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Anche un salame fa resistenza…

In Amici, amore, Anomalie, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Viaggi on 19 gennaio 2013 at 10:52

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Glielo avevo promesso in una serata a Venezia sotto una pioggia fredda e torrenziale: “Che cosa ti posso portare dall’Italia?” Lui mi aveva guardato con il suo sorriso solare e con sul viso ancora i segni dell’abbronzatura dell’ultima volta che era stato in Palestina, e doveva ripartire presto, c’è stato solo un momento di incertezza poi aveva risposto, con l’allegria di un ragazzino di fronte alle caramelle: “Portami un salame che tu non sai quanto ci manca quando siamo lì…” E così ho fatto. Il salame dentro la valigia in volo Venezia-Roma-Tel Aviv insieme ai peluche e alle collanine di vetro di Murano, tutti regali per i nuovi e vecchi amici in Palestina.
Veramente non sapevo che problemi quel salame avrebbe potuto crearci ad un controllo alla dogana, ma avrei fatto carte false per portarlo ai ragazzi di At Twani.
La sera prima avevamo cambiato l’albergo, adesso eravamo sulla strada di Betlemme, dove alla sera ci siamo fermati a fare una breve visita sotto le luminarie di un incongruo albero di Natale. Una visita veloce alla chiesa della Natività illuminata sapientemente per ricavarne tutto il magico incanto.
Si entra da una porta bassa talmente tanto che bisogna chinare umilmente la testa, più logico era il fatto che da quella porta sicuramente non si sarebbe potuto entrare montati a cavallo e in armi.
La chiesa condivide la piazza con una grande moschea, nessuno ci fa caso, qui come a Gerusalemme, da molto tempo, non si fa questione di religione.
Dietro la moschea i negozietti pieni di oggetti mi fanno iniziare la ridda degli acquisti 8 Kufije di colore diverso, aggiunte alle 6 che avevo comprato in Egitto, avrebbero fatto parte della collezione più fantastica che possedevo. Ma al ritorno sono durate poco, come per quelle egiziane ho trovato a chi donarle come ricordo e me ne sono rimaste solo due.
Tornerò in Palestina e ne prenderò un vagone così i miei amici se le sceglieranno abbinandole al colore degli occhi.
Anche questo fa parte del viaggio: entrare e trattare con i bei ragazzi che vendono la merce e che ti chiamano Mami… eh sì tutti figli miei, e mi donano un sorriso mentre contrattano divertendosi il prezzo fino allo sfinimento…
Ma si riparte presto per le colline a sud di Hebron, salame in resta e un buon vino rosso palestinese della produzione Cremisan dal nome evocativo The star of Bethlem, e con tanta emozione sapendo di ritrovare i ragazzi italiani di operazione Colomba.
E il villaggio di At Twani lo conoscevo già, tante volte avevo proposto e mostrato in Italia il film Tomorrow’s Land e quindi ne conoscevo le problematiche e le pietre e pure tutti quelli del Comitato popolare che con pazienza ci raccontano della lotta quotidiana contro i coloni aggressivi e violenti. I bambini del villaggio nei loro grembiulini di scuola aspettano la camionetta dell’esercito per andare a scuola e noi aspettiamo con loro. Una cinquantina di persone controllano ogni mossa dei soldati e il terreno intorno al villaggio. I pastori portano le pecore a pascolare sotto gli occhi degli internazionali sulle loro terre, ma un po’ più distante, dove di solito vengono fermati e cacciati.
Passa il tempo e arrivano gli splendidi ragazzi italiani che aiutano il comitato nelle cose di tutti i giorni. Con attenzione e serietà, aspettano che la camionetta segua con solerzia i bambini per la strada di scuola, onde evitare gli assalti degli energumeni che si credono autorizzati da dio anche a pestare e spaventare i piccoli.
Più di cento occhi seguono i movimenti dei soldati e i pastori al pascolo, nella pietraia della loro terra.
Sulla collina di fronte un insediamento di casupole sta diventando una colonia e la terra buona nella valle è già stata confiscata e il villaggio resiste su una zona che i soldati hanno denominato firing zone e che dovrebbero usare come zona di addestramento militare, ma che alla fine si trasforma in colonia, come da sempre, come da tutte le altre parti.
At Twani resiste, è un villaggio di gente tosta, che vive del minimo, ma che non intende sottostare alla demolizione delle loro case. L’esercito non ci penserebbe due volte, ma la Corte di Giustizia è subissata di richieste da parte del Comitato, avvocati israeliani per i diritti umani li aiutano e loro non intendono andarsene, malgrado l’ingiustizia delle bastonate e degli animali uccisi, degli ulivi sradicati e della volontà di cancellare il villaggio dalla carta geografica. Una lotta dura e pacifica com’è dura la vita di tutti i giorni anche se i bambini sorridono e i pastori ci salutano da lontano.
In un momento di disattenzione di tutti, passiamo il salame e il vino ai ragazzi. Una stretta di mano e un caldo sorriso (non possiamo abbracciarci come vorremmo) ma che importa, tanto loro sanno il bene che noi gli vogliamo e quanto ci stanno nel cuore.
Quelli del comitato ci portano il pane caldo e il tè dolce… generosità fantastica anche nella povertà. Tra le cose di artigianato trovo un ricamo incredibile: una donna palestinese col vestito della festa, la brocca sulla testa che porta l’acqua alla sua casa in un paesaggio della Palestina antica dove la pace regnava e le donne sorridevano del poco che avevano.
Penso che non è un ricamo di oggi, è storia vecchia, ma il senso di pace che mi trasmette vale il costo del piccolo capolavoro.
Lasciamo il villaggio con un senso di perdita. Non sappiamo se un’altra volta che torneremo ritroveremo ad aspettarci ancora Afez e il suo inglese pulito e le donne regali che abbiamo incontrato, la bella bambina che chiede di farsi fotografare e la nonnina che ci saluta dalla strada e che sembra benedirci da lontano.
Tornerò ad At Twani, anche se due camionette dell’esercito hanno eruttato i soliti soldati armati pronti a mostrare i muscoli e il testosterone, non ci fanno paura, ci fanno solo rabbia. Tutti stiamo fermi a guardarli negli occhi… sono loro a fingere di essere lì solo per ragioni si sicurezza, e che siamo noi fuori posto e non loro, ma noi siamo nel nostro diritto come tutti quelli del villaggio che faticano a ricavare dalle pietre il loro sostentamento e che non se ne vogliono andare in un campo profughi qualsiasi, dentro ad un’altra prigione sulla loro terra trasformata in un inferno. Ma anche noi stiamo imparando velocemente che la regola è non avere paura e resistere fino all’ultimo respiro, passo dopo passo, con un margine risicatissimo di futuro. E’ dura… molto dura, e guardiamo questi palestinesi con ammirazione e con tanti sensi di colpa, e torneremo in Italia cambiati dentro… lo so… lo sento. Ma noi facciamo la differenza, comunque, noi siamo l’opinione pubblica, noi torneremo a casa a raccontare e non ci sarà più nessun giustificazione che tenga: i palestinesi vanno salvaguardati dall’esercito di occupazione e dai coloni criminali, vanno liberati dai vincoli e dai soprusi della politica di uno stato infame, che salvaguarda i suoi interessi e si sporca di genocidio, che chiede compassione per la sua storia triste e passata, perpetrando in nome di questo un’ingiustizia peggiore.
Ma il nostro viaggio continua e a pochi km. c’è Mufaqqarah il villaggio beduino.

Il mare rubato

In amore, Anomalie, Viaggi on 9 gennaio 2013 at 20:36

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Non c’è nulla di rude in questa terra, nemmeno il deserto. E’ bella la terra che si raccoglie in colline a volte brulle e a volte boscose, è bello il mare anche se è stato del tutto rubato.
Il mare se lo sono preso loro, tutto, e la costa l’hanno trasformata in un susseguirsi di grattacieli con qualche spicchio per le vacanze delle loro famiglie in cerca di pace. Tutto rubato, anche quello della striscia di terra che si chiama Gaza. Lì il mare è solo uno specchietto per le allodole, è solo e comunque un lato del carcere che porta quel nome.
Ho visto un giorno un video dal titolo “Palestina – Sognando il mare”, perché in Palestina non si sogna solo di riavere la propria terra ma anche di poter vedere ancora il proprio mare, una delle tante risorse che ora, i palestinesi, hanno negate. Quel video che ho visto, girato con un semplice telefonino, mostrava cinque ragazzi che si inventavano il mare nel cortile di casa, pescando nel catino di plastica le paperelle e leggendo il giornale al sole crudele della loro terra occupata.
E così io, invece, incontro il mare di Haifa e quello di Jaffa, ne percepisco di lontano l’odore e lo cerco con gli occhi e con i sensi… io donna di mare, nata con l’acqua salata mescolata col sangue nelle vene, io che senza il mare mi sento male, mi manca l’aria, mi par di morire… io, stranamente, solo ora mi rendo conto che in questo paese non c’è stata solo una sottrazione di territorio, non è solo un negare terre da coltivare e su cui vivere, su cui costruire la propria casa o sulla quale far crescere i propri figli, ma anche furto dell’acqua dolce o salata, quella magia che serve a non far rinsecchire e morire la vita, per liberare ancora l’immaginazione verso il futuro.
Ma i palestinesi hanno convissuto anche con il furto del mare, quello spazio visivo e olfattivo che fa parte del movimento della vita. Quel mare di cui io non saprei farne a meno… e loro? Sanno e sapranno farne a meno per sempre?
Il mio viaggio continua, ma improvvisamente devo scendere dalle stradine della città vecchia al lungomare antico, non posso fingere di non sentirne il richiamo… cerco un varco per avvicinarmi all’acqua e poterla toccare… ma il varco non c’è. Anche questa libertà è stata proibita, vietata.
E vivo la perdita di un diritto, di una possibilità di crescere in libertà, in compagnia dei miei pensieri e delle mie riflessioni… Rivivrò tutto, di nuovo, quando andrò nella Valle del Giordano e cercherò come una scema il fiume della mia immaginazione, che non c’è più, rubato e rinsecchito, pure quello, senza provare alcun rispetto per l’ambiente e l’uomo, per il diritto di tutti, per i diritti degli altri.
Ad un certo punto decido di toccare l’acqua del mare e vedo i miei compagni di viaggio che mi guardano stralunati… sembrano chiedermi: “Ma cosa stai facendo, cosa vai cercando?” Cosa posso rispondere se nemmeno io riesco a spiegare che sto cercando l’odore della libertà…

Viaggio, con biglietto di sola andata…

In amore, Anomalie, Viaggi on 8 gennaio 2013 at 23:29

SONY DSCSono tornata, ma si fa così per dire.
Con la mente non ci sono, non sono tornata affatto e mi accorgo che nemmeno il tempo è passato, si è bloccato lì… senza contare che le mie emozioni si sono cristallizzate e dovrei metabolizzare. Inutile ogni tentativo, perché per metabolizzare bisogna fare almeno un tentativo di accettare o almeno tentare di comprendere. Comprendere nel senso si contenere e io non riesco più a farlo, mi sento un contenitore troppo pieno che è traboccato. Ogni movimento o pensiero e qualche cosa di più, di troppo.
Era semplicemente un viaggio di conoscenza, di persone che pensavano di conoscere quasi tutto e invece non era così. Io non conoscevo… non a sufficienza comunque.
Siamo arrivati di notte fonda e non abbiamo trovato nessuna difficoltà, nessuno avrebbe pensato fosse così facile. Vuoi vedere che forse mi hanno raccontato delle storie… non può essere così facile entrare senza sapere che invece poi era così complicato uscire… ma poi eravamo davvero usciti? Ma andiamo per gradi:
Jerusalem con le sue mura così rassicuranti. Vecchia città di storia e di convivenza, perchè non puoi essere di tutti o in particolare solo di te stessa? Nelle stradine lontano dal mercato ci sono i poliziotti e gli uomini del Municipio che cercano le case da demolire ovviamente in Jerusalem est dove non si può ottenere mai un’autorizzazione per costruire. Proprio oggi ne hanno demolita una e chissà se si sono fermati lì oppure hanno coinvolto anche i vicini, così potevano chiedere di essere ripagati per la loro buona volontà. Ma non vale per gli altri. Quelli, gli altri costruiscono un brutto muro grigio che separa una strada a metà, dividendo in due i palestinesi che abitano a sinistra da quelli che abitano a destra e che a Jerusalem non potranno più entrare. Erano gerosolimitani, ma adesso non più, la loro carta d’identita cambia colore, cambia la scuola che non si può più raggiungere, la sorella o la madre che vedevi attraversando la strada, adesso parevano distanti come in un altro mondo.
Ma Jerusalem rimane immutata e bellissima, con i suoi tanti campanili e minareti, con quelli che pregano sotto e che vorrebbero sterminare quelli che pregano sopra e quando i muezzin chiamano alla preghiera, quelli sotto invidiosi mandano a tutto volume le loro canzonette di guerra da soldatini di dio. Dio strettamente immobiliarista che promette casa a destra e a manca, anche quella casa che non è di suo diritto, ma non è il regno dei cieli la sola casa di dio?
Questa terra me l’ha promessa dio e io ci faccio quello che voglio… che dio sciocco ed imprevidente se gli alberi vengono tagliati sulle colline e al loro posto nascono bianchi condomini, testimoni della stupidità umana. Case nuove da riempire di gente senza scrupoli, pronta a ripetere quella storia infinita che tanto male aveva fatto e che tanto crudele continua ad essere pure oggi.
Muri, recinzioni e difese… pronte a chiudere dentro o chiudere fuori, nessuno sa chi è prigionieri di chi o forse sì, qualcuno diventa prigioniero di altri, qualcun altro si fa prigioniero di se stesso.
Eppure Jerusalem rimane lì immutata mentre la luna piena illumina le cupole delle moschee e le mura rimangono immote. E io guardo attonita l’anno nuovo che arriva, già pregno di cattivi presagi…

Due o tre appunti di buonsenso

In Anomalie, Guerra, Informazione on 29 novembre 2012 at 15:22

Oggi è il 29 novembre 2012, giornata mondiale ONU per la Palestina, e proprio oggi Mahmoud Abbas, presenterà la richiesta a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina come membro osservatore all’assemblea ONU. Questo malgrado tutti i ricatti e ricattini per bloccare la volontà di autodeterminazione dei palestinesi.
Le mie perplessità, non si riferiscono a questo, perché ritengo che sia ora che la Palestina venga in qualche modo riconosciuta, essendo realmente un’entità politica e sociale col diritto di autonomia e autodeterminazione, ma sono realmente strabiliata dalle posizioni di alcuni paesi dell’Europea.
Mi chiedo come può la Gran Bretagna, tralasciando la sua gravissima e determinante responsabilità nel conflitto Israelo-palestinese dire: “Io ti riconosco come Stato osservatore, solo se ti impegni a non denunciare Israele per crimini di guerra…” .
A parte il fatto che è un ricatto bello e buono e anche dei più meschini, ma non è che dicendo così affermi che Israele questi crimini di guerra li ha fatti davvero e che preferisci non vengano giudicati?
E’ la richiesta di un paese civile, moderno e democratico?
Direi che come molte altre dichiarazioni, quella dell’Inghilterra dovrebbe essere considerata alla stregua di un ricatto politco ingiusto e vessatorio.
Di seguito c’è il problema dell’Italia: è giusto che un governo non eletto dagli italiani si pronunci su un affare di politica estera, in rappresentanza del popolo italiano e per suo nome e conto?
Ultimo appunto: non è che la Germania che vota no lo faccia solo per la sua lunga coda di paglia nei confronti degli ebrei, che si sa non è che alla fine siano tutti israeliani, e soprattutto sionisti.
Ovviamente si capisce da che parte sto, e anche che non amo i calcoli che vengono fatti in base ad interessi e a presunti utili di ritorno. Io che sono ancora idealista, non posso accettare la realtà di poltiche internazionali che non tengano conto dei diritti umani e soprattutto del diritto all’autodeterminazione di un territorio che figura da troppi anni sotto occupazione armata e sotto assedio di un altro paese che si autodefinisce democratico, e su questa definizione ho sempre più dei dubbi se non certezze.
Ma, è chiaro che sembrerò spovveduta e qualcuno dirà che non capisco niente di politica, però, d’altra parte,  io cerco l’Utopia… mica mi dò delle arie di sapere come si governa il mondo, ma almeno, al problema, ne ho un approccio umanitario ed è questo che mi importa.

L’umanità di Napoli

In auguri, Gaza, Giovani, Informazione, personale, politica on 16 ottobre 2012 at 16:43

C’era tutto: il sole, il mare e il cuore dei napoletani!

Napoli è una città bistrattata. Nell’immaginario dell’italiano del nord, questa città è vissuta come caotica, sporca e piena di napoletani. Certo bisognerebbe anche precisare il senso comune di: napoletanità. Una parola sola che racchiude in sé un sacco di aggettivi non del tutto positivi, anzi direi che sono normalmente considerati negativi. Non sto lì a spiegare quanti siano i luoghi comuni che circondano Napoli e i suoi abitanti. Ed invece a me che ci sono stata realmente, ossia che ci sono andata per qualche giorno, senza portarmi appresso i soliti pregiudizi, posso dire che in questo incontro improvvisato, me ne sono innamorata.

Oltre al fatto che Napoli è bella, solare e ci ha pure il mare, questa città è abitata anche dai napoletani che sono una parte importante della sua bellezza e della sua capacità di essere umana.

Ma arriviamo subito al dunque. Venerdi 5 ottobre 2012, dall’azzurro mare che bagna Napoli è arrivato il veliero Estelle, con destinazione Gaza.

La nave Estelle è partita dalla Svezia, il maggio scorso, e di porto in porto ha raggiunto Napoli, come sua ultima tappa, nel viaggio verso Gaza per portare in quell’angolo di mondo dimenticato, la solidarietà di un mondo di umani che vorrebbero mandare un messaggio di pace e di fratellanza.

Probabilmente, merito di un Sindaco, Luigi De Magistris, molto più umano e coraggioso di altri personaggi politici con maggior peso del suo, che ha ricevuto, con allegria e cordialità, l’arrivo del veliero.

Io sono partita da Roma il giorno 6 in un pullman di amici allegri e ciarlieri, tutti diretti a salutare “Estelle” e la sua partenza per Gaza, dopo aver caricato a bordo le reti da pesca, regalo di questa città, ai pescatori gazawi.

Noi si arrivava da Venezia, ma a vincerla tutta è stato un ragazzo palestinese che arrivava da Trieste, non il più a nord, ma almeno quello che veniva più da distante. Ma questo solo nel pullman che veniva da Roma,  perchè invece a Napoli c’era il mondo intero ad aspettarci e a mettersi in marcia, nella manifestazione verso l’Estelle, la cui bandiera svettava mescolata a quelle delle grandi navi da crociera al porto Beverello.

Le polemiche nate, a seguito di questa accoglienza, sono molte e molto spesso corredate da tutti quei pregiudizi che in genere colpiscono anche nel nostro paese: una popolazione invece di un’altra o una condizione sociale invece di un’altra. Il povero Sindaco in mezzo, ma anche tutti quelli che hanno, in queste due giornate, organizzato una specie di festa, con tanti saluti, abbracci e lacrime di vera commozione.

Indicare i 17 pacifisti a bordo di un vecchio veliero carico di reti da pesca, di palloni da calcio e buone intenzioni, come degli antisemiti (ma anche i palestinesi sono semiti e pertanto il discorso non vale) oppure come quelli che danno appoggio ai terroristi, visto che il terrore sembra, per loro, venire solo da quella striscia di terra tanto martoriata e non dal paese con l’esercito più etico del mondo che occupa illegalmente il territorio di altri.

Se Israele è un paese così umano, perchè per la prigionia di un suo soldato e dei razzi fatti col meccano, ha provocato un Piombo Fuso con 1500 morti palestinesi e 5000 feriti e continua a bombardare Gaza, ottenendo per giunta la copertura di nazioni potenti come l’America e l’Europa (con la presunzione di meritare il Nobel per la Pace)? E perchè per la libertà di quel soldato, Israele ha rilasciato 1500 prigionieri palestinesi sfiniti dallo sciopero della fame e dalla burtalità della detenzione? E’ come dire che un solo israeliano vale 3000 palestinesi (più  tutti le perdite chiamate volgarmente “effetti collaterali”).

Ma la polemica è arida e poco produttiva. Con le parole non risorgono i morti e non si risolvono i problemi e  le ingiustizie e pertanto bando ai discorsi e lunga vita ai pacifisti che veleggiano verso Gaza con il veliero da favola dal nome “Estelle”. Se riusciranno a passare vuol dire che anche in quel luogo sta aprendosi la strada una qualche forma di umanità che, a dirla tutta, malattia non è e seppur si trattasse di un virus vorrei che tutto il mondo ne restasse contagiato.

Restiamo umani, che è l’unico aggettivo di cui possiamo andare fieri.

“Un popolo senza terra per una terra senza popolo” ovvero come occupare una terra che non ti appartiene con il benestare di Dio.

In Anomalie, Informazione, Le Giornate della Memoria, Nuove e vecchie Resistenze, personale on 27 giugno 2012 at 22:43

Per molto tempo ho sostenuto inutili discussioni con persone che partivano dal presupposto che, tutto quello che non confermava le loro poco provate teorie, era assolutamente falso. Pertanto essendo il loro pregiudizio assoluto, nessuna prova concreta o ragionamento teorico o pratico poteva far di loro delle persone atte, almeno in parte, al dubbio.
Si possono consumare molte parole, portare prove, parlare anche con la voce di intellettuali di comprovate qualità, ma niente smuove la loro certezza: la loro è una fede, è pertanto è la verità.
Nulla possono i saggi di Shlomo Sand, docente di Storia contemporanea all’università di Tel Aviv che dalla sua posizione di persona probabilmente laica crede fermamente che sia un”Invenzione la razza ebraica”. Troppe sono le prove storiche e le interpretazioni personali delle scritture atte a comprovare il diritto delle popolazioni ebraiche al territorio palestinese, tanto da chiedersi se la diaspora sia quella che porta alcuni ebrei in Israele, piuttosto di quella che ha fatto vivere tante persone, di religione ebraica, in territori che a tutti gli effetti erano la loro patria.
Ma tutto questo a quale scopo? Forse quello di dare uno Stato ad una popolazione non autoctona rubando la terra ad una popolazione che invece ne era proprietaria a tutti gli effetti? Beh sinceramente: sì!
Alla fine mi viene da pensare che a volte, un Dio immobiliarista, fa veramente molto comodo e risolve ogni problema etico e morale che ci potrebbe venire di fronte ad un’occupazione, questa sì, senza nessun motivo accettabile eticamente e moralmente.

Libertà di pensiero ovvero un mondo senza limiti

In Anomalie, Gaza, Guerra, Informazione, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Religione, Viaggi on 20 aprile 2012 at 9:27

Ci stavo pensando, in questi giorni, a seguito dell’importante iniziativa denominata “Benvenuti in Palestina”, che ha portato più di 1500 attivisti,  da tutto il mondo, a prendere un biglietto aereo per l’aereoporto di Tel Aviv, l’unico aereoporto concesso da Israele, per raggiungere anche i territori palestinesi.
Sulla prevedibilità di come è andata a finire, si potrebbero scrivere trattati. In pratica Israele ha inviato agli aereoporti di partenza, in territori che non sono di diritto proprietà israeliana, a compagnie aeree di bandiera di altri paesi, una lunga black list, che ha obbligato (?) i funzionari aereoportuali a non far salire gli attivisti segnalati, o a cancellare, di fatto, il volo del 15 aprile verso Tel Aviv.
Le considerazioni sono molteplici, a partire da quale diritto e potere abbia uno stato straniero, ad imporre ad altri stati di diritto, di vietare la partenza su un volo di linea, verso un qualsiasi paese (democratico?) che abbia un aereoporto e che sia l’unica possibilità per raggiungere quel paese.
Le considerazioni vanno oltre e sono realmente preoccupanti. Per quale diritto internazionale un paese, tipo Israele, fa un’azione di spionaggio all’interno di un territorio straniero e predispone delle liste di “indesiderati” che vengono sostanzialmente fatte rispettare dalle forze dell’ordine dei paesi di partenza, su cittadini che non sono israeliani?
Ammettiamo che non si sappia che il Mossad la sa più lunga di qualsiasi altra intelligence al mondo e che nessun stato di diritto lo possa fermare, il controllo sugli stranieri “indesiderati” lo avrebbero dovuto fare a casa loro, ossia in Israele, avrebbero potuto non far entrare nel loro paese questi personaggi dubbi e conturbanti: è veramente terroristico chiedere di andare a visitare i territori palestinesi, si potrebbe pensare che la Palestina esista, cosa che Israele nega, sotto gli occhi distratti (?) del mondo intero. La questione è può Israele limitare la mia libertà di cittadina italiana, ossia di un paese sedicente democratico? Avrò ben diritto di decidere di andare in qualsiasi posto io voglia, senza armi o strumenti di offesa, pagando il mio biglietto e mostrando il mio passaporto? Chi dà diritto ad un altro stato, che non mi conosce, di dire che le mie idee non sono gradite e mi faccia trattare, dalle forze dell’ordine del mio paese, come fossi una terrorista? Per quale ragione io dovrei essere considerata indesiderata se chiedo di andare in un posto che mi interessa, passando per l’unico aereoporto funzionante in quel territorio? Quale paranoica esistenza la popolazione di quello stato vive, per vietare una banalità e un diritto simile? Perchè il mondo intero consente una simile ingiustizia senza nessuna critica e ritorsione? Io credo che queste domande siano lecite.
Io penso che a questo punto, ogni stato che abbia una dignità e ogni compagnia aerea di bandiera che non sia solo un servizio aereo da stato delle banane, avrebbe rifiutato e denunciato un simile dictat. Seriamente avrebbe dovuto avvisare Israele che i voli di linea verso Tel Aviv sarebbero stati sospesi fino a che non venivano garantiti i diritti di libera circolazione per i propri viaggiatori. I governi (se non fossero stati marionette in altre mani) avrebbero dovuto far rispettare nel proprio territorio e anche nel territorio di sbarco, i diritti dei propri cittadini.
Questo non è avvenuto e questo non avviene mai. Questo è un vergognoso attentato alla libertà e ai diritti di chi viaggia. Ma cos’è che frena e non fa gridare allo scandalo? Perchè nei confronti di alcune negazioni dei diritti universali e della libertà, non c’è una levata di scudi generale?
Possibile che il tabù che consente a Israele di muoversi nell’illegalità sia a tal punto forte?
A mio avviso la libertà di movimento, fa parte integrante della libertà fisica e di pensiero, senza queste forme di libertà un uomo, una società, uno stato non possono dirsi liberi. E allora come la mettiamo con i muri e i ghetti o con gli sbarramenti di filo spinato e i carceri a cielo aperto? Se per muovermi io sono costretto ad avere un lasciapassare e a superare dopo lunghe ore di coda un ceck point, come posso pensare di essere libero e di vivere in un mondo libero e senza confini?
A essere chiusi dietro un muro che mi preclude la vista e la possibilità di uscire, e che mi nega per di più l’opportunità di essere visitato, di incontrare liberamente altra gente, quale potrebbe essere la mia reazione? Se fossi prigioniera dentro ad un territorio senza speranza e senza sogni, dove non esistono diritti e ragioni e dove mi viene negato il futuro, cosa diventerei? Essere cittadina del mondo perchè vivo in un mondo senza limiti, mi consente una capacità di pensiero a cui non posso rinunciare. I limiti di un mondo ingiustamente chiuso e senza scambi può portare a estremizzazione, ad azioni che possono condurre anche a poca o nessuna considerazione della vita. Tanto una vita così limitata che valore e senso ha?
L’altro giorno parlando con una giovane ragazza che era da poco tornata dalla Palestina, mi sono sentita dire che lo stress che aveva vissuto durante i pochi giorni di viaggio, nel momento che era rientrata in Italia, si era palesato tutto, e che non avrebbe mai creduto di poter, anche se solo per un breve periodo essere soggetta a tanta pressione. Per il solo desiderio di visitare la “terra santa” aveva vissuto nella paura e nella tensione di essere sorpresa a fare qualcosa di “sbagliato” che avrebbe potuto metterla nei guai nei confronti di un esercito dal potere assoluto. Tornata in Italia aveva davvero capito cosa significasse la libertà di movimento e l’enorme bellezza di potersi sognare e costruire un futuro.
Credo di capirla, come credo di capire chi questa libertà non ce l’ha e non gli viene concessa. Penso ovviamente a quello che succede in quel territorio, a tutte le limitazioni e le paure che l’occupazione provoca da decenni, alla cecità del mondo nei confronti di tanta barbarie, che solo raramente, come nel caso di domenica, ci appare in tutta la sua assurdità o meglio ancora insensatezza. Penso anche alle parole sagge del grande Nelson Mandela. “Nessun popolo potrà dirsi veramente libero, finchè la Palestina non sarà libera”. E lui di schiavitù e libertà se ne intendeva proprio, nessuno lo può negare.

Vittorio, un anno dopo

In Amici, amore, Blog, Gaza, Giovani, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, uomini on 9 aprile 2012 at 12:34

E’ trascorso un anno o quasi: Vittorio non c’è più. Eppure non c’è mai stato così tanto, e non gli siamo mai stati così vicino. Effetto del sentimento di rimorso per non averlo supportato come meritava? Può essere, anzi è sicuro. Quando è stato ucciso, per giorni, non sono riuscita a organizzare le idee e i sentimenti contrastanti. In qualche modo sapevo dentro di me, che era in profondo pericolo, sapevo che poteva accadere e mi ribellavo alla cosa, sapevo che era nella “lista nera” e che stava nel mirino di quelli, ed erano in molti, che lo vedevano come un nemico da eliminare. Eppure che cosa ho fatto? Parlo di me, personalmente. Se sapevo, perchè non ho fatto qualche cosa? Perchè non ho insistito, con lui e con gli amici, per cercare di dargli maggior copertura? E’ triste, ma mi sento responsabile, anzi sono responsabile e questa sensazione non me la leverò più.

Parlare di lui, non dovrebbe essere un mio diritto, me ne vergogno un po’. Mi sento un’intrusa, o mi par di essere come quei molti che di Vittorio, prima,  non sapevano nulla e poi erano diventati i suoi amici più cari: quelli che sapevano tutto su come la pensava e come avrebbe agito in qualsiasi situazione. E’ triste, ma è lo scotto che si paga a diventare famosi mediaticamente, soprattutto quando non si può più gestire la propria immagine e quando hai a che fare con un  mondo che vede solo chi appare e non chi è davvero.

Ma non sto a bacchettare nessuno. Certo, l’importante è divulgare il messaggio di Vittorio, che non è un eroe romantico che ha perduto la vita per idealismo, ma è un bel ragazzo, intelligente e fin troppo coerente che è stato ucciso per quello che era: una persona scomoda e senza mezzi termini, che non si faceva condizionare dagli incastri di una vita normale (attrazioni, comodità, convenienza) per una scelta scomoda e rischiosa, ma doverosa. Ecco perchè Vittorio non è né mio nè di altri, giusto è delle persone care che gli sono state vicine e che ne hanno diritto e titolo. Per noi è solo un amico da non dimenticare e del quale divulgare il più possibile la denuncia e la sua lotta per far rispettare i diritti umani.

A Vittorio ho destinato molti dei miei grazie. Forse un po’ poco per chi lo ama, ma per me sono dei ringraziamenti fondamentali. Di Palestina me ne occupavo solo per luce riflessa, ritenevo doveroso appoggiare la lotta per i propri diritti dei palestinesi, ma avevo anche paura di toccare il tabu’ che dava diritto agli “ebrei” ad una terra per loro. Un tabu’ complicato e pieno di ricatti. La domanda è lecita: Perchè proprio la Palestina e di quanta terra hanno ancora bisogno, gli israeliani, per fondare quel grande stato “ebraico” che in molti sognano? Ovviamente il sogno non finisce lì ed altrettanto ovviamente non prevede il rispetto per chi era proprietario o viveva lì prima della fondazione dello stato di Israele. Colonizzare un territorio già abitato e di proprietà di altri non è un diritto, è un’azione di guerra e anche delle più terribili, soprattutto se poi, per queste ragioni, vengono perpetrati ingiustizie, massacri e negazione di tutti i diritti umani. Questa è una guerra vergognosa ed è inaccettabile che passi, sotto gli occhi di tutti, come un diritto, che sta tra un’autorizzazione divina e un placet politico, solo per una mera questione di alta finanza, e passi attraverso la cattiva coscienza dell’Europa: grande assertrice dei diritti uguali per tutti, ma col peso nel cuore di aver permesso e voluto l’olocausto degli ebrei. E come si ripaga questa ingiustizia? Semplicemente chiudendo gli occhi sull’olocausto palestinese. Ecco in poche parole cosa contiene quel tabù e perchè persone preparate, attente e dentro ai meccanismi dell’informazione, diventano improvvisamente malati di cecità e di incapacità di analisi.

La mia speranza è che questo sia provocato solo da incapacità psicologica più che da cattiva coscienza, e da paura di essere esclusi, di diventare il soggetto di campagne propagandistiche atte ad isolare e diffamare chi prende coscienza e si ribella. Personalmente ho molti amici ebrei che non si sentono cittadini d’Israele, ma cittadini del paese in cui abitano, anzi che di Israele se ne vergognano, ho molti amici israeliani che se ne sono usciti da Israele con le gambe proprie o con la “scomunica” di quel paese. Perchè rifiutare la politica di quello stato, non essere d’accordo con l’occupazione, denunciare lo stato delle cose, crea molti più problemi di quello che si pensi. Vittorio lo ha saputo anche se non era ebreo. Ma molti altri ebrei italiani lo hanno sperimentato sulla loro pelle. Chiedeteglielo. Vi diranno cosa vuol dire essere ebreo contro l’occupazione. Capirete allora che ci sono mille forme di coraggio e di coerenza.

Ma non è di questo che volevo parlare. A Vittorio debbo un grazie enorme per avermi consentito di aprire gli occhi su questa parte di mondo. Lo so, il costo che abbiamo pagato è stato troppo alto, ma è andata così. Oggi non temo più quel tabù, ho deciso di impegnarmi a suo nome con le poche armi che possiedo e che non sono assolutamente armi che uccidono, per fortuna. Ho incontrato in questa strada persone straordinarie che mi hanno supportato e che si impegnano con la stessa decisione e lo stezzo zelo che ci metto io. Vedo ragazzi giovani prendere in mano la loro vita e non perdersi in facili estremismi o in quiescenze televisive come molti altri. Ho conosciuto persone sincere e disponibili che aprono la loro casa e il loro cuore per una causa giusta. Ho incontrato persone da tutte le parti pronte a collaborare per giungere ad una pace, difficile, ma non impossibile. E anche a loro che si sono riunite sotto il nome di Vittorio dico: grazie!

Ringrazio il mio compagno Mario, Giuseppina, Luca, Sara, Valeria, le due Francesche, le due Anne, Le due Roberte, Giovanna, Lorella, Shaden e Amnerita, Antonia, Patrizia, Yousef, Giovanni Andrea, Daniela e Loris, i due Franceschi, Valentina, Miryam, Maria Antonietta, Marco, le due Alessandre, Marele, Awni, Nandino, Laura, Betta, Emma, Giulia, Enrica, Naser e un’infinità di altre persone che in questo momento dimentico, ma che non sono da dimenticare e che stanno nel mio cuore, per il grande aiuto che mi danno e che ci diamo. Tutto questo lo dobbiamo a Vittorio e da lui abbiamo imparato a Restare Umani, malgrado tutto e contro tutte le ingiustizie del mondo.

Sì, è passato solo un anno e sembra una vita, ma per me è stato l’anno più intenso che abbia mai vissuto nella mia, credo, stupida esistenza. Impegnarsi è un dovere necessario e l’averlo fatto ha dato vero significato alla  mia vita.

Grazie Vik, resterai sempre nei nostri cuori.

Un anno e niente più

In Amici, Anomalie, Guerra, Informazione, Le Giornate della Memoria, musica, Nuove e vecchie Resistenze, personale, Pietas, poesia, uomini on 4 aprile 2012 at 23:27

E’ tutto oggi che ci penso: è mai possibile che ci siano sistemi che tremino di più di fronte alla poesia che alle bombe?
Si chiamava Juliano Mer-Khamis era al 100% israeliano e al 100% palestinese. Quello che significava questa frase era che, dal padre palestinese, aveva ereditato tutta la poesia dell’uomo di pensiero e dalla madre israeliana, la grande perseveranza della donna di azione.
Lui aveva scelto di stare dalla parte dei bambini palestinesi, come l’aveva scelto la sua coraggiosa madre Arna l’israeliana. Il teatro era stata un’idea della madre lo aveva voluto a Jenin, un campo profughi nato dall’esodo forzato della Nakba.
Perché spaventasse alcuni “poteri forti” un registra-attore, che aveva fondato il suo teatro a Jenin e che l’aveva chiamato, chissà perché, Freedom Theatre, insegnando ai ragazzini a diventare qualcun, mettendoci la faccia, non si riesce a capire.
Tanto che hanno distrutto il suo teatro e lui l’ha ricostruito, hanno arrestato i suoi aiutanti e lui ha continuato l’attività e alla fine comunque l’hanno ucciso.
Ma il Teatro continua e i suoi bambini continuano a calcare le scene, qualche volta sbagliano le battute e altre volte lasciano la scena, perché così hanno scelto o qualcun altro ha scelto per loro. Chi può dire se è davvero un errore? Chi può negare loro il diritto di resistere?
Dedico anch’io, dal mio modesto blog, un piccolo tributo alla coerenza e al coraggio. Arrivederci Juliano… è da un anno che un’altra stella splendente sta nel cielo dei grandi.

Ma sarà normale?

In Anomalie, Disimpegno, musica on 19 febbraio 2012 at 13:30

Non capisco come mai l’Italia strozzata dalla crisi, malgrado tutto, non riesca a fare a meno del Festival di Sanremo.
E’ vero, siamo un paese di santi e di navigatori, quindi di San Remo sono molto devoti in tanti. Ma io non capisco perchè non me ne può fregare di meno.
Colgo qui, in rete, e  per la strada discorsi surreali: Ma hai visto Loredana Bertè? Ma è proprio conciata da buttar via! E Bersani… quale Bersani? quel Bersani… no l’altro Bersani… e tu ti allontani senza sapere di quale stavano parlando. Tutto sommato la vita è piena della “farfallina” della Belen e del vestito tutto nudo della vergatina di turno, silenziosa e ovviamente incapace di parlare.
Ma io non so. Non ho visto e non riesco a sentirmi in “palla”, il gioco lo fanno gli altri e io sono tagliata fuori, e forse è proprio quello che voglio. Certo è che mi sono almeno risparmiata Gigi d’Alessio, su questo non c’è niente da dire. Ma tutto il resto? Sarà normale che non mi senta coinvolta?
Magari mi sento male perchè la Grecia e alla frutta e il resto d’Europa si chiama fuori, anzi ci dà dentro. Penso alla situazione della Siria, non capisco una mazza come non ho capito la passata situazione della Libia e quella ancora in atto in Egitto e tra parentesi a Gaza, manca da giorni la corrente elettrica, l’unica centrale funzionante è senza gasolio, Israele non lo lascia passare.
Sarà, appunto, che mi interesso di cose banali, quotidiane, di ordinaria amministrazione e ogni volta che c’è il Festival mi trovo impegnata in altre attività. Sarà per questa mia congenita propensione alla distrazione… Eppure amo la musica. Eppure quando sento un bel pezzo lo capisco subito, sento le farfalline nello stomaco (non quelle della Belen) e i brividini sulla schiena. E allora perchè sono sicura che non mi sto perdendo niente? Sono malata di esterofilia? Ma no. Anche la canzone italiana mi emoziona, ma c’è canzone e canzone e in genere non calca l’Ariston.
L’unica cosa che mi manca un po’ sono i fiori… fanno tanto primavera, annunciano l’uscita da un inverno lungo e nevoso. Altro che Sanremo, qui c’è bisogno di musica buona e sole, l’unico sollievo a questo periodo di m…. crisi.

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