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Era la musica, la musica ribelle…

In Amici, amore, Giovani, musica, personale on 24 aprile 2014 at 16:57

who

Inutile dire che sulla musica lui mi è sempre stato superiore e ne ha sempre parlato con competenza, come qui http://emmedigi.wordpress.com/2013/06/29/note-sulla-strada/, io amavo la musica ma ero impegnata in altre cose a volte più e a volte meno importanti: a studiare per esempio. Ad ognuno la qualità che gli spetta e il difetto che lo rimette subito in equilibrio.
Ma la musica era sempre stata la nostra compagna di viaggio, sia quando stavamo assieme, sia quando ci eravamo persi di vista. Quella colonna sonora che faceva parte della nostra vita. Quel viaggio intrapreso che ci avrebbe portato distanti e poi sempre più vicini, visto che non c’erano solo gli stessi libri nelle nostre diverse librerie, ma anche in parte  LP o qualche CD di cui solo noi ricordavamo il senso.
Ed io partii molte volte, per quella Londra tanto vagheggiata, cercando ancora le gonne Mary Quant e gli stivali courreges, nei negozietti di Carnaby street, sogni fatti in precedenza, mai potuti realizzare, ma i viaggi sì, quelli non me li sarei persa mai.
E la musica mi accompagnava come sempre mentre andavo a mangiare il quel ristorantino greco in Baker Street

e cercavo la casa dove era vissuto l’indimenticabile Sherlock Holmes.
Perché allora Londra era l’origine di tutti: della moda, della musica e della bella gioventù, quella che avrebbe dovuto passare alla storia per aver cambiato il mondo.Non fu così.
I viaggi furono tanti: Londra, Parigi, New York, l’Irlanda, la Scozia, tutto sul filo della musica, segni sempre più forti e sempre più vivi. E innamorarsi di uomini, di donne e di musica, ubriacandosi di sogni e di birra scura. Ma anche da questo punto di vista io non andavo forte, niente alcool smodato, poco sesso e niente droghe. Io passavo nella vita curiosa ed attiva, senza mai la voglio di lasciarmi andare, forse con la paura di non saper più tornare indietro.
E in un vecchio pub di Doolin in Irlanda, ascoltai una canzone che mi rubò il cuore e che solo lui riusci a ridarmela talmente tanti anni dopo che avrebbero, minimo, dovuto farmela dimenticare.
Così ritrovai

Una storia che non si può raccontare… proviamo con la musica, ma chi non l’ha vissuto quel tempo, non capisce, non sente, non ricorda quel movimento strano dentro allo stomaco, quel frullio nel cuore che aumenta i battiti e il respiro.
Certe notti che non ho condiviso con nessuno, perché già un passo più in la, avevamo perduto i compagni di viaggio. Qualcuno si era perso, qualcuno era corso avanti ed era sparito nella propria vita. Solo la musica a macinare chilometri, a macinarti il cuore e i pensieri.
Nessuno per condividere quel malessere, quel bisogno, quella necessità. Ma chi può capire? Chi può ricordare? Solo la musica ci stuzzicava, ci provocava, ci fa risentire ancora il profumo di quelle notti.
Vero, per noi il viaggio era senza ritorno, era uno stato, un modo di vivere e un po’ di quella libertà me la sono tenuta dentro… anche se arriva il giorno che il viaggio è fatto solo per poi tornare, e c’è un nucleo dal quale non puoi più allontanarti, una casa, un figlio, la tua vita di tutti i giorni. Ma quel viaggio è una droga che ti ha messo l’adrenalina nel sangue, che sotto sotto lavora ancora e ti fibrilla il cuore.
Chi non l’ha vissuto strabuzza gli occhi e chiede: di che si sono fatti questi? E cosa posso rispondere io, che non ho mai nemmeno fumato uno spinello e non mi sono mai ubriacata, nemmeno sono stata brilla? Certo non perché volevo essere diversa e superiore, solo perché non volevo perdere il controllo e volevo vivere lucida quella pazzia fino in fondo.
Se ne riparla spesso, e anche ieri sera ascoltando un concerto dei Who ci siamo resi conto di quante cose abbiamo perduto e di quante altre abbiamo vissuto.

Però questa era la mia/nostra generazione e nessuno, se non quelli come noi ne capiscono il vero significato, però non proprio tutti, almeno quelli che tengono certi LP sullo scaffale della libreria a prendere polvere e che a sfogliarli si fanno prendere da un magone terribile.
Comunque io e lui per quanto ci siamo fatti irretire dalla vita, malgrado il riflusso di ieri e di oggi, non siamo mai entrata a lavorare in banca… sarà un caso? 🙂

Londra per dimenticare

In Amici, amore, La leggerezza della gioventù, musica, personale on 3 giugno 2012 at 0:27

Avevamo deciso di partire per dimenticare. Le nostre ragioni erano diverse, ma tutto sommato anche piuttosto simili: eccesso di amore.
Vincenzo si era lasciato con Angela, Sandro aveva dovuto lasciar partire la sua piccola per un paese lontano e io…. beh io volevo lasciare un uomo troppo… troppo e basta. Quindi Londra con quel suo bagaglio di musica e moda che ormai non ha più. Glocester Road, ricordo pure il numero… una vecchia pensione con poche stanze e giovani di tutte le nazionalità, noi in più avevamo la chitarra… quella che non avevamo permesso che fosse imbarcata con i bagagli. Sandro si era opposto sgranando i suoi occhioni più fascinosi e quel sorriso disarmante: “No, non posso farne senza…” e l’hostess capitolò. Lui sapeva come fare a convincere, per lui non era mai stato un problema. Soldi pochi… anche meno, ricordi tanti, sempre più faticosi.
Vincenzo parlava di Angela, era finita da troppo poco, non riusciva ancora a non parlarne… e ci raccontava cosa avevano fatto e cosa avevano detto e come le cose erano cambiate… io e Sandro già più sfiancati stavamo zitti… Londra per dimenticare e quindi facciamolo.
La stanza era per tre, come stare separati? Un letto doppio e uno singolo da giocarsi con una conta e alla fine democraticamente suddiviso in parti uguali sia il doppio che il singolo, tre notti con Vincenzo, tre notti con Sandro e tre notti da sola, ci era sembrata la soluzione migliore e forse lo era. Un sandwich a mezzogiorno e una scappata al ristorantino greco alla sera, economico, ma la migliore tarama che avrei mai mangiato nel mio futuro. Nel tempo libero a suonare la chitarra per le scale della pensione, tutti i ragazzi seduti sui gradini, nessuna necessità di parlare una lingua comune, bastava la musica.
Ed era la sua voce a dominare tutto, le sue canzoni, quell’inglese di assoluta invenzione, si andava ad orecchio, si bluffava in buona fede, nessuno aveva da ridire, era bello così, era assolutamente perfetto.
Già lo sapevamo che nessuno ci avrebbe allontanato, lo facevamo anche a casa, seduti sui gradini di un ponte a suonare lungo tutta la notte, nemmeno chi doveva dormire si lagnava e poi il padrone della pizzeria che cucinava tutto le palle della pasta di pizza avanzate e ce le offriva assieme ad una birra fresca. Poi a chiaccherare fino alle prime luci dell’alba: “ti accompagno” e adesso “ti accompagno io” avanti e indietro come ubriachi che non vogliono rincasare. A quel tempo ce la facevo, tornavo per farmi una doccia e per cambiarmi e poi andavo a lavorare, come se niente fosse… quando si è giovani anche dormire è una perdita di tempo.
E Londra ci sembrava un buon posto per dimenticare, con i suoi pubs e tutti quei giovani alla ricerca di sé stessi e di un luogo dove appoggiarsi e parlare. La voce di Rod Stewart su tutto, e quella di Sandro, l’ultimo colpo basso anche al suo funerale. Troppo… troppo da sopportare.
Probabilmente neanche allora eravamo facili a dimenticare, come non lo siamo nemmeno oggi. Ricordo come avevi ringraziato l’hostess che ti aveva versato addosso il caffè bollente, forse era più carina delle altre o forse era solo che ti veniva meglio fare il flemmatico uomo inglese. Ma quel viaggio erano stato un viaggio strano pieno di fughe improvvise e di passeggiate solitarie nei parchi cittadini, dovevamo fare i conti con le nostre storie, mentre in un freddo ferragosto cercavamo di ricomporre le nostre vite.
“Sandro… dormi?” “Sì” rispondevi e io mi giravo dall’altra parte. Vincenzo dal suo letto rispondeva: “Non credergli, racconta balle…” ed eravamo certi… sicuri di non essere soli al mondo nel buoio della notte londinese. La mattina Sandro mi diceva che io di notte piangevo come un gattino abbandonato, ma io non gli ho mai creduto e se era vero io non lo saprò mai. Vincenzo invece ronfava un po’, ma delicatamente, lui sì sembrava un gatto in procinto di fare le fusa. Osservazioni delicate e tenere per gente in convalescenza.
No non abbiamo dimenticato nulla, nemmeno i nostri problemi, nemmeno la musica o le parole, o i giardini stranamente coronati di fiori e le vecchie signore a passeggio e le ragazzine con le minigonne, i nomi dei pubs e delle strade e il termosifone acceso e tutti i vestiti a cipolla per ripararci dal clima inclemente e Baker Street e Rigent’s Park e il Pink Pork… e il Silver Jubilee e le foto della regina su tutte le tazze e sui biscottini… inutile, malgrado tutti gli sforzi che avevamo fatto, la prima volta a Londra non si poteva e non si può dimenticare.
Me l’hai ripetuto pure qualche anno fa cosa aveva significato per te quel viaggio, ma io non ti credevo allora e non ti ho creduto nemmeno ora, tanto tra amici si può fare ed è più semplice così, solo in questo modo si può sopportare la distanza e l’abbandono ed io intanto ho imparato a piangere come un gattino, ma in silenzio.

134) Cercando nel buio

In Un libro al giorno on 18 ottobre 2010 at 8:00

Le ciccione ce la fanno. Le ciccione ce la fanno. Le ciccione ce la fanno, altroché se ce la fanno.
Katie Waddington arrancava sul marciapiede diretta alla sua auto, e intanto ripeteva tra sé il solito mantra a ritmo col passo pesante. Scandiva le parole mentalmente, non tanto per il timore di passare per matta perché parlava da sola, quanto perché il solo pronunciarle avrebbe richiesto uno sforzo eccessivo ai suoi polmoni fin troppo provati, che già reggevano a stento. Come pure il cuore che, a sentire quello sputasentenze del suo medico curante, non era destinato a pompare sangue in arterie sempre più incrostate di grassi.

Soluzione

Titolo: CERCANDO NEL BUIO

Autore: ELIZABETH GEORGE

Tema: Qualcosa ha portato Eugenie Davies a Londra in una piovosa notte autunnale, qualcosa che non potrà mai raccontare perché quella notte la donna è stata uccisa, travolta intenzionalmente da un’auto sbucata dall’oscurità. Chi poteva volere la sua morte? Quel delitto può forse avere qualche collegamento con il fatto che Eugenie era la madre di Gideon Davies, il celebre violinista colpito inspiegabilmente da una grave forma di amnesia che da mesi gli impedisce di suonare? Così, mentre il giovane, con l’aiuto di un terapeuta, s’immerge negli abissi della propria memoria, l’ispettore Thomas Lynley, incaricato di seguire il caso, e la sua aiutante Barbara Harvers si dibattono in una ridda d’ipotesi legate alla complicata storia della famiglia Davies, mettendo in moto una spirale di dolore, rabbia e odio che minaccia di travolgere chi vuole scoprire la verità.  (da  http://www.ibs.it/code/9788850205004/george-elizabeth/cercando-nel-buio.html)

18) Il ritratto di Dorian Gray

In Un libro al giorno on 25 giugno 2010 at 12:00

Lo studio era pervaso dall’odore intenso delle rose e, quando tra gli alberi del giardino spirava la leggera brezza estiva, dalla porta spalancata entrava l’intenso odore dei lillà, o il più delicato profumo dei fiori rosa dell’eglantina. Dall’angolo del divano di coperte da sella persiane, sul quale era sdraiato, fumando com’era sua abitudine innumerevoli sigarette, Lord Henry Wotton coglieva lo splendore dei fiori di liburno del colore e della dolcezza del miele, i cui tremuli rami parevano appena sopportare il peso della loro fiammeggiante bellezza. Ogni tanto, l’ombra fantastica di un uccello in volo saettava, con un fuggevole effetto giapponese, sulle lunghe tende di seta grezza tese dinanzi all’enorme finestra ricordandogli quei pittori di Tokio dal viso di pallida giada che, con i mezzi di un’arte necessariamente immobile, cercano di rendere il senso della velocità e del moto. Il cupo ronzio delle api che vagavano tra le alte erbe non falciate o roteavano con monotona insistenza intorno agli stami coperti di polvere dorata degli sparsi caprifogli sembrava rendere ancora più opprimente la sensazione di immobilità. Il rombo sommesso della città di
Londra ricordava le note basse di un organo lontano.
In mezzo alla stanza, fissato a un cavalletto, stava il ritratto a figura intera di un giovane di straordinaria bellezza e di fronte, poco lontano, sedeva l’autore, Basil Hallward, la cui improvvisa scomparsa alcuni anni prima aveva suscitato tanto scalpore e fatto sorgere tante strane congetture.

Soluzione
Titolo: IL RITRATTO DI DORIAN GRAY
Autore: OSCAR WILDE
trama. Il romanzo è ambientato nella Londra del XIX secolo. Parla di Dorian Gray, un giovane dalla straordinaria bellezza, purezza, ingenuità, capace di trasmettere sensazioni uniche a chi lo circondava. La storia ha inizio nello studio del pittore Basil Hallward, uomo dotato di particolare sensibilità e che prova forti sentimenti nei confronti di questo ragazzo, del quale sta eseguendo il ritratto. Insieme con lui c’è Lord Henry Wotton, mentore cinico e dotato di particolare eleganza.
Lord Henry avrà un ruolo decisivo nella vita di Dorian, che conoscerà proprio presso Hallward: infatti, con i suoi discorsi estremamente articolati, cattura l’attenzione di questo ragazzo, rendendolo, a poco a poco, quasi l’incarnazione del suo modo di pensare. Infatti Dorian, dopo un lungo discorso con Lord Wotton, comincia a guardare alla giovinezza come a qualcosa di veramente importante, tanto da provare invidia verso il suo ritratto, eternamente bello e giovane. Ciò lo porterà a stipulare una sorta di “patto col demonio”, grazie al quale rimarrà eternamente giovane e bello, mentre il quadro mostrerà i segni della decadenza fisica e morale del personaggio.
Dopo una tormentata storia d’amore con un’attrice di teatro di nome Sybil Vane, terminata col suicidio della ragazza, Dorian, vedendo che la sua figura nel quadro invecchia ed assume spaventose smorfie tutte le volte che commette un atto feroce e ingiusto, come se fosse la trasfigurazione della sua coscienza, nasconde il quadro in soffitta e si dà ad una vita all’insegna del piacere, sicuro che il quadro patirà le miserie della sorte al posto suo.
Ogni tanto, però, si reca segretamente presso la soffitta per controllare e schernire il suo ritratto che invecchia sempre più giorno per giorno, ma che gli crea anche tanti rimorsi e timori. Finché, al termine del romanzo, stanco del peso che il ritratto gli fa sentire, lacera il quadro con il coltello, lo stesso col quale aveva ucciso il pittore e amico Hallward, ritenendolo causa dei suoi mali in quanto creatore dell’opera.
I suoi servi troveranno accanto al ritratto incontaminato, un irriconoscibile e precocemente avvizzito Dorian Gray, morto ai piedi del dipinto con un coltello conficcato nel cuore. (da Wikipedia)

Baker street

In musica on 17 marzo 2010 at 14:57

Gerry Rafferty
Baker Street

Winding your way down on Baker Street
Light in your head and dead on your feet
Well another crazy day, you’ll drink the night away
And forget about everything.

This city desert makes you feel so cold
It’s got so many people but it’s got no soul
And it’s taken you so long to find out you were wrong
When you thought it held everything.

You used to think that it was so easy,
You used to say that it was so easy
But you’re tryin’, you’re tryin’ now.
Another year and then you’d be happy
Just one more year and then you’d be happy
But you’re cryin’, you’re cryin’ now.

Way down the street there’s a light in his place
He opens the door, he’s got that look on his face
And he asks you where you’ve been, you tell him who you’ve seen
And you talk about anything.

He’s got this dream about buyin’ some land
He’s gonna give up the booze and the one night stands
And then he’ll settle down, in some quiet little town
And forget about everything.

But you know he’ll always keep movin’
You know he’s never gonna stop movin’
Cause he’s rollin’, he’s the rollin’ stone.
And when you wake up it’s a new morning
The sun is shining, it’s a new morning
But you’re going, you’re going home

All’ombra del Big Ben

In amore, Cultura, Giovani, personale, Viaggi on 16 marzo 2010 at 18:48

Certo che quei due ne fanno di cose quest’anno. Inutile dire che, a mio modesto avviso, era giunto il loro momento e sarebbe stato stupido non farle. La vita riserva sorprese, ma anche consente priorità diverse in momenti diversi. Michele ne ha già parlato con entusiasmo. Ora tocca a me raccontare questa storia che non sarebbe diversa, ma solo vista da altri occhi, quelli di Rossana. E’ già stato detto che la partenza prometteva male: bufera di neve. All’aeroporto arrivano sconvolti, ma per fortuna si parte. Londra è sempre Londra si sa, ma a periodi è qualcosa di meno e altre volte è qualcosa di più. Rossana c’era stata tante volte, là aveva anche amici, che ormai si sono trasferiti in California. Là aveva studiato all’Università per un certo periodo anche suo figlio. Certo, comunque, Michele, che ci arrivava per la prima volta, glielo aveva fatto ricordare: Londra era un mito della loro epoca. Non solo perché era stata il luogo d’origine della colonna sonora di quei ragazzi, ma anche perché da lì venivano generati gli usi e i comportamenti di un’intera generazione, coinvolgendo anche quelli delle future.
Le gonne sono tornate corte, ma in modo esagerato, mica come ai tempi di chi le aveva inventate, quella Mary Quant che aveva reso famosa Carnaby Street. Oggi folleggiano anche dei mini pants che si indossano anche sotto giacche da donne in carriera o anche camicette da figlie dei fiori. La moda è sempre moda e i tempi sembrano ricorrersi in un giro vizioso. La musica poi se non è la stessa, poco ci manca. Rossana e Michele si sono svenati nei negozi di CD a ripescare tutto il loro passato, a vivere emozioni nel Tube di Londra, ad ascoltare musiche che non hanno dimenticato mai. E’ lì che un ragazzo suona quella vecchia canzone, con quella voce, quasi la stessa voce, scavando nella loro nostalgia. Rossana si ferma e sorride, il ragazzo la guarda e sorride. Un dialogo fatto di sguardi e sorrisi e di uguali parole cantate. A sentir lei si sono detti tacitamente molte cose, soprattutto che non c’era nessuna differenza d’età fra loro. Una bella canzone cancella tutto, spiana i ricordi e riesce ad accomunare l’universo mondo in un’unica esperienza: quella della musica universale. Lei, se non fosse stata così felice, avrebbe pianto per quella canzone e il ragazzo lo sapeva. Michele aspettava con la sua mano tesa di riprendere la strada, dopo che le monete erano cadute sulla custodia della chitarra. “Ciao ragazzo, gli assomigli pure a Jeff Buckley, spero solo che avrai più fortuna.”
I nostri due hanno corso verso altri luoghi, ma con in testa sempre una qualche musica, un qualche altro ricordo. Per Rossana girare Londra non è complicato, sarà per quel suo naturale senso di orientamento o per la sua memoria per i luoghi, ma niente era impossibile per loro. L’unico limite erano i loro piedi, che ad una certa età, perdono le ali. Un museo dietro l’altro, tutti troppo stupefacenti per non perdersi nelle sale, tutti tanto civili da non pretendere un biglietto d’ingresso. Rossana pensa che la civiltà si possa misurare proporzionalmente alla disponibilità di consentire a tutti l’accesso alla cultura. E la Gran Bretagna è un paese civile, almeno in questo. Classi di bimbi seduti per terra davanti ai quadri della National Gallery a discutere con l’insegnante dei minimi particolari di quella pittura. Cosa c’è di più civile? Rossana non aveva mai visto una familiarità così evidente verso la cultura. Non esiste questo approccio nel nostro paese. Da noi, davanti all’arte si parla a bassa voce come in chiesa. Si passa in silenzio come di fronte ad una sepoltura. Ma non è questo il rispetto. Rispetto è capire e amare, comprendere fino in fondo il messaggio universale della “bellezza”.
Poi la sera ad annusare l’aria a Leicester Square o lì attorno a China Town. Scovare un ristorantino, ma anche solo a vedere questa marea policroma di giovani che sciamano di pub in pub e che si incontrano con ragazze che sfidano con i loro corti abitini sbracciati, scollati e succinti, le gelide nottate londinesi. Rossana aveva pensato che se avesse avuto una figlia e fosse stata lì, vestita così, il giorno dopo l’avrebbe fatta visitare prima da uno psichiatra e poi da un pneumologo. Ma si sa che lei si comporta sempre come una mamma italiana che si frena solo per il senso del ridicolo. Per fortuna suo figlio è maschio e già adulto da un po’ e queste cose non le deve sopportare. Anche lui casualmente è a Londra e si incontrano, assieme ai suoi amici, a Portobello Road. Giusto il tempo per guardare le bancarelle e per mangiare, in piedi, delle vaschette di cibo ghanese, tra l’altro anche piuttosto buono. Poi di corsa alla Tate Modern. Rossana sa che Michele ci perderà gli occhi. Perché loro amano davvero tutta l’arte e tutto lo scibile umano però la loro preferenza va all’arte moderna e contemporanea. Lì c’è tutto, magari non il meglio, ma c’è una sintesi stupenda del 900 e anche di arte contemporanea. Lei c’era stata qualche anno prima, ma ora le acquisizioni erano molte ma molte di più. Lei resta comunque e sempre col naso all’insù ad analizzare i risultati del progetto di ristrutturazione dell’antica fornace. Come sono arditi gli anglosassoni, da noi sarebbe impensabile. Così analizza tutti i contenitori della sua città che potrebbero trasformarsi in una simile Galleria e forse anche in molto di più. Ci sono, lo sa, ma non esistono i mecenati lungimiranti di quel paese. Non esiste un governo che faciliti finanziamenti ed opere per favorire la cultura. Ecco perché esce con un po’ di rabbia nel cuore che si rinfocola subito davanti al Millennium Bridge. Lei e Michele mica sono d’accordo sulle opere che si possono e non possono fare nella loro città. Lei è più possibilista, lui invece è più conservatore. Il ponte di Calatrava diventa oggetto di discussione, anima la serata finché alla fine non terminano con il ridere di loro e delle inutili scaramucce, attorno a niente, che li ha sempre contraddistinti fin da quando erano ragazzi. Amore e guerra per poi capitolare in una resa senza condizioni. Sotto l’ombra del Big Ben, come sotto il campanile di S. Marco, perdono e spendono il loro tempo, senza avere più l’ansia di una volta. Col desiderio di assaporare tutto senza limiti e senza remore.
Avevano due festeggiamenti da fare, tutti e due molto importanti, almeno per loro, almeno per la loro storia. La festa si è mescolata ai festeggiamenti del giorno di S. Patrick tra le birre e i colori dell’Irlanda “irredentista”. Tutti sotto l’occhio discreto di chi ha subito la loro voglia di libertà, ma anche calpestato a lungo i loro diritti. Rossana ovviamente ama l’Irlanda che considera la sua seconda patria, forse anche per il colore dei capelli che ha portato, con orgoglio, in testa fin da neonata. Anche questa è l’Inghilterra civile. Una puntatina ad Hyde Park Corner. Michele guarda stupito gli oratori montati su qualsiasi oggetto li possa elevare, arringare un popolo divertito. A volte tutto si trasforma in battibecco. A volte in animata discussione. C’è anche un Imam che parla del Corano con poco lontano la moglie in burqa che gentilmente tiene a bada tre adorabili bambini e contemporaneamente parla con un giovane inglese che la ascolta rapito. Che mondo strano questo mondo. Inevitabile è il paragone con il nostro povero provinciale paese. Arriva velocemente l’ultima sera, decidono per una cenetta nella zona di Liverpool Station, proprio in mezzo a Bangla Town, insomma lì dove di giorno c’è il mercato di Brick Lane. Il figlio di Rossana c’era stato spesso ai tempi dell’Università. Effettivamente si mangiava bene, a poco prezzo e inoltre il posto era pulito. Tutto classicamente indiano, evidentemente. Ecco l’ultima notte di luci londinesi. Loro lo sanno che vorrebbero non partire, sanno quante altre cose vorrebbero ancora vedere, c’è per esempio quella galleria d’arte dove Michele ha visto le opere di pittura di Bob Dylan. A dir la verità sicuramente è più bravo a comporre canzoni che a dipingere. Oppure c’è quella splendida mostra di Van Gogh che hanno lasciato per ultima e che non sono riusciti a vedere. Si dicono: “Va bene dai, ritorneremo.” E non sanno se lo dicono per consolarsi oppure per darsi coraggio, che poi alla fine sarebbe la stessa cosa.
La valigia ora è molto più pesante, tra i maglioni che non erano serviti nel clima stranamente mite di una primavera che anche da loro stenta, sono infilati i libri d’arte e i cd da collezione. Rossana e Michele ripassano nella mente i ricordi delle loro giornate e intanto il volo attraversa nuvole cotonose e sorvola montagne innevate. Forse anche qui avrebbero trovato primavera. Forse anche qui avrebbero avuto ancora molto da ricordare.

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