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Una storia sbagliata

In amore, Donne, uomini on 20 marzo 2014 at 17:09

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Per certe cose non esisteva un deterrente. Certo l’amore per il marito e ovviamente ancor di più quello dei figli, ma che deterrente era se a tutto era sopravvenuta la maledetta abitudine? quella che rende ogni gesto dovuto, ogni fatica non considerata, e quella che fa del proprio corpo uno svago senza entusiasmo.
Lei queste cose non le aveva mai considerate, andava avanti così per dovere: il suo lavoro, i pranzi e le cene pronte, la casa in ordine, lavare, stirare, i figli accuditi anche se a distanza. Ormai le restava solo diventare nonna e mettersi in pensione. In pensione anche dai sensi ovviamente e da se stessa.
Lui, il marito, un buon uomo sì, ma puntiglioso e brontolone, le contava ogni etto che ormai tendeva a lardellare i suoi fianchi e non la guardava più negli occhi, mostrando quella emozione che l’aveva sempre conquistata. Allora sì che i sensi dilagavano. Ricordava le loro pazzie come far l’amore di sera in spiaggia e fare il bagno nudi, con i corpi che ad ogni onda e carezza sussultavano… che bei tempi quelli. Ora non più. Ora solo quel loro letto senza fantasia, senza passato e senza futuro.
Insomma non voleva giustificarsi, ma non se la sentiva ancora di raggiungere la pace dei sensi. Troppo presto e poi perché?
Certo che qualche ragione c’era, ma niente che potesse giustificare quelle telefonate, quella storia iniziata senza che lei volesse e senza che ci fosse un vero senso. Innanzi tutto lei non aveva fatto niente perché tutto questo accadesse; e poi tutto questo cosa? L’aveva visto solo una volta, in una riunione di lavoro, lui giovane, rampante, pronto nella parola, sicuro di sé. Un bel vedere davvero, ma niente di più. Anzi a dire il vero era da molto che in queste situazione lei teneva un profilo basso, ormai neppure il lavoro poteva darle grossi stimoli. E lui era stato gentile, rispettoso, quasi galante. Niente di speciale se si pensa che, avendo davanti una carriera da fare, anche l’appoggio di un’anziana collega poteva andare bene.
In ogni caso, la questione sarebbe finita lì, lui in una sede all’estero e lei la solita routine. Se non fosse che lui aveva preso a chiamarla, un insieme di lavoro e voglia di cazzeggiare, una forma simpatica di galanteria indiretta che l’aveva fatta sorridere.
Chi ci pensava che le parole avrebbero preso una nuova direzione, fossero diventate famigliari, affettuose, quasi intime e che alle risatine di lei lui avrebbe risposto in modo così… così come? Serio? Puntuale? Incredibile?
Va da sé che lui poteva avere quante donne voleva, se non altro aveva una moglie giovane e dei figli: uno o due non lo ricordava. Ma se voleva una storia la poteva cercare in un più comodo territorio di caccia, non a migliaia di chilometri di distanza. Che senso aveva? Anche se, proprio per la distanza, mai nessuno avrebbe saputo o sospettato. Ma sospettato cosa?
Il loro gioco stava solo nelle parole, nei toni di voce, nei significati nascosti. Qualche lunga telefonata che non era giustificata da lavoro o da un profondo rapporto di amicizia, solo da uno strano bisogno di dire, sentirsi dire cose strane senza senso o solo di ascoltare quella voce.
Se lo era detto un sacco di volte: “Non è cosa per te. E’ una storia sbagliata. Forse addirittura mal interpretata. Svegliati. Non farti coinvolgere. L’unica che ne ha da perdere sei tu”.
Ma lui, con quella voce così suadente, quasi di un bambino che implora, le andava ripetendo che era lei che voleva. Era preso dal suo sorriso, dai suoi occhi, dalla sua bocca, dal suo corpo, neanche avesse una foto sottomano. Altro che etti in eccesso, tutto era perfetto per lui. Non c’era verso di farlo desistere, né i dati di fatto incontrovertibile, né il buttarla sul ridere facendogli presente che ormai nell’azienda, visto che stava sulla soglia della pensione, non valeva che come il due di picche quando il gioco che vale è spade.
Non c’era stato verso, né mariti, mogli, figli e responsabilità erano stati sufficienti a sottrarre terreno alle sue avance.
Ma come erano passati dal parlare di vendite, design e nuovi materiali a raccontarsi i sogni più segreti, inconfessabili e irrealizzabili? Perché era chiaro che non si sarebbero realizzati, loro non si sarebbero più rivisti e lei non avrebbe desiderato incontrarlo mai più (a meno che non impazzisse del tutto che già era sulla buona strada). Non avrebbe saputo che fare. Si sarebbe vergognata di quelle parole dette all’ombra di un cellulare. Non avrebbe resistito senza sentirsi morire, se lui le avesse chiesto coerenza.
Glielo aveva domandato un sacco di volte: “Ma perché? Che cerchi da me? Sono molto più grande di te. Non sono particolarmente avvenente. Non ho una posizione importante. Ho marito e figli. Potrei essere tua madre.” E ad ogni punto lui ribatteva che…. oh lasciamo stare era inammissibile.
Ma lei aspettava con ansia le sue telefonate, se non c’erano le mancavano. Una mancanza fisica che nessuno poteva capire, né i colleghi né le sue amiche, che erano o accompagnate da uomini senza sostanza, oppure alla ricerca di un uomo fino allo sfinimento.
Aveva persino pensato di dirlo a suo marito, che chissà che si fosse risvegliato dal letargo degli orsi in cui si trovava. Magari ne avrebbero ricavato una nuova sferzata di giovinezza e anche lui si sarebbe accorto delle doti che lei che, comunque andasse, non credeva di avere.
Strana cosa la vita: ti regala, a volte, delle cose che tu non le hai nemmeno chiesto.
Ma adesso si domandava cosa avrebbe fatto se lui le si fosse presentato alla porta dell’ufficio: avrebbe finto di conoscerlo appena? L’avrebbe trattato con amichevole distanza? L’avrebbe allontanato come la peste? E che ne sarebbe stato di tutte le parole dette con dolcezza e passione, oppure di tutte quelle taciute?
Cercava dentro di sé un normale senso di colpa. Ma la colpa di cosa? Lei non aveva colpe, non aveva fatto del male a nessuno. Lei ci sarebbe stata sempre per la sua famiglia, suo marito sarebbe stato quello di sempre, i suoi figli sicuri del suo affetto e lei sarebbe diventata nonna molto presto, avrebbe scordato tutti quei grilli per la testa, tutti quei pruriti che non sarebbero mai stati grattati. Lei ormai era sorpassata. Era come la bella addormentata nel bosco, da troppo tempo, tutti se n’erano dimenticati e il principe non sarebbe più andato a risvegliarla.
E di una storia sbagliata sarebbe rimasto solo un soffio caldo sul collo. una palpitazione più forte nel cuore, un sogno ad occhi aperti… niente di più. Però doveva fare qualcosa perché lui si dimenticasse del suo numero di telefono, e poi lei avrebbe fatto la sua parte. Perché non era come con la droga, lei avrebbe potuto disintossicarsi benissimo, in ogni momento, perché qualche parola di troppo non dà assuefazione… oppure sì?
Bastava solo che lui non tornasse, bastava non vederlo sulla porta del suo ufficio, che poi si sarebbe anche accorto di aver sbagliato persona, insomma che non era quella che lui credeva, che si ricordava male. Bastava farla finita subito, se solo ci fosse riuscita.
E intanto stava ad occhi fissi, ad aspettare una telefonata che prima o dopo, a rigor di logica, non sarebbe più dovuta arrivare, ma sperava che fosse dopo… molto dopo…

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40) Dona Flor e i suoi due mariti

In Un libro al giorno on 18 luglio 2010 at 8:00

Non perché avviene in un giorno disordinato di lamentazioni e tristezze, non per questo si deve permettere che la veglia funebre vada alla bell’e meglio. Se la padrona di casa, fra singhiozzi e svenimenti fuori di sé, immersa nel suo dolore, o giacente morta nella bara non potrà farlo, un parente o una persona amica si assumerà l’incarico di occuparsi della veglia, perché non si possono abbandonare, senza niente da bere né da mangiare, i poveretti, solidali per tutta la notte, a volte in inverno e col freddo. Acciocché una veglia funebre sia animata ed onori effettivamente il defunto che la presiede, rendendogli meno grave la prima confusa notte della sua morte, è necessario dedicarvi cure sollecite, occupandosi del morale e dell’appetito.

Soluzione
Titolo : DONA FLOR E I SUOI DUE MARITI
Autore: JORGE AMADO

tema:  Ogni parte si apre con una divagazione di cucina baiana, ricavata dalle ricette o dalle lezioni della protagonista, che per sbarcare il lunario si è improvvisata maestra di cucina. Ambientato nella capitale dello stato di Bahia, nei primi anni ’60, il libro è un affresco nostalgico della vivace vita dei quartieri popolari baiani. Inizia con la morte di Vadinho, allegro e scapestrato giocatore che muore improvvisamente, ballando per la strada a carnevale, e lascia vedova Flor, moglie innamoratissima ma in continua tribolazione per la vita sregolata del marito. Nella prima parte è raccontata in flash back la storia dell’amore fra Flor e Vadinho, fra tradimenti, fughe e dissipatezze di lui, alternati con rari momenti di fortuna e splendore. Nella seconda parte viene rappresentato il ritorno ad una vita pacata ed ordinata della vedova ma anche il crescendo di nostalgia per gli amplessi appassionati del marito, carenza di cui Flor, pudica e morigerata, si vergogna moltissimo e di cui soffre in silenzio. Nello stesso tempo è corteggiata da un pretendente, un farmacista pacato e religioso. I due finiscono per sposarsi. Ma, benché innamoratissimo e pieno di premure, dal punto di vista sessuale il nuovo marito non soddisfa del tutto Dona Flor, che sempre più rimpiange Vadinho. Nella terza parte, gli eventi si ribaltano e prendono un andamento fantastico, quando lo spirito di Vadinho ritorna sulla terra e incomincia a stuzzicare Dona Flor. Solamente lei vede Vadinho, che quando sta con Dona Flor sembra essere capace di realizzare le stesse cose che faceva a letto quando era vivo. Dona Flor esita, se rimanere fedele al suo nuovo marito o cedere allo spirito del primo. (da wikipedia)

Perché donna

In Disoccupazione, Donne, uomini on 8 marzo 2010 at 16:29

Per inciso non aveva mai festeggiato l’8 di marzo. Sapeva che le amiche si accordavano per uscire verso una serata insolita. Solo donne. Tutte col desiderio di qualcosa di insolito e sfrenato. A lei quella cosa aveva sempre fatto pensare ad una fregatura. Mica che una festa volesse dire qualche cosa. Certo che però festeggiare nello spazio di una sola giornata sapendo ipocritamente che niente significava regalare mimose e auguri se poi negli altri giorni dell’anno il ruolo occupato era sempre lo stesso.
Perché uscire quella sera? Forse solo per illudersi che ormai essere donna era più facile? Perché donna voleva dire anche prendersi degli spazi per sé? E perché solo l’8 di marzo?
C’era ben poco da stare allegri. In fabbrica, dopo la seconda maternità, l’avevano lasciata a casa. Pure suo marito ora era in cassaintegrazione. Questo lo rendeva cattivo e depresso. Ed era lei a farne le spese. Aveva provato a cercare qualche lavoretto per arrotondare, ma lui si era incazzato che sembrava una iena. “Cosa vuoi fare tu? Stai a casa con i tuoi figli, sei una donna, alla famiglia ci penso io.” Che brutta cosa essere donna, era come essere nessuno. I bambini la vedevano solo per le loro necessità. Mamma voglio questo, mamma voglio quello. Pretendevano senza mai accorgersi della sua stanchezza e di quanto la prosciugassero le loro richieste. Lui tornava sempre più spesso dall’osteria, con la voglia di menare le mani. Ma cosa ci andavano a fare quelle altre al pub per vedere lo spettacolo con gli uomini palestrati mezzi spogliati? Che senso c’era infilare qualche banconota negli slip e gridare: “Dai, bello, mostrami cosa tieni lì sotto!” Ma cosa vuoi che tengano lì sotto, cosa ci sarà di così eccitante, nel vedere un uomo come mamma l’ha fatto? Lei di figli maschi ne aveva due e poi quel marito che manco si accorgeva ch’era l’ora di cambiarsi le mutande. La festa della donna eh? Ma che festa? Ma che donna? Lei a queste cose ci aveva messo una pietra sopra. Almeno per ora. Prima o poi sarebbe finita la crisi, sarebbero cresciuti i figli, avrebbe trovato un nuovo lavoro e allora, dopo, chi la teneva? Avrebbe fatto la festa dell’8 marzo tutti i santi giorni e avrebbe guardato dentro agli slip degli uomini ogni volta che lo voleva e non sarebbe costato neanche un penny. Anzi, se ci pensava bene, forse avrebbe potuto farsi mettere pure lei le banconote nel reggiseno, se ne aveva voglia. Perché varrà pure qualche cosa la sua vita. Magari domani. E in malora tutti i mariti del mondo perché lei era donna e avrebbe avuto, almeno, un’altra possibilità.

Le amiche

In Donne, Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 18 gennaio 2010 at 19:24

Era il solito incontro annuale delle Amiche. Sinceramente non era vero che lo avevano fatto tutti gli anni. E’ sempre così. Ci si promette ma non si riesce quasi mai a mantenerlo. Così era qualcosa che si organizzava in fretta e furia se almeno due delle quattro si incontravano casualmente. “Era ora che ci ritrovassimo.” “Ma dove eravate finite, ragazzacce!” Se lo ripetevano per poi finire per raccontarsi le ultime svolte della loro vita. Ma ormai, col tempo, le “svolte” non erano più così frequenti. C’erano stati anni, durante la scuola superiore e poi all’Università, che avevano molte cose da raccontare. Inevitabilmente avevano avuto le loro storie anche se avevano percorso vite parallele e abbastanza simili. Tra loro solo Monica non si era sposata però come le altre condivideva l’esperienza di aver avuto un figlio maschio, e tutte quello stesso anno. Di quei figli parlavano spesso. Cuori di mamma. Raccontavano le grandi qualità di quei loro ragazzi senza pensare che alla fine diventava una noia mortale, l’argomento veniva sicuramente sopravvalutato.
Luisa era sposata ad un avvocato molto noto, ma altrettanto assente. Il figlio seguiva le orme del padre, anche se non con lo stesso profitto; mostrava una certa propensione per le ragazze e sopratutto per i vestiti griffati, ma era talmente bello che la madre stessa se ne meravigliava. Laura invece si era sposata con un cardiologo che le aveva permesso una vita molto agiata, ma anche molto noiosa; era un abitudinario che organizzava i propri giorni e quelli della moglie come un orologio svizzero. Il ragazzo aveva preferito fare ingegneria, non intendeva seguire le orme paterne e forse era meglio così. Lei sosteneva avesse un altro carattere e che gli piaceva solo divertirsi, diversamente da quella lagna del padre. Serena aveva sposato un costruttore edile. Dei tre era sicuramente il meno colto, si era fatto da sé ed aveva la presunzione che il denaro potesse comprare anche la cultura. Lei era tra le amiche la più fragile, coltivava con amorevole compiacenza i difetti del figlio assieme ad una periodica depressione che la conduceva spesso oltre le porte di costose “case di cura”. Quel marito era più grande di lei e a detta delle altre sembrava adorarla e vezzeggiarla come una bambina. “Beata te, che vivi una vita di favola!” sosteneva Luisa mentre Monica si dimenava sulla sedia pensando a cosa ci trovasse di così beato nel finire sotto psicofarmaci.
I soldi in fondo non sono tutto. Monica era quella che viveva meno agiatamente delle altre. Aveva avuto una vita sentimentale piuttosto movimentata. Per carattere non aveva mai veramente pensato al suo futuro. Aveva avuto un figlio a seguito di una breve e chiacchierata storia con un pittore promettente che prima di raggiungere la notorietà aveva preso il volo verso la Florida. Se la cosa l’aveva spiazzata non l’aveva mai dato a vedere, d’altra parte delle quattro era sicuramente la più bella, la più avvenente. Era sempre stato così, già quando da ragazzine misuravano il loro sviluppo ammirandosi il seno allo specchio a casa di Serena. Monica era la più precoce e il suo sguardo malizioso la rendeva preda facile di qualsiasi maschio in cerca di una donna vivace e senza problemi. Parlava poco del figlio perché viveva a New York e faceva una vita molto indipendente, sempre a corto di denaro e con velleità di grande attore senza averne probabilmente le doti.
Quella sera, parlando del passato, dei segreti e dei ricordi che valevano la pena di essere ricordati, si erano imbarcate in discorsi un po’ troppo “amarcord”. C’era un po’ di rimpianto nelle loro voci. Forse il tempo passava anche per loro. Luisa aveva trovato il coraggio di dire che a domandarsi qual era stato il giorno più bello della sua vita, non avrebbe saputo cosa rispondere. Aveva la sensazione che la cosa fosse poco credibile eppure non le veniva in mente nulla; nulla di particolare. Di giorni belli, certo, ne avrebbe potuti trovare, chi non li ha avuti? Ma uno più bello non riusciva a rammentarlo. Laura pensò al giorno della nascita di suo figlio, ma lo scartò subito, era una cosa così idiota e… e… banale, nessuna le avrebbe creduto, e poi era stata così male, e ancora il bambino era nato con una testa a pera orribile. Avrebbe voluto che fosse quello ma sapeva che non era e, in quel momento, le sembrava non avesse senso mentire e mentirsi; sarebbe stato inutile. Serena pensò alla sua prima comunione, ma le appariva davvero sciocco e infantile pensare a questo ricordo come il più bello per una vita, però ricordava che a quel tempo la sua famiglia era ancora unita; i suoi genitori si erano separati poco dopo e la sorella Matilde era partita per la Svizzera con suo padre. Ripiegò sul matrimonio, ma anche questo le sembrò banale e poi poco sincero. Alla fine le venne in mente “quell’uomo”. Poi pensò che quel ricordo avrebbe potuto far del male a Monica, forse era stupido dopo tanto tempo, eppure… ma parlare di “quell’uomo” avrebbe portato a galla una verità scomoda ed inconfessabile e questo all’amica non poteva proprio farlo.
Monica se ne uscì con il solito sorriso malizioso; fu lei a interrompere il silenzio. Se lo ricordava bene il giorno più bello e non le mancava certo il coraggio di raccontarlo. Era il giorno che aveva conosciuto Amedeo a quella festa dopo la laurea che le aveva viste ancora una volta tutte assieme. Amedeo era il “famoso” pittore. L’aveva invitata proprio quella sera, per la prima volta, nel suo studio a vedere, cioè ad ammirare le sue ultime opere. Niente da dire: Amedeo era affascinante come può esserlo un uomo nel pieno della maturità. Aveva mani nervose e forti e un profilo da dio greco e quella sicurezza che a una donna fa piegare le gambe. Monica ne era rimasta subito folgorata e da quell’istante aveva anche scordato l’esistenza di qualsiasi altro uomo o donna presenti alla festa. Appena arrivati lui le aveva chiesto di posare per un quadro e lei si era spogliata immediatamente e tranquillamente si era languidamente distesa abbandonandosi sul letto, sotto il grande lucernario. Ritrovava quel ricordo vivo come appartenesse solo al giorno precedente, le venne quasi spontaneo alzare gli occhi al soffitto del ristorante. Allora, in tributo alla sua razionalità, si era chiesta che ci facesse una donna nuda in un quadro informale, e aveva finito col ridere così tanto da rimanere senza fiato mentre lui la baciava voracemente sul collo. Tornò a provare ancora quel languore e l’intorpidimento e quella stanchezza nel corpo. Non era mai riuscita a scordarlo. Era stata una notte di fuoco. Una passione che non aveva mai provato, che forse non aveva mai più ritrovato. Senza chiedersi e senza limiti. Ecco il suo ricordo più bello: l’inizio di una storia fatta di sesso sfrenato e di bugie impossibili.
“E’ stato Amedeo. E’ lui il padre di Pablo. Non me ne pento; lo rifarei. Non si può sempre pensare. A volte non puoi che fare, e seguire il cuore. Sarò stupida. Vi sembrerò una insulsa semplice romantica. Non me ne importa. Preferisco vivere con un ricordo nel cuore. Non gli ho mai chiesto se…”.
Le tornò un sorriso allegro davanti a quel ricordo vivido di “sesso appagato”. Gli occhi furono sul punto di inumidirsi, non gli rimproverava nulla. Si rese conto che oggi come allora avrebbe voluto dirgli solo grazie. Forse persino grazie al suo superficiale egoismo. A quelle parole Serena aveva sorriso stirando la bocca come il taglio di un coltello, Laura si era immersa dentro alla sua borsetta in cerca di chissà che, Luisa si era limitata a passarsi una mano tra i capelli neri che ormai erano striati di un bianco innaturale. Quelle tre donne senza ricordi, lucidavano la loro memoria: nessuna aveva mai scordato quel letto disfatto e la luce che scendeva dal lucernario. Luce da nord; la luce giusta per dipingere un quadro, ma, lì sotto, di notte, si potevano solo leggere le stelle o chiudere gli occhi e lasciarsi andare. Ricordavano le mani belle e indiscrete di Amedeo e i suoi baci voraci. Ciascuna aveva sognato di essere la musa ispiratrice di quell’uomo che le aveva lusingate con le parole, le carezze, e le bugie; che le aveva illuse. Ciascuna aveva pensato di essere stata la sola ad aver rinunciato a quell’amore travolgente per non tradire Monica; di aver avuto il ruolo di eroina. Mentre lui, quando aveva saputo che l’amore con lei aveva avuto delle conseguenze, si era eclissato. Aveva lasciato un grande vuoto nella vita di ognuna di loro, ma almeno in loro era rimasto qualcosa di lui. Fortuna che erano donne concrete e che avevano saputo barcamenarsi e avevano risolto il loro problema nel solo modo che a quel tempo era dato loro: sposandosi. E ognuna se lo raccontava nel silenzio della propria mente a cui aveva cercato sempre di mentire.
Qualcuna cercò di por fine a quel silenzio imbarazzato. Stranamente il discorso languiva mentre il cameriere portava il conto. Serena, senza perdere tempo, lo prese al volo: stavolta sarebbe toccato a lei, non dovevano fare storie, in fin dei conti quel marito le concedeva molti lussi e lei ne approfittava; almeno quello. Lei era quella che aveva più bisogno di qualche svago, di evadere. Magari avrebbe fatto un viaggio da qualche parte, chissà. Mentre si salutavano riflettevano su ciò che avrebbero trovato a casa e nessuna avrebbe giurato che ci sarebbe stata un’altra volta tra di loro. Solo Monica pensava di non aver rinunciato a niente nella sua vita, e quella sera, dopo aver acchiappato il suo sogno felice, non trovava niente da rimpiangere, pensava solo al piacere di un tempo passato e al calore della loro storica amicizia. Tornare a casa le riusciva meno complicato di altre volte.

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