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I ladri di sogni

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Giovani, Nuove e vecchie Resistenze, personale, politica, Scissione, Sinistra e dintorni on 16 ottobre 2011 at 14:12

Siamo tornati questa notte da Roma, Delusi ed arrabbiati, molto di più di quando ieri mattina siamo arrivati a Roma.
Ci siamo alzati prestissimo per prendere il treno con le offerte del sabato. Sia chiaro che oggi si fa fatica anche a viaggiare in treno, non è un mezzo per chi fa  i conti per arrivate a fine mese e siamo in tanti a fare questi benedetti conti.
In treno ci sono le mamme, mi chiederete quali mamme e che c’entrano. C’entrano, sono le mamme dei ragazzi e ragazze, studenti medi che sono partiti a notte fonda verso Roma, perché anche di questo è fatta questa manifestazione. Io e Mario avevamo mio figlio con gli studenti che venivano da Firenze e la ragazzina di 17 anni, Shaden, che la mamma, impossibilitata a venire, ci aveva affidato, anche lei era partita da Venezia con quei pullman che sono la tradotta di queste manifestazioni. Autobus che solo i giovani possono affrontare. Io ci lascerei le gambe prima ancora di arrivare.
Si arriva in una Roma assolata e allegra. Arriviamo presto e già la Piazza è colorata e piena di allegro vocio. Noi abbiamo appuntamento alle 13 o 13,30 davanti al cinema Moderno, ma ci arriviamo abbastanza presto dopo aver telefonato e fatto raccolta di amici romani e non. Qualcuno di loro deve andare in testa del corteo perchè sono quelli del Comitato 15 ottobre, c’è tanta allegria, la gente non sembra molta però, ma a noi non importa, chi c’è c’è, e anche gli studenti devono arrivare dopo essersi raccolti davanti alla Sapienza.
Chiamo mio figlio: tutto bene, stanno riunendosi per partire verso Termini. I gruppi della Palestina non si vedono. Noi indossiamo le bandiere per fare richiamo. Arrrivano ragazzi da Milano e alcuni giovani romani e un’altra ragazza da Venezia che è partita più tardi.
Siamo allegri e ottimisti, dietro ai nostri sorrisi però ci sono dei dubbi e delle tensioni (oppure pare solo a me). Non ci possiamo credere. Avevamo visti i mezzi dei carabinieri, in un angolo della piazza, e c’era qualcosa di strano: vicino ad una camionetta c’erano carabinieri con dei personaggi che carabinieri non sembravano proprio. Alcuni seduti dentro, altri che rilassati parlavano all’esterno. Fra di noi non abbiamo esternato quello che ci era venuto in mente. Eppure anche Mario aveva annotato la cosa. Non si può immaginare che, se ci fosse stato qualcosa di dubbio, lo facessero così alla luce del sole. Erano i miei retaggi da sessantottina a parlare, sicuramente. Insomma carabinieri e dimostranti dall’aspetto poco rassicurante, insieme in un guazzabuglio a dir poco sconcertante. Ma tiriamo avanti.
Mi son detta: ma cosa vai a pensare, se fossero infiltrati, perché mostrarsi alla luce del sole, sono troppo pochi, verrebbero isolati, ma che diamine. Forse mi sono sbagliata o forse il pericolo non veniva da lì, non ne sono sicura  e non lo sarò probabilmente mai.
Raccogliamo altri con la bandiera palestinese e con quelle della Flotilla, ma il furgone non arriva, poi mi chiamano al cellulare: venite a Termini che il gruppo parte da lì, il furgone è rimasto imbottigliato. Andiamo raccogliendo un po’ di persone per strada. Fortunatamente il nostro gruppo è riconoscibile per le bandiere e ci si ricompatta a Termini. Ci abbracciamo e riconosciamo i nostri amici di Facebook. E’ bello trovarsi e riconoscersi, è rassicurante. Intanto gli studenti sono arrivati alla stazione e mio figlio riconoscendo le bandiere mi raggiunge. Ci abbracciamo e siamo ottimisti e contenti. Sarà una grande manifestazione.
Quelli del Comitato sono già partiti da un po’. Ci chiamano per sapere di noi della Palestina, dove siamo. Io rispondo che non siamo ancora partiti anche se dovevamo partire in quinta posizione. Quelli ci dicono che sono ad una decina di minuti da Piazza S. Giovanni. Ma allora chi c’è dientro di loro se noi non siamo ancora partiti? Non riusciamo ancora a pensare che il corteo possa essere così lungo e numeroso.
Partiamo e si va lenti, ma è bellissimo, ci sono famiglie con bambini in carrozzina, c’è musica e allegria, qualche slogan, tanti sorrisi.
A metà Via Cavour mi arriva la telefonata di quelli del Comitato e dicono che gli studenti di termini sono bloccati da Black Blocs che stanno provocando disordini. Chiamo mio figlio, che dice: no, qui tutto tranquillo, siamo tantissimi ed aspettiamo di confluire nel corteo. La cosa mi rasserena. Richiamo quelli del Comitato che sono già entrati a S. Giovanni. Si tranquillizzano pure loro. Ma ad un tratto noi cominciamo a vedere le macchine con i vetri sfasciati e una banca con le vetrate sfondate. Ma allora da qui i Black Blocs sono già passati?
Mi telefona la mamma della ragazzina a cui dovevamo dare supporto: oddio le immagini che la televisione ci manda sono terribili, c’è una guerra in atto. Lei grida ed io sono sconvolta. Ma come? qui è tutto tranquillo. Richiamo mio figlio e non sono ancora partiti, anche lui mi conferma che è tutto tranquillo, e mi rasserena il fatto che siano ancora lì. Intanto noi vediamo la prima macchina bruciata e già spenta dai Vigili del fuoco e altre macchine sfasciate, altre vetrine sfondate. Ma che furia è passata di qua? Dai furgoni, partono i primi appelli di calma e di non accettare le provocazioni. Proprio in quel momento una trentina di giovani mascherati ci superano e il corteo si ritrae come fossero appestati. Qualcuno grida: “Siete fascisti!” “Fuori, fuori, fuori!” Ma la gente ha paura, si sente, si capisce. Dietro a questo manipolo ci corrono un po’ di ragazzi a viso scoperto, sembra che abbiamo visto il messia. Ragazzini che forse per la prima volta vedono il male, l’odio puro e ne vengono affascinati. Ho pensato che non potevano avere l’età per conoscere davvero la rabbia e la delusione, che erano solo ragazzini in cerca del gioco e della grande avventura. Dio santo, ma che potevano farci quei ragazzini? Quale pericolo potevano essere per noi, per il movimento che si era messo in cammino oggi?
Mi ritelefona la mamma disperata: non riesco a parlare con mia figlia, per televisione fanno vedere una guerra, hanno bloccato via Labicana e hanno messo a ferro e fuoco una caserma e occupato una chiesa, per favore vai a prendere i ragazzi e portali via. Sono spaventatissima, chiamo in testa al corte, sono già da un po’ in piazza S. Giovanni che è gremita. La polizia lì sta caricando e non si sa bene perché, il corteo è già tagliato in tre tronconi, c’è del fumo nero e alto che vediamo pure noi. C’è un ferito grave. C’è che quelli in piazza S. Giovanni stanno scappando, cercando di allontanarsi dalla polizia e dai violenti. Richiamo mio figlio, ma non riesco ad avere la linea. Parlo con Patrizia che parla col megafono del furgono e che mi conferma che c’è una guerra in corso. Passa un’ambulanza che risale Via Cavour, da dove siamo venuti. Io blocco Mario e gli dico: torno indietro vado dai ragazzi. Lui mi dice di non esagerare, che se stiamo calmi e non ci facciamo provocare tutto andrà bene. Eh no che non va bene, io ho Marco e Shaden in coda al corteo e loro non sanno niente, stanno solo aspettando di partire e magari a Termini questi quattro energumeni stanno facendo il caos e magari la celere carica e ci rovinano i figli.
Forse a tratti sono melodrammatica, ma non riesco più a stare nel corteo, ormai non ho più voglia di manifestare, ho già consegnato la mia bandiera della Flotilla a qualcuno e non ho che il pensiero alla coda del corteo.
Mario sa che non può fermarmi e sa che me ne andrò anche senza di lui, sa che ne sarei straziata, ma che non posso continuare. Intanto chiamo mio figlio e non riesco ad avere la linea. Mi chiedo dove sono le “mamme” che erano partite con noi. Poi al ritorno saprò che come cani da guardia hanno piantonato il corteo degli studenti, ma senza nessun potere. I padri chiamavano spaventatissimi e loro non riuscivano a cavare i loro figli o figlie dalla manifestazione.
Mario si decide: torno indietro con te e assieme a noi viene Mirna, la nostra amica brasiliana. Mio cognato e sua sorella hanno fatto un’altra strada e hanno visto gli scontri, mi chiamano e confermano che è davvero una guerra.
Risaliamo il corteo e solo allora la realtà ci appare in tutta la sua forza e anche la sua innata debolezza: c’è una marea, ma che dico, un oceano di gente, che non sa niente e non ha visto niente. E i ragazzi sono ancora alla stazione Termini. Sono ore che aspettano di partire. Mio figlio mi rassicura: ma dai, non fare la madre in ansia, qui è tutto tranquillo. Io cerco di fargli capire che magari lì sembra  tutto tranquillo, ma non riesco a spiegargli che risalendo la strada io mi incontro con una distruzione che prima non c’era? Come faccio a fargli capire che se arrivano al Colosseo, siamo perduti?
Facciamo una fatica boia a risalire contro corrente, non c’è spazio, e dobbiamo ritagliarci gli spazi con decisione. La gente ci guarda come fossimo dei matti. Più si risale il corteo e più c’è gioia ed allegria, come se fosse la giornata più bella della vita. Non sanno che sotto, alla fine della strada, c’è l’inferno. Ma perchè nessuno ferma il corteo? Ma perchè non li deviano su un altro percorso?
Mi richiama la mia amica e mi dice che persino la polizia sembra non riuscire a fermarli, Almeno da quello che mostrano in tv. Mi viene un sospetto: e se non volessero fermarli? Poi mi do della “complottista” da sola, non è possibile che siano così folli da mettere in pericolo… quanta gente? Un milione, un milione e mezzo di persone? Esagero? Faccio un po’ il conto della strada percorsa dal corteo, e dal tempo che il fronte della manifestazione è arrivata a piazza S. Giovanni che era già parzialmente piena. Sono quasi 2 ore che io vedo gente davanti e gente dietro e dietro ancora e non finisce più. E dietro c’è un mondo intero, con le famiglie e le carozzine e le bandiere di tutti i colori e l’allegria negli occhi: che grande e bella giornata oggi!
Richiamo mio figlio. Gli studenti sono entrati nel corteo. Maledizione e adesso? Mi dice più o meno dove si trovano, sono solo all’inizio mi spiega qual è il camion dietro al quale si trovano. Dice di stare calma. Ma ragiona, come faccio a stare calma se so dove vi state infilando. Sento che la sua pazienza è al limite. Ma i miei nervi sono già saltati e non posso dirgli togliti da lì e cercami Shaden perchè lui è un uomo e prende le sue decisioni e Shaden non so nemmeno dove sia. Nemmeno la mia amica lo sa.
Intanto il mio telefonino dà segni di cedimento, la batteria si sta scaricando. Sfrutto quello di Mario, che nel frattempo ha cercato degli amici che stanno in mezzo. Quello più giovane ci fa promettere di stare lontano dai disordini, ci fa giurare. Ma che cazzo sta succedendo.
Finalmente vedo gli studenti, sono moltissimi e organizzatissimi, forse hanno anche un sistema di sicurezza, forse hanno imparato pure loro ad usare i Katanga, come facevamo noi dopo il ’68. Ma questo servizio d’ordine è fatto da ragazzini. Ma che esperienza hanno? Non ci si butta in mezzo al caos così. I primi sono gli studenti medi, i piccoli, sicuramente Shaden è con loro. Impossibile vederla. A mio figlio non posso più telefonare, non posso tirare la corda della sua pazienza. Mi chiama la mamma di Shaden dice che è sempre peggio, che non sa più cosa fare, ma poi le viene un’idea e mi dice che chiamerà i numeri che avevamo preso su Facebook della Casa dei diritti civili e di Giuristi democratici, vuole sapere dove faranno finire i nostri ragazzi. Mio cognato e sua sorella cercano anche loro di raggiungerci. Faccio chiamare mio figlio dallo zio, ma so bene che non uscirà dal corteo.
Finalmente vediamo il camion del teatro Valle occupato con musica ed allegria a non finire e dientro a duecento metri il furgone dei We camp dove stanno anche gli studenti fiorentini. Ovviamente non vedo mio figlio, come potrei, sono una marea… sono delusa, spaventata, incazzata. Com’è possibile che una bella cosa come questa diventi un incubo? Sono incazzata perchè mi hanno fatto morire di paura, perchè mi hanno cancellato la gioia di partecipare e di portare al mondo anche il mio messaggio. Mi hanno trasformato il sogno in un incubo, hanno trasformato una giornata di sole e di colori e di musica in fumo, grigiore e paura. Sono incazzata, ma contro chi? Chi sono? CHI? E perché? PERCHE’?
Arriviamo finalmente a Termini e incredibilmente la piazza è ancora piena.
E’ quasi buio e ho il telefonino quasi scarico. Lo stress mi ha tagliato le gambe e mi ha svuotato il cervello. Per i ragazzi non posso fare molto né con il telefonino né con la mia buona volontà. Entriamo in stazione e ci mettiamo al bar d’angolo. Mario chiama mio figlio che mi parla e mi rassicura, il loro corteo è stato deviato… era tempo, ho un sospiro di sollievo, limitato, ma sollievo.
Richiamo gli amici in testa al corteo, anche loro si sono ricompattati e stanno andando verso la Piramide e si troveranno lì con gli studenti e i gruppi che si sono trovati tagliati fuori. Da quel che so il furgone della Palestina e della Rete romana per la Palestina si è trovato vicino agli scontri e non so che fine ha fatto. Chiamo Valentina che era rimasta con gli altri. Mi dice che è in piazza Vittorio, che sono venuti via di fronte a quel macello. Richiamo la mamma che è rimasta a casa e dico di restare calma, che i ragazzi sono stati deviati e non dovrebbero incontrare problemi. Ma tutto è stato rovinato, tutto sembra macerie di sogni ed illusioni.
Alla fine, fino a che mio figlio non chiama Mario per dire che se ne stanno tornando ai pullman e che mi manderà un messaggio quando arriverà a Firenze, io non riprendo a respirare. Il mio cellulare è morto, non prima di ricevere questo messaggio da Shaden una ragazzina di 17 anni italopalestinese piena di coraggio:
Ho sentito la mamma, tutto ok. Sto tornando indietro. Non potevo tornare indietro prima, perché dovevo partecipare a questa Italia che amo, perché è questa l’Italia in cui voglio vivere e che spero, scontri estremi a parte. Baci Shaden“.
E a questo punto mi è venuto da piangere.

Formidabili quegli anni

In Nuove e vecchie Resistenze on 11 marzo 2011 at 23:30

Sotto riporto un frammento tratto dal libro di Mario Capanna (Mario Capanna, Formidabili quegli anni, Rizzoli, 2006. pp. 296 ISlBN 88-17-53221-5) che da il titolo al post. La ragione del suo perché e della inclusione nei materiali resistenti sta nella testimonianza di quelle storie e di quella loro sorta di continuità con la Resistenza. Sempre Resistenza è stata e spero si colga l’aria che allora si respirava, in quel ’68 che è stato tutto il dopoguerra, almeno fino ad un certo punto. Fino almeno a questa sorta di “pace sociale” che copre e dimentica. Certamente col breve intervallo di Genova. E del prossimo, perché certamente ci sarà. Dove il potere mostrerà la sua arroganza. Ma ci sarà sempre anche una fiammella che resisterà. Perché la storia che racconta il potere non potrà mai essere la vera storia del “Popolo”.
manifesto del maggio franceseIl 1973 inizia all’insegna del clima mutato. Il 12 gennaio scioperano i lavoratori dell’industria a sostegno della lotta dei metalmeccanici per il Contratto: i picchetti operai vengono attaccati e dispersi dai carabinieri.
23 gennaio. Il professor Giulio A. Maccacaro, docente di medicina, sta dormendo tranquillo. E’ quasi mezzanotte quando lo sveglio con il telefono: «Giulio, corriamo al Policlinico. Vediamoci lì tra venti minuti. Ci sono stati scontri. Uno studente è moribondo». «Va bene. Sarò lì tra un quarto d’ora.»
Maccacaro, animatore dell’importantissima esperienza di Medicina Democratica, era un maestro di intelligenza scientifica e politica, di integrità morale, di spirito di abnegazione. Quella sera, quando l’ho svegliato, ero appena, tornato a casa dall’Università Bocconi, da dove mi ero allontanato senza alcun presagio della tragedia imminente.
Per le 21 avevamo convocato là un’assemblea studentesca cittadina. All’arrivo la sorpresa: bidelli e poliziotti controllano l’ingresso; può entrare solo chi ha il tesserino di iscrizione alla Bocconi; chi se l’è dimenticato a casa o è iscritto a un’altra università deve restare fuori, Con pazienza cerchiamo di appurare chi abbia preso quella inusitata decisione. Balletto: la polizia dice che è stata chiamata dal rettore Giordano Dell’Amore; questi fa sapere invece che l’iniziativa è stata presa dalla polizia, da lui mai sollecitata. Si perde circa un’ora. E’ ormai tardi e l’assemblea non si può più tenere, sia perché molti non possono entrare, sia perché altri se ne sono andati. Decidiamo di non insistere e di allontanarci.
A casa mi raggiunge la telefonata di uno studente: concitato mi racconta di attacchi violentissimi della polizia a gruppi di studenti che stavano andandosene, di colpi di pistola, di un giovane rimasto a terra in un lago di sangue. Faccio telefonicamente il giro degli ospedali. Dal Policlinico ho la conferma del ricovero di uno studente in fin di vita.
Quando arrivo in via Francesco Sforza, Maccacaro è già lì. Di fronte al «barone» i medici dicono l’essenziale. Il giovane si chiama Roberto Franceschi, ha una ferita d’arma da fuoco alla testa, è in rianimazione, le speranze sono poche perché l’elettroencefalogramma è piatto, il coma è profondo. Mentre siamo lì prostrati, vediamo scendere da una scala il questore Allitto Bonanno. Gli chiediamo che cosa è successo di preciso. Risponde: «Non abbiamo niente da nascondere, sappiamo chi è stato a sparare». Naturalmente non ci dice chi è stato. E c’era una ragione precisa. Come per Saltarelli, era al lavoro per nascondere le prove. E questa volta la manovra sarà condotta ancora più in grande stile.
Già l’indomani «La Notte» scrive che a sparare a Franceschi può essere stato «qualche provocatore infiltratosi fra gli studenti». Il questore tiene la sua conferenza stampa dopo aver avuto un lungo colloquio con il procuratore generale della Repubblica Salvatore Paulesu: si vedrà più avanti che le bugie esigono di essere coordinate. Afferma che sono stati esplosi quattro colpi: due dall’agente Gallo (uno ha colpito Franceschi, l’altro l’operaio Roberto Piacentini) e due in aria dal brigadiere Agatino Puglisi. Il Gallo ha sparato in quanto colto da raptus da paura: una bottiglia incendiaria era caduta sul telone della sua jeep, l’aveva incendiato e il fuoco si era propagato al suo berretto. Era stato trasportato all’ospedale in stato confusionale. La ricostruzione è una montatura, come emergerà poi inoppugnabilmente in sede processuale.
Nella notte il giudice di turno Antonio Pivotti è convocato in questura. Gli viene data la falsa versione poliziesca ed è caricato in una macchina della polizia per andare a fare il sopralluogo sul teatro degli incidenti. Guarda caso, l’autista sbaglia e porta il giudice al pensionato Bassini, dall’altra parte della città rispetto alla Bocconi. Così Pivotti arriva sui luoghi degli scontri alle 2 del mattino, circa quattro ore dopo i fatti, e dopo che sul posto erano passati in ricognizione il questore e mezza questura.
Il 26 gennaio si presentano spontaneamente dal magistrato due cittadini: l’avvocato dello Stato Marcello Della Valle e il ragionier Italo De Silvio. Due persone insospettabili, le quali, l’una all’insaputa dell’altra, riferiscono di avere assistito agli scontri dalle finestre delle proprie abitazioni e di aver notato distintamente un uomo in abiti civili, ma con elmetto in testa, estrarre una pistola e sparare ripetutamente a braccio teso al centro dell’incrocio fra via Sarfatti e via Bocconi. Si trattava di un funzionario di polizia. Pivotti indirizza le indagini nel senso delle testimonianze e, così facendo, si condanna. Il 28 gennaio viene spogliato d’imperio dell’inchiesta, che è affidata al giudice Elio Vaccari, un ex commissario di polizia. Si pensava così di andare sul sicuro. Intanto si precipita a Milano il capo della polizia Angelo Vicari, spedito dal ministro dell’Interno Mariano Rumor, con il compito di condurre «un’inchiesta interna». Il fine della missione è chiaro: il governo vuole saggiare direttamente il grado di tenuta della versione prefabbricata. Che non succeda come per Saltarelli, con le bugie smascherate dalle perizie balistiche e dai testimoni. Vicari lascia Milano coprendo interamente l’operato della questura. Nel frattempo si scopre che l’agente Gallo era giunto al Policlinico alle 0.30 (la sparatoria era avvenuta due ore prima), ma che era stato ricoverato nel padiglione psichiatrico alle 3 del mattino. Dov’era stato tutto quel tempo? Con chi? E a fare che? si chiedono con crescente allarme molti organi di stampa.

Quel sentimento di collera

In Nuove e vecchie Resistenze on 22 dicembre 2010 at 10:08

Tratto dal blog di Roberto Ferrucci “Il taccuino di uno scrittore” che nel Corriere del Veneto del 16 dicembre pubblica questo articolo “Quel sentimento di collera”.
Riporto tra virgolette il passo che mi ha colpito e che propongo a voi miei cari amici con l’intento di aprire una discussione sull’argomento che trovo di importanza vitale in questi giorni.

“Ci sono momenti, nel corso di un’esistenza, in cui senti di doverla prendere in mano, la tua vita, e farne l’uso migliore possibile. Succede quando capisci che attorno c’è il vuoto. Succede quando ti rendi conto che tocca a te e c’è poco altro da fare. E, soprattutto, questo momento capita quando sei giovane, quando sei studente. Quando scegli di investire la tua vita nel miglior modo – forse – possibile, che è quello di mettere alla prova il tuo cervello, di arricchirlo più che puoi, per metterlo, in futuro, a disposizione degli altri. Quando fai questa scelta, non pensi mai che lo metterai a disposizione di altri e altrove, il tuo cervello. All’estero. Per questo all’alba di martedì, molti studenti veneti sono partiti per Roma. Per rivendicare un diritto che, per uno studente, è al contempo un dovere: mettere il proprio cervello, il proprio sapere, a disposizione del paese in cui vivi. Sono andati lì per rivendicare questo, gli studenti veneti e del resto d’Italia. Lì, gli studenti del movimento Books bloc (e non Black bloc, sia ben chiaro) si sono uniti a ricercatori, a precari, a cassintegrati, a disoccupati. A tutta quella parte di società border line, che si trova a un passo dall’essere esclusa dalla vita. Lì, a Roma, è scoppiata la violenza. È curioso come, in Italia, non appena un movimento di sacrosanta protesta prende piede, non appena inizia a essere guardato con comprensione e simpatia dalla società civile, arrivino a frantumarlo e a criminalizzarlo, puntuali, i Black bloc. È successo a Genova nel 2001, è successo ieri a Roma. Curioso e strano. Perché chi ha avuto la voglia di approfondire il tema Black bloc, non pago delle superficiali note di servizio della tv, avrà scoperto che apparizioni e provenienze sono a dir poco sospette. E anche questa volta, come a Genova, ci sono immagini inequivocabili a confermarlo. Per cui, oggi, il movimento studentesco è subito stato bollato come violento, se non addirittura criminale. È una dinamica tipica del nostro paese in questi anni. Quel naturale e per certi versi nobile sentimento che porta il nome di collera, non viene preso in considerazione. Viene subito mistificato come violenza gratuita e inaccettabile, punto. Altrove non è così. In altri paesi, di fronte alla collera ci si interroga. Prima di tutti lo fa la politica. Ci si domanda, saggiamente, altrove, che cosa abbia spinto in piazza migliaia di persone in collera. Cosa è stato fatto, forse di sbagliato, per spingere la gente a questo. Si aprono dibattiti seri. Qui no. Qui da noi si predente che atti – quelli sì – di una violenza inaudita quali la certezza della precarietà, lo smantellamento dell’istruzione e della cultura, vengano assorbiti con dolcezza, seduti al calduccio del salotto di casa. Davanti alla tv, ovviamente. Oggi hanno sempre ragione solo quelli che accettano tutto con rassegnazione (o, peggio, con catatonia). Che accettano nuovi contratti di lavoro spogli dei diritti più elementari, che vanno a lezione dentro a edifici barcollanti, che con un sospiro passano davanti al teatro chiuso per sempre. Guai contestare, alzar la voce, ribellarsi. È antidemocratico e criminale. Inaccettabile nel paese “perfetto” che è l’Italia di oggi, dove un Calearo o uno Scilipoti qualunque diventano arbitri definitivi delle nostre precarissime esistenze. E dovremmo pure ringraziarli, col sorriso.”

19) La banda del sogno interrotto

In Una canzone al giorno on 26 giugno 2010 at 12:15

A Palermo nel cuore del centro c’è un’antica focacceria
davanti alla Chiesa di San Francesco, si ritrovano sempre li
seduti al tavolo che fu di Sciascia a bere Heineken e caffè
sono la banda del sogno interrotto di una Sicilia che non c’è

c’è Isidoro, c’è Simone, Beppe il biondo della pantera
Alex De Lisi l’artista da guerra che usa il pennello come una bandiera
il loro capo Ottavio Navarra è stato eletto adesso sta a Roma
si è comprato un vestito decente ma dentro ha ancora più rabbia di prima

Didilala-hey didilala-hay
se non sono ancora stanchi non si stancheranno mai
non li fermano con gli spari, non li fermano con le TV
sono i veri siciliani e non si fermeranno più

Hanno sfilato in manifestazione, raccolti distratta solidarietà
hanno pianto Falcone e gli altri, hanno guardato sbarcare i parà
volantinato Zen e Acquasanta e non so quanti altri quartieri
intanto il governo ha sbloccato gli appalti e la mafia riapre i cantieri

Non so se noi ne avremo il coraggio, se prenderemo la via del nord
o meglio ancora via dalle palle, fare in culo a tutti voi
perchè nella banda del sogno interrotto non sono molti i fortunati
sono in tutto quaranta persone di cui trentotto disoccupati
Didilala-hey didilala-hay…

soluzione

Titolo: LA BANDA DEL SOGNO INTERROTTO

Band: MODENA CITY RAMBLERS

No B day in Berlin

In Anomalie, Antifascismo, politica on 12 dicembre 2009 at 13:00

Sabato di sole a Berlino. Avevamo deciso di passeggiare da Alexander Platz fino alla Porta di Brandeburgo. Passeggiata lunga con qualche puntata di “ostalgia” (così si chiama la nostalgia o fascino che si prova a pesare a quello che era Berlino est prima dell’abbattimento del Muro), non che l’ostalgia sia una vera nostalgia, anzi, la realtà della DDR era inaccettabile, grigia e terribilmente triste, ma come sempre il passato sembra migliore visto a distanza e poi Berlino est è comunque davvero affascinante, tanto da far dimenticare il recente tormentato passato. Insomma mi fermo a parlare a Carlo Marx e a Engels nel parco. Sì, sono un po’ scoraggiata per la situazione politica dell’Italia. Mica dimentico che al di là delle Alpi ho lasciato una situazione politica veramente imbarazzante. Chiedo a Carlo “Che fare?” Lui non risponde, guarda lontano verso est. Ha un atteggiamento freddo e distaccato. Forse il “che fare?” l’avrei dovuto chiedere a Lenin, che su questo mi sembrava ragionevolmente e praticamente più attrezzato. Fa freddo. Guardo sui banchetti i cappelli dell’esercito russo e decidiamo di prendere, per un amico indomabile, un berretto da bolscevico. So che lo apprezzerà soprattutto in questi tempi senza coraggio e senza ironia. Intanto guardandoci intorno arriviamo alla Porta di Brandeburgo. Il luogo della riunificazione. Nel 1989 il Muro fu abbattuto e qui si compì l’ultimo atto di quella storia terribile. Attraversiamo la Porta imponente al suono di “Bella Ciao”. I Modena City Ramblers ci fanno affrettare il passo. Sorrido. Incredibile! Mi accorgo che senza saperlo sto partecipando al No B Day in Berlin. Tanti sono i giovani e variopinti. Molti sono gli italiani. Molti i curiosi di altre nazionalità. Tutti sorridono e soprattutto comprendono. B non è famoso solo da noi. E’ triste, ma purtroppo è così. La manifestazione non sembra granché organizzata, ma è divertente e piena di musica. La “polizei” guarda da lontano non esageratamente interessata. Scatto delle foto e penso a questo post per il blog. Penso anche che forse forse non è vero che questa generazione di giovani è proprio tutta rovinata dalla televisione del Presidente. Poi penso che forse in Germania non è così facile vedere quella Tv. In albergo prendo solo Rai 1 e non me ne faccio un cruccio. Forse i giovani qui non sono e non saranno mai sudditi di B. Almeno così credo. Almeno così spero. Piano piano mi allontano costeggiando sempre il Muro, ma sempre a sinistra, continuando il percorso nella Berlino est di oggi che così non si chiama più. Io ed il mio compagno ci guardiamo sorridendo. E’ stato un momento in cui il peso degli anni si è sciolto come neve al sole. 😉

Testo di Ascanio Celestini – Performance Maksim Cristan

La Storia siamo noi…

In politica on 26 ottobre 2008 at 19:55

Io c’ero…..
Alzata alle 4 di mattina, buio pesto, strade con chi torna a casa dopo una notte di lavoro oppure di divertimento e gente che corre verso il suo impegno quotidiano, Non mi alzo mai così presto e incontro una umanità sconosciuta, umile, bella.
Pullman che viene a prenderci di passaggio, già carico di gente, gente allegra, si fa la conta, ci siamo tutti e si parte per Roma. E’ il 25 ottobre 2008 e io ci sarò.
In autostrada una fila interminabile di pullman. Gente mezzo addormentata. Chi parte dal profondo nord e chi dal profondo sud, sempre la stessa levataccia, ma il cuore leggero. Non importa in quanti saremo, l’importante è esserci. Io non sono del PD ma sono di sinistra, frequento amici che lo sono, ritengo indispensabile esserci perchè la situazione è intollerabile, perchè la libertà ci viene sotratta di giorno in giorno e non è più possibile restare zitti.
Roma. Parcheggio zona Palasport. Metropolitana Piramide. E’ uscito il sole, la gente che ci aspetta  si mette in fila ordinata, la strada è gremita, ma lasciano il passaggio a chi arriva. Ci sono le forze di polizia e tre grossi cellulari. Prorprio di fronte alla stazione. Sono per noi i “facinorosi”. Dopo un pò se ne vanno. Delusi?, Non c’è niente da fare oggi, potete tornare a casa.
Il corteo parte con la regione Emilia Romagna, sono in tantissimi, io penso ai panini che devono avere negli zainetti. Subito dopo il Veneto con in testa lo striscione di Venezia, poi Vicenza e i ragazzi del No Dal Molin, i veneziani non sono tantissimi, ma un altro nutrito numero è arrivato col treno a Termini e quelli partono da Piazza Repubblica.
Arriviamo e c’è ressa all’ingresso del Circo Massimo, dentro c’è già un mare di gente e noi siamo tra i primi. Prendiamo gli spalti. Così possiamo vedere dall’alto. Inizia così l’afflusso e noi vediamo le facce, i modi di questo popolo che non sembra allegro, ma neanche incazzato. Un popolo serio e motivato. Un popolo dei momenti difficili, quelli che uniti si può tutto.
L’afflusso è infinito,  vengono conquistate tutte le chiazze d’erba e di polvere del Circo, e continua ad arrivare gente, Dall’alto vedo il corteo che arriva da Piazza della Repubblica. Non ce la faranno mai ad entrare. Parla molta gente: studenti, poliziotti, insegnanti un mediatore culturale di colore con straordinaro eloquio (altro che classi differenziate!).
Un momento di musica “la storia siamo noi” la gente tutta di alza, sventolano le bandiere… è un mare in movimento, un momento entusiasmante, commovente. Parla Veltroni e vi rimando al post di Audrey al quale non ho niente da aggiungere.
L’inno di Mameli che nessuno mai, tranne quando vince ai mondiali l’Italia, ha mai cantato con tanto cuore. E la folla si alza e in ordine, garbatamente esce dal Circo Massimo mentre il temporale minaccia sempre più la città.
Inutile dire che anche stavolta si è avverato un sogno, come quella volta della manifestazione sull’art.18 e di aggiunta quando è cominciato a piovere finalmente e liberatoriamente abbiamo potuto dire “Piove, governo ladro!”
LA STORIA SIAMO NOI (….. io sono lì di fronte tra la colonna e il pallone rosso, mi vedete?) 😀

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