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La signorina “Tumistufi”

In amore, Donne, Ironia on 22 settembre 2013 at 9:07

tacco 12

Era carina, intelligente, simpatica e molto colta e non capiva come mai non riusciva a trovare un uomo che apprezzasse tutto questo ben di dio. Non che non ne avesse mai trovato uno, qualche volte le era successo, ma erano stati quelli che lei non aveva mai preso in considerazione. Perché un uomo deve avere certe qualità, i “fondamentali” come nello sport. Doveva essere carino, intelligente, simpatico e preparato non meno di lei.
Sì c’era stato Silvano: famiglia bene, vestito come conviene, caruccio e che pure bazzicava l’università, ma alla fine aveva preferito quella troietta con le tette finte. Non che a lei mancassero, ed erano pure quasi tutte vere, ma cosa vuoi… gli uomini… era solo questione di misura. Per giunta se l’era sposata anche se era evidente che fosse una da una botta e via. Ma lei era superiore a queste cose, se non fosse stato così, l’avrebbe fanculato fin da subito, quando si girava a guardare le altre e faceva apprezzamenti sulla dimensione esagerate di quelle parti del corpo.
Poi più nulla, ma d’altra parte lei era stata troppo impegnata. Si era laureata e dietro ai libri ci aveva perso il sonno e la vista. Gli uomini non li aveva considerati, non aveva tempo da perdere dietro a quei pezzi di legno.
E adesso che aveva il suo bel posto fisso, i suoi abitini da boutique, i sui tacchi 12 e i suoi stivali sexy, gli uomini, quelli che piacevano a lei, non la degnavano nemmeno di uno sguardo.
Si lagnava sempre con la sua amica Lucilla di quanto scemi fossero a farsi abbindolare da quelle veline da strapazzo, ma Lucilla rispondeva che forse non era colpa degli uomini ma del suo atteggiamento verso gli altri.
Ma di cosa andava parlando? Proprio quella che oltre ad essere bruttina non era andata al di là del diploma di ragioniera e che si spacciava per una grande intenditrice di comportamento accattivante nei confronti degli uomini. Proprio lei che era sempre disponibile e cambiava un ragazzo dietro l’altro, che poi all’età che aveva… avrebbe dovuto ringraziare qualche santo in paradiso per averne trovato anche solo uno.
Lei sapeva che gli uomini si facevano irretire dalla facilità di portare a letto una donna e anche dal fatto che quelle, che li lasciavano fare, non erano certamente impegnative d’intelletto.
Un uomo dovrebbe capire le necessità di una donna, i suoi bisogni, dovrebbe condividere con lei le abitudini e gli interessi, dovrebbe portarle rispetto e coprirla di gentilezze e di attenzioni… altrimenti che razza di uomo è?
Sarebbe così bello che venisse a cena con i suoi genitori non dico tutte le sere, ma almeno due o tre volte alla settimana, anche perché è giusto che si faccia accettare dalla sua famiglia. E poi chiaramente non dovrebbe uscire con gli amici e appassionarsi ai soliti sport da tamarri. Quello proprio non lo sopportava era talmente poco elegante, talmente popolano e da ignoranti…
Ad un certo punto, aveva provato a frequentare i convegni, chissà mai se in un certo ambiente più vicino alle sue corde, non avesse trovato la persona giusta per lei. In effetti quella sera aveva conosciuto Gianluca, un tipo proprio a modo, insomma come piaceva a lei. Le aveva scostato la sedia e aveva lodato il suo tubino nero che lasciava scoperte un bel po’ di gambe e aveva pure riconosciuto dove aveva preso le sue scarpe da trampoliere. Dove lo trovi uno così? Uno che sa parlare e gesticolare con tanta grazia, che si comporta con una donna in modo intimo e gentile. Guarda quasi quasi stasera ci “casco”, chissà che non ne venga fuori una storia come si deve, che poi lascia a me… che me lo cucino a puntino.
Gianluca era tutto sorrisi e sottintesi, ma leggero come una farfalla, non greve come certi uomini che aveva conosciuto lei. Questa è “arte” stava pensando, mentre avvicinavano i visi per “cazzeggiare” del più e del meno. E lui si guardava in giro, ma non si soffermava sulle altre, che di gnocche qualcuna c’era, ma lui non lo dava a vedere, questo sì che è una perla rara… pensava lei con un’aria da “Questol’hotrovatoio” e si sentiva un metro sopra il pavimento, e non vedeva l’ora di mostrarlo a quelle sfigate delle amiche.
Lui scherzava simpaticamente con il cameriere, un bel ragazzo pure lui ed era un piacere vederli, perchè la bellezza è un piacere per gli occhi e per l’anima e tutti ne avevano diritto.
Alla fine della serata lui l’aveva presa sottobraccio con familiarità e le aveva sussurrato “E allora, anche tu qui per trombare?” Non aveva afferrato subito il senso delle parole e soprattutto non aveva capito subito che non erano dirette a lei, anche se l’occhiolino al cameriere, che gli aveva visto fare, non doveva lasciare dubbi.
Ecchè, cazzo, con chi crede di parlare questo burino, aveva pensato lei, che tra l’altro a pensarci bene l’aria da frocio ce l’aveva anche prima. Non penserà mica che io gli tenga bordone. Doveva fargli capire subito che si sbagliava di grosso, ma non trovava le parole giuste. Accidenti mai che uscissero quando ne aveva bisogno. Allora riprese la sua aria da signorina “Tumistufi” che le veniva sempre così bene e disse: “No stasera non si fa niente. Nessuno che mi “acchiappi” qui, e che meriti attenzione.” Un po’ come la volpe e l’uva, che quasi sempre, alla volpe, ha l’aria di essere acerba.
“Buonanotte!” E mai parole furono più azzeccate. Un buon sonno e via. Almeno l’indomani non avrebbe dovuto indossare l’aria della signorina “Maquantosonosoddisfatta” perchè questa non le veniva bene mai.

Anima Libera

In Anima libera on 2 dicembre 2012 at 13:57

Storia di un’anima libera in un corpo ribelle. Libro a quattro mani e molti ricordi. Una bambina, baciata dalla conoscenza e illuminata dalla percezione, che, crescendo, perde le sue migliori qualità e diventa normale o quasi… è in quel “o quasi” c’è tutto.

animalibera
1 – 18 Maggio 19……
2 – Nessuno mette una bambina in un angolo
3 – Baia del Re
4 – Dalla prateria all’oppio dei popoli
5 – Sentimentale (sacro e profano)
6 – Tra anime sporche, carte geografiche e formicai
7 – Nuovi contenitori per nuovi contenuti
8 – Riflessioni sull’amore e sull’ideologia
9 – Bombe atomiche e viaggi interplanetari
10 – Fanculo
11 – Il nuovo incombe
12 – Proletari in mutande unitevi…
13 – La bambina dimenticata tra i fratelli
14 – Passare al nemico
15 – Le balle dell’informazione
16 – Per esempio
17 – Il ragazzo col ciuffo
18 – Guerra nucleare ed altre amenità
19 – La signorina Bombarda
20 – Ancora su mia madre
21 – Non hai fatto che il tuo dovere
22 – Zorro batte dio tre a zero
23 – Musica ed altri disastri
24 – L’onda che tutto travolge
25 – Cultura e Urania
26 – E venne chiamato Ultimo
27 – Il primo lavoro e il primo bacio si scodano quasi subito
28 – L’amore come le ciliegie
29 – Un passo avanti e scoppia il mondo beat
30 – Com’era bello il “Che”

Dalla perdita dei fluidi corporei all’autostima

In amore, Anomalie, decrescita, Donne, Ironia, personale on 9 settembre 2012 at 13:55

Credo vi sarete accorti tutti che, negli ultimi tempi, la donna viene indicata come l’unico soggetto a perdita di fluidi corporei a ciclo continuo.
Noi donne non lo sapevamo, ma abbiamo la necessità di bardarci di assorbenti in tutti i periodi della nostra vita e 24 ore su 24. Durante il ciclo, dopo il ciclo, nell’intermezzo (di che non si sa), prima del ciclo, in “quei giorni”, quando fa umido e anche quando splende il sole e se poi il ciclo, per fortuna o per maledizione, propendo più per la prima che per la seconda, finalmente smette… beh allora, care donne siete messe male, cominciate a soffrire di diuresi o minzione incontrollata e pure a dirla tutta un po’ puzzolente.
Provate a guardare in un supermercato, nel reparto assorbenti: non avrete che l’imbarazzo della scelta (super, midi, mini, con ali, con becchi e con unghie…) insomma tutto congiura con la nostra autostima, che a dirla tutta è già bassina di per sé e non avrebbe bisogno di inutili deterrenti.
Perchè, a noi donne basta poco per sentirci inadeguate, inadatte, incapaci di stare al mondo. Basta una nuova ruga, un abitino dei grandi magazzini, un abbassamento del seno anche se inesistente, la scoperta che usare i gambaletti e i collant giustificano il calo del desiderio del compagno, un filino di riga bianca di ricrescita sui capelli, un maglioncino vecchio ma tanto amato, il capufficio che ci coinvolge nei suoi pesanti complimenti alla giovane collega appena arrivata… ecco se poi si aggiunge il fatto che siamo dei colabrodi… beh allora rasentiamo il suicidio.
Tutto questo accanirsi sulla donna, mi fa pensare o che realmente abbiamo dei grossi problemi di immagine, oppure l’accanimento nasconde invece la paura, da parte dell’uomo e della società dei consumi, di vederci sciatte e felici.
A mio giudizio proporrei una sana decrescita su certi consumi, come pannolini e prodotti di seduzione. Le aziende chiuderebbero, e di questo mi dispiace, ma almeno avremmo generazioni di donne più serene e contente di sé.
Avremmo bocche e seni meno gonfi, capelli meno stressati e sorrisi più naturali. Forse forse ne guadagneremmo anche in salute, ovviamente non costrette più a finanziare chirurghi plastici e psicologhi e nemmeno le tasche e le ville di creatori di moda, case produttrici di cosmetici, portafogli di fotografi coronati e di editori di giornali di gossip.
Non vedo perchè una donna non possa essere quello che è, banalmente e semplicemente. Voi, amiche, direte: “Bella forza… e la concorrenza?” Inutile dire che la risposta non ve la posso dare io, se c’è concorrenza e voi pensate che a correre più forte sia l’unico sistema per salvarsi, non è colpa mia se vi trovate con gli uomini di cui vi lagnate e se quando diventate un po’ usate, questi vi buttano nel riciclo della plastica. Stare dentro al gioco vuol dire partire già perdenti, se la teoria della perdita di fluidi corporei, da parte delle donne di qualsiasi età è la metafora della nostra vita, allora sappiate subito che questa vita vi sta colando via, senza aver trovato nessuno che abbia pensato, ad un modo qualsiasi, per tappare quel buco, anzichè altri e per far si’ che la vostra vita abbia quel che di naturale che consente a tutti di nascere, crescere, diventare maturi e invecchiare, riservandoci la possibilità di morire senza lasciare ai posteri la nostra mummia preimbalsamata.
E poi cosa c’è di peggio di pensare di vedere il proprio nipotino che quando ti chiama: “nonna” lo fa con una certa apprensione e con quello sguardo frammisto di preoccupazione ed incertezza, che è stato il primo sentimento che avete avuto pure voi quando, per la prima volta, da bambine, vi siete davvero guardate allo specchio.
Sarà perchè sono una donna più che matura, senza l’aiuto di aggiunte o di detrazioni e che per me il mercato degli assorbenti potrebbe andare bellamente in fallimento, come altri mercati altrettanto lucrosi, che analizzando la mia autostima posso dire finalmente: “Mai stata meglio in vita mia!”.

Il senso delle donne per un bikini

In Mala tempora currunt on 5 luglio 2011 at 16:31

“Oggi mi sono comperata un bikini!” Al giorno d’oggi si possono prendere spendendo anche moderatamente. Ma con qualsiasi fisico, e a quasiasi prezzo, sempre bikini è. Comunque per molte donne il bikini è il modo migliore per essere ed esternare se stesse.
Ho amiche molto diverse tra loro. Certamente lo sono fisicamente, ma soprattutto è il carattere che incide di più sul loro aspetto ed è proprio dentro a un bikini che le modalità divergono.
Maria si è presa un bikini nero. La ragione è che non vuole troppo apparire. Certo che il suo pallore per contrasto, risalta molto di più. Era una vita che non ne prendeva uno. L’ultima volta era una ragazza e invece oggi è una donna, non più sposata, ma con due figli non più bambini. Mica che questo l’abbia cambiata molto fisicamente, solo che, il pallido sole del nord, non valeva minimamente la spesa di un costume da bagno. Adesso era tornata a casa. Adesso che si era rimpossessata della sua libertà, assieme al timore del suo significato, si doveva anche riprendere la sua femminilità e la voglia di progettare il suo futuro, che ad ogni buon conto non le sembrava così luminoso come avrebbe potuto essere. Quindi costume nero, niente di appariscente, ma molta voglia di sole. Comunque non voleva essere osservata, e non sapeva nemmeno se avrebbe avuto il coraggio di metterlo, quel costume, sulla sua candida pelle ormai troppo negata al sole del suo paese. Però, varrà niente un bikini, ma è bellissima la rivincita della sua pelle esposta al sole e delle aspettative dei benefici, se mai ce ne fossero stati, per il suo aspetto fisico e per il suo morale. In fin dei conti non l’aveva neppure pagato molto, anzi costava lo stesso prezzo di quello di sua figlia e pure la misura non era poi così diversa. Solo che lei si sentiva comunque vecchia, malgrado che il suo fisico fosse rimasto apparentemente quello di un tempo. Lei non avrebbe resistito… insomma non voleva leggere la stessa sentenza negli occhi degli uomini che l’avrebbero guardata. Quel bikini le pesava nella borsa neanche fosse stata un’incudine di ferro.
Lucilla si era comprato un bikini di un bel rosso corallo. Lei ne comperava uno tutti gli anni. Ci spendeva un piccolo capitale, ma lei per i bikini ci andava matta e se era per quello non badava a spese. D’altra parte il bikini è un’arma di grande seduzione, almeno di questo ne andava quasi sicura. Se una donna vuole piacere deve saper provocare con il suo modo di vestire, ma soprattutto con quello di spogliarsi. Beh anche il cervello aveva il suo bel fascino… però agli uomini…
Quel bikini era un sogno e le stava a pennello. Sì, gli uomini non capivano niente se di fronte al suo bel personale e a quel colore non davano di matto. Ma gli uomini sono stupidi, quasi sempre… Preferiscono le veline, le ochette senza cervello che poi in spiaggia si potrebbero chiamare le “paperelle” vista la presenza dell’acqua. Lei era certa che stavolta bucava la scena. D’altra parte lei era anche single e disponibile, che cosa stavano aspettando? S’era pure fatta fare quelle foto un po’ osé, maliziosette, aggiungici poi che a lei la testa non mancava, chi sarebbe stato capace di resisterle? Il bikini è il migliore amico delle donne, questo diceva sempre sua madre e lei ci credeva fermamente.
Mara si era presa un bikini colore del mare, ma da furbetta, aveva mirato al colore dei suoi occhi. Era di dimensioni ridotte, ma lei aveva ben poca ciccia da nascondere. Era rimasta quella di una volta, malgrado gli anni e i figli. Era bello pensare di essere ammirata ancora come lo era stata quando era una ragazza. Certo adesso il tempo e le gravidanze pesavano, ma per lei non erano un deterrente. Per piacere, piaceva di questo era certa. Che poi un bikini cosa vuoi che sia, grande o piccolo, colorato o tranquillo, l’importante era quello che sottintendeva. Si ricordava con languore le occhiate, in piscina, scambiate con quello sconosciuto: era stato un amplesso a distanza. Lei queste cose le sapeva solleticare senza che poi suo marito se ne accorgesse. Aveva provato un forte desiderio e un pizzicore che non provava da tempo. Era stato un attimo e già lei si era tolta il reggiseno lanciando uno sguardo malizioso verso l’oggetto della sua seduzione. Le era sembrato oppure l’aveva visto deglutire a vuoto? Beh più tardi si sarebbe alzata per andare al bar così almeno avrebbe verificato anche l’effetto del suo tanga. Essere ammirata era quasi più piacevole che essere toccata. E il bikini era una metafora del suo modo di vedere la vita. Ogni donna avrebbe dovuto provare quel brivido, ma solo lei lo sapeva assaporare con tanto gusto.
Dodi non trovava quasi mai un bikini che la contenesse tutta. Che poi chiamarlo bikini le pareva davvero ridicolo: sarebbe stato meglio chiamarlo tenda da campeggio. Aveva trovato al mercato uno che si faceva bello di una fantasia a fiori che si giocava la scena con chi voleva indossarlo. Maledetto bikini che figurava altrettanto male che un costume a pezzo intero. Tutto le stava piccolo, anche la pazienza e pure il coraggio di mostrarsi. Tanto sarebbe valso andare nuda, ci avrebbe fatto la stessa figura schifa. Quando si ha un fisico così si dovrebbe essere abbastanza ricche da permettersi una spiaggia privata, senza occhi indiscreti per vedere la balena spiaggiata. Forse forse avrebbe prevalso l’idea di prendere una bella forbice per tagliarlo a striscioline floreali, sicuramente si sarebbe divertita di più e ci avrebbe fatto miglior figura. “Odio i bikini e chi li ha inventati!” e con questo aveva detto tutto.

Telefona a ‘stu….

In Ironia on 26 gennaio 2011 at 20:06

E chi non conosce Tony Troja? Beh, chi non lo conosce, dovrebbe come minimo informarsi 🙂

A dito alzato

In Anomalie on 26 gennaio 2011 at 12:19

100) Saltatempo

In Un libro al giorno on 14 settembre 2010 at 8:00

Quand’ero molto piccolo ho visto un Dio. Scarpagnavo verso la Bisacconi. Scarpagnare vuole dire camminare a saltelli per via del dislivello, io abitavo in montagna, la scuola era in basso. Si scarpagna senza pause, con l’inerzia della discesa che impedisce di fermarsi, un continuo scuotimento nei giovani marroni e un piccolo ansito nei polmoncini. Le Bisacconi sono le scuole elementari del paese, un cubo giallo vomito dentro un giardino di erbacce barbare, e devono il loro nome a un uomo di nome Lutilio Bisacconi ricordato per essere morto sull’uscio di casa, ucciso dal cugino fascista.
Sulla lapide infatti c’è scritto:
Lutilio Bisacconi, caduto.
Poi si vede che non hanno pagato lo scalpellino o c’è stato un litigio ideografologico ma è finita lì: caduto. Non è specificato se in guerra, per la Resistenza, nel fiore degli anni, niente: caduto e basta.

Soluzione
Titolo: SALTATEMPO
Autore: STEFANO BENNI

trama: Lupetto è un bambino di paese degli anni ’50, figlio di un falegname, che frequenta le elementari insieme agli amici che comprendono la buffa e paffutella Selene, la sua “morosa”. Una mattina incontra un Dio che gli regala un orobilogio, ossia un orologio interno che gli permetterà di correre avanti nel tempo. Da quel momento Lupetto diventa Saltatempo e cresce con evidenti ideali comunisti e combattivi, in un paese che si prepara ad una negativa trasformazione. Insieme al suo orobilogio Saltatempo prevede e vive nello stesso tempo la costruzione dell’autostrada, la minaccia del bosco, la rovina del fiume, la perdita di un amico vittima della droga e altri cambiamenti portati dal tempo. Incrocia il sessantotto, gli scioperi, l’avidità dei padroni, insomma… vive la trasformazione dell’Italia che perde la propria identità mangiata dalla nuova politica e dal consumismo. Saltatempo è un vero e proprio salto dalla guerra partigiana alle rivoluzioni sessantottine, ambientato in un paesino che può essere quello di tutti, col fiume, il bar, le vigne…. Una storia poetica e triste con un pizzico di ottimismo nel finale e con un’irresistibile dose di umorismo presente in tutto il romanzo.

6) Il libro di Kipli

In Un libro al giorno on 13 giugno 2010 at 12:00

LA MUMMA
Aiuto,
mi hanno imbarzamato vivo!
Hanno strappato le mie varie interiora
mettendo strani unguenti.
Ma io sono vivo.
Hanno cavato il mio cervello dar narice
tramite uncinetto,
in grigi e bianchi grammoli di memoria e di sangue,
mettendo strani unguenti.
Ma io sono vivo.
Hanno cosparzo il mio corpo de zorfo
e disseccato la mia pella cor muriatico,
hanno disciolto i genitali cor muriatico,
hanno sbiancato le pupilla cor muriatico,
mettendo strani unguenti tra cui er muriatico.
Ma io sono vivo.
Oggi sò una mumma residente il museo,
i bambini se impressiona: ma che è? una mumma?
io sempre zitto dentro alla scatola,
ma sono vivo!
Lo stesso nun se pò di der custode Arvaro!

Soluzione

Autore :  CORRADO GUZZANTI

Titolo :     IL LIBRO DI KIPLI

Difficile dire il contenuto. Sono poesie. Poesie di un Corrado Guzzanti micidiale.Ne metto unìaltra così per gradire:

VOLEVAMO CAMBIARE IL MONDO

Volevamo cambiare il mondo

e invece il mondo ha cambiato quartiere.

La lotta di classe

In Guerra, Ironia on 10 giugno 2010 at 21:39

A scuola era sempre andata bene, mica perché studiasse, no, quella era un’abitudine che nessuno incoraggiava, ma era curiosa, percettiva e intuitiva e questo faceva la differenza. Andare bene a scuola aveva le sue controindicazioni. Lei ne avrebbe fatto volentieri a meno, ma a volte si nasce così e così si deve morire. La cosa peggiore era che, sebbene la sua fosse una famiglia povera, in altri tempi si sarebbe detta proletaria, sua madre faceva i salti mortali per mantenerla alla scuola privata. Chissà cosa pensava di ottenere. Solo chi ha frequentato una scuola di suore può dire quanto quelle suore possano essere piene di pregiudizi. Innanzi tutto odiavano la povertà. Cosa per niente secondaria. Credo che negli anni di noviziato e dopo aver vestito gli abiti da pinguino, si siano un po’ alla volta dimenticate delle loro origini. Insomma non era facile frequentare da povera una scuola di ricche.
Non che come lei non ce ne fossero altre. Anzi sembrava un punto d’orgoglio, per i poveri, mescolare le proprie figlie con le rampolle di un’altra classe sociale. Infatti assieme ci stavano bene come i cavoli a merenda. Bastasse quel vago disagio di sentirsi diverse e anche ragionevolmente inferiori, sembrava che le suore amassero vederle in contrapposizione. Un anno furono organizzate in due gruppi che si contendevano il primato dei voti e delle lodi a suon di punti concessi con benevolenza dall’insegnante. Ogni fine settimana scolastica veniva tirato il conto. I Carbonari questa settimana hanno raggiunto il punteggio di 18 mentre i Garibaldini ne hanno guadagnati 24. Quindi oltre alla beffa dovevano pure concedere l’onore delle armi: un applauso molto sportivo. E qui il criterio di attribuzione della carica di Capo e poi della scelta del gruppo dei Carbonari o dei Garibaldini era ovviamente fatto in base alle simpatie. Una cosa era avere la responsabilità di essere sempre il Capo, ma lei non si sarebbe mai presa tra le sue fila nessuna, anche se si fosse dimostrata svogliata e inutile dal punto di vista del punteggio, che non fosse appartenuta alla sua classe sociale. E sinceramente la scelta era un po’ complicata. Le prime erano le figlie di operai, poi quelle degli artigiani fino a quelle dei bottegai, ma mica quelli di lusso però. Dall’altra parte c’era la bella Gabriella, figlia di bancario, che formava il suo gruppo con figlie di medici, figlie di farmacisti, musicisti e professori, insomma, l’altra metà del cielo scolastico femminile di quegli anni.
Era inutile cercare di spiegarlo, le differenze c’erano e si vedevano ad occhio nudo. Le povere sembravano anche meno belle, erano malvestite, sciatte e anche sinceramente un po’ sporche e i loro genitori non le accompagnavano mai. Le ricche erano bionde, luminose, se non belle almeno carine, capelli puliti, abiti impeccabili e le insegnanti si facevano in quattro per arruffianarsi i loro genitori. A lei questo non piaceva, ma era indiscutibile che guardando le sue mani e quelle di Gabriella, si accorgeva chiaramente di quello che non andava e le riparava prontamente nelle tasche del suo grembiule. Sia chiaro lei le mani le lavava spesso, ma non c’era niente da fare, sembravano passate, per troppo tempo, nella polvere delle cantine frequentate dai Carbonari. Le mani di Gabriella invece erano angeliche, come lo erano i suoi biondi boccoli trattenuti dal nastro colorato. Pensandoci bene questa Gabriella abitava anche lei nelle case popolari nel rione vicino a scuola e successivamente era finita ad abitare in periferia, ma a quell’età certi particolari non erano importanti, valevano molto di più quelli legati all’aspetto fisico e agli abiti.
La guerra tra le due fazioni era naturale e congenita, tra l’altro era anche alimentata dall’atteggiamento e dalle esigenze scolastiche. I libri delle ricche avevano belle copertine colorate e così i quaderni, mentre le altre prendevano punti di demerito per il disordine, lì le “orecchie” sulle pagine dei libri e dei quaderni non si contavano, come non si contavano le macchie e le ditate di inchiostro. Tutto sommato era una guerra destinata ad un unico epilogo: la sconfitta.
Poi venne il giorno della recita. Come ogni scuola di suore che si rispetti questo passaggio non mancava mai. Si può morir di fame e di stenti tutto l’anno, ma la recita con le vettovaglie fornite dai genitori resta immancabile. Quell’anno il tema era stato libero. I due gruppi avrebbero presentato un loro pezzo di teatro senza la supervisione della suora di musica. Forse le insegnanti non avevano capito il potenziale della cosa, perché se lo avessero fatto, ci avrebbero pensato due volte prima di concedere quella libertà.
Su queste cose lei si trovava a proprio agio. Aveva una bella voce, era intonata, aveva fantasia da vendere e sogni da realizzare. Col suo gruppo scalcagnato aveva messo giù un’opera in maschera, cambiando le parole alle canzonette più in voga e inventando una serie di situazioni comiche e sconclusionate che avevano primariamente conquistato le sue compagne. La cosa era così entusiasmante che a differenza che per lo studio scolastico le ragazzine si erano impegnate oltre ogni misura. Chi canticchiava la canzone ripetendo caparbiamente le nuove parole, chi saltava come un grillo per imitare alcuni personaggi della commedia dell’arte, o almeno quello che pensavano fosse l’atteggiamento di alcune maschere. C’era persino il vecchio Pantalone che borbottava cupamente di avarizia e vecchiaia. Una sola cosa mancava: le maschere. Certo di soldi non ce n’erano per la bisogna. Anche su questo s’ingegnarono, usando abiti vecchi e colorando mascherine di carta.
Gabriella e le ricche compagne guardavano l’operosità delle Carbonare con occhio critico, ma anche magnanimo, certe che la loro scelta sarebbe stata la migliore. Loro stavano preparando un pezzo sulle Bambole che facevano corte attorno alla loro Regina. Sarebbe stato bellissimo indossare quegli abiti messi a disposizioni dai genitori compiacenti, tanto che alla Regina si palesò l’idea di essere generosa verso l’altro gruppo e prestò all’autrice il suo bell’abito da arlecchino. Anche le altre belle Garibaldine pensarono di fare altrettanto così si poté racimolare un minimo di pezzi che avrebbe sostenuto meglio lo spettacolo in maschera.
Quella sera le Bambole furono giustamente stucchevoli mentre le simpatiche mascherine rabberciate, cantanti e capriolanti sulla pedana del teatrino, ebbero un successo di pubblico inaspettato. Da non crederci. Le povere Carbonare avevano avuto un loro momento di gloria. Lei era così fuori di sé per quella banale vittoria che rimase di stucco quando la dolce Gabriella, con l’aria da ragazzina viziata qual era, disse: “Ridammi il mio vestito da Arlecchino. Te l’ho prestato io, e lo rivoglio indietro perché non vorrei che me lo sporcassi col tuo sudiciume.” Lei non ci mise un attimo, in palco, davanti ad una platea esterrefatta si levò, senza metterci tanta cura, la maschera prestata, restando in canottiera, mutande e calzini non proprio puliti, fece un bel fagotto dell’abito e lo gettò contro la faccia trionfante della Regina delle Bambole. Lei era troppo gasata per sentirsi in imbarazzo quindi fece la sua uscita trionfale e dopo un inchino profondo improvvisò: “Mi sò arlechin batocio orbo de ‘na recia e sordo de un ocio, so puaretto e so modesto ma de fondo sò un omo onesto, no gò pan da magnar ma gò voja de lavorar. Anche se vestìo de niente, sò simpatico ala gente. No me serve tanti ori per burlarme dei signori. Ora vado che xe ora anche in barba a ‘sta signora, vado via, saludo i tanti che fa mucio qua davanti. La mutanda la xe mia e nessun me la porta via…” Il pubblico era in deliquio, sembrava una recita messa su apposta. Le suore erano sconvolte e non sapevano come prenderla. Ma visto che i genitori si scapicollavano a fare le congratulazioni anche a loro, alla fine la presero sul ridere e gongolarono della loro audacia.
Dopo molti anni ho incontrato quella ragazzina, quella Carbonara ingegnosa, era diventata una bravissima insegnante di italiano molto amata dagli allievi, era ovviamente nubile, atea e comunista e aveva mantenuto la sua verve e un po’ di quella pazzia che l’aveva resa celebre altre volte nella sua vita.
Gabriella, finita alla periferia della città, aveva studiato senza onore, ma sposato un piccolo imprenditore cafone che le aveva assicurato un’esistenza agiata di soldi e di corna. Non era mai stata portata per il teatro, e nemmeno per altri spettacoli, ma aveva gli abbonamenti di ogni tipo di rappresentazione, così com’era giusto per una persona che voleva mostrarsi colta. Una cosa però non sopportava ed era assistere ad uno spettacolo in costume, sapete quegli spettacoli dove personaggi in maschera poetano saltellando sulla scena. Li trovava stupidi, deprimenti e terribilmente… popolari. 😉

Quelle cose che so di lei

In Amici, Donne, Giovani, Ironia, La leggerezza della gioventù on 4 giugno 2010 at 13:35

Con Giulia non c’è mai fine alle discussioni. Oggi è incazzata nera: “La smettesse di rompermi le palle… ” Ce l’ha con sua madre che per gli esami non la lascia respirare.  “Ma ti sembra normale che si intrometta nella mia vita come se fossi una bambina dell’asilo? Non capisco mio padre come fa a resistere…” Era sempre la solita storia, Delia sua madre non può fare a meno di rompere, però è anche vero che Giulia è iscritta all’università in un’altra città e a sua madre potrebbe raccontare quello che vuole e glielo dico. “Smettila Matteo, non la giustificare, lo fai proprio tu che hai la madre che ti ritrovi.” “Beh poverina, non vedo perchè la devi proprio criticare, in fin dei conti e l’unica madre che ho!” Sapevo che scherzando l’avrei portata lontana dalle sue paturnie. “Ma di che cavolo stai parlando? Se potessi mi farei addottare da tua madre, altro che critiche! Tu non sai la fortuna che hai con una madre come la tua. Guarda secondo me neanche te la meriti!” Intanto stava già sorridendo. So che Giulia ha per mia madre una vera venerazione e a volte mi chiedo perché. Non che io non pensi che sia una brava madre, anzi, ma io a lei ci sono abituato e non mi accorgo quasi delle differenze. Deve avere delle qualità se tutti i miei amici le danno così facilmente del “tu” e le raccontano della loro vita neanche fosse una coetanea. Pensandoci bene è la più vecchia di tutti gli altri genitori eppure… Deve essere che lei il ’68 l’ha fatto davvero e a quelle cose lì ci ha anche creduto. Guai a dirle ex sessantottina, va subito su di giri, lei non è mai ex di niente, tanto meno del ’68. Fosse servito a cambiare il mondo. Lei si scusa sempre di non avermi consegnato un mondo migliore. Fosse colpa sua. Comunque io sono stato fortunato, lei non si lagna mai, non è mai stanca, non si fa commiserare, lavora come un mulo e oltre tutto cucina che è una meraviglia. Da chiederlo a quegli “scrocconi” dei miei amici! Le porte di casa sono sempre aperte, il frigorifero sempre pieno, i posti letto si moltiplicano, per forza che poi tutti si innamorano di lei. La cosa peggiore è che pure le mie ragazze le fanno il filo. Bella forza se è lei la prima a fare combutta. Al secondo pasto, a casa mia, tira fuori sempre gli episodi più ridicoli della mia infanzia… è un classico, tutti si divertono al di fuori di me. Però non scherza pesante, lei ridicolizza tutto, soprattutto sè stessa ed è per quello che le si perdona facile. Su lei comunque puoi sempre contare, sa fare le cose impossibili, su questo è geniale, ma sulle cose di tutti i giorni è una vera frana, non sta per niente alle regole, lascia andare.
Su molte cose le assomiglio o forse ho solo imparato da lei. Anch’io come lei riesco a leggere tre o quattro libri contemporaneamente, poi li abbandoniamo in giro e ce li rubiamo a vicenda. Se non la conosci bene pensi che sia una mamma come le altre, ma diffida perchè lei ti frega. Sa un casino di cose e sebbene non abbia potuto studiare più di tanto a volte ci batte tutti nei giochi di cultura generale, ma anche sull’informazione. Non sa niente di “gossip” e guarda poca televisione ma sta molto su internet e scrive anche su dei blog. Non parliamo poi di cinema che è la nostra passione. Lei è specializzata nei film fino a metà degli anni ’90 io per il resto. Pochi secondi e zac ti dice il titolo, gli attori, il regista, se è tratto da un libro e magari anche il numero di scarpe del cineoperatore. Per fortuna io la batto sul cinema attuale, ma a lei non dà fastidio, anzi mi sta ad ascoltare tutta ammirata e orgogliosa. Tra parentesi va a vedere il film che le consiglio..
Non interviene mai nella mia vita, ma è sempre molto attenta, una cosa tipo il “Falchetto Joe”. Insomma non mi scassa le palle, ma sembra sempre sapere tutto di me, chissà chi spiffera della mia cerchia di amici?!? Dice sempre che, se faccio qualcosa di sbagliato anche se sposato e con figli, se mi deve mollare un “memini” (così lei chiama gli schiaffoni, credo spolverando il suo latino antico, dove “memini” sta per “da ricordare”) lo fa senza esitare. Per lei tutto è uno strumento per insegnare e per imparare. E’ una maestrina nell’anima.
Con lei puoi parlare di tutto, non spara mai giudizi affrettati, ti ascolta e vuole capire, molto spesso dà consigli azzeccati e di buon senso, ma del tutto imprevedibili. Insomma non è una mamma classica, no, anzi potrebbe essere catalogata tra le “pazze scatenate” e forse per questo che i miei amici la rispettano e la considerano.
L’unica cosa che la fa uscire dai gangheri sono gli “spinelli” perchè lei figlia dei fiori e fautrice dell’amore libero non se n’è mai fatto uno. Qualche volta scherzando glielo chiediamo “Ma come? mai uno spinello? Ma che sei un’aliena? Lei imbarazzata borbotta: “No, è che gli spinelli rovinano gli stivali nuovi!” Ridacchia senza spiegare perchè, ma credo che dietro quest’affermazione ci sia una storia che varrebbe la pena ascoltare.
Giulia intanto mi ha schioccato le dita davanti al naso: “Ahò Matteo, dove sei finito con la testa. Anche se con te, parlare di testa, mi sembra azzardato! Insomma, mi ascolti? Ma lo sai che ha fatto ieri?” “Chi?” “Ma mia mamma… uffa… con te non c’è gusto, non puoi capire queste cose, che ne sai tu, finisce davvero che vado da tua mamma e chiedo asilo politico”.

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