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Pensa agli altri (di Fiorenza Borghese)

In amore, Viaggi on 26 gennaio 2015 at 9:04

beduina

PENSA AGLI ALTRI
Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri.
non dimenticare il cibo delle colombe.
Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri,
non dimenticare coloro che chiedono la pace.
Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri,
coloro che mungono le nuvole.
Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri,
non dimenticare i popoli delle tende.
Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri,
coloro che non trovano un posto dove dormire.
Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri,
coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.
Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso,
e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.

Mahmoud Darwish (trad. di Asma Gherib)

Il viaggio dell’anima
La valigia è quasi vuota, dentro ci sono ancora pezzetti del viaggio: pesciolini di vetro, presepi di legno, saponi di Nablus, ricordi di Al Kamandjati. Al ritorno non si è veramente tornati, molte cose si agitano dentro e mi tengono legata a paesaggi, colori, profumi di spezie, alle mura di Gerusalemme, ai bambini che sorridono. “…si sa come si parte ma non si conosce il cambiamento che si farà, e in qualche modo cambierete statene certi.”, aveva scritto Franca nella sua prima mail. In Palestina bisogna andarci accompagnati dalla voce appassionata di Luisa che arriva dovunque e che tutti conoscono, per raggiungere villaggi beduini e campi profughi ed ascoltare il racconto di chi resiste all’occupazione. E bisogna andare anche a Hebron, città-fantasma.

Brandelli di Hebron-Al-Khalil
Il groviglio di muri, divisioni, chiusure, check-point, gabbie, reti, blocchi che feriscono la Palestina si fa ancora più intricato a Hebron, H1-H2, dove gli insediamenti israeliani sono nel cuore della città, e coloni integralisti, protetti da soldati e loro stessi armati, tengono sotto scacco la popolazione palestinese con violenze ed angherie d’ogni sorta. Shuhada Street, la strada del commerci e del mercato, è chiusa da anni ai palestinesi, presidiata dall’esercito d’Israele, vi hanno accesso solo gli israeliani ed i turisti : ciò, paradossalmente, per la sicurezza dei coloni dopo l’eccidio alla moschea compiuto dal colono Goldstein nel ’94. I palestinesi sono perciò costretti a compiere tortuosi percorsi di chilometri per arrivare in posti altrimenti raggiungibili in pochi minuti a piedi.
Arriviamo a Hebron in una giornata livida che pare in sintonia con il luogo. Arranco con gli altri dietro a Mike, cercando di seguire il suo racconto sempre prezioso, su per un viottolo attraverso un campo di antichi olivi, in gran parte bruciati dai coloni: in cima ad un’ altura da cui si domina la città c’è la sede di Youth Against Settlements, un gruppo di attivisti impegnati a contrastare la costruzione e l’espansione di insediamenti israeliani attraverso la resistenza non violenta. Dietro di noi, a distanza di pochi metri, una casa requisita e presidiata da soldati israeliani.
Issa Amro, coordinatore di YAS, ci illustra le numerose attività del centro e racconta i soprusi, le violenze, gli arresti ingiustificati subìti, il lavoro fondamentale che YAS svolge per documentare l’ illegalità con foto e videocamere. Intanto vanno su e giù dalla minuscola cucina, donne, uomini e ragazzini con piatti e vassoi ricolmi: siamo oltre 50 e più tardi troveremo le tavole generosamente apparecchiate sul retro, fuori e dentro la casa, per un pranzo sotto gli occhi del soldato israeliano chiuso nella sua garitta .
Dalla sede di YAS per una discesa sgarrupata di sassi e terra arriviamo poi a Shuhada Street dove incrociamo subito dei coloni all’uscita della sinagoga dopo i riti del sabato (tra loro una donna con un sorriso raggelante proclama: “Israel is our land, all Israel is our land!”). Shuhada Street è deserta, le imposte verdi dei negozi sbarrate e scolorite, i portoni delle case sigillati. La percorriamo sotto la pioggia, Luisa in testa al piccolo corteo con il cartello Open Shuhada street. Ma Issa e gli altri attivisti non possono camminare con noi, passeranno attraverso i campi e il cimitero per ritrovarci al checkpoint d’ingresso al suq. Ci soffermiamo sotto l’abitazione di Zleikha che, rispondendo al richiamo di Luisa, compare sul balcone chiuso da una griglia di metallo che la protegge dai lanci di pietre dei coloni. Zleikha sorride, ci saluta; lei, palestinese, è da anni prigioniera in casa sua, non può mettere piede in Shuhada street, non può passare dal portone, deve attraversare passaggi aperti nelle case dei vicini per uscire sul retro. Come raccontare questo sistema diabolico di apartheid? Ci passano accanto saltellando due ragazzine bionde: ci guardano e sorridono di sfida o è il disagio di chi ha paura perché si è rinchiuso in un isolamento malato, in un luogo violato nella sua antica bellezza. Anche queste adolescenti aizzano i cani contro inermi palestinesi e lanciano spazzatura e liquami dalle finestre? Con senso di spaesamento e d’ inquietudine, mi trovo dentro un paesaggio surreale come quello dei sogni o dei rebus, dove le figure sono accostate in modo incongruo.
Emozioni contrastanti, ma anche tanta energia positiva che arriva dalla tenacia con cui in Palestina si resiste all’ingiustizia e all’illegalità dell’occupazione. Le persone che abbiamo avuto il privilegio di incontrare difendono palmo a palmo la loro terra, piantano olivi, portano avanti progetti di salvaguardia delle loro radici, delle tradizioni artigianali, di educazione e cura dei bambini, di emancipazione delle donne. L’uomo delle mandorle accovacciato accanto al fuoco resiste nella sua casa, l’inarrestabile Yasmeen scalerà anche il K2, i musicisti di Al Kamandjati sfidano i controlli suonando alla Porta di Damasco e ai check-point, il professore israeliano da dodici anni dedica lo shabbat alla protezione del villaggio di At-Twani E Rami e Bassam ci toccano il cuore perché in fratellanza cercano giustizia e non vendetta. In tutti loro è riposta la nostra speranza che l’ostinata formica di Daniela sul muro di Betlemme prima o poi ce la farà.

All’ombra del gigantesco muro (di Marisa Fugazza)

In amore, Viaggi on 24 gennaio 2015 at 10:27

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Finalmente dopo 15 anni sono riuscita a tornare in Palestina, grazie all’organizzazione AssopacePalestina e a Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento europeo e infaticabile attivista per la causa palestinese, preziosa guida del nostro viaggio.
Nella precedente visita le colonie erano molto meno, la devastazione territoriale anche e l’emergere di una lotta (pacifica e di massa) dava speranza. L’autorità palestinese, l’OLP, bene o male rappresentava la guida unica e riconosciuta.
“Palestina, terra immaginata, terra delle religioni, terra dei contrasti dove si è concentrata la nostra attenzione per comprendere meglio la situazione del popolo palestinese schiacciato dall’occupazione israeliana, con la complicità dei principali attori internazionali. “
Se il viaggio aiuta a dar forma ai pensieri con parole, immagini, suoni, silenzi, da questo viaggio per il turbinio di emozioni suscitate, mi sono dovuta imporre dei momenti di distacco, di leggerezza, quella levità che Calvino ci ha insegnato essere tutt’altro dalla superficialità.
Nei vari passaggi in Palestina la memoria mi ha portato continuamente agli assediati, alle atrocità compiute, ai soprusi quotidiani, ai muri invalicabili, al filo spinato … e il bisogno dell’allontanamento è diventato quasi una necessità per il peso insostenibile di tante situazioni .
Altri compagni di viaggio hanno messo in luce una sintonia, la condivisione di riflessioni, emozioni, stati d’animo, che il viaggio ha suscitato in ognuno di noi.
Non credo che si riesca a capire la situazione della Palestina se non si va da quelle parti, non è sufficiente leggere libri sull’argomento, interviste, saggi , devi essere lì per capire o per lo meno per cercare di capire l’ingiustizia con cui si vive da quelle parti, ma nello stesso tempo la varietà e ricchezza di tante “risposte”
Occultati nello stereotipo delle parti avverse sono prima di tutti i palestinesi: visti in alternativa come “vittime” o come “estremisti”. Di fatto poco si sa della loro vita all’ombra del gigantesco muro voluto da Israele per tenerli a distanza da sé e separarli tra di loro.
Il viaggio ha offerto l’ opportunità d’incontrare diverse esperienze e realtà tutte legate dalla volontà di sfuggire alla logica della violenza (che pure hanno sperimentato) di resistere pacificamente all’occupazione trovando strade alternative che affermino la vita, in positivo.
Dalle varie esperienze emerge un tratto “ corale “ inedito e o inimmaginabile che ci restituisce la fotografia di un popolo determinato e paziente che ha una legittima sete di giustizia, ma che sa ancora gioire, amare, rispettare.
Il filo conduttore di queste storie è la passione per l’arte e la fiducia nella creatività come via di salvezza, unito al filo rosso dell’amore per la propria terra, le sue tradizioni e la dignità, la forza, la pazienza con cui continuano a costruire, la perseveranza “ sumud” come si dice in arabo, sia l’unica strada da percorrere per arrivare ad una vita normale. Ci hanno raccontato, ci hanno fatto scoprire, la loro capacità indomabile di trasformare ogni atto di aggressione in gesti di “creazione” per far arrivare la loro voce nel mondo.
Lo dicono i murales, grafiti dai contenuti ironici, forti, che testimoniano di lotte, di vissuti quotidiani, colorano il muro, i muri dei villaggi, offrendo al mondo , a chi non vuole essere visitatore o turista distratto, quel che accade, quello che è stato fatto dalle loro parti.
E’ possibile una via d’uscita da una situazione così complessa?
Se ripenso all’incontro con Rami Elhanan e Bassam Aramin, israeliano e palestinese, intorno a loro il muro non c’è.
Per me è stato l’incontro più profondo perché il loro impegno ha confermato che la pace non è un’utopia.
Che la risposta ad un dolore grande come quello della perdita di una figlia, non sia alimentare, coltivare l’odio.
Ci hanno spiegato che l’uguaglianza è anche questo: condivisione degli stessi diritti.
Per me, c’è una totale sintonia con l’esperienza quotidiana di Emergency e il suo agire nei paesi in guerra, dalla parte delle vittime civili dove oltre l’aiuto umanitario, denuncia con forza la brutalità della guerra , di tutte le guerre e di ogni altra forma di violenza soprattutto verso i civili, quindi: buone pratiche e promozione di una cultura di pace.
I palestinesi riescono a vivere e a volte anche a sorridere in situazioni inconcepibili per noi europei anche se come ha detto il leader che ci ha accompagnato nella visita nel campo profughi di Aida vicino Betlemme “a volte non sappiamo se ridere o piangere, quando si celebra un matrimonio vorremmo ridere perché è una bella cosa ma poi ci viene da piangere… così, è difficile“.

Alcune riflessioni sul viaggio di Natale (di Rosa Calderazzi)

In amore, Viaggi on 18 gennaio 2015 at 11:48

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Dopo 27 anni ho deciso di ritornare in Palestina, invogliata anche dalla presenza di Luisa Morgantini, che ci aveva accompagnato in un viaggio di solidarietà e conoscenza nella stessa area (ma allora eravamo stati 1 mese lavorando e viaggiando e facendo base a Taibeh, al confine con Tulkarem).
L’impressione che ho avuto nel viaggio attuale è stato di grande sconforto per l’impossibilità di vedere una soluzione. Ho rivisto ieri le diapositive scattate nel 1987 e sicuramente le colonie erano molto meno, la devastazione territoriale anche e l’emergere di una lotta (pacifica e di massa) dava speranza. L’autorità palestinese, l’OLP, bene o male rappresentava la guida unica e riconosciuta.
Oggi, come spiegato da Michele Giorgio, la prima difficoltà è proprio la mancanza di un’autorità riconosciuta da tutti i palestinesi delle diverse fazioni e che riesca ad essere interlocutore valido e radicale del governo di Israele. I recenti fatti di Parigi, poi, complicano ancora la situazione, ma staremo a vedere: viviamo in tempi di cambiamenti repentini…
Però mi ha dato speranza, oltre alla resistenza puntuale e minuta sui diversi aspetti della vita, dalla terra alla musica, all’educazione, ecc., la nascita dei Comitati popolari che, come sentito, sono il riferimento locale, organizzano la resistenza non violenta, e penso fatta non solo di pochi militanti, si occupano dei mille problemi della vita di ogni giorno. E ciò è indispensabile per vivere, per mantenere accesa la speranza, per radicarsi nel territorio, per preparare la lotta. Ci hanno raccontato che si sono organizzati in un Coordinamento nazionale che raccoglie i Comitati già esistenti e che sicuramente aumenteranno di numero, un Coordinamento eletto, composto di 5 persone, di cui alcune donne.
Dà un po’ di speranza anche – nonostante la deriva integralista di destra della gente israeliana – l’aumento del numero e delle azioni dei militanti israeliani pacifisti che cercano di resistere all’attacco del loro governo.

Rosa Calderazzi

Barriere (di Franca Bastianello)

In amore, Viaggi on 17 gennaio 2015 at 11:42

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Ho scritto già molto su Bil’in, non è la prima volta che ci vado, ho scritto sulla lotta pacifica del suo comitato e sulla battaglia legale per lo spostamento del muro. Bil’in ha vinto, il muro è stato spostato, per fortuna è finito dietro un dosso, ma il muro è muro e l’ingiustizia rimane.
A Bil’in non si passa indifferenti. Innanzi tutto perché oggi è il primo di gennaio e ci viene ad accogliere Mohammed Al Khatib che si è svegliato presto per noi. Poi perchè è una giornata d’inverno che parte uggiosa e nebbiosa ma che si trasforma in una giornata di timido sole.
Per me lo stupore è che tutto sembra immutato: il giardino creato dalla mamma di Bassem, il gigante buono, ucciso da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo, qualche anno fa, tutto sempre curato, i bossoli che fanno da vasi da fiori sono più in ordine dell’anno scorso, non c’è stata ancora la bufera di neve a scompigliare tutto. Anche gli ulivi sembrano gli stessi, anzi veramente è l’unica cosa che rimane la stessa da tanto tempo.
E’ un villaggio dove gli ulivi sono rigogliosi. La terra intorno è curata, ordinata, pulita. Dopo saprò che ci sono passati degli internazionali a raccogliere tutto il pattume di guerra che Israele scarica sul terreno delle manifestazioni. Ma rimangono i resti dei falò dei copertoni che non avevo visto l’anno scorso, segno tangibile che la lotta è stata comunque dura.
Dicevo che tutto sembra immutato, perfino il bel parco giochi che è stato costruito nello spazio recuperato dallo spostamento del muro. Ancora una volta mi chiedo dove siano i bambini di Bil’in. Andrà mai nessuno a giocare sotto gli occhi dei soldati armati di tutto punto? Come ci si deve sentire a stare nel mirino dei fucili?
Percorro, davanti al gruppo, la strada sterrata che porta al muro e qui una sorpresa mi aspetta. Sapevo bene che ad un certo punto il dosso si spianava e il muro risaliva la collina fino a sbarrare il passo ai visitatori. Mi aspettavo certamente quella sensazione di vietato e proibito che ne derivava, ma quello che non mi aspettavo erano i progressi dell’insediamento, quel mangiar territorio fino ad arrivare a ridosso del muro.
Ma non erano solo le case a rendere innaturale quel territorio coltivato, ma quel cumulo enorme di terreno scavato che faceva da barriera dietro alla già terribile barriera del muro.
Una montagna di terreno scavato che incombe e che fa pensare che quel muro sembra niente in confronto, che l’insediamento sta tracimando dal suo alveo e che molto presto andrà oltre, invadendo gli uliveti e la terra che i palestinesi, i nonni, i padri e i figli stanno difendendo con la loro vita.
Una montagna di terra dove l’anno scorso il muro, con tanta angoscia da parte nostra, aveva ingoiato avido il sole al tramonto.
Costeggio in silenzio il muro che si popola come sempre di due soldatini allarmati che ti controllano a vista.
Persino l’aria che respiri e l’acqua che bevi è controllata dall’esercito israeliano. E tu provi rabbia, ti senti controllata, indifesa.
Dal baluardo della mia età, con tanta esperienza e capacità provata di gestire anche i conflitti interiori, davanti a queste barriere io sono indifesa e rabbiosa. Mi chinerei a raccogliere un sasso e a tirarlo contro i soldati.
Ma non contro due fantoccini giovani e imbevuti di paura e di odio, ma nei confronti di un sistema che protegge il più forte a scapito del debole, che consente alla violenza di aver ragione sulla giustizia.
Ah Bil’in che ferita sei nel mio cuore.

Palestine on the road… storie di amicizia e di coincidenze

In Amici, amore, Anomalie, Donne, Le Giornate della Memoria, personale, Viaggi on 4 marzo 2014 at 18:24

zia 1 MuradDi questo viaggio non scriverò le mie impressioni sull’inferno di Hebron, o meglio Al Khalil, perché ci sono viaggiatori che ne hanno scritto emozionandomi tanto, trasmettendomi sensazioni che sono difficili da trasformare in parola.
Andare per la Palestina non ti consegna mai un vuoto ed un abbandono così agghiacciante come in Shuhada street, quella strada di Hebron, nella zona destinata ad essere una città fantasma all’interno di una vera città palestinese, incupita e straziata dall’apartheid dell’occupante.
Andare per le strade in Palestina, vuol dire correre per strade palestinesi che diventano di esclusivo uso israeliano. Basta guardarsi in giro, ogni villaggio subisce atti di vero ostruzionismo e apartheid da parte di Israele. Strade chiuse da gate, da cubi di cemento, da montagne di detriti e sassi. La Palestina non esiste e pertanto non ha strade, non ha abitanti, non ha vita né sogni, non ha cultura, non ha nome. E’ invisibile a tutti, o almeno quasi tutti, non per la politica di Israele, non per l’esercito di occupazione; lì le regole sono fisse: levare ai palestinesi l’identità e farli sloggiare, sparire.
E’ l’ultimo giorno di Palestina. Si dovrebbe andare tutti nella Valle del Giordano a capir meglio cos’è lo sfruttamento delle risorse e il furto dell’acqua in Palestina. Altra triste pagina sui diritti negati ai palestinesi e sul loro destino.
Noi e Luisa però abbiamo un’altra visita da fare, anzi non una bensì due. Stavolta si parte da Betlemme, quindi il tassista rimane lo stesso, possiamo partire e tornare con lui ed è già una buona cosa.
Un’altra difficoltà sarà come trovare i luoghi senza indicazioni stradali, per esempio provate ad andare a Kufr Qaddom, un villaggio a ovest di Nablus, a cui ci si arriva solo per una strada “alternativa” che alternativa è a dir poco.
A parte che nessun villaggio Palestinese ha più l’onore di avere un nome e un’indicazione stradale, a Kufr Qaddom hanno anche portato via la strada per arrivarci. La scusa è che lì intorno ci sono quattro insediamenti di coloni che, oltre ad impossessarsi di molti dunum di terreno agricolo del villaggio, si sono pure portati via la strada di accesso al villaggio.
Noi a Kufr Qaddom ci andiamo per trovare Murad, coordinatore del comitato popolare per la resistenza non violenta e Sameer, il sindaco palestinese più simpatico che c’è. Amici conosciuti quando sono stati ospiti in Italia. Murad è uscito da poco dal carcere, è stato arrestato di notte, tirato giù dal letto nella sua casa, davanti ai suoi quattro bambini, l’ultima appena nata.
Andarli a trovare è un’impresa, nessun navigatore che ci dia una dritta, nessuna segnaletica, ma ci arriviamo ovviamente per la strada sbagliata, la principale, in due minuti saremmo arrivati al villaggio, guardando in lontananza si vedono le prime case, ma niente, ci troviamo di fronte ad un gate giallo sbarrato con una garritta deserta. Sulla destra spuntano le prime case di Qadumim, pure il nome si sono fregati questi ladri di identità e di terra.
Impossibile passare. bisogna tornare indietro e noi vogliamo arrivare sia per vedere i nostri amici sia per capire cosa vuol dire essere palestinese da queste parti.
Ed è difficile, difficile, chiediamo indicazioni, nessuno sa dirci con certezza qual è la strada, superiamo villaggi, centri abitati, campi, ulivi, tanti ulivi, sassi ed ulivi. Ma la strada dov’è?
Finalmente troviamo una nuova ferita tra gli ulivi, è una nuova strada che passa tra i terreni coltivati e arriviamo a Kufr Qaddom. Il villaggio è antico, lo si capisce dalle vecchie case in rovina: archi a volta in pietra, angoli di distruzione.
Mi annoto che devo chiedere se sono solo antiche case abbandonate oppure distrutte dall’esercito. Qui e là sorgono nuove costruzioni, quelle sono un po’ pretenziose, mi fanno venire alla mente quelle di alcune nostre periferie della provincia italiana. Insomma quelle che sono la miglior espressione dei geometri dei nostri paesi agricoli. Perchè Palestina è anche voglia di normalità e desiderio di partire, di respirare aria libera, per poi magari poter tornare.
Kufr Qaddom, un villaggio diverso dagli altri, meno palestinese in qualche modo suo, che non riesco a capire. Però non fatevi ingannare… una strada chiusa e una economia messa in ginocchio, ha unito davvero più che un proclama.
Ed ogni venerdì escono i giovani e i meno giovani del villaggio fasciati nelle kefije o nei passamontagna, assieme agli internazionali armati di macchine fotografiche e cineprese, e marciano verso gli sbarramenti. E lì l’esercito li aspetta e spara di tutto: candelotti lacrimogeni, proiettili è acqua chimica puzzolente. La marcia è un trasporto di sassi che a volte si posano e altre si lanciano, e il bulldozer li sposta e le Jeep sparano e i soldati rincorrono con i fucili spianati e con i cani allevati per aggredire. Un gioco delle parti che lascia a terra feriti e contusi. Ogni settimana un bollettino di guerra, senza contare gli arresti durante la giornata di protesta, e uno o due giorni prima, senza contare i posti di blocco improvvisati, giovani fermati senza ragione, ma non serve un vero motivo a questo parallelo.
Arriviamo alla casa di Murad che si trova dietro alla curva sulla strada della vergogna. Ci aspettano in tanti: Murad sorridente, Sameer che ci abbraccia caloroso, altri che non riusciamo nemmeno a capire chi sono. Siamo confusi e frastornati, è bello ritrovare gli amici. Improvvisamente si materializza sulla strada una donnina minuta, vestita come le vecchie contadine palestinesi, o almeno come io ho sempre pensato fossero vestite: abito chiaro e lungo e velo bianco… Ho pensato in quel momento, rimanendo folgorata, che se questa donna ha un nome, dovrebbe essere Palestina.
E’ la zia di Murad, una coincidenza della vita che fa sorridere e scalda il cuore. Nella mia casa a Venezia abbiamo una bellissima foto di un fotografo palestinese, che avevamo preso in una manifestazione a Brescia: “Con la Palestina nel cuore”, quella foto la tengo in una stanza dove casualmente sono entrati sia Sameer che Murad per farsi consegnare una maglietta “Stay Human” in regalo. Murad stranito guarda la foto e dice: “Ma questa è mia zia!” ed eccola lì ad attenderci, come fossimo ospiti d’onore, nella strada rubata di Kufr Qaddom.
Una bella sorpresa davvero, tutto avrei pensato tranne conoscere la famosa zia: due grandi occhi luminosi e una dolcezza senza limiti, assieme a caparbietà e orgoglio. Si lascia fotografare come una regina anche se è l’ultima della terra. Sorride e alza il pollice ad ogni foto.
Dio che tenerezza la zietta. Potrebbe essere una nonnina, ma forse a guardarla bene non è così vecchia, potrebbe avere la mia stessa età, o al massimo quella di Luisa, ma diciano che gli anni lei li porta in modo diversamente anziano. Sulle rughe del viso si legge una volontà di ferro dietro ad occhi spauriti, che poi tanta paura non ce l’avrà se sfida l’esercito con i pugni o solo una ciabatta in mano.
Annoto che devo chiedere a Murad quanti anni ha la zia.
Salendo la lunga scala che porta alla casa di Murad guardo il portico con le piastrelle annerite dai candelotti lacrimogeni sparati la notte del suo arresto.
In alto ci attende una grande sala luminosa. Una veranda trasformata nel salotto buono di casa, pieno di divani comodi e poltrone per le riunioni famigliari o per quelle del Comitato. Penso ai soldati che sono entrati nell’intimità di quella casa e che si sono portati via il nostro amico tra le lacrime e lo spavento dei suoi bambini.
Ricordo con smarrimento quando Murad parlava dall’Italia con il figlio e con che dolcezza lo tranquillizzava e gli spiegava che era distante, ma non era stato preso dall’esercito, che era lontano per altre ragioni e che non doveva preoccuparsi perchè stava bene e che sarebbe tornato presto.
In Palestina s’impara presto ad andare a patti con la paura.
Arrivano i suoi bambini due maschi e una femmina. Il più grande è uguale al padre, stessi occhi e stesso sorriso. Il padre dice che è il primo della classe, non stento a crederlo, ha gli occhi di un bambino molto intelligente. Il più piccolo dopo poco scappa via, mentre la bambina mi osserva incuriosita, ma quando la guardo distoglie subito gli occhi. Timidezza? Guarda me come se vedesse un oggetto non di questo mondo. Mi sento davvero strana e mi chiedo se la colpisce più il fatto che ho i capelli rossi oppure perchè all’età della sua nonna porto i capelli senza coprirli con un velo. Potessi chiederglielo lo farei. Potessi capire cosa diconono i suoi occhi lo farei subito. Vorrei capire perchè siamo così simili eppure così diverse.
E’ strano il forte desiderio che ho di capire le donne palestinesi, e non è la stessa curiosità che mi spinge a conoscere le storie di qualsiasi altra donna, di qualsiasi altra parte del mondo. E’ qualcosa di diverso, qualcosa di più sottile e complicato. Di fronte a loro ho come la sensazione di aver perduto qualche passaggio.
Il mio femminismo è guardingo con le palestinesi. Sono donne straordinarie, a volte anche molto belle, ma piene di passione e forza. Istinti che forse noi abbiamo perduto lungo la nostra storia. Mi sento stranamente anacronistica con le mie povere certezze di donna che ha fortemente lottato per la sua indipendenza ed emancipazione.
Intanto la bambina mi guarda di sottecchi ed io penso alla sorellina appena nata e alla sua mamma sicuramente giovane e bella. Penso che la loro vita è doppiamente complicata, certo a causa dell’occupazione che condiziona tutte le loro giornate e forse anche per quella situazione femminile, pure qui, non del tutto chiarita. Difatti la moglie di Murad non la vedremo, anche se questo può non voler dire nulla. Dopo aver bevuto il succo di frutta e il buon te dolce con i biscotti, salutiamo i nostri amici con un caldo abbraccio e partiamo per Nablus. Dobbiamo andare a teatro e ci stanno aspettanto, il tempo qui a volte si dilata all’infinito e a volte passa troppo in fretta. Inutile dire che lasciamo il nostro cuore sulla porta di casa di Murad e Sameer. Un abbraccio per tutti e un bacio sulla fronte a quel bambino dagli occhi vispi e dai capelli dal vago profumo della menta dei campi.
Arrivederci a presto amici. Ciao bambini e tu ragazzina ricorda, c’è un altro mondo fuori, puoi vederlo anche tu, e dopo puoi tornare, perchè ogni partenza è l’inizio di un nuovo ritorno, ed è bello poter tornare a casa.

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Nel ventre della balena

In Amici, amore, Le Giornate della Memoria, Viaggi on 16 gennaio 2014 at 17:29

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Ci si avvicina a passi veloci alla fine dell’anno. Chissà perché mi sembra una cosa di secondaria importanza. Oggi giornata piena e sebbene che ci avessero minacciato 4 giorni di pioggia, il tempo tiene, sebbene offuscato dalle nuvole, ma a prima mattina esce un fantastico sole non appena riusciamo, dopo lunga attesa e tanti controlli, a passare verso la spianata delle moschee. Che poi è la spianata che mi prende e anche la moschea ma solo come corollario. Amo la gente che si raccoglie lì, in riflessione e preghiera, le donne che fanno scuola e gli uomini, a gruppetti, seduti come davanti ai tavolini dei bar. “Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo…”
Ma qui il tempo non esiste, a parte il nostro Mike, che con fare burbero ci dice che abbiamo solo una quarantina di minuti. A me bastano. Nella spianata mi cerco sempre lo stesso angolino solitario. Il sole scalda ed è abbacinante e si riflette sulla cupola dorata, riverberando attorno. Che pace! Proprio io che non sono per niente religiosa, trovo casa e serenità in un luogo che è di culto per gli altri. E’ davvero una strana alchimia. Qui mi sento in pace anche con me stessa. Questo luogo non è Gerusalemme, è uno strappo nel tempo, un non luogo, un’idea… bella, difficilmente ripetibile.
Ma il tempo comunque passa e veniamo raccolti dal nostro Mike, cane pastore e padrino, per raggiungere a piedi il pullman all’hotel: ci aspetta Tel Aviv e Jaffa.
Oggi si entra nel ventre della balena.
A dirla così sembra che io stia parlando di un luogo sicuro, dove nessuno può farti del male, ma in questo caso della balena ci sono solo le fattezze, il pesce ha un altro nome ed è molto più pericoloso. Un pesce vorace che ingoia e trita tutto e che non ha sguardo, non ha memoria.
La giornata si è fatta ventosa e brillante, proprio una giornata per andare al mare. E il mare lo troviamo, quel mare rubato alla Palestina che non riesco ad annusare, faccio difficoltà a riconoscerlo, non è “un abbraccio grande come il Mediterraneo che separandoci ci unisce” come diceva Vittorio dalla sua Gaza, questo è un mare estraneo che non accoglie. Anche a Gaza c’è il mare, ma si pena peggio che sulla terra, è fatica e pericolo, è fatto di quotidianità e frustrazione. Quel mare negato è peggio di quello rubato.
Siamo qui vicino al n. 48 della strada che i palestinesi chiamano Occupation street. Qui ci stava il quartiere operaio di Manshiya, quartiere vivace con case e negozi di gente operosa che conviveva tranquilla, qualsiasi fosse la propria origine o la propria religione. Non c’era odio prima dell’occupazione, c’era fratellanza e solidarietà, ma poi solo morte e distruzione.
La Nakba ce la raccontano gli attivisti di Zochrot, che cercano di preservare il patrimonio storico, la tradizione e l’identità culturale del loro paese. Sono attivisti israeliani che cercano l’impossibile: preservare quel passato comune che è la storia e la verità.
Cosa rimane di Manshiya? Una casupola schiacciata all’angolo di un grande parcheggio e di un parco per portarci a passeggio i migliori amici dell’uomo: i cani, che sono migliori dei palestinesi.
Guardiamo le foto, ma non si riconosce niente. Si vede solo una casa ai bordi della strada, ma per sfregio l’hanno occupata e trasformata in una casa israeliana, con i simboli e i colori fin troppo conosciuti. E’ rimasta solo la moschea che è stata più volte distrutta e ricostruita, altrettante volte, con i soldi dei palestinesi del luogo, ironicamente israeliani di nazionalità. Dentro non si può pregare, anche questa è l’ironia dell’occupante. E il resto? Ma certo c’è pure un resto, molto nascosto però. Sulle rovine delle case distrutte sopra le teste di chi non era riuscito a fuggire e ad andarsene, le ruspe hanno riportato terra e seminato erba, che cresce a stento, si vede che non è un buon fertilizzante il sangue palestinese che vi è stato sparso.
Un vecchio tassista si avvicina e ci racconta di quel tempo passato e dei suoi due fratelli rimasti uccisi, regge solo pochi minuti e poi si rifugia nel taxi con gli occhi pieni di lacrime e di dolore. E noi ci sentiamo invasori dei sentimenti altrui, guardoni del dolore, reporter senza anima di una realtà che non è nostra, ma che vogliamo testimoniare malgrado tutto.
Sul parco un grande cuore spezzato fatto dei legni di imbarcazioni venute da lontano e affondate dai marosi… nessuno che si chiede quanto male fa aver perduto la propria casa, la propria terra e insieme la libertà. Io sono triste ed indignata, divento silenziosa e affaticata, pallida ombra di me stessa. Non reggo lo scempio… non ne sono capace mentre Jaffa, perduta terra di Palestina, ancora bella per il suo antico splendore, ora addomesticato da un’occupante senza fantasia, fa da contraltare a Tel Aviv, terra di grattacieli e poco amore, che si protende sul mare senza un vero senso, un proprio fascino, la dignità umana data dalla ragione.
Una passeggiata al porto vecchio, con le ragazze del gruppo che si rilassano un po’ all’ultimo sole. Ma io che conosco il mare, sono stranita, cos’è questa malìa che lo rende inodore e distante?
In cielo si accumulano nuvoloni gonfi di pioggia ed è il degno finale del nostro incontro con la balena: scoppia un temporale rabbioso. Per fortuna arriva Mike a salvarci come sempre. “Yalla Yalla” e si riparte verso destinazione ignota.
Ultima sorpresa del giorno, gioiosa ed improvvisa, Luisa che punta direttamente al nostro cuore. Ma non fa parte di questa storia di mare, è un’altra storia di uomini resistenti e voglio altro spazio per raccontarla, non ora non qui. Ovviamente il nostro viaggio continua e se mi seguite condurrò pure voi…

Verso Supino, ovvero lavorare stanca

In Amici, amore, personale on 2 luglio 2013 at 8:00

assoAndare a Supino, a casa di Luisa (Morgantini), mi piace come in certi casi tornarmene a casa dopo un lungo viaggio faticoso. Supino è un posto ameno, piacevole come bere un buon bicchiere di vino rosso oppure di acqua e menta se hai sete.
Stavolta ci dovevamo vedere in tanti perché l’Assopace Palestina deve muovere i suoi primi passi e c’era bisogno di guardarsi negli occhi. Veramente qualcosa di più, c’era bisogno di partire col passo giusto e cominciare a macinare attività su attività, c’è bisogno di crescere e di diventare adulti.
Luisa è una forza della natura, senza di lei siamo tutti pargoli senza madre, treni senza direzione, e così via, ho provato a sostituirla visto che sarebbe arrivata tardi, quando sono arrivati gli ospiti, ma come fare se non sapevo i nomi della case in cui sistemare chi arrivava?
Basta un po’ di inventiva visto che poi arriva lei e tutto sistema.
Io ho seguito la prima pasta al sugo e poi la seconda, poi il conto si è perso tra arrivi e pacchi da portare in casa. Tutto avrei cercato di fare tranne che tenere le redini di una riunione allargata con tante teste e tanta voglia di dire.
Far da mangiare è più semplice e per fortuna c’era Maurizio che con le padelle ci sa fare meglio di me.
Sia chiaro che non intendo parlare di quello che si è detto in quella riunione fiume, che verso sera, con un po’ di richiamo (della fame soprattutto) è finita ad un’ora decente.
Essere parte di Assopace Palestina è una grande opportunità, almeno così io penso. Sono una donna pratica e mi trovo con chi agisce senza stare a chiedersi quanta fatica costerà. Luisa è così: parte ancora prima di pensare che è buona cosa partire, su questo siamo due gocce d’acqua, ma anche su altro, per esempio davanti un piatto di buona pastasciutta, pensiamo al piacere di mangiare in compagnia e mai che dovremmo stare a dieta almeno per un periodo lungo come un carcere amministrativo in Israele.
Ah! tra l’altro siamo tutte e due dure d’orecchi, sarà l’età o sarà che a volte siamo stanche di ascoltare, ma devo sempre concentrarmi sul labiale per capire quello che tutti dicono. D’altra parte la stanza ha un’acustica pessima. Io vado ad intuito.
Marcello prende nota. E’ bravo a ricavare un senso da quello che diciamo, magari capisce anche di più, legge tra le righe, cosa che io non so fare, almeno non su quello che si dice, ma su come lo si dice. E’ bello guardare le persone parlare e come si muovono, dice molto su di loro. E’ solo che io guardo il lato umano, vedo se c’è generosità nei loro movimenti e nei loro sorrisi. Capisco se c’è disponibilità, capisco il lato pratico e la capacità di essere dentro alle cose e mi piace sentirmi dentro alle cose, mi fa star bene, a mio agio.
La serata è caotica perché siamo in tanti, si potrebbe dire troppi, ma non è mai così. Si mangia e si parla in una confusione di gusti e parole. Alla fine tra l’altro si recita in uno spettacolo creato da Ilaria e Uri, una storia inventata da noi stessi, tra partenze e ritorni, senza mai trovare il luogo dove fermarsi, dove appendere il nostro cappello o la nostra borsa dei ricordi. Io non lo faccio, troppo presa a riprendere la scena, più che le parole le persone, più che le persone le emozioni.
E’ tardi ed io che venivo da una levataccia alle 4 di mattina mi sono messa a letto ascoltando le ultime chiacchere e le risate. Mario e i bolognesi che parlano ancora di sarde, sarà l’argomento della serata. Fiorenzo Fiorito, che ha reso Darwish vivo e anche di più allietandoci della sua interpretazione, parla con una bella voce quasi impostata. Qualche puntata in romanesco di Maurizio, nel bolognese di Roberto, e qualche bacchettata di Luisa e in questo pacifico ciarlare prendo sonno nella mia bella stanza con passaggio verso il bagno diventato comune. Ma nessun problema: io dormo serena.
Alzarsi presto è mia abitudine. Il sole entra nel bagno e illumina tutto e scalda. Scendo a fare il caffè e le case del borgo si svegliano un po’ alla volta. Caffè, marmellata con zenzero, ricotta fresca, latte e dolcetti di casa.
Io sorrido e continuo a guardare: guardo come fai colazione e ti dirò chi sei. C’è chi prepara il caffè; mai moka grande solo, piccola. Chi invece ne fa solo grande per tutti e se ne bevono a fiumi. C’è chi non finisce mai il suo e lascia la tazza mezza piena, chi vuole la tazza grande e chi la piccolina, chi vuole il pane e chi i biscotti, chi il cucchiaio e chi il coltello, chi spalma e chi mangia, chi parla e chi sonnecchia… che bello il mondo che fa colazione. Poi bisogna correre, è tardi, bisogna salire in terrazza per la riunione riassuntiva. Beh! nel come si fa la colazione c’è pure quello che si lascia dietro… tazze, piattini, briciole, marmellate, biscotti e pane in una confusione allegra sul tavolo. Bisogna riordinare.
Io spreparo, qualcuno lava i piatti, altri portano sedie in numero adeguato per stare nel solito circolo democratico, possibilmente all’ombra, ma io arrivo tardi e sto sotto il sole, pazienza vorrà dire che mi abbronzerò. Si raccolgono voci, progetti e indicazioni per il futuro. Sinceramente ricordo poco. So che a Bologna ci vorrei andare per le giornate del Teatro Palestinese. So che incontrerò Luisa a Brescia entro qualche giorno. So che qualcuno resterà dopo questa giornata, ma qualche altro lo perderemo per strada, già è tanto che sia arrivato fino a qui.
C’è pure un ragazzo che è coraggiosamente arrivato gamba ingessata in spalla. Spero che dopo tanta fatica lui possa rimanere.
Intanto Maurizio si cimenta nella vera amatriciana che solo lui sa fare così buona, stavolta non voglio capire la gente da come si muove in cucina o da come ciarla tra un piatto e un altro. Me ne resto nel terrazzo a godere l’arietta che viene dalla valle. Ci arrivano i piatti serviti come fossimo principi… non credo che ce li avrebbero portati se Luisa non si fosse seduta assieme a noi.
Buona la pasta e buona la compagnia. Assopace si occupa di Palestina, ma anche di questa strana compagnia di affamati. Bravi tutti anche la ragazzina tredicenne che alla fine si confida e comincia a raccontare di sé e della scuola.
Ma ormai dobbiamo partire verso casa. Baci e abbracci e promesse di telefonare e scriverci, sì.. sì lo farò, però lasciatemi il tempo di rigovernare le idee, di rimetterle in careggiata. Ma dopo tutto perché dovrei? E’ così bello vivere di emozioni e di benessere. Sarà stato un incontro di lavoro, ma a me pare di non aver lavorato per niente.

Hanno trasformato il deserto in un giardino fiorito….

In amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 24 gennaio 2013 at 0:50

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Su questa affermazione avrei proprio molto da dire… Chi è che ha trasformato il deserto in un giardino? O meglio chi è che ha trasformato il giardino in un deserto? Qui non si tratta di un gioco di parole, si tratta praticamente di un ulteriore furto verso una popolazione che di diritti, per gli occupanti, non ne ha.
La chiamano la guerra dell’acqua, ma guerra non c’è, i giochi ormai sono tutti fatti: Israele ruba l’acqua alla Palestina in modo totale e disumano, e oltre a rubarla gliela rivende a prezzi proibitivi. Evidentemente uno dei peggiori ricatti che si possano fare agli esseri umani, un po’ come assetare una persona e poi fornirgli solo qualche goccia d’acqua al costo di una bottiglia di champagne, chiedete alla Mekorot come funziona il furto e come fa a tenere sotto scacco, e in penuria di acqua, i territori della striscia di Gaza e della Cisgiordania.
Noi partiamo al mattino di una bella giornata di sole verso la valle del Giordano. Come vi dicevo su questa valle personalmente avevo un immaginario che vedeva le pigre acque di un fiume circondato da palmeti verdi e da bananeti, però ho sbagliato, sbagliato di brutto, anche se quel fiume dovesse essere stato più piccolo certo e meno importante del Nilo a cui pensavo, vi giuro che lì un fiume non c’è più, quelle acque non ci sono più, e il deserto percorre kilometri in pochi mesi, solo sui villaggi palestinesi, con buona allegria di chi di queste acque ne fa mercato. Il Giordano è sparito ed è finito nelle tasche di Israele, come stanno scomparendo, di conseguenza, pure le acque salate del Mar Morto. Ma tanto quelle, pur essendo lo stesso un buon affare, i palestinesi non le possono vendere e bere.
Visitare la valle del Giordano ti fa pensare che il deserto si stia riprendendo tutto il suo giardino. I palmeti e i bananeti sono dissecati e l’arsusa ha fatto morire bestie e uomini. Le terre sono diventate incolte e brulle, ma solo quelle palestinesi però, se guardi bene dietro ogni recinzione elettrificata, dietro ogni controllo dell’esercito c’è il fantastico verde delle coltivazioni israeliane. Certo che fanno fiorire il deserto, bella forza, stanno facendo morire di sete l’altra terra, quella della Palestina.
Milioni di palme piantate con la cortese e sollecita partecipazione della Mekorot, azienda per la raccolta e la distribuzione dell’acqua.
L’organizzazione per la difesa dei diritti umani, in un rapporto pubblicato di recente, ha accusato le Autorità israeliane di dare ai 2,3 milioni di palestinesi in Cisgiordania meno acqua di quanta non ne abbiano, in quel territorio, 450.000 coloni che si strafogano dentro alle loro piscine nelle colonie illegali.
C’è pure una legge che vieta ai palestinesi di scavare pozzi adeguati, per estrarre un po’ dell’acqua del sottosuolo. Gli israeliani invece lo possono fare, senza contare che la Mekorot estrae tutta l’acqua dalle sorgenti che fornivano le acque al Giordano e naturalmente ai villaggi.
I palestinesi non possono trasportare l’acqua e non possono nemmeno raccogliere seriamente quella piovana, ammesso che piova. Possono bere poco e lavarsi niente, così almeno debbono confermare l’idea che non sono poi così puliti come vorrebbero dare da intendere.
E la giornata si fa calda. Calda davvero. Così almeno abbiamo un assaggio di quello che può succedere in estate, quando il sole ti prosciuga anche il cervello, e non ci sono che sassi e terra arsa e nemmeno l’ombra di un albero sotto il quale potersi riposare.
Guardo corruciata il vecchio wadi prosciugato, la sorgente risucchiata dentro i tubi superprotetti delle pompe di sollevamento della Mekorot, l’aria asettica del furto di stato e sempre le solite reti di difesa e i sensori per tener lontani i derubati.
Dall’altra parte della strada la condotta che porta ai villaggi: una piccola pozza di acqua stagnante che non supera il livello per consentire lo scorrimento.
Eccovi serviti cari palestinesi, eccovi la prova della possibilità di uno stato unico pari diritti e pari doveri in una società multietnica e multireligiosa, con le risorse idriche in mano agli uni a scapito degli altri, con le terre fertili, e anche quello non, strappate al lavoro e alla cura dei loro proprietari originari…
Ripenso alle foto della Palestina storica e mi viene da piangere… hanno trasformato il giardino in un deserto che fa crescere solo i sassi, quelli usati per tutte le intifade passate e future.
Ci fermiamo in un villaggio sassoso, ci aprono le porte della loro “Scuola delle Idee“, un centro sociale gestito dal Comitato popolare. Ci raccontano le vessazioni per le leggi emanate e anche per quelle giornalmente inventate da polizia e soldati fantasiosi. “Il trattore non può uscire oggi ci vuole il permesso”; ma il permesso di chi? Nessuno lo sa. “Te lo confischiamo e per riprenderlo ti ci vogliono 1000 sheckel”Ma io ci lavoro con quella ruspa…” “No, non puoi non hai il permesso di smuovere la terra”. “Ma il terreno è mio!”. ” Può essere, ma non hai nessuna carta scritta.” e così altri 1500 sheckel che passano nelle mani del nemico.
Noi siamo lì a mangiare il loro pane e le loro verdure cresciute con tanta fatica, il loro tè fantastico e ci svuotiamo le tasche, almeno stavolta il trattore riescono a liberarlo con i nostri soldi, ma fa rabbia sapere in che tasche vanno, sapere che sarà ogni giorno così e il mondo non sa o finge di non sapere, e gli amici di Israele si beano della loro solidarietà pelosa, della loro cecità interessata, della loro ipocrisia di facciata.
Dall’altra parte della strada un piccolo appezzamento di terra coltivato, è spelacchiato e arido, ovviamente appartiene ai nostri amici palestinesi. Più distante invece c’è l’oasi recintata elettricamente, chiusa dentro oppure chiusa fuori dalla povertà.
Io sogno di uscire di notte con il trapano a bucherellare le tubazioni, 1000 buchi ogni notte per ogni persona di buona volontà… forse il fiume ritornerebbe a scorrere le sue rive, forse il deserto non si fermerebbe ai recinti elettrificati, forse la terra riprenderebbe a vivere. Ma Luisa ci frena: “Guardate che loro controllano il territorio e piombano subito appena scorgono un po’ di verde e qualche coltivazione, distruggono i pozzi e controllano da dove arrivi questa improvvisa ricchezza… Il controllo è basilare per eliminare ogni risorsa che possa far rimanere i palestinese in questo territorio. Non li vogliono e li stanno eliminando come fossero zecche.”
Poi dicono come fa a entrarti nell’anima la voglia di Intifada.
Pomeriggio di relax a Gerico, dove comperiamo i datteri palestinesi grossi come sassi e i dolcetti al sesamo, prendo la strada della montagna e guardo dall’alto, il verde sta attorno a pozze d’acqua che si conservano solo perchè sotto il terreno sono nascosti teloni impermeabili… non so se è una furbata oppure una necessità, comunque sono la sola ad accorgermene e forse chissà non se ne sono accorti nemmeno gli altri.
A fine giornata uno sguardo al Mar Morto rinchiuso nella rete di protezione e nel reticolato tagliente… trasformato in un campo minato, in pratica dove prima c’era l’acqua adesso c’è il cartello “attenzione pericolo mine“, già devono pure proteggersi dall’invazione giordana oppure da quella aliena e poi che fascino lo spazio vuoto del mare che non c’è più. Ed io sono triste e non vedo l’ora di tornare in albergo, sono solo sei giorni che sono qui e mi pare una vita.
Ora come spiegherò agli amici di Israele che i loro beniamini non hanno nessun amore per questa terra, certo ad onor del vero non sarebbe la loro terra per davvero, è un po’ come la soluzione trovata da Salomone di dividere in due il bambino conteso tra due madri, quale verrà considerata la madre vera? Non certamente quella che preferisce avere il mezzo bambino conteso e cadavere.
E mi ritorna, nel silenzio, ancora la voglia di Intifada.

Dalla scuola demolita all’impotenza dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari

In Amici, amore, Anomalie, Guerra, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 20 gennaio 2013 at 18:19

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Strana giornata questa che ci vede toccare con mano la Resistenza pacifica dei Comitati Popolari dei villaggi palestinesi e poi alla fine sbattere il muso sull’impossibilità, ma diciamo meglio la non volontà delle Nazioni Unite, di prendere dei provvedimenti contro un paese occupante che pratica l’ingiustizia, la violenza e l’apartheid.
Continua il nostro viaggio e arriviamo a Mufaqqarah un villaggio beduino sempre sotto scacco delle due colonie che angariano la vita al villaggio di At Twani.
Scendiamo dal pullman e ci dirigiamo verso il villaggio che sta in bella mostra sul pianoro davanti a noi. In mezzo sventola la bandiera palestinese, sopra un cumulo di macerie. Ci avviciniamo ed è facile capire: intorno a noi solo tende tenute malamente insieme e grotte scavate negli anfratti del terreno roccioso. Che ci fa quella bandiera sopra le macerie di una nuova costruzione? E che ci fa quel vecchio seduto sopra le macerie a guardare lontano? Facile risposta: i beduini avevano costruito una casupola per pregare e per fare scuola ai loro bambini, ma Israele non lo permette, tanto più che anche i beduini se ne devono andare, quella è terra destinata alle colonie. E la rabbia monta mentre ci rendiamo conto della povertà di quella gente che ci ospita con gentilezza tra di loro e ci prepara un loro buon tè di benvenuto che ci scalda quanto il sole di questa giornata sulle colline a sud di Hebron.
Il vecchio sembra guardare la distruzione con occhi rassegnati, ma negli occhi dei giovani beduini non c’è rassegnazione, stanno riposando sotto il sole perchè di notte devono costruire il tetto di un’altra costruzione mimetizzata dalle tende. Quanto ci metterà l’esercito a mandare le ruspe per demolire anche quella?
E come un gioco sulla spiaggia, c’è un bambino che costruisce il suo castello di sabbia e l’altro che non aspetta altro per buttarlo giù con la soddisfazione dell’invidia e del diritto a prevaricare.
Ci incamminiamo verso il pullman che ci aspetta sul ciglio della strada principale, ma alla fine della strada che porta al villaggio troviamo un SUV fermo. Luisa si fionda al finestrino e comincia a parlare con gli occupanti, quella benedetta donna non la ferma nessuno, quei due siamo certi che significano guai, ma non sappiamo di che tipo, prendo delle foto dalle quali almeno di veda la targa, ma noi siamo in tanti e loro sono solo due, anche se in pochi minuti arriva una camionetta dell’esercito. Ah il potere del cellulare! Arriva e si piazza davanti al SUV e scendono i soldati armati che vanno a chiedere a quelli del macchinone se per caso noi diamo noia. Noi??? Sì, Luisa effettivamente è pressoche un caterpillar, è molto “pericolosa” e non si sposta di un centimetro, dice senza timore le sue ragioni e se ne viene via soddisfatta. Gliele ha cantate e pagherei una cifra per sapere che cosa gli ha detto. Noto con piacere che i soldati la temono, mantengono quella distanza giusta per non incrociare la sua rotta. Grande donna la nostra Luisa, si capisce che non ha paura di niente e di nessuno e vorrei somigliarle un po’.
Viene presto sera e ci aspettano agli Uffici dell’OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) dell’ONU, e di affari umani in Palestina ce ne sono tanti e il rappresentate ce li racconta tutti, ci mostra le mappe dell’occupazione e quelle del muro, assieme ai numeri delle colonie e a quelle delle ingiustizie e delle leggi ad hoc, un quadro generale che esclude la formazione di uno stato unico con pari diritti e pari doveri e anche quello dei due stati con sovranità territoriale, perchè la Palestina un territorio non ce l’ha più e ogni giorno ne perde un po’ anche di quello che è scritto sulla carta, di quello sul quale il mondo basa l’idea che se l’ANP (Autorità nazionale Palestinese) fosse più ragionevole, più furba, più accomodante potrebbe anche ottenere, con la generosità di America e Israele, il proprio stato.
Ma dove, ma come? Mi vien da gridare, mi sento soffocare. Ma non è possibile, non può essere così. Ma come si fa avere in mano con tanta chiarezza la fine della Palestina e nessuno di queste stramaledette Nazioni Unite muove un solo dito. Un nostro amico fiorentino si alza e lo chiede. Una domanda che può sembrare ingenua: Ma a cosa serve l’ONU se sa tutto questo e non fa niente per bloccare l’avanzata d’Israele?” Il funzionario allarga le braccia. “Siamo profondamente delusi.” E lo siamo tantissimo e usciamo mogi, con la certezza che per la Palestina non c’è nessuna possibilità. Non ci guardiamo fra di noi, non sopporteremmo di riconoscere quello che ci passa per la testa.
Un giorno intero passato nel coraggio e nella speranza di questa nuova forma di lotta popolare palestinese e in un’ora o poco più tutto crolla sotto le macerie della realtà. Dagli accordi di Oslo in poi i palestinesi sono stati abbandonati negli artigli di questo stato che alleva nel proprio seno il seme dell’odio razziale e dell’intolleranza religiosa e che si prende, con la violenza e con l’appoggio internazionale di altri stati marionetta, tutto il territorio che vuole eliminando fisicamente e psicologicamente il popolo palestinese.
E non ci guardiamo, usciamo silenziosi e abbattuti, e io sono incazzata, talmente incazzata che sarebbe difficile abbatteremi, non ci riuscirebbe nemmeno l’esercito più etico al mondo. Di fronte ad un’anomalia e ad una ingiustizia simile reagisco in modo inconsulto. Non provo odio no, non ancora, provo solo il desiderio di tornare e di parlare, raccontare, svergognare, di non farmi mettere in un angolo da nessuno, perchè adesso io so, ho visto e nessuno mi racconterà più la favoletta dell’equidistanza, del diritto alla sicurezza di Israele, mi spieghino com’è che i palestinesi invece possono essere bombardati, sparati, imprigionati, torturati, affamati e angariati al limite dell’umano. Mi spieghino com’è che la loro sicurezza equivale alla distruzione degli altri e chi e perchè a Israele si garantisce l’immunità, sapendo chiaramente che perpetua crimini di guerra, che non applica nessuna delle molteplici risoluzioni ONU, che non rispetta la legislazione internazionale e che occupa dei territori con le armi promulgando leggi e azioni di apartheid giudicate inacettabili ed estreme perfino dal Sudafrica.
E’ cominciato l’anno 2013 ed io sono incazzata, incazzata nera, vorrei piangere, ma penso agli amici di Nabi Saleh, a quelli di At Twani, ai beduini di Mufaqqara, a Luisa, alla loro tenacia e al loro coraggio e mi riprometto che quando tornerò, se tornerò nel mio paese, dedicherò la mia vita a denunciare e rosicchiare quella loro protervia, sarà poco, sarà niente, ma io ci sarò al loro fianco. Io, in questo viaggio, sono diventata palestinese, la loro causa è la mia, la mia dignità è la loro e faticherò, crederò e lavorerò senza perdere mai la speranza. In fin dei conti chi mi autorizza, io così fortunata a non credere più nella loro lotta? Nessuno, nessuno mai.
http://reliefweb.int/country/pse

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