercito in mano a coloni esaltati, e che coloni.
L’alto in grado fa liberare Issa che ha passato 2 ore per la strada sotto gli occhi di tutti a prendersi le male parole dei coloni e i maltrattamenti dei soldati. Issa vuole fare un esposto, lo sa che non ne uscirà nulla, ma lo fa lo stesso perchè sostiene che la legge deve andare rispettata anche se è ingiusta, così almeno si possono usare le stesse armi anche con il nemico.
Ed è propio con questa filosofia che loro, i giovani del Centro sono riusciti a riconquistarsi quella casupola sopra la collina, quella con il soldatino infreddolito a guardia del giardino vicino.
Quella casa era una casa palestinese requisita dall’esercito e successivamente occupata dai coloni, ma l’atto di proprietà rimaneva ovviamente in tasca ai palestinesi che su consiglio di un avvocato avevano  affittato la proprietà e il terreno al Gruppo dei giovani contro gli insediamenti i quali si erano rivolti al Tribunale che alla fine aveva dato loro il diritto di entrare nella casa e sloggiare i coloni. Non era stata una cosa facile, per due anni interi il gruppo aveva fatto lezioni ed incontri sotto i maestosi alberi di ulivo della casa in faccia agli occupanti sbalorditi e con gli avvocati andavano periodicamente a chiedere che lasciassero la casa ormai destinata ai palestinesi. Per i coloni l’intimazione del Tribunale non valeva nulla, come qualsisi carta scritta, nulla aveva più senso dell’autorizzazione del loro dio, ma dagli e dagli i coloni se ne erano dovuti andare non prima di aver distrutto tutto quello che poteva avere un valore e un senso nella casetta.
Finalmente i ragazzi, che erano entrati in possesso della casa, avevano un tetto sulla testa e avevano incominciato a risistemare l’immobile e ad arredarlo per le loro attività: corsi di cucina, di inglese, di creazione di video e di diritti umani, insomma qualsiasi cosa per portare i giovani fuori dalla disperazione. Ma i coloni di notte erano entrati nella casa solo per dare fuoco a tutto e per distruggere di nuovo il loro lavoro e ancora i giovani  si ritrovarono pazientemente a ricostruire tutto e passarono mesi a darsi il cambio a vivere nel Centro giorno e notte. Chiaramente il soldatino nel giardino, come i nanetti di biancaneve in alcuni giardini italiani, non serviva per far rispettare la legge ai coloni, ma per farla rispettare ai palestinesi, faceva la funzione dello spaventapasseri, incongrua figura in un mondo di coraggio e di speranza, com’è quello dei ragazzi della casa in cima alla collina.
Ora la loro lotta è sotto gli occhi di tutti, i loro video e le loro parole girano il mondo, le loro storie travalicano i confini del bellissimo uliveto che circonda il Centro. Anche Israele deve stare attenta all’opinione pubblica, può indicare come target una persona (come Vittorio, ad esempio) e consegnarla in mano agli esaltati, ma è sempre più a rischio di essere messa al ludibrio del mondo. Soprattutto oggi che il loro primo ministro è stato eletto con una maggioranza risicata formata anche dai coloni più estremisti e meno ragionevoli, quelli che potrebbero dipingere Israele come la peggior “democrazia” dell’ultimo secolo.
I ragazzi sono simpatici e ridono delle loro storie di ordinaria follia, scherzano su quanto hanno passato e pensano al loro futuro con ottimismo. Non so come fanno, ma ci riescono bene, anzi benissimo. Questa è la cosa che mi ha colpito di più della Palestina: il coraggio e la capacità di resistere e lottare fino all’ultimo respiro.
Oggi che mi sento pure io palestinese devo fare un passo avanti in più, scordare il mio razionalismo pessimista e imboccare la strada della resistenza pacifica, scordandomi l’intifada come unica soluzione dei problemi. Incurante della follia bisogna tenere la testa a posto e credere, credere e credere. Bab Al Shams e Bab al Karima saranno la risposta alla colonizzazione sfrenata e Netanyahu si gioca la credibilità con il mondo e si gioca pure l’amicizia con l’America, dopo aver scelto la parte sbagliata. Certo il potere del denaro è forte, irresistibile, ma anche in Sudafrica non avremmo pensato mai di uscire dal guado e la Palestina non dovrà essere differente. Lavoreranno con noi gli anticorpi di quello stato canaglia, si muoverà una società civile che permetterà ad una nazione di entrare nella storia non guardando il passato, ma pensando al futuro. Un futuro di amore per la terra che li ha accolti e non un orribile futuro di pallottole e cemento armato.
Questa è la Palestina che sogno e questo è l’Israele che può avere un futuro.
E intanto fuori ancora piove e forse ci sarà un po’ di tregua nella Valle del Giordano.

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