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Ho incontrato una donna

In Amici, amore, Donne, personale on 28 marzo 2013 at 18:15

Egidia-Beretta-Arrigoni
Era il destino che ci aveva fatto incontrare. Succede, ma in questo caso non lo ritengo un colpo di fortuna. Lei è una donna che avrei preferito incontrare in casa di amici, o per lavoro, oppure per una casualità diversa, mai per la morte di un figlio.
Avevo seguito il terribile destino che le aveva tolto quel figlio a cui volevo bene pure io e mi sono sentita una ladra a condividere con lei e con i suoi altri famigliari quel terribile dolore anche se a distanza. Io non ne avevo diritto, ma anche senza diritti si può condividere un dolore. In fin dei conti è un sentimento personale che si vive dentro e del quale nessuno ti può privare.
La guardavo a distanza con ammirazione domandandomi se io, al suo posto, sarei mai riuscita a vivere, e dovevo convenire che forse per un marito sofferente e una figlia da accompagnare, almeno, ancora per un po’; avrei dovuto fare come lei: sopravvivere.
La osservavo, non vista, come una guardona piena di sensi di colpa. Ma d’altra parte cosa avrei potuto fare io, prima, per quell’esuberante ragazzo che era stato suo figlio e per lei, ora, colpita da quella terribile perdita? Ben poco e lo sapevo.
Certo avevo cercato di aiutare, di continuare nel mio piccolo quel lavoro difficile che avrei dovuto cominciare già prima: diffondere, informare, moltiplicare il dissenso che non era mai troppo contro un paese prevaricatore verso un popolo senza nome. E così, passo dopo passo, eravamo approdati a quella terra contesa e a quella questione che non dava pace: la terra e lo stato di Palestina.
Lei l’avevo vista in alcuni momenti, ovviamente difficili, in ricordo di quel figlio. Sempre gentile, cordiale e mesta, ma sebbene capissi profondamente il suo male, non riuscivo ad avere idea di quello che era ed è lei come donna.
Poi è successo. Un incontro più personale, un caso, ma non proprio per caso. E’ stata ospite a casa mia, seduta al tavolo di cucina, con il caminetto acceso e il calore della voglia di conoscerci e parlare. No, non solo per curiosità e nemmeno per quella voglia di protagonismo che spesso muove le persone, ma per dare una risposta a quella domanda che mi rodeva dentro: Come si fa per non morire? Come si lotta per ricordare un figlio? E lei era la risposta e l’avevo davanti tra un piatto di risotto e un secondo, che per la verità non ricordo più.
E la guardavo in ogni suo gesto, riconoscendone prima la normale riservatezza, quella difficoltà naturale di affidarsi ad una persona che non si conosce e di cui non si conoscono se non i pregi, nemmeno i difetti. La osservavo riconoscendo quella calma imposta di una donna forte, che costringe il suo corpo nella corazza di un coraggio che si potrebbe sfaldare al sole di un sorriso, quel sorriso, di una parola, quella parola. E dietro ogni gesto quel nervosismo, quella iper attività che forse era il segno distintivo del suo carattere e che oggi riusciva a trasparire, malgrado tutto.
Avrei voluto seguire i suoi pensieri, ma questa volta sì che sarei stata davvero troppo invadente.
Col mio compagno c’eravamo detti: Non parliamo di Vittorio, lasciamo che lei si prenda lo spazio che le è necessario, che si senta come a casa sua, libera di piangere o di ridere se vuole, in qualche modo come in famiglia. Ma poi bene o male si cadeva lì, a parlare di lui, mai di lei, a pensare a quanto ci mancava senza dircelo direttamente. E il caminetto bruciava la sua legna, e noi provavamo un gran freddo dentro, appena mitigato da un sorriso che tardava a venire.
La donna che ho incontrato era ferrea, ma indifesa. Donna, ma anche madre. Sofferta, ma in lei c’era anche voglia di ridere e di librarsi ancora nei cieli della vita. Una grande donna, capace di empatia, generosa come sa esserlo solo una madre, capace come può esserlo solo una grande persona, a prescindere dal suo ruolo e anche dal suo “in-carico” che non può lasciare indietro.
Non è solo la madre di quel figlio, come A. non è solo la sorella di quel fratello, sono esseri umani feriti da una tragedia, ma sono donne a tutto tondo, con sogni e speranze, con il loro spazio e la loro dimensione, non seconde a niente e a nessuno.
Grandi perchè sono nate così.
Il mio pensiero andava alla capacità di adattarsi dell’essere umano e mi chiedevo senza sapere se ne avessi diritto, se per caso, dentro al suo cuore, fossero ancora ospitati i suoi sogni di ragazza. La leggerezza della non responsabilità. Un piccolo spazio di luce e di sole per i giorni bui.
Non era possibile avere risposta, troppo presto e forse non mai.
Ricordo con un senso forte di nostalgia, la sua presenza e il saluto commosso che ci siamo scambiate sul treno alla sua partenza: un po’ la corazza l’avevamo persa, un po’ ci sentivamo più vicine, un po’ ci dispiaceva lasciarci e un altro po’ ci faceva paura il mondo che ci aspettava, cose di sempre, si sa, ma qualche volta fanno paura, di più…
Ho conosciuto una donna, una donna intensa e dolorosamente presente, che nasconde il desiderio di una normalità che non sarà più sua, ma cosa importa ormai il destino ha deciso per lei. Sopporterà il peso di un simbolo, ma per lei sarà solo il suo bambino, grande o piccolo che sia, sempre la sua creatura. Porterà la testimonianza della sua vita e si nasconderà negli angoli bui e protetti del suo personale, solo quando la vita glielo consentirà.
L’ho lasciata andare con un abbraccio che spero l’accompagnerà nei giorni futuri, poca cosa per i suoi momenti difficili, ma pur sempre vicinanza, pur sempre affetto, pur sempre amore.
Questa è Egidia per me.

Il viaggio di Vittorio

In Amici, amore, Donne, Gaza, Giovani, personale on 26 novembre 2012 at 8:07

Ho cominciato a leggere il libro “Il Viaggio di Vittorio” di Egidia Beretta, la mamma di Vittorio Arrigoni, in punta di piedi perchè è così che mi muovo se sto per entrare nell’intimità delle persone.
Egidia è una donna straordinaria e contemporaneamente è una madre tenera e totale, lo dico perchè non è squilibrata questa sinergia in lei, non vedo solo una madre annientata dal dolore, e questo sarebbe comprensibile, ma vedo in lei una persona viva, attenta, dolce ed empatica, insomma anche una donna impegnata ed immersa nelle cose della vita, cose di semplice e quotidiana umanità.
Comunque entrare nel mondo del rapporto tra Egidia e Vittorio mi fa sentire come una “guardona” e mi sento in colpa… è strano sentirsi in colpa perché condividiamo un affetto e un dolore. Lei ne parla per consegnare anche a noi quelle parti di umanità di Vittorio, che non conoscevamo, di questo amico già fin troppo umano. Un modo per farci stare ancora in sua compagnia e per permetterci ancora una volta di parlare di lui.
Molto spesso quando parlo con le persone che lo conoscevano sento ripetere la frase: “Quanto mi manca Vittorio!” E questa assenza fisica e spirituale è la testimonianza che Vittorio ha lasciato un profondo segno nei nostri cuori. Forse il segno che desiderava lasciare al mondo.
La sua fisicità era una testimonianza complessa di essere umano sia carnale che pensante, spirito libero e figura mediatica e poi soprattutto figura di figlio, con tutto quello che significa per una madre.
Egidia racconta Vittorio, come una mamma racconta il suo bambino, con amore ed ammirazione, tutte le mamme lo sanno fare e sono brave in questo, ma non tutte hanno questa delicatezza e questa modestia, non tutte sanno sorridere anche nella stanchezza e nella sventura, non tutte sanno gestire una vita così complessa ed impegnata anche se vorresti… Cosa vorresti? Cosa vorrebbe una madre quando perde un figlio? Come si compone il dolore per una giovane vita spezzata? La vita del tuo bambino? Non ho risposte…
E sono molto vicina a Egidia, forse un po’ per l’età che ci accomuna o forse perché quel ragazzo, conosciuto solo virtuamente in un social net nel 2007, l’avevo adottato pure io e anche perchè come sua madre io l’ho sempre ammirato e forse come lei mi sento corresponsabile del suo ultimo viaggio. Tutti lo siamo un poco e per le stesse maledette ragioni. Chi perchè credeva come lui nella ricerca dell’Utopia o chi invece non sapeva e non voleva sapere. Gran brutta responsabilità, ma davvero come poteva essere diverso se condividi le stesse passioni? Può la madre sopravvalere alla donna? E’ giusto tentare di fermare il destino di un figlio, ammesso che si conosca il destino che avrà? E’ giusto trattenerlo nel proprio abbraccio? No. La mia risposta è dolorosamente no.
Il viaggio… ecco il tema. Il percorso che ogni persona intraprende per diventare uomo (o donna). Tutte le grandi strade, i sentieri e i vicoli ciechi di una vita, il percorso verso se stessi: ecco che cos’è un viaggio. Vittorio amava viaggiare e la sua vita è stata piena di percorsi, un po’ come il delta di un fiume che anela a tuffarsi finalmente nel mare. Questa è la bellezza del messaggio di questo libro questa è la sua poesia.
Ogni persona ha il proprio viaggio da fare e la propria mèta da raggiungere e neanche una madre può cambiare, anche se lo vorrebbe, il destino del proprio figlio. Anche se è parte di te, anche se è uscito dalla tua carne, il solo fatto che è stato reciso alla nascita il cordone ombelicale, ha fatto ‘sì che da quel giorno sarà lui a determinare la propria vita, malgrado la ragione, l’istinto, l’amore, l’irrazionalità e la saggezza … arriva per forza alla fine la muta condivisione.

Amore e corazze – Una storia difficile

In amore, Donne on 4 settembre 2012 at 15:39

Difficile scegliere le parole per questa storia. Ce ne sarebbero molte da dire e anche molte da tacere, forse come tutte le altre storie e forse, in questo caso, di più. Mi scuso fin d’ora con gli attori, ma non posso essere precisa e nemmeno completamente informata, ma è una storia e come tale va raccontata, con la sua parte di verità e l’altra parte di fantasia come io penso ogni storia debba mantenere.
Anche stavolta c’è una lei. Una creatura fragile e riccioluta, non che le due cose: fragilità e riccioli non possano convivere insieme, ma quei riccioli si confanno più a una creatura ribelle e decisa, cosa che lei non è. Almeno oggi non lo è più, forse ieri lo era, un ieri un po’ lontano purtroppo.
Lei aveva avuto dei sogni. Già, direte, tutti hanno sogni, soprattutto da giovani, ma i suoi erano sogni un po’ troppo… come dire?… sognanti se mi passate il gioco di parole. Lei sognava di trovare affetto e protezione, una sua famiglia, quella del tipo straordinario, insomma la famiglia che vedi nelle pubblicità in televisione, in poche parole “quella del mulino bianco”. Per realizzare questo sogno l’Italia era poco e lei, riccioli in testa, come suo unico lasciapassare, era partita per un paese lontano.
Lì la famiglia l’aveva fatta, ma sai com’è, sarà stata la distanza o il fatto che di “mulini bianchi” non si dovrebbe mai parlare, quella famiglia era stata una terribile delusione e alla fine lei si era trovata, invecchiata e scacciata da quel paese, divorziata con due figli (difficili) a carico.
Cosa fa una donna fragile, per non soccombere ad un destino patrigno e disdicevole? Beh… si organizza, torna nella sua città di origine, cerca casa, lavoro e scuole per i suoi figli, sperando che ormai il peggio sia passato. Si mette una bella corazza dura per non sognare più e per non chiedere più a nessun uomo di entrare nei suoi sogni. Si rimbocca le maniche e si butta nella nuova avventura, dentro al territorio che l’aveva vista ragazza e che tutto sommato era la sua terra originaria, il suo substrato. Ma quella terra non è la terra dei suoi figli, quella terra e una terra matrigna e non accogliente per loro. Sì, certo, le scuole sono belle, disponibili, accoglienti, ma sono scuole italiane e per questi ragazzi stranieri, sono quanto di più difficile e complicato si possa trovare, soprattutto in una fase d’età difficile e, ad essere generosi, poco gentile.
E il primo a dare forfait è il ragazzo, forse solo per meno voglia di sbattersi in un paese diverso e per dei risultati dubbi.
La ragazzina più giovani invece, un po’ per curiosità e un po’ per compiacere la madre e poi più testarda come ogni donna sa essere, si è fermata e ha frequentato la scuola, con tutte le difficoltà del caso, riuscendo anche a conquistare una lingua nuova, un esito scolastico discreto e anche delle amichette da frequentare.
Lei, la fragile madre ha strappato in due il suo cuore. Quando è partito il figlio la sua corazza si è fatta più dura e il cuore le si è sfaldato come neve al sole. Ne aveva tenuto un po’ di quell’amore per rendere migliore la vita alla figlia che ormai pensava di aver portato oltre la fase del non ritorno.
Ma a volte basta un granello di sabbia e la bilancia pende dove non avresti pensato avesse potuto pendere mai.
Era estate e il figlio maggiore era tornato per una vacanza e il cuore di madre massacrato dal distacco aveva iniziato a sperare. Lei aveva parlato ancora di scuola e di futuro, lo aveva blandito con l’idea di ridiventare famiglia, magari non del “mulino bianco” ma almeno quella parvenza di famiglia dove l’amore tutto supera ecc. ecc. ecc.
Ed invece il risultato da qualche giorno era diventato un incubo, il peggiore che lei avesse sognato: pure la figlia aveva deciso di partire, di ritornare nel “suo” paese, ovviamente con dispiacere di lasciare la madre, ma con il desiderio di riconquistare il padre. Vuoi vedere che pure lei sperava di ritrovare la famiglia del “mulino bianco” dall’altra parte del mare?
Che fare??? Se l’era chiesto mille volte in quei giorni, ma non aveva scelta, sapeva che doveva dire di sì alla partenza anche della figlia, non c’erano “santi che la potessero aiutare” o la figlia partiva oppure sarebbe scappata di casa… e, che senso aveva imporre una volontà che non sarebbe servita che ad allontanare i suoi figli da lei?
I figli ora sono partiti… non si sa, perchè la storia non lo dice, con che pensieri in testa e con che tristezza nell’animo. Tutto sommato, in genere, ai figli interessa poco delle necessità umane dei genitori, loro vogliono avere le loro comodità e se ogni genitore, non ha il buonsenso di rinunciare alla propria vita per il bene dei figli… beh viene da sè, che non è un buon genitore, e che deve fare conto con tutti i suoi sensi di colpa.
Quindi lei, la fragile donna con la corazza, era rimasta a guardare l’aereo che si allontanava, incredula, sconfitta.
Ormai con l’involucro durissimo, ma completamente vuoto d’amore. Ora sì che non sapeva più che fare, ora sì che vedeva davanti a sè il fallimento, ma dove aveva sbagliato? Doveva forse per caso lasciare tutto quello che era riuscita a costruire in quell’anno passato e seguire i propri figli in un paese che non l’aveva voluta e che l’aveva fatta sentire una reietta? Avrebbe dovuto subire il ricatto dei figli che la volevano dove, per lei, e lo sapeva bene, sarebbe stata la fine, come donna ed essere umano?
Belle domande non vi sembra? Ognuno di noi avrà una bella ricetta da proporre sicuramente, ma, chi ha ragione non c’è verso di saperlo.
Lei è rimasta, per ora, con i suoi riccioli scompigliati e incanutiti precocemente e con la sua corazza vuota e senza amore… con la fragilità e la voglia di nascondersi nella depressione.
Mi spiace, stavolta nessuna favola bella con il suo luminoso finale rischiarerà questa storia. L’ho detto che era una storia davvero difficile, che a volte quello che succede è ingiusto ed inacettabile, e non esiste corazza per salvare un po’ di amore per se stessi. Ecco cosa mancava dentro quel cuore, cosa faceva restare vuota quella corazza inacessibile: un po’ di stima e un po’ di considerazione per se stessi… e forse se ritrovasse quella goccia d’amore per sè, alla fine, malgrado tutto, lei sarà salva.

I ricordi di un pollo

In amore, Guerra, Informazione, Istruzione, La leggerezza della gioventù, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, uomini on 13 marzo 2012 at 18:48

I ricordi di un pollo

Di Naser Ghazal

Caro mio fratello professore,

Il Makluba é quel timballo di riso con pollo e melanzane rovesciato sul grande piatto d’alluminio, decorato con pinoli e mandorle tostate, senza l’aggiunta del prezzemolo, che a te fratello, non piaceva. Era il piatto tipico palestinese più amato dai nostri stomaci.

Caro mio fratello professore,

Ho scelto te per le mie parole perché nessuno meglio di te può ricordare quei giorni, ed a nessuno più di te piaceva mangiare il Makluba i cui ingredienti variavano secondo la tua presenza.

Quando il silenzio regnava dentro casa ciò significava che avresti pranzato con noi e il Makluba si presentava con il riso, il pollo, le melanzane, niente prezzemolo, niente cavolfiore e con le tante mani che si allungavano per prendere il riso con buone maniere e tanta educazione.

Caro mio fratello professore,

Ti confido che le nostre buone maniere e l’educazione alle quali tu severamente tenevi, venivano a mancare quando ritardavi per il pranzo.

Passavamo tutto il tempo a giocare fuori nel cortile e non a studiare come ti dicevamo, finché non ci giungevano gli odori del Makluba quasi contemporaneamente alla voce di nostro padre che, per elogiare l’arte culinaria di nostra madre, le cantava le serenate d’amore. Allora capivamo che il Makluba ci stava aspettando, così ci affrettavamo avidamente ad occupare posti attorno al delizioso piatto.

Sotto gli occhi orgogliosi e felici dei nostri genitori cominciava la battaglia del Makluba; si alzavano nove mani e, con la velocità di un falco lanciato per afferrare la sua preda, così le nostre mani raggiungevano il piatto di Makluba nel tentativo di catturare il pezzo di pollo preferito. Tutto questo, ovviamente, dopo che nostra madre aveva liberato dalla nostra fame il petto di pollo e lo aveva nascosto per te, mentre la battaglia diventava rovente. Qualche fratello gridava addolorato per una spinta o per un pizzicotto, un altro rubava il pezzo di pollo all’altro, mentre si alzava la voce di nostro padre che c’invitava alla calma assicurandoci che il cibo era sufficiente per tutti.

I nostri genitori non partecipavano con noi, ma aspettando il tuo arrivo, si limitavano a guardarci con tanti sorrisi che forse per loro avevano un certo significato!

Poi arrivavi tu e la battaglia del Makluba cessava, con tanta calma prendevi posto e con la stessa cominciavi a mangiare in compagnia dei nostri genitori, e così cominciava un’altra battaglia tra te e loro. Tu cercavi di dividere con loro la tua parte del pollo e i tuoi tentativi fallivano di fronte all’insistenza di nostro padre che ti diceva: “Che Dio ti benedica figlio mio, tu sai bene che io non mangio del pollo se non il collo e le ali”. Invece con la sua voce fioca nostra madre ti diceva: “Che Dio ti protegga figlio mio, tu sai bene che non ho i denti buoni per mangiare il pollo, mettimi nel piatto solo due chicchi di riso!”

La vostra battaglia cessava con la tua rassegnazione di fronte alla loro insistenza e con il tuo rifiuto di mangiare da solo tutto il petto del pollo, perciò, ti alzavi lasciando più della metà sopra il piatto del riso.

Caro mio fratello professore,

Ti confesso che io rimanevo indifferente a quelle loro parole soprattutto perché il mio pezzo di pollo l’avevo ingordamente mangiato, Però non rimanevo altrettanto indifferente quando vedevo che quello che lasciavi del tuo pezzo di pollo era più di quello che mangiavi e nello stesso tempo non trovavo nessuna spiegazione!

Caro mio fratello professore,

La situazione dei palestinesi, come dicevi, era molto difficile e la povertà dominava tutte le loro case, forse era per questo che tu lasciavi il tuo pezzo di pollo, con la speranza che uno dei nostri genitori lo mangiasse?

Forse per questo nostro padre ci diceva che gli piaceva solo il collo e le ali del pollo?

Forse per lo stesso motivo nostra madre ci diceva che non aveva i denti buoni per mangiare il pollo?

Caro mio fratello professore,

La situazione difficile e la povertà, della quale mi parlavi, adesso è cambiata, almeno possiamo mangiare quanto ne vogliamo di pollo!

Caro mio fratello professore,

Che gusto ha, però, mangiare il pollo se non c’é più nostra madre!

Caro mio fratello professore,

Scusami se non provavo le cose che provavi tu!

E solo perché non le capivo!

N.G.

Nato con un destino

In Amici, amore, Gaza, Guerra, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 16 agosto 2011 at 10:46

15 agosto 2011

E’ da un po’ che ci penso. Guardo le foto ed i video che raccontano di te. Sei, o dovrei dire eri, un bel ragazzo dall’aria sana e dagli occhi tristi. Certo sorridevi, parlavi, ti incazzavi come ogni uomo di fronte alle ingiustizie, ma i tuoi occhi dicevano di più. Quante volte ho osservato i tuoi occhi e considerato le tue parole. Ci voleva poco per capire che eri nato con un destino. Ricordo la tua risposta al mio messaggio quando eri in carcere in Israele: “Shukran Ross, dobbiamo resistere, non possiamo dimenticare che di fronte a questi soprusi non ci resta che restare umani. Un abbraccio.” Tu ci credevi davvero ed io non riuscivo a capire come facevi a non avere paura a mettere in gioco la tua vita, la tua gioventù, la tua esuberanza maschile per un’idea. Lo sapevo bene che avevi paura pure tu e che malgrado tutto eri tu nel giusto. La mia era solo la paura che una madre ha nei confronti di quella che potrebbe essere la sorte del proprio figlio. E ti guardavo nei video con ammirazione e soffrivo sulle pagine del tuo blog  rivivendo nelle tue parole l’orrore di “Piombo Fuso“. E mi dicevo che eri pazzo… ma non sapevo dare un nome alla tua pazzia. Oggi lo so quel nome. So come si chiamava la tua pazzia perchè è un male che affligge pure me. Soffriamo per le stesse cose: sopruso e ingiustizia e per questo tu hai dato la vita. Nel tuo viso, nel tuo sorriso a volte triste, nella tua voce che a parlare di morte diventava confusa, come se le parole faticassero e fossero intralciate da quelle tue erre sempre troppo difficili da venire… ecco proprio in quel corpo concreto e umano e in quegli occhi sfuggenti di dolore io lessi il tuo destino. E non c’è lacrima da piangere o parola da dire che non sia già stata versata o detta. Si nasce con un segno nel cuore e si segue quella strada, non si può fuggire. Ancora una volta c’è chi si fa agnello sacrificale e chi uccide senza curarsi di seguire il proprio segno. Shukran Vittorio, ho un unico sogno oggi per te: riposa finalmente in pace e che il peso dei tuoi sogni ti sia leggero come il volo di una farfalla.

Riflessioni su mia figlia e il suo bambino appena nato

In amore, La leggerezza della gioventù on 10 ottobre 2010 at 9:28

E’ bella come sempre. Una madonna plebea con un bimbo in braccio. Ma non ha un sorriso virgineo, mantiene un sorriso ironico, come sempre, in modo da nascondere quanto è orgogliosa del bambino. Lo sa che la osservo e cerco di studiare ogni mossa. Mi chiedo se ama e quanto ama. Non sono gelosa di lei, non lo sono mai stata. Se fosse così non avrei potuto sopportare come amava suo padre. Certo era bello vederli parlottare sempre pronti al complotto, allo scherzo e alla risata. Io sono esclusa, io sono sempre un’altra cosa.
Guarda il bambino. E’ così piccolo. Lo guardo pure io e cerco nel suo visino i tratti di lei neonata. E’ paffuto, carino, ridicolo, ma non assomiglia a lei. Infatti lei era un cosino biondo con la pelle di pesca e la luce negli occhi, lui invece ha dei tratti decisi, una bocca disegnata col pennello, ma è scuro e con un’aria pacifica.
Lo guardo e mi sento in colpa, non lo amo come amavo lei. E’ una colpa terribile che lei non mi perdonerebbe mai. Ma non lo dirò, non lo saprà, mi difendo e se posso la difendo dai miei umori.
Però è strano vedere la sua faccia così arrossata dall’emozione. Finge una certa indifferenza. Lo so che è la distanza della principessa superiore anche alla nascita del proprio figlio. Ma il rossore delle sue guance e lo scintillio degli occhi svelano la sua nuova passione. Quanto amore ed orgoglio rivela in tutto questo.
“E’ proprio carino!” mi sbilancio io. “A me pare una scimmietta, non trovi?” Mi sta mettendo alla prova. “Ma sei matta? E’ un angioletto nero, chissà a chi assomiglia?” Lo dico in modo ironico e le rilancio la palla. “Amore… è vero che sei, tutto, quello scimmione del tuo papà?” Io penso: se lo dice lei! Ma non posso lasciar capire quello che penso davvero. In effetti quel ragazzo, padre del mo nipotino, non è un Adone, ma se piace a lei… E poi non devo cadere nel tranello. Lei continua a mettermi alla prova, una prova che suo padre non ha dovuto sostenere. Lui è entrato nella stanza, l’ha baciata con dolcezza e si è preso il frugolo in braccio come se fosse suo figlio. Non l’ha più mollato nemmeno alle braccia del neopadre e mia figlia ne era estasiata. Io le dico: “Beh! se assomiglia ad una scimmietta lui, allora vuol dire che io ho sposato il re degli orango”. Lei ride. Si sa, suo padre per lei è bellissimo.
Forse sono davvero gelosa. Gelosa non so nemmeno di chi. Una madre proprio snaturata. Ma è difficile, tutti sanno fare le cose giuste. Io ai suoi occhi faccio sempre la cosa sbagliata. Sono la sua mamma imperfetta.
Mi guarda e al volo capisce che sono spaesata. “Mamma, pensi che avrò latte a sufficienza”? Finalmente mi fa rientrare in modalità donna-madre-nonna. “Certo che sì, di che ti preoccupi? E poi se non fosse, si trova una soluzione”. Lei non mi ascolta più. Guarda il bambino e le sue guance si arrossano di più. “Lo sai che ti dico? Sei il più bello! Il più bello in assoluto. Molto più bello del tuo papà, anche più bello del più bello dell’universo. Sei il mio bambino per sempre”!
La principessa annoiata si è trasformata in una bambina con il suo giocattolo preferito. “Guarda mamma, che orecchie piccoline… che nasino impertinente, guarda… guarda mi ha sorriso”… Lo dice con un gridolino infantile. Lo guardo. E’ vero, sembra un sorriso quella smorfietta che fa. Che dolce il mio nipotino. Qualcosa mi si scioglie dentro. “Posso tenerlo un pochino anch’io”? Lei me lo porge come fosse un dono. “Piccolino mio, vieni qui dalla tua nonna, che tesoro che sei. Ti ho aspettato per tanto tempo e adesso che sei qui posso solo cominciare a coccolarti e a viziarti”. Lei sorride. Finalmente ho detto la cosa giusta. Lei finalmente mi sorride serena. E’ bellissima. I pensieri volano via. Ma cosa sto a pensare. Che sciocca donna che sono. Guarda quanto bene voglio a queste mie due creature stupende.

56) Piccola storia ignobile

In Una canzone al giorno on 3 agosto 2010 at 12:00

Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare, così solita e banale come tante,
che non merita nemmeno due colonne su un giornale o una musica o parole un po’ rimate,
che non merita nemmeno l’ attenzione della gente, quante cose più importanti hanno da fare,
se tu te la sei voluta, a loro non importa niente,
te l’ avevan detto che finivi male…

Ma se tuo padre sapesse qual’ è stata la tua colpa rimarrebbe sopraffatto dal dolore,
uno che poteva dire “guardo tutti a testa alta”, immaginasse appena il disonore,
lui che quando tu sei nata mise via quella bottiglia per aprirla il giorno del tuo matrimonio,
ti sognava laureata, era fiero di sua figlia,
se solo immaginasse la vergogna,
se solo immaginasse la vergogna,
se solo immaginasse la vergogna…

E pensare a quel che ha fatto per la tua educazione, buone scuole e poca e giusta compagnia,
allevata nei valori di famiglia e religione, di ubbidienza, castità e di cortesia,
dimmi allora quel che hai fatto chi te l’ ha mai messo in testa o dimmi dove e quando l’hai imparato
che non hai mai visto in casa una cosa men che onesta
e di certe cose non si è mai parlato
e di certe cose non si è mai parlato
e di certe cose non si è mai parlato…

E tua madre, che da madre qualche cosa l’ ha intuita e sa leggere da madre ogni tuo sguardo:
devi chiederle perdono, dire che ti sei pentita, che hai capito, che disprezzi quel tuo sbaglio.
Però come farai a dirle che nessuno ti ha costretta o dirle che provavi anche piacere,
questo non potrà capirlo, perchè lei, da donna onesta,
l’ ha fatto quasi sempre per dovere,
l’ ha fatto quasi sempre per dovere,
l’ ha fatto quasi sempre per dovere…

E di lui non dire male, sei anche stata fortunata: in questi casi, sai, lo fanno in molti.
Sì, lo so, quando lo hai detto, come si usa, ti ha lasciata, ma ti ha trovato l’ indirizzo e i soldi,
poi ha ragione, non potevi dimostrare che era suo e poi non sei neanche minorenne
ed allora questo sbaglio è stato proprio tutto tuo:
noi non siamo perseguibili per legge,
noi non siamo perseguibili per legge,
noi non siamo perseguibili per legge…

E così ti sei trovata come a un tavolo di marmo desiderando quasi di morire,
presa come un animale macellato stavi urlando, ma quasi l’ urlo non sapeva uscire
e così ti sei trovata fra paure e fra rimorsi davvero sola fra le mani altrui,
che pensavi nel sentire nella carne tua quei morsi
di tuo padre, di tua madre e anche di lui,
di tuo padre, di tua madre e anche di lui,
di tuo padre, di tua madre e anche di lui?

Ma che piccola storia ignobile sei venuta a raccontarmi, non vedo proprio cosa posso fare.
Dirti qualche frase usata per provare a consolarti o dirti: “è fatta ormai, non ci pensare”.
E’ una cosa che non serve a una canzone di successo, non vale due colonne su un giornale,
se tu te la sei voluta cosa vuoi mai farci adesso
e i politici han ben altro a cui pensare
e i politici han ben altro a cui pensare
e i politici han ben altro a cui pensare…

Soluzione:
Titolo : PICCOLA STORIA IGNOBILE
Cantautore: FRANCESCO GUCCINI

31) L’isola di Arturo

In Un libro al giorno on 8 luglio 2010 at 12:00

Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo a informarmene), che Arturo è una stella: la luce più radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale! E che inoltre questo nome fu portato pure da un re dell’antichità, comandante a una schiera di fedeli: i quali erano tutti eroi, come il loro re stesso, e dal loro re trattati alla pari, come fratelli.
Purtroppo venni poi a sapere che questo celebre Arturo re di Bretagna non era storia certa, soltanto leggenda; e dunque lo lasciai da parte per altri re più storici (secondo me le leggende erano cose puerili).

Soluzione

Titolo: L’ISOLA DI ARTURO

Autrice : ELSA MORANTE

Tema: 1939. Arturo Gerace è nato sull’isola di Procida e vive lì tutta l’infanzia e l’adolescenza. Il suo mondo è quello. Tutti gli altri posti del mondo per lui sono delle leggende. Passa il suo tempo a leggere storie sugli “eccellenti condottieri”, a studiare l’atlante per progettare i suoi viaggi futuri e a fare fantasie sulla figura del padre che crede il più grande eroe della storia. Tutto ciò che è legato al padre per lui è sacro. Anche gli amici del padre per lui sono delle figure mitiche: solo il fatto che il padre li abbia degnati della sua amicizia li rende, ai suoi occhi, delle persone straordinarie.

Arturo è orfano della madre: nei momenti di assenza del padre vive in compagnia della sua cagna Immacolatella a cui è molto legato e non ha mai conosciuto una donna. Quando il padre porta a casa una nuova sposa Arturo viene inconsapevolmente attratto e prova sentimenti che non aveva mai provato prima e che non riesce a spiegarsi, per esempio non riesce nemmeno a chiamarla per nome. Non sa come comportarsi: all’inizio la reputa un essere inferiore. Non prova neanche a capire i suoi sentimenti. Nelle lunghe assenze del padre sono loro soli a vivere nella grande casa. Nunziata si rivolge sempre ad Arturo, ma lui non le dà mai retta e la prende in giro per le sue sciocche superstizioni, essendo geloso di lei per le attenzioni che Wilhelm le dà nei loro primi mesi di matrimonio.

Tutto cambia quando a loro si aggiunge il piccolo Carmine Gerace, il figlio di Nunziatella e del padre. Nella stessa notte in cui nasce il bambino cambiano infatti le cose. Arturo sentendo Nunziata urlare e disperarsi, si preoccupa per la sua vita e, disperato, corre in cerca di qualcuno che possa aiutarlo. Solo allora incomincia a capire cosa prova veramente per lei.

Ora non sono più soli in casa. Nunziatella non ha più ragione di preoccuparsi di Arturo che la odia, ora ha un figlio suo. Arturo diventa allora terribilmente geloso: capisce che non può più comportarsi come prima. Così per attirare l’attenzione di Nunziatella, Arturo decide di fingere il suicidio con nove pastiglie di sonnifero. Il suo piano funziona e Nunziatella lo ricopre di attenzioni. Ma Arturo rovina tutto quando decide di darle un bacio sulle labbra. Infatti lei lo rifiuta e tra loro si erge un muro invisibile che li separerà per sempre.

Intanto, per sfogare tutta la rabbia che ha nel corpo, Arturo fa conoscenza di un’amica di Nunziatella: Assunta, con lei vivrà una storia d’amore fatta solo di sesso che vive solo per amore di Nunziatella. Infatti quest’ultima non potrà mai amarlo essendo un amore impossibile, perché sposa del padre. Verrà deluso anche da lui, perché scopre che non è il grande eroe che aveva sempre stimato fin dall’infanzia, ma un bisessuale zimbello di tutti. I suoi grandi viaggi non erano in giro per il mondo ma solo in giro sulla circumvesuviana. Ormai, deluso da tutti, non ha più motivo di rimanere sull’isola.

Si arruola come militare insieme all’amico Silvestro durante la Seconda guerra mondiale e non metterà mai più piede a Procida, cercando così di dimenticare suo padre e la tanto amata Nunziata. (da wikipedia)

27) Il disertore

In Una canzone al giorno on 4 luglio 2010 at 12:15

In piena facoltà
egregio presidente
le scrivo la presente
che spero leggerà.

La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra
quest’altro lunedì

Ma io non sono qui
egregio presidente
per ammazzar la gente
più o meno come me

Io non ce l’ho con lei
sia detto per inciso
ma sento che ho deciso
e che diserterò.

Ho avuto solo guai
da quando sono nato
i figli che ho allevato
han pianto insieme a me.

Mia mamma e mio papà
ormai son sotto terra
e a loro della guerra
non gliene fregherà.

Quand’ero in prigionia
qualcuno mi ha rubato
mia moglie e il mio passato
la mia migliore età.

Domani mi alzerò
e chiuderò la porta
sulla stagione morta
e mi incamminerò.

Vivrò di carità
sulle strade di Spagna
di Francia e di Bretagna
e a tutti griderò.

Di non partire più
e di non obbedire
per andare a morire
per non importa chi.

Per cui se servirà
del sangue ad ogni costo
andate a dare il vostro
se vi divertirà.

E dica pure ai suoi
se vengono a cercarmi
che possono spararmi
io armi non ne ho.

Soluzione
Titolo: IL DISERTORE
Cantante: IVANO FOSSATI autore BORIS VIAN

2) Babbo in prigione

In Una canzone al giorno on 9 giugno 2010 at 13:11

Stella guarda la luna,
la luna guarda Stella.
La notte è bella
è bella e profumata
di aranciata e di menta.
Stella è contenta,
che babbo se ne è andato.
Che babbo è via lontano.
E mamma lava i piatti e canta piano.

FRANCESCO DE GREGORI


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