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Asce di guerra

In Nuove e vecchie Resistenze on 26 febbraio 2011 at 17:53

Copertina del libro Asce di guerra

Pubblichiamo qui la lettera di Vitaliano Ravagli contenuta nel libro dei Wu Ming (non finirò mai di dire quanto amo questo “autore multiplo”): Giap!. Abbiamo conosciuto questo “combattente” attraverso questo libro e quello scritto dagli stessi Wu Ming assieme all’autore della lettera sotto il nome di “Asce di guerra”. Lo facciamo col solito spirito di presentare “materiali resistenti” nel loro semplice essere; senza introduzioni e spiegazioni. Senza dover condividere in tutto le sue idee. E’ nostra volontà (e voluttà) unicamente stimolare assieme alla memoria la curiosità. Molte di quelle storie a cui dobbiamo molto della nostra libertà appartengono al silenzio e nel silenzio sono state scritte. Dopo il post precedente questo ci sembra adatto a riaffermare una continuità sempre nel solco di quel “Ora e sempre resistenza”.

Lettera di Vitaliano Ravagli agli iscritti a «Giap» e al movimento globale
(5 luglio 2001)
Agli amici di «Giap», a Wu Ming, alle valorose Tute bianche.
Quando ho detto a Filippo e Lavinia, i miei figli, che volevo essere presente alle contestazioni contro il G8 a Genova, li ho visti un po’ perplessi: forse si preoccupavano della mia età, per le probabili bastonate che avrei potuto prendere. Hanno girato un po’ intorno al problema, poi è arrivata la domanda fatidica: – Babbo, perché vuoi andare a Genova a prendere legnate dalla polizia? Non ti sembra di aver già fatto abbastanza per gli altri? Ormai compi sessantasette anni e li vuoi compiere pure a Genova (il 23 luglio è il mio compleanno)?
Questo mi hanno detto i miei due ragazzi l’altro ieri. Ho risposto loro che di perché ce ne sono tanti, troppi nella mia memoria. Poi ho iniziato a enumerarne alcuni. Vado a prenderle perché il virus della contestazione ai soprusi e alla violenza ce l’ho nel sangue. Noi della nostra generazione dicevamo cosí, ma voi che avete studiato e siete più colti, forse parlereste di Dna, ma è la stessa cosa. Vado perché, da che sono in questo mondo di merda, ho dovuto subire la mala pianta del fascismo, con la sua fregola di dichiarare guerra a tutti; tanto poi a combatterla ci andavano i poveri.
L’avventura insensata della guerra si portò dietro la fame, le malattie mortali, le distruzioni del nostro patrimonio storico e di tante case della povera gente. Le poche migliaia di morti preventivati affinché «l’artefice» di tutto ciò potesse poi sedersi al tavolo della pace come «belligerante» furono invece trecentomila. E tanti altri se ne andarono per gli stenti sopportati. Ebbene, io ho vissuto anche quella tragedia sulla mia pelle e non l’ho ancora dimenticata. E ho ancora vivo il ricordo della Resistenza e di quanti combatterono e immolarono la loro vita, affinché chiunque potesse esprimere i suoi dubbi e protestare sulla cattiva conduzione della cosa pubblica; senza la paura di essere perseguito o bastonato per esercitare un diritto. Diritto che conquistammo con tanti sacrifici e chiamammo «Costituzione». E ho vivissimo il ricordo del dopoguerra, la Celere (in gran parte reclutata tra le file della Repubblica sociale) che ci bastonava quasi ogni giorno nella mia città, l’Imola rossa, la gloriosa Imola, medaglia d’oro della Resistenza, perché dal suo ventre crebbe la Trentaseiesima brigata Garibaldi, tanto temuta da chi comandava le divisioni tedesche in Italia. Allora vado a Genova, perché protestare civilmente è un diritto inalienabile. E noi protesteremo nelle strade, nelle piazze, e in ogni angolo che riterremo idoneo al nostro scopo (perché così ci garba). Il nostro modo di manifestare non è quello della violenza, ma quello di proteggerci dalla violenza altrui, subdola e umiliante per chi è costretto a subirla; e che ti lascia la bocca amara, come quando uno ti offende e ti deride ingiustamente davanti alle persone che stimi, davanti ai tuoi figli, La Costituzione siamo noi! Con le nostre pensioni da fame, con i nostri stipendi mortificanti.
Eppure ogni mattina ci alziamo incazzati e facciamo comunque il nostro dovere di cittadini, di padri, anche se ci costa un’immane fatica! Siamo noi la Costituzione, non i signori del potere, di ogni tempo, con i loro fondi «neri» e le loro dimore sfarzose, i loro parchi e le società di capitali, attorniati da ruffiani di cordata, che sono sempre pronti a osannarli, in attesa di ricevere l’agognata poltrona. Allora io andrò a Genova assieme alle decine di migliaia di giovani disoccupati, dei centri sociali e di altre organizzazioni democratiche, anche se certa stampa e troppe emittenti televisive ci hanno dipinti come feccia incivile e violenta, da reprimere con mano ferma. Chi verrà a reprimerci?
Emilio Fede, forse, col suo lauto stipendio? No, non credo! Se ciò accadrà manderanno altri poveracci come noi a maltrattarci, e questo, ancora una volta, mi riempirà di tristezza. Ma stavolta sarà meno dolorosa rispetto al mio passato, perché non dovrò combattere: mi limiterò a difendermi come potrò e, infine, a compatirli!
Andrò a protestare civilmente (senza armi d’offesa) anche per loro, sperando che avvertano il sentimento di fratellanza nei nostri sguardi, che ci deve unire, non dividere come nel passato, 53 poiché, sebbene lo ignorino, noi stiamo lottando anche per il loro futuro e per quello dei loro figli. Se la mano del nuovo potere risultasse violenta come quella di un tempo (che ho conosciuto bene), allora per il vecchio combattente «Gap» sarà un bel giorno per incitare quanti vorranno seguirmi. Poiché sarò fra i primi ad avanzare a mani nude verso i nuovi «tutori dell’ordine», urlando con tutta la voce che avrò in corpo: – Avanti, hanno più paura di noi! Hanno la forza, non la ragione! Avanti Tute bianche, dio boia, avanti!
Il vostro fedele Gap,
Vitaliano Ravagli
vitaliano_ravagli@hotmail.com¹


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Si consente la riproduzione parziale o totale dell’opera
e la sua diffusione per via telematica. purché non a scopi commerciali
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© 2003 Giulio Einaudi editore s. p. a.. Torino
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88-06-16559-3

Era bello il mio ragazzo

In Nuove e vecchie Resistenze on 7 febbraio 2011 at 16:31

Foto BN di articolo di quotidiano su Anna IdenticiIl 24 febbraio 1972, quando si presenta sulla ribalta del ventiduesimo Festival di Sanremo ha ancora il volto da ragazza. Sono passati cinque anni, era il 1967, da quando Tenco si è sparato dopo aver cantato una canzone sull’emigrazione. Con dolcezza interpreta la sua canzone: Era bello il mio ragazzo. La sua vita è cambiata. Una voce esile e un testo forse esile ma che parla degli incidenti sul lavoro, delle morti bianche. Un tema non certo consueto per la manifestazione. In fondo è sempre il palco adatto per: Io tu e le rose. E’ quella un’Italia che non può continuare a fingere di non vedere. Le spinte sono tante. Lei tornerà l’anno successivo e poi lentamente sparirà. Sparirà come tanti che hanno scelto l’impegno, di parlare della vita fuori. Io sono fra gli organizzatori della Festa dell’Unità di Favaro Veneto e la invitiamo. E’ il 1973; o forse il 1974? la memoria non è più quella di una volta se mai è stata affidabile. Per chi non lo sapesse Favaro Veneto e una frazione popolosa del comune di Venezia. Allora una zona rossa con una festa che non aveva eguali. Ci si poteva ancora definire comunisti senza provare vergogna e ricordo ancora l’emozione. Non ho imparato quella vergogna e tiro diritto, non sono cambiato. Per uno come me per il quale “la resistenza non è mai finita” anche questo è resistere. Resistere è anche testimoniare, ricordare e continuare a portare in cuore quei grandi valori che sono la libertà e la dignità.

Era bello il mio ragazzo

Anna Identici

Era bello il mio ragazzo sempre pieno di speranze
Mi diceva: “Mamma mia un giorno sai ti porto via
Via da tutta sta miseria in una casa da signora
Via da questo faticare potrai infine riposare”.
Era bravo il mio ragazzo; morì il babbo che era bimbo
ma mi disse: “Non temere. Vado io ora in cantiere
Sono grande ormai lo vedi prendo il posto di mio padre,
son capace a lavorare, non ti devi preoccupare”.
Era stanco il mio ragazzo in quel letto di ospedale
ma mi disse: “Non fa niente, solo un piccolo incidente
Quando si lavora sodo non c’è soldi da buttare
Non puoi metter troppa cura per far su l’impalcatura”.
Era bello il mio ragazzo col vestito della festa
L’ ho sentito tutto mio, mentre gli dicevo addio
E poi quando l’ho baciato gli ho strappato una promessa
e gli ho detto anima mia presto sai portami via
Era bello il mio ragazzo ….

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