rossaurashani

Posts Tagged ‘lettera’

Dalla parte di Vittorio

In Amici, amore, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas on 29 settembre 2011 at 20:36


Cara Silvana De Mari,

leggiamo e rileggiamo quanto ha scritto nella sua “Lettera della Domenica” pubblicata da Informazione Corretta il 25 Settembre (che potete leggere qui).
Rileggiamo (più volte, lo confessiamo) per essere certi che quanto scorre sotto i nostri occhi sia realtà e non un brutto scherzo delle nostre menti. Rileggiamo, nonostante il “taglio editoriale” di Informazione Corretta ci sia ben noto e non dovremmo, quindi, affatto stupirci.
Cara Silvana,
come Vittorio, anche noi crediamo fermamente che la libertà di espressione sia una delle grandi conquiste di questo tempo, almeno per qualche fortunato angolo del pianeta, e che ognuno di noi abbia quindi il sacrosanto diritto di esprimere le sue opinioni. Voltaire, come certamente ben saprà, saggiamente diceva: “Non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”. E noi con lui.
Ma, cara Silvana, di fronte a gravissime affermazioni così palesemente false, totalmente soggettive, ma esposte alla stregua di verità assoluta, non basate su alcuna prova o dimostrazione, espresse pubblicamente con il preciso intento di diffamare una persona che non ha più la possibilità di replicare e di spiegarle, punto per punto, tutte le ragioni per le quali, scrivendo quanto ha scritto, non solo rischia di coprirsi di ridicolo, ma anche di compiere un gesto di assoluta volgarità, cara Silvana, di fronte a tutto ciò ci sentiamo in dovere di prendere eccezionalmente il testimone che  Vittorio ci sta porgendo e risponderle.
Ci sentiamo in dovere di dare voce a chi voce non ha più.
Come lui avrebbe fatto.
Come lui faceva ogni giorno.
Silvana,
su una cosa siamo d’accordo: Vittorio è certamente morto con onore, ma altrettanto certamente non per le ragioni a cui lei allude. Vittorio è morto con onore, perché Vittorio ha vissuto con onore ogni singolo istante della sua vita.
Ha conosciuto Vittorio, Silvana?
Ha conosciuto il suo maniacale amore per la verità, la stessa che lei cita nella sempre bella frase di Orwell?
Può trovare le idee di Vittorio discutibili, è assolutamente lecito e comprensibile, ma non può assolutamente permettersi di affermare che abbia commesso in vita azioni riprovevoli e ripugnanti. Non può affermarlo, cara Silvana, perché sa bene di non poterne citare nemmeno una. Non può affermarlo, perché la calunnia e la diffamazione sono intollerabili, specialmente se rivolte a un uomo che non c’è più, ucciso a 36 anni poco più di cinque mesi fa.
Non può affermare che Vittorio vivesse nell’odio.
Vittorio era un uomo pacifico, un giovane uomo che aveva scelto di dedicare la sua vita a quel milione e mezzo di palestinesi segregati nella Striscia di Gaza, innocenti, che non chiedono altro se non di vivere una vita libera, nel rispetto dei propri diritti di esseri umani.
Era un uomo che non aveva bandiere di fronte a cui inginocchiarsi, né quella di Hamas, né quella di Fatah, né quella di Israele; e nemmeno quella italiana. Era un uomo libero, che sapeva riconoscere l’ingiustizia e l’orrore, ovunque si manifestassero. E dovunque le individuasse, ce le raccontava, costasse quel che costasse.
Vittorio soffriva profondamente per qualunque morte, non poteva sopportare la sofferenza altrui, che si trattasse di quella di un bimbo israeliano o di un anziano palestinese.
Non si arroghi il diritto di trasformare la sua opinione in verità, Silvana.
Vittorio non si è mai schierato con il terrorismo. Ha condannato ogni sopruso, ogni violenza, chiunque ne fosse responsabile. E l’ha sempre fatto pubblicamente, scrivendone, parlandone, senza filtri, senza reticenze, ma sempre con una precisione e un’attenzione infinita al rispetto della verità dei fatti che raccontava, attenzione che, purtroppo, non riscontriamo in buona parte del giornalismo italiano.
Vittorio non si è mai schierato con il terrorismo.
Fare da scudo umano per difendere i contadini che, tentando di lavorare i loro campi, vengono quotidianamente cecchinati dai soldati israeliani, equivale a schierarsi con il terrorismo?
Fare da scudo umano per proteggere i pescatori che, tentando di procurarsi in mare quanto necessario per sopravvivere, vengono puntualmente attaccati da navi da guerra israeliane, equivale a schierarsi con il terrorismo?
Vittorio stava dalla parte dei deboli. Dovunque  fossero.
Silvana, non confonda i tasselli di un mosaico già abbastanza complicato di per sè. E soprattutto non lo faccia cercando di strumentalizzare a beneficio della sua propaganda la memoria di un uomo certamente imperfetto, come tutti noi, ma straordinario per il suo equilibrio di giudizio e la sua coerenza.
Non si spinga, poi, oltre a quella delicata linea che separa la decenza e il pudore dalla terra di nessuno in cui tutto è permesso, facendo addirittura allusioni al corpo e all’autopsia di Vittorio. Fingeremo di non aver nemmeno letto. Non si avventuri su un terreno di cui non conosce nemmeno un millimetro e ricordi che in certi casi tacere è sempre la scelta migliore.
Vittorio ci ha insegnato che le parole contano, che le parole hanno un peso, che le parole sono sacre, che le parole possono essere un’arma che, come tale, va usata con intelligenza e onestà. Lo ricordi, Silvana, prima di fare nuovamente affermazioni la cui veridicità non potrebbe mai sostenere seriamente.
Vittorio ha sempre detto la verità e, forse, è morto per questo.
Ma nessuno deve e può permettersi di usare la sua vita, la sua memoria, la sua morte come strumento che aiuti a dare risalto alle proprie opinioni. Perciò, Silvana, le esprima, liberamente, ma lasci in pace Vittorio.
Che la pace, ora, speriamo davvero sia riuscito a trovarla.

I familiari e gli amici di Vittorio.
ed io sottoscrivo questa lettera, parola per parola, e mando un abbraccio immenso alla sua famiglia e alla cara Marele
.

Lettera pubblicata su Facebook

Passare al nemico

In Anima libera on 16 febbraio 2011 at 17:08

Immagine a colori di pinguiniPremessa alla parte quattordicesima
Tu vivi sempre arruffata come un gatto a graffiare e poi caschi nella banalità, solo per colpa di uno stupido disegno. Insomma la vita è bizzarra. Sei distratta davanti ai suoi tranelli. E a volte le sue trame non le puoi prevedere. Insomma non era solo un disegno, per la verità, era qualcosa di più… ma questo comunque non voleva dire che ero passata al nemico. Era stato tutto un equivoco. Io mi ci ero divertita, ma poi lui mi aveva davvero risposto. Ecco come si fa a diventare una star senza averne la benché minima voglia. E poi a tacerlo perché non ne andavo certo fiera.

Quest’anno è stato l’anno dei Papi. Come si fa a fuggirne in una scuola privata tenuta dal guanto di ferro di suore con l’aria di angioletti spiumati? Io coi Papi non ho mai voluto averci niente a che fare. Mica che per colpa della loro santità, rischiavano di finire per graziarmi e farmi diventare una ragazzina per bene. Certo la comunione l’ho fatta e mica convinta. Elena mi ha detto: “Dai, non rompere, mangiati la cialda e beccati i regali.” La sua è una filosofia del tutto opportunista. E molto spiccia. Io qualche principio ce l’ho ancora, sempre, però… un pensiero lo faccio, maledetta ingenuità, mica butto via i regali per la mia prima comunione, no? Ma se il cielo ti casca in testa
Eppure lo so, quando cerco di adattarmi, nascono sempre casini. Mamma vuol far la sua bella figura e mi addobba come Santa Rita da Cascia, con un fioccone bianco che sembro una bomboniera, più un veletto minimalista in testa. Una mascherata che me la ricorderò finché vivo, so che ne proverò vergogna per sempre. Con la gonna poi ci faranno la zanzariera alla culla del piccolo; la guarda interdetto, e non sa bene se piangere o ridere. Qui si riusa tutto. Le gonne della comunione, ma anche i giornali che porta a casa papà. Mica per leggerli, come si potrebbe pensare. No! si buttano nella vasca da bagno e si appallottolano in balle di cartapesta.
Povera informazione che si usa solo per farla finire praticamente in fumo. Nel frattempo, prima o durante le palle, ci do una letta e imparo molte cose. Le palle si devono asciugare al sole e poi conservare in soffitta. D’inverno le notizie scaldano la nostra vita. E d’altra parte, per loro, a cos’altro servono? Mamma legge a stento qualche rotocalco di passaggio: Oggi o Gente, e qualche volta ci fa sopra qualche lacrimuccia. Esempio: Soraya, l’imperatrice triste. Quella bella, ma che non aveva bambini. Ah che dolore! Che poi il marito le ha dato il benservito e se n’è presa un’altra. Mamma su queste cose ci riflette pure: “Meglio senza bambini e senza marito oppure tanti bambini e un marito?” Se è per me una risposta la darei subito. Certo i bambini mi piacciono, ma i mariti… insomma meglio farne a meno, sarei più contenta. Sospetto che lei si commuova solo per i mariti e i bambini delle altre.
Insomma, questo è un anno proprio pieno di giorni. Insomma, andiamo avanti, faccio la comunione, vergognandomi come una ladra e loro mi regalano un libricino di preghiere, un rosario e una penna stilografica di madreperla bianca. Non ci posso credere. E io avrei barattato per questo la mia dignità? E’ una fregatura madornale. Così imparo. Mai più contro i miei principi per presunti interessi personali. Non ne vale proprio la pena. Meglio restare la solita bambina che dice sempre No! Ché poi la verità è che non ho potuto scegliere. Non me l’hanno lasciato fare. Mi sento ancora tradita. Costretta. Quella dei regali era solo una pillola. Un modo di rendermi da sola meno amaro il boccone. Era una ragione dove una ragione mica la trovavo.
Intanto muore un Papa e se ne fa un altro. Solita stupida abitudine. Che poi tutti e due sono stati patriarchi della mia città. Cioè i due di cui mi tocca di parlare. Che poi patriarca sembra che valga qualcosina di più degli altri, perché li fanno Papi come piovesse. Per le suorine è di grande orgoglio. A me non frega niente. Tra l’altro sono contraria all’infallibilità del Papa. Non è giusto: Che è, un raccomandato? A me certe garanzie non me le hanno mai date. Qualsiasi cosa faccio sono certa di sbagliare. O almeno un po’ lo penso io e un tanto me lo fanno credere. Comunque sembra che gli unici infallibili siano loro. Ma l’hanno studiata la storia? Io la leggo dai libri di Ernesto che non parlano quasi mai di Papi che hanno fatto qualcosa di giusto. Sembra che preferivano le armi alla preghiera. Ma tanto è inutile rivangare. Intanto parte il nuovo papa e torna quello vecchio. Sì perché il nuovo va a Roma a prendere il seggio, Mentre quello che è morto si fa portare indietro per vedere per l’ultima volta la “sua” città.
Le suore sono impazzite. Già che durante l’anno non ci stanno con la testa, per questa incredibile e imprevista occasione organizzano un coro per riceverlo. Sì, perché dalle suore non manca mai la festa con lo spettacolo e il coro di voci più o meno bianche. Io la voce ce l’ho bianca, ma Marella no. Lei parla e canta come se avesse un rospo dentro alla gola. E’ bellissima la sua voce. A dirla tutta parla come uno scaricatore del porto, che qui in città ce ne sono tanti e berciano in modo particolare, sacramentando qua e la. Marella è pure carina, ma fa parte delle sfigate e non la apprezzano mai per le sue strane qualità. A me capita che essendo troppo avanti nello studio, non sappiano come farmi impegnare il mio tempo. Allora scoprono le mie capacità canore e mi mandano a lezione dal vecchio maestro del coro. Ah ah ah ah ah ah ah… giù e su per le scale musicali. Ogni pomeriggio una lezione che sinceramente è ben poco divertente. Ma la voce si rinforza, prende spazio, trova coraggio. Ora che il papa morto arriva in città le suore ci piazzano sulla scalinata di una chiesa, con le nostre divise bianche, il fiocco rosa e una bandierina papale in mano da sventolare¹. Io a dare il via ad una poetica ode a Roma: Salve, salve Roma/ la tua luce non tramonta/ vince l’odio e l’onta/ con l’ardor di tua beltà/ Roma degli Apostoli/ madre e guida delle genti/ Roma luce dei credenti/ il mondo spera in te.
Che baggianate. Già! meglio, molto il “Va pensiero…” e anche con quello segno l’inizio e conduco le voci alte. Marella conduce quelle basse, finché non perde l’appoggio al gradino della chiesa. E allora fa finire il coro nel precipizio della sua caduta. Che sarà mai? Non capisco perché le suore si incavolino. D’altra parte al papa basterà il pensiero; no? La vedo difficile che ascoltandoci si sia offeso per l’esecuzione. D’altra parte non siamo mica a Sanremo. E poi lui, a tutti gli effetti, non ci dovrebbe sentire, visto che è morto e pure da parecchio. Perché qui è venuto solo in spoglie.
Pare avesse detto: “O vivo o morto, tornerò”. Tornare c’è tornato. E morto tanto. C’era ancora la guerra quando è morto. Quella grande. Del 15 18. Non so perché hanno aspettato tanto. E non so nemmeno perché non se lo sono voluti proprio tenere. Da dove siamo non ho visto molto. Ho visto solo la confusione. Non so com’è da morto. Ma nemmeno so com’era da vivo. Io mica c’ero allora. E ora c’è troppa confusione. Ma forse un papa assomiglia a un papa. Comunque per tenere buone le pinguine ho pensato di mandare una lettera a quello nuovo² che si chiama Giovanni XXIIIesimo; corredata da un disegno della sua bella facciotta simpatica, bardata dai simboli del pontificato. Veramente da noi lo chiamano Nane-schedina o anche Nane due pareggi e tre vittorie in casa. Ma è meglio dirlo a bassa voce, si sa mai.
Non è una cosa seria, sia chiaro. Gli ho scritto come se fosse un mio amico e se avessimo giocato fino al giorno prima a pallone nel cortile sotto casa. Mi pare evidente che non aspetto risposta. E’ solo una cosa così. Senza pretese. Insomma una lettera che non mi sembra da tenere troppo in considerazione visto il tono e le modalità. Le suore stesse si sono chieste se fosse il caso di inviarla. Ma chissà, forse il papa, che a sentirle è Gesù in terra, mi avrebbe perdonato. E invece zacchete, come fa spesso il destino, che ti sorprende e ti nomina unta dal signore, il nuovo papa mi risponde. E mi risponde, a me personalmente, e mi parla un po’ parlando in papese, ma anche usando delle frasi più fraterne o paterne che divine.
La lettera me la leggono e me la fanno vedere da lontano e poi la incorniciano e la tengono come reliquia nella cappella del convento. Non ci capisco niente. Tutto sommato: che c’è di strano? io ho scritto una lettera e lui ha risposto. Questione di educazione no? Non capisco perché attorno a questa storia si forma tanto interesse. Le suore mi guardano con adorazione. Le mie compagne divise in due gruppi, mi guardano o con odio o con perplessità. Le belle figlie di Madama Dorè ovviamente con odio e le compagne proletarie invece, come se con questa lettera avessi fatto la mia consegna al nemico. Uffa! che difficile essere eletta a mito di qualcuno. Io non ci tengo. Sia chiaro io non ho mai sognato di finire su un santino, ma nemmeno di finire stampigliata su di una bandiera anche se rossa. Ma perché? lui ha il suo gregge. Io posso essere tutto tranne che pecora. E mi scappa un sonoro gran “Mavaffa”.


1] Papa Pio X: nel 1959 la venerata salma di S. Pio X ritorna a Venezia per mantenere la promessa.
2] Giovanni XXIII

Quel Natale del ’44

In Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze on 26 dicembre 2010 at 12:36

Quel Natale del ’44 (60 anni dopo, bellissima lettera di un Partigiano alla sua figlia)

Lettera scritta dal partigiano Vladimiro Diodati, “Paolo”, alla figlia Milena
In questa notte di Natale voglio scriverti questa lettera, figlia mia, perché avverto il peso del tempo, e sento che i miei giorni volgono ormai al tramonto.
Sono trascorsi sessant’anni dalla fine della guerra e tante cose ho serbato nel cuore. Ma in questa notte sento il desiderio di offrirti que­sta semplice testimonianza. Te la dono con il mio affetto, con tutto il mio bene, affinché sappia che tuo padre ha vissuto la sua vita con la coerenza degli ideali.
In quel periodo accadde tutto così in fretta, figlia mia. Allora c’era poco tempo per pensare… le scelte si facevano sulla nostra pelle. A volte bastava un attimo: stare di qua o di là della barricata poteva essere anche una questione di emozioni: la libertà oppure l’onore? Il desiderio di un’Italia migliore o l’orgoglio di non venir meno a una pa­rola data? Questo, sia chiaro, per chi le scelte le operò in buona fede. Gli altri, non so… Non c’era tempo, allora, per approfondire…
Sicuramente ci saranno stati errori anche dalla nostra parte. Forse degli eccessi… Ma noi sognavamo la libertà, non dimenticarlo, figlia mia… Altri stavano dalla parte della dittatura, del terrore, della morte.
Io scelsi di stare dalla parte della vita…
C’è un episodio, però, che oggi voglio consegnare ai posteri. Una storia che, sino ad ora, è appartenuta alla sfera del mio privato, delle mie emozioni, di quei profondi sentimenti che hanno albergato nel mio cuore. Non l’ho mai raccontata prima; ma, a sessant’anni dalla fine della guerra, voglio fissarla sulla carta per te, affinché possa ri­cordarti del tuo papà…
Accadde nell’autunno-inverno del 1944.
Dal settembre 1943 avevo scelto la via dei monti, quella della li­bertà.
Nella valle in cui operavo iniziava il primo freddo di quel secondo autunno di lotta. Era la fine di ottobre e, dopo lungo girovagare, una sera, verso le 10, arrivammo nel paesino di…, che già allora era chia­mata la “piccola Svizzera della Liguria”.
Eravamo una decina in tutto: tre o quattro del Comando, con sei o sette partigiani sfiniti dalla stanchezza e dalla paura.
Il grosso della nostra Brigata era rimasto nell’altra vallata, quella a ridosso del Piacentino. Ci avrebbero raggiunti la mattina seguente, in prossimità del Passo.
Bussammo a una Colonia che ci avevano segnalato: una bellissima costruzione moderna che si affaccia in alto, a sinistra del paese, tutta luccicante per le vetrate che ne fasciano l’intera perimetria.
Mi avevano informato ch’era abitata da alcune suore con molti bambini.
Nel buio pesto ci aprì una sorella. Madre Ignazia, questo il suo nome, sussultò sbigottita di fronte alla luce fioca di una lampada che lasciava trasparire i nostri volti. Uomini stanchi, con fazzoletti rossi al collo, con le barbe e i capelli lunghi, i caricatori sul petto, le bombe alla cintura e le armi a tracolla non avrebbero offerto tranquillità ad alcuno, in quel periodo…
Ci presentammo a nome del CLN: “Abbiamo bisogno di far ripo­sare i nostri uomini. Siamo stanchi, sfiniti…”.
Dapprima Madre Ignazia cercò di dissuaderci: “Siamo completi, ci dispiace, non un solo letto è libero. Non possiamo proprio ospitarvi”.
Poi, impietosita, ci fece accomodare.
La suora aveva una cinquantina d’anni suonati, un bel volto largo, aperto, simpatico, incorniciato da un velo bianco inamidato che glielo ricopriva sino alle gote. Ed una voce chiara, musicale.
Mi presentò alle altre suore, una ventina, in buona parte giovani che, spaventate, erano scese una ad una dalle loro camere. Appartenevano all’Ordine di Santa Marta ed erano sfollate dal loro convento con duecento bambini in tenera età, abbandonati dalle au­torità fasciste al loro destino.
Il quadro che mi si presentò, man mano che osservavo, era pietoso e desolante. La Colonia era gelida, le suore avevano freddo e sicura­mente i bambini, già a dormire nei loro lettini, saranno stati più inti­rizziti che mai.
“Non abbiamo di che riscaldare l’edificio”, mi disse la Madre. Poi proseguì narrandomi di come erano state costrette a girare le frazioni della Valle per elemosinare un po’ di pane per aggiungerlo alle poche scorte alimentari che avevano per sfamare i bambini e loro stesse.
Alla fine trovammo riparo, per quella sera, negli scantinati, con qualche materasso recuperato alla bell’e meglio in soffitta.
L’indomani mattina, mi recai nell’ampio refettorio e constatai che le razioni di cibo erano alquanto misere.
“Quando le autorità ci condussero qui – mi raccontò Madre Ignazia – ci avevano promesso che non avremmo dovuto preoccuparci di nulla. Avrebbero pensato loro a non farci mancare niente. Questa è una colonia estiva per i figli dei lavoratori di una grande azienda e vi doveva essere tutta l’attrezzatura per il suo buon funzionamento. Invece non abbiamo trovato neppure le pentole e le posate. Ora ec­coci qui, con duecento figlioli di povera gente, alcuni senza genitori, a cui pensare, da sfamare e da vestire”.
Me ne andai con il cuore stretto, pensando a come poter interve­nire in quella pietosa situazione.
Intanto la nostra Brigata, attraversata la catena che divide il paese dal Piacentino, si ricongiunse a noi.
I nostri uomini avevano catturato due camion tedeschi lungo la Via Emilia, liberando gli autisti, trattenendo i mezzi e le scorte, soprat­tutto scatolame di salsa di pomodoro, oltre a quattro-cinque quintali di marmellata.
La visione di quei bambini affamati non ammetteva esitazioni. La decisione fu istantanea e non trovò alcuna resistenza. Tutti i riforni­menti furono trasportati con un carro alla colonia, mentre le suore, meravigliate, ringraziarono la “Provvidenza”.
Fra me e Madre Ignazia si instaurò così un rapporto di simpatia e fiducia.
Il giorno seguente convocai i paesani, con i muli e le slitte. Avevo notato, in un certo punto della strada che dal paese scende verso la vallata, un deposito di alcune tonnellate di legna da ardere, pronta per essere trasportata e venduta nelle città della costa. Indicai il da farsi e, per tutta la giornata, fu un via vai di slitte trainate da muli, stracariche di quella legna, che si trasferirono alla colonia.
Le suore accesero le stufe e tutto, all’interno, si riscaldò. Come per incanto, i bimbi sentirono il tepore e giocarono felici. Per loro era ini­ziata una nuova vita.
Nei giorni successivi, anche i montanari, seguendo il nostro esem­pio, fecero a gara per rendersi utili.
Si mobilitarono ancora, con i loro muli, in una cinquantina, supe­rando fatiche e difficoltà, valicando il passo e raggiungendo, accom­pagnati da una nostra staffetta, la colonia, stanchi ma felici, con 50 quintali di farina di grano.
Madre Ignazia mi confidò le prime impressioni ricevute allor­quando ci accolse la prima volta. Con quei fazzoletti rossi al collo e quelle barbe lunghe cosa poteva pensare di noi? Eravamo quelli della guerra di Spagna, quelli che bruciavano le Chiese e violentavano le re­ligiose. Questo, almeno, scriveva la stampa fascista. Questo avevano raccontato di noi.
Ora si trovava davanti degli uomini, soprattutto giovani, che si erano accorti di loro. In mezzo alla guerra che infuriava, col nemico alle calcagna e fra un rastrellamento e un’azione di guerriglia, per set­timane ci preoccupammo di far rivivere quella Comunità abbando­nata negli stenti.
Un giorno, via radio, ricevemmo l’ordine di predisporre l’arrivo di alcuni lanci di aerei, comunicandoci le coordinate del luogo prescelto.
La vigilia della data stabilita ascoltammo da radio Londra il mes­saggio in codice: “Paolo e Francesca”, che preannunciava l’arrivo. Il prato riservato al lancio era in una conca non lontana dalla colonia.
All’ora fissata arrivarono gli aerei. Fecero alcune evoluzioni at­torno alla zona; quindi, riconosciuto il segnale convenuto disegnato sul prato, iniziarono a passare e ripassare a bassa quota seminando nel cielo tanti piccoli puntini, variopinti ombrelloni che scesero don­dolando dolcemente.
A quel punto, dalla terrazza della colonia, si levò un allegro cin­guettio di voci: erano i bimbi e le suore radunatisi per salutare la pioggia dal cielo, quasi fosse una festa.
Raccolto il materiale, feci caricare i paracadute di seta, una ses­santina, e li inviai alla colonia. Le suore, con tutto quel ben di Dio, cominciarono pazientemente a scucire le tele, recuperando persino il filo con cui erano composte le corde.
Una sera, una staffetta del Comando di Zona giunse in paese con un messaggio di poche righe, col quale mi si informava che era ini­ziato un rastrellamento di grandi proporzioni nella valle del Piacentino e che un centinaio di partigiani feriti, dell’ospedale di zona, doveva essere evacuato. Sarebbero arrivati con ogni mezzo: a dorso di mulo, con le slitte, a piedi, durante la notte. La nostra Brigata avrebbe provveduto a riceverli.
Che fare? Sembrava impossibile trovare una soluzione così su due piedi. Alla fine pensai di fare un tentativo.
Mi diressi alla colonia, in quella gelida serata. Bussai alla porta e, alla Madre che mi venne ad aprire, porsi il biglietto ricevuto poco prima: “Legga”, le dissi, attendendo in silenzio come se avessi posto una domanda.
“Faremo così. – rispose subito la Madre – Ci sono duecento letti; metteremo due bimbi per ogni letto: uno alla testa e uno ai piedi. In tal modo avremo cento letti per i partigiani feriti che arriveranno sta­notte”.
L’avrei abbracciata.
Fu così la colonia diventò anche un ospedale partigiano.
Per tutta la notte ci furono arrivi di feriti, alcuni mutilati, intirizziti dal freddo, stremati dal lungo, estenuante viaggio.
Man mano che giungevano, venivano accolti dalle suore, dissetati e sistemati nei letti messi a disposizione. Le Sorelle divennero tutte in­fermiere che provvidero ad ogni cosa, dalla cucina alle cure mediche.
Arrivarono le feste di Natale e Madre Ignazia mi pose, con tatto e cautela, il problema della Comunione per i partigiani ammalati.
“Non si preoccupi, Madre – le dissi. – Interroghi ogni partigiano ed esaudisca ogni singolo desiderio. Vedrà che troverà giovani deside­rosi di essere comunicati”.
Quindi venne il mio turno.
“Sorella – risposi – potrei benissimo comunicarmi. Per me non si­gnificherebbe niente e Lei sarebbe felice. Ma non posso carpire così la sua buona fede”.
Madre Ignazia non si scompose, ma cominciò a pregare: “Ave Maria, gratia plena…”.
Fu allora che, commosso e quasi trascinato da una forza miste­riosa, cominciai a ripetere la preghiera che mia madre mi insegnò quand’ero fanciullo: “Ave Maria, gratia plena, Dòminus tècum…”.
La vigilia di Natale una staffetta ci informò dal Comando che il giorno dopo avremmo dovuto lasciare il paese, perché tedeschi e fa­scisti stavano organizzando un rastrellamento di vaste proporzioni.
Durante la messa di mezzanotte, molti partigiani parteciparono alla funzione religiosa e si comunicarono.
La mattina di Natale salutammo le suore con grande commozione e Madre Ignazia ci benedisse.
Ma prima della nostra partenza, trovammo nel refettorio duecento figlioli tutti vestiti con fiammanti grembiulini: rossi, bianchi e celesti. Erano le stoffe dei paracaduti.
Le sorprese, però, non erano finite. Madre Ignazia ci consegnò uno scatolone con dentro decine e decine di fazzoletti rossi, di quella stoffa setificata da addobbi religiosi. Sulle due punte dei triangoli, ri­camate in seta, due stelle a cinque punte con il tricolore d’Italia.
Piansi di gioia… Poi ci separammo.
Ecco, figlia mia, perché ho voluto raccontarti questo episodio.
Quel fazzoletto, che ho sempre conservato da allora e che tu ben conosci, fu confezionato dalle Suore di Santa Marta che avevano la­vorato in segreto per chissà quanto tempo!
Quando entrai a Genova liberata, io e tutti gli uomini della mia Brigata portammo al collo un fiammante fazzoletto rosso: quello con la stella a cinque punte e il tricolore ricamati.
Ancora oggi, in questa notte di Natale, mentre lo osservo appeso al muro della mia stanza, mi commuovo al ricordo.
Vedi, figlia mia, in tutti questi anni non sono riuscito a ritrovare la Fede, ma ogni volta che guardo il fazzoletto, il mio pensiero corre a quel Natale del ‘44. E, ogni volta, quasi trascinato da una forza mi­steriosa, torno a ripetere la preghiera che mi insegnò mia madre: “Ave Maria, gratia plena. Dòminus tècum. Benedicta tu in mulièribus et be­nedictus fructus ventris tui, Jesus…”.
Ritrovo così la mia giovinezza e i miei sogni, mentre rivivo le spe­ranze di quei giorni.
http://www.arsnews.org/tigulliobac/libri.htm

Non può essere un addio

In amore, La leggerezza della gioventù on 12 novembre 2010 at 7:00

strumenti di orintamento militariRigiravo quella lettera per le mani. Nella camerata regnava il silenzio. Sembrava di sentire il ronzio dei pensieri, di quei ragazzi che giocavano a fare i soldatini, gli uomini. Spesso disperati di impotenza. Che leggevano le notizie da casa. Così affamati di notizie dal mondo. Ognuno del proprio mondo. Dei propri affetti. In quel mondo non mondo; senza senso. Intenti a leggere quelle lettere che avevano aspettato con tanta ansia e tanta speranza. Ed io rigiravo la mia tra le mani. Ed era un addio. Non ci volevo credere. Poche parole per un addio. Poche parole noi che non riuscivano ad arginarne la quantità. Noi che non riuscivamo a contenerle. Dopo tante e tante lettere straripanti di parole. Ma l’addio chiede solo quelle poche parole difficili e sempre molto contate. L’addio è taciturno. E’ tutto in un termine secco.
Eppure l’avevo aspettato, per tutti quei lunghi mesi. Sperato. Quasi cercato. Affannosamente. Stupidamente. Cos’era quella storia? La nostra storia? Solo una breve storia. Una storia di ragazzi. Doveva finire. Sembrava naturale. Sembrava un sacrificio troppo grande. Sarebbe passato tutto. Come altre volte. Come per le altre piccole storie. Ma quelle parole, le sue parole, le parole delle sue lettere mi avevano fatto compagnia fino ad allora. Mi avevano fatto sentire vivo anche in quel mondo di morti viventi. Sarebbe finito. Avrei imparato a farne a meno. Anche di quelle parole. Ma non era solo così. E continuavo a leggere e leggere ancora. La formula di un addio è sempre un espressione che cerca di attenuare. Che in realtà dice quello che non vuole dire. Che ti uccide cercando di non farti male. Ed improvvisamente era tutto chiaro. Quelle parole mi stavano uccidendo.
Un addio non dovrebbe mai essere mandato per lettera. Un addio dovrebbe rispettare il momento dell’altro. Non dovrebbe trovarti tormentato di leva. Infagottato nella divisa. In quel viaggio senza senso. Un addio dovrebbe essere gentile. Andare cauto. Cercare di rispettare il momento e i sentimenti. Spesso non lo può fare. Certo che lo sapevo. Certo che lo stavo imparando. E dentro all’improvviso mi scoppiava l’inferno. No! sarebbe stato tutt’altro che facile. Mi guardavo intorno. Ognuno attento alla propria corrispondenza. Qualcuno affranto per non averne ricevuta. Un caporale piangeva. Avrei voluto unirmi a lui. No! non potevo. Un uomo non piange. Ma chi l’ha detto? Ripetevo il suo nome. Non potevo ancora rendermi conto. Improvvisamente non riuscivo a crederci. E lei era là. Ma come avrebbe potuto lei guardarmi senza provare l’impulso d’abbracciarmi? E come avrei potuto io? Mi riusciva difficile farle gli auguri.
Sì! mi riusciva difficile quello che fino a poco prima avrei creduto facile. Naturale. Con il mio più caro amico. Lo sapevo senza volerlo ammettere a me. Lo sentivo. In fondo lo trovavo anche logico. Giusto. Alla fine era quello che avevo voluto. Pensavo che questo avrebbe reso la sua vita più facile. Avevo sempre pensato alla sua felicità. Non avevo mai fatto il conto con il mio dolore. No! non potevo più vivere senza di lei. Ma eravamo solo due ragazzi. Ed era troppo tardi. Era ormai la ragazza di un altro. E di un altro contro cui non avrei mai potuto lottare. Sarebbe rimasta la migliore delle mie amiche. Amica… non mi bastava più. Quanto sono stupide le cose che pensi prima. Quando ti senti forte. Quando ti senti sicuro. Qualcosa si era spezzato. Avevo solo cocci. In quell’attimo capivo che un addio non fa sconti. Che un addio toglie tutto. Che nulla sarebbe stato come prima.
Avrei voluto correre da lei. Ero prigioniero della mia età. Non potevo fare nulla. Non potevo che rileggere le sue poche righe. E poi correre da lei per dirle cosa? Non stava sbagliando. Ero io che avevo sbagliato. Che avrei dovuto dirle quello che ancora non sapevo. Quello che ancora non sapevo ammettere. E un per sempre. Un per sempre che mi avrebbe fatto paura. Di cui nessuno può avere certezza quando non sei ancora un uomo. E smetterla con i sinonimi. Dirle: ti amo. Era la prima volta. Ci si pente sempre troppo tardi. Credevo di poter sopravvivere. Di perdere una ragazza. Anche se era la prima. Avevo sempre lasciato io. Non era così: mi sembrava di perdere la ragione di essere. Di perdere tutto. Anche le mie parole si erano inaridite. Avevano lasciato spazio unicamente alla voglia di gridare. E non potevo nascondere quel dolore tra le sue braccia. Lo so, è sempre così: non vuoi e non puoi credere.
E il tuo dolore è lì; più grande, più doloroso. Non puoi accettare quei semplici: passerà. Mentre io rischio la galera ogni giorno. Già! ma questo è il ’68. Pubblico e privato. Fanculo a tutto. E qui non c’è nemmeno l’acqua potabile. Difficile spiegare. Ché un addio fa sempre male. In qualsiasi momento. In qualsiasi posto. E la bubbola dell’amore libero. La comune. Sto male davvero. Non mi importa che di lei. Ripetevo il suo nome. Rileggevo quelle righe. E i suoi saluti. Prendevo la penna. Sarebbe stato solo il momento di tacere. Era la cosa più difficile. Era l’unica cosa che non sapevo fare. Avrei scritto a lui. Sapevo già che sarebbe stata una pazzia. Sapevo già che non sarei riuscito a dire quello che credevo fosse giusto dire. Era tutto diverso. Mi mancava l’aria. Suonò l’adunata. Niente aveva più alcuna importanza.

27) Il disertore

In Una canzone al giorno on 4 luglio 2010 at 12:15

In piena facoltà
egregio presidente
le scrivo la presente
che spero leggerà.

La cartolina qui
mi dice terra terra
di andare a far la guerra
quest’altro lunedì

Ma io non sono qui
egregio presidente
per ammazzar la gente
più o meno come me

Io non ce l’ho con lei
sia detto per inciso
ma sento che ho deciso
e che diserterò.

Ho avuto solo guai
da quando sono nato
i figli che ho allevato
han pianto insieme a me.

Mia mamma e mio papà
ormai son sotto terra
e a loro della guerra
non gliene fregherà.

Quand’ero in prigionia
qualcuno mi ha rubato
mia moglie e il mio passato
la mia migliore età.

Domani mi alzerò
e chiuderò la porta
sulla stagione morta
e mi incamminerò.

Vivrò di carità
sulle strade di Spagna
di Francia e di Bretagna
e a tutti griderò.

Di non partire più
e di non obbedire
per andare a morire
per non importa chi.

Per cui se servirà
del sangue ad ogni costo
andate a dare il vostro
se vi divertirà.

E dica pure ai suoi
se vengono a cercarmi
che possono spararmi
io armi non ne ho.

Soluzione
Titolo: IL DISERTORE
Cantante: IVANO FOSSATI autore BORIS VIAN

Le tre lettere. Anno 1968. Il peccato originale.

In Amici, amore, Donne, Giovani, Gruppo di scrittura, personale on 2 settembre 2009 at 13:48

Novembre 1968     

Caro Michele,

non mi è facile scriverti questa lettera, perché è la lettera che separerà definitivamente le nostre strade. Sei partito tanto tempo fa, i mesi sono passati e io non ho mai saputo se saresti tornato.  Il tempo è passato; troppo tempo, e ti ho sentito molto lontano. Sei partito e per tutto questo tempo le tue parole e i nostri ricordi mi hanno fatto compagnia. Ma le nostre lettere sono state troppo poca cosa rispetto a quello che avrei voluto per noi. In tutto questo tempo ho avuto modo di pensare; di riflettere su quello che siamo stati uno per l’altra. Non sono sicura di cosa siamo stati, me lo chiedo e non so darmi una risposta. Io stavo bene con te e credo che anche tu ti sentissi bene in mia compagnia. Ma la tua partenza ha cambiato tutto. Forse sono solo io ad essere cambiata, oppure siamo cambiati tutti e due e fingiamo di non saperlo. Certo tutto è stato difficile, più di quanto avrei pensato. Mi sei mancato e la presenza degli amici non bastava. Tu lo sai quanto ho pregato i miei di lasciami partire per raggiungerti almeno il giorno del tuo compleanno, ma avere 16 anni non è abbastanza per essere grande. Avevo promesso a me stessa, anche contro la tua volontà, di aspettare il tuo ritorno. Credevo di poterti aspettare per sempre; ma non ne sono stata capace. Credimi, lo volevo veramente. Pensavo che mi sarebbe stato facile vivere nell’attesa del tuo ritorno. Non è così. Il vuoto è stato enorme e la speranza di sentire la tua voce che mi diceva, semplicemente: “Sto tornando”, quella fiammella ogni giorno è diventata sempre più fioca fino a spegnersi del tutto.  Ti confidai, allora, tutti i miei sogni e i miei segreti; segreti di ragazzina, credo avrai riso di me, avrai pensato che ero sciocca ed illusa. Sei sempre stato la persona con cui mi era facile parlare. Mi sembrava che solo tu mi potessi capire. Avevo l’età in cui sognare è bello e la cosa più semplice che c’è. Poi sei partito nel modo che sai, e mi sono sentita sola come non credevo di potermi sentire. Oggi, sono cambiata, non sono più la ragazza che ti ha visto partire. Nella tua lontananza quelle sicurezze che avevo sono venute meno; altre hanno preso il loro posto. Oggi credo di sapere quello che voglio, credo che sia giunto il momento di fare un passo avanti, non posso rimanere ancora sospesa nella tua attesa. Oggi passo oltre e lo faccio con la tristezza nel cuore. Ti dovrei dire grazie per i momenti che abbiamo passato assieme. Sì! almeno questo te lo devo. E, credimi, con tutto il cuore, ti auguro di poter essere felice almeno come spero di poterlo essere io. Mi sono sentita la ragazza più sola del mondo e nella tristezza ho incontrato la mano di un amico. Tu sai chi. Lui mi è stato vicino, mi ha parlato e consolato nei miei giorni tristi, mi ha dato sicurezza nei miei giorni incerti. Gli voglio bene e me ne vado con lui; ti voglio bene e non resto ad aspettarti. Credo  che questa sia la soluzione migliore per entrambi. Spero solo che niente di tutto questo possa cambiare il vostro rapporto di grande amicizia, non voglio diventare un motivo di disagio tra di voi. Penso che ti scriverà presto. Oggi non riesce ancora a superare il disagio di quello che è accaduto, ma sono certa che lo farà presto, l’amicizia è il sentimento più forte che tiene unite le persone e noi ci crediamo fermamente, lo sai.

Credevo di avere molte cose da dirti ma non é così. Le parole mi mancano. Mi sento sciocca. Forse  tu sei passato oltre già da molto tempo e forse nemmeno ti interessano queste povere parole. Forse era quello che ti auguravi, anzi è probabile che le leggerai con un po’ di sollievo, forse la vita è più leggera senza una ragazzina testarda che ti chiede attenzione. Ma dirti addio è dirlo anche a una parte di me; quella parte di me che mi sembrava la parte migliore, ma che oggi è diventata una parte triste e avvilita. Ovviamente devo dire che sono stata bene con te, sei stato dolce e paziente, ma non posso restare quella ragazzina, che hai conosciuto, in eterno. Lui mi vuole bene. Mi è sempre stato vicino. Ha saputo starmi vicino quando la tua lontananza è stata un dolore troppo forte. Magari tu mi troverai stupida se ti dico che credo di averti amato, ma è probabile che l’amore di una sedicenne non sia così importante e non sappia resistere alle difficoltà che la vita ci impone. Sono certa che troverai una donna che lo saprà fare meglio di quanto credo di aver saputo fare io, e forse quella donna è già al tuo fianco, ma spero, ugualmente, che non ti scorderai di me. Spero di non perdere il tuo affetto e l’amicizia, a cui tengo molto. Sappi che ci sarò sempre, per te, almeno finché lo vorrai, almeno finché il tempo lo consentirà.

Scusami per essere stata così poca cosa, per non avere avuto la forza e il coraggio che serviva per tutti e due, un abbraccio, forse l’ultimo

 Rossana

 P.S. gli amici tutti ti salutano e aspettano tue notizie. Giovanni dice che lui sa che tu tornerai. Spero abbia ragione lui perché questo è e resterà sempre il tuo posto e noi i tuoi amici. Il tempo qui è piovigginoso e anche questo mi mette addosso tristezza e malinconia. Qui in Italia gli eventi politici si susseguono. E’ stato un anno strano. Alcune Università sono occupate dagli studenti. La contestazione si sta diffondendo.  Ci sono grandi manifestazioni. Forse è giunto il tempo di cambiare il mondo. Ti mando un sorriso.

La lettera di Marta, tace Uolter risponde Rosy.

In politica on 23 giugno 2008 at 21:28

La sinistra sta celebrando il suo funerale, pochi partecipanti e poco partecipati…. Marta scrive una lettera che in questi giorni è balzata da un sito all’altro, una semplice lettera di chiarimento e di contatto, riporto qui il testo ma rinvio anche al suo sito http://www.martameo.net/?p=379, lettera che non ha ottenuto risposta, anzi no, la risposta è arrivata da una donna Rosy…..

Caro Walter,
la scorsa settimana ho letto la convocazione per l’assemblea costituente del PD del 20 e 21 giugno che si terrà alla Fiera di Roma.
In questi giorni aspettavo di vedere l’ordine del giorno per prendermi un giorno di ferie, per organizzare una baby sitter, per prenotare un treno per Roma e per cercarmi un alloggio.
Ma non ho visto l’ordine del giorno e non ho visto da nessuna parte un modulo da (eventualmente) compilare per intervenire in assemblea, ho letto qualche rumor sulla stampa, ma non mi è arrivata più nessuna precisazione e nel sito del Pd non ci sono informazioni che io già non abbia.
Ti confesso che sono in grave imbarazzo perché, dopo aver partecipato a tutte le fasi costituenti, per la prima volta sto pensando di non prender parte all’assemblea e tuttavia vorrei condividere questa cosa perché, proprio in questi giorni, mi stavo chiedendo se non fosse giunto il momento di fare qualcosa in più per dare supporto e stimolo al tuo lavoro al quale credo, crediamo, moltissimo.
Francamente speravo che oggi, visto che sediamo “serenamente e pacatamente” sui banchi dell’opposizione, ci fossero tutte le condizioni per immaginare una assemblea di costituenti del Pd organizzata e condotta in modo serio e democratico. Soprattutto a partire dalla convinzione che il partito nuovo è tale se anche alle persone come me viene data la possibilità di partecipare.
Credo che gli argomenti di discussione oggi siano moltissimi, tuttavia, arrivata a questo punto, francamente non me la sento di procedere senza sapere di cosa si discuterà, senza sapere se si discuterà, senza sapere se dovremo prender parte ad una kermesse ad usum dei media o assistere a dei regolamenti di conti tra leadership o aspiranti tali.
Non ne vedo una ragionevole motivazione, perché a me tutto questo non interessa e, soprattutto, perché credo che in una assemblea del genere la mia presenza (come di tanti altri, ovviamente) sia sostanzialmente inutile.
Ovviamente non è il caso personale che volevo sottoporti, quanto la grande preoccupazione per quanto sta accadendo (o non sta accadendo) in un PD che è nato bene ma stenta a crescere e che sta diventando (già alla terza assemblea) un partito sempre più rigorosamente “romano” e un partito di “spesati”. Un partito di persone che vivono già di politica e che non si fanno grossi problemi a salire su un volo all’ultimo momento, un partito di gente che non deve conciliare vita, lavoro e attività politica perché non ha altro da fare.
Ti scrivo, Walter, perché io oggi mi sento esclusa de facto da questa assemblea e lo dico davvero con grande dispiacere perché la nascita del PD per me costituisce un grande impegno che mi sono presa con il futuro.
Però, ripeto, sento che la presenza di gente come me è inutile e, per questo, e forse per eccesso di passione politica, rinuncio alla mia posizione di costituente del Partito Democratico e per, questa volta, non verrò all’Assemblea Costituente di Roma il 20 e il 21 giugno.
Nella speranza che il futuro ci sappia riservare cose migliori ti auguro buon lavoro.

un caro saluto Marta Meo, Venezia

La risposta è una non risposta, sta tutta in questa immagine (http://www.martameo.net/?p=382):giustificazione2.jpg
ma la risposta vera viene da una donna, stagionata, politicante fin nel midollo, donna risponde a donna, Rosy raggiunge Marta, ma raggiunge anche molti altri, quelli che piangono questa agonia e che non vogliono credere che la sinistra non possa essere unitaria e molteplice allo stesso tempo. Per chi non ha pazienza rinvio al sito http://www.democratica.tv/video/4653

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: