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Profughi per sempre

In Amici, amore, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 8 febbraio 2014 at 14:16

bambini a balata

Non è facile capire che esistono molti campi profughi nella terra di Palestina.
Certo, si conoscono bene i campi profughi al di fuori della Palestina: in Giordania, Siria, Libano. E’ normale scappare all’invasore, ma cosa ci fanno i campi profughi nella striscia di Gaza e in Cisgiordania?
Poi ci si ripensa meglio, si entra in merito alla questione, e ti accorgi che dal 1948 (ben 66 anni fa) i palestinesi fuggiti o deportati dai loro villaggi occupati o distrutti, hanno avuto in sorte di vivere in campi profughi all’interno del loro paese.
Prima hanno vissuto in tende nella speranza che fosse tutto provvisorio e poi sono venute le case, oggi affastellate una sull’altra, nella ricerca di luce e di salubrità.
Gente con ancora il sogno di ritornare nelle proprie antiche dimore e nei propri terreni, ma la cosa è così lontana, è possibile pensare che un giorno Israele non le occuperà più?
E come in ogni luogo i profughi, non vengono nemmeno calcolati come palestinesi residente, non votano per le amministrative, non esistono per l’assistenza municipale, nemmeno la spazzatura viene portata via. Tutto rimane sospeso in una eterna attesa.
L’avrà pur detto l’ONU che a loro spetta il diritto al ritorno, ma l’ha detto così tanto tempo fa che se n’è pure dimenticato, come dimentica di pagare gli stipendi agli operatori dell’UNRWA, creando ancora più disagio con  lo sciopero degli addetti e gli uffici chiusi.
Possibile che ancora oggi i giovani dei campi conservino vivo il sogno del ritorno?
E cerchiamo di capirlo al campo profughi di Balata vicino a Nablus, il più popoloso, il più difficile, ieri origine delle Intifade, oggi luogo di violenza e grande disagio.
1 kmq. di rabbia per 20.700 persone circa. Come faranno a starci?
Disoccupazione quasi totale e oggi nemmeno un minimo di assistenza.
Balata, campo profughi di chi era di Jaffa, di chi viveva lo spazio del mare, le voci del porto, dei commerci, il profumo di salsedine e delle barche tirate a secco sulla spiaggia. Balata l’altro universo. Un mondo duplex assai assomigliante a quello dei fumetti di Superman. Da un lato belli e buoni, dall’altro brutti e cattivi.
A Balata ci ricevono al Centro che porta ancora il nome della città di origine, da dove furono cacciati. Un posto pulito che accoglie pure una sala riunioni piuttosto grande, una sala teatro per le attività culturali e una grande terrazza che permette allo sguardo di spaziare un po’ più in là.
Vedo da un lato il cortile e l’edificio della scuola (chiusa) dell’UNRWA. Mi chiedo se è solo oggi chiusa oppure se lo è anche gli altri giorni. Sembra un luogo abbandonato da tempo, dimenticato. Dall’altra parte, un accumulo di tetti e terrazzette disordinate, sporche, piene di stracci al vento.
Non c’è dignità a vivere in così piccoli spazi, si può solo diventare cattivi.
Lì al centro ce lo spiegano con parole dure, reali e prive di speranza.
Io penso ai topi che messi in uno spazio ristretto e sovraffollato, finiscono per mangiarsi gli uni con gli altri, per poter sopravvivere.
E quella gente aveva il mare come compagno di giochi, ma tanto, troppo tempo fa. Ce lo spiegano che è troppo pericoloso visitare il campo. Non ci porteranno.
Ci sembra impossibile, ma gli crediamo sulla parola. Troppe sono le ristrettezze, la disoccupazione e l’abbandono. Noi amplificheremmo troppo il divario, non assecondiamo la nostra curiosità, che senso avrebbe?
Addocchio in una vetrina di armadio uno scialle palestinese, ricamato dalle donne di Balata. So che lo prenderò anche se costerà troppo. Carità indiretta e peregrina, ma tanto so che non posso ripagare la loro sofferenza. Non è certo responsabilità mia, ma chissà perchè mi sento vergognosamente fortunata ed in colpa.
Arriva Murad, amico palestinese ospitato nel suo soggiorno italiano, è coordinatore del Comitato di Resistenza popolare non violenta di Kufr Qaddom, un villaggio che lotta per riottenere la strada rubata che porta a Nablus direttamente. Oggi non è più così, ma cosa serve dirlo, qui in Palestina una strada rubata sembra quasi il meno, anche se allunga il tragitto di una trentina di km.
Murad è appena uscito dal carcere, non so nemmeno se potrebbe avere guai ad essere a Balata. Probabilmente sì, ma è venuto lo stesso, è stato gentile a venirci a salutare, gliene siamo grati. Ci porta la sua amicizia e il suo ringraziamento di essere lì. Ci fa bene al cuore.
Ci porta anche un po’ di speranza. C’è ancora chi lotta e chi ci crede.
Io mi rendo sempre più conto di quanto disperata sia la situazione. Mi sento inutile, inappropriata, solo l’incontro con Murad mi fa sentire che non tutto è perduto e che la Resistenza continua e che c’è chi ancora ci crede e che paga anche di persona, e con questa sensazione meno esasperante affronto il resto della giornata. Un velo di tristezza e un po’ di calore nel cuore.
Lo scialle lo prendo, mi fa sentire un po’ meno ingrata, però mi sento anche ipocrita, cosa penso? Di cavarmela così a poco prezzo?
Usciamo e troviamo dei bambini. Per loro tutto è un gioco, ci fanno sorridere. I bambini sono uguali in tutto il mondo, ma i palestinesi sono di pasta resistente, non ti lasciano mai senza un sorriso.
Continuiamo il nostro viaggio, mentre io, in silenzio, penso che forse tutti a Balata resteranno profughi per sempre, ma non ho il coraggio di dirlo a nessuno e sono certa che è meglio così.

E ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra

In Amici, amore, Giovani, Guerra, musica, personale, poesia, politica on 20 luglio 2013 at 10:28

Vorrei capire come si fa ad andare ad un concerto e finire a piangere come una scema per metà esibizione.
Vorrei capire cosa c’era in quelle parole che mi hanno colpito al cuore e affondato l’anima.
Vorrei sapere se quando non ci saremo più, noi di quella generazione, ci sarà ancora qualcuno che comprenderà la nostra poesia.
Vorrei comprendere se tutto è stato inutile oppure quella lotta un senso ce l’ha avuto.
Vorrei sapere se ci saranno ancora giovani felici, ubricarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Vorrei sapere se vedremo ancora, in una grande piazza, giovani corrersi dietro, fare l’amore e rotolarsi per terra.
E’ vero che siamo solo noi, gli ultimi giovani zingari, che non vogliono pagare la colpa di non avere colpe.
E che preferiamo morire piuttosto che abbassare la faccia di fronte al potere.
E’ vero che abbiamo fatto della politica il nostro personale e del personale la nostra politica confondendo i due fattori come fossero la stessa cosa.
E’ vero che siamo stati i soli, a cercare l’amore, nelle braccia sbagliate e non abbiamo mai avuto la possibilità di salvarci.
E’ vero che non vogliamo cambiare il nostro inverno in estate, che non sapevamo come fare e che non ne abbiamo mai avuto il coraggio.
E’ vero che i poeti ci fanno paura perché i poeti accarezzano troppo le gobbe, amano l’odore delle armi e odiano la fine della giornata.
E noi siamo nati poeti, ma abbiamo gridato troppo forte per essere ascoltati.
Perché i poeti aprono sempre la loro finestra anche se tutti dicono che è una finestra sbagliata.
E’ vero che noi non ci capiamo, che preferiamo stare da soli che parlare in due la stessa lingua.
E abbiamo paura del buio e anche della luce, spaventati guerrieri di una sogno senza pace.
E che abbiamo tanto, troppo da fare e che il tempo non ci basta e non facciamo mai niente.
E’ vero che la nostra aria diventa sempre più sbarazzina e ridicola e ci fa correre dietro, lungo le strade senza uscita.
Eppure io ho visto anche giovani felici, ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra.
Eppure io ho visto anche giovani felici, in una piazza grande, a rincorrersi, fare l’amore e a rotolarsi per terra.

(Mi scuso con Claudio Lolli per aver saccheggiato, mutilato, cambiato il suo meraviglioso testo e per aver provato tanta emozione dalle sue parole.
Mi scuso, ma so che un poeta viene sempre saccheggiato, derubato e invaso. So che noi abbiamo paura dei poeti perchè ci fanno capire le cose da dentro all’anima e nel cuore e non solo nella testa.
Perchè i poeti sanno sempre dire tutto quello che noi non sapremmo dire mai).

Dalla scuola demolita all’impotenza dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari

In Amici, amore, Anomalie, Guerra, Nuove e vecchie Resistenze, Viaggi on 20 gennaio 2013 at 18:19

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Strana giornata questa che ci vede toccare con mano la Resistenza pacifica dei Comitati Popolari dei villaggi palestinesi e poi alla fine sbattere il muso sull’impossibilità, ma diciamo meglio la non volontà delle Nazioni Unite, di prendere dei provvedimenti contro un paese occupante che pratica l’ingiustizia, la violenza e l’apartheid.
Continua il nostro viaggio e arriviamo a Mufaqqarah un villaggio beduino sempre sotto scacco delle due colonie che angariano la vita al villaggio di At Twani.
Scendiamo dal pullman e ci dirigiamo verso il villaggio che sta in bella mostra sul pianoro davanti a noi. In mezzo sventola la bandiera palestinese, sopra un cumulo di macerie. Ci avviciniamo ed è facile capire: intorno a noi solo tende tenute malamente insieme e grotte scavate negli anfratti del terreno roccioso. Che ci fa quella bandiera sopra le macerie di una nuova costruzione? E che ci fa quel vecchio seduto sopra le macerie a guardare lontano? Facile risposta: i beduini avevano costruito una casupola per pregare e per fare scuola ai loro bambini, ma Israele non lo permette, tanto più che anche i beduini se ne devono andare, quella è terra destinata alle colonie. E la rabbia monta mentre ci rendiamo conto della povertà di quella gente che ci ospita con gentilezza tra di loro e ci prepara un loro buon tè di benvenuto che ci scalda quanto il sole di questa giornata sulle colline a sud di Hebron.
Il vecchio sembra guardare la distruzione con occhi rassegnati, ma negli occhi dei giovani beduini non c’è rassegnazione, stanno riposando sotto il sole perchè di notte devono costruire il tetto di un’altra costruzione mimetizzata dalle tende. Quanto ci metterà l’esercito a mandare le ruspe per demolire anche quella?
E come un gioco sulla spiaggia, c’è un bambino che costruisce il suo castello di sabbia e l’altro che non aspetta altro per buttarlo giù con la soddisfazione dell’invidia e del diritto a prevaricare.
Ci incamminiamo verso il pullman che ci aspetta sul ciglio della strada principale, ma alla fine della strada che porta al villaggio troviamo un SUV fermo. Luisa si fionda al finestrino e comincia a parlare con gli occupanti, quella benedetta donna non la ferma nessuno, quei due siamo certi che significano guai, ma non sappiamo di che tipo, prendo delle foto dalle quali almeno di veda la targa, ma noi siamo in tanti e loro sono solo due, anche se in pochi minuti arriva una camionetta dell’esercito. Ah il potere del cellulare! Arriva e si piazza davanti al SUV e scendono i soldati armati che vanno a chiedere a quelli del macchinone se per caso noi diamo noia. Noi??? Sì, Luisa effettivamente è pressoche un caterpillar, è molto “pericolosa” e non si sposta di un centimetro, dice senza timore le sue ragioni e se ne viene via soddisfatta. Gliele ha cantate e pagherei una cifra per sapere che cosa gli ha detto. Noto con piacere che i soldati la temono, mantengono quella distanza giusta per non incrociare la sua rotta. Grande donna la nostra Luisa, si capisce che non ha paura di niente e di nessuno e vorrei somigliarle un po’.
Viene presto sera e ci aspettano agli Uffici dell’OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) dell’ONU, e di affari umani in Palestina ce ne sono tanti e il rappresentate ce li racconta tutti, ci mostra le mappe dell’occupazione e quelle del muro, assieme ai numeri delle colonie e a quelle delle ingiustizie e delle leggi ad hoc, un quadro generale che esclude la formazione di uno stato unico con pari diritti e pari doveri e anche quello dei due stati con sovranità territoriale, perchè la Palestina un territorio non ce l’ha più e ogni giorno ne perde un po’ anche di quello che è scritto sulla carta, di quello sul quale il mondo basa l’idea che se l’ANP (Autorità nazionale Palestinese) fosse più ragionevole, più furba, più accomodante potrebbe anche ottenere, con la generosità di America e Israele, il proprio stato.
Ma dove, ma come? Mi vien da gridare, mi sento soffocare. Ma non è possibile, non può essere così. Ma come si fa avere in mano con tanta chiarezza la fine della Palestina e nessuno di queste stramaledette Nazioni Unite muove un solo dito. Un nostro amico fiorentino si alza e lo chiede. Una domanda che può sembrare ingenua: Ma a cosa serve l’ONU se sa tutto questo e non fa niente per bloccare l’avanzata d’Israele?” Il funzionario allarga le braccia. “Siamo profondamente delusi.” E lo siamo tantissimo e usciamo mogi, con la certezza che per la Palestina non c’è nessuna possibilità. Non ci guardiamo fra di noi, non sopporteremmo di riconoscere quello che ci passa per la testa.
Un giorno intero passato nel coraggio e nella speranza di questa nuova forma di lotta popolare palestinese e in un’ora o poco più tutto crolla sotto le macerie della realtà. Dagli accordi di Oslo in poi i palestinesi sono stati abbandonati negli artigli di questo stato che alleva nel proprio seno il seme dell’odio razziale e dell’intolleranza religiosa e che si prende, con la violenza e con l’appoggio internazionale di altri stati marionetta, tutto il territorio che vuole eliminando fisicamente e psicologicamente il popolo palestinese.
E non ci guardiamo, usciamo silenziosi e abbattuti, e io sono incazzata, talmente incazzata che sarebbe difficile abbatteremi, non ci riuscirebbe nemmeno l’esercito più etico al mondo. Di fronte ad un’anomalia e ad una ingiustizia simile reagisco in modo inconsulto. Non provo odio no, non ancora, provo solo il desiderio di tornare e di parlare, raccontare, svergognare, di non farmi mettere in un angolo da nessuno, perchè adesso io so, ho visto e nessuno mi racconterà più la favoletta dell’equidistanza, del diritto alla sicurezza di Israele, mi spieghino com’è che i palestinesi invece possono essere bombardati, sparati, imprigionati, torturati, affamati e angariati al limite dell’umano. Mi spieghino com’è che la loro sicurezza equivale alla distruzione degli altri e chi e perchè a Israele si garantisce l’immunità, sapendo chiaramente che perpetua crimini di guerra, che non applica nessuna delle molteplici risoluzioni ONU, che non rispetta la legislazione internazionale e che occupa dei territori con le armi promulgando leggi e azioni di apartheid giudicate inacettabili ed estreme perfino dal Sudafrica.
E’ cominciato l’anno 2013 ed io sono incazzata, incazzata nera, vorrei piangere, ma penso agli amici di Nabi Saleh, a quelli di At Twani, ai beduini di Mufaqqara, a Luisa, alla loro tenacia e al loro coraggio e mi riprometto che quando tornerò, se tornerò nel mio paese, dedicherò la mia vita a denunciare e rosicchiare quella loro protervia, sarà poco, sarà niente, ma io ci sarò al loro fianco. Io, in questo viaggio, sono diventata palestinese, la loro causa è la mia, la mia dignità è la loro e faticherò, crederò e lavorerò senza perdere mai la speranza. In fin dei conti chi mi autorizza, io così fortunata a non credere più nella loro lotta? Nessuno, nessuno mai.
http://reliefweb.int/country/pse

Roma e migliaia di bandiere, con Vittorio nel cuore.

In Amici, Gaza, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 16 maggio 2011 at 10:30

con vik nel cuore

Sabato c’ero anch’io! Anzi per la verità c’eravamo anche noi ed eravamo in tanti, davvero tanti, gente varia, da molte parti d’Italia, gente diversa, ma con un’unica parola d’ordine: “Restiamo Umani”.
Vittorio ci ha accompagnato passo a passo lungo tutto il corteo che man mano procedeva, si ingrossava sempre di più fino a diventare un mare di bandiere con i colori della Pace, della Sofferenza, della Volontà e della Cooperazione.
C’è una nave che salperà anche dall’Italia e che condurrà verso Gaza gli sforzi di chi desidera portare aiuto ad un popolo prigioniero e diseredato della sua dignità prima ancora che della sua patria.
Noi c’eravamo. Io, Mario, Daniela, Iris, Stefano, Sonia e pure Paolo il piccolino con la Bandiera palestinese piccola per le sue ridotte dimensioni. Tutti amici che si sono dati appuntamento e che si sono rivisti con gioia. Con entusiasmo abbiamo percorso la lunga strada che da Piazza della Repubblica ci ha condotto a Piazza Navona. Un corteo festoso che non ha neppure degnato di uno sguardo lo schieramento dei poliziotti preoccupati di difendere l’indifendibile: un governo corrotto e senza dignità che ci chiama quotidianamente terroristi, sporchi e comunisti.
Che c’importa se ci dileggiano ciò che conta è che dimostrano quotidianamente anche la paura che non sarà sempre così. Un giorno anche noi rialzeremo la testa e ci libereremo anche di questo oltraggio. Ma sabato no, era altro che volevamo raccontare. Volevamo rendere evidente una verità che quotidianamente viene nascosta e manipolata. Chi ha il potere e il denaro viene sempre e comunque rispettato. Chi è umile e povero possiede una vita che non ha valore, dei diritti che non devono per forza essere rispettati, i suoi figli possono essere martoriati e uccisi. Vittorio questo lo sapeva e ha cercato di farcelo conoscere rischiando ogni giorno la vita, per quegli umili e anche per noi stessi e per la nostra dignità.
Vauro Senesi ha ragione: Noi siamo responsabili perché Vittorio è morto, noi più degli altri perchè sapevamo, perchè, pur consci del pericolo, lo abbiamo lasciato solo nella lotta. Questo è quello che molti di noi non si perdonano. Io prima degli altri. Vittorio era un amico e non ho mai fatto abbastanza per difendere le sue e nostre idee. Non ho saputo fare da scudo umano di idee contro le menzogne ad uno scudo umano che rischiava ogni giorno la sua vita per quei derelitti vivi, future vittime di un nuovo genocidio e per quelli morti che non si possono dimenticare.
Mi sono fatta una promessa: difenderò con le unghie e coi denti e con le poche armi dell’informazione che sono in mio possesso il nuovo viaggio di pace della “FREEDOM FLOTILLA 2” che cercherà di forzare ancora una volta l’assedio israeliano di Gaza. Voglio con tutte le mie forze che certi scempi non siano più commessi in nome di un falso diritto alla sicurezza che viene sancito dalla prepotenza di un governo senza scrupoli nel favorire i propri diritti calpestando quelli di un altro popolo. Voglio che la pace sia fatta senza avanzare scuse alcune e senza vessare una parte a favore del più potente.
Ma adesso basta, non volevo fare un comizio, volevo solo raccontare di una giornata di sole dove i colori prendevano risalto e i sorrisi erano più luminosi che mai. Ho vissuto una giornata stupenda assieme ad amici stupendi che mi hanno fatto sentire veramente umana, umano è, in questo caso, un termine che non ha avuto quel valore di limite che in genere gli si dà. Essere umani è restare deboli ed indifesi nei confronti delle offese della vita. Restare umani e esserlo invece è, per me, quel valore aggiunto che sabato mi ha fatto stare bene con gli altri e con me stessa. Ringrazio i miei amici e tutti i partecipanti della manifestazione di appoggio alla FREEDOM FLOTILLA 2 e Marele e il grande Vauro per l’emozione che mi è stata data e concludo con le parole del nostro Vik: malgrado le brutture e le ingiustizie del mondo, amici “Restiamo Umani”.

Scioperi del 1943

In musica, Nuove e vecchie Resistenze on 11 maggio 2011 at 9:00

Gli operai incrociano le bracciaRicaviamo il ricordo seguente da Storia del XXI secolo

Gli scioperi del marzo del ’43

Da Torino a Milano a Genova gli operai dimostrarono che era possibile opporsi al fascismo e alla guerra. Sotto la spinta delle condizioni materiali i lavoratori riscoprirono la propria soggettività di classe e riemerse la cultura del conflitto. Fu un colpo terribile per la credibilità di Mussolini, un vero e proprio preludio al crollo del 25 luglio. Gli scioperanti si politicizzarono in fretta; più tardi molti di loro entrarono a far parte della resistenza armata, altri prepararono l’insurrezione del 25 aprile 45.
La notizia dello sciopero in prima pagina del giornale L'UnitàQual è la data d’inizio della resistenza? Ognuno può dare una risposta diversa. L’8 settembre – l’armistizio con gli alleati e la conseguente occupazione tedesca dell’Italia – E’ quella più comune e, forse, più “ragionevole”. Ma si potrebbe, con altrettanta ragionevolezza, fissare nell’emigrazione antifascista o nella guerra civile spagnola, l’avvio dell’esperienza resistenziale. Oppure – seguendo interpretazioni fin troppo ortodosse – rinchiudere il tutto nella storia dei partiti antifascisti, a partire dalle loro alleanze prebelliche, fino alla nascita del Cln e al governo di Roma del biennio 44-45. O, al contrario, affermare che una data precisa non ci può essere, perché la restistenza trae origine dalla disgregazione italiana sotto i colpi della guerra, il crollo di credibilità del regime, i bombardamenti alleati e la fame. Percorsi endogeni ed esogeni alla realtà nazionale, legittimamente, si sovrappongono sulla strada che diede origine all’esperienza resistenziale. Ma, forse, si può scegliere un’altra chiave di lettura, quella che fissa nel primo momento di resistenza di massa al regime fascista l’atto di origine del movimento che portò all’insurrezione del 25 aprile 45: gli scioperi operai che nel marzo 1943 paralizzarono le fabbriche del nord. Allora, per la prima volta da quasi vent’anni, uno dei nuclei essenziali della società italiana espresse pubblicamente la propria sfiducia nel fascismo; e inferse un pesante colpo alla credibilità del regime.
Gli operai: per vent’anni erano rimasti muti – non uno sciopero – “inquadrati” nei sindacati fascisti e nelle organizzazioni di massa che Mussolini aveva creato per controllare quella classe di cui – da buon ex socialista – sapeva di non potersi fidare fino in fondo, che poteva solo neutralizzare, non attivizzare al suo fianco. Durante il ventennio la condizione operaia era di molto peggiorata: i salari avevano perso potere d’acquisto, l’introduzione del fordismo ne aveva avvilito la forza contrattuale, esasperando i ritmi di produzione secondo i dettami della modernità novecentesca. Privati di qualunque autonomia – con la cancellazione dei sindacati – costretti a un corporativismo che non li tutelava, erano scomparsi dalla scena politica del paese. Con la guerra – militari a parte – i lavoratori dell’industria erano diventati il gruppo sociale su cui il conflitto pesava di più. Doppiamente penalizzati: come tutti gli altri italiani dal generale degrado delle condizioni del paese [a partire dal progressivo razionamento dei generi alimentari, fino all’incubo dei bombardamenti], più degli altri cittadini dall’intensificazione dei ritmi di lavoro e dal prolungamento degli orari, per una produzione tutta finalizzata allo sforzo bellico. Così, dopo le donne – che facevano i conti giorno per giorno con le dispense sempre più vuote – fu tra chi rendeva vive le fabbriche che il malcontento cominciò a serpeggiare ben presto. In più gli operai avevano alle spalle la cultura – rimossa ma non cancellata del tutto – della rivendicazione e del conflitto. La loro naturale distanza dal fascismo, con la guerra si trasformò in progressivo dissenso: fin dagli ultimi mesi del 42 nelle fabbriche – soprattutto nei grandi stabilimenti del nord-ovest – le ragioni dello sciopero c’erano tutte. Difficile – molto difficile – era farlo. Anche perché i militanti dei partiti antifascisti – e in primo luogo i comunisti – erano una piccolissima minoranza. Quella minoranza accompagnò la gestazione degli scioperi del marzo 43, li prepararono – come racconta una delle testimonianze che qui riportiamo – con una fitta rete di “sussurri”. I militanti dei partiti antifascisti – alcuni dei quali rientrati in Italia proprio per fare attività nelle fabbriche – diedero a quegli scioperi un respiro politico, collocando le rivendicazioni economiche nel quadro della guerra e sottolineando la necessità di una pace immediata. Ma non si può dire che li abbiano indetti e diretti. Le agitazioni dei lavoratori “crebbero su sé stesse”: dalle prime fermate in alcune fabbriche torinesi, al blocco totale degli stabilimenti Fiat, alle industrie lombarde, liguri, venete, emiliane. Scese in campo una classe operaia con scarsa memoria, formatasi in gran parte sotto il fascismo, ma con una fortissima sensibilità sociale, cui la prosecuzione della guerra appariva insopportabile. Poi, quasi naturalmente, quegli operai si scoprirono ben presto necessariamente antifascisti.
Gli scioperi del marzo 43 furono prima di tutto una protesta sociale contro le condizioni cui il regime aveva ridotto il paese. I lavoratori chiedevano soprattutto integrazioni salariali, dettate da una condizione materiale ormai insostenibile. Come controparte diretta avevano le imprese, ma il ricorso allo strumento dello sciopero fece di quella rivendicazione un fatto immediatamente politico. E, successivamente, l’aspetto politico – come testimoniano i rapporti delle autorità periferiche fasciste – accentuò progressivamente il proprio peso.
Fino alle agitazioni della primavera successiva, quando la saldatura tra aspetto sociale e politico si completò, quando gli scioperi furono chiaramente contro il fascismo [e i tedeschi che avevano occupato il nord del paese].
“Pane, pace e libertà”: con queste parole d’ordine gli scioperi del 43 sono passati alla storia. L’opposto di ciò che Mussolini poteva offrire. E l’uomo di Predappio uscì fortemente indebolito dalle giornate di marzo, la sua credibilità infranta. Gli operai dimostrarono che era possibile opporsi esplicitamente al regime: non ottennero, dal punto di vista economico, tutto ciò che chiedevano e le agitazioni – durate quasi un mese – si risolsero con mediazioni aziendali che accoglievano solo in parte le richieste dei lavoratori. Ma il loro impatto simbolico e politico fu enorme, furono le premesse del 25 luglio. Di più, quegli scioperi furono anche una grande scuola di antifascismo: molti dei loro protagonisti poi salirono in montagna, altri finirono nei campi di concentramento tedeschi, per non farne più ritorno, altri riuscirono a celarsi alla repressione dando vita alla resistenza armata in fabbrica, organizzando il sabotaggio della produzione bellica, preparando il 25 aprile. E nei giorni dell’insurrezione i primi luoghi liberati delle città del nord furono proprio le grandi fabbriche.
Oggi gli storici s’interrogano su quelle giornate: qualcuno sostiene che la portata e il ruolo degli scioperi siano stati troppo enfatizzati, arrivando anche a metterne in discussione la stessa esistenza, perché il loro esordio fu molto più stentato di quanto voglia la tradizione del movimento operaio; o magari perché alla Fiat Mirafiori – una fabbrica che Mussolini non avrebbe mai voluto fosse costruita, conscio che per il suo regime tanti operai tutti assieme non potevano che essere un guaio – lo sciopero non riuscì il 5 di marzo, ma solo alcuni giorni più tardi. Ma basterebbe leggere le reazioni degli apparati di potere, le destituzioni di gerarchi e autorità di polizia per confermarne la portata. Oppure sarebbe sufficiente analizzare le biografie di molti dei combattenti della resistenza di origine operaia per comprendere il peso degli scioperi del marzo 43: una “dimostrazione” che anticipava di alcuni mesi le scelte che una parte d’Italia fece dopo l’8 settembre.
(a cura di Gabriele Polo) 

Dopo il 25 luglio
Il giornale sindacale La Fabbrica sugli scioperiDal 25 luglio ai primi giorni di settembre del 43 gli scioperi nelle grandi fabbriche del nord non conoscono soluzione di continuità. Secondo i rapporti conservati presso l’Archivio centrale dello stato, i primi a scioperare lo stesso 25 luglio sono gli operai della Piaggio di Pontedera, “per la caduta del fascismo”, con una manifestazione in cui ci furono anche due arresti. Da quel giorno sono registrate ben 135 agitazioni operaie, con numerosi feriti e anche 12 morti [l’episodio più grave avviene alle officine Reggiane di Reggio Emilia, il 28 agosto, quando l’intervento dei bersaglieri provoca 7 morti e 25 feriti]. Il lungo elenco delle manifestazioni operaie, tutte per la fine della guerra e l’allontanamento dei dirigenti compromessi con il regime, comprende le principali realtà industriali italiane, dalla Fiat di Torino alla Falk e alla Breda di Milano, dalle fabbriche di porto Marghera ai cantieri navali di Monfalcone e di Genova.

Gli scioperi a Torino, da Carlo Chevallard: “Torino in guerra – diario 1942-45”, Torino 1974 (ilmanifesto.it)
La testimonianza di un operaio della Grandi Motori Fiat (ilmanifesto.it)

Il brano sotto riportato (La Fabbrica) degli Stormy Six in Youtube si accoda, come un’unica canzone, alla più nota Stalingrado; riportiamo solo il testo della canzone che ricorda quegli scioperi:

Cinque di Marzo del Quarantatre
nel fango le armate del Duce e del re
gli alpini che muoiono traditi lungo il Don
Cento operai in ogni officina
aspettano il suono della sirena
rimbomba la fabbrica di macchine e motori
più forte il silenzio di mille lavoratori
e poi quando è l’ora depongono gli arnesi
comincia il primo sciopero nelle fabbriche torinesi
E corre qua e là un ragazzo a dar la voce
si ferma un’altra fabbrica, altre braccia vanno in croce
e squillano ostinati i telefoni in questura
un gerarca fa l’impavido ma comincia a aver paura
Grandi promesse, la patria e l’impero
sempre più donne vestite di nero
allarmi che suonano in macerie le città
Quindici Marzo il giornale è a Milano
rilancia l’appello il PCI clandestino
gli sbirri controllano fan finta di sapere
si accende la boria delle camicie nere
ma poi quando è l’ora si spengono gli ardori
perché scendono in sciopero centomila lavoratori
Arriva una squadraccia armata di bastone
fan dietro fronte subito sotto i colpi del mattone
e come a Stalingrado i nazisti son crollati
alla Breda rossa in sciopero i fascisti son scappati.

Segnaliamo un buon sunto degli avvenimenti di quei giorni fondamentali per la storia della Resistenza e del nostro paese contenuto in Iniziativa laica; corredato anche da alcune buone immagini che abbiamo qui riutilizzato.

Con particolare cura il susseguirsi degli eventi – accompagnato da una serie di testimonianze – è ben documentato in Torino 1938|45 – La città delle fabbriche.

A questo indirizzo invece si possono trovare questi stringati ma significativi omaggi; ma sull’argomento – in cui forse ci potremmo trovare costretti a dover tornare e qui trattato certamente non in modo esaustivo – proprio per la rilevanza degli avvenimenti, si può trovare molto materiale in rete, oltre naturalmente ad una grande bibliografia nella carta stampata.

MONDON Cesare
Ricordo gli scioperi del marzo del ’43. Noi eravamo troppo giovani e siamo sempre stati tenuti fuori da queste cose. Più tardi ho conosciuto questi uomini, per esempio Umberto Massola. Era una persona con una grande grinta; è riuscito a organizzare degli scioperi non solo a Torino, ma anche a Milano e Genova. Uno di questi scioperi è stato organizzato a Regina Margherita, in viale Gramsci, nella casa abitata da un grandissimo partigiano di nome Luciano Moglia, che a mio avviso avrebbe meritato la medaglia d’oro.
Luciano Moglia era un vecchio antifascista che con Massola e altri funzionari del partito comunista ha organizzato gli scioperi del ’43. Sulla sua casa, che ospita oggi un asilo, c’è una targa.

SIMIOLI ABE
Io lavoravo alla F.I.L.P. Nella fabbrica c’erano tutti i compagni, socialisti e comunisti, più comunisti che socialisti e già trattavano, facevano degli scioperi, facevano insomma di tutto e io ero sempre in mezzo, non stavo mai fermo, mi piaceva proprio il rischio.

Un maggio di rose

In Le Giornate della Memoria, Miti ed eroi, Nuove e vecchie Resistenze, politica on 9 maggio 2011 at 8:47

Nel trentatreesimo anniversario della scomparsa di Peppino Impastato

“Peppino è vivo e lotta insieme a noi, le nostre idee non moriranno mai…”

Modena City Ramblers – I Cento Passi

Formidabili quegli anni

In Nuove e vecchie Resistenze on 11 marzo 2011 at 23:30

Sotto riporto un frammento tratto dal libro di Mario Capanna (Mario Capanna, Formidabili quegli anni, Rizzoli, 2006. pp. 296 ISlBN 88-17-53221-5) che da il titolo al post. La ragione del suo perché e della inclusione nei materiali resistenti sta nella testimonianza di quelle storie e di quella loro sorta di continuità con la Resistenza. Sempre Resistenza è stata e spero si colga l’aria che allora si respirava, in quel ’68 che è stato tutto il dopoguerra, almeno fino ad un certo punto. Fino almeno a questa sorta di “pace sociale” che copre e dimentica. Certamente col breve intervallo di Genova. E del prossimo, perché certamente ci sarà. Dove il potere mostrerà la sua arroganza. Ma ci sarà sempre anche una fiammella che resisterà. Perché la storia che racconta il potere non potrà mai essere la vera storia del “Popolo”.
manifesto del maggio franceseIl 1973 inizia all’insegna del clima mutato. Il 12 gennaio scioperano i lavoratori dell’industria a sostegno della lotta dei metalmeccanici per il Contratto: i picchetti operai vengono attaccati e dispersi dai carabinieri.
23 gennaio. Il professor Giulio A. Maccacaro, docente di medicina, sta dormendo tranquillo. E’ quasi mezzanotte quando lo sveglio con il telefono: «Giulio, corriamo al Policlinico. Vediamoci lì tra venti minuti. Ci sono stati scontri. Uno studente è moribondo». «Va bene. Sarò lì tra un quarto d’ora.»
Maccacaro, animatore dell’importantissima esperienza di Medicina Democratica, era un maestro di intelligenza scientifica e politica, di integrità morale, di spirito di abnegazione. Quella sera, quando l’ho svegliato, ero appena, tornato a casa dall’Università Bocconi, da dove mi ero allontanato senza alcun presagio della tragedia imminente.
Per le 21 avevamo convocato là un’assemblea studentesca cittadina. All’arrivo la sorpresa: bidelli e poliziotti controllano l’ingresso; può entrare solo chi ha il tesserino di iscrizione alla Bocconi; chi se l’è dimenticato a casa o è iscritto a un’altra università deve restare fuori, Con pazienza cerchiamo di appurare chi abbia preso quella inusitata decisione. Balletto: la polizia dice che è stata chiamata dal rettore Giordano Dell’Amore; questi fa sapere invece che l’iniziativa è stata presa dalla polizia, da lui mai sollecitata. Si perde circa un’ora. E’ ormai tardi e l’assemblea non si può più tenere, sia perché molti non possono entrare, sia perché altri se ne sono andati. Decidiamo di non insistere e di allontanarci.
A casa mi raggiunge la telefonata di uno studente: concitato mi racconta di attacchi violentissimi della polizia a gruppi di studenti che stavano andandosene, di colpi di pistola, di un giovane rimasto a terra in un lago di sangue. Faccio telefonicamente il giro degli ospedali. Dal Policlinico ho la conferma del ricovero di uno studente in fin di vita.
Quando arrivo in via Francesco Sforza, Maccacaro è già lì. Di fronte al «barone» i medici dicono l’essenziale. Il giovane si chiama Roberto Franceschi, ha una ferita d’arma da fuoco alla testa, è in rianimazione, le speranze sono poche perché l’elettroencefalogramma è piatto, il coma è profondo. Mentre siamo lì prostrati, vediamo scendere da una scala il questore Allitto Bonanno. Gli chiediamo che cosa è successo di preciso. Risponde: «Non abbiamo niente da nascondere, sappiamo chi è stato a sparare». Naturalmente non ci dice chi è stato. E c’era una ragione precisa. Come per Saltarelli, era al lavoro per nascondere le prove. E questa volta la manovra sarà condotta ancora più in grande stile.
Già l’indomani «La Notte» scrive che a sparare a Franceschi può essere stato «qualche provocatore infiltratosi fra gli studenti». Il questore tiene la sua conferenza stampa dopo aver avuto un lungo colloquio con il procuratore generale della Repubblica Salvatore Paulesu: si vedrà più avanti che le bugie esigono di essere coordinate. Afferma che sono stati esplosi quattro colpi: due dall’agente Gallo (uno ha colpito Franceschi, l’altro l’operaio Roberto Piacentini) e due in aria dal brigadiere Agatino Puglisi. Il Gallo ha sparato in quanto colto da raptus da paura: una bottiglia incendiaria era caduta sul telone della sua jeep, l’aveva incendiato e il fuoco si era propagato al suo berretto. Era stato trasportato all’ospedale in stato confusionale. La ricostruzione è una montatura, come emergerà poi inoppugnabilmente in sede processuale.
Nella notte il giudice di turno Antonio Pivotti è convocato in questura. Gli viene data la falsa versione poliziesca ed è caricato in una macchina della polizia per andare a fare il sopralluogo sul teatro degli incidenti. Guarda caso, l’autista sbaglia e porta il giudice al pensionato Bassini, dall’altra parte della città rispetto alla Bocconi. Così Pivotti arriva sui luoghi degli scontri alle 2 del mattino, circa quattro ore dopo i fatti, e dopo che sul posto erano passati in ricognizione il questore e mezza questura.
Il 26 gennaio si presentano spontaneamente dal magistrato due cittadini: l’avvocato dello Stato Marcello Della Valle e il ragionier Italo De Silvio. Due persone insospettabili, le quali, l’una all’insaputa dell’altra, riferiscono di avere assistito agli scontri dalle finestre delle proprie abitazioni e di aver notato distintamente un uomo in abiti civili, ma con elmetto in testa, estrarre una pistola e sparare ripetutamente a braccio teso al centro dell’incrocio fra via Sarfatti e via Bocconi. Si trattava di un funzionario di polizia. Pivotti indirizza le indagini nel senso delle testimonianze e, così facendo, si condanna. Il 28 gennaio viene spogliato d’imperio dell’inchiesta, che è affidata al giudice Elio Vaccari, un ex commissario di polizia. Si pensava così di andare sul sicuro. Intanto si precipita a Milano il capo della polizia Angelo Vicari, spedito dal ministro dell’Interno Mariano Rumor, con il compito di condurre «un’inchiesta interna». Il fine della missione è chiaro: il governo vuole saggiare direttamente il grado di tenuta della versione prefabbricata. Che non succeda come per Saltarelli, con le bugie smascherate dalle perizie balistiche e dai testimoni. Vicari lascia Milano coprendo interamente l’operato della questura. Nel frattempo si scopre che l’agente Gallo era giunto al Policlinico alle 0.30 (la sparatoria era avvenuta due ore prima), ma che era stato ricoverato nel padiglione psichiatrico alle 3 del mattino. Dov’era stato tutto quel tempo? Con chi? E a fare che? si chiedono con crescente allarme molti organi di stampa.

Estate che mai dimenticheremo

In Nuove e vecchie Resistenze on 1 marzo 2011 at 7:10

Foto seppia di manifestazione con striscione "La resistenza continua"
Si soffocava in quell’estate del ’44. Il sole e i guastatori tedeschi ci toglievano il respiro. Gli alberi prendevano fuoco. I nostri abeti. E gli uomini e le donne scendevano a valle, saltando come pecore. Soltanto che non erano pecore, ma uomini e donne; con la sua casa, ciascuno, dentro un fagotto appeso a un bastone.
Il tedesco accese una sigaretta. «Anch’io, – disse, – avere signora. Molto bella, mia signora. Ma tu, più bella», disse.
La donna teneva il volto dietro la testina del suo ragazzo, per non farsi vedere le lacrime. Il cuore le batteva forte, per la paura. Un nodo le stringeva la gola.
«E il pane?» disse il tedesco rivolto al contadino.
Il contadino si mosse, lentamente si recò alla madia; aperse la madia e ne tirò fuori un pane. Un coltello, prese. E posò pane e coltello sul tavolo, davanti al tedesco.
Il contadino tornò ad appoggiarsi alla parete, le mani in tasca; guardò davanti a sé con occhi vuoti. La sua donna era ancora alle scale, che si asciugava le lacrime alla testina del bambino.
Il tedesco si tagliò una fetta del nostro pane. «Tu avere detto fichi, – disse. – Io volere fichi».
«Là», disse il contadino, indicando col braccio fuori della porta.
«Tu portare fichi», disse il tedesco.
Ma il contadino rimaneva appoggiato alla parete. Fu la donna che si allontanò dalla scale e fece alcuni passi nella stanza, per andare a cogliere i fichi.
«Vado io», disse.
Il tedesco si alzò dalla sedia e la fermò.
«Lui», disse, indicando il marito.
Il contadino si mosse, guardò dalla porta l’estate, la camera d’aria sotto il fico, poi si voltò per guardare la moglie. Questa lo vide, da dietro la testa del bambino. E lo vide uscire nel sole dell’aia bianca. Il cuore le batteva dentro la gola.
«Caldo», disse il tedesco alla donna. Andò alla porta a passi lenti, la chiuse.
«Che nome?», chiese alla donna.
La donna non capì. Sentì soltanto che la mano le era entrata fra il petto e il suo bambino.
«Apri, – gridò di dietro la porta il contadino. – Apri, tedesco. Non uscirai vivo».
La donna vide il tedesco tirar fuori la pistola automatica e asciugarsi la fronte. Lo vide che si avanzava verso la porta, l’arma in pugno. Chiuse gli occhi.
E fu l’estate del ’44. Era quell’estate. E quel contadino ero io, eri tu, in pugno un fucile tirato fuori dal fienile. Fu l’estate che non potremo mai dimenticare. Non la dimenticheremo. E’ stato allora che abbiamo imparato anche noi a sparare.¹


1] Frammento del racconto Estate che mai dimenticheremo di Marcello Venturi in Racconti della resistenza a cura di Gabriele Pedullà – Einaudi Editore 2005. Originariamente in Gli anni e gli inganni, Feltrinelli, Milano 1965.

Vecchia e nuova resistenza

In Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze on 22 dicembre 2010 at 9:56

Il mio primo contributo per un concetto di Resistenza sistematica
Ross

118) Arrivederci amore, ciao

In Un libro al giorno on 2 ottobre 2010 at 8:00

La carogna dell’alligatore galleggiava a pancia all’aria. Era stato abbattuto perché aveva iniziato ad avvicinarsi troppo all’accampamento e nessuno voleva rimetterci un braccio o una gamba. La puzza dolciastra della decomposizione si mescolava a quella della selva. La prima capanna distava da quella radura un centinaia di metri. L’italiano chiacchierava tranquillo con Huberto. Avvertì la mia presenza. Si voltò e mi sorrise. Gli strizzai l’occhio e lui riprese a parlare. Mi portai alle sue spalle, respirai a fondo e gli sparai alla nuca. Si afflosciò sull’erba. Lo afferrammo per i piedi e le braccia e lo buttammo a fianco all’alligatore. Il rettile a pancia all’aria e lui a faccia in giù….

Soluzione
Titolo: ARRIVEDERCI AMORE, CIAO
Autore: MASSIMO CARLOTTO

Trama: In questo romanzo che racconta il cuore nero del Nordest e, più in generale, dell’Italia patinata ed “emergente”, Carlotto “mette a frutto” le pessime conoscenze che ha fatto in carcere, nel mondo criminale e anche tra i personaggi delle istituzioni e ci dà uno sconvolgente ritratto dell’Italia nera dei nostri anni. Il giovane e bel protagonista del romanzo ha un solo scopo: lasciarsi alle spalle una storia politica in cui non ha mai creduto veramente e che gli ha procurato solo guai ed entrare nel mondo dei vincenti. Per farlo, si darà una sola regola: prevaricare a ogni costo, con ogni mezzo.

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