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Formidabili quegli anni

In Nuove e vecchie Resistenze on 11 marzo 2011 at 23:30

Sotto riporto un frammento tratto dal libro di Mario Capanna (Mario Capanna, Formidabili quegli anni, Rizzoli, 2006. pp. 296 ISlBN 88-17-53221-5) che da il titolo al post. La ragione del suo perché e della inclusione nei materiali resistenti sta nella testimonianza di quelle storie e di quella loro sorta di continuità con la Resistenza. Sempre Resistenza è stata e spero si colga l’aria che allora si respirava, in quel ’68 che è stato tutto il dopoguerra, almeno fino ad un certo punto. Fino almeno a questa sorta di “pace sociale” che copre e dimentica. Certamente col breve intervallo di Genova. E del prossimo, perché certamente ci sarà. Dove il potere mostrerà la sua arroganza. Ma ci sarà sempre anche una fiammella che resisterà. Perché la storia che racconta il potere non potrà mai essere la vera storia del “Popolo”.
manifesto del maggio franceseIl 1973 inizia all’insegna del clima mutato. Il 12 gennaio scioperano i lavoratori dell’industria a sostegno della lotta dei metalmeccanici per il Contratto: i picchetti operai vengono attaccati e dispersi dai carabinieri.
23 gennaio. Il professor Giulio A. Maccacaro, docente di medicina, sta dormendo tranquillo. E’ quasi mezzanotte quando lo sveglio con il telefono: «Giulio, corriamo al Policlinico. Vediamoci lì tra venti minuti. Ci sono stati scontri. Uno studente è moribondo». «Va bene. Sarò lì tra un quarto d’ora.»
Maccacaro, animatore dell’importantissima esperienza di Medicina Democratica, era un maestro di intelligenza scientifica e politica, di integrità morale, di spirito di abnegazione. Quella sera, quando l’ho svegliato, ero appena, tornato a casa dall’Università Bocconi, da dove mi ero allontanato senza alcun presagio della tragedia imminente.
Per le 21 avevamo convocato là un’assemblea studentesca cittadina. All’arrivo la sorpresa: bidelli e poliziotti controllano l’ingresso; può entrare solo chi ha il tesserino di iscrizione alla Bocconi; chi se l’è dimenticato a casa o è iscritto a un’altra università deve restare fuori, Con pazienza cerchiamo di appurare chi abbia preso quella inusitata decisione. Balletto: la polizia dice che è stata chiamata dal rettore Giordano Dell’Amore; questi fa sapere invece che l’iniziativa è stata presa dalla polizia, da lui mai sollecitata. Si perde circa un’ora. E’ ormai tardi e l’assemblea non si può più tenere, sia perché molti non possono entrare, sia perché altri se ne sono andati. Decidiamo di non insistere e di allontanarci.
A casa mi raggiunge la telefonata di uno studente: concitato mi racconta di attacchi violentissimi della polizia a gruppi di studenti che stavano andandosene, di colpi di pistola, di un giovane rimasto a terra in un lago di sangue. Faccio telefonicamente il giro degli ospedali. Dal Policlinico ho la conferma del ricovero di uno studente in fin di vita.
Quando arrivo in via Francesco Sforza, Maccacaro è già lì. Di fronte al «barone» i medici dicono l’essenziale. Il giovane si chiama Roberto Franceschi, ha una ferita d’arma da fuoco alla testa, è in rianimazione, le speranze sono poche perché l’elettroencefalogramma è piatto, il coma è profondo. Mentre siamo lì prostrati, vediamo scendere da una scala il questore Allitto Bonanno. Gli chiediamo che cosa è successo di preciso. Risponde: «Non abbiamo niente da nascondere, sappiamo chi è stato a sparare». Naturalmente non ci dice chi è stato. E c’era una ragione precisa. Come per Saltarelli, era al lavoro per nascondere le prove. E questa volta la manovra sarà condotta ancora più in grande stile.
Già l’indomani «La Notte» scrive che a sparare a Franceschi può essere stato «qualche provocatore infiltratosi fra gli studenti». Il questore tiene la sua conferenza stampa dopo aver avuto un lungo colloquio con il procuratore generale della Repubblica Salvatore Paulesu: si vedrà più avanti che le bugie esigono di essere coordinate. Afferma che sono stati esplosi quattro colpi: due dall’agente Gallo (uno ha colpito Franceschi, l’altro l’operaio Roberto Piacentini) e due in aria dal brigadiere Agatino Puglisi. Il Gallo ha sparato in quanto colto da raptus da paura: una bottiglia incendiaria era caduta sul telone della sua jeep, l’aveva incendiato e il fuoco si era propagato al suo berretto. Era stato trasportato all’ospedale in stato confusionale. La ricostruzione è una montatura, come emergerà poi inoppugnabilmente in sede processuale.
Nella notte il giudice di turno Antonio Pivotti è convocato in questura. Gli viene data la falsa versione poliziesca ed è caricato in una macchina della polizia per andare a fare il sopralluogo sul teatro degli incidenti. Guarda caso, l’autista sbaglia e porta il giudice al pensionato Bassini, dall’altra parte della città rispetto alla Bocconi. Così Pivotti arriva sui luoghi degli scontri alle 2 del mattino, circa quattro ore dopo i fatti, e dopo che sul posto erano passati in ricognizione il questore e mezza questura.
Il 26 gennaio si presentano spontaneamente dal magistrato due cittadini: l’avvocato dello Stato Marcello Della Valle e il ragionier Italo De Silvio. Due persone insospettabili, le quali, l’una all’insaputa dell’altra, riferiscono di avere assistito agli scontri dalle finestre delle proprie abitazioni e di aver notato distintamente un uomo in abiti civili, ma con elmetto in testa, estrarre una pistola e sparare ripetutamente a braccio teso al centro dell’incrocio fra via Sarfatti e via Bocconi. Si trattava di un funzionario di polizia. Pivotti indirizza le indagini nel senso delle testimonianze e, così facendo, si condanna. Il 28 gennaio viene spogliato d’imperio dell’inchiesta, che è affidata al giudice Elio Vaccari, un ex commissario di polizia. Si pensava così di andare sul sicuro. Intanto si precipita a Milano il capo della polizia Angelo Vicari, spedito dal ministro dell’Interno Mariano Rumor, con il compito di condurre «un’inchiesta interna». Il fine della missione è chiaro: il governo vuole saggiare direttamente il grado di tenuta della versione prefabbricata. Che non succeda come per Saltarelli, con le bugie smascherate dalle perizie balistiche e dai testimoni. Vicari lascia Milano coprendo interamente l’operato della questura. Nel frattempo si scopre che l’agente Gallo era giunto al Policlinico alle 0.30 (la sparatoria era avvenuta due ore prima), ma che era stato ricoverato nel padiglione psichiatrico alle 3 del mattino. Dov’era stato tutto quel tempo? Con chi? E a fare che? si chiedono con crescente allarme molti organi di stampa.

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