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Se perdo te

In amore, musica, personale on 16 aprile 2016 at 18:41

Una piccola vecchia canzone, il gusto dolce amaro di quegli anni, era l’inizio del 1968, ma noi non lo sapevamo, nessuno sapeva che, in quell’anno, la mia generazione avrebbe avuto un appuntamento con la Storia e noi non sapevamo certamente quanto saremmo cambiati poi.

Io allora sapevo solo che tu dovevi partire. Nessuna certezza, nessuna sicurezza solo i tuoi occhi verdi che avrei perduto.

Strano che allora una canzone significasse tanto, strano poi che quella canzone, per me, non fosse mai diventata vecchia e nemmeno ridicola, come succede a tante cose perdute nel tempo.

Una canzone che tornava ogni volta a rimestare negli angoli bui dell’anima. Un dolore sordo che non si era mai sedato, la cui origine non avevo mai volutamente veramente sondare.

E allora io ti avevo perso al suono di quella canzone e oggi so che il mio cuore non lo aveva mai dimenticato.

Erano passati solo due mesi dal quel combattuto e litigato primo bacio, che tu non volevi e al quale io ti avevo costretto, ed erano passati solo cinque mesi da quando ci eravamo conosciuti. Colpa sempre di quell’amico, che aveva una cotta per me, e che io vedevo solo con amicizia. Poi non so che cosa avesse pensato, credo che, nella sua testa, solo tu mi potevi fermare ed infatti solo tu mi hai fermato. Non a lungo e non per sempre, ma ci fermammo e ci guardammo negli occhi.

Non è facile aver sedici anni, imparare a vivere, ed essere sicuri di se stessi. Non è facile desiderare la libertà e non poterla avere, doversela guadagnare pagando un prezzo troppo alto per ogni conquista.

Ma questo spiega solo di me. Non tiene conto che pure i tuoi vent’anni non andavano tanto meglio e pure tu hai pagato i tuoi conti con la vita.

Ma quella canzone era la nostra e lo è sempre stata, sebbene che per ragioni evidenti, io non volevo sapere a chi fosse legata e perché.

La ballammo quella sera, a casa di qualcuno di cui non ricordiamo il nome, ballammo nel buio stretti e disperati, come solo dei ragazzi giovani, di fronte al baratro, riescono a fare.

La data la ricordo era l’11 febbraio 1968, il giorno dopo hai preso il treno e sei uscito dalla mia vita.

Roma non è molto lontana e non lo è nemmeno Civitavecchia, ma allora per me era l’altro capo del mondo dove catapultavo le mie lettere quotidiane e qualche breve e complicata telefonata.

Non sapevamo che se per caso non fosse stato amore, sicuramente era la più bella espressione di amicizia di cui saremmo mai stati capaci. Qualcosa che a pensarci bene era quasi amore, ma senza quella voglia di autodistruzione o di rivalsa che molto spesso quel sentimento porta con sé.

A te sarebbe andato, per tutta la mia vita successiva, un pensiero fugace, quando avrei avuto voglia di avere un amico vicino, o di fare una telefonata oppure solo di restare ad ascoltare una voce, ma non una qualsiasi, la tua voce profonda e calorosa.

Ma tutto andò storto o meglio andò come il destino aveva previsto che andasse. Tu non tornavi per impegno e per orgoglio, io non aspettai, se non fino alla fine di quell’anno assurdo che poi avremmo dovuto per forza ricordare.

Allora non ammettemmo quanto ci siamo mancati ed io non lo feci nemmeno dopo. Io diventavo donna senza di te, avrei avuto un compleanno che perfino mia madre si era dimenticata. Avevo i nostri amici che mi riempivano la vita, almeno quel poco di vita di cui allora potevo godere.

Ma tu non tornavi e io pensavo davvero che non ti interessasse tornare… per me.

Pensavo che tu fossi destinato ad altro, che il tuo futuro non avrebbe avuto il mio nome. E contemporaneamente comprendevo che tu non avresti potuto essere il mio destino, e che dovevo aprirmi la strada senza di te.

E così rimase quella canzone che parlava di noi, e di cose taciute, sconosciute oppure non dette, che mi strizzava il cuore senza motivo anche a distanza di anni e pure tanti.

La vita ci aveva separati: una piccola storia che tu, solo dopo, avresti chiamata “breve, ma non piccola”, un amore che era più amicizia, ma che solo dopo io avrei capito che non faceva differenza. Una breve storia d’amore che ci cambiò.

Una separazione lunghissima, intrecciata a vite separate e complicate, come devono essere le vite, per poi riportarci a quel punto di partenza che era la nostra nuova storia da vecchi.

Il caso ci ha rimesso assieme strizzando l’occhiolino. Un caso burlone che tanto ci aveva tolto e tanto oggi ci tornava, con gli interessi.

Ma questa è un’altra storia anche se la colonna sonora è sempre la stessa o almeno quella che ora noi sappiamo che era solo la nostra canzone e di nessun altro.

 

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Tornare sui propri passi…

In Amici, amore, Anomalie, Giovani, La leggerezza della gioventù, musica, personale on 8 giugno 2012 at 14:50

Un dilemma che mi sono posta in questi ultimi tempi e al quale non sono riuscita a dare risposta è: la vita ti consente la possibilità di tornare sui tuoi passi? Te lo consentono gli altri e te lo consente pure il tuo orgoglio?
La domanda che mi sono posta urge di risposta, ma forse neanche tanto… credo che la natura e il tempo risolva molte cose. Una volta non ci avrei creduto, ma oggi sono possibilista.
La questione è nata seguendo la storia di due ragazzi a cui voglio molto bene e che seguo con attenzione, ma a distanza (per non essere considerata invadente, che non sia mai :-)). La storia è questa, un po’ romanzata, ma stiamo tra il più e il meno, anche se non toppo lontani.
Lui è un ragazzo giovane, un’età che ai miei tempi (e già dire questo la dice lunga) sarebbe stata di un certo peso, ma che oggi è una bazzeccola, praticamente poco al di sotto dei 30 anni. Lei è coetanea, ancora iscritta all’università, per i suoi motivi: non le bastava una sola laurea e aveva voglia di cambiare. Due città diverse a 500 km di distanza, più o meno. Lei molto attaccata alla famiglia di origine e alla sua casa, alle sue abitudini e ai suoi amici, lui invece molto autonomo, cittadino del mondo, anche se predilige la sua città, ritornare, da ogni sua assenza anche lunga, in un luogo, il suo, di nascita e di elezione.
I due ragazzi si frequentano per molti anni. Due gocce d’acqua nel mare delle amicizie e dell’amore, condividendo anche se a distanza molto di più di quello che pensavano. Poi una decisione inconsulta: lasciarsi.
Qui le cose si ingarbugliano perchè non si sa chi ha fatto cosa, ma io il sospetto ce l’ho. Se dovessi appunto scrivere questa storia di invenzione, direi che lui, più libero di movimento e meno attaccato alle sue abitudini, avrebbe desiderato che lei prendesse le distanze dalla famiglia e decidesse che farne della propria vita, con  riferimento a lui, in attesa di questo gli era scappato un intreccio con una ragazza molto meno distante e più bisognosa della sua protezione.
Ovviamente queste sono cose che non si fanno e lui alla fine non sapeva che pesci pigliare e gli era sembrato più sensato chiudere con l’altra goccia del suo mare.
La goccia non l’aveva certo presa bene, ma ad onor del vero sapeva di avere qualche colpa nel non riuscire a decidersi e ad essergli e ad avere un vero punto di riferimento in lui. Per fortuna il rapporto pur prendendo le distanze, non si è deteriorato mai in rivoli di rancore e risentimento.
Sembrava davvero che le loro due vite avessero definitivamente preso la strada della separazione.
Io sapevo che lei era la donna per lui, ma non potevo dirlo. Chi sono io per poterlo dire? Nessuno. Però lo vedevo incassare le cose belle della vita come se non ci trovasse gusto, come se una parte di lui gli fosse stata negata. Lei, aveva tentato pure di rimettersi in strada: un altro ragazzo che trattava come un amoretto da ragazzina, come se la responsabilità di un rapporto duraturo le fosse stata negata.
Beh, di fronte a tanto scempio mi era venuto a mente la mia storia strana, di quell’amore lasciato tanto tempo prima, di tutte le storie che ci stavano in mezzo, del ritrovarsi e capire che era allora che aveva bussato l’amore. Perchè tutto quello che c’era stato in mezzo non era l’amore che c’era ma era quello che mancava, ma forse non è chiaro il concetto. Per troppo tempo ho cercato l’amore negli altri e dentro di me e non sapevo che c’era e che mi mancava. Beh insomma poi l’ho ritrovato ed è tornato tutto a posto.
E mi pareva che per loro, i ragazzi di questa storia, avrebbe potuto essere lo stesso, ma con un finale diverso. E se non si fossero ritrovati più?
Io l’amore l’ho ritrovato e apparteneva a quei 16 anni terribili e meravigliosi, e mi sento una persona con una fortuna sfacciata, ma loro ci sarebbero riusciti? Avrebbero superato i km. di distanza, le differenze di carattere, gli amori intercorsi, e avrebbero capito? Perchè, chiaro, amarsi si amano, io lo so, io lo sento dentro, tra parentesi l’ho sempre saputo, e so anche che se uno dei due avrà il coraggio di farsi perdonare (quel molto che è passato) tutto può ricominciare e diventare la loro vera vita per sempre (insomma sempre è una parola grossa, ma qualche volta va pure detta, dai).
Ora le cose stanno in bilico, suppongo che tutto dipenda da lei, se avrà il coraggio di perdonare e di abbandonarsi a quell’amore naturale che era stato il loro grande impegno di prima, ma innanzi tutto il loro porto sicuro, la loro palestra per diventare forti e crescere e per credere in se stessi.
Qualche volta bisogna lasciarsi per capire. Qualche volta bisogna riincontrarsi per risentire quel tuffo al cuore che si era dimenticato e che era perduto nella memoria. Cosa vincerà? La ragione? Il cuore?
Questa partita mi appassiona, e vorrei parlare e dire, ma taccio perché se io so, come dovrebbe finire il gioco, non è giusto che ne riveli le regole. Quelle sono tutte da scoprire e le difficoltà sono tutte da superare. Non c’è esperienza degli altri che serva, è solo dentro di noi che possiamo trovare la grande capacità di tornare sui nostri passi.

Beh, auguri, ragazzi, che il peso del tempo vi sia lieve 🙂 per quanto mi riguarda 42 anni sono volati e adesso posso dire di non avere più qualcosa che mi manca…

I comandamenti dei rapporti speciali

In amore, Donne, personale, uomini on 27 febbraio 2012 at 16:29

Dopo tanto tempo che mancavo sono rientrata nello splendido blog dell’altrettanto splendido Quarantenne 🙂  dove scopro subito una lettura alquanto particolare ed evocativa. Il testo lo riporto qui nel mio blog e la ragione che mi spinge a farlo è che, da qualche giorno, mio figlio è rientrato brevemente a casa, prima dell’ultima tirata che precede la discussione della tesi di laurea. Averlo a casa per me è una gioia, anche se non è che richieda molte attenzioni per sè, e nemmeno che mi metta ai fornelli più del solito, certo che un po’ di più faccio attenzione a quello che metto in tavola, almeno per quell’unica volta al giorno che mangiamo insieme. Sia chiaro che non ci tengo che lui “sfrugugli” l’anima della sua ragazza, su quanto buoni sono e quanto gli mancano i manicaretti speciali della mamma, ma mi auguro, e spero, che le nostre cene, a prescindere dalla qualità intrinseca del cibo, per lui rimangano nella memoria come un tempo speso bene, tra vivacità, risate, calore umano e cibi preparati con affetto… Sarà niente, ma a me personalmente, se lo avessi avuto,  sarebbe stato un ricordo che mi sarei portata appresso per tutta la vita.

Settimo: non abbuffarti.

Ho passato ventidue anni con mia madre e ventidue senza.

Assenza incolmabile, come un suono in una stanza vuota che rimbalza all’infinito nell’eco della mancanza, sporcato dal rimbombo dei muri disadorni.

Millecentoquarantaquattro pranzi domenicali materni mi sono perso, e anche se altri deschi adottivi, alcuni dei quali principeschi, vi hanno sopperito, mi mancano le pietanze materne, quelle preparate col tempo lento della festa, il pan grattato sulle cime di rapa, le imperfezioni callose della pasta fatta a mano, il fegato un po’ duro ma squisito, l’intento malcelato di assecondare i miei gusti, osando tra le vette della sperimentazione con ciò che aveva in frigo.

Una madre che cucina per il figlio suona musica propria. Solo cover per gli altri.

La colonna sonora di una storia

In amore, La leggerezza della gioventù, musica on 31 marzo 2011 at 22:06

Me l’ha fatto tornare a mente proprio Lui con il post Chicco e Spillo che la nostra vita era piena di musica. Già, la musica, non avremmo saputo mai farne a meno, ed invece…
E’ strano come invece vanno queste cose. Credi che sarà sempre così e poi intorno a te le cose cambiano. A noi era successo così, prima non serviva neanche parlare e sapevamo che c’erano le nostre canzoni, i cantautori, le canzoni di protesta, le grandi manifestazioni della pace (beh magari quelle erano solo mie), i figli dei fiori e le canzoni di lotta. Mi erano rimasti solo i suoi due LP che Giovanni mi aveva passato quando Lui era partito. Era il nostro Fabrizio De Andrè e non avevo capito perché Lui se ne fosse voluto liberare prima di partire.

Poi tutto era cambiato, forse solo perché, chi ci stava vicino, cercava di depredarci di quella capacità di essere sopra le righe. Diventare concreti, ecco quello che non era proprio nella nostra natura. Ma che fare, non è colpa di chi ti vuole cambiare, ma di noi che ci siamo fatti cambiare.
Allora, piano piano avevamo perso la nostra colonna sonora che veniva rimpiazzata da quella di altri, da altre note e altre parole oppure semplicemente dal silenzio. Eppure, noi, avevamo le nostre canzoni e nessuno ce le poteva portare via, quelle le avevo ricordate in tutto il tempo che ci eravamo persi, mi dicevo: “Sei una scema. Una schifosa e sdolcinata romantica” e certo pensavo di essere  solo io a ricordare. E così Patty Pravo continuava a ricordarmi che quella perdita era stata ben più dura di quello che avevo pensato. Non sapevo spiegarlo perché quella canzone mi sfrugugliava sempre dentro, come un frullatore che mescolava vorticosamente le mie emozioni al rimpianto.

Ma la vita andava avanti ed io imparavo ad affrontarla da sola. Volente o nolente dovevo imparare a vivere anche senza di Lui.

Ricordo, sorridendo, che quando volevamo ballare e parlare a lungo mettevamo la puntina su quella canzone che durava una vita ed era malinconica e tristissima: “Desolation Row” di Bob Dylan, mica che Bob avesse mai composto canzoni minimamente allegre. O almeno io non me ne ricordo nemmeno una.
Inutile dirlo, ogni passo una canzone a riempire le nostre assenze

poi la difficoltà di rendere compatibile il pubblico con il privato. Volevamo cambiare il mondo e stavamo sempre dalla parte dei deboli, a qualsiasi prezzo. Pensavamo di abitare in una comune, pronta ad accogliere chiunque. Perché l’amicizia era avanti a tutto. I nostri momenti divisi con gli amici, i nostri pensieri condivisi. Tutto avremmo dato per loro e lo facemmo, a nostro scapito.

E così trascorse il nostro tempo pensando che un altro mondo ci era stato dato. Lui e l’impegno politico io e la mia grande voglia di libertà. Credendo fermamente negli altri, sempre insicuri di noi stessi, sempre pronti a darci. E la colonna continuava.

Non c’eravamo mai dati un appuntamento e avevamo perduto la strada. Le nostre colonne musicale si fondevano e si dividevano contro la nostra volontà. s’incrociavano a nostra insaputa dentro a storie che non avrebbero avuto futuro.

Ricordo pure quando Lui canticchiava quella canzone impertinente: «Sono un tipo antisociale, non mi importa mai di niente, non mi importa del giudizio della gente…» ed era vero perché noi ci sentivamo così, eravamo due ragazzi nuovi ed eravamo pronti a quella nuova libertà.
Era il ’68 e noi non lo sapevamo che per noi e per il mondo quello sarebbe stato un anno indimenticabile. Mica le cose si sanno mentre si vivono. Come non sapevamo che ci saremmo ritrovati alla fine.

Chizuko

In Amici on 3 agosto 2010 at 14:05

I miei pensieri per te sono leggeri come farfalle. Niente di più greve sapresti sopportare. Tu donna tenace e delicata. Piccolo fiore nel giardino delle mie amicizie. Tu non appari mai, sei solo un lieve sospiro, una goccia di pioggia nell’arsura dell’estate.
Dolce Chizuko, dovrò imparare a fare senza il delicato gesto della tua mano. Come farò a ricordare la tua voce stupenda che accompagnò la mia tristezza e il sorriso discreto che non lascia mai soli? La tua voce: un dono della natura. Essenza benigna del tuo essere. Donna e Dea che abbaglia di luce.
E’ tardi per restituire quello che con tanta generosità hai donato. Oggi sono impotente e tu sei lontana, in quel letto di ospedale. Ancora schiva di te. Reticente. Perché le cose più belle si fanno, ma non si dicono. Perché tu, solo di leggerezza ti nutri. Ed io di fronte a tanto infinito, so di mancare.

8) Vorrei

In Una canzone al giorno on 15 giugno 2010 at 12:16

Vorrei conoscer l’ odore del tuo paese,
camminare di casa nel tuo giardino,
respirare nell’ aria sale e maggese,
gli aromi della tua salvia e del rosmarino.
Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero
parlando con me del tempo e dei giorni andati,
vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero,
come se amici fossimo sempre stati.
Vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci
e i ciuffi di parietaria attaccati ai muri,
le strisce delle lumache nei loro gusci,
capire tutti gli sguardi dietro agli scuri

e lo vorrei
perchè non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…

Vorrei con te da solo sempre viaggiare,
scoprire quello che intorno c’è da scoprire
per raccontarti e poi farmi raccontare
il senso d’ un rabbuiarsi e del tuo gioire;
vorrei tornare nei posti dove son stato,
spiegarti di quanto tutto sia poi diverso
e per farmi da te spiegare cos’è cambiato
e quale sapore nuovo abbia l’ universo.
Vedere di nuovo Istanbul o Barcellona
o il mare di una remota spiaggia cubana
o un greppe dell’ Appennino dove risuona
fra gli alberi un’ usata e semplice tramontana

e lo vorrei
perchè non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…

Vorrei restare per sempre in un posto solo
per ascoltare il suono del tuo parlare
e guardare stupito il lancio, la grazia, il volo
impliciti dentro al semplice tuo camminare
e restare in silenzio al suono della tua voce
o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso
dimenticando il tempo troppo veloce
o nascondere in due sciocchezze che son commosso.
Vorrei cantare il canto delle tue mani,
giocare con te un eterno gioco proibito
che l’ oggi restasse oggi senza domani
o domani potesse tendere all’ infinito

e lo vorrei
perchè non sono quando non ci sei
e resto solo coi pensieri miei ed io…

Soluzione

Titolo: VORREI  autore: FRANCESCO GUCCINI

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