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I comandamenti dei rapporti speciali

In amore, Donne, personale, uomini on 27 febbraio 2012 at 16:29

Dopo tanto tempo che mancavo sono rientrata nello splendido blog dell’altrettanto splendido Quarantenne 🙂  dove scopro subito una lettura alquanto particolare ed evocativa. Il testo lo riporto qui nel mio blog e la ragione che mi spinge a farlo è che, da qualche giorno, mio figlio è rientrato brevemente a casa, prima dell’ultima tirata che precede la discussione della tesi di laurea. Averlo a casa per me è una gioia, anche se non è che richieda molte attenzioni per sè, e nemmeno che mi metta ai fornelli più del solito, certo che un po’ di più faccio attenzione a quello che metto in tavola, almeno per quell’unica volta al giorno che mangiamo insieme. Sia chiaro che non ci tengo che lui “sfrugugli” l’anima della sua ragazza, su quanto buoni sono e quanto gli mancano i manicaretti speciali della mamma, ma mi auguro, e spero, che le nostre cene, a prescindere dalla qualità intrinseca del cibo, per lui rimangano nella memoria come un tempo speso bene, tra vivacità, risate, calore umano e cibi preparati con affetto… Sarà niente, ma a me personalmente, se lo avessi avuto,  sarebbe stato un ricordo che mi sarei portata appresso per tutta la vita.

Settimo: non abbuffarti.

Ho passato ventidue anni con mia madre e ventidue senza.

Assenza incolmabile, come un suono in una stanza vuota che rimbalza all’infinito nell’eco della mancanza, sporcato dal rimbombo dei muri disadorni.

Millecentoquarantaquattro pranzi domenicali materni mi sono perso, e anche se altri deschi adottivi, alcuni dei quali principeschi, vi hanno sopperito, mi mancano le pietanze materne, quelle preparate col tempo lento della festa, il pan grattato sulle cime di rapa, le imperfezioni callose della pasta fatta a mano, il fegato un po’ duro ma squisito, l’intento malcelato di assecondare i miei gusti, osando tra le vette della sperimentazione con ciò che aveva in frigo.

Una madre che cucina per il figlio suona musica propria. Solo cover per gli altri.

Non mi sono scordata di te…

In amore, musica on 7 luglio 2011 at 10:40

Caro Alessandro,
non guardarmi con quegli occhi seri seri, che non ti si addicono affatto, io non mi sono scordata di te. Sì! è vero, quella data è passata e io stavo male con quel brutto ascesso su quel dente maledetto, ma comunque non mi sono scordata di te e d’altra parte come farei?
Non ti avevo conosciuto prima di quando la tua vita da bambino si era trasformata in un tormento per te e per i tuoi splendidi genitori. Il destino ti avrebbe condotto a me due anni dopo, assieme alla dolcezza di tuo padre che ho adottato subito come mio fratellino nella rete. Sei arrivato tu con quel sorriso particolare che tutto fa splendere di luce nuova e con quel babbo e quella mamma annientati dalla tua assenza. Ma tu non ti sei mai allontanato da loro e neppure da me, perchè tu sei fatto così: un bambino bellissimo, eternamente di cinque anni, dal magico sorriso che entra nella vita degli altri in punta di piedi e non ne esce più.
Sì! ti voglio bene, passerotto mio, come una madre che vuol bene al suo eterno bambino, come una zia che vuol solo viziare il suo bel nipotino e consolare quel grande papà e quella mamma coraggiosa. Ti voglio bene e neanche il tempo cambierà questa nostra piccola storia segreta.
Ora sì, che riconosco il tuo sguardo furbetto, ora sei tu come sempre con la tua felpa gialla e i riccioli belli. Ora sorridi come sai fare tu. Ti voglio bene piccolo mio e non mi scorderò mai di quella data triste quando un dio senza senso ti ha portato via con sé. Sarò una vecchia pazza, ma non lo perdono quel dio, perchè un senso davvero non c’è.
Come ogni anno ti dedico una canzone e per stavolta una canzone che piace a te, di quel cantante che non conoscevo, che solo il tuo amore mi ha fatto ascoltare.
Ciao Alessandro e grazie per avermi insegnato che un sorriso può tutto, anche nei momenti più brutti e neri della vita.
Un bacio dalla tua vecchia zia Ross 🙂

115) La casa degli spiriti

In Un libro al giorno on 29 settembre 2010 at 8:00

Barrabás arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore.

Soluzione
Titolo: LA CASA DEGLI SPIRITI
Autrice: ISABEL ALLENDE

trama: Esteban Trueba si innamora della bella ed eterea Rosa del Valle: egli decide dunque di lavorare duramente allo scopo di accumulare la ricchezza necessaria per prenderla in sposa, ma la ragazza muore prematuramente. L’uomo si trasferisce nella sua tenuta di campagna, che riporta in auge dopo anni di decadenza. Lì, però, sente la mancanza dell’amore. Chiede la mano di Clara del Valle, la quale accettando la proposta rompe il silenzio di diversi anni di mutismo volontario. Con loro va a vivere Férula Trueba, sorella di Esteban, la quale instaura una solida amicizia con Clara. Dall’unione coniugale nascono tre figli: Blanca, Jamie e Nicolás. Blanca sfida l’autorità del padre innamorandosi del ribelle Pedro Terzo García. Jamie diventa medico. Nicolás se ne va in Nord America dove apre un luogo di ritiro spirituale orientaleggiante. Esteban Trueba, con la sua mentalità all’antica, è quindi deluso dal comportamento dei suoi figli. La sua delusione, però, si risolleva quando Blanca dà alla luce Alba, alla quale Esteban dedicherà molto affetto, specie dopo la morte di Clara. Anche Alba, da ragazza, si innamora di un ribelle: Miguel. Questi sono però gli anni del colpo di stato. A causa di questa relazione Alba viene arrestata e maltrattata, poiché i militari vogliono sapere dove si nasconda il suo amante. Esteban Trueba riesce a liberarla, grazie alla sua amicizia con Tránsito Soto. Blanca e Pedro Terzo García vengono spediti, seppur in tempi diversi, al sicuro in Canada. Alba, infine, scopre i vecchi quaderni dove sua nonna Clara annotava minuziosamente la sua vita. Esteban Trueba, sul punto di morte, verrà salutato dal fantasma di Clara. (da wikipedia)

Noi siamo della sostanza di cui sono fatti i sogni…

In personale on 19 settembre 2010 at 10:00

Bella frase no? Chi la disse è un famosissimo drammaturgo inglese in non so quale opera. A ricercarla ci metterei niente, ma come sempre sono pigra e approssimativa. Confesso che mi è rimasta impressa per la sua capacità di evocare, in me, pensieri e sensazioni. Vorrei chiarirne la ragione, se posso, senza pensare di farne però una “teoria”.
Noi siamo prima di tutto della sostanza di cui sono fatte le cose della nostra vita. Per dire che se nasci brutto e sfigato è difficile che la vita ti renda bello e fortunato. Insomma tanto per dirla a voce di popolo: “se nasci tondo non puoi morire quadrato”. Però, magari, con qualche rimaneggiatura di Photoshop per  ridimensionare i danni, qualcosa si rimedia. Ma qui non vorrei parlare dei danni o delle virtù che la vita elargisce. Vorrei invece parlare dei sogni. Quella parte inconsistente di noi, che comunque è il motore della nostra vita e che si esprime attraverso scelte e tendenze, ma anche predisposizioni o meglio propensioni.
Io per esempio ho la propensione alla gioia perchè ho dei sogni positivi e felici. Per dirla tutta ho sempre sognato ed immaginato la mia vita, guardandola con un occhio benevolo se possibile, e pure ottimista. Poi, incredibilmente, molti di questi sogni si sono avverati. Per la verità anche quelli di cui non avevo previsto o immaginato il finale. Li avevo solo abbozzati lì, come una possibilità, magari remota, ma sempre di possibilità si trattava e “bang” eccoteli realizzati. Qualche volta ho pensato di essere magica, mica come una fata, ma piuttosto come una strega, a predire un futuro “caracollante” pieno di insidie, ma anche di sorprese bene accette. Solo qualche volta ho predetto un futuro fosco e di questo porto impressa nell’anima la colpa, fosse solo quella di averlo semplicemente immaginato.
Ma lasciamo stare. Volevo solo parlare di quanto i nostri sogni incidano sulla formazione della nostra personalità. Io credo, molto, anzi, moltissimo. Io penso che sognare è l’unica arma contro il malessere di vivere. La nostra valvola di sfogo, Il nostro modo di uscire dal quotidiano, dal deprimente, dal buio dell’incertezza. Sogni inconfessati o gridati ai quattro venti. Sogni piccoli e grandi promotori della nostra crescita sentimentale. Sogni impossibili, risibili, qualunquisti, rabbiosi o esacerbati. Sogni mielosi e romantici. Sogni terribili di rivalsa e vendetta. Sogni di essere quello che vorremmo e che non riusciamo ad essere. Sogni che ci avvicinano alla mèta. Sogni che ci cacciano all’inferno dei nostri desideri. Sogni che ci straziano di malinconia e bellezza. Sogni che ci aiutano a diventare forti ed inacessibili. Sogni di grandezza e di vanità. Sogni di serenità e pace, di un mondo che vogliamo e che non abbiamo. Sogni… sogni… sogni.
Eterea parte di noi. Luogo delle illusioni e palestra di vita. Cosa saremmo senza di loro? E’ proprio questo che mi andava di dire: di che sostanza sarei se non avessi i sogni? (5 sterline di multa a chi dà “quella” risposta! 😉 )

104) La storia infinita

In Un libro al giorno on 18 settembre 2010 at 8:02

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ilodnairoC odarroC olraC eralotiT
Questa scritta stava sulla porta a vetri di una botteguccia, ma naturalmente così la si vedeva solo guardando attraverso il vetro dall’interno del locale in penombra.
Fuori era una fredda, grigia giornata novembrina e pioveva a catinelle. Le gocce di pioggia correvano giù lungo il vetro, sopra gli svolazzi delle lettere. Tutto ciò che si riusciva a vedere attraverso il cristallo era un muro macchiato di pioggia dall’altro lato della strada.
D’improvviso la porta venne spalancata con tanta violenza che un piccolo grappolo di campanellini d’ottone sospeso sul battente cominciò a tintinnare tutto eccitato e ci volle un bel po’ prima che si rimettesse tranquillo.

Soluzione
Titolo: LA STORIA INFINITA
Autore: MICHAEL ENDE

Trama: Il romanzo, in modo piuttosto originale, si apre con la scritta del negozio d’antiquariato del signor Coriandoli, stampata al contrario così come la si vede dall’interno.In questo capitolo introduttivo, privo di titolo, Michael Ende racconta come Bastiano, scappando dai prepotenti compagni di scuola, sia entrato per caso nella bottega. Abbiamo quindi la prima descrizione del protagonista, sia fisica sia psicologica.
Fondamentale è l’incontro fra Bastiano e il signor Coriandoli, divisi dall’età e dal carattere ma in realtà molto più simili di quel che sembra. Dal loro dialogo veniamo a sapere che entrambi i loro nomi hanno la stessa lettera ripetuta tre volte (Bastiano Baldassarre Bucci e Carlo Corrado Coriandoli); inoltre amano molto i libri.
Quando Bastiano è entrato nel negozio, il signor Coriandoli ne stava leggendo appunto uno. Il ragazzo, che per tutto il dialogo non ha staccato gli occhi dal volume, approfitta di una telefonata al signor Coriandoli per afferrarlo e portarlo via, scappando dalla bottega. Non intende rubarlo, ma sa che il proprietario non glielo avrebbe mai prestato… Bastiano è troppo incuriosito, come magnetizzato da La storia infinita. Restituirà il libro più tardi, quando avrà finito di leggerlo. E per farlo si sistema di nascosto nella soffitta della sua scuola.Il capitolo, interamente stampato in rosso perché narra le vicende del mondo reale, si conclude con il titolo (in verde) del volume: La storia infinita (DA WIKIPEDIA)

78) Il mago di Lublino

In Un libro al giorno on 25 agosto 2010 at 8:00

Quel mattino Yasha Mazur, o il Mago di Lublino, com’egli era conosciuto ovunque tranne che nella sua città natale, si destò di buon ora. Rimaneva sempre a letto per uno o due giorni, dopo aver fatto ritorno da un viaggio; lo sfinimento imponeva che indulgesse a un sonno ininterrotto. Sua moglie Ester gli portava dolciumi, latte, un piatto di minestra d’avena; lui mangiava e tornava ad appisolarsi. Il pappagallo strillava; Yokatan, la scimmia, batteva i denti; i canarini fischiavano e trillavano, ma Yasha, ignorandoli, si limitava a rammentare ad Ester di abbeverare le cavalle. Avrebbe potuto fare a meno di impartirle tali istruzioni; ella ricordava sempre di attingere acqua al pozzo per Kara e Shiva, le loro due giumente grigie, o, come Yasha le aveva soprannominate, Polvere e Ceneri.

Soluzione
Titolo: IL MAGO DI LUBLINO
Autore: ISAAC SINGER

Trama: Funambolo, prestigiatore, illusionista, maestro, come Houdini, nell’aprire serrature e lucchetti anche bendato o ammanettato. Questo è Yasha, il mago di Lublino. Sul punto di abbandonare la fedele moglie Esther per fuggire in Italia con un’amante, sul punto di usare le sue prestigiose abilità per scopi criminali, come gli consigliano da tempo amici ruffiani e ladri, questo «zingaro della lussuria» d’un tratto si ferma e si fa murare in una stanza della casa per scontare i suoi peccati. Diventando così, suo malgrado, un saggio venerato da ebrei vicini e lontani.
Personaggi come il mago di Lublino se ne incontrano raramente nella narrativa di tutti i tempi: l’irrequietezza, la sensualità, i dubbi tormentosi, gli abbandoni al piacere e al pentimento ne fanno un carattere paragonabile ad alcuni personaggi di Leskov, Gogol’, Cěchov. Dalla prima all’ultima pagina seguiamo la parabola di Yasha, che viene condotto dal suo egoistico e onnivoro desiderio a ogni sorta di eccesso. Ma ne rimarrà insoddisfatto finché non giungerà alla consumazione dell’eccesso supremo: la rinuncia al desiderio, la perdita di sé in Dio. (da Casa Editrice Longanesi)

62) La casa degli spiriti

In Un libro al giorno on 9 agosto 2010 at 8:00

Barrabás arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore.

Soluzione
Titolo: La casa degli spiriti (1982)
Autore: Isabel Allede

Trama: È la storia di due famiglie cilene del Novecento vista attraverso quattro generazioni: dalla bisnonna Nivea, alla nonna Clara, alla madre Blanca e alla figlia Alba che subirà sulla sua pelle la violenza del golpe militare. Il protagonista della storia e narratore interno del romanzo (in alcuni passi) è Esteban Trueba, erede di una nobile famiglia decaduta che dopo essere riuscito a scoprire una vena d’ oro in una miniera nel nord del Cile, restaura la sua tenuta di campagna “Le Tre Marie”, nella quale andrà a vivere e da cui trarrà ingenti risorse economiche che gli consentiranno in vecchiaia una brillante carriera come senatore del Partito Conservatore cileno. Nonostante le sue capacità organizzative, l’ambizione e i sentimenti profondi Esteban non è un personaggio amabile nè amato: ottuso reazionario e uomo iroso, prepotente, tremendamente lussurioso e in genere di cattivo carattere il Trueba perderà nel corso della vita tutti gli affetti. La sua prima fidanzata Rosa del Valle morirà per errore bevendo una dose eccessiva di grappa avvelenata destinata al padre della ragazza, Severo, per un complotto politico. Il Trueba rimarrà a lungo sconvolto e frustrato dall’ accaduto e per dieci anni lavorerà a “Le Tre Marie”, faticando come i suoi stessi mezzadri dimostrando una straordinaria forza di volontà e un amore per il lavoro lodevole; tuttavia il “padrone” adopererà spesso violenza sulle sue contadine nel disperato tentativo di supperire alla mancanza di Rosa. Dalla prima di queste violente relazioni nascerà Esteban Garcìa, il cui figlio svolgerà un ruolo tremendo nella vicenda. Quando sua madre sembra essere sul punto di morte, Esteban ritorna ala capitale salutandola per l’ultima volta con la promessa che si sarebbe sposato e che si sarebbe preso cura della sorella maggiore, Fetulà, che aveva a sua volta cresciuto Esteban quando questi era ancora un bambino e aveva accudito la madre quando quest’ ultima si ammalò di artrite. Esteban lascia sua madre col dolore di aver odiato quella povera donna sofferente, poichè essa consentì al marito di sperperare le sue ricchezze e aver perciò condannato il picolo Trueba ad un’infanzia ed una adolescenza di stenti e privazioni. Trueba chiede a Severo del Valle la mano di un’ altra sua figlia e l’ uomo le presenta la più giovane delle sorelle di Rosa, Clara, una ragazza dotata di poteri paranormali sin dall’ infanzia tra cui spiccano la telecinesi e la chiaroveggenza; Clara ha interotto recentemente un silenzio di nove anni per aver presagito il suo imminente matrimonio col fidanzato della sorella. Era stata Clara a prevedere la morte di Rosa due giorni prima che essa avvenisse e dalla notte in cui aveva visto l’ autopsia della sorella, eguita dal suo medico, Cuevas, nella cucina di casa sua, Clara, sconvolta, aveva deciso di non parlare più; a nulla sarebbero valsi i tentativi della Nana, la domestica dei del Valle, di spaventare Clara,ricorrendo anche a maschere mostruose, per guarire la ragazza dal silenzio in cui si era rinchiusa con l’ unico risultato di immunizzare la bambina dalla paura delle creature mostruose e di subire le urla di rabia di Clara e i rimproveri di Nivea la quale nel frattempo è diventata un’ esponente del movimento femminista. Durante la cerimonia di fidanzamento vine accoltellato Barrabàs il grosso molosso di Clara, cosa che viene interpretata come presaggio infausto. Clara stringe una profonda amicizia con Ferula offrendole di andare a vivere con lei ed Esteban. Presto tra i due fratelli nasce un acceso conflitto per aggiudicarsi l’ amore di Clara la quale sembra essere un elemento etereo, estraneo e assente alle inquietudini della casa. Clara incrementa i suoi poteri arrivando a parlare con gli spiriti dei morti e annotando tutta la sua vita su varie pagine di diarii. Clara si mostra insensibile allo sfarzo e ai regali del marito e si rivela non di grande compagnia nè una donna di casa, essendo tutte le faccende svolte da Ferula; ella dimostra però un’ anima angelica cosa che fa innamorare Esteban di lei. Clara riesce perfino a parlare con la figlia che tiene in grembo, Blanca. La nascita di Blanca avviene un pò di tempo dopo la morte dei coniugi del Valle (avvenuta a causa dell’ investimento dell’ auto dei del Valle con un treno). Blanca ancora piccolissima incontrerà a “Le Tre Marie” Pedro Terzo Garcìa, figlio del più importante mezzadro della tenuta, Pedro Secondo Garcìa. Clara sarà insegnante in una piccola scuola per i bambini della tenuta. Blanca consoliderà la sua amicizia profonda con Pedro Terzo, che durante l’ adolescenza dei due si trasformerà in amore. Pedro tuttavia viene cacciato da Esteban poiché ha difffuso alle “Tre Marie” idee comuniste. Grazie alle sue canzoni Pedro comincia ad ottenere anche una discreta fama tra i contadini di altre tenute. La relazione segreta tra Pedro e Blanca cntinua seppur tra difficoltà e sotterfuggi finchè il conte Juean de Satigny, nuovo conoscente di Trueba e interessato corteggiatore di Blanca non scopre una notte, seguendo la ragazza, con la quale ha stretto anche amicizia, il motivo del suo strano comportamento vedendola insieme a un frate barbuto (Pedro mascheratosi per partecipare ai funerali del nonno Pedro Garcìa Primo). In quella notte terribile Trueba da prova della sua incredibie ira picchiando ferocemente la figlia e dando uno schiaffo sorprendentemente violento alla moglie a causa delle sue contestazioni in favore di Blanca. Esteban farà di tutto per vendicarsi del contadino cheha sedotto la figlia del suo padrone ma i suoi sforzi saranno resi vani dalla popolazione che protegge il ragazzo, finchè un giorno uno strano ragazzino denuncia al padrone il luogo in cui si rifuggia Pedro Terzo per ottenere una ricompensa. Nella lotta che si scatena tra i due Pedro perde alcune dita della mano mentre Esteban si scopre incapace di uccidere quell’ uomo che gli ha porato via la figlia, la moglie, il suo migliore mezzadro e la sua stessa dignità. Frusrtato lascerà anche la piccola spia senza ricompensa.

Le vicende dei protagonisti delle varie generazioni si intrecciano con gli avvenimenti della storia moderna del Cile (il terremoto del 1960, l’elezione di Salvador Allende alla presidenza della Nazione del 1970, il colpo di stato di Augusto Pinochet del 1973, i funerali di Pablo Neruda). da Wikipedia

Quelle notti…

In Amici, musica, personale, Venezia on 30 luglio 2010 at 10:10

Stava ascoltando quella canzone e pensava che a volte anche le sue notti non avevano meta. Oppure se un posto c’era dove finire quello era arrivato dopo. Succedeva spesso d’estate, quando non c’era un filo d’aria a muovere dolcemente le tende della sua stanza, a casa di Nichi. Per anni era stata sola in quella casa. Nichi non trovava pace e si spostava di città in città a seconda del suo umore. Era un’ottima amica per condividere l’appartamento, ma non c’era mai. Non che a stare sola si trovasse male, ma a volte… appunto, ci sono certe notti che non ce la fai.
Ti prende quella smania, quel languore, un formicolio dentro ai polmoni, se non proprio lì, almeno nella cassa toracica, in un luogo più vasto del cuore, che proprio non ce la fai a stare ferma e devi uscire, incontrare, parlare o anche solo tacere ed ascoltare. Ecco “quelle notti” Rossana usciva a perdersi e trovarsi nel chiaroscuro della strada.
Rossana non aveva un bel carattere. Non amava dipendere da qualcosa. A volte rinunciava persino al caffè del mattino, non lo voleva se diventava un’abitudine. Ecco, come le sigarette, non ci aveva mai preso il vizio, sempre per la sua mania di controllo. Ma certe notti il controllo non lo voleva più. Usciva e andava all’avventura. Niente di perverso s’intende. Non andava in cerca di uomini sconosciuti, non sapeva che farsene. Non voleva essere notata, di quello ne poteva avere di giorno. Ma la notte era diverso. Lei voleva vivere e respirare la notte. Lei voleva essere protagonista, come in genere le ragazze non potevano essere mai.
Se proprio avesse dovuto pensarci, uscire per strada da sola di notte, nessuno lo consigliava. A parte i suoi, che l’avevano tenuta segregata sempre, tanto per non sbagliare. Ma adesso che dalla sua famiglia aveva preso le distanze, ad uscire ci provava proprio una grande soddisfazione. Nella sua città poi, la notte era magica. C’era il solo pericolo di perdere la voglia di rientrare.
Andare per strada senza meta era liberatorio. Era talmente curiosa e desiderosa di “vedere” che non le sfuggiva nemmeno un’ombra o una luce o un rumore antico o nuovo. Ma non sempre era così. A volte non voleva vedere nessuno e prendeva le strade meno frequentate e più buie. Ma quelle erano notti estreme e disperate, dove nessun coraggio ti potrebbe aiutare. A volte invece passava a vedere se c’era qualcuno da Marga. Non che Marga fosse la persona più socievole che esistesse in città, ma lì da lei si conoscevano tutti, alcuni si fermavano a mangiare e poi si stava ore a parlare. Almeno finché lei non si preparava per tornarsene a casa. Faceva tintinnare le chiavi: “Ragazzi, per stanotte chiudo.” E non c’era da protestare. Lei su quello era rigida. Se era stanca chiudeva e se ne andava. Se non aveva voglia, manco apriva, così non si doveva sbattere per i nottambuli come noi.
Rossana sapeva che se vedeva la luce accesa c’era qualcuno nel “club”. Voleva dire che Marga ti apriva la porta e ti offriva, se erano rimasti, gli avanzi della cena. Voleva dire che c’era del vino sul tavolo e qualcuno seduto attorno a parlare. Molto spesso era interessante ascoltare. Altre volte Rossana aveva voglia di intervenire, di essere protagonista.
La prima volta c’era stata con Carlo. Lui di notte aveva dei posti fissi. Se li passava tutti prima di andare a dormire. Abitudine. Marga era un luogo segreto che voleva condividere con lei, appunto il “club”. A volte, quando la proprietaria ne aveva voglia, preparava uno strano Mussaka con tutto quello che trovava nel frigo. Una ricetta tutta sua che non si era vista mai, ma che incontrava i gusti di tutti.
Rossana ci era tornata al “club” anche senza Carlo, con i suoi vecchi amici. Erano proprio le serate più strane. Quelle notti che per un improvviso temporale, ti trovavi a doverti riparare dalla pioggia, oppure perché la strada era diventata insopportabilmente vuota.
Insomma c’era notti e notti… diverse solo per l’umore che Rossana aveva oppure solo insonni perché così la gioventù impone o solo perché in certe notti dormire è un’offesa all’insostenibile voglia di vivere.
Quelle notti avevano una musica dentro. Un ritmo che assomigliava al battito del cuore.
Rossana a quelle notti era incapace di dire di no.

Galeotto fu il libro

In Gruppo di scrittura, La leggerezza della gioventù on 2 ottobre 2009 at 12:42

Annastella ci aveva lasciati seduti sulle sedie della pasticceria da Clara. I corpi protesi in avanti. Annastella, la stella che brilla nella sera e che dopo una nuvola promette di tornare. Michele ed io stavamo lì a parlare delle solite cose che dicono le persone che non si conoscono e che non sanno cosa dire. Questo esercizio non mi piace. E’ una terribile perdita di tempo. E poi mi dà fastidio parlare mentre l’ultimo raggio di sole mi abbaglia la vista e devo strizzare gli occhi per resistere. Calma, non succede niente, tanto il sole sta velocemente nascondendosi dietro una casa. Lui parla di quella città che era sua e ne porta un ricordo malinconico e anche l’odore di mare sulla pelle. Ma dai, come faccio a sapere. Mica ho annusato la sua mano quando me l’ha consegnata in una stretta incerta. Una persona si può conoscere anche solo da una stretta di mano. Vista la sua incertezza immagino che sia rimasto spiazzato dalla mia presenza. Io lo guardo diretta. Mica mi fa strano stare seduta ad un tavolo di bar con uno sconosciuto. Però Annastella stavolta mi dovrà delle spiegazioni. Che cosa si è messa in testa? E poi con me. Gli avessi mai chiesto di farmi conoscere i suoi amici. Amici poi come questo. Non voglio essere sgarbata, ma davvero che ci fa un amico così attempato nella sua cerchia? E poi perché, proprio lei, che è niente incline alla maternità, trattarlo come un ragazzino adottato e levato dalla strada? Vai a capire le donne! Poi ci ripenso che sono donna anch’io. Non è facile accettarlo. Il mio è un lavoro che ti fa perdere le coordinate. Tutto il giorno in mezzo agli uomini. Sembra facile, ma non lo è. Gli uomini si offendono sempre se non hai cura di chiedergli di eseguire un lavoro senza elargirgli prima un “per favore” e poi un bel “grazie”. Ad essere donne bisogna imparare le buone maniere. Mai pretendere, sempre assecondare. Si stupiscono sempre quando salgo sulle impalcature e mi sporco le mani e i vestiti con loro. Questo è il mio lavoro, ma ci mettono molto prima di trattarmi come una di loro. Poi finiscono col tirar moccoli senza più chiedermi scusa. Allora capisci che sei diventata una di loro. Solito atteggiamento da uomini che non accettano di essere comandati da una donna, ma si adeguano solo quando cancellano la sua femminilità.
Michele pare di no. Sembra uno attento alle persone. Sembra anche attento alle parole. Sembra pronto a capire quello che vuoi dire, forse ha l’aria un po’ puntigliosa di uno avvezzo alla polemica. In questo momento sembra pronto anche a scherzarci su e a non dare importanza. Mi richiamo all’ordine. Dai non è bello assentarsi mentre una persona ti parla. E tu sei facile alla distrazione. Ma Annastella dov’è andata? Questa me la pagherà quando potrò parlarci da sola. Eppure Michele è un uomo che sembra non avere pretese. Ha una voce calda, che ti prende subito. Eppure è una voce trattenuta, quasi frenata. Che voglia essere controllato? Con me? E perché? Muove davanti a sé le mani in larghi gesti. Come per sottolineare le parole che sono già di per sé precise ed esplicite. Ha movimenti esagerati come per nascondere un disagio, un imbarazzo o forse solo una grande timidezza. Che uomo contraddittorio. Sembra sicuro e diretto e nello stesso tempo sembra temere i suoi propri gesti e le sue parole. Forse gli è facile esporsi e preferisce frenare. Il problema è suo. Magari preferirà così.
“Mi par di capire che l’amore per Venezia ti ha lacerato il cuore…” dico un po’ sfrontata, ma con un sorriso che spera di far perdonare quell’affondo diretto e troppo personale. Lui beccheggia. Colpito. Dietro agli occhiali mi par di scorgere un bagliore verde che subito si spegne. “Venezia è la mia città, l’ho amata, l’ho perduta e mi manca da sempre.” Lo dice in modo disarmante e disarmato ed io mi sento una carogna. Perché rivangare su un amore che provoca sofferenza? Penso alla possibilità di non belligeranza fra di noi. Siamo troppo vecchi per lottare e poi perché? Fra un po’ torneremo ad essere due estranei. Torneremo alle nostre vite, buone o cattive che siano. Nessuna contaminazione, solo il piacere di parlare. E’ un uomo che stimola domande. Ma stavolta è lui a chiedere: “Sei sposata?” e lo dice con un’aria tranquilla che pare semplicemente una piccola curiosità. Non sembra nascondere nessun secondo fine. Una domanda qualsiasi, tanto per parlare. Ma a questa domanda io non so proprio come rispondere. “…Sì… no… insomma è una cosa un po’ complicata…” Lui si ritira: “Scusa, non volevo essere indiscreto. Mi spiace. Sono sempre troppo diretto e non penso mai di mettere in imbarazzo gli altri. Scusami ancora.” Io penso un po’ agitata “Certo che ti scuso; ecchesaràmai? Sono solo io che ad una domanda così, faccio difficoltà a riordinare le idee. Vorrei essere sincera, ma alla fine che senso ha.” E’ davvero complicato spiegare. “Beh, mettiamola così. Sono sposata due volte. Una volta per davvero, ma ho perso mio marito, che è mancato parecchi anni fa. Una seconda volta, ma non per davvero, con un uomo che se n’è andato con un’altra, non molto tempo fa. Ho spiegato bene?” M’è uscita una voce petulante come per chiedere: “Sono stata brava?” Però questa volta non lo dico con sfida. Non ho voglia di essere sgarbata anche se la domanda mi ha messo davvero in difficoltà. Michele resta in silenzio. Serio. Sembra valutare quello che ho detto. Intanto per scusarsi si è già scusato. Non mi va che usi un atteggiamento “pietoso” nei miei confronti. Comunque a me sembra che non gli sia chiaro, ma evito di spiegare quello che nemmeno per me lo è. Se devo essere sincera mi pare sconcertato. Mi sembra che per lui le parole abbiano sempre un senso preciso ed è per questo che le mie lo mettono in difficoltà. Per me le parole hanno mille significati sottintesi. Non è normale. E’ una legge che vale solo per me. E’ un mio gioco. E poi come si fa a digerire una che ti dice senza intorbidire i fatti, né con qualche scusa banale, o con parole meno crudeli e definitive, che è stata lasciata per un’altra donna? Ma questo è proprio quello che è successo. Non c’è niente da nascondere, niente di cui vergognarsi. Se lui se n’è andato, il problema è solo mio. Basta farsene una ragione. Basta capire che si è giunti al fin della tenzone. Basta metterci una pietra sopra. Non è più dolore, non è nemmeno  noia. E’ solo vita. E per me la vita è vita, sempre e comunque. “Mi spiace.” Non aggiunge altro. Così non so se lo dice per me o per sé. Ma a che serve saperlo. Sono troppo stanca per chiederlo. Intanto lui torna con le spalle appoggiate sulla sedia e accavalla le gambe. La posizione è più rilassata, le mani ancora incrociate in grembo. Chissà se ha ancora voglia di scappar via. Solo adesso mi rendo conto che ero io a volerlo fare. Ma come sempre non so rinunciare ad una sfida. Come sempre amo guardare in faccia l’avventura. Fosse anche solo una nuova persona da considerare. Nel silenzio mi guardo in giro. I miei occhi cadono sul libro. Impossibile per me rinunciare alla curiosità di leggere il titolo. “La cattedrale del mare”. Bel libro. E lo dico quasi con trasporto. Lui si anima e ritorna indietro da un territorio in cui si era perso e che lo aveva reso serio e distratto. Bello, conferma lui. Cominciamo a parlare di romanzo gotico, di Barcellona, di città libere, di Venezia, di Inquisizione, di architettura e di “chiavi di volta”, ma anche di Gaudì e del suo concetto di spazio e di un altro libro, “Il colore del vento”, stessa città, Barcellona, stesso amore per i libri (magici o meno), e di Kafka, di Praga, di Parigi e le sue cattedrali, di altre storie e di altri libri. Siamo presi dalla stessa passione insana per i racconti, per la fantasia, per le storie e per la Storia. Senza accorgerci le teste si sono avvicinate. Ora vedo meglio i suoi occhi. Ha occhi verdi. Non grandi, ma espressivi. Hanno un che di scanzonato. A volte è scanzonato anche il suo sorriso, quando lui si lascia prendere dall’argomento. Sicuramente quando cadono le difese. Certamente quando la timidezza lascia spazio all’audacia delle parole. Mi piace. Non so come, ma mi piace. Un sentimento naturale che scalda il cuore. Mi sento di sorridergli senza difese. A questo punto anche se Annastella non tornasse non sarebbe troppo grave. Anche se io non so proprio come arrivare al teatrino della Parrocchia. Spinola non appartiene ai romanzi gotici. E’ solo un paesetto di periferia con aspirazione da grande metropoli. Ma mia nipote deve fare il suo balletto e se io dovessi mancare non me lo perdonerebbe mai. Senza pensarci gli chiedo “Mi accompagni?”. Senza attendere mi risponde “Con piacere.” e stranamente non ho difficoltà a credergli.

12 dicembre 1967

In Gruppo di scrittura on 10 settembre 2009 at 16:14

carosello-1

L’accompagnava come ogni sera. Non era da molto che si conoscevano. Solo da poco gli altri, gli amici, s’erano accordati di lasciarli soli. Lui dopo li ritrovava sulla strada, più in là e ci passava assieme la notte fin quasi al mattino. Non si stancavano mai. Erano giovani allora. Erano liberi di quella libertà che solo allora si provava, priva di responsabilità, completa. Lei non lo era. Era troppo piccola. I suoi la volevano a casa prima del telegiornale della sera. Lei aveva tanto fatto e tanto detto che aveva tirato fino a Carosello. Una mezz’ora di più per tutta quella fatica. Forse poco, ma non poteva ottenere di più. C’erano state giornate uggiose quel dicembre. Il grigiore al mattino ed alla sera una nebbia fredda che ti penetrava dentro. Si rifugiavano tutti da “Tito” per prendere la cioccolata con la panna. Era un lusso che non si permettevano sempre, non avevano tanti soldi. Però Giovanni che lavorava in quel negozio, prendeva bene e pagava lui per tutti.
Michele e Giovanni erano inseparabili. Due tipi molto diversi a vederli. Michele quell’aria svagata da poeta distratto, con un sorriso improvviso e scanzonato. Giovanni concreto e più malizioso, con una voce che faceva vibrare l’aria , con le sue solite battute devastanti. Andavano bene insieme. Stessa tenuta del vino, che scorreva a fiumi. Stessa voglia di tirar tardi. Purtroppo stesso amore. Senza saperlo si sarebbero innamorati della stessa ragazza. Veramente Giovanni era arrivato prima. L’aveva conosciuta in piazza che passeggiava con Gabri. Anche quelle due erano una bella coppia. Rossana alta e rossa, Gabri tarchiata e nera. Gabri quel giorno girava con la chitarra, che poi, a dirla tutta non suonava quasi mai. Giovanni si era fatto presentare Rossana e finì che non la lasciò più. Ma era difficile girare sempre in tre. Giovanni lo capiva che la situazione non si sarebbe sbloccata. Così pensò a Michele che aveva una compagnia di ragazzi studenti o mezzi artisti. Ma era Michele il suo amico. Per lui avrebbe fatto qualsiasi cosa.
Ed ecco, in una sera di ottobre, quando il sole che tramonta ha i colori che non si possono credere, Michele vede Rossana. Veramente la cosa è più complessa. Veramente a questo punto si intrecciano i destini. Silvano incontra Gabri. Marinella incontra Alvise. Enrico incontra Vera. E Diana incontra Giovanni. Entra nel gruppo anche Matteo, Bruno e Giuseppe con le altre, ma questa è una storia diversa. Rossana aveva molte amiche. Michele molti amici. E il gioco fu fatto.
Che Giovanni e Michele guardassero la stessa ragazza, non era strano. Rossana non pensava di essere bella e quindi queste cose non le sapeva vedere. Se li portava tutti e due al seguito senza malizia e incoraggiava Diana a uscire con Giovanni. Veramente non era solo quello. Sapeva che anche Gabri aveva le sue preferenze, ma Michele era un osso troppo duro e aveva quel sorriso troppo scanzonato per poter solo pensare di convincerlo. Anche lei per l’amica avrebbe fatto qualsiasi cosa.
Così passarono i giorni e vennero avanti i primi freddi. Ora c’era solo “Tito” a salvarli dal gelo della strada. Michele a volte portava i suoi libri. I poeti maledetti. Beh sì! Lui leggeva di tutto, anche i poeti pazzi e quelli drogati. Insomma tutto andava bene. I libri venivano scambiati e letti e commentati. Così alla fine Michele e Rossana ne parlavano fitto fitto e gli altri a ridere e ad ascoltare. Giovanni chiamava Michele “il poeta” e Rossana “la rossa”. Un po’ invidiava che così in fretta avessero trovato un loro linguaggio. Parole che li portavano vicini, che li distinguevano dagli altri. Lui non c’era mai riuscito. Almeno non con lei. Almeno non in quel modo.
In effetti era vero. Rossana e Michele sembravano parlare la stessa lingua, pensare le stesse cose per poi dirle con le stesse parole. Ma erano due teste dure. Tra di loro le burrasche arrivavano all’improvviso. Senza nessuna avvisaglia. Ma passavano presto com’erano venute. Lui era polemico e lei testarda. Rossana lo sapeva provocare e lui non rinunciava mai alla lotta. Erano uno spasso a vederli da fuori. Tutti si divertivano tranne Giovanni che già sapeva come sarebbe andata a finire.
Michele quel dicembre lo viveva male. Sapeva di dover partire. Attendeva solo la data dell’imbarco e non sapeva se e quando sarebbe tornato. Proprio per quello una ragazza non andava bene. Una storia non si poteva cominciare. Pensava a Rossana e gli mancava il cuore. Pensava ai suoi amici e si sentiva perso. Di notte in giro con Giovanni annegava dentro ad un bicchiere la sua ansia. Rossana pensava che non poteva essere importante. Forse non sapeva davvero quanto avrebbero significato quei giorni che stavano a cavallo tra il 1967 e il mitico 1968. E tornava a casa ogni sera dividendo i suoi passi con Michele.
Quella sera il vento aveva spazzato il cielo e la luna piena illuminava il canale. Ai piedi del solito ponte si erano fermati. Appoggiati al muretto guardavano in alto la luna. I loro visi erano vicini. I loro occhi si erano sfiorati per un attimo. Le parole si erano bloccate nella gola. Era tutto possibile. Michele si scansò. Maledetta luna puttana che promette i sogni ad un uomo per lasciarlo alla fine da solo. Rossana si richiuse in un silenzio malinconico. Non era cosa per loro. Non c’era bisogno di luna. Non c’era niente di romantico da dire. Ma lei passò la notte a pensare a lui. Lui quella notte, assieme a Giovanni, tra un bicchiere ed un altro, fece discorsi senza senso.
Anche la sera dopo ritornarono sugli stessi passi. Stesso muretto, stesso ponte, stessa luna bastarda. Lei l’aveva provocato chiedendogli se avrebbe avuto il coraggio di baciarla, davanti a tutti, in un gioco da ragazzi. Lui c’era stato al gioco un po’ per mostrare il coraggio e un po’ perché si era pentito di non averlo fatto la sera prima. Rossana davanti a tutti aveva voltato la faccia. Il bacio l’aveva colta sulla guancia. Ora erano pari. Così pensava lei. Un po’ si era vendicata. Quella sera era altrettanto bella, il freddo faceva uscire il vapore dalle loro labbra. Lui si sedette sul muretto, come faceva quando doveva parlare. All’improvviso la prese e la tirò tra le sue ginocchia. Voleva dirle molte cose. Voleva spiegarle che sarebbe dovuto partire. Voleva precisare che non poteva baciarla. Che voleva, ma non poteva. Voleva dirle che non era giusto, che il tempo era avaro, che non si poteva fare…. che voleva… ma non poteva, ma voleva, lo voleva tanto. Ma le parole erano sabbia in gola. Lei lo guardava assorta, aspettando un verdetto che non sarebbe arrivato. Alla fine con dolcezza lui la baciò. Era un bacio semplice. Senza pretese. Non voleva avere futuro. Non pretendeva di avere passato. Chiedeva solo di esistere oggi. Solo una sera per loro. Ma quel bacio non poteva mentire. Non riusciva a bastare a se stesso. C’era una forte vibrazione nell’aria fredda. Lei tremando lo percepì. Credeva di essere forte. Credeva di avere coraggio. Pensava che non sarebbe fuggita mai. Invece scappò via, mentre la musica di Carosello le segnalava che il tempo era finito.

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