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Da una donna così non si torna indietro. Mai.

In amore, Donne, poesia on 16 aprile 2014 at 16:41

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“Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive.
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre, è capace di volare, di una donna che ha fede in se stessa.
Non innamorarti di una donna che ride o piange mentre fa l’amore, che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti a un quadro o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro.
Mai.”
(Martha Rivera Garrido)

Lui la guardava, ammirato, come abbandonava i suoi libri iniziati, non ancora finiti, in ogni luogo dove passava. Libri che casualmente lei riprendeva, leggeva e spostava in un altro luogo.
A volte la vedeva sorridere alle pagine del libro, al suono di una musica che solo lei sentiva, a volte quella profonda ruga di dolore tra gli occhi si faceva profonda. Lei sapeva piangere per le storie, per il dolore degli altri che faceva suo e sapeva sorridere quando si faceva leggero il pensiero e volava via come un volo di farfalla.
La vedeva china sul pc, alla sera, illuminata da un piccola luce, vedeva il suo viso intenso chiuso nei suoi pensieri voraci.
Lui allora si sentiva svanire nel nulla, lei non sapeva più chi era, e si perdeva nei meandri del cuore. Lui la vedeva lontana, bellissima e dolorosamente irraggiungibile.
Voleva gridare, scappare, provava il desiderio di farle del male, riportarla sulla terra dove c’era lui ad aspettare.
Ma lei era lontana, irraggiungibile, disperatamente persa. I suoi occhi erano lucidi di febbre, sognanti, era troppo pericoloso svegliarla dalla sua malia, avrebbe potuto cadere da lassù, in precario equilibrio sul mondo.
Lui la voleva, voleva toccarla, rianimarla tra le sue braccia, essere la sua febbre, il suo centro di gravità, il suo unico sogno devastante. Ma lei si faceva inconsistenza tra le sue mani, avrebbe dovuto farla tornare, ma sapeva che nessun richiamo l’avrebbe riportata indietro.
Era una donna che entrava ed usciva dalla sua vita, mai veramente presente, mai del tutto assente. A volte tenera e ingorda, a volte algida e distratta, mai scontata, sempre imprevedibile, sempre emozionante, sempre nuova.
A volte era un corpo caldo e accogliente, sfrontato e impudente, non permetteva distrazioni, voleva tutto e consumava come il fuoco. La sua mente si faceva passione, si trasformava in desiderio senza repliche, in voluttà pura.
Per lui era il preludio di un nuovo abbandono, tremava al solo pensiero, se ne sarebbe andata ancora e l’avrebbe lasciato sfinito a raccogliere i frammenti del suo cuore.
Le sue parole erano metallo fluido, erano acqua di fonte, vento nel deserto, pioggia fuori dai vetri. Il suo cuore era colomba, la sua voce di tortora, il suo profumo di bosco, niente, mai niente che gli permettesse di chiuderla in un libro, in una valigia, in una stanza, lei era aria viva, era un volo libero nel cielo profondo.
A volte la sua risata continuava a rimbalzare tra le pareti di casa, era leggera, tintinnante, senza regole, senza ragione. E lui sapeva che rubava il suo fiato fino alla prossima volta, finché non l’avesse risentita, finché non avesse tenuto quel corpo caldo e senza remissione nel suo abbraccio.
Non c’era gabbia per rinchiuderla, tazza di caffè per conquistarla, dolcezza o rudezza per trattenerla, lei era sogno e talvolta era incubo delle sue notti.
L’avrebbe legata al letto e l’avrebbe presa per tutte le notti della sua vita, ma una farfalla prigioniera muore e la polvere delle sue ali leggere avrebbe ricoperto i suoi occhi ma non avrebbe che reso più disumano il  tentativo inutile di fermarla.
Sognava di prenderla e possederla per non lasciarla mai più, ma non sarebbe mai stata sua nemmeno da morta.
Voleva lasciarla e dimenticarla, prendersi una donna concreta per tenerla nella sua vita, ma nessuna aveva i suoi occhi, nessuna i suoi colori, nessuna era la sua bandiera, il suo volo di gabbiano, la sua promessa, la sua penetrante intimità.

Lei non era solo una donna, era molto di più, era il prezzo da pagare per la vita.

Tornare sui propri passi…

In Amici, amore, Anomalie, Giovani, La leggerezza della gioventù, musica, personale on 8 giugno 2012 at 14:50

Un dilemma che mi sono posta in questi ultimi tempi e al quale non sono riuscita a dare risposta è: la vita ti consente la possibilità di tornare sui tuoi passi? Te lo consentono gli altri e te lo consente pure il tuo orgoglio?
La domanda che mi sono posta urge di risposta, ma forse neanche tanto… credo che la natura e il tempo risolva molte cose. Una volta non ci avrei creduto, ma oggi sono possibilista.
La questione è nata seguendo la storia di due ragazzi a cui voglio molto bene e che seguo con attenzione, ma a distanza (per non essere considerata invadente, che non sia mai :-)). La storia è questa, un po’ romanzata, ma stiamo tra il più e il meno, anche se non toppo lontani.
Lui è un ragazzo giovane, un’età che ai miei tempi (e già dire questo la dice lunga) sarebbe stata di un certo peso, ma che oggi è una bazzeccola, praticamente poco al di sotto dei 30 anni. Lei è coetanea, ancora iscritta all’università, per i suoi motivi: non le bastava una sola laurea e aveva voglia di cambiare. Due città diverse a 500 km di distanza, più o meno. Lei molto attaccata alla famiglia di origine e alla sua casa, alle sue abitudini e ai suoi amici, lui invece molto autonomo, cittadino del mondo, anche se predilige la sua città, ritornare, da ogni sua assenza anche lunga, in un luogo, il suo, di nascita e di elezione.
I due ragazzi si frequentano per molti anni. Due gocce d’acqua nel mare delle amicizie e dell’amore, condividendo anche se a distanza molto di più di quello che pensavano. Poi una decisione inconsulta: lasciarsi.
Qui le cose si ingarbugliano perchè non si sa chi ha fatto cosa, ma io il sospetto ce l’ho. Se dovessi appunto scrivere questa storia di invenzione, direi che lui, più libero di movimento e meno attaccato alle sue abitudini, avrebbe desiderato che lei prendesse le distanze dalla famiglia e decidesse che farne della propria vita, con  riferimento a lui, in attesa di questo gli era scappato un intreccio con una ragazza molto meno distante e più bisognosa della sua protezione.
Ovviamente queste sono cose che non si fanno e lui alla fine non sapeva che pesci pigliare e gli era sembrato più sensato chiudere con l’altra goccia del suo mare.
La goccia non l’aveva certo presa bene, ma ad onor del vero sapeva di avere qualche colpa nel non riuscire a decidersi e ad essergli e ad avere un vero punto di riferimento in lui. Per fortuna il rapporto pur prendendo le distanze, non si è deteriorato mai in rivoli di rancore e risentimento.
Sembrava davvero che le loro due vite avessero definitivamente preso la strada della separazione.
Io sapevo che lei era la donna per lui, ma non potevo dirlo. Chi sono io per poterlo dire? Nessuno. Però lo vedevo incassare le cose belle della vita come se non ci trovasse gusto, come se una parte di lui gli fosse stata negata. Lei, aveva tentato pure di rimettersi in strada: un altro ragazzo che trattava come un amoretto da ragazzina, come se la responsabilità di un rapporto duraturo le fosse stata negata.
Beh, di fronte a tanto scempio mi era venuto a mente la mia storia strana, di quell’amore lasciato tanto tempo prima, di tutte le storie che ci stavano in mezzo, del ritrovarsi e capire che era allora che aveva bussato l’amore. Perchè tutto quello che c’era stato in mezzo non era l’amore che c’era ma era quello che mancava, ma forse non è chiaro il concetto. Per troppo tempo ho cercato l’amore negli altri e dentro di me e non sapevo che c’era e che mi mancava. Beh insomma poi l’ho ritrovato ed è tornato tutto a posto.
E mi pareva che per loro, i ragazzi di questa storia, avrebbe potuto essere lo stesso, ma con un finale diverso. E se non si fossero ritrovati più?
Io l’amore l’ho ritrovato e apparteneva a quei 16 anni terribili e meravigliosi, e mi sento una persona con una fortuna sfacciata, ma loro ci sarebbero riusciti? Avrebbero superato i km. di distanza, le differenze di carattere, gli amori intercorsi, e avrebbero capito? Perchè, chiaro, amarsi si amano, io lo so, io lo sento dentro, tra parentesi l’ho sempre saputo, e so anche che se uno dei due avrà il coraggio di farsi perdonare (quel molto che è passato) tutto può ricominciare e diventare la loro vera vita per sempre (insomma sempre è una parola grossa, ma qualche volta va pure detta, dai).
Ora le cose stanno in bilico, suppongo che tutto dipenda da lei, se avrà il coraggio di perdonare e di abbandonarsi a quell’amore naturale che era stato il loro grande impegno di prima, ma innanzi tutto il loro porto sicuro, la loro palestra per diventare forti e crescere e per credere in se stessi.
Qualche volta bisogna lasciarsi per capire. Qualche volta bisogna riincontrarsi per risentire quel tuffo al cuore che si era dimenticato e che era perduto nella memoria. Cosa vincerà? La ragione? Il cuore?
Questa partita mi appassiona, e vorrei parlare e dire, ma taccio perché se io so, come dovrebbe finire il gioco, non è giusto che ne riveli le regole. Quelle sono tutte da scoprire e le difficoltà sono tutte da superare. Non c’è esperienza degli altri che serva, è solo dentro di noi che possiamo trovare la grande capacità di tornare sui nostri passi.

Beh, auguri, ragazzi, che il peso del tempo vi sia lieve 🙂 per quanto mi riguarda 42 anni sono volati e adesso posso dire di non avere più qualcosa che mi manca…

Una piccola storia ignobile

In amore, Anomalie, Donne, uomini on 24 Mag 2011 at 13:03

Indomita era il suo nome, ma non quello vero però. Gli amici la amavano proprio per questo, ma anche per altre cose. Era bella, sì, e fiera. Indomabile come un cavallo di razza. Il suo sorriso rischiarava la notte e lei nella notte navigava fendendo il buio con il coraggio di chi non conosce paura.
In fin dei conti temere la notte e il mondo l’avrebbe resa diversa e lei diversa non voleva essere e non vedeva il rischio di esistere e di ostentare la sua precisa volontà di donna libera e senza briglie addosso.
Tutto sommato gli altri avevano paura di lei e per lei. Quello era cosa degli uomini; in particolar modo. Le ragazze invece la invidiavano e qualcuna più invidiosa delle altre la disegnava, più che coraggiosa, incosciente.
Nessuno avrebbe dovuto volerle male, ma il mondo a volte è male senza neanche un perché. E il male può fare davvero male senza guardare in faccia nessuno.
Era stato solo perchè lei lo aveva rifiutato. Una cosa banale, che poi era stata anche gentile nel farlo. Certo aver trascorso un po’ di tempo insieme non voleva dire restarci per tutta la vita. Certo lui ci aveva sperato. Era sicuro che una donna non cercasse altro che farsi una famiglia, e poi un uomo quando possiede una donna sa che resterà per sempre sua. In suo potere. A sua disposizione. E lei se n’era andata, con leggerezza come se… se lui avesse l’inconsistenza dell’aria o fosse un fiore appena succhiato. Via leggera portandosi dietro il suo profumo d’albicocca.
Indomita era il suo nome e lui se la prese tutta. Le rubò il coraggio e la fierezze, le rubò in un colpo solo la sua leggerezza. Rimase scomposta e annullata su un prato di periferia con il corpo inanimato a raccontare la sua piccola storia ignobile. Ora quell’uomo si sentiva svuotato di tutto. La vendetta non era stata un piacere come aveva pensato. Lei sarebbe stata sua per sempre e di nessun altro. Ma non ne provava gioia.
Brutto stronzo idiota, noi tenevamo per lei, era lei che sapeva volare, era lei che aveva diritto di esistere. Non chiedere il nostro perdono se mai capirai cosa hai fatto. Annegati nel tuo fango e nella tua nullità.

Vola, farfalla, vola….

In Amici, musica, personale on 1 ottobre 2010 at 21:02

In silenzio, come hai vissuto, ti sei staccata dalla terra in un volo di farfalla.
Ti porto nel cuore, dolce Chizuko…

La vita è un battito di ciglia

In Donne, La leggerezza della gioventù on 10 marzo 2010 at 1:24

A dirla così sembra che si è nati e poi ci si accorge in un attimo che siamo alla resa dei conti e che tutto sta per finire. Ma no, dai, non è proprio così. Io per esempio ho vissuto in una vita tante di quelle altre vite che a pensarci mi si confondono le idee. Questo da sempre, non solo da quando ho, come si suol dire, l’uso della ragione. Il mio compagno mi dice ridendo: “Eri bella, peccato che non avevi testa.” Queste cose lui le sa perché quando ero giovane ne pagò il prezzo. Da parte mia la mia vita è andata in molte direzioni e tutte molto diverse fra loro. Ho vissuto tutte le gamme di un’epoca che era la mia, da ragazza con l’eskimo a ragazza con la pelliccia, poi sono tornata all’eskimo senza che sia più una moda e la pelliccia l’ho messa in soffitta a far da nutrimento alle tarme. Non che l’abito faccia il monaco comunque, ma qualcosa vuol pur dire. Insomma confesso che ho vissuto certo, ma saltando un po’ di palo in frasca. Ho vissuto cercando una connotazione politica che fosse vicina al mio modo di pensare, ma a quel tempo era facile, perché erano gli anni della contestazione e divennero gli anni della formazione politica. Allora lavoravo in una fabbrica e portavo l’eskimo. Allora ero giovane e mi si perdonava tutto. Mi mescolavo agli operai assieme agli studenti. Facevo un po’ da lasciapassare, servivo da ponte tra gli uni e gli altri. Ma poi avevo preso un abbaglio. Non si trattava di sbagliare bandiera, ma si trattava di fare copia fissa con uno studente che teorizzava bene, ma professava male. Certamente lui era impegnato nella rivoluzione, ma io, che ero donna, dovevo fare la calza. Non è che a quel tempo la mia vita fosse proprio mia, dovevo fare i conti con gli adulti e con le idee dei miei coetanei. Dovevo sapermi equilibrare tra generi e ruoli. Non ero davvero brava ad adattarmi. Non la pensavo né come le altre ragazze, né come i ragazzi della mia generazione. Ero in continua trasformazione e a disagio con le mie idee. Oggi il mio compagno afferma: “Da te mi sarei aspettato delle reazioni diverse. Una vita diversa.” Ma cosa potevo fare con la testa che mi ritrovavo! Così superai lo scoglio dello studente che mi voleva moglie e madre dei suoi figli. Inutile dire che a camminar da sole a volte è meglio. Ma per star da sola non avevo la stoffa, anche se avevo deciso di diventare più colta ed indipendente. Mi iscrissi ad una scuola serale e andai ad abitare con un’amica. La difficoltà stava nel mantenermi con i proventi del mio lavoro. Da quel momento iniziarono i miei lavori alternativi che furono tre o quattro e di diversa natura. Al mattino impiegata in un ufficio, al pomeriggio battevo a macchina tesi di laurea e articoli, facevo da segretaria ad un comitato di economisti e qualche volta facevo la babysitter. Nel contempo studiavo. Una certa dose di libertà costa cara. Io quel prezzo intendevo pagarlo. Ma sul più bello della corsa all’indipendenza conobbi quello che dopo innumerevoli anni divenne il padre di mio figlio. Da qui iniziò un’altra storia. Perché mi trasformai dalla ragazza con eskimo, per vari stadi intermedi alla donna sofferta ma con la pelliccia. Non che il mio incontro con quell’uomo mi portò ad essere ricca, ma certamente mi fece sviluppare il senso per gli affari e il mio coraggio per gli azzardi. Così comperai casa e misi in cantiere un figlio. Il mio compagno ripete: “Hai avuto più culo che testa.” Perché lui della mia testa diffida e a ragione. Così arrivai a crescere un figlio e ad avere una pelliccia. Sulla storia di quella pelliccia poi c’entra solo il caso. Un senso di colpa dei miei genitori che ne avevano regalata una a mia sorella e così, a pensarci bene, si sentivano meno a disagio di regalarne una anche a me. Non che la cosa mi sembrasse necessaria, ma a loro sembrava che non avrei potuto farne a meno. Li accontentai in questo e anche per il battesimo del mio piccolino. Me la sentivo che dovevo lasciare a lui la scelta. Se era per me me lo sarei risparmiata, ma questo forse è frutto di aver frequentato la materna e le elementari dalle suore. Si sa che dopo certe esperienze si esce atei. Così dopo qualche anno arrivai a più miti rapporti con il matrimonio. Tentai la sorte che avevo 41 anni e mio figlio ne aveva 7. Ovviamente l’uomo era sempre lo stesso, col tempo avevo imparato ad essere più tranquilla e a reggere con più maestria il mio ruolo di donna. Sì, dai che lo sapete, non fate finta di non capire, donna non è mai o ancora uguale all’uomo. Donna ha molti valori. Donna è lavoro, maternità, matrimonio, fedeltà, appoggio, gentilezza, comprensione… insomma è tante cose ma mai proprio libertà. La mia vita ancora cambiò. Questa volta non fu colpa mia, lo fece il destino. Non un destino favorevole, ma ci si aspetta anche questo dalla vita. Rimanemmo soli, io e il mio bambino. Le esigenze erano aumentate, mio figlio doveva studiare ed io non volevo che dovesse fare i conti fin da subito con le difficoltà. Allora mi inventai un nuovo lavoro che non era il mio. E divenni una donna manager, o almeno qualcosa che le assomigliava. Dividevo il mio tempo difficile con un lavoro estenuante e l’interesse per mio figlio. Faticammo tantissimo perché anche lui doveva accettare la nostra nuova dimensione. Il mio compagno dice che: “Le tue storie sono incredibili. Tanto per non cambiare; non ti sei fatta mancare nulla.” Forse ha ragione. Mi sarei risparmiata tutta questa fatica, se allora fossimo rimasti insieme. Passò altro tempo. Io pensavo che mi aspettasse solo lavoro e responsabilità. Poi incontrai il mio marito giovane. Una storia di uomo mai cresciuto e di donna materna e crocerossina. A far da infermiere ci si guadagna molto poco. Appena appena il malato si riprende, dopo cure serrate e notti insonni a tenere la mano, arriva il giorno che esce dall’ospedale bene o male convinto di essere guarito e si cerca una donna diversa che abbia mansioni diverse. E così dopo tanta vita passata a dare, dare e dare, ma con che risultato non saprei, mi ero ritirata a vita privata. Il lavoro e i miei libri, un figlio adulto che vive la sua vita. Quando lo dico al mio compagno che io a stare sola non ci stavo male lui mi guarda e ripete: “Ma scusa, non è meglio stare in due?” Su questo ha ragione. A star sola ci avevo l’abitudine, ma adesso ho ritrovato lui. Cosa dire? So bene che ho vissuto un mucchio di vite. So anche bene che sono stata diversa da quello che avrei potuto essere. La vita cambia. La vita insegna. Ci modella a suo piacimento. Poi succede che ritrovi il tuo ragazzo del 1968 e ti accorgi di aver pensato spesso a lui. Ti trovi anche ad aver parlato di lui con gli amici. Ti senti un po’ stronza, ma anche emozionata. Forse un pizzico gelosa perché credi che la sua vita sia stata unica e molto molto migliore della tua. Credi che sia diventato l’uomo che avrebbe voluto diventare, non come te che hai sempre arrancato in salita. Pensi che un giorno o l’altro troverai un suo libro di poesie in libreria. Sai che le riconosceresti anche se non portassero il suo nome. Tu sai che con lui la vita sarebbe stata diversa. Che tu donna saresti stata diversa. Ma è solo un ragazzo perduto nel tempo. E’ un uomo che oggi ti avrà certamente dimenticato. Non ti chiedi più chi eravate insieme, ti dici solo che il tempo ormai ha fatto la sua corsa. Ora sei serena perché non ti aspetti più nulla dalla vita. E invece no. La vita ti aspetta all’angolo. Non bastano 42 anni a fare la differenza. Non bastano tutte le storie e i percorsi a cambiare gli attori di questa vita. Ora ho ritrovato la storia della mia vita. Ora siamo in due a raccontarla. Certo il mio compagno mi sfotte per tutti i giri che ho fatto per poi finire di nuovo tra le sue braccia. Certo che anche lui si è plasmato una vita che non era quella che voleva. Il destino ci aveva dato delle opportunità, ma noi eravamo troppo sciocchi per saperle cogliere. Ma di tutto questo ora sappiamo solo sorridere, anche se gli faccio sempre una linguaccia quando sostiene che “Eri bella, ma non avevi proprio cervello!”

Risposta ad una lettera anonima sullo stupro

In Anomalie, Donne, uomini on 19 febbraio 2010 at 14:45

Cara ragazza, come puoi pensare di non essere capita? Come puoi sentirti al di fuori della comprensione umana. Credimi se ti dico che ogni donna nel cuore, in qualche modo sa quello che provi. Anche se non dovessimo aver subito mai quell’insulto, la nostra anima e la nostra mente si ribellano a quello che ti è successo, anche al solo pensiero.
Se ti senti sola ad affrontare questo frangente e se pensi che non saprai come convivere con questa ferita nell’anima e nel corpo, non ti consolerà il sapere che molte altre hanno vissuto come te, per leggerezza o per sfortuna, la tragica esperienza di una violenza sessuale. Certo, lo sappiamo, non è l’unica violenza che può distruggere una donna. Serve tener presente che ci sono altri tipi di violenza ingiustificata, per esempio la violenza fisica continuata e la violenza psicologica, che alla fine, a lungo andare, distruggono in egual misura la psiche di una donna.
Tu sei stata sincera con me. Hai raccontato che per una leggerezza porterai il segno per la vita. Uno stupro non può che segnare per sempre. Ti chiedi anche se è successo per colpa tua, per una tua ingenuità o per faciloneria, ma non è così. Nessuno mai, può forzare la volontà di un altro essere umano. Un “no!” è no ed un “sì!” è sì, non ci sono interpretazioni. Gli uomini devono imparare ad essere uomini. Le donne devono imparare che ogni offesa che ricevono non fa parte integrante del loro destino di donna.
So come ci si sente quando si è giovani. So quanto si è spavaldi e pronti ad affrontare spensieratamente la vita, ma questo non può diventare una colpa. Non è possibile trasformarsi in persone diffidenti e spaventate perché la vita ti costringe ad esserlo. E’ la libertà un diritto inalienabile e non si può rinunciare a questo diritto solo perché gli altri, in questo caso gli uomini, possono comodamente fraintendere e trovare giustificazioni ad un operato che nemmeno l’istinto brutale può giustificare.
Chi lo dice che una donna che si esibisce poco vestita, o che esce di sera oppure che è più estroversa di altre, deve per forza aspettarsi o desiderare di essere violata? Chi dà il diritto ad un uomo qualsiasi di pensarlo? Di ritenersi in diritto di farlo? E’ questo che una società civile deve riuscire a cambiare, non solo reprimendo in modo significativo ogni gesto che viene fatto in questo senso, ma soprattutto attraverso un’informazione capillare e una battaglia culturale rivolta a tutti i livelli e i generi sociali.
Non credere che la razionalità che mostro non sia anche rabbia che provo, non pensare che ne parlo solo per sentito dire. Riesco ad appartenere allo sparuto gruppo che può dirsi di non aver subito uno stupro, solo perché in un caso, quando avevo probabilmente la tua età, sono riuscita, senza spiegarmi come, a venirne fuori. Forse io ero troppo arrabbiata e determinata o forse, solo, lui si era spaventato della mia reazione e non ha avuto la forza o il coraggio di continuare. Sono soltanto stata fortunata ed è molto triste dover pensare così. Non è normale, non è naturale.
Vorrei poterti dare un consiglio, ma so che comunque non servirebbe a renderti più accettabile quello che è accaduto. Però di aiuto hai bisogno. Informati e rivolgiti se puoi ad un Centro Donna, ce ne sono molti dislocati nel territorio, lì ci sono assistenti sociali, psicologhe e avvocati donne che possono esserti di supporto e farti percorrere questo cammino nel modo meno doloroso. Sai tutto questo non può passare sotto silenzio. Il mondo deve imparare il rispetto. Può impararlo con intelligenza, riflettendo sul valore della dignità umana, o con una posizione di ignoranza e menefreghismo che però dovrebbe venire socialmente punito in modo esemplare. So che tu non vorresti che altre vivessero quello che hai vissuto tu, ma so anche quale prezzo dovresti pagare per rivendicare il diritto per tutte. Pertanto qualsiasi decisione prenderai, sappimi vicina, forse non totalmente d’accordo, ma pur sempre completamente solidale.
Tua amica Ross

La leggerezza della gioventù.

In Gruppo di scrittura on 21 settembre 2009 at 16:27

Loro erano belli. Di quella bellezza che solo chi è così giovane riesce ad avere. Le facce sorridenti e pulite dei loro quasi vent’anni. Eppure non era così facile. I sorrisi non sono scontati e nemmeno la bellezza e la pulizia. Certamente i sogni non lo sono mai e tanto meno la fortuna di riuscire a realizzarli. Loro sognavano e pensavano di avere diritto ad una possibilità, non tanto perché erano giovani, perché, quasi sempre, ai giovani si concede qualsiasi cosa, ma soprattutto perché erano innamorati e questo rendeva, almeno potenzialmente, tutto possibile.
Il gruppo di amici li guardavano nascondendo malamente l’invidia. Non che non piacesse la loro felicità, solo che ognuno avrebbe voluto averne di riflesso un pezzetto o almeno esserci dentro pur solo con una mano. Ma nessuno poteva toccare. Nessuno aveva il diritto di entrare.
Si conoscevano da poco e, cosa strana, non si erano mai visti prima. Difficile per quella città. Quasi impossibile. Una città in mano ai vecchi. Un manipolo di giovani soltanto. Loro c’erano e questo bastava. Lui si chiedeva dove si era nascosta fino ad allora. Erano increduli. Erano incredibili. Lei era appena uscita da un’ adolescenza umorale e ribelle, lui masticava pane e politica, ma aveva scelto la strada irruenta del tutto subito senza mediazioni.
Camminavano per strada con il naso all’aria. Certi che niente li potesse fermare. Sicuri che la vita avrebbe elargito il suo tributo alla loro giovinezza, al loro coraggio, alla loro leggerezza. Si amavano senza lasciare che l’aria diventasse rarefatta intorno a loro. Non si guardavano intorno. Non capivano la malizia e la cattiveria. Non si aspettavano ferite dalla vita.
Era troppo bello uscire in compagnia. Parlavano senza consentire respiro al tempo, cianciando del mondo come se bastasse uscire dalla porta per conoscerlo o saperlo girare in lungo e in largo. Si credevano forti ed invincibili. Lo erano nei loro sogni e anche in quelli degli altri.
Andarono una domenica, qualche giorno dopo che si erano dati il primo bacio. Destinazione montagna. Fredda giornata di sole, profondo cielo azzurro, sopra una coperta di neve. Anche gli altri elettrizzati dai loro sorrisi pensavano che sarebbe stato bello fare come loro. Scambiarsi baci e carezze. Era un’occasione, forse non sarebbe potuta ricapitare. Qualcuno scattò quella foto. Lui che guardava da una parte, con l’immancabile sigaretta tra le dita, lei che guardava dall’altra con lo sguardo di chi ha ricevuto la solenne promessa di un mondo perfetto. Piccoli ragazzini inesperti. Ingranaggi della gioventù. Sognatori disillusi. Artisti senza tela e senza poesia. Tutto era rimasto lì. In quel giorno perfetto. Sotto quel cielo sconfinato. Con un orizzonte lontano a cui si erano promessi perchè sapevano che loro non potevano mancare.
Ora lei guardava quella foto. Una malinconia dentro all’anima. Un ricordo vago di quel ragazzo con il ciuffo. Il gesto familiare delle mani che lo allontanavano dalla fronte, e quel sorriso senza difese. Ora lei ricordava quell’amore sfrontato e romantico, sopra quella neve purissima. Una nostalgia pungente. Lei ricordava ciò che aveva cercato di cancellare, non che fosse l’unica cosa, assieme a questa molto altro aveva abbandonato per strada. Ricordi inutili. Ricordi che intralciavano i pensieri. Ora non servivano più. Il tempo sapeva cancellare anche il sole dalle fotografie.
Lei, intanto, in silenzio, con i pensieri che le formavano una piccola ruga tra gli occhi, accarezzava immemore il piccolino che scalciava dentro alla sua pancia. In fin dei conti era solo una pancia troppo grande per un corpo così minuto da bambina.

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