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Post Traumatic Stress Disorder: I bambini disegnano il conflitto

In Gaza, Guerra, Informazione on 15 novembre 2011 at 9:28

Post Traumatic Stress Disorder - I bambini disegnano il conflittoCon la mostra di Venezia patrocinata dalla Delegazione Diplomatica Palestinese di Roma, che si inaugurerà il prossimo 2 dicembre 2011, è nostra intenzione riflettere assieme sulla situazione e sulle conseguenze dei conflitti sui civili e soprattutto sui bambini. Per questo abbiamo scelto Gaza come “ambiente” emblematico e simbolico cioè come conflitto dei conflitti. Quando si pensa alla parola guerra, oggi tornata prepotentemente di moda ancor più che nel recente passato, si è portati a raffigurarla nei profili delle persone combattenti, pensiamo ai soldati, ai mezzi armati. Le vere vittime di tutte le guerre sono invece tristemente le popolazioni, le donne, i vecchi e i bambini. Vivere il conflitto, ovvero subire il conflitto, comporta soprattutto nei bambini il vivere in una situazione che non può che produrre gravi sofferenze psicologiche. Noi non vogliamo fare politica, soprattutto di parte: i soggetti che mostrano i segni di PTSD nell’area sono per 80% palestinesi e per il restante 20% israeliani. Né crediamo di avere risposte o rimedi e non è nostra intenzione fermarci ad un approccio puramente scientifico, di cui vi è una ricca documentazione anche nella rete anche se in inglese. Vorremmo cercare di riflettere da persone comuni sulle conseguenze della guerra e sulle possibilità di alleviare le pene ai bambini e dare il nostro piccolo contributo a politiche di pace. I fondi che verranno eventualmente da noi raccolti attraverso questa mostra e altre iniziative che intendiamo mettere in atto saranno perciò devoluti all’Ospedale Pediatrico Nasser di Khan Younis a Gaza. Ne parleranno con noi:
Prof. GIOVANNI ANDREA MARTINI Delegato alle Biblioteche della Municipalità.
Dott. JOUSEF SALMAN – Pediatra – Delegato Nazionale della Mezzaluna Rossa Palestinese (Red Crescent).
Dott. FABRIZIO RAMACCIOTTI – Neuropsichiatra – Direttore del Dipartimento di Salute Mentale Usl 12 Venezia.
Prof. PATRIZIA CECCONI – Presidente degli Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese.
MIRYAM MARINO – scrittrice – esponente della Rete ECO (Ebrei Contro l’Occupazione).
BETTA TUSSET – della campagna “Ponti e non muri” per Pax Christi Italia.

Vi salutiamo dandoci appuntamento alla mostra il giorno 2 dicembre 2011 alle 17.30 a Venezia presso la Scoletta dei CalegheriCampo San Tomà ringraziandovi dell’attenzione e regalandovi, come nostra consuetudine, una poesia:

I MURI, Constantinos Kavafis

Senza riguardo senza pietà senza pudore
mi drizzarono contro grossi muri.

Adesso sono qua che mi dispero.
Non penso a altro: una sorte tormentosa;

con tante cose da sbrigare fuori!
Mi alzavano muri e non vi feci caso.

Mai un rumore una voce, però, di muratori.
Murato fuori del mondo e non vi feci caso.

Stop the war on children – Basta la guerra sui bambini

In Gaza, Guerra, Informazione on 9 novembre 2011 at 13:54

Bozza Manifesto Mostrada Mirnaloi Sammour
COMUNICATO

Bambini in guerra – La guerra dei bambini..
Un viaggio tra disegni, parole e musica per raccontare come i bambini vivono, sentono e attraversano la guerra e come immaginano il loro futuro

Roma – Venezia Dal 2 al 9 dicembre 2011

Mohammed (*) , sette anni, di Gaza, orfano, disegna solo carri armati, usa solo il nero e il rosso e e con le sue matite graffia il foglio.
Nour (*) , 12 anni , disegna ad occhi chiusi perché li aveva chiusi e dormiva quando i soldati sono entrati nella sua casa e gli hanno portato via la famiglia, lasciandola da sola per cinque giorni e cinque notti .

Poi c’è Mansour, 9 anni, che così si immagina il suo futuro da adulto:
Quando sarò presidente, sarò il presidente della Spagna perché amo molto la Spagna.
Io vivrò a Barcellona e la prima cosa che farò è che raccoglierò il mio esercito per andare a salvare la Palestina

*****
Da Gaza a … VeneziaRoma si inaugura una mostra di disegni e poesie dei bambini che vivono in zone di guerra, organizzata da Hope NGO (associazione umanitaria internazionale).
Senza connotazioni politiche, la mostra vuole indagare su come i bambini stanno vivendo la guerra, cosa ha tolto loro e come la violenza sia ormai una presenza quotidiana nelle loro vite, tanto da compromettere spesso anche il loro futuro. Molti di loro mostrano i segni della PTSD (Sindrome post trauma). Per tutti i bambini l’adulto ha perso ormai il ruolo di punto di riferimento e di protezione che invece nella vita “normale “ ha.
Lo scenario cambia quando si guarda ai disegni dei bambini del Sudafrica: giallo, arancio, verde e azzurro riempiono i fogli di una speranza che laggiù comincia a farsi più concreta.
Accanto ai disegni, si trovano i quadri di alcuni pittori mediorientali tra cui il siriano Ismail Shammoud e la palestinese Shahd Sallumane e le musiche sono state offerte dal compositore ebreo Rick Siegel.

Il problema è che le stesse organizzazioni umanitarie non possono spesso garantire assistenza a lungo termine perché operano con tempi stretti e condizioni nelle zone colpite dai conflitti.

La mostra è un’occasione per aprire una finestra, gettare un occhio là dove normalmente non arrivano le telecamere e in città blindate come Gaza e per osservare la guerra con gli occhi dei bambini

(*) I nomi sono di fantasia per ragioni di sicurezza

Per ulteriori informazioni: hope2011_2011@libero.it

Mirna Loi Sammour
HOPE Organization For Palestine Emergencies

Bambini di guerra, bambini di pace

In Anomalie, Gaza, Guerra, Informazione, Malattie mentali on 7 ottobre 2011 at 9:34

Disegno di bambino palestinese che raffigura un carro armatoSe c’è una precisazione che mi sento in obbligo di fare è sulla mia personale posizione in alcune vicende compreso il tema che riguarda le iniziative sulla Palestina. Faccio una preventiva premessa: in Facebook e altrove passo tutte le notizie di quell’universo variegato e complesso che è la sinistra italiana, quelle che condivido e anche quelle meno e su cui ho delle perplessità, senza nessun filtro né di opportunità né censorio. Credo di mantenere lo stesso atteggiamento nel caso Palestina. Considerato che nemmeno in Italia esiste alcuno che possa dire di rappresentare tutti gli italiani la cosa è anche più vera nella situazione di quella terra. Chi proponesse una iniziativa che riterrò utile troverà tutta la mia disponibilità e collaborazione. E d’altro canto se esistesse un’iniziativa capace di unire tutti i palestinesi credo che ogni persona saggia l’avrebbe fatta. Purtroppo non ho questa facoltà. Né quella di assumermi l’arroganza di elaborare una qualche secolare strategia.
Io guardo alla Palestina e ai Palestinesi nel completo rispetto del loro diritto all’autodeterminazione. Se da domani mattina la Resistenza davanti ad un paese militarizzato e invasore, ad una vera e propria pulizia etnica, dicevo che se da domani la Resistenza prenderà un’altra qualche forma o altre forme di reazione violenta alla violenza mi vedrà solidarizzare. Non potrò che comprendere come sia pressoché impossibile davanti alla forza opporre solo la sopportazione passiva. Il massimo a cui mi potrò spingere è chiedermi e chiedere se quella risposta aiuta la pace e il futuro della Palestina. Non mi è mai piaciuto mandare a farsi ammazzare gli altri. Però sta ai palestinesi la vera scelta. Da parte mia, nel mio “impegno” aggiungo che il contributo delle associazioni non può essere che in funzione alla loro utilità. Prima di tutto nel sensibilizzare nel proprio paese l’opinione pubblica, le persone ai problemi e alla storia di quella terra martoriata. Poi tutti quelli interventi possibili che possono essere richiesti. Fare da scudi umani costringe ad un necessario attivismo pacifista. E’ chiaro come il contributo di un attivista volontario sia diverso dalla resistenza di un palestinese in loco, anche per la questione delle mie personali possibilità. E non si può disconoscere l’utilità di quegli interventi coraggiosi fatti da tanti giovani.
Premesso ciò noi come gruppo (Restiamo umani, con Vik), sollecitati da Hope Association for Palestine Emergency, abbiamo intenzione di mettere in essere la mostra itinerante “Bambini di guerra” assieme a tutti quelli che si renderanno disponibili ad intraprendere questa avventura con noi. In realtà dovremmo intitolarla “Bambini senza pace” o “Bambini in cerca di pace”. Noi vorremmo infatti parlare di pace. La mostra sarà patrocinata dalla “Delegazione diplomatica palestinese”. Questo ha già mosso delle critiche e dei distinguo, una polemica. Ribadisco che noi la mostra la facciamo per quei bambini e che qualsiasi rappresentate di qualsiasi posizione espressa in Palestina o da palestinesi esuli vedrà domani lo stesso impegno. Ché credo che il non fare sia la cosa meno utile e più sbagliata. Mi sembra assurdo pensare che un’iniziativa come questa possa favorire una parte politica a scapito di un’altra. Nessuno si sente così importante e… fondamentale. Come la politica di Israele viene da lontano anche questa sete di pace e di giustizia, perché non può esistere una pace senza giustizia, viene da altrettanto lontano. E’ uno scontro tra quella barbarie e la civiltà. Tra l’arroganza e il diritto. Tra un invasore e un popolo e la sua terra. Tutto ciò premesso dovremmo parlare della mostra itinerante in sé. Della forma che sta prendendo la nostra inaugurazione di Venezia. Credo di aver usato per oggi fin troppe parole. Ci tornerò più tardi cioè più avanti. Vi lascio con un pensiero che don Nandino Capovilla di PaxChristi ci ha lasciato: “Grazie a tutte/i del nuovo gruppo! Ci sentiamo in piena sintonia con voi e da anni sosteniamo la causa palestinese con sensibilizzazione (film+libri+la newsletter e sito Bocchescucite, ecc.) e soprattutto continue esperienze di peacebuilding nei Territori Occupati (fra pochi giorni saremo ancora a raccogliere le olive a Ramallah, col team di Tutti a raccolta). Soprattutto GRAZIE per quello che farete per DIFFONDERE l’eredità preziosa del nostro Vittorio, con cui per anni abbiamo lavorato”. RESTIAMO UMANI.

Ingresso negato

In Gruppo di discussione politica. on 18 luglio 2011 at 8:09

Lettera pubblicata nel blog di Rough Moleskine
sabato 16 luglio 2011
ENTRY DENIED e l’identificazione degli attivisti solidali con il Popolo Palestinese

Mentre dalla Palestina occupata giungono rumors sulla identificazione degli attivisti aggregatisi all’iniziativa “Welcome to Palestine”, identificazione da parte dell’Autorità Palestinese (…), ricevo e pubblico un messaggio da parte di chi invece ha sperimentato l’ennesimo ENTRY DENIED.

Amman, 15 Luglio 2011

“Entry Denied: Israele, l’unica democrazia del Medio Oriente”

Care lettrici e cari lettori.

Non basta che il governo di Netanyau abbia bloccato la partenza di centinaia di attivisti non violenti che cercavano di raggiungere la Palestina senza mentire sul vero proposito della loro visita in “Israele”. Non basta che coloro che sono riusciti ad arrivare, richiedendo di visitare i territori occupati, siano stati deportati e rinchiusi in carcere, in attesa di essere espulsi. Il governo israeliano non è stato solamente molto attento e efficace nell’impedire l’entrata di centinaia di persone di tutte le età che avevano aderito all’appello della campagna “Benvenuti in Palestina”, organizzata da varie associazioni pacifiste palestinesi e israeliane, ma l’accesso è stato negato a ogni sospetto attivista che abbia tentato di entrare in Israele attraverso gli stati confinanti.

Sono da molti anni un’attivista per i diritti umani del popolo palestinese. Ma sono stato in Israele/Palestina per la prima e ultima volta nell’estate del 2003, partecipando alla campagna contro il muro dell’apartheid con il movimento a cui ancora tutt’oggi faccio riferimento: l’International Solidarity Movement (www.palsolidarity.org), lo stesso di cui faceva parte l’amico Vittorio Arrigoni. Dopo otto anni ho tentato di tornare in Palestina passando dalla Giordania e il governo israeliano mi ha impedito l’accesso, stampandomi sul passaporto un ENTRY DENIED con due grosse line rosse, di cui comunque vado fiero. L’11 Luglio sono atterrato a Amman e il 12 mi sono recato al posto di confine di Kin Hussein Bridge. Dopo essere stato separato dal mio zaino, dopo vari controlli e interviste che si sono susseguite e intensificate, dopo ore di attesa una giovane militare mi restituisce il passaporto dicendomi: “Lo sai che te ne torni in Giordania vero?” Ho fatto presente che nelle quattro ore di attesa non ero stato informato. Alla richiesta di spiegazioni mi risponde: per “ragioni di sicurezza”. Quale sicurezza? Rappresento un pericolo per la sicurezza di Israele? In che modo? Recuperato il mio zaino chiedo di di essere accompagnato da un responsabile che sia in grado di fornirmi maggiori delucidazioni sui motivi di questa decisione. Un’altro militare, superiore in grado, azzarda una spiegazione, chiedendomi se io non mi ricordi che cosa ho fatto nel Dicembre 2004. Io rispondo che mi ricordo benissimo, infatti ero in Inghilterra per un corso di studi. Ma non importa, sarà stato prima o dopo, afferma con molta precisione la soldatessa.

Il militare fa riferimento a quanto accadde nell’estate del 2003 quando fui arrestato con altri attivisti internazionali in un villaggio della West Bank cercando di proteggere una famiglia palestinese dalla distruzione parziale della propria casa, che si trova oggi, come centinaia di altre, schiacciata tra una colonia (quindi barriere e cancelli) e il famoso muro con cui Israele si protegge dai “terroristi”? Avendo praticato sempre e solo tecniche di resistenza nonviolenta, in che modo dunque posso io essere considerato un pericolo per lo stato di Israle? Nessuna risposta. La soldatessa non può dire che chiunque metta piede, per qualsiasi ragione in Palestina, è di fatto un nemico, in quanto in grado di osservare, capire e soprattuto raccontare al mondo intero gli effetti devastanti dell’occupazione israeliana.

Questa esperienza mi ha fornito anche l’opportunità di vivere ciò che palestinesi, provenienti dal mondo intero, vivono ogni volta che vogliono tornare nel loro paese di origine. Emigrati che da anni vivono all’estero e che vogliono salutare la famiglia, festeggiare un compleanno, come un americano che torna in Palestina ogni estate e che ogni volta aspetta ore per poter entrare. Famiglie con bambini anche piccoli che, per visitare per due soli giorni i parenti in Cisgiordania, subiscono ore di controlli e interviste.

Ho visto lo stupore incredulo nello sguardo di due giovani, in attesa di passare la frontiera, quando mi hanno visto tornare accompagnato dagli addetti della sicurezza. Ebbene sì, mi rimandano indietro, mi trattano come una bestia, come trattano tutti i Palestinesi alla frontiera o a qualsiasi check point nei territori occupati. Passando sono riuscito a dir loro “We are all palestinians”. Non hanno potuto alzare le classiche due dita in segno di vittoria, né intonare un coro, ma la tristezza nei loro occhi ed il sorriso dopo aver sentito la mia frase mi hanno fatto sentire meglio.

La presenza di internazionali in Palestina ha infatti anche solamente l’effetto di non farli sentire soli.

L’ampiezza della repressione contro le centinaia di attivisti che hanno cercato di raggiungere la Palestina tra il 7 e il 9 lulio 2011 (che ha suscitato perfino e incredibilmente la critica dei media israeliani più noti) e contro quelli che cercano di farlo in qualsiasi momento e da qualsiasi confine, non è sufficiente a scoraggiare coloro che continuano a battersi in modo non violento per i diritti di un popolo accogliente e dignitoso come quello palestinese. Questo dovrebbe stimolare a visitare il paese e a conoscere i palestinesi. Risulta infatti molto più facile entrare in Israle passando da Tel Aviv per chi lo fa per la prima volta, semplicemente raccontando che ci si reca in terra santa per visitare i luoghi sacri o andare nelle spiaggie a fare il bagno..

Io comunque sono andato in Palestina e spero che lo facciate in tanti.

Verra’ il momento in cui si potra’ visitare liberamente la Palestina come nazione libera e indipendente. Dobbiamo lottare anche perchè questo avvenga.

In solidarity,
Simone Brocchi

PS: Una curiosita: su due dei tre “stamps” che le autorità israeliane hanno impresso sul mio passaporto, ben due recitano ENTERY DENIED, in un inglese palesemente incorretto!

Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare

In amore, Gaza on 21 aprile 2011 at 21:00

Caro Vittorio, sei tornato in questo paese,  a volte ingrato e troppo spesso silente e oggi che sei tornato, sotto i colori di un’altra bandiera, lo fai da vincitore. Nulla possono i produttori di fango, i contaminatori, gli invidiosi, i codardi, tu torni vincitore e noi con te.
Ricordo bene i tempi che ci siamo conosciuti, quattro anni fa, eravamo un gruppo di utenti di un social net, alcuni erano blogger altri no, ma ci eravamo scelti in base ai nostri sogni e alle nostre idee. Abbiamo seguito le tue vicende, sia quando eri un uomo libero e sempre pronto a metterti a disposizione degli altri e ad inviarci i tuoi reportage da Gaza, sia quando fosti ferito, dall’esercito israeliano, sui pescherecci gazawi e quando ti hanno arrestato, ancora una volta, con la sola colpa di accompagnare, quale scudo umano internazionale, i pescherecci nelle acque di Gaza.
Ricordo che dalle carceri di Israele ci scambiavamo messaggi di appoggio e di incoraggiamento. Era dura la vita lì, in mezzo agli insetti e al luridume. Tu non parlavi per te, chiedevi sempre dei tuoi amici pescatori, ai quali avevano sequestrato le barche. Tu non hai mai seminato l’odio, e con le tue parole cercavi sempre di rassicurarci che la tua lotta non sarebbe finita.
Espulso da quel paese per un’accusa tanto cretina, quanto ridicola: ingresso illegale, quando vi ci avevano condotto a forza e in catene. Tu già organizzavi il prossimo rientro assieme alla Freedom Flotilla. “Restiamo umani” ci ripetevi e noi piccoli blogger senza pubblico cercavamo di trasmettere a tutti le informazioni sull’ingiustizia del trattamento che vi avevano riservato. Avevamo scritto a tutti i giornali che avevano voglia di ascoltarci, avevamo inviato mail alla Farnesina, con il solo risultato che a cavarti dalle rogne fu il desiderio di buttarti fuori dal paese da parte di quel governo. Nessuno ti conosceva ancora e nessuno spendeva una sola parola per tirarti fuori da una prigionia assolutamente ingiusta.
Ritornasti in Italia e preparasti ancora una volta la partrenza. Fu un viaggio di ritorno difficile e pieno di imprevisti. Ma una sera d’agosto ricevetti la notizia che eri rientrato a Gaza e che la Flotilla era passata indenne tra le maglie del controllo israeliano. Quella calda sera d’estate decisi di uscire con un caftano e il kefia e lo dicevo a tutti che festeggiavo il vostro approdo a Gaza. Per me era difficile crederci dopo tutti quegli avvenimenti, dopo tanti sogni delusi e tante difficoltà. Ma gli altri nulla sapevano dell’ISM e dei portatori di pace. Nessuna conosceva il tuo nome. Ma noi sapevamo che tu eri ritornato. E noi con te.  Sei tu che ci hai insegnato ad amare quel paese. Sei tu che ce lo hai fatto conoscere e che ci hai spiegato come era la vita in una prigione a cielo aperto. Noi con te siamo diventati Palestinesi. Noi assieme a te abbiamo pianto i morti e l’ingiustizia. Noi come te abbiamo sognato la pace e la libertà per un popolo negato.
Tremavamo per te perchè eri uno dei pochi rimasti in Palestina durante l’operazione “Piombo fuso”. Nome più che mai appropriato per una carneficina ingiustificata. Tu rimanesti malgrado tutto e tutti e furono le tue parole che a raccontarci quello che la stampa internazionale non vedeva o non voleva vedere.
Tu eri la spina nel fianco a chi non voleva che la verità fosse svelata. A quei poteri forti fuori o dentro quel paese che non sopportavano le tue denunce e il tuo coraggio che ti è costato la vita.
Ora che non sei più, siamo pronti a prendere il tuo posto, non fisicamente a Gaza, perchè siamo meno coraggiosi di te e anche meno capaci di mettere in gioco le nostre vite, ma continueremo a fare cassa di risonanza ai fatti, come facevi tu anche attraverso questi tuoi piccoli e deboli amici. Continueremo con le tue idee, sogneremo ancora i sogni che ci erano comuni, cercheremo meglio di come siamo stati capaci di prendere esempio da te e tentare di restare umani.

Restiamo umani

In Nuove e vecchie Resistenze on 15 aprile 2011 at 7:39

Solo un affettuoso pensiero in memoria del caro amico Vittorio Vik Arrigoni che ha perso la vita per essere stato il portavoce delle vittime civili a Gaza.

Articolo di maggio 2010 su Peacereporter

In attesa che Vik Guerrillia ritorni vi farò regalo di uno Spam

In Gaza, Informazione, politica on 22 novembre 2008 at 19:25

In attesa che Vittorio Arrigoni, amico blogger e attivista di Free Gaza Movement, detenuto nelle carceri israeliane per aver solidarizzato con i pescatori palestinesi di Gaza, possa tornare in Italia, tutto intero e agguerrito come sempre, pronto a ricominciare la lotta a favore del popolo palestinese, vi faccio ingannare il tempo con un video dei Monty Python, pregandovi comunque di inviare un sms di sostegno e di incoraggiamento al nostro amico.
SPAM SPAM SPAM SPAM (finalmente ho capito che cos’è uno SPAM)

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